...e quel tocco magico che li protegge da fallimenti e sconfitte.
Il paradosso a Cinquestelle e quel tocco magico che li protegge - Tiscali Notizie
La parabola discendete delle due sindache: Raggi salverà Roma dai rifiuti grazie a Parma; Appendino vorrebbe cedere ai privati parte del trasporto pubblico. Il 9 gennaio inizia il processo per le nomine in Campidoglio e intanto Virginia dà gli 80 euro a 16 mila dipendenti. Giggino appare stanco. Pomezia, l'ultima grana
[L’analisi] Il paradosso a Cinquestelle e quel tocco magico che li protegge da fallimenti e sconfitte
di Claudia Fusani, giornalista parlamentare
Un paradosso è, genericamente, un fatto che contraddice l'opinione comune o l'esperienza quotidiana. Lo è il centrodestra dove tra Berlusconi e Salvini se ne dicono di tutti i colori eppure stanno insieme. Lo è il centrosinistra che, pur avendo in comune molto più di ciò che divide, marcia separato. Lo sono i 5 Stelle che nonostante i risultati nelle città dove governano e le incoerenze nel programma di governo, restano alti nei sondaggi, intorno al 28%. Come se una polverina magica li mettesse al riparo da gaffe e giudizi negativi su performance, oggettivamente, mediocri. Per non dire deludenti. Gli ultimi dieci giorni sono un paradigma eloquente di tutto ciò.
Salvati dall'epurato
Virginia Raggi alza le spalle, articola un sorriso sprezzante: "Come è noto sono le Regioni che decidono in tema di rifiuti. Poi se Pizzarotti ha da dirmi qualcosa... io in genere lo dico in faccia e non tramite giornali". Nonostante l'aria di Natale e il luogo, la mensa della Caritas della Capitale, la sindaca di Roma sceglie la strada della polemica con il sindaco di Parma ed ex compagno di Movimento anziché mettersi una mano sulla coscienza ed ammettere che sulla gestione dei rifiuti a Roma ha fallito. Attaccare anziché fare l'unica cosa saggia: ringraziare chi tra un paio di giorni metterà a disposizione i tanto odiati (dai grillini) inceneritori ed eviterà alla Capitale il collasso da spazzatura. Nel cuore delle feste, ovviamente. E anche se quel qualcuno, Federico Pizzarotti, è stato il primo sindaco 5 Stelle (2012) ma anche il primo ad essere cacciato per eccesso di autonomia. E per aver acceso l'inceneritore.
Lo scontro tra i due inizia il 22 dicembre quando, di fronte ai cassonetti della Capitale nuovamente zeppi e in pieno allarme per via dei carichi straordinari causa feste e turismo, il comune alza bandiera bianca e dice che non ce la fa. Gli impianti lavorano a pieno ritmo e nonostante i nuovi accordi con le società che fanno capo a gruppo del plurindagato Cerroni, non è possibile garantire la raccolta nei giorni delle feste. Il problema è sempre lo stesso: la Capitale non riesce ad organizzare la differenziata e non è mai stato in grado di indicare il dove e il quando per un inceneritore. A questo punto la Regione Lazio prende in mano la situazione e chiede aiuto ad altre regioni. Tra queste l'Emilia Romagna che gestisce ben otto inceneritori e non solo è autonoma ma spesso va in aiuto alle regioni in difficoltà. Tra gli otto inceneritori c'è quello di Parma, la cui accensione avvenuta nel 2012 poco dopo l'insediamento di Pizzarotti, è costata al sindaco - nel complesso di un modo di intendere il mandato non in quanto telecomandato dalla Casaleggio - la scomunica prima e l'espulsione poi dal Movimento.
La decisione finale sarà il 28 dicembre. Intanto Pizzarotti, eletto al secondo mandato cn una lista civica, il 23 dicembre ha così commentato: «Chi è più inefficiente chiede sostegno a chi è efficiente, ma questo è un alibi che non deve diventare un fatto sistematico. Parma non si sottrae al senso di responsabilità istituzionale, ma è bene chiarire un punto: in cinque anni la nostra città ha raggiunto l'80% di raccolta differenziata, uno dei modelli di eccellenza in Italia e in Europa. Se tutte le città facessero come noi non ci sarebbe bisogno di queste richieste». Il giorno dopo ribadisce il concetto ("sbagliato che a pagare siano i territori che fanno bene la differenziata") e sulla collega sindaca aggiunge: "Raggi poteva almeno telefonare ma i rapporti umani nei Cinque Stelle non sono importanti". Touchè. La risposta è stata l'alzata di spalle di ieri della prima cittadina romana. Che nei giorni scorsi, ironizzando amara sull'albero di Natale più spelacchiato e costoso della storia, disse: "Non farò il secondo mandato. È tanto se concludo viva questo".
Torino, la giunta modello in crisi
E dire che qualche mese fa Chiara Appendino, la giovane laureata in economia figlia della buona borghesia torinese, riassumeva l'identikit della candidata premier. Diciotto mesi dopo la sua vittoria, a sorpresa, su Piero Fassino, per la sindaca di Torino lo scenario è quasi ribaltato. Nell'ultimo consiglio comunale prima della pausa natalizia, la maggioranza è andata sotto perché gli ortodossi non hanno voluto votare un emendamento concordato con il Pd. Negli stessi giorni Appendino ha abbandonato sbattendo la porta una riunione della sua maggioranza sulla crisi dell'azienda di trasporto locale, la Gtt che Comune e Regione stanno provando a salvare. Mancano una ventina di milioni, servirebbe un socio privato, ma gli ortodossi della maggioranza, sempre loro, vogliono restare fedeli al loro mandato: il trasporto resterà pubblico. E così rischia di andare tutto a gambe all'aria. Peggio: una della soluzioni del nodo torinese è chiedere a Deloitte, l'advisor della società dei trasporti, una revisione dei conti in modo da prendere tempo; in questo caso si assisterebbe al paradosso di una forza politica che ha vinto per fare la rivoluzione e combattere la finanza e le banche e che ora si dipende dalla benevolenza di una delle più grosse società di consulenza finanziaria. Non ci sarebbe niente di male. Ma occorre ammettere che la purezza non esiste in politica. Per nessuno. I problemi per Appendino non finiscono qua: ci sono i 1500 feriti di piazza San Carlo e i 21 avvisi di garanzia, sindaca compresa; l'ex capo di gabinetto cacciato perché pizzicato a chiedere di togliere una multa per un amico; i 28 lavoratori in esubero alla Fondazione Musei. C'è soprattutto il sospetto di un bilancio comunale (2016) "falso" secondo i revisori dei conti. Parabole discendenti comuni per le due sindache.
La stanchezza di Giggino
Il candidato premier avrebbe organizzato una squadra di fedelissimi per affrontare la campagna elettorale. Ma Giggino appare stanco e anche per lui il magic touch sembra un po'appannato. Organizza comizi ma trova le piazze vuote. Viaggia molto per incontri istituzionali ma il messaggio è incerto perché ondivago tra la necessità di compiacere e prendere voti a destra e a sinistra. Così Di Maio annuncia, nell'ordine, il "ripristino dell'articolo 18", lo stop ai festivi lavorati e il taglio delle pensioni oltre i 5mila euro netti in quanto "privilegiate". Un triplete che mette in fuga ogni tipo di investitore. Dall'altra parte, per compiacere la destra, Di Maio annuncia che "in caso di referendum, voterebbe a favore dell'uscita dall'euro". E per la stessa ragione i 35 senatori 5 Stelle non erano in aula il 23 facendo mancare il numero legale e ridicolizzando la nuova legge sulla cittadinanza. Ma soprattutto, Di Maio sta preparando il terreno alla vera rivoluzione grillina. "Se non otteniamo il 40 per cento, siamo disposti a governare con chi ci sta" ha detto aprendo nei fatti ad alleanze politiche. Quello che chiese loro Bersani nel 2013. E che i 5 Stelle vollero ridicolizzare. Al momento si possono notare approcci palesi tra Liberi e Uguali e i 5 Stelle. "E comunque non basterebbe per fare una maggioranza" argomentava un pezzo molto grosso dello stato maggiore grillino nel Salone delle feste del Quirinale il 21 dicembre mentre Piero Grasso era a colloquio con senatori e deputati grillini. Sarebbe interessante un'alleanza tra D'Alema e Di Maio.
La carica dei 10 mila
Intanto in casa 5 Stelle ci si prepara alle Parlamentarie. Lo stato maggiore della Casaleggio ha lanciato l'allarme: la stima dei partecipanti si aggira intorno alle diecimila persone. Da qui dovrebbero uscire circa un migliaio di nomi da mettere in lista che si contenderanno un numero di seggi che la Casaleggio stima tra i 250 e i 300. Oggi sono "solo" 135. I Cinque Stelle sono in modalità win-win. Vincono sempre, comunque vada, perché una truppa di 250-300 parlamentari sono soprattutto tanti soldi, contributi al gruppo, relazioni, potere, business. C'è però il problema di evitare quello che è già successo nella "prima" legislatura, l'ingresso di peones avventurieri in cerca di uno stipendio. La Casaleggio sta studiando filtri e selezioni.
Ma a Roma un miracolo c'è stato
Rumoroso il silenzio dei vertici Cinque Stelle su tutta la questione rifiuti nella Capitale. Sono concentrati su quello che accadrà alla ripresa, il 9 gennaio, quando Virginia Raggi inizierà l'udienza preliminare per falso in atto pubblico sulle nomine in Comune. In caso di rinvio a giudizio, il regolamento prevede le dimissioni automatiche della sindaca. Ma a quel punto saremo in piena campagna elettorale. Intanto - in cerca di alleanze pre-festive ed evitare scioperi imbarazzanti durante le feste - Virginia Raggi è stata protagonista del primo vero miracolo del suo mandato. Venerdì prima di Natale, in poche ore, con un comune le cui casse piangono da anni, la sindaca ha sbloccato gli scatti degli stipendi di 15 mila dipendenti comunali su un totale di 23 mila. In pratica darà loro i tanto "odiati" 80 euro. Il 70%avrà l'aumento a partire da ottobre 2017. L'altro 30% lo avrà a partire da febbraio 2018. Gli aumenti non scattavano da otto anni. Ma in Campidoglio non si ha memoria di un blitz così veloce. Non è chiaro cosa ne sarà del bilancio con questo aumento così massiccio.
A Pomezia l'ultima grana
Lo staff della comunicazione cerca di tenere bassa questa polemica ma è dura. Carlo Fucci, sindaco di Pomezia, sta chiudendo il suo secondo mandato (il primo come consigliere comunale, il secondo come primo cittadino), in base al regolamento deve dire addio alla politica ma lui vuole tentare il secondo mandato come sindaco. Di Maio ha già detto che non se ne parla e che Fucci "è fuori". Ma lui insiste. Sotto banco altri gli propongono di "lasciar perdere Pomezia" e di "accettare l'incarico di capo di gabinetto in una importante città". Dove? A Roma? Fucci alza la voce e dice: "Ipocriti". Ce l'ha con i suoi. Impossibile tenere bassa questa polemica. Ma i sondaggi non registrano. E i 5 Stelle restano al 28 per cento.




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