Da G. Spadolini, “Da Moro a La Malfa, marzo 1978-marzo 1979. Diario della crisi italiana”, Vallecchi, Firenze 1979, pp. 119-122.
Martedì 21 marzo: esattamente otto giorni fa. Il nuovo governo Andreotti-La Malfa giura al Quirinale. Il vice-presidente del Consiglio è il secondo: il protocollo prevede che la stretta di mano col Capo dello Stato sia successiva alla lettura della formula del giuramento. La voce di La Malfa è di una scabra, quasi sofferta solennità. Il “leader” repubblicano scandisce le parole; un collega di governo, democristiano, mi sussurra all’orecchio, “è la voce di un’Italia che non c’è più”. “Io, Ugo La Malfa, giuro sul mio onore di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e di esercitare le mie funzioni di vice-presidente del Consiglio e di ministro del bilancio e della programmazione economica…”. Qui la pausa, quasi voluta, “nell’interesse supremo della nazione”.
Fu una vibrazione indimenticabile, per chi ebbe la ventura di ascoltarla. Credente nello Stato di diritto, con la fede di un uomo del Risorgimento, La Malfa, questo democratico illuminista modernissimo, con una vena di radicalismo anglosassone, sempre teso alla riforma della società, conservava una specie di fedeltà ai valori quiritari che ne faceva, per certi aspetti, un erede della Destra storica, un contemporaneo di Silvio Spaventa. La lettura di quel giuramento lo collocava nella più netta tradizione risorgimentale, dei “servitori dello Stato”, consapevoli che il dovere di ministro trascende ogni vincolo ideologico e ogni limite di parte.
Il giorno successivo lo andai a salutare nella stanza di vice-presidente che aveva ripreso al terzo piano di palazzo Chigi; la stessa occupata durante il bicolore con Moro, i quattordici mesi cui ritornava sempre la sua memoria, venata da una nota di commosso rimpianto per il presidente democristiano vittima della follia terrorista (nessuna voce, nella Camera italiana, era stata più alta della sua, in quel 16 marzo ’78, con una vena quasi da Vecchio Testamento, con una vibrazione da Ecclesiaste laico. E da allora, da quel 16 marzo, la vita di La Malfa non era stata più la stessa. La lotta al terrorismo aveva dominato i suoi ultimi mesi, suprema sfida cui intendeva opporsi con lo stesso vigore e con la stessa intransigenza con cui aveva combattuto la degradazione economica e sociale del paese. Vi ricordate la solidarietà col prigioniero delle Brigate rosse, durante i giorni delle sofferenze nel carcere oscuro, e il monito ai figli: “in caso analogo non dovrete mai riconoscere la mia calligrafia”?).
Era intento alla elaborazione del programma economico che doveva consegnare pochi giorni dopo al presidente del Consiglio, che avrebbe infatti inviato nella tarda serata del 23 marzo ad Andreotti, proprio poche ore prima del malore mortale. “Questa base programmatica – mi disse – deve porre il governo al disopra delle facili polemiche tra i partiti, che poco hanno a che fare con la realtà dei problemi del paese”. “Qui si immiserisce tutto”: incalzava. Sognava di conferire al tripartito, per il quale tanto tenacemente aveva lavorato, quell’autorità e quel distacco (sottolineò con forza le due parole) che avrebbero dovuto collocarlo, in qualche misura, sopra la incombente e forse inevitabile vicenda elettorale.
Pensava già al dopo-elezioni. Identificava la funzione del governo di piccola coalizione, indicato dal Capo dello Stato nell’ambito delle forze costituenti il patto di solidarietà nazionale, come quella di uno “strumento” di preparazione per le scelte e i necessari incontri di domani. Razionalista, concretista, problemista, con una vena salveminiana, La Malfa aveva sempre lavorato per “disideologizzare” la politica italiana.
Nemico di ogni enfasi, di ogni retorica, aveva cercato di individuare, in ogni momento, i problemi concreti su cui misurare la capacità di resistenza e di tenuta di una classe politica. In questo momento i “problemi” di fondo apparivano a lui due, e due soltanto: la realizzazione del piano triennale, “debitamente aggiornato – aggiungeva – e con impegno di rapida concretizzazione”, e l’attuazione del sistema monetario europeo “come fondamentale legame per l’ulteriore sviluppo della comunità economica europea”.
Non vedeva assolutamente il tripartito come una rottura della politica dell’emergenza, per la quale tanto si era battuto, in mezzo a incomprensioni e a diffidenze di ogni genere. “Il piano triennale – era uno dei motivi ritornanti nella sua conversazione delle ultime settimane – non è stato respinto da nessuna delle forze politiche dell’unità nazionale e neppure da nessuna delle forze sociali, almeno in via di principio”. Su quel varco voleva lavorare, con l’intransigenza illuminista che lo caratterizzava, con la fede indomabile nella ragione, che egli credeva più forte delle passioni e degli idola fori dell’irrazionale collettivo.
Nel vertice tripartito di palazzo Chigi, la mattina di lunedì 19 marzo, aveva riassunto la sua visione politica del governo tripartito in parole che, rilette adesso, assumono quasi il valore di un testamento politico. “Andreotti sa – aveva detto rivolto al presidente del Consiglio, che gli sedeva a fianco – quanto ha contato in anni decisivi della vita politica italiana la collaborazione di forze diverse, laiche e cattoliche”. E assegnava alla piccola coalizione, oggi come ai tempi del bicolore con Moro (il bicolore che aveva visto l’arresto dell’inflazione, il bicolore che aveva visto la riforma tributaria dell’amico Visentini, e altro ancora), il compito fondamentale di ricostruire le basi di quel minimo di solidarietà democratica nazionale necessaria ad affrontare la minaccia del sottosviluppo economico, e quella connessa della degenerazione terroristica. Esattamente l’obiettivo che si era prefisso di raggiungere nei nove giorni in cui aveva tentato di formare il governo, dopo l’incarico di Pertini del 22 febbraio.
Negli ultimi giorni ulteriori ombre si erano addensate sulla vita nazionale. Nell’incontro di palazzo Chigi denunciò i rischi di una ritornante inflazione. Ma soprattutto lo avevano atterrito le notizie sull’attacco alla Banca d’Italia. A proposito: me lo ricordava l’amico Guido Carli. La piccola sala mortuaria della clinica “Regina Margherita”, dove la salma è stata composta prima del trasferimento a palazzo Chigi, era la stesa dove venne composta la salma di Raffaele Mattioli. Forte un ciclo della storia italiana che si chiude.
Giovanni Spadolini, 27 marzo 1979.
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ecco un omoggio di uno storico cattolico tradizionalista 