

Combattere contro il malvagio non fa di te per forza il buono; combattere per una causa che ritieni giusta non rende giusto tutto quello che fai
Non basta negare le idee degli altri per avere il diritto di dire "Io ho un'idea". (G. Guareschi)


Esercito libanese in stato d'allerta al confine con Israele
Il capo delle Forze armate libanesi, generale Joseph Aoun, ha disposto il "pieno stato di allerta" dei militari lungo il confine orientale per "fronteggiare le minacce del nemico Israele e delle sue violazioni". Lo annuncia l'esercito su Twitter. Aoun ha chiesto ai soldati di "vigilare" per la "corretta implementazione" della risoluzione 1701 dell'Onu e di "garantire la stabilità" al confine con Israele.
I soldati libanesi dovrebbero essere sempre pronti per "una buona implementazione" della risoluzione 1701 dell'Onu sul confine israelo-libanese, ha spiegato Aoun. L'esercito libanese è responsabile della sicurezza della sua parte di confine in base alla risoluzione Onu che pose fine al conflitto tra Israele e il gruppo sciita libanese Hezbollah nel 2006.
Oggi il premier libanese Saad Hariri, che il 4 novembre ha annunciato le dimissioni con un discorso da Riad, è atteso in Egitto alla vigilia del suo rientro a Beirut dopo oltre due settimane di assenza. Domenica con un tweet Hariri ha fatto sapere che incontrerà il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e l'ufficio del premier dimissionario a Beirut ha confermato l'incontro.
Hariri arriva in Egitto da Parigi, dove è giunto nella notte tra venerdì e sabato e dove ha avuto un incontro con il presidente francese Emmanuel Macron. Il presidente libanese Michel Aoun non ha ancora accettato formalmente le dimissioni di Hariri, che hanno innescato una grave crisi politica in Libano. Il premier dimissionario, che il 4 novembre non ha risparmiato accuse all'Iran e al movimento sciita Hezbollah, si è impegnato a partecipare domani a Beirut alle celebrazioni per la Festa dell'Indipendenza.


La stretta di Vladimir Putin sul Medio Oriente. Con Assad parla da vincitore sull'Isis, domani vertice con Iran e Turchia
È il giorno della stretta di Vladimir Putin sul Medio Oriente. L'incontro con Bashar al Assad, l'annuncio dell'imminente vittoria contro l'Isis, il colloquio telefonico con Donald Trump, il vertice domani con Iran e Turchia.
In questo quadro è centrale il futuro del Libano, dove il conto alla rovescia è iniziato. Mercoledì 22 novembre, Festa dell'Indipendenza, sarà il momento della verità. A Beirut farà ritorno il premier dimissionario Saad Hariri e dovrà motivare le ragioni delle sue dimissioni al presidente Michel Aoun che le ha rigettate perché, ha detto, è un'onta per il Libano che un premier si dimetta da una capitale straniera, Riad. E perché ritiene che Saad Hariri sia stato tenuto "prigioniero" dai sauditi e le sue dimissioni siano state "estorte". Più o meno quanto ribadito dal principale alleato di Aoun, in questa fase, il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah.
In gioco non c'è solo il destino politico di Hariri, ma la stabilità stessa del Libano: dialogo o guerra civile. Prima di far rientro in patria, il premier dimissionario ha incassato il sostegno, più o meno convinto, del presidente francese Emmanuel Macron e oggi di quello egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, che Hariri ha incontrato al Cairo. Appoggi che non lo mettono al riparo, né gli assicurano una vittoria nel braccio di ferro in atto con i suoi avversari interni e nemici esterni.
Il clima a Beirut è di altissima tensione. A confermarlo è l'appello alle Forze Armate lanciato da Aoun: "Siate i garanti della sicurezza del paese e della sua unità", ha dichiarato il presidente ed ex generale. Il che significa: dimostrate che Hariri si sbagliava quando diceva, tra le motivazioni addotte per le sue dimissioni, di temere per la sua vita. Fonti parlamentari di al-Mustaqbal (Futuro), anticipano ad HuffPost che Hariri porrà ad Aoun alcune condizioni "irrinunciabili" per provare a dar vita ad un nuovo esecutivo. E la prima di queste condizioni è la "neutralità" del Libano nei conflitti regionali. Ciò significa il ritiro di Hezbollah da Siria e Yemen, come richiesto dalla Lega Araba su pressione di Arabia Saudita e Bahrein, nel vertice straordinario di domenica scorsa. Una richiesta già respinta da Hezbollah. "Ci ritireremo da Siria e Iraq solo quando Daesh sarà definitivamente sconfitto", ha ribadito Nasrallah, in un discorso trasmesso in diretta da "al-Manar", la Tv del Partito di Dio sciita.
Più che ad Hariri, Nasrallah sembrava voler rivolgersi a quello che gli avversari di Hariri ritengono il "burattinaio" del premier sunnita: il principe ereditario saudita, Mohammad bin-Salman. Nel suo discorso, da vincitore, Nasrallah ha anche rigettato le accuse rivolte ad Hezbollah da Arabia Saudita e Bahrein, di sostenere militarmente le milizie sciite in Yemen, Bahrein e di aver fornito agli sciiti yemeniti il missile balistico lanciato dal territorio yemenita verso Riad. Il capo di Hezbollah ha poi fatto appello all'unità dei libanesi, dicendosi pronto ad avviare un dialogo con Hariri ma "senza pregiudiziali o richieste irricevibili" (il disarmo di Hezbollah).
Hariri proverà a mantenere il punto, ma la sua appare una missione impossibile. E a renderla tale è il quadro regionale. Sono i vincitori e i vinti dei conflitti in corso. Il fatto è, spiegano ad HuffPost fonti diplomatiche occidentali a Beirut, che Hariri deve fare i conti non solo con Nasrallah e il suo alleato Aoun, ma soprattutto con le potenze che stanno ridefinendo sui vari campi di battaglia gli equilibri nel Grande Medio Oriente. Hezbollah è parte di questo schieramento, quello che sta consolidando l'affermarsi di una direttrice sciita Baghdad-Damasco-Beirut.
A vincere è l'Iran, non l'Arabia Saudita. A vincere è Vladimir Putin, non Donald Trump. E il futuro del Libano non è disgiunto da questa realtà. Che può essere modificata solo se vengono modificati i rapporti di forza sul campo, in Iraq come in Siria, in Yemen come nel paese dei Cedri. Di questo è convinto il futuro re di Arabia, che sta cercando di spazzar via la resistenza sciita in Yemen e che prova a ridare forza militare e unità politica ai ribelli anti-Assad in Siria (compresi i jihadisti del Fronte al-Nusra).
Una foto segna un momento storico. E sancisce una vittoria destinata a cambiare gli equilibri di potenza nel Grande Medio Oriente. Vladimir Putin stringe benevolo e sorridente la mano a Bashar al-Assad. In quella stretta non c'è traccia delle oltre 400 mila vittime di una guerra che dal marzo 2011 ha distrutto un Paese trasformando un popolo, quello siriano, in una moltitudine di profughi. Per "Vladimir d'Arabia", l'uomo che ha spianato la Cecenia, quelle vittime, quei profughi sono solo "effetti collaterali" di una guerra che la Russia ha condotto, prima al Palazzo di Vetro, con l'arma del diritto di veto con cui ha bloccato innumerevoli risoluzioni di condanna dei crimini del regime baathista, e poi combattendo con aerei e "addestratori" a fianco dell'esercito lealista siriano, fianco a fianco dei Guardiani della rivoluzione iraniani e gli hezbollah libanesi.
Se la priorità era la sconfitta dello Stato islamico, quanto meno in Siria, Putin se la intitola. E sarà lui a sedere a capotavola nella "Yalta mediorientale", con a fianco gli alleati di Teheran e Ankara. E dopo Nasrallah, è il presidente iraniano Hassan Rohani a proclamare, in un discorso trasmesso in diretta dalla Tv statale, la fine dello Stato islamico. La fine dell'organizzazione fondamentalista sunnita è stato egualmente proclamato dal generale Qassam Soleimani, uno dei comandanti in capo dei Guardiani della rivoluzione islamica, in un messaggio indirizzato alla guida suprema della Rivoluzione islamica, che è stato diffuso da "Sepah News", il sito internet dei Guardiani.
Dopo la conquista della città di Boukamal, nell'est della Siria, operata dai pasdaran iraniani e dagli hezbollah libanesi, all'Isis, afferma il generale Soleimani, non restano che alcuni villaggi lungo l'Eufrate. Hezbollah, che si considera "vincitore", non intende fare concessioni. E da vincitore, Rohani si è rivolto al presidente francese Macron: "L'Iran – assicura il presidente – non cerca di dominare" il Medio Oriente. Poi, l'attacco al nemico saudita. Rohani fustiga "l'avventurismo di certi principi". Destinatario Mohammad bin-Salman, principe ereditario del Regno Saud.
La diplomazia delle armi è quella che detta legge in Medio Oriente. E le dichiarazioni dei generali anticipano, o affiancano, quelle dei leader politici. In Siria "la fase attiva delle operazioni militari si può dire conclusa", afferma in un comunicato il capo di stato maggiore russo, Valeri Guerassimov. Ma quel che più conta è la parola del "Grande vincitore", "Vladimir d'Arabia", al secolo Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa. La "Yalta mediorientale" si svolge a Sochi, dove il leader del Cremlino ha accolto il suo assistito siriano, Bashar al-Assad, e dove domani, quando Hariri rimetterà piede a Beirut, presiederà il vertice a tre Russia-Iran-Turchia. Al tavolo siederanno il sunnita Erdogan e lo sciita Rohani, il che è già una fotografia che racconta come lo scontro in atto sullo scacchiere mediorientale non può essere letto, semplicisticamente, come sciiti versus sunniti. "Credo che il problema del terrorismo sia universale - ha affermato Putin - molto deve essere fatto per raggiungere una vittoria completa sul terrorismo ma, per quanto riguarda la nostra cooperazione contro i terroristi in Siria, l'operazione militare sta realmente arrivando alla conclusione". Ora servono progressi politici
L'incontro Russia-Iran-Turchia è visto da Riad come un atto ostile, al quale rispondere facendo del Libano, più ancora dello Yemen, la nuova trincea arabo-sunnita. Di certo, né Iran né Hezbollah lasceranno la Siria nelle sole mani di Assad. Teheran impianterà basi permanenti, mentre Hezbollah presidierà il corridoio che unisce la Siria con la Beqaa libanese, da dove passano le armi iraniane e dove si svolgono traffici, come quello della droga, che arricchiscono le casse del Partito di Dio sciita. Ma questo scenario non allarma solo Riad, ma anche Gerusalemme. I proclami di Rohani e Nasrallah sono visti dalla leadership israeliana come una provocazione, l'avvisaglia di uno scontro diretto che farebbe impallidire la guerra dell'estate 2006 tra Israele ed Hezbollah. E il Libano tornerebbe ad essere il principale teatro di battaglia. Nessuno, negli ambienti politici e governativi dello Stato ebraico, crede ad una soluzione politica della crisi in atto, né Israele confida nella possibilità, oltre che nella capacità, di Hariri di costringere Hezbollah a più miti consigli. Su questo, la valutazione israeliana coincide perfettamente con quella saudita.
La fonte libanese lo dice senza mezzi termini: "Le condizioni poste da Hariri verranno respinte o comunque aggirate da Aoun, che ha stretto un patto di ferro con Nasrallah. A quel punto, la palla passerà nel campo sunnita. Aoun è alla ricerca di un sostituto di Hariri, sta sondando, inviando messaggi, sperando di trovare una disponibilità...". Già dei nomi circolano nella capitale libanese: l'ex primo ministro Fouad Siniora, considerato però un "falco" nel campo stesso di Hariri e ostile a Hezbollah; l'altro "papabile" è Najib Mikati, personalità sunnita più accettabile da parte sciita.
Per Riad solo se la sedia di primo ministro – che la Costituzione libanese assegna ai sunniti – resterà vuota, la crisi libanese "esploderà" e a quel punto diventerà una emergenza internazionale. E solo allora, l'Arabia Saudita, con i suoi alleati, potrà rammentare a Donald Trump gli impegni che il presidente Usa si era assunto nel maggio scorso, al vertice sunnita anti-iraniano a Riad. Dalla capitale saudita, The Donald partì con accordi da 350 miliardi di dollari in forniture militari al Regno Saud, e con la determinazione, che ribadì nella sua tappa israeliana all'amico e alleato Benjamin Netanyahu, che l'America non accetterà la penetrazione persiana in Medio Oriente. Il tempo delle promesse sta per scadere anche per l'inquilino della Casa Bianca.


Analisi personale, Israele è in astinenza da guerre e la scusa Hezbollah, minaccia evergreen alla sua esistenza, è quella da sfruttare al volo, Hariri non vuole perchè sa che deve baciare li culo a Hezbollah se il Libano sta ancora un posto relativamente tranquillo. Ecco quindi che arrivano i boss sauditi e il servetto parigino a cercare di convincere Hariri ad accettare che Israele semini vittime nel suo Libano.


hariri dice che sta tornando in libano, i figli rimangono in arabia saudita
che padre modello!


come avete fatto a perdervi questa perla
"Israele è pronta a scambiare informazioni, comprese quelle d'intelligence, con i Paesi arabi moderati per affrontare l'Iran. Ci sono molti interessi condivisi tra noi e l'Arabia Saudita".
Israele e Arabia Saudita pronti a collaborare "per fronteggiare l'Iran" - Repubblica.it
per israele l'arabia saudita è un paese moderato


Saad Hariri premier "congelato" in un Libano infuocato. Ancora 48 ore per una mediazione molto complessa
Saad "l'equilibrista". Nel giorno tanto atteso, dopo le polemiche seguite all'annuncio, da Riad, delle sue dimissioni da premier, Hariri rientra a Beirut, presenzia alla parata per la Festa dell'Indipendenza e al termine del colloquio chiarificatore con il presidente Michel Aoun, decide di "sospendere" le sue dimissioni. Una sospensione "a tempo" – 48 ore - per evitare una rottura drammatica. "Io ho rimesso il mio mandato al presidente Aoun che mi ha chiesto una sospensione al fine di avere il tempo necessario per avviare nuove consultazioni, nella speranza che il Libano possa entrare in una nuova fase" ha dichiarato Hariri al termine dell'incontro a palazzo Baadba, "il mio pensiero va ai libanesi che in questi giorni per me così difficili mi sono stati vicini con il loro affetto".
È solo il primo atto di una lunga e sofferta giornata per Hariri. Per responsabilità istituzionale, non ha rotto con Aoun, ma i suoi sostenitori chiedono chiarezza, pretendono che il leader sunnita spieghi le ragioni del suo comportamento e, soprattutto, indichi quale strategia intende perseguire. A tessere i fili di una nuova trama politica sono in tre: il presidente (cristiano maronita) Aoun, il presidente del Parlamento Nabih Berri e il ministro degli Esteri Gebran Bassil. Il primo obiettivo della triade era circoscrivere gli effetti potenzialmente devastanti delle dimissioni di Hariri. Obiettivo raggiunto, ma la strada resta in salita e il cammino irto di ostacoli, non solo e tanto interni. Nel suo tour diplomatico che ha preceduto il ritorno in patria, Hariri ha incassato il sostegno "condizionato" della Francia. Condizionato all'impegno di provare a non far implodere il Paese dei Cedri, aggiungendo crisi a crisi, destabilizzando ulteriormente un già devastato Medio Oriente. Emmanuel Macron, nell'incontro all'Eliseo, è stato molto chiaro su questo punto: spezzare la corda in Libano, significa aprire una resa dei conti armata per certi versi peggiore di quella che ha segnato la Siria. Perché un Libano senza guida, o in mano a Hezbollah, verrebbe percepito come una minaccia mortale da Israele e dall'Arabia Saudita. E Israele, con i suoi ministri e generali, ha già avvertito che non permetterà che il Libano diventi un feudo iraniano ai confini con lo Stato ebraico.
Hariri sa di giocarsi tutto in questa partita. Sul piano personale e per il destino del Libano. "In questo momento – dichiara Hariri – la nostra patria ha bisogno di uno sforzo eccezionale per superare le difficoltà. E per riuscirci, dobbiamo adottare una politica di neutralità rispetto ai conflitti della regione e a tutto ciò che può perturbare le relazioni con i paesi arabi. Nell'annunciare le sue dimissioni, Hariri aveva accusato Hezbollah e l'Iran di "voler mettere le mani" sul Libano. Teheran aveva rigettato queste "accuse senza fondamento". "Posso assicurare – ha aggiunto – il mio impegno totale in cooperazione con il capo dello Stato al fine di favorire la stabilità e la neutralità del Libano nei conflitti della regione". Le intenzioni sono chiare ma ciò che conta sono i risultati. "La mia intenzione – spiega Hariri – è di avere un rapporto sincero, di verità con tutte le forze politiche che condividano l'impegno di porre gli interessi del Libano al di sopra di tutto".
Gli stessi concetti vengono ribaditi dal premier "congelato" davanti a migliaia di sostenitori che lo attendevano davanti alla sua residenza privata. "Resterò con voi perché tutti assieme difendiamo il Libano, la sua stabilità, la sua arabità", ha detto Hariri, insistendo di nuovo sull'unità del paese. "Il nostro slogan – ha concluso- è sempre lo stesso: il Libano, anzitutto, il Libano sopra ogni cosa!". Un messaggio che ha come primo destinatario il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, il quale mantiene una posizione di apertura al dialogo, ma non intende accettare un ruolo di secondo piano.
Nessuno intende assumersi la responsabilità di una rottura dalle conseguenze imprevedibili, concordano gli analisti politici a Beirut, ma il passaggio cruciale, decisivo, sarà quando dalle affermazioni di principio si dovrà necessariamente passare alle scelte impegnative che vanno ben oltre la spartizione dei ministeri. "Da parte nostra c'è il pieno sostegno all'azione del presidente Aoun, mai come in questo momento garante dell'unità nazionale, quanto ad Hariri, aspettiamo d'incontrarlo per capire meglio le sue intenzioni e la sua idea di neutralità", dice all'HuffPost Walid Jumblatt, leader del Partito socialista progressista libanese e capo della comunità drusa, figura chiave negli equilibri di potere in Libano. "La questione centrale è la differente, opposta, interpretazione della politica di neutralità che è alla base delle dimissioni di Hariri" aggiunge all'HuffPost Philippe Abi-Akl, firma di punta del quotidiano di Beirut "L'Orient Le-Jour", una diversità che "riflette ed è alimentata dalle dinamiche internazionali: non va dimenticato che Saad Hariri aveva posto come condizione per ritirare le dimissioni che Hezbollah cessasse d'intervenire negli affari dei paesi arabi". D'altro canto, concordano gli analisti politici a Beirut, sia pure in modo "soft", nella stessa dichiarazione rilasciata al termine dell'incontro con Aoun, Hariri ha fatto intendere la sua intenzione di discutere, in primo luogo col capo dello stato, del coinvolgimento di Hezbollah nella guerra in Siria, le azioni destabilizzatrici messe in atto contro diversi paesi arabi e, soprattutto, le campagne mediatiche e politiche contro l'Arabia Saudita condotte dal Partito di Dio sciita.
Le sue considerazioni rimandano inevitabilmente al quadro regionale e ai suoi attori principali, che si trovano a Teheran, Riad, Gerusalemme. In questo senso, è indicativo che l'Eliseo abbia informato che il presidente Macron, subito dopo l'incontro con Hariri, ha avuto colloqui telefonici, separati, con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente iraniano Hassan Rohani, ai quali aveva ribadito "l'importanza vitale di lasciare il Libano fuori dalle crisi regionali", come informa l'Eliseo.
"Apprezziamo gli sforzi francesi – dice a HuffPost una fonte del ministero degli Esteri israeliano – ma non è certo Israele a voler mettere le mani sul Libano, e neanche l'Arabia Saudita. Ma 'neutralità' non può significare assistere passivamente a una 'iranizzazione' del Libano, come sta avvenendo per la Siria". La conclusione è perentoria: "In questi anni, anche sotto il governo guidato da Saad Hariri, Hezbollah ha incrementato il suo arsenale, ha sostenuto il regime di Assad e agito come uno stato nello stato. Tutto ciò mina la sicurezza d'Israele e quando si tratta di questo non c'è delega che tenga". Più chiaro di così.
Quanto all'Iran, la risposta a Macron è venuta dal suo omologo Hassan Rohani. Fresco dalla proclamazione della vittoria sullo Stato islamico in Siria, il presidente iraniano ha assunto una posizione interlocutoria, ricordando che "Hezbollah è parte del popolo libanese". Così come lo è Hamas per i palestinesi. Solo che per gli Usa, l'Europa, e il fronte sunnita anti-iraniano Hezbollah non è considerato un movimento di resistenza bensì una organizzazione terroristica, e come tale nella black-list di Usa e Ue. Tanto più ora, che alla Casa Bianca è insediato Donald Trump. Cosa The Donald pensi del Partito di Dio sciita è stato lui stesso a scandirlo il 25 luglio scorso, quando ricevette proprio Hariri: "Hezbollah rappresenta una minaccia per la sicurezza dell'intero Medio Oriente", aveva sentenziato in quell'occasione. E dello stesso avviso è il principe ereditario saudita, Mohammad bin-Salman che ha accusato Hezbollah non solo di essere la mano armata dell'Iran in Siria e Iraq, ma anche di armare le milizie sciite in Yemen, Bahrein e Kuwait, e di essere responsabile del missile balistico sparato dal terreno yemenita verso Riad.




Hariri rinuncia alle dimissioni Una sconfitta per l'Arabia Saudita - Gli occhi della guerra
Saad Hariri è ancora, come del resto aveva detto Michel Aoun, il premier del Libano. Tornato oggi a Beirut per festeggiare i 73 anni dell’indipendenza dalla Francia, il leader sunnita, al termine dell’incontro con il Capo dello Stato, ha detto: “Ho proposto le mie dimissioni al presidente che mi ha chiesto di temporeggiare per avere tempo per nuovi accordi, nella speranza che il Libano entri in una nuova fase”.
Hariri, stando alla trascrizione ufficiale del suo discorso, ha detto di sperare che la sua scelta “spiani la strada a un dialogo responsabile che rinnovi l’impegno rispetto agli Accordi di Taif e al consenso nazionale, e che risolva le questioni controverse con ripercussioni sulle relazioni del Libano con i fratelli arabi”.
Secondo il premier, in “questa fase critica”, servono “sforzi eccezionali da parte di tutti per proteggere” il Paese “dai rischi e dalle sfide”, tenendolo distante “dalle guerre esterne, dalle lotte e dai conflitti nella regione e da tutto ciò che può nuocere alla stabilità e alle relazioni fraterne con i fratelli arabi”. Hariri ha inoltre auspicato una “vera collaborazione con tutte le forze politiche” affinché “prevalga l’interesse del Libano”.
Gli accordi di Taif
Al termine della guerra civile che aveva insanguinato il Libano dal 1975 al 1990, i deputati del Paese dei Cedri, sotto l’egida di una commissione formata da Arabia Saudita, Marocco e Algeria, siglarono gli accordi di Taif (22 ottobre 1989) con lo scopo di disarmare tutte le milizie presenti nel Paese, sia quelle cristiane che quelle musulmane. Quest’accordo fu rifiutato (e non a torto) da Aoun: “I deputati non sono legittimati a concludere trattati con Paesi stranieri. È compito del governo”.
“Il Libano prima di tutto”
Dopo aver presenziato alla parata militare per l’indipendenza, Hariri è tornato a casa, dove è stato accolto da migliaia di sostenitori. “Resto con voi – ha detto il premier alla folla riunita nella zona della sua residenza – continuiamo insieme per essere la prima linea di difesa del Libano e della sua stabilità. È un momento che non dimenticherò. Grazie. Il nostro slogan resterà ‘Il Libano prima di tutto’“.
I sauditi incassano
Almeno questo primo round, non è stato vinto dall’Arabia Saudita che spingeva per l’abbandono totale di Hariri dalla scena politica e, di conseguenza, per la crisi del governo libanese. Qualsiasi cosa si siano detti Aoun e il primo ministro libanese, l’obiettivo è la stabilità del Paese. L’Arabia Saudita sembra aver perso la sua partita in Libano. Almeno per il momento.

