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    Predefinito Ugo La Malfa, un uomo del Risorgimento (1979)





    Da G. Spadolini, “Da Moro a La Malfa, marzo 1978-marzo 1979. Diario della crisi italiana”, Vallecchi, Firenze 1979, pp. 119-122.


    Martedì 21 marzo: esattamente otto giorni fa. Il nuovo governo Andreotti-La Malfa giura al Quirinale. Il vice-presidente del Consiglio è il secondo: il protocollo prevede che la stretta di mano col Capo dello Stato sia successiva alla lettura della formula del giuramento. La voce di La Malfa è di una scabra, quasi sofferta solennità. Il “leader” repubblicano scandisce le parole; un collega di governo, democristiano, mi sussurra all’orecchio, “è la voce di un’Italia che non c’è più”. “Io, Ugo La Malfa, giuro sul mio onore di essere fedele alla Repubblica, di osservare lealmente la Costituzione e di esercitare le mie funzioni di vice-presidente del Consiglio e di ministro del bilancio e della programmazione economica…”. Qui la pausa, quasi voluta, “nell’interesse supremo della nazione”.
    Fu una vibrazione indimenticabile, per chi ebbe la ventura di ascoltarla. Credente nello Stato di diritto, con la fede di un uomo del Risorgimento, La Malfa, questo democratico illuminista modernissimo, con una vena di radicalismo anglosassone, sempre teso alla riforma della società, conservava una specie di fedeltà ai valori quiritari che ne faceva, per certi aspetti, un erede della Destra storica, un contemporaneo di Silvio Spaventa. La lettura di quel giuramento lo collocava nella più netta tradizione risorgimentale, dei “servitori dello Stato”, consapevoli che il dovere di ministro trascende ogni vincolo ideologico e ogni limite di parte.
    Il giorno successivo lo andai a salutare nella stanza di vice-presidente che aveva ripreso al terzo piano di palazzo Chigi; la stessa occupata durante il bicolore con Moro, i quattordici mesi cui ritornava sempre la sua memoria, venata da una nota di commosso rimpianto per il presidente democristiano vittima della follia terrorista (nessuna voce, nella Camera italiana, era stata più alta della sua, in quel 16 marzo ’78, con una vena quasi da Vecchio Testamento, con una vibrazione da Ecclesiaste laico. E da allora, da quel 16 marzo, la vita di La Malfa non era stata più la stessa. La lotta al terrorismo aveva dominato i suoi ultimi mesi, suprema sfida cui intendeva opporsi con lo stesso vigore e con la stessa intransigenza con cui aveva combattuto la degradazione economica e sociale del paese. Vi ricordate la solidarietà col prigioniero delle Brigate rosse, durante i giorni delle sofferenze nel carcere oscuro, e il monito ai figli: “in caso analogo non dovrete mai riconoscere la mia calligrafia”?).
    Era intento alla elaborazione del programma economico che doveva consegnare pochi giorni dopo al presidente del Consiglio, che avrebbe infatti inviato nella tarda serata del 23 marzo ad Andreotti, proprio poche ore prima del malore mortale. “Questa base programmatica – mi disse – deve porre il governo al disopra delle facili polemiche tra i partiti, che poco hanno a che fare con la realtà dei problemi del paese”. “Qui si immiserisce tutto”: incalzava. Sognava di conferire al tripartito, per il quale tanto tenacemente aveva lavorato, quell’autorità e quel distacco (sottolineò con forza le due parole) che avrebbero dovuto collocarlo, in qualche misura, sopra la incombente e forse inevitabile vicenda elettorale.
    Pensava già al dopo-elezioni. Identificava la funzione del governo di piccola coalizione, indicato dal Capo dello Stato nell’ambito delle forze costituenti il patto di solidarietà nazionale, come quella di uno “strumento” di preparazione per le scelte e i necessari incontri di domani. Razionalista, concretista, problemista, con una vena salveminiana, La Malfa aveva sempre lavorato per “disideologizzare” la politica italiana.
    Nemico di ogni enfasi, di ogni retorica, aveva cercato di individuare, in ogni momento, i problemi concreti su cui misurare la capacità di resistenza e di tenuta di una classe politica. In questo momento i “problemi” di fondo apparivano a lui due, e due soltanto: la realizzazione del piano triennale, “debitamente aggiornato – aggiungeva – e con impegno di rapida concretizzazione”, e l’attuazione del sistema monetario europeo “come fondamentale legame per l’ulteriore sviluppo della comunità economica europea”.
    Non vedeva assolutamente il tripartito come una rottura della politica dell’emergenza, per la quale tanto si era battuto, in mezzo a incomprensioni e a diffidenze di ogni genere. “Il piano triennale – era uno dei motivi ritornanti nella sua conversazione delle ultime settimane – non è stato respinto da nessuna delle forze politiche dell’unità nazionale e neppure da nessuna delle forze sociali, almeno in via di principio”. Su quel varco voleva lavorare, con l’intransigenza illuminista che lo caratterizzava, con la fede indomabile nella ragione, che egli credeva più forte delle passioni e degli idola fori dell’irrazionale collettivo.
    Nel vertice tripartito di palazzo Chigi, la mattina di lunedì 19 marzo, aveva riassunto la sua visione politica del governo tripartito in parole che, rilette adesso, assumono quasi il valore di un testamento politico. “Andreotti sa – aveva detto rivolto al presidente del Consiglio, che gli sedeva a fianco – quanto ha contato in anni decisivi della vita politica italiana la collaborazione di forze diverse, laiche e cattoliche”. E assegnava alla piccola coalizione, oggi come ai tempi del bicolore con Moro (il bicolore che aveva visto l’arresto dell’inflazione, il bicolore che aveva visto la riforma tributaria dell’amico Visentini, e altro ancora), il compito fondamentale di ricostruire le basi di quel minimo di solidarietà democratica nazionale necessaria ad affrontare la minaccia del sottosviluppo economico, e quella connessa della degenerazione terroristica. Esattamente l’obiettivo che si era prefisso di raggiungere nei nove giorni in cui aveva tentato di formare il governo, dopo l’incarico di Pertini del 22 febbraio.
    Negli ultimi giorni ulteriori ombre si erano addensate sulla vita nazionale. Nell’incontro di palazzo Chigi denunciò i rischi di una ritornante inflazione. Ma soprattutto lo avevano atterrito le notizie sull’attacco alla Banca d’Italia. A proposito: me lo ricordava l’amico Guido Carli. La piccola sala mortuaria della clinica “Regina Margherita”, dove la salma è stata composta prima del trasferimento a palazzo Chigi, era la stesa dove venne composta la salma di Raffaele Mattioli. Forte un ciclo della storia italiana che si chiude.


    Giovanni Spadolini, 27 marzo 1979.



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    Predefinito Re: Ugo La Malfa, un uomo del Risorgimento (1979)

    Il testamento lamalfiano (1979)




    Da G. Spadolini, “Da Moro a La Malfa, marzo 1978-marzo 1979. Diario della crisi italiana”, Vallecchi, Firenze 1979, pp. 125-130.


    Lunedì 19 marzo. Riunione collegiale dei tre partiti della “piccola coalizione”, DC, PRI, PSDI a palazzo Chigi. L’ha voluta Ugo La Malfa, contro i tentennamenti o l’indifferenza degli altri. Fautore da sempre della priorità dei contenuti programmatici sulle impostazioni di schieramento, il “leader” repubblicano, che proprio contro la logica paralizzante degli schieramenti si è scontrato durante il suo generoso tentativo di governo a presidenza “laica”, ha chiesto e ottenuto una riunione degli esponenti parlamentari e degli esperti tecnici dei tre partiti intorno a un tavolo, in vista di definire una piattaforma di impegni rigorosi volta non soltanto ad accompagnare l’esistenza, presumibilmente breve, del nuovo governo in via di costituzione quanto a sorreggere le scelte del dopo-elezioni. Quelle cui La Malfa guarda con maggiore ansietà e, vorrei dire, con maggiore sofferenza.
    A quell’incontro manca Zaccagnini, manca Piccoli. È un lunedì mattina, e le leggi ferree dei collegi, connesse a quelle delle soste settimanali aggravate dal caos degli aerei, hanno forse inciso nelle assenze democristiane. Neanche il protocollo di palazzo Chigi deve essere stato, in questa occasione, perfetto: tutto cambia, e raramente in meglio.
    Ma La Malfa ne è egualmente amareggiato. Uomo estraneo, come nessun altro protagonista della politica italiana, a ogni calcolo di potere, lontanissimo, per mentalità e per educazione, lui l’antico amendoliano, da ogni sottinteso di “elettoralismo” giolittiano, La Malfa attribuisce per più motivi una grande importanza a questo governo tripartito di testimonianza, di indicazione per il futuro.
    Prende la parola subito dopo Andreotti. Parte da lontano, svolge un suo discorso, in una certa misura autonomo da quello, realistico e concreto, che col consueto sottile pragmatismo ha sviluppato il presidente del Consiglio, ben consapevole della sorte parlamentare che attende il suo ministero, pienamente condivisa dal suo “vice”. Ricorda la battaglia di dicembre per l’adesione immediata al sistema monetario europeo, contro tutti i falsi consigli degli spesso falsi tecnici, in vista di una opzione politica che ha riunito i tre partiti, protagonisti da trent’anni delle scelte europee ed atlantiche del paese. Sottolinea una testimonianza di Zaccagnini in questo senso, quasi riparatrice della sua assenza.
    Rievoca le fasi della battaglia per l’emergenza, in cui ha prodigato tutte le sue energie. Torna con la memoria alla caduta del bicolore ai primi del ’76 con Moro: un momento di spartiacque decisivo nella storia italiana. Sosta, con una punta di insistenza tormentata, sul tentativo compiuto allora di arrivare alle elezioni politiche del 20 giugno ’76 con uno schieramento tripartito, anticipatore di più larghe convergenze nel segno di quell’emergenza “che scaturiva – aggiunge testualmente – dalla situazione, non era invenzione di questo o di quello”.
    Riprendo le note dei miei appunti. “Siccome sembrava chiaro – disse in quell’occasione La Malfa, cinque giorni prima del malore che doveva condurlo alla morte – che ci si avviava a una battaglia elettorale, proposi che ci si andasse con una formazione tripartita. È evidente – incalzò – che una formazione tripartita avrebbe avuto maggiore forza contrattuale e maggiore capacità di presenza di una formazione esclusiva” (disse esclusiva per non dire monocolore).
    Non più di un cenno, elegante e quasi distratto, alla polemica post-elettorale della DC che dichiarava, non senza qualche nota di lamento, di ritrovarsi sola. Di chi la colpa di quella solitudine? La Malfa pose l’interrogativo senza rispondere, senza chiamare in causa le complesse responsabilità di quella decisione del gennaio-febbraio ’76 in cui il no di Saragat si era unito alle esitazioni o alle incertezze di non poche ali dello scudo crociato.
    “Dal ’76 in poi – sono ancora parole inedite di La Malfa – il non aver visto i problemi di fondo ha portato ad accelerare le situazioni di disgregazione, che non siamo riusciti a riparare neanche col tentativo della maggioranza di unità nazionale”. In quel momento, nell’evocazione di Moro, la mia memoria torna all’ultimo vertice svoltosi in quella stanza, più di un anno fa, esattamente una settimana prima del rapimento di via Fani, presente il presidente della DC che aveva sbloccato la situazione, fattasi a un certo punto difficile, grazie a un diretto contatto con La Malfa.
    Il presidente repubblicano, in quell’incontro conclusivo della nascente e poi così stentata alleanza a cinque, aveva chiesto una verifica periodica, possibilmente trimestrale, degli impegni governativi per la lotta all’inflazione e per il contenimento della spesa pubblica, cardini di qualunque programma serio e coerente di emergenza. C’erano riserve nei comunisti, preoccupazioni nei socialisti. La delegazione DC oscillava. Moro intervenne, col suo linguaggio che sapeva essere scabro ed essenziale nei momenti decisivi, dando ragione a La Malfa, pregandolo di tradurre in un appunto il senso della sua proposta. L’appunto sarebbe stato il cappello dell’intesa definitiva.
    Ricordo che Moro decise di restare anche alla colazione improvvisata a palazzo Chigi, contro tutte le sue abitudini. Anche durante il governo bicolore del quale feci parte, mai il presidente del Consiglio partecipava alle colazioni in piedi, alle colazioni di lavoro, che egli detestava. “Preferisco mangiare a casa, a qualunque ora”: mi disse una volta. Approfittò anche di quell’intermezzo per chiarire con La Malfa e con la delegazione repubblicana i punti in sospeso: la sua volontà, dopo una lunga sofferta meditazione, era di sperimentare la “grande coalizione”, sia pure nei limiti rigorosi che le aveva imposto.
    Nel marzo ’78, non meno che in quella seduta del 19 marzo, La Malfa si preoccupa degli obiettivi da determinare, e degli strumenti per raggiungerli. Illuminista senza illusioni ma anche senza rinunce, crede alla forza della ragione e alla validità dei programmi su essa fondati e da essa ritmati. Si è battuto, senza successo, per una programmazione organica e globale fin dai tempi del primo centro-sinistra, con la famosa “nota aggiuntiva” cui tanti renderanno omaggi tanto tardivi quanto ipocriti; non ha mancato, per quarant’anni, di richiamare tutte le forze politiche e le forze sociali all’assunzione di specifiche responsabilità, in un quadro di riferimento unitario e non in una visione frammentaria ed episodica, vittima predestinata delle rivendicazioni corporative o settoriali.
    In quel vertice tripartito, torna sul “grande valore”, dal punto di vista economico e internazionale, del patto di semi-maggioranza (il tripartito non è una maggioranza parlamentare) che si sta per suggellare: “non in vista di chiudersi in se stessi – aggiungerà – ma proprio con l’obiettivo di coinvolgere su quel programma, su quelle basi rigorose, anche le grandi forze della sinistra, all’indomani della ormai inevitabile prova elettorale”. Coinvolgere: il che lascia aperta la strada a collocazioni parlamentari diverse, e anche divergenti. Piano triennale e sistema monetario europeo: sono i fondamenti della politica del governo, capaci di resistere anche alla temuta ripresa del processo inflazionista, che sarà l’ultimo tema dell’intervento lamalfiano in quel 19 marzo.
    “Nel documento che ti trasmetto – scriverà ad Andreotti in data 23 marzo, poche ore prima dell’emorragia fatale – i pilastri della intera costruzione rimangono così il Piano triennale, debitamente aggiornato e con impegno di rapida concretizzazione, e lo SME come fondamentale legame per l’ulteriore sviluppo della comunità economica europea. Una considerazione speciale – aggiungeva – ha avuto il problema della programmazione che dai sindacati di categoria ed aziendali è inteso in senso assai pericoloso. Poiché le confederazioni hanno interesse alla elaborazione di una programmazione centrale, penso che su questo terreno si potrebbe aprire un varco”.
    La lettera ad Andreotti accompagnava le diciannove pagine di appunti per il programma economico del governo, che egli aveva elaborato dopo quindici giorni di fitti contatti, nella sua qualità di vice-presidente del Consiglio e titolare del bilancio incaricato del coordinamento della politica economica (assumendo questa volta il bilancio, aveva voluto evitare il rischio, corso nel precedente bicolore con Moro, di mancare degli strumenti esecutivi necessari per dare a quel coordinamento un senso e un valore operativi). Il presidente del Consiglio, nel discorso di presentazione del suo ministero minoritario al Senato il 29 marzo, seguirà fedelmente la traccia del suo “vice” già scomparso, assorbendo nel testo stesso, con letterale scrupolo, la parte principale di quegli appunti, su cui si erano consumate le ultime giornate di La Malfa.
    Torneranno, nelle dichiarazioni di Andreotti, anche quelle espressioni finali della lettera del 23 marzo che costituivano una specie di testamento politico, oltre le indicazioni tecniche: “questa base programmatica mi sembra di notevole rilevanza in quanto tale da porre il governo al di sopra delle troppo facili polemiche fra i partiti, che poco hanno a che fare con la realtà del paese, e pertanto di conferire ad esso quella autorità e quel distacco, rispetto alla vicenda elettorale, che l’attuale momento politico richiede”.
    La Malfa non ha fatto in tempo a vedere lo scioglimento del Parlamento, che aveva coinciso col naufragio della politica dell’emergenza tanto generosamente sostenuta in funzione di supremo sforzo di salvezza nazionale. Ma nelle ultime settimane il “leader” repubblicano non aveva più nessun dubbio sul logoramento ed esaurimento della settima legislatura. Se le forze della sinistra, socialisti in testa, avessero voluto veramente evitare il trauma dello scioglimento, avrebbero dovuto offrire un ben maggiore appoggio al tentativo di governo laico da lui incarnato, tentativo cui furono lesinati i sostegni necessari, almeno nei fatti.
    Nel dibattito al Senato sulle dichiarazioni di Andreotti, comprensive del documento La Malfa, qualcuno si è lamentato dell’eccessivo numero di “se” che accompagnava gli appunti lamalfiani sull’economia. “Se si conterrà la spesa pubblica – così suonava il documento La Malfa – nei limiti indicati, se il sistema tributario renderà quanto è previsto nel Piano, se il costo del lavoro non eccederà i livelli che discendono da tale nuova condizione economica, il governo sarà in grado di mantenere gli impegni assunti in materia di investimenti, per creare nuova occupazione e per favorire la crescita del Mezzogiorno”.
    Il governo. Egli pensava già al governo del dopo-elezioni, per il quale lavorava con tanta alacrità ed impegno. La Malfa è morto guardando l’ “altra Italia”, sempre sognata e mai raggiunta.


    Giovanni Spadolini, 2 aprile 1979.




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    Predefinito Re: Ugo La Malfa, un uomo del Risorgimento (1979)

    La scomparsa di Ugo La Malfa - Perseguì il disegno di una egemonia liberal-riformista (1979)






    di Aniello Coppola – “Rinascita”, a. XXXVI, n. 13, 30 marzo 1979, pp. 9-10.


    La scomparsa di Ugo La Malfa, uno dei massimi protagonisti dell’Italia repubblicana


    Nelle fasi decisive della storia democratica scelse sempre una posizione centrale. Il centro-sinistra come occasione per avvicinare il nostro sistema politico al modello europeo. La funzione essenziale di incrocio del dibattito tra forze diverse. Il giudizio sul compromesso storico, tratto dalle cose, diede luogo a polemiche nell’area laica. La capacità di leader che ottiene ascolto e il carattere scomodo di uno personalità che sfugge alla gestione corrente.


    Cinquant’anni di battaglie politiche, di cui più di trenta spesi in prima linea, anzi al vertice del potere, può vantarli soltanto un politico di razza. E sono pochi, pochissimi a stargli a pari in questo itinerario. Ma la sua peculiarità emerge dal temperamento, dall’impronta europea della sua cultura, e da una caratteristica personale ineguagliata anche dagli altri “padri della Repubblica” che hanno vissuto la loro stagione più feconda nel campo del riformismo liberal-democratico. È stato il solo, tra le grandi figure del Partito d’azione – il più fitto concentrato di generali senza esercito – a imporsi per la forza delle proprie intuizioni politiche, tanto da poter contare in ogni situazione assai più dei consensi elettorali che riusciva a raccogliere.
    L’anomalia del sistema politico italiano, uscito dalla rivincita storica delle forze lasciate ai margini dal processo unitario, fu il suo cruccio irrisolto di liberale moderno. Ma il fortissimo senso di sé, intrecciato a un realismo da grande politico, gli diede la sicurezza altera di poter contare per il proprio valore intrinseco, a prescindere dai rapporti di forza. In tutte le fasi decisive della nostra storia democratica si collocò costantemente in posizione centrale, riuscendo sempre a riprendersi dall’insuccesso delle sue pregiudiziali, a riemergere nonostante il vanificarsi delle sue intuizioni precorritrici, a superare le difficoltà che il suo razionalismo illuministico incontrava nel confronto con la realtà spesso prosaica della nostra vita collettiva. Così fu subito dopo la liberazione, quando la questione monarchica fu risolta assai più dal realismo togliattiano che dal moralismo azionistico. Per un paradosso della storia, trovò in De Gasperi l’uomo capace di restituirgli una posizione centrale, insieme con gli Einaudi, i Menichella, i Merzagora, il personale liberal-democratico cui la Dc ricorse per avviare la politica del rilancio capitalistico, premessa del miracolo economico.
    In quella fase l’accumulazione culturale fatta in gioventù dalla scuola di Raffaele Mattioli e dal pensiero economico anglosassone fecero del ministro del Commercio estero Ugo La Malfa il promotore della liberalizzazione degli scambi che spinse gli industriali italiani a uscire dalla nicchia autarchica e protezionistica approfittando dell’inferiorità salariale che rendeva i nostri prodotti competitivi sul mercato internazionale. I risultati di quella operazione, contraddetti peraltro dal declinare del centrismo, lo schema di governo che li aveva favoriti, gli diedero la certezza che il nostro sistema potesse proporsi l’obiettivo di utilizzare lo sviluppo economico come la base di un’operazione mirante ad estendere il consenso al blocco politico-sociale dominante, ad allargare le basi dello Stato mediante l’assunzione al governo del più disponibile tra i partiti del movimento operaio. Si trattava, in altri termini, di avvicinare l’Italia, divenuta la settima potenza industriale, ai modelli politici della grande Europa.
    Con Fanfani, Moro, Lombardi, Nenni (ognuno con motivazioni e con disegni diversi) fu tra i promotori e tra i protagonisti del centro-sinistra, la più ambiziosa operazione politica dell’Italia contemporanea. Se l’ispirazione di Fanfani fu il riformismo sociale di matrice cattolica; se Moro espresse l’ambizione di un giolittismo democristiano; se Lombardi coltivò il sogno di un programmismo rivoluzionario; se Nenni idealizzò l’incontro storico tra socialisti e cattolici come una via di uscita per la crisi interna e internazionale del movimento operaio, La Malfa concepì il centro-sinistra come l’occasione per colmare il fossato che separava la borghesia laica dalla razionalità capitalistica che per lui era sostanza insostituibile della democrazia moderna.
    Con Riccardo Lombardi, il leader repubblicano fu il solo protagonista del centro-sinistra a non rinchiudersi in quella formula di governo come in una rocca ideologica sorda o indifferente ad ogni sollecitazione esterna. Al contrario, in quella fase rifulse la sua concezione di una dialettica politica e ideale senza esclusivismi. E non soltanto per la visione aperta che ebbe sempre della democrazia, ma perché non rinunciò mai al sogno di una egemonia intellettuale e anche politica sull’intero arco delle forze costituzionali, incluso il più forte partito del movimento operaio.
    Non pensò il centro-sinistra né come un’operazione di sfondamento contro il movimento operaio, né come una manovra di aggiramento che avrebbe dovuto tagliar fuori i comunisti e ridurli a surgelati inutilizzabili. Per lui, l’ingresso dei socialisti nel governo era la premessa e la condizione di una espansione politica del sistema borghese-capitalistico. In quegli anni fu il punto di incrocio di un dialogo che lo vide protagonista proprio in forza di quel complesso di superiorità che egli ricavava dall’altissima considerazione che aveva del proprio valore e dalla convinzione profonda che l’ordine sociale in cui si identificava fosse immutabile e disponesse di una forte capacità di autocorrezione e di ammodernamento.
    Le ultime tracce lasciate da La Malfa nella vicenda politica italiana provano che la sua personalità era una originalissima combinazione di fantasia e di realismo, sicché ogni sua intuizione era strettamente correlata all’analisi dei processi reali, nella società e nella sfera politica. Poco conta che egli abbia riletto sempre la storia appena trascorsa come una serie di appuntamenti mancati con le sue previsioni, i suoi ammonimenti, le sue analisi. Val meglio constatare che, nel campo laico, è stato il primo a percepire che la crisi economica, l’evoluzione del partito comunista e il cambiamento della geografia elettorale avevano sommerso gli ancoraggi sui quali il nostro sistema politico si era stabilizzato per decenni.
    In consonanza con Moro, ne ricavò la convinzione che non fosse più possibile governare contro o senza i comunisti. Più libero dai condizionamenti soggettivi e oggettivi che frenavano il presidente democristiano, si azzardò a parlare di ineluttabilità del compromesso storico. Questo suo giudizio suonò come iconoclastico per quanti, nel settore laico-radical-socialista, dal 20 giugno 1976, salmodiavano esorcismi contro l’abbraccio democristian-comunista che avrebbe inesorabilmente soffocato le forze intermedie. Si parlò di tradimento dei laici e il tradimento fu interpretato come il segno che La Malfa si apprestasse ormai a buttarsi alle spalle l’intero patrimonio politico accumulato in mezzo secolo di polemiche con i suoi “carissimi nemici” e si predisponesse a fare da garante laico dell’intesa tra i comunisti e i democristiani. La polemica probabilmente gli costò l’elezione a presidente della Repubblica. Ma la scarsa fondatezza di tale sospetto risultò abbastanza chiara nelle successive vicende, che videro sfilacciarsi la grande maggioranza, fino alla formazione del governo in cui aveva assunto, per mandato del Quirinale, la funzione di vice-presidente del Consiglio e di guida della politica economica. La costante del suo disegno politico restò sempre quella di una egemonia liberal-riformista sul movimento operaio.
    Se il livello di un leader si misura dal raggio di influenza del suo pensiero e della sua iniziativa, ebbene La Malfa ebbe in massimo grado potere di ascolto e forza di incidere sulle forze politiche più diverse e lontane. E a dispetto del suo atteggiamento predicatorio, della sua vocazione pedagogica, dei suoi sbalzi di umore, del suo gusto un po’ gigionesco per la funzione carismatica del leader. Mai felpato o accomodante, pur essendo maestro nelle ruses de guerre della politica, le sue sortite hanno avuto sempre una sigla personalissima, tipica di un personaggio ribelle alle convenzioni e ai condizionamenti che imbozzolano le mezze figure, gli omuncoli della politica.
    Solo i partiti che egli riusciva a modellare a propria misura erano in grado di sopportarne la personalità cruda e prepotente, il fervore intellettuale, gli scatti imprevedibili eppure magistralmente studiati, la naturalezza con la quale recitava la parte del mattatore, il coraggio della impopolarità. Non è stato il solo grande personaggio scomodo, anche per chi gli fu più vicino. Ma a lui non è mai capitato di farsi sottrarre il potere di comando da qualche luogotenente addetto all’intendenza, o di dover patteggiare il potere con un giovane delfino impadronitosi dell’apparato. È rimasto sempre leader in senso assoluto, disdegnando di contrattare con chi non avesse la sua taglia, e non facendosi mai invischiare in defatiganti negoziati sottobanco per la gestione degli affari correnti. Anche in questo, resta un modello ineguagliato nell’universo politico nazionale.


    Aniello Coppola



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    Predefinito Re: Ugo La Malfa, un uomo del Risorgimento (1979)

    Aggiungendo un'altra testimonianza in partibus infidelium ecco un omoggio di uno storico cattolico tradizionalista

    IL PENSIERO DI UGO LA MALFA

 

 

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