Omaggio alle Indiane d’America
a cura del Cuib Femminile
Tratto da “Grande Spirito” di Rutilio Sermonti.
Un altro pregiudizio riguardo ai popoli indiani, universalmente diffuso quanto ingiustificato, è che tra di essi la posizione sociale della donne fosse di brutale subordinazione. E sarebbe veramente strano che così fosse stato, tra genti che consideravano la natura come uno specchio dello spirito, dato che, nell’essenziale funzione di perpetuazione della stirpe, la donna riveste un ruolo nettamente preponderante.
Al contrario, sia la vergine che la moglie e madre erano altamente considerate, e la loro volontà aveva grande influenza nelle decisioni dei consigli tribali, anche se era eccezionale che una di loro vi prendesse la parola. Senza dire che guadagnarsi l’ammirazione e il rispetto delle donne della tribù era la massima ambizione di ogni giovane guerriero, mentre essere da loro dileggiati o derisi era la cosa più temuta. Si può affermare quindi che, di fatto, le donne facessero “opinione pubblica” ancor più che gli uomini, pur non accedendo a quello che i Romani chiamavano cursus honorum, e cioè l’insieme delle cariche civili e militari.
Il principio generale, condiviso da tutte le razze indiane, era che ogni cosa o persona dovesse restare fedele alla propria natura…[…]
Con le consuete varianti da nazione a nazione, le donne godevano ovunque di una libertà molto maggiore di quella delle bianche dell’epoca. […]
Il Washburn cita la testimonianza di tale Mary Jemison, una bianca che ai primi dell’Ottocento fu a lungo prigioniera di Irochesi e che, oltre al riguardoso trattamento usatole, attestò che «i doveri delle donne indiane non sono nemmeno la metà di quelli di una donna bianca, e non altrettanto gravosi».
Azione Tradizionale




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