Fini e Berlusconi si preparano al redde rationem di giovedì in direzione - Italia - l'Unità.it
Domenica di riflessione per i due cofondatori del Pdl, in vista di una settimana intensa nella quale si deciderà il futuro del partito. Silvio Berlusconi è ad Arcore. Mentre il presidente della Camera Gianfranco Fini è al mare, a scrivere sia l'intervento che terrà alla Direzione di giovedì prossimo, sia il documento che «al 99%», spiegano i suoi, verrà presentato come base di confronto. Nel frattempo gli sherpa sono al lavoro e i contatti tra finiani e resto del Pdl proseguono senza sosta.
Il clima nel partito non è dei migliori e sono pochi quelli pronti a scommettere su una ricomposizione indolore tra i due leader. Carmelo Briguglio, uno dei deputati più vicini a Fini, ipotizza per la prima volta addirittura la «nascita di un nuovo partito di centrodestra che si riconosca nelle idee del presidente della Camera, legato da un rapporto di coalizione col partito di Berlusconi e con il governo». Ma tra i berlusconiani si minimizza e la prospettiva viene letta più che altro «come una minaccia necessaria ad alzare il tiro nell'ambito della trattativa».
L'ipotesi più realistica, si osserva nella maggioranza del Pdl, è che giovedì venga messo ai voti un documento che potrebbe formalizzare la nascita di una corrente interna che si riconosca nelle istanze dell'inquilino di Montecitorio. Pronta a rafforzarsi in vista del congresso che si terrà entro un anno. Quello dei gruppi indipendenti, aggiungono, sarebbe un passaggio successivo che però porterebbe a una conta interna che al momento vedrebbe Fini «ben al di sotto del 30% che aveva portato come dote iniziale alla costituzione del Pdl». Non più di «otto senatori - assicurano a Palazzo Madama - sarebbero pronti, infatti, a passare con lui».
Favorevole all'idea di un documento da portare in Direzione è il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli che invita i protagonisti della spaccatura a rifuggire «da inutili protagonismi mediatici» perchè l'obiettivo dovrebbe essere «stemperare le tensioni», senza «il tifo di nessuno». Il fatto, si osserva ancora nella maggioranza, è che la trasmissione Tv «L'ultima parola», con un Italo Bocchino e un Adolfo Urso «scatenati», è stata «un vero spartiacque». Prima una ricomposizione sarebbe stata «più a portata di mano». Ora, invece, «tutto è più difficile». I toni di Bocchino contro Maurizio Lupi, si osserva, hanno fatto infuriare non solo il premier, che alcune fonti definiscono «inferocito» per la performance del deputato campano, ma anche la base elettorale. «Abbiamo ricevuto più sms di protesta dopo la trasmissione - racconta un senatore Pdl - che messaggi di congratulazioni per la vittoria elettorale». La contesa, insiste Osvaldo Napoli (Pdl), «è ora più aspra» per colpa «delle dichiarazioni incendiarie e dagli scatti d'umore di qualche colonnello».
E anche tra gli ex-aennini il malumore nei confronti di Bocchino è palpabile. La verità, racconta un fedelissimo del Cavaliere, è che da parte di Berlusconi non c'è più «disponibilità» ad essere conciliante con l'alleato e la voglia di portare la spaccatura alle sue estreme conseguenze sarebbe «tanta». La conta interna intanto è già cominciata. E si parla con insistenza di possibili cambi al vertice delle commissioni parlamentari presiedute dagli ex di An visto che dopo due anni le presidenze di quelle permanenti devono essere riconfermate. «Ma parlare di queste cose - assicura il finiano Fabio Granata - è davvero prematuro. Non ha senso». Ora tutti gli occhi sono puntati all'incontro di martedì tra Fini e i suoi e a quello di giovedì della Direzione. E quest'ultimo, insiste Granata, «non sarà un passaggio neutro». Una decisione, in un senso o nell' altro, dovrà essere presa.
«Io lavorerò - assicura il neo governatore del Lazio Renata Polverini - affinchè non si arrivi alla spaccatura». Ma se si continuerà a litigare nel partito che ha appena vinto le elezioni, sintetizza il ministro Renato Brunetta, gli italiani «ci rincorreranno con un forcone».
Anche se Fabio Granata sostiene che da parte di Fini «non c'è nessuna retromarcia» e che nulla «si è ricomposto», il documento dei 14 senatori varato sabato (in cui si dice no alle scissioni) viene accolto con soddisfazione dai 'berlusconianì: «Rappresenta un implicito invito all'unità dei gruppi parlamentari», dicono Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello. Ma anche il finiano Italo Bocchino cerca di allontanare il dibattito dalle polemiche di chi accusa gli ex aennini di puntare unicamente a nuove «poltrone», per cercare di spostarlo su temi concreti come le «politiche per il Sud».
Fra i pontieri c'è anche Gianni Alemanno, che tuttavia non nasconde una certa preoccupazione: «Stiamo lavorando a una ricomposizione, ma è difficile fare previsioni», riconosce il sindaco di Roma. Nella "guerra" fra i cofondatori, dunque, nessuno dei due arretra, ma neanche attacca. Si lavora dietro le quinte, in attesa della Direzione Nazionale di giovedì. Gli ottimisti sono convinti che si possa arrivare ad un documento in cui da una parte si conceda qualcosa a Fini e dall'altra si dia soddisfazione al premier sul fatto che nel Pdl si deve decidere a maggioranza. Un punto di caduta su cui puntano i "diplomatici", ma che potrebbe non bastare ai "colonnelli".
L'affondo di Farefuturo Ma poi, quante divisioni ha Gianfranco Fini? Al celebre aforisma, implicito sottofondo di questi giorni in cui si parla di ipotesi di gruppi parlamentari autonomi e rischi di scissione nel Pdl, risponde esplicitamente "Ffweb'", la rivista online della fondazione finiana Farefuturo, assicurando che «l'esercito di Gianfranco Fini è molto più potente di quanto immaginano, dentro il palazzo e tra gente. È molto più numeroso. Molto più convinto. È un esercito senza armi, certo. Senza struttura. Senza generali e senza colonnelli. Un esercito senza retorica. E senza rabbia».
Si tratta, spiega Filippo Rossi in un editoriale per il periodico online della Fondazione presieduta da Gianfranco Fini, di «un esercito d'italiani normali che chiedono alla politica quello che la politica non riesce più a dare. Un esercito che non vuole andare alla guerra perchè è composto da 'civilì che non amano mettersi la divisa, che non vogliono prendere le armi. Di 'civilì che coltivano l'arte della discussione e del confronto. Che non hanno una militanza da vantare, un'appartenenza da mettere sul tavolo delle trattative. Di gente, insomma che non capisce, non sopporta, la retorica urlata di una politica autoreferenziale. Di gente che, però, al momento giusto sa scegliere, perchè non è embedded, non è aggregata e non è gregaria». Insomma, un esercito «di gente che pensa con la propria testa. E che non prende ordini e non canta - sottolinea - canzoncine orecchiabili. Perchè è la gente che fa la storia. Perchè sono le idee che fanno la storia. E non la propaganda. È sempre stato così. E sarà sempre così».
Rossi critica la «retorica guerriera degna della penna di qualche giornalista embedded che trasferisce alla pubblica opinione i dispacci dei comandi militari», con le «veline di guerra, bugiarde come tutte la propaganda con le stellette». «Troppi piazzisti di false certezze - osserva - si attardano in elenchi di colonnelli, sergenti, marescialli. È per questo che parlano di 'truppè, come se le questioni poste in questi mesi fossero solo roba di poltrone, roba di visibilità, roba di posti (e territori) da occupare. È per questo che parlano di 'fedelissimì come se la politica fosse roba di bande di quartiere. Ne parlano perchè sperano che sia così. Sperano che non ci sia altro rispetto all'unica realtà che conoscono, fatta di numeri, di noi e loro. Niente contenuti, niente ideali, niente di niente».
18 aprile 2010