
Originariamente Scritto da
Dr. Gori
Fai un chiaro riassunto di questo articolo max.
Desiderio dell’Altro
Ma come sarebbe la nostra vita se il desiderio, rilanciato, vi riprendesse il suo posto ed il suo ruolo?
In questa nostra cultura che dà per scontata ogni libertà, risulterebbe fastidioso e quasi sconveniente considerarci ancora vincolati ad una robusta fune: il desiderio appunto, il Proteo dei sentimenti, la sartriana “passione inutile”. Desiderio che è sempre desiderio di altro e dell’altro, che ha sempre un complemento di specificazione. Specificazione che tuttavia non ne determina l’intensità, né ne esaurisce la portata. Se avesse come oggetto altro, occorrerebbe specificare quale oggetto. Infatti questo desiderio-di può essere inteso in modi diversi.
Secondo Jacques Lacan, «il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro, in cui dell’ è la determinazione che i grammatici chiamano soggettiva, cioè che egli desidera in quanto Altro (ciò costituisce la vera portata della passione umana). Ecco perché la questione dell’Altro, che ritorna al soggetto dal posto dove questi ne attende un oracolo, nella formazione di un Che vuoi?, è quella che meglio lo conduce alla strada del proprio desiderio»[1].ver18renoir001f
Jacques Lacan negli anni Trenta frequentò il seminario di Alexandre Kojève all’École des Hautes Études di Parigi. Nel 1940 s’innamorò di Sylvia Maklès, moglie di Georges Bataille e nel ’41 ebbero una prima figlia, Judith. Sylvia era un’attrice nota, restata nella storia del cinema per la sua interpretazione in Une partie de campagne, di Jean Renoir (1936). Alla sceneggiatura aveva collaborato Jacques Prévert ed aiuto regista era Luchino Visconti. Nel film recitò anche Georges Bataille, nei panni di uno studente seminarista – ruolo che del resto aveva avuto anche nella vita reale, e forse mai del tutto abbandonato. Com’è noto, il breve film racconta di una gita di due donne, una delle quali era Sylvia Bataille, insidiate da due giovani canottieri. Sylvia resisterà per un po’, per poi cedere alla seduzione ed al desiderio, in una scena memorabile di amore su di un isolotto, in un’atmosfera che ricorda da vicino la sensualità dei quadri del padre del regista, il grande Auguste Renoir.
La scena dell’amore tra Sylvia Bataille-Lacan ed il canottiere offre il destro per esplorare più da vicino il desiderio dell’Altro. Come Sylvia scopre, attraverso il desiderio dell’amante, il proprio, così il nostro desiderare passa per l’alterità. In sensi diversi.
Il nostro desiderio è dell’altro nel senso che desideriamo l’altro da noi, ciò che non ci appartiene già. Ma lo è anche nel senso che il desiderio appunto è dell’Altro: non siamo noi il soggetto desiderante, ma è l’Altro a desiderare, e questo Altro è quanto di più diverso e allo stesso prossimo abbiamo: l’inconscio e le sue funzioni. È lui a desiderare. È lui l’Altro, quello che Lacan scrive con la maiuscola, per distinguerlo dall’altro in quanto prossimo [2].
Nel soggetto si darebbe un Soggetto in grado di trascenderlo: il soggetto lacaniano è barrato ($) proprio perché è attraversato dal discorso dell’Altro. L’“Io è un altro, lo ‘Je est un Autre’” di Rimbaud vuol dire con Lacan che l’Io è anche Inconscio [3]. Un Inconscio dalle caratteristiche ultrapersonali, che incarna le logiche dell’Ordine costituito, del Potere, della struttura simbolica dell’uomo in quanto animale culturale. Ma nella potenza del Grande Altro si darebbe anche l’opposto delle logiche repressive: se le regole non scritte che governano la società sono nel segno della trasgressione al punto che questa diviene legge, allora anche l’Altro incarna l’eccesso. L’eccesso diventa legge, il Super Io parla con la logica dell’intemperanza.
ZizekSlavoj Žižek mette al centro di un suo saggio recente questa riflessione lacaniana. Per sostenere che ai nostri giorni si verifica un rovesciamento rispetto alle caratteristiche superegoiche classiche, freudiane: se prima l’individuo era costretto a reprimere il piacere e il godimento per rispondere ai limiti e ai divieti imposti dal sociale, il soggetto post-storico è al contrario condannato all’eccesso e a dover godere. Il super-io non solo impone divieti, ma anche imposizioni, ugualmente tiranniche, al godimento: «Niente costringe qualcuno a godere, tranne il super-io. Il super-io è l’imperativo del godimento -Godi!»[4].
Per cui il desiderio stesso diviene un’imposizione, vettore di un godimento obbligato, un paradossale dovere etico (Kant corretto con Sade): «La psicoanalisi deve rendersi conto che la vecchia situazione, nella quale la società è portatrice di divieti e l’inconscio di pulsioni sregolate, è oggigiorno invertita: è la società a essere edonista e sregolata, mentre è l’inconscio che regola»[5]. La lacaniana “legge del desiderio”, l’agire che ci dice di comportarci secondo il nostro desiderio, è l’unica cui dare ascolto senza indugi. Mi chiedo se non possa darsi uno scarto tra il desiderio che fa parte dell’ordine simbolico che ci impone di godere, e la nostra legge del desiderio, personale, alla quale dobbiamo rispondere responsabilmente, alla Sartre. Come si diceva tempo, viene proposta una terza via tra la censura ed il piacere obbligato, tutta a vantaggio dei nostri desideri “normali”. L’augurio dello psicoanalista-filosofo sloveno è che ci sia consentito di non godere: non che si sia vietato farlo, ma che almeno cessi di essere un dovere etico, parodiato dalla risate preregistrate degli spettacoli televisivi che ci sollevano dalla scelta se ridere o meno.
Il nostro desiderio è dell’altro nella misura in cui siamo portati a desiderare ciò che gli altri desiderano – mode, stili di vita, futuri: nella misura insomma in cui diviene desiderio mimetico (René Girard). Per cui, “la domanda originaria del desiderio non è direttamente: “Cosa voglio?”, ma: “Cosa vogliono gli altri da me? Cosa vedono in me? Cosa sono io per quegli altri?”[6].
Per un verso almeno, quindi, è il desiderio stesso a desiderarci, il che ci fa sentire attori e insieme passivi nel desiderare; e non tanto e non solo delle realtà che ci compongono: la nostra crescita, le nostre attese, le nostre speranze, ma anche di quel particolare desiderio alla seconda che è il desiderio di essere desiderati. Desiderare l’altro significa anche che il nostro massimo desiderio è incontrare-provocare il desiderio di un altro che ci desideri.
Il primo magistrale araldo di questo sentimento fu probabilmente Dante, capace come nessun altro prima di rappresentarci in un verso la forza di un amore che spinge ad amare a nostra volta. È stato Hegel però, nella Fenomenologia dello spirito, a dare sostanza riflessiva a quel sentimento, comprendendo quanto decisiva sia per la nostra vita il processo di riconoscimento reciproco. In cambio di esser riconosciuto per quell’uomo che sono, mi dispongo a cedere parte della mia libertà. Sono, in grazia dello sguardo dell’altro, dirà Sartre. Il servo rinuncia alla propria libertà, avendo compreso che il vero Signore, il Signore assoluto, è la morte. Lo pre-serva la sua paura, il sentimento tutto umano del timore del limite, del morire: in cambio di protezione, cede parte della propria libertà, rendendo però così dipendente dal proprio lavoro umile (da humus, terreno) il Cavaliere, il Signore che invece ha spregio della morte e combatte anch’egli per il proprio riconoscimento scegliendo però la strategia opposta, il confronto-scontro col suo simile, con chi come lui non ha paura di morire.
Sappiamo che l’autocoscienza del servo s’innalzerà al di sopra della gleba perché capace di tesaurizzare i due momenti: quello fondamentale del chinare il capo, della consapevolezza della non onnipotenza, e quello signorile di che è capace di guardare negli occhi la morte. Che sia il servo a progredire, secondo il ragionamento hegeliano, non deve far ritenere che siano solo servili le caratteristiche dell’uomo nuovo. C’è da tesaurizzare anche dalla figura del Cavaliere, capaci di esprimere quelle virtù e quei sentimenti timotici che probabilmente sono stati trascurati nella cultura alta del secondo Novecento, lasciandoli a torto appannaggio della destra mitizzante e retorica.
Entrambi, servo e signore – nonché la nuova figura che da loro scaturisce – sono pervasi da un inesauribile desiderio di essere desiderati, cioè riconosciuti, rispettati nel loro ruolo e nella loro sostanza spirituale. Di essere riconosciuti, nell’impianto teleologico hegeliano, come gli attori della Storia, i suoi protagonisti, gambe e forze della Libertà incedente. Per noi, convinti che quella dialettica si giochi anche e soprattutto sul piano intrapersonale, resta la lezione di una composizione funzionale della nostra autocoscienza, esito mai esausto di uno scambio/confronto tra una funzione signorile (libidica, assertiva, sprezzante della morte e quindi in fondo serva) e di una funzione servile (negativizzante, questionante, impaurita e quindi al fondo libera).
Ma oggi, oggi che quella grande Storia sembra finita, come si giustifica e cosa promuove ancora la dinamica del desiderio? Cosa e chi desideriamo? Da chi e perché desideriamo essere riconosciuti?
Vale ancora quel che diceva Kleist, secondo il quale la caduta umana dalla grazia non è accompagnata soltanto dalla nascita appunto del desiderio (la spinta a riguadagnare, principalmente attraverso il possesso o la creazione di un oggetto esteriore, ciò che è stato perduto o percepito come mancante), ma che essa inaugura altresì la dolorosa certezza che il corpo del desiderio, non importa se lo s’intenda come un oggetto o come un soggetto, è finito – e da qui che la ricerca desiderante di una trascendenza fisica è infinita? [7]