
Originariamente Scritto da
FalcoConservatore
Come dimostrano i numerosi thread aperti da Florian, ma come risulta chiaro dalla verifica dell'origine territoriale dei deputati vicini al Presidente della Camera, il vero nocciolo della questione non sta tanto nella legalità (tema rinverdito da Fini in modo a tratti strumentale solo da qualche settimana, dopo aver convissuto per 15 anni con la cerchia berlusconiana, oggi accusata delle peggiori nefandezze), ma nell'eterna sfida o rivalità fra Nord e Sud del paese. Ancora una volta dobbiamo fare i conti con una frattura che rischia di allargarsi e di disintegrare il paese. Propongo allora alcuni "punti fermi" (con un bel punto di domanda, aperto alle vostre considerazioni ed opinioni):
a) L'unità dell'Italia è un valore imprescindibile: dopo 150 anni, il popolo italiano può ritrovarsi in una tradizione comune (simboleggiata dal Tricolore, dalle Forze Armate, dai soldati della I e della II GM che si sono sacrificati per la Patria, dagli eroi che si sono battuti contro la mafia e la criminalità, dalle Forze dell'Ordine che tutelano il bene della collettività, dalla parte buona e attiva della politica, etc.).
b) Comunque la si pensi, è improponibile ripescare (se non per una analisi storica il più possibile imparziale ed esauriente) fatti e polemiche di 150 anni fa, con lo scopo di rinfocolare le polemiche d'attualità: agli italiani del 2010 poco interessa se l'Unità del 1861 fu l'esito naturale e benefico di un processo guidato egregiamente da Garibaldi e dai piemontesi, od una rapina compiuta ai danni del Sud. E' vero, certe questioni hanno radici antiche, ma la storia non può essere oggetto di un uso polemico spregiudicato.
c) E' giusto che ciascun territorio valorizzi la propria identità locale, ma senza chiudersi in sterili e gelosi campanilismi, col rischio di frantumare il paese proprio nel momento in cui serve uno spirito di unità e di iniziativa per affrontare la crisi economica e le sfide del domani.
d) "Terroni" e "polentoni" presentano qualità e difetti che non vanno nè ridotti nè ingigantiti. Lasciano il tempo che trovano le generalizzazioni ed i giudizi sprezzanti: difficile credere che tutti i meridionali siano dei parassiti, difficile credere che il Nord non abbia motivi per lamentarsi delle inefficienze che pure dati oggettivi segnalano al Sud. Se i primi non possono abbandonare i secondi, questi ultimi (e ci sono vari esempi lodevoli che non possono essere ignorati) devono lavorare affichè ci sia una rigenerazione della classe politica locale, con l'obiettivo ultimo di eliminare gli sprechi e sradicare le connivenze con la criminalità (ma i settentrionali non possono nascondere che anche a Nord vanno risolti molti problemi, e che pure in Lombardia, tanto per citare le ultime inchieste, c'è del marcio). Insomma: bando alle etichette ed ai semplicismi.
e) I patti sono (o almeno dovrebbero) essere sacri, anche quelli elettorali. Senza tanti giri di parole: nel 2008 gli italiani, a maggioranza, hanno votato un programma che contiene una riforma federalista dello Stato. Vogliamo tenerci caro il valore dell'Unità? Ecco, per prima cosa, rispettiamo con fedeltà un programma votato dagli italiani del Nord e del Sud. E' tempo di agire e di rispettare quanto promesso solo 2 anni fa. Sia ben chiaro: le sparate leghiste più estremiste vanno rispedite al mittente. Chi auspica la secessione straparla e non rispetta i patti. Tuttavia, dovrebbe essere evidente che fin qui il Governo ha presentato dei decreti di attuazione del federalismo che rispettano le promesse, e che addirittura hanno ricevuto l'astensione (e non il voto contrario) di buona parte dell'opposizione. Questa è la strada giusta, che nessuno, neppure Fini, può permettersi di bloccare, a pena di un tradimento palese dei patti. Fini si fa portavoce delle diffidenze del Sud, e fino ad un certo punto fa bene a chiedere maggiori controlli sui conti. Ma guai se si rimangerà la parola data.
f) In sintesi: se Fini dirà "no" all'attuazione del federalismo per raggranellare i voti al Sud, allora contribuirà egli stesso alla frantumazione del paese. Senza federalismo (quello contenuto nei patti del 2008, non la secessione mascherata a danno del meridione) potrebbe mancare una valvola di sfogo per le frustrazioni di questo paese, con tutte le conseguenze del caso. Non è una minaccia, è una semplice constatazione: l'unica cosa che viene richiesta a tutti è il rispetto delle promesse e dei patti. Il federalismo deve essere una riforma equilibrata e mediata: non può certo costituire il viatico per la secessione, ma non è neppure immaginabile che permanga lo status quo (chiaramente difettoso).
La corda non può essere tirata nè da una parte, nè dall'altra, a pena di acuire le tensioni (si legga pure: consegnare milioni di voti al Carroccio nel Settentrione, provocare la nascista di un Partito del Sud che non vuole alcun cambiamento).