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Discussione: Ernst Jünger

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    Predefinito Ernst Jünger

    Ernst Jünger



    Ernst Jünger è probabilmente uno dei volti più noti della Rivoluzione Conservatrice. Nacque il 29 marzo 1895 a Heidelberg, primo di sette figli, tra cui l’affezionato fratello Friedrich Georg (1898 – 1975), anch’egli poi scrittore rivoluzionario-conservatore. Il padre, Ernst Georg, era farmacista e si spostò spesso, durante l’infanzia dei figli, da una città all’altra della Germania. Questo portò il giovane Ernst ad avere difficoltà a scuola, ma a coltivare interessi personali, come la lettura, l’entomologia e la poesia. Nel 1911 s’iscrisse al movimento giovanile dei Wandervögel, un’organizzazione di carattere romantico e scoutistico. Due anni dopo, appena diciottenne, fuggì da casa per arruolarsi nella Légion étrangère in Nord Africa (in foto), da cui evase due volte per cercare di raggiungere l’Africa equatoriale: un’esperienza narrata più tardi nel libro Ludi africani (1936). Dopo appena due settimane, il padre, agendo attraverso il Ministero degli Esteri tedesco, ne chiese il rimpatrio.

    Nel 1914 Jünger affrontò anticipatamente l’esame di stato (Abitur), per arruolarsi come volontario al fronte nel 73° Reggimento Fucilieri “Gibraltar”. Ferito a Les Eparges (aprile 1915), seguì un corso da alfiere durante la convalescenza, divenendo ufficiale, e passando poi a comandare i reparti d’assalto (Stoßtruppen). Nei due anni successivi combatté nella Battaglia della Somme a Guillemont e Combles, nella Battaglia della Somme a Guillemont e Combles (agosto 1916), nella Battaglia di Arras (aprile 1917), nella Terza Battaglia di Ypres (luglio e ottobre 1917), nella Battaglia di Cambrai (novembre 1917) e nell’Offensiva di Primavera (marzo 1918), venendo ferito in tutto quattordici volte e decorato con la Croce di Ferro di Prima Classe (gennaio 1917), con il Kronenorden von Hohenzollern (novembre 1917) e infine la Pour le Mérite, la più alta decorazione prussiana (settembre 1918), ricevuta a soli 23 anni, nonostante il parere contrario di Hindenburg, e di cui fu l’ultimo sopravvissuto tra i portatori.

    Nel dopoguerra, rimase nella Reichswehr (l’esercito di Weimar) fino alla sua demobilitazione (1923). Poi si dedicò a studi universitari (che non terminò) a Lipsia e a Napoli, seguendo corsi di zoologia, botanica e filosofia. Divenne comunque un entomologo di una certa importanza, tanto che fu attribuito il suo nome ad alcune specie d’insetti da lui scoperte. Nel 1925 si sposò con Gretha Jensen, da cui ebbe due figli, uno, Ernst (detto Ernstel), battezzato come luterano, e l’altro, Alexander, battezzato come cattolico, con il giurista Carl Schmitt quale padrino. Nel frattempo, a partire dalla pubblicazione del romanzo autobiografico Nelle tempeste d’acciaio (1920), e di altre opere (La lotta come esperienza interiore, Il tenente Sturm, Boschetto 125, Fuoco e sangue, Il cuore avventuroso), che narravano le sue esperienze al fronte, divenne una figura di spicco negli ambienti della Destra nazionalista e reducista. Fece parte dei Freikorps e scrisse su varie riviste dell’area, diventando amico intimo di grandi figure intellettuali quali il filosofo Martin Heidegger, il giurista Carl Schmitt, il nazionalbolscevico Ernst Niekisch, lo scrittore Ernst von Solomon, e il discepolo Armin Möhler, che fu a lungo suo segretario.

    Verso la fine degli anni ’20 il suo pensiero ebbe un’evoluzione importante: un allargamento della propria teoria. Fino ad ora, egli aveva messo in rilievo il carattere totalizzante e distruttivo della guerra moderna e sottolineato il maggior risalto ch’essa dava alla figura del soldato come guerriero (Krieger), che in questa situazione mette alla prova le proprie capacità umane. Con i saggi La mobilitazione totale (1929), Il dolore (1934), ma soprattutto L’operaio. Dominio e forma (1933), questa prospettiva è estesa dall’ambito bellico all’intera società moderna. Si tratta di portare all’estremo la situazione di guerra, creando una società mobilizzata anche nell’ambito dello studio e del lavoro. L’operaio (Arbeiter), attraverso la disciplina, ottiene il dominio sulla tecnica. Quest’opera ebbe un grande successo, tanto che Heidegger gli dedicò due cicli di lezioni (1934 e 1939-40) e ne trasse ispirazione per il suo discorso sull’Università tedesca, mentre Evola vi scrisse un commento esaustivo e profondo.

    Con l’ascesa al potere di Hitler, che apprezzava molto la sua figura e i suoi scritti, a Jünger fu offerto un seggio al Reichstag e la presidenza dell’Accademia Tedesca dei Poeti, ma egli rifiutò entrambi. Già pochi anni prima aveva respinto le profferte politiche di Goebbels, che più tardi dovette affermare: «Abbiamo offerto a Jünger ponti d’oro, ma lui non li volle attraversare». Come ad altri rivoluzionari-conservatori, anche a lui ripugnava un certo stile volgare e demagogico del nazionalsocialismo, ed era scettico circa i loro progetti grandiosi. La sua casa fu perquisita dalla Gestapo e l’uscita dei suoi libri messa sotto silenzio dalla stampa. Nel 1939 Goebbels, a una conferenza pubblica, gli domandò: «E ora, Herr Jünger, cosa ne pensa?». La risposta dello scrittore non si fece attendere: fu il romanzo breve fantastico Sulle scogliere di marmo, un capolavoro nella forma che narra il passaggio violento di una terra idilliaca dall’ordine tradizionale a un regime barbarico e totalitario. A questo punto, Göring e Goebbels avrebbero voluto liquidare Jünger (come già era stato fatto con altri esponenti della Destra tedesca, quali Niekisch, imprigionato, e E. J. Jung, assassinato), tuttavia Hitler, ammiratore dello Jünger scrittore, si oppose fermamente.

    Nell’agosto 1939, egli fu richiamato alle armi col grado di capitano, comandando dapprima una postazione della Linea Sigfrido, poi partecipando all’avanzata in Francia. Dal 1940 al 1944, fu di stanza alla guarnigione di Parigi, come membro dello stato maggiore del comandante la piazza, il generale Stülpnagel. Oltre al lavoro d’ufficio e alle escursioni entomologiche, frequentò i salotti artistici ed intellettuali di Parigi, conoscendo, tra gli altri, Braque, Céline, Cocteau, Colette, Gaston Gallimard, Florence Gould, Sacha Guitry, Jouhandeau, Léautaud, Montherlant, Paul Morand, il capo della resistenza clandestina Jean Paulhan e il famoso pittore Picasso. Inoltre continuò ad essere una figura importante in quegli ambienti legati all’opposizione militare al regime, tanto che il suo libello “La pace” (pubblicato poi nel 1946), delineante un futuro ordine europeo rivoluzionario-conservatore, fu inviato a Rommel a mo’ di scritto programmatico. Tuttavia, dopo il complotto del 20 luglio, non furono trovate prove a suo carico, e fu soltanto dimesso dall’esercito con disonore. Nel frattempo, ebbe la notizia della morte del suo primogenito, Ernst, cadetto della Kriegsmarine, presso Carrara, dove era in forze ad un battaglione di disciplina, stante la sua punizione per attività sovversiva.

    Nel 1945, fu riarruolato come comandante della locale compagnia del Volksturm, ruolo in cui si adoperò per limitare le distruzioni e le vittime presso i civili. Dopo la guerra, rifiutò di compilare il formulario per la denazificazione, e inizialmente gli fu proibito di pubblicare dagli occupanti. Si spostò allora a Ravensburg, sul Lago di Costanza, nella zona d’occupazione francese, dove questo diritto gli fu concesso. In poco tempo però conobbe una discreta riabilitazione, anche per la sua opposizione in opere come Sulle scogliere di marmo, che fu definita da un critico, con gran scandalo di molti antifascisti, l’unica opera di resistenza scritta in Germania dopo il 1933. Continuando la sua attività di scrittore, pubblicò in tre riprese (Giardini e Strade, Irradiazioni, L’anno dell’occupazione) i diari degli anni legati alla sua seconda esperienza bellica, dal 1939 al 1948, nonché il romanzo fantastico Heliopolis, narrante la lotta per il potere all’interno di un regime dittatoriale tra due fazioni, una aristocratica ed una demagogica.

    Ebbe poi un importante dibattito filosofico sul nichilismo con Martin Heidegger, a cui dedicò gli scritti Oltre la linea (1950) e Al muro del tempo (1970). Di fronte al pessimismo heideggeriano riguardo al dominio della tecnica sull’uomo e al conseguente dominio del totalitarismo (non importa se bianco, rosso o bruno), Jünger esprime un cauto ottimismo, sostenendo che la Linea, ovvero il meridiano zero del nichilismo, (il “meriggio” per dirla in termini nietzscheani), sia già stato sorpassato. Riprende quindi la tesi nietzscheana del nichilismo come fase intermedia patologica tra un passato retto da valori supremi e un futuro fecondo di nuove realizzazioni, per cui s’impone all’individuo di passare dal dubbio a un realistico pessimismo all’azione per superare questa fase e creare nuovi valori.

    Nel libro successivo, Il trattato del ribelle (1952), viene prospettata quindi l’idea del “passare al bosco”, cioè sottrarsi al nichilismo, rifugiandosi in quelle oasi rimaste ricche di significato. È la teorizzazione della figura del Ribelle, che lotta contro il totalitarismo moderno, difendendo la propria sovranità d’individuo e rispondendo unicamente al tribunale interno della propria coscienza. Ciò perché il nichilismo di oggi è un problema che può essere affrontato da pochi individui, ma può allo stesso tempo portare a nuovi inizi.

    Dopo la guerra, Jünger si trasferì stabilmente nel villaggio di Wilflingen, in Alta Svevia (1950), dove prese dimora nella foresteria del maniero dei Conti von Stauffenberg (autori dell’attentato a Hitler del 20 luglio). Tuttavia continuò i suoi viaggi in tutto il mondo, iniziati già negli anni ’20, di cui lasciò traccia nei numerosi diari di viaggio (Myrdun, Terra sarda, Il contemplatore solitario fra gli altri). Nel 1955, recuperò le spoglie del figlio, con l’aiuto del suo traduttore Henry Furst, Giovanni Ansaldo e un giovanissimo Marcello Staglieno. Durante la sua vita, sperimentò diverse sostanze stupefacenti (etere, hashish, cocaina, mescalina), stringendo infine amicizia con il chimico svizzero Albert Hoffmann, inventore della dietilammide dell’acido lisergico (LSD), con cui sperimentarono questa droga. Le sue esperienze sono riecheggiate nel racconto Visita a Godenholm (1952), ermetico e insieme pregno di simbolismo tradizionale, e nella raccolta del 1970, Avvicinamenti: droghe ed ebbrezza. Nel 1960 rimase vedovo e si risposò dopo due anni con l’archivista e insegnante Liselotte Löhrer nata Bauerle, che gli sopravvivrà.

    A partire dagli anni ’50 l’editore Klett Cotta di Stüttgart, per conto di cui egli dirigeva, insieme a Mircea Eliade, la rivista di studi esoterici Antaios, cominciò a pubblicare la sua opera omnia. Sarà l’unico scrittore tedesco, insieme a Goethe, Klopstock e Wieland a vedere pubblicate due edizioni delle proprie opere complete. Continua naturalmente l’attività filosofica sempre legata al rapporto tra etica del singolo e politica: nel 1953, pubblica Il nodo di Gordio, frutto delle sue discussioni insieme a Carl Schmitt su Oriente e Occidente. Fanno seguito, tra le opere più importanti, il romanzo fantascientifico Le api di vetro (1957) e i saggi Al muro del tempo (1959) che riprende varie tematiche di Oltre la linea, Lo stato mondiale (1960) e Tipo, nome, forma (1963). Questa riflessione e la mutata situazione storica lo portò a rivedere e ‘aggiornare’ la figura del Ribelle in un nuovo tipo: l’Anarca.

    Fondamentale per la descrizione di questo tipo è il romanzo fantastico Eumeswil (1977), che chiude la trilogia iniziata con Sulle scogliere di marmo e proseguita con Heliopolis. Qui il protagonista, Martin Venator, servitore distaccato del Condor, tiranno di Eumeswil, simile per molti versi a uno dei cesari di Spengler, conduce la sua vita all’ombra del regime, mantenendosi sempre libero e sovrano. Tutto il libro è pervaso dalle sue riflessioni sull’Anarca, da distinguere dall’anarchico. Anzi, l’anarca sta all’anarchico, come il monarca sta al monarchico. Si può dire valga qui perfettamente quella massima di Evola: «Fa’ che ciò su cui non puoi nulla, nulla possa su di te». Di grande interesse è anche il romanzo breve Il problema di Aladino (1983), il cui protagonista è un ufficiale prussiano nella Polonia comunista, che fugge in cerca della sua libertà.
    Nei suoi ultimi anni, Jünger, benché avesse affermato di non rinnegare nulla della sua vita, era ormai pienamente riabilitato agli occhi di buona parte della società tedesca, che riconosceva i suoi meriti, indipendentemente da pregiudizi ideologici. Il suo stile letterario, conciso ma originale e brillante, e la grande esperienza di vita e di pensiero che ne traspariva, gli valsero molti riconoscimenti. Nel 1981 ricevette il Premio Mondiale Cino del Duca, «per il suo messaggio di umanismo moderno». Nel 1984, in occasione del 70° anniversario della Prima Guerra Mondiale, parlò al memoriale di Verdun, insieme con il cancelliere tedesco Helmut Köhl e il presidente francese socialista François Mitterrand, entrambi suoi ammiratori.

    Negli anni ’90 continuò a scrivere e a curare l’edizione delle sue opere, ma anche a dedicarsi al proprio orticello e alle sue passioni come le passeggiate, l’entomologia e la lettura. Nel 1993, il secondogenito Alexander, rimasto paralizzato dopo un incidente, si tolse la vita. Il suo centesimo compleanno fu festeggiato da tutta la Germania, fu invitato a Venezia dal sindaco Cacciari, e ricevette la visita nella sua dimora rurale di Wilflingen di uomini di lettere e capi di stato, tra cui Köhl e Mitterrand. Negli ultimi tempi si era riavvicinato alla religione, per cui comunque aveva sempre avuto una particolare sensibilità, convertendosi al cattolicesimo il 26 settembre 1996. Morì infine, poco prima di compiere i 103 anni, il 17 febbraio 1998. Era nato nell’anno in cui furono inventati i raggi X, morì l’anno in cui fu fondato Google.


    Ernst Jünger: attraverso il XX secolo

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    Predefinito Rif: Ernst Jünger

    Jünger, ribelle della modernità



    Il 29 marzo del 1998, Ernst Jünger avrebbe dovuto compiere 103 anni. Il 17 febbraio dello stesso anno, tuttavia, si spegneva all’ospedale di Riedlingen nei pressi di Wilflingen nell’Alta Svevia, dove abitava da lungo tempo. I commenti sulla stampa dell’epoca furono quasi tutti di questo tipo: «È scomparso il testimone del Novecento». Nato nel 1895 ad Heidelberg, città dei filosofi, Jünger era stato protagonista degli eventi più importanti del secolo trascorso a cominciare dalle due guerre mondiali. Noto per esser stato parte essenziale di quella corrente di pensiero conosciuta come “Rivoluzione conservatrice tedesca”, ebbe interessi sterminati: dall’entomologia ai romanzi polizieschi di cui fu anche singolare autore (Eine Gefährtliche Begegnung – 1985). La raccolta dei suoi diari (di guerra, ma non solo), resta a detta di tutti un gioiello della letteratura del ‘900.

    Una retrospettiva sull’attività del Nostro condurrebbe lontanissimo coincidendo, almeno in parte, con la storia d’Europa, fino ai primi anni del secondo Dopoguerra. Più utile una disamina sulle figure che Ernst Jünger ha saputo tratteggiare nel corso del suo interminabile percorso intellettuale. Cronologicamente è dal soldato che bisogna partire. Jünger va ricordato per averci trasmesso un’idea della guerra (ci riferiamo alla prima delle due guerre mondiali), che rimarrà come manifesto di uno spirito eroico per molti da imitare (ma a nostro giudizio inimitabile). Jünger mostra il lato della guerra che rifugge da un approccio morale; le sofferenze sono soltanto le sofferenze di un uomo in trincea, i morti non hanno nome, né famiglie ad attenderli, l’eroismo, in situazioni limite non può non prescindere dalla pietas e in sostanza dalla normalità dei sentimenti. Da questo punto di vista la sua opera più celebre e innovativa è In Stahlgewittern (Nelle tempeste d’acciaio), un diario-romanzo, pubblicato a due anni dalla fine della Grande Guerra. Il giovane Ernst vi appare come l’uomo dell’obbedienza e del silenzio. C’è uno Stato Maggiore da qualche parte del Reich che somministra piani di guerra ai sottoposti e c’è un protagonista solitario d’un evento e d’un libro: il soldato che sconosce le decisioni prese dai superiori e le motivazioni di respiro strategico delle azioni intraprese. In Stahlgewittern è un libro moderno, si dice, poiché mostra senza perifrasi le conseguenze dei conflitti, appunto, moderni. È un libro pensato all’interno d’un cimitero in pieno giorno, quando nessuna immagine può sfuggire allo sguardo sul filo delle lapidi.

    Gli europei stanno combattendo una guerra terribile che richiama alla mente una sola parola: coraggio. Quel che importa non è la solidità delle trincee ma l’animo degli uomini che le occupano. Nell’inferno del Vecchio Continente, la scoperta della Materialschlacht (la «battaglia dei materiali») è l’evento cardine nel processo di formazione delle idee jüngeriane, il valore individuale sembra annullato dallo strapotere della tecnica. La meccanizzazione della guerra e le conseguenze che ne discendono, saranno comprese dal soldato-Jünger in tutta la loro forza epocale. Si può essere ancora men without fear? È questo l’interrogativo che conta.

    Finisce la guerra. Inizia la parentesi della repubblica di Weimar (1919-1933). Der Arbeiter. Herrschaft und Gestalt (L’Operaio. Dominio e forma – 1932) è l’opera teoretica più importante di questo periodo e forse di tutta la produzione jüngeriana. Attraversando temi e stili diversi Jünger è arrivato alla seconda figura importante: il tipo dell’operaio (o milite del lavoro). Essa non appartiene ad una classe e soprattutto non ha legami di continuità con i regimi storici pre e post rivoluzionari: il lavoratore non è il quarto stato, né custodisce al proprio interno valori esclusivamente economici. Nel lavoratore Jünger vede una «forma particolare agente secondo leggi proprie che segue una propria missione e possiede una propria libertà», un tipo a se stante dunque, il protagonista della modernità destinato a sostituirsi all’individuo e alla comunità. L’avanguardia di una nuova «forma» che non subirà alcun tipo di uniformazione. Nell’era dell’operaio, la massa non sarà più un agglomerato amorfo ma un insieme composto di cellule con una propria gerarchia di quadri. La volontà dei capi sarà la volontà di tutti e quest’ultima, espressione delle volontà particolari. L’idea jüngeriana del lavoro oltre ad eliminare le contraddizioni all’interno della società borghese darà all’uomo la libertà e la forza desiderate.

    Cosa unisce il combattente delle trincee, con questa figura epocale? L’interrogativo non è ozioso. C’è in proposito una ricca letteratura. Nel libretto di Delio Cantimori: Tre saggi su Jünger, Moeller van den Bruck, Schmitt, per esempio, il milite del lavoro è l’asceta costruttore di una nuova società, «la cui rinunzia ad ogni personale sentimento e ad ogni motivo d’azione individuale, il cui contegno generale posson esser paragonati solo con quelli del soldato, del milite, come s’è presentato specie verso l’ultima epoca più meccanica della guerra mondiale». In realtà l’operaio è una figura limite.

    Esso si delinea in senso essenzialmente dualistico: erede diretto del soldato, dell’asceta guerriero e principio cardine e chiave di lettura ontologica. Figura a un tempo storica e astorica: nato ma destinato a mai perire. Il soldato è una figura empirica, occasionale, l’operaio invece è una figura quasi metafisica. Eroi entrambi. L’uno legato ai fatti di guerra, l’altro simbolo d’una nuova era.

    Soldato e operaio: due figure diverse dunque. Due entità poco confrontabili, misure e tempi che non coincidono. Ma c’è una cosa in comune: lo sforzo jüngeriano di eternizzare la posa del combattente, di trasferire lo spirito della vittoria nello spirito del dominatore civile, nell’uomo moderno tout court. In questo senso possiamo considerare Der Arbeiter un libro di guerra messo su in tempo di pace.

    Al soldato s’addice la “tempesta” (l’alternarsi degli elementi: comincia a tempestare, finisce di tempestare…), l’operaio è invece legato all’“acciaio”, al panorama d’una modernità tipologica al confine tra fisica e metafisica.

    Ma non è tutto. C’è uno Jünger del dopoguerra (quello superficialmente conosciuto come ribelle) che attraverso saggi e romanzi (Heliopolis - 1950, tanto per cominciare e anche l’arcifamoso Der Waldgang - 1951), tratteggia una figura se vogliamo ancor più complessa dell’operaio. Si tratta dell’anarca, o di colui che va incontro al bosco. C’è una dimensione a un tempo “naturale” ed escapista nello Jünger del secondo Dopoguerra (non dimentichiamo peraltro né la sua fama di contemplatore solitario né di studioso del regno degli insetti).

    Dopo aver rappresentato la modernità con le sue cornici teorico-pratiche, dopo averci detto che nessuno sarebbe sfuggito al destino di lavoratore e uomo massa (seppur fosse nelle sue capacità il non farsi annullare da questa), l’uomo di Heidelberg decide di abbandonare le posizioni. C’è dunque una singolarità in questo terza figura jüngeriana. Quello che è stato chiamato il ribelle è in realtà un uomo che smette la «divisa» del combattente.

    Del resto dopo averci detto verso quale abisso correva il genere umano (e dopo aver esplicitato a un tempo «forma» e rimedi), Jünger ha preferito occuparsi anche d’altro.

    Quel che c’era da dire era stato già detto: l’eroe di guerra ha scelto di proseguire la vita cacciando farfalle.

    * * *

    Tratto da Linea del 29 giugno 2010.


    Jünger, ribelle della modernità | Marco Iacona

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    Predefinito Rif: Ernst Jünger

    Ernst Jünger. Testimone inquieto del nostro tempo

    Inquieto, assetato di verità e di certezze, politicamente scorretto, coraggioso, spavaldo, pessimista, irritante, trasognato eppure lucidamente disincantato. Tutto questo, ed altro ancora, è stato il filosofo e scrittore Ernst Jünger, intellettuale atipico e imprevedibile, al tempo stesso così tedesco e così europeo, anzi così cittadino del mondo: un testimone d’eccezione, e visionario e profetico, della crisi del nostro tempo.

    Nato a Heidelberg nel 1895 e morto in un villaggio dell’Alta Svevia nel 1998, alla bella età di centotré anni, Ernst Jünger è stato una delle figure più ricche e al tempo stesso più discusse della cultura contemporanea, tedesca e mondiale. Attratto sia dallo studio delle scienze naturali, e in particolare della zoologia, che dalla speculazione filosofica, nel 1914 si arruola volontario nella prima guerra mondiale e parte subito per il fronte, come tanti altri intellettuali di quel particolare momento storico, da Charles Péguy a Georg Trakl, da Ardengo Soffici a Giuseppe Ungaretti. Anche per lui si tratta di un’esperienza quasi mistica (il pittore austriaco Oskar Kokoscha parlerà del “senso di felicità” provato allorché un fante russo gl’immerse nel corpo la baionetta), di una sconvolgente rivelazione non solo di nuovi e inusitati piani di realtà, ma anche di nuovi vincoli sociali, cementati dalla fraternità cameratesca e dall’ombra funerea del pericolo sempre incombente. Anche lui prende qualche grosso abbaglio di prospettiva a causa di un vitalismo esasperato, come quando esorta i suoi camerati a “gettarsi dentro le trincee nemiche come nel corpo di una donna” o come quando esalta lo “splendore” di una guerra tecnologica ove tuttavia, in virtù di non si sa bene quale palingenesi psicologica, l’uomo ritrova se stesso e riscopre le virtù del coraggio, dell’abnegazione e dello spirito di corpo. Smobilitato dopo la sconfitta della Germania, nel 1918, esalta una nuova figura di eroe tragico, l’Operaio, così come aveva esaltato quella del combattente, dell’uomo dell’età della tecnica, che (secondo la profezia di Oswald Spengler ne Il tramonto dell’Occidente) è ancora in grado di strappare qualche sprazzo di luce corrusca dalla crisi irreversibile della civiltà europea, sullo sfondo dl fumo delle ciminiere e delle futuristiche masse lanciate in una frenesia di movimento, di attività, di ribellione – singolare mescolanza di motivi socialisti della lotta di classe, anarcoidi della rivolta contro ogni autorità e ultra-nazionalisti della terra e del sangue. Aderisce al nazismo con lo stesso entusiasmo con cui aveva aderito alla guerra, ma non tarda a distaccarsene e a delineare una coraggiosa critica alla figura di Adolf Hitler nel romanzo Sulle scogliere di marmo (Auf den Marmorklippen), del 1939. Poiché si tratta forse della sua opera narrativa più importante, ne diamo qui un riassunto, riportato dalla Enciclopedia Universale di Letteratura, Milano, Garzanti (2 voll.), 2003, vo. II, p. 1482.

    “Il tempo e il luogo in cui è ambientata la vicenda sono irreali e simbolici. Un accenno agli ormai passati ‘anni di Carlo’ e altri indizi ci portano comunque in un’atmosfera medioevale. Il romanzo si apre infatti con un’accorata pagina di rimpianto per i felici tempi passati e prosegue con la ricostruzione dei vari avvenimenti che hanno condotto alla catastrofe. Il protagonista e il suo compagno, fratello Ottone, dopo aver militato e combattuto in un ordine guerriero, si ritirano nell’Eremo della Ruta, conducendo una semplice vita di tipo monastico e dedicandosi ad approfonditi studi di botanica. Con loro vivono la vecchia Lampusa, sorta di strega con funzione di governante, e il piccolo Erio, nato da una fuggevole relazione tra il protagonista e la giovane figlia di Lampusa. Mentre la vita sembra scivolare senza ombre per i due studiosi, si intensificano i segni dei gravi mutamenti che stanno per compiersi. Un giorno i due protagonisti, inoltratisi nel fitto di un bosco alla ricerca di un fiore, scoprono nella regione di Köppels-Bleek il quartier generale del Forestaro, crudele e spietato tiranno che sotto un’apparenza gioviale cela una macabra volontà di conquista e di dominio. Contro di lui a nulla servirà il nobile tentativo el condottiero Braquemart e del giovane principe Summyra, barbaramente uccisi. La loro morte scatena la reazione delle forze del bene, guidate dai due protagonisti, benedette da padre Lampro, figura carismatica di monaco-studioso, e sostenute fisicamente dal coraggioso e leale pastore Belovar, dai suoi uomini e dai suoi cani. Dalla finale carneficina, si salveranno fratello Ottone e il suo compagno, per il magico intervento del piccolo Erio e dei serpenti suoi amici. I due protagonisti troveranno la salvezza oltre il mare presso un popolo civile, accolti con generosa ospitalità dal padre di un giovane nemico un tempo risparmiato”.

    La critica ha voluto vedere nella figura del crudele Forestaro una rappresentazione di Hitler, l’uomo che aveva affascinato tanti milioni di tedeschi, e la cui smisurata volontà di potenza avrebbe condotto la Germania a una seconda catastrofe, ancor più drammatica e sinistra della prima. Questo romanzo, pertanto, segna il suo definitivo distacco dall’ideologia nazista e dal regime hitleriano. Richiamato nelle forze armate all’inizio della seconda guerra mondiale, si mostra critico nei confronti della politica militare del Terzo Reich, e particolarmente dell’attacco alla Francia. Trascorrerà gran parte della guerra in servizio attivo, a Parigi, malinconico osservatore di un disastro annunciato, che finirà per seppellire la sua patria sotto un cumulo di rovine. Suo figlio, implicato nella resistenza anti-nazista, è condannato a morte e giustiziato. Con il cuore affranto per questa tragedia familiare Jünger assiste all’ultimo atto del “crepuscolo degli dei” e va ad abitare nel castello del conte Stauffenberg, il mancato tirannicida di Hitler: un gesto simbolico, si direbbe, per sottolineare una scelta di campo dal significato inequivocabile.

    A guerra finita, riprende la sua copiosa attività saggistica e letteraria e mitizza una terza figura emblematica della tarda modernità, quella dell’anarca. Dopo il soldato e dopo l’operaio, l’anarca è colui che resiste a un ordine sociale ingiusto passando alla clandestinità e inoltrandosi nel bosco: è il Waldgänger, termine intraducibile che significa al tempo stesso vagabondo, guerrigliero, anarchista e resistente. Le strutture inumane dell’era della tecnica non possono essere affrontate a viso aperto; non è più il tempo della lotta frontale ad armi pari, uomo contro uomo, idea contro idea. Tutto quello che ora l’intellettuale può fare è concretizzare il suo “no” alla dittatura della tecnica in ua forma di non-collaborazione, di esilio volontario, di deliberato sabotaggio, in attesa di tempi migliori, quando si potrà riprendere la lotta apertamente. Al tempo stesso, la figura dell’anarca segna il ritorno alla natura amica e protettrice, alla vegetazione, al paesaggio, alle radici, e quindi connota il deciso abbandono di quella esaltazione della tecnica che pure aveva caratterizzato la fase giovanile e “vitalistica” (come l’abbiamo chiamata) del percorso letterario di questo Autore. Inoltre, il “passaggio al bosco” implica una riscoperta dell’”uomo naturale”, dell’uomo affrancato dalle catene della tecnica, come bene hanno osservato Luisa Bonesio e Caterina Resta nel loro libro, scritto a quattro mani, Passaggi al bosco. Ernst Jünger nell’era dei Titani (Milano, Associazione Culturale Mimesis, 2000), ricco di acute osservazioni e pervaso da una lucida facoltà di analisi filosofica e sociologica.

    Ormai viviamo nell’era dei Titani, afferma Jünger, in cui tellurici semidei tentano ancora una volta l’assalto all’Olimpo, come ai tempi di Zeus; e le loro armi sono quelle della tecnica. Si tratta di un assalto al cielo che mette in discussione il destino del mondo intero e in cui la posta in gioco non è semplicemente l’affermazione vittoriosa di un certo modello socio-economico piuttosto che un altro, bensì il destino e il futuro stesso dell’uomo in quanto tale. Si ricordi la celebre affermazione di Martin Heidegger: “L’essenza della tecnica non è affatto qualche cosa di tecnico”, apparsa nel 1953 nel saggio La questione della tecnica (tr. it. di Gianni Vattimo in Saggi e discorsi, Milano, Mursia, 1976, p. 5); e si tengano presenti anche le riflessioni sulla tecnica del filosofo e teologo Romano Guardini nel saggio Il potere, del 1951 (cfr. il nostro saggio La riflessione sul potere nel pensiero di Romano Guardini). Si tratta, quindi, di un tema particolarmente sentito nella Germania e nell’Europa della “ricostruzione” (oppure dovremmo dire della “decostruzione”?) e che, come giustamente aveva osservato Heidegger, non poteva essere ridotto a un problema di ordine puramente tecnico, perché scaturiva da una Weltanschauung o “visione del mondo” fortemente connotata in senso emotivo e irrazionalistico.

    Ernst Jünger è stato una figura poliedrica di filosofo, saggista, narratore, i cui interessi hanno spaziato dalla zoologia ai problemi sociali: a lui si potrebbe riferire quella famosa frase di Terenzio: “Homo sum et nihil humanum a me alienum puto“, “Sono un essere umano, e nulla di ciò che riguarda l’uomo è per me estraneo”. Tra i saggi più importanti ricordiamo: Tempeste d’acciaio, del 1920; La lotta come esperienza interiore, del 1922; Il cuore avventuroso, del 1929; L’operaio, del 1932; Lo Stato mondiale, del 1960; e Der Waldgang, del 1951, tradotto in italiano, dalla casa Editrice Adelphi di Milano, nel 1990. Ha anche pubblicato un primo importante scritto autobiografico, il Diario, 1941-45, nel 1949, in cui rievoca gli anni trascorsi come ufficiale della Wehrmacht in una Parigi intorpidita dalla sconfitta e dall’occupazione, e il lucido disincanto con cui seguiva, da quell’osservatorio privilegiato (la capitale culturale dell’Europa nel XX secolo!) l’evolvere della catastrofe mondiale, culminata nei due funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki del 1945. Un secondo documento autobiografico è apparso nel 1987 con il titolo Due volte la cometa, che allude al fatto di aver avuto il privilegio di vedere per ben due volte, durante la sua lunga vita – nel 1910 e nel 1986 – la celebre cometa di Halley.

    Tra i suoi numerosi romanzi e racconti, infine, ricordiamo almeno – oltre al già citato Sulle scogliere di marmo, pubblicato nel 1939 -, Fuoco e sangue, del 1925; Ludi africani, del 1936; Heliopolis, del 1949, Il problema di Aladino, del 1983; e Un incontro pericoloso, del 1985. Quest’ultimo romanzo ci riporta all’atmosfera parigina che tanto fascino ha esercitato sul Nostro, ma è costruito come un vero e proprio “giallo” in cui manca, significativamente, il lieto fine, poiché la giustizia non trionfa e il male non riceve la doverosa punizione. Dal punto di vista propriamente letterario, la prosa di Jünger si caratterizza per una limpidezza e un nitore che tendono quasi alla freddezza e, al tempo stesso, per una tendenza a trasfigurare la realtà in qualche cosa di simbolico, di misterioso, di allegorico.

    Così riassume la trama de Un incontro pericoloso l’edizione italiana, pubblicata alla casa Editrice Bompiani di Milano nel 1989, con la traduzione di Anna Bianco (titolo originale: Eine gefährliche Begegnung):

    “Parigi, fine Ottocento. In una tranquilla domenica di settembre un giovane di nome Gerhard, dall’aspetto timido e trasognato, si aggira nelle viuzze assolate di Pigalle deciso a trovare qualcosa o qualcuno che lo aiuti a dare una svolta alla sua esistenza. Portato dal caso, ecco Ducasse, un uomo che, al contrario di lui, conosce bene come gira il mondo e ora assiste con freddezza al lento deteriorarsi della propria vita. L’incontro pericoloso avviene adesso, nel momento in cui Ducasse indica a Gerhard una donna affascinante nel cui volto «stridono bellezza e inquietudine». Da qui ha inizio una storia di eros e di sangue che sospinge Gerhard dentro una fitta trama di atti fortuiti e fatali, che coinvolgeranno l’ombra di Jack lo Squartatore e un investigatore appassionato della metafisica del delitto, un’amabile ruffiana e un corazziere in disgrazia. Raccontando una storia provocatoriamente poliziesca, molto vicino a un qualsiasi fatto di cronaca nera, Jünger, con mano leggera e divertito distacco, introduce il lettore nelle zone d’ombra della vita, là dove si nasconde il tormento del male e della morte”.
    È stato rimproverato a Jünger un atteggiamento politico quanto meno ambiguo, connotato comunque da evidenti simpatie di destra (e sia pure una destra “rivoluzionaria” e antiborghese) nonché un sia pure temporaneo cedimento alla fascinazione hitleriana. Per quanto riguarda quest’ultima accusa, à giusto e doveroso ricordare che altri grandi intellettuali si sono compromessi col nazismo quanto lui; fra gli altri, due filosofi della statura di Carl Schmitt e Martin Heidegger, con entrambi i quali il Nostro aveva intrecciato un proficuo dialogo culturale nel clima non ancora del tutto imbrigliato dal totalitarismo nazista. Quanto al suo essere di destra, ci domandiamo se non gli vada almeno riconosciuto il coraggio delle sue idee, anche quando esse andavano chiaramente controcorrente, come è stato il caso della Germania (e dell’Europa) del secondo dopoguerra. Per valutare appieno il conformismo culturale di quel momento storico, basti ricordare al camaleontismo con il quale scrittori come Günther Grass (l’autore del fortunato Il tamburo di latta) hanno dissimulato i loro trascorsi nazisti – salvo poi liberarsi da un tale peso di coscienza, e sia pure con qualche decennio di ritardo. Anche in Italia era allora di moda far sparire ogni traccia dei propri trascorsi fascisti, e passare, se possibile, direttamente dall’altra parte della barricata: si legga in proposito il libro di Nino Tripodi, Intellettuali sotto due bandiere (Roma, Ciarrapico Editore, 1981). E infine, per aver chiaro in mente quale fosse l’atmosfera politica e psicologica di quegli anni, si pensi che il governo degli Stati Uniti dovette inventarsi l’escamotage di far dichiarare pazzo il suo più grande poeta contemporaneo, Ezra Pound, per non doverlo condannare e, magari, giustiziare sotto l’accusa di alto tradimento (per aver simpatizzato per Mussolini ed avere tenuto dei discorsi alla radio italiana durante la seconda guerra mondiale, quando il suo paese d’origine era in guerra con le potenze dell’Asse Roma-Berlino-Tokyo). Allora, valutato serenamente ogni aspetto della questione, bisognerà ammettere che le tendenze di destra presenti nel pensiero di Jünger, oltre ad aver preso le distanze dal nazismo, hanno l’indubbio merito di una franchezza e di una onestà intellettuale che molti intellettuali “di sinistra”, acclamati dal grande pubblico di allora, avrebbero avuto motivo di invidiargli.

    Vogliamo dire infine qualcosa di uno scritto decisamente minore di Ernst Jünger, una commemorazione dello scrittore americano Henry Furst (nato a New York nel 1893 e morto a La Spezia nel 1967) che, “trapiantato” in Italia dal 1916, si era dato alla professione di critico letterario e di narratore in lingua italiana, come segno di amore per il suo Paese di adozione. Il lettore italiano ricorderà forse Henry Furst per via dei suoi due romanzi degli anni Sessanta, Donne americane e Simun, pubblicati dalla casa Editrice Longanesi di Milano; o anche per via del sodalizio, intellettuale oltre che affettivo, che egli strinse con Orsola Nemi – conosciuta ancor prima della seconda guerra mondiale – negli ultimi vent’anni della sua vita: Orsola Nemi, valente traduttrice dal francese (fra l’altro, del romanzo di Vintila Horia La settima Lettera, autobiografia ideale di Platone), narratrice lei stessa e donna dai vasti e molteplici interessi culturali. E a lei Ernst Jünger ha dedicato il suo toccante Ricordo di Henry Furst (nel volume miscellaneo Il meglio di Henry Furst, Milano, Longanesi & C., 1970). Jünger conosceva bene l’Italia, e l’amava; conosceva diversi scrittori – Bonaventura Tecchi, ad esempio; e aveva conosciuto bene Henry Furst, che nel nostro Paese gli amici chiamavano Enrico, considerandolo sostanzialmente italianizzato. A lui lo univano alcune affinità di fondo, pur nella diversità dei caratteri – mite e contemplativo l’americano, spavaldo ed “estremo” il tedesco – e, non ultima, il grande amore per la cultura, la fierezza delle proprie idee, la limpida coerenza anche in tempi difficili. Furst, ad esempio, che nel dopoguerra fu accusato di essere stato filo-fascista, rivendicava di essere stato l’unico scrittore italiano antifascista proprio nell’acme del consenso al regime, ossia al tempo della guerra di Etiopia, insieme a due o tre altri in tutto: Croce, Montale, Soldati; mentre erano stati fascistissimi proprio quelli che, dopo il 1945, più lo accusavano di trascorsi mussoliniani. Certo, forse l’affermazione di essere stato apertamente antifascista nel 1935 è un po’ eccessiva, anche se è vero che Furst – a differenza di Pound, che non ebbe esitazioni né incertezze fino all’ultimo – dopo il 1940 giunse ad augurarsi la sconfitta militare dell’Italia (e della Germania) pur di vederne, mediante la caduta del fascismo, una possibilità di rinascita democratica.

    Nel delineare il ritratto del vecchio amico, scomparso tre anni prima, Jünger sa trovare parole semplici e accorate che restituiscono, attraverso piccoli particolari apparentemente insignificanti, la trasparenza di una personalità onesta e innamorata, con un che di simpaticamente trasognato ma anche, in fondo, di terribilmente serio; di profonda serietà ammantata di leggerezza. E, nel tracciare l’immagine di Henry Furst, pare che lo scrittore tedesco ci metta qualcosa di suo e, forse inconsapevolmente, faccia anche un po’ il ritratto di sé stesso.

    “«Quando fui stanco di ‘cercare’, appresi a trovare», come dice Nietzsche: è questa un’arte di cui la natura aveva dotato Henry. Le distanze non avevano per lui nessuna importanza e presupponeva che non ne avessero nemmeno per gli altri. Così, a esempio: «La tua bella cartolina da Damasco mi è giunta qui alla Spezia. Perché non sei andato in Persia trovandoti così vicino?». Poteva arrivare un telegramma che non aveva alcuna attinenza con la realtà quotidiana, come: «Ci rivedremo».

    “Gli uomini agiscono su noi con la loro polarità, col loro orizzonte. Sorprendeva in Henry l’intensità del sentimento e della ragione. L’aura era forte e anonima come una potenza della natura, che irradiava ora un fluido gradevole ora un fluido elettrico. Così entriamo in una stanza in penombra dove ci sentiamo subito bene. Quando poi gli occhi si sono assuefatti alla poca luce, riconosciamo il numero dei quadri alle pareti, i libri, le opere d’arte. Questa è la vera via verso l’autore. Conduce dall’Eros verso lo spirito, non in senso opposto, come avviene per certi matrimoni di artisti, che incominciano ammirevolmente e finiscono in modo tragico: Psiche si è bruciata le ali alla fiamma.

    “Il suo esteso, preciso sapere poté essere conquistato solo attraverso lo studio costante per tutta la vita e specialmente con ininterrotte letture. A sessant’anni si preparava ancora per un esame di teologia. Signoreggiava le concatenazioni storiche e culturali del mondo antico e reagiva come un elettroscopio quando venivano citati una data, un’opera, un personaggio. Una eccellente memoria stava ai suoi ordini. Nel suo stile di vita, egli rappresentava ancora la classe degli hommes des lettres, i quali rapidamente si estinguono, e, per la verità, in modo più rapido nei paesi germanici che nei latini. Quel che li distingue è il loro modo di vivere, caro alle Muse, dietro il quale si cela un eminente lavoro. Per la loro esistenza vale lo stesso criterio che nell’opera d’arte, per la quale non deve scorgersi la fatica. Questo è soltanto possibile quando l’artista trova nel suo lavoro un godimento. Con questa classe svaniscono anche i biotopi classici, o assumono carattere da museo. Il che non può essere attribuito a influssi esterni, come è lecito dire che le vecchie città sono rovinate dalle automobili. Vengono così profondamente alterate che il senso storico va perduto. Così anche la tecnica ha peso sempre maggiore nel formarsi delle opinioni, non perché le macchine divengono più poderose, ma perché le opinioni mutano. Come si avverte nel clima degli studi. (…)

    “Questi appunti sono stati trascritti senza ordine, sia per quanto concerne il tema, sia per quanto si riferisce alla data. Li ho scelti a caso dal fascio delle lettere, come da un gioco di carte: un mazzo di fiori, raccolti dall’erbario, senza fare una scelta precisa. Sembrano tuttavia schiudersi nel ricordo, come i fiori del tè, nell’Estremo Oriente. Il meglio si trova in un altro foglio, quello che non porta traccia di penna, sull’altra facciata che non può essere descritta: Henry era un genio dell’amicizia. Da lì sorgeva quella ricchezza che dispensava. Come un navigatore, che si apparecchia al grande viaggio, lasciò tre o quattro fogli in inglese: A vele spiegate verso la morte. E questa aggiunta: «Il cuore parla al cuore, ma quel che dice si sottrae alla parola» (op. cit., pp.14-22).

    Ecco, questo potrebbe anche essere, fino a un certo punto, l’autoritratto di Ernst Jünger. Un uomo che, dopo aver molto cercato, aveva scoperto l’arte di trovare, che si sentiva a casa in ogni luogo, e che padroneggiava numerose lingue quasi quanto la sua lingua madre; che si sentiva contemporaneo di tutti gli spiriti grandi e pensosi; che non aveva timore di mettersi in gioco, di affrontare la vita con un entusiasmo senza riserve, che pensava spesso alla morte, pur non temendola più di altri. L’aveva già guardata in faccia, parecchie volte, nelle trincee insanguinate della prima guerra mondiale; e di nuovo, ma con più disincanto, nel corso della seconda. Aveva compreso che non sono le grandi idee a fare grandi gli uomini, ma i grandi uomini che producono le grandi idee. E che la cosa principale che contraddistingue la nostra vita, in fondo, non è la quantità delle cose che riusciamo a fare né l’opinione che di noi si formano i nostri contemporanei, ma la capacità di tirare dritto per la propria strada, anche quando si è stanchi, anche quando gli altri non capiscono, anche se sembra che sia tutto inutile.


    Ernst Jünger. Testimone inquieto del nostro tempo | Francesco Lamendola

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    Predefinito Rif: Ernst Jünger

    La resurrezione europea

    Quando, nei primi anni Trenta, Ernst Jünger vedeva la crisi della borghesia superata dall’avvento di una nuova civiltà, guidata dall’Arbeiter, era decisamente ottimista. Oggi siamo costretti a registrare che il borghesismo è la classe universale che organizza in prima persona il processo di sgretolamento dell’Europa. Quando invece vaticinò «la fine di contesti millenari», volendo dire che era giunta la fine della tradizione europea, vide giusto. Solo che, in luogo del nuovo dominatore metallico dei tempi di rivolgimento, abbiamo più modestamente il protagonismo di un materiale umano di infimissima specie, un “tipo” antropologicamente di lega povera. Le note “caste” oggi al potere rappresentano il contrario di quella razza della nuova “età del ferro” preconizzata dall’intellettuale tedesco, essendo il frutto dell’inopinata affermazione di un’epoca plastificata. Gestita da elementi eticamente e culturalmente inferiori e in base a ideali non eroici, ma da termite.

    operaioE dire, però, che quando Jünger faceva le sue ipotesi tutto un mondo ribolliva per davvero di volontà di rovesciamento degli idoli borghesi. La stagione jüngeriana, tuttavia, se misurata in tempi spengleriani, durò un attimo. Il 1932 – anno in cui fu scritto L’operaio – è passato da un pezzo, morti e sepolti sono i tentativi storici di rianimare l’Europa con cure radicali attinte da quello stesso bacino eroicizzante, e tutto ormai riposa sulla quiete di un dominio mondiale di energie corrosive ben paludate da ideali positivi. Lo stesso Jünger, col passare dei decenni, abbandonò le sue immagini faustiane e i suoi affondo nichilistici e si mise ad argomentare in termini di “fine della storia”, di difesa ecologica della Terra, acconciando il suo genio letterario a belle riproduzioni fantasy del romanzo metastorico. Disse di non comprendere i catastrofismi che erano stati di Spengler. Però scrisse che si aspettava una prossima epoca “dei Titani”, «molto propizia alla tecnica ma sfavorevole allo spirito e alla cultura». Titani magari no, ma questo pare proprio il mondo in cui viviamo, in cui il tecnocrate, il politicante e l’uomo-massa di annunci come quelli di Jünger e di Spengler non sanno che farsene.

    Ma è a personaggi come i due dioscuri tedeschi che l’Europa deve il fatto di avere ancora un’anima. Sfaldata e minacciata da vicino, ma viva. Non è possibile immaginare una ripresa europea sul ciglio dell’abisso, se non tornando a imbracciare quell’ideologia – poiché proprio di idee armate si trattava – che accomunò Jünger e Spengler come in un sogno europeo di rinascita a tutti i costi. Persino dietro al “tramonto” preconizzato da Spengler, difatti, c’era una promessa di nuovo inizio. E ovunque in Jünger si coglie la volontà di indicare la forma che si imporrà, una volta gestito e fatto placare il caos nichilista.

    Dinanzi alla crisi provocata – oggi come allora – da uno scomposto e distruttivo procedere della modernità, l’anelito dell’uomo in ordine con le leggi della vita non può che essere verso «l’esigenza di una vita nuovamente ordinata e strutturata all’interno di una dimensione di compattezza e stabilità». Ha scritto queste parole Domenico Conte, autore di Albe e tramonti d’Europa. Ernst Jünger e Oswald Spengler, appena pubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura di Roma.

    albe-e-tramontiÈ una frase chiave. Solo apparentemente innocua. Essa infatti mostra come il pensiero del realismo eroico, della mobilitazione totale e del cesarismo militante non fosse espressione anch’esso dell’epoca del nichilismo e dell’aggressione delle masse, ma, al contrario, intendesse utilizzare gli strumenti della modernità per abbatterla e costruire in sua vece un nuovo ordine gerarchico. «Questo mondo della mobilitazione e del movimento non è che un interludio», scrive Conte, e con questo ci fa capire che la fase della lotta è necessaria non in sé, ma per raggiungere ciò che egli definisce la «utopia della stabilità». Insomma: la Rivoluzione Conservatrice – e con loro i regimi nazionalpopolari che bene o male ne misero in pratica i presupposti – è una macchina moderna, d’accordo, ma antimodernista. Oltrepassati i confini della storia e della politica, Jünger e Spengler, ognuno per suo conto, ma con idee sovente intrecciantesi, guardarono al di là, immaginando forme ulteriori, stili post-moderni, accadimenti di primordiale potenza rifondatrice. Osservato fino in fondo l’incubo della tecnica e della società moderne, questi due artigiani dell’idea europea di dominio non hanno fatto filosofia reazionaria, non hanno espresso conservatorismi inetti, ma hanno dato strumenti di rivolta: «con l’impazienza e il radicalismo – soggiunge Conte – di chi non credeva più nella storia o vi credeva solo nel senso del vedervi l’imperare e l’agitarsi di più alte potenze, votarsi alle quali parve cosa necessaria e bella».

    In effetti, se Jünger fu il collaboratore dei fogli di punta del nazionalismo politico post-bellico e vicino agli ambienti dell’oltranzismo nazionalrivoluzionario, Spengler non gli fu da meno: in rapporti con personaggi come Franz Seldte, futuro ministro nazionalsocialista, era ammiratore del mondo dei Männerbünde, le milizie armate al seguito di un capo tipiche dell’epoca, dagli squadristi italiani alle SA e allo Stahlhelm, nelle quali vedeva l’affermarsi di un prosssimo cesarismo carismatico. Contestualmente, Jünger osservò ne L’operaio che «la massa comincia a secernere dal proprio corpo organi di autodifesa». Questo considerare le cose dal punto di vista dell’organico, del vitale, dell’ancestrale biologico è forse la dimensione che meglio accomuna Jünger e Spengler e che meglio ne spiega il terribile, seducente, incantatorio talento da affrescatori. Entrambi analisti dell’uomo e della società, entrambi evocatori di scenari cosmologici, di rivolgimenti apocalittici, di ipotesi di riaffermazione di “tipi” elementari e originari, di razze mutanti, di arcaismi giacenti nell’inconscio e riattivati dall’uso della tecnica e dalla volontà impersonale, il tutto da indirizzare – con forte senso politico – contro l’affastellamento informe del Moderno. Profetizzarono uomini nuovi, secondo «cambiamenti fisiognomici intercorrenti nel passaggio dal mondo borghese dell’individuo al mondo tipico dell’Operaio». L’uno e l’altro giudicarono – sbagliando profezia, ma non importa – che presto al borghese, «sfornito di qualsiasi rapporto con forze elementari» sarebbero succeduti esemplari. Quasi campionature di un’inedita stirpe lavorata dai fatti, dal carattere, da un destino epocale.

    il-tramontoSono inquadrature formidabili, bisogna ammetterlo. Quanto di meglio potrebbe chiedersi, per ridare oggi anima e vita a una qualche minoranza in grado di riarmare lo spirito e di intraprendere la lotta contro il mondo moderno, se solo da qualche parte ne esistesse una. Uno dei meriti dello scritto di Conte è quello di presentarci la riflessione tedesca del Novecento rappresentata da Jünger e da Spengler come in fondo un unico strumentario di lotta filosofica, metafisica e politica, bene in grado di raddrizzare il piano inclinato su cui corre la modernità. E si tratta di strumenti da estrarre dai più reconditi giacimenti della natura occulta, veri archetipi in riposo che attendono soltanto di essere risvegliati: l’energia formatrice, ad esempio, la Gestaltungskraft, che a giusto titolo Conte indica come termine essenziale dell’Arbeiter, e che è la stessa forza che, ne L’uomo e la tecnica, Spengler vede agire per catastrofi immediate, risolutive: le mutazioni che aprono vie impensate ai progetti della storia.

    Conte batte sul tasto delle naturali differenziazioni tra i due pensatori, ma ribatte pure su quello delle organiche similitudini. E ci rende noto un esemplare dettaglio, di gran valore filologico e immaginale. Una lettera scrittagli da Ernst Jünger nel 1995, a un mese dal compimento del suo centesimo anno, in cui conveniva con lo studioso napoletano che Spengler aveva svolto in qualche modo su di lui il ruolo di maestro: «Lei ha ragione a supporre che Oswald Spengler abbia esercitato un’influenza significativa sulla mia evoluzione spirituale…». Assodato che Spengler era senza mezzi termini considerato da Jünger «decisivo per la sua concezione della storia», Conte indica come elemento tra i più visibili di questa fratellanza ideale il «collegamento fra Operaio e prussianità», quello fra Operaio e Germania, e soprattutto la visuale copernicana della storia, nel senso di una storia e di una politica mondiali, ma «in un’ottica in realtà germanocentrica». Un sano relativismo di prospettiva che non sviliva, ma al contrario rafforzava sia in Jünger sia in Spengler l’ostilità verso l’individualismo cosmopolita borghese e quella «contro i partiti politici, i parlamenti, la stampa liberale e l’economia di libero mercato».

    Un altro dei numerosi spunti offerti da Conte è il commento a un libro dell’americano John Farrenkopf, recentemente dedicato a Spengler come “profeta del declino”. Un caso singolare di “spenglerismo” negli USA? Un momento… vediamoci chiaro… Farrenkopf condivide le prognosi infauste di Spengler circa il futuro dell’Occidente, formula un suo pessimismo circa la decadenza del mondo occidentale (pacifismo, crisi demografica e culturale, ottusa pratica di esportare tecnologia ai nemici dell’Occidente, etc.), ma alla fine non manca di sostituire l’America alla Germania come quella struttura imperiale auspicata da Spengler per contenere gli sviluppi verso il basso della civilizzazione. E, da buon americano, non manca neppure di indicare in qualche scritto giovanile del filosofo del tramonto accenni di apprezzamento per la democrazia. Non sono tanto questi aspetti che importano. Conte demolisce alla svelta il tentativo di americanizzare Spengler e di confondere l’impero con l’imperialismo di bottega. Da parte nostra, noi segnaliamo il valore irrinunciabile della duplice lezione di Jünger e di Spengler: la presenza pesante di due autori dal messaggio forte, attualissimo, il cui pensiero di contrasto radicale va strappato di mano ai depotenziatori – certi salotti della new age jüngeriana, amanti del romanziere criptostorico, ma muti sull’ideologo nazionalrivoluzionario… adesso lo Spengler democratico e americanomorfo… – per rimetterlo al centro di un possibile recupero del tradizionalismo rivoluzionario europeo…

    Domenico Conte, ben noto al pubblico italiano per essere uno dei pochi esegeti non prevenuti della Rivoluzione Conservatrice – e autore tra molti altri di quell’eccellente libro-monstre che è Catene di civiltà. Studi su Spengler, pubblicato dalle Edizioni Scientifiche Italiane nel 1994 – parla non a caso di albe e tramonti d’Europa. Il pensiero tragico e le prospettive catastrofiste di Jünger e di Spengler nascondono allo stesso modo tutto un tracciato di proiezioni futuribili, assegnando alla nostra civiltà spazi di insorgenza e di contro-storia ancora percorribili. Spengler, fortemente interessato ai momenti aurorali e dinamici della Kultur, era in realtà un agitatore di destini. E Jünger, nel suo Arbeiter, scrisse la frase rivelatrice: «ogni tramonto è preparazione». Entrambi, e insieme ad esempio a un Heidegger, e in maniera tra l’altro non dissimile dal nostro vecchio Oriani, videro il futuro dell’Europa nel suo saper riconoscere una nuova alba, fatta di istinto, volontà e mobilitazione.

    * * *

    Tratto da Linea del 11 ottobre 2009.


    Quando, nei primi anni Trenta, Ernst Jünger vedeva la crisi della borghesia superata dall’avvento di una nuova civiltà, guidata dall’Arbeiter, era decisamente ottimista. Oggi siamo costretti a registrare che il borghesismo è la classe universale che organizza in prima persona il processo di sgretolamento dell’Europa. Quando invece vaticinò «la fine di contesti millenari», volendo dire che era giunta la fine della tradizione europea, vide giusto. Solo che, in luogo del nuovo dominatore metallico dei tempi di rivolgimento, abbiamo più modestamente il protagonismo di un materiale umano di infimissima specie, un “tipo” antropologicamente di lega povera. Le note “caste” oggi al potere rappresentano il contrario di quella razza della nuova “età del ferro” preconizzata dall’intellettuale tedesco, essendo il frutto dell’inopinata affermazione di un’epoca plastificata. Gestita da elementi eticamente e culturalmente inferiori e in base a ideali non eroici, ma da termite.

    operaioE dire, però, che quando Jünger faceva le sue ipotesi tutto un mondo ribolliva per davvero di volontà di rovesciamento degli idoli borghesi. La stagione jüngeriana, tuttavia, se misurata in tempi spengleriani, durò un attimo. Il 1932 – anno in cui fu scritto L’operaio – è passato da un pezzo, morti e sepolti sono i tentativi storici di rianimare l’Europa con cure radicali attinte da quello stesso bacino eroicizzante, e tutto ormai riposa sulla quiete di un dominio mondiale di energie corrosive ben paludate da ideali positivi. Lo stesso Jünger, col passare dei decenni, abbandonò le sue immagini faustiane e i suoi affondo nichilistici e si mise ad argomentare in termini di “fine della storia”, di difesa ecologica della Terra, acconciando il suo genio letterario a belle riproduzioni fantasy del romanzo metastorico. Disse di non comprendere i catastrofismi che erano stati di Spengler. Però scrisse che si aspettava una prossima epoca “dei Titani”, «molto propizia alla tecnica ma sfavorevole allo spirito e alla cultura». Titani magari no, ma questo pare proprio il mondo in cui viviamo, in cui il tecnocrate, il politicante e l’uomo-massa di annunci come quelli di Jünger e di Spengler non sanno che farsene.

    Ma è a personaggi come i due dioscuri tedeschi che l’Europa deve il fatto di avere ancora un’anima. Sfaldata e minacciata da vicino, ma viva. Non è possibile immaginare una ripresa europea sul ciglio dell’abisso, se non tornando a imbracciare quell’ideologia – poiché proprio di idee armate si trattava – che accomunò Jünger e Spengler come in un sogno europeo di rinascita a tutti i costi. Persino dietro al “tramonto” preconizzato da Spengler, difatti, c’era una promessa di nuovo inizio. E ovunque in Jünger si coglie la volontà di indicare la forma che si imporrà, una volta gestito e fatto placare il caos nichilista.

    Dinanzi alla crisi provocata – oggi come allora – da uno scomposto e distruttivo procedere della modernità, l’anelito dell’uomo in ordine con le leggi della vita non può che essere verso «l’esigenza di una vita nuovamente ordinata e strutturata all’interno di una dimensione di compattezza e stabilità». Ha scritto queste parole Domenico Conte, autore di Albe e tramonti d’Europa. Ernst Jünger e Oswald Spengler, appena pubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura di Roma.

    albe-e-tramontiÈ una frase chiave. Solo apparentemente innocua. Essa infatti mostra come il pensiero del realismo eroico, della mobilitazione totale e del cesarismo militante non fosse espressione anch’esso dell’epoca del nichilismo e dell’aggressione delle masse, ma, al contrario, intendesse utilizzare gli strumenti della modernità per abbatterla e costruire in sua vece un nuovo ordine gerarchico. «Questo mondo della mobilitazione e del movimento non è che un interludio», scrive Conte, e con questo ci fa capire che la fase della lotta è necessaria non in sé, ma per raggiungere ciò che egli definisce la «utopia della stabilità». Insomma: la Rivoluzione Conservatrice – e con loro i regimi nazionalpopolari che bene o male ne misero in pratica i presupposti – è una macchina moderna, d’accordo, ma antimodernista. Oltrepassati i confini della storia e della politica, Jünger e Spengler, ognuno per suo conto, ma con idee sovente intrecciantesi, guardarono al di là, immaginando forme ulteriori, stili post-moderni, accadimenti di primordiale potenza rifondatrice. Osservato fino in fondo l’incubo della tecnica e della società moderne, questi due artigiani dell’idea europea di dominio non hanno fatto filosofia reazionaria, non hanno espresso conservatorismi inetti, ma hanno dato strumenti di rivolta: «con l’impazienza e il radicalismo – soggiunge Conte – di chi non credeva più nella storia o vi credeva solo nel senso del vedervi l’imperare e l’agitarsi di più alte potenze, votarsi alle quali parve cosa necessaria e bella».

    In effetti, se Jünger fu il collaboratore dei fogli di punta del nazionalismo politico post-bellico e vicino agli ambienti dell’oltranzismo nazionalrivoluzionario, Spengler non gli fu da meno: in rapporti con personaggi come Franz Seldte, futuro ministro nazionalsocialista, era ammiratore del mondo dei Männerbünde, le milizie armate al seguito di un capo tipiche dell’epoca, dagli squadristi italiani alle SA e allo Stahlhelm, nelle quali vedeva l’affermarsi di un prosssimo cesarismo carismatico. Contestualmente, Jünger osservò ne L’operaio che «la massa comincia a secernere dal proprio corpo organi di autodifesa». Questo considerare le cose dal punto di vista dell’organico, del vitale, dell’ancestrale biologico è forse la dimensione che meglio accomuna Jünger e Spengler e che meglio ne spiega il terribile, seducente, incantatorio talento da affrescatori. Entrambi analisti dell’uomo e della società, entrambi evocatori di scenari cosmologici, di rivolgimenti apocalittici, di ipotesi di riaffermazione di “tipi” elementari e originari, di razze mutanti, di arcaismi giacenti nell’inconscio e riattivati dall’uso della tecnica e dalla volontà impersonale, il tutto da indirizzare – con forte senso politico – contro l’affastellamento informe del Moderno. Profetizzarono uomini nuovi, secondo «cambiamenti fisiognomici intercorrenti nel passaggio dal mondo borghese dell’individuo al mondo tipico dell’Operaio». L’uno e l’altro giudicarono – sbagliando profezia, ma non importa – che presto al borghese, «sfornito di qualsiasi rapporto con forze elementari» sarebbero succeduti esemplari. Quasi campionature di un’inedita stirpe lavorata dai fatti, dal carattere, da un destino epocale.

    il-tramontoSono inquadrature formidabili, bisogna ammetterlo. Quanto di meglio potrebbe chiedersi, per ridare oggi anima e vita a una qualche minoranza in grado di riarmare lo spirito e di intraprendere la lotta contro il mondo moderno, se solo da qualche parte ne esistesse una. Uno dei meriti dello scritto di Conte è quello di presentarci la riflessione tedesca del Novecento rappresentata da Jünger e da Spengler come in fondo un unico strumentario di lotta filosofica, metafisica e politica, bene in grado di raddrizzare il piano inclinato su cui corre la modernità. E si tratta di strumenti da estrarre dai più reconditi giacimenti della natura occulta, veri archetipi in riposo che attendono soltanto di essere risvegliati: l’energia formatrice, ad esempio, la Gestaltungskraft, che a giusto titolo Conte indica come termine essenziale dell’Arbeiter, e che è la stessa forza che, ne L’uomo e la tecnica, Spengler vede agire per catastrofi immediate, risolutive: le mutazioni che aprono vie impensate ai progetti della storia.

    Conte batte sul tasto delle naturali differenziazioni tra i due pensatori, ma ribatte pure su quello delle organiche similitudini. E ci rende noto un esemplare dettaglio, di gran valore filologico e immaginale. Una lettera scrittagli da Ernst Jünger nel 1995, a un mese dal compimento del suo centesimo anno, in cui conveniva con lo studioso napoletano che Spengler aveva svolto in qualche modo su di lui il ruolo di maestro: «Lei ha ragione a supporre che Oswald Spengler abbia esercitato un’influenza significativa sulla mia evoluzione spirituale…». Assodato che Spengler era senza mezzi termini considerato da Jünger «decisivo per la sua concezione della storia», Conte indica come elemento tra i più visibili di questa fratellanza ideale il «collegamento fra Operaio e prussianità», quello fra Operaio e Germania, e soprattutto la visuale copernicana della storia, nel senso di una storia e di una politica mondiali, ma «in un’ottica in realtà germanocentrica». Un sano relativismo di prospettiva che non sviliva, ma al contrario rafforzava sia in Jünger sia in Spengler l’ostilità verso l’individualismo cosmopolita borghese e quella «contro i partiti politici, i parlamenti, la stampa liberale e l’economia di libero mercato».

    Un altro dei numerosi spunti offerti da Conte è il commento a un libro dell’americano John Farrenkopf, recentemente dedicato a Spengler come “profeta del declino”. Un caso singolare di “spenglerismo” negli USA? Un momento… vediamoci chiaro… Farrenkopf condivide le prognosi infauste di Spengler circa il futuro dell’Occidente, formula un suo pessimismo circa la decadenza del mondo occidentale (pacifismo, crisi demografica e culturale, ottusa pratica di esportare tecnologia ai nemici dell’Occidente, etc.), ma alla fine non manca di sostituire l’America alla Germania come quella struttura imperiale auspicata da Spengler per contenere gli sviluppi verso il basso della civilizzazione. E, da buon americano, non manca neppure di indicare in qualche scritto giovanile del filosofo del tramonto accenni di apprezzamento per la democrazia. Non sono tanto questi aspetti che importano. Conte demolisce alla svelta il tentativo di americanizzare Spengler e di confondere l’impero con l’imperialismo di bottega. Da parte nostra, noi segnaliamo il valore irrinunciabile della duplice lezione di Jünger e di Spengler: la presenza pesante di due autori dal messaggio forte, attualissimo, il cui pensiero di contrasto radicale va strappato di mano ai depotenziatori – certi salotti della new age jüngeriana, amanti del romanziere criptostorico, ma muti sull’ideologo nazionalrivoluzionario… adesso lo Spengler democratico e americanomorfo… – per rimetterlo al centro di un possibile recupero del tradizionalismo rivoluzionario europeo…

    Domenico Conte, ben noto al pubblico italiano per essere uno dei pochi esegeti non prevenuti della Rivoluzione Conservatrice – e autore tra molti altri di quell’eccellente libro-monstre che è Catene di civiltà. Studi su Spengler, pubblicato dalle Edizioni Scientifiche Italiane nel 1994 – parla non a caso di albe e tramonti d’Europa. Il pensiero tragico e le prospettive catastrofiste di Jünger e di Spengler nascondono allo stesso modo tutto un tracciato di proiezioni futuribili, assegnando alla nostra civiltà spazi di insorgenza e di contro-storia ancora percorribili. Spengler, fortemente interessato ai momenti aurorali e dinamici della Kultur, era in realtà un agitatore di destini. E Jünger, nel suo Arbeiter, scrisse la frase rivelatrice: «ogni tramonto è preparazione». Entrambi, e insieme ad esempio a un Heidegger, e in maniera tra l’altro non dissimile dal nostro vecchio Oriani, videro il futuro dell’Europa nel suo saper riconoscere una nuova alba, fatta di istinto, volontà e mobilitazione.

    * * *

    Tratto da Linea del 11 ottobre 2009.

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    agosto 14, 2009

    LA DOTTRINA DEL BOSCO di Ernst Junger






    (Da: Trattato del ribelle, Adelphi 2009)

    La dottrina del bosco è antica quanto la storia dell’uomo, e forse persino più antica. Se ne rinvengono le tracce in testimonianze veneraabili che in parte soltanto oggi riusciamo a decifrare: è il grande tema delle fiabe, delle saghe, dei testi sacri e dei misteri. Se riconduciamo la fiaba all’età della pietra, il mito all’età del bronzo e la storia all’età del ferro, sempre ci imbatteremo in questa dottrina, purché il nostro occhio sia pronto a individuarla. La ritroveremo infine nell’epoca odierna dell’uranio, che potremmo chiamare età delle radiazioni. Sempre e dovunque c’è qui la consapevolezza che il mutevole paesaggio nasconde i nuclei originari della forza e che sotto l’apparenza dell’effimero sgorgano le fonti dell’abbondanza, del potere cosmico. Questo sapere non rappresenta soltanto il fondamento simbolico-sacramentale delle Chiese, non soltanto si perpetua nelle dottrine esoteriche e nelle sètte, ma costituisce il nucleo dei sistemi filosofici che si propongono fondamentalmente, per quanto distanti possano essere i loro universi concetttuali, di indagare il medesimo mistero: inteso come idea, monade originaria, cosa in sé, esistenza nell’oggi, è un mistero palese a chiunque sia stato iniziato a esso almeno una volta nella vita. Se uno ha toccato l’essere anche una volta soltanto, ha varcato il margine lungo il quale hanno ancora peso le parole, le nozioni, le scuole, le confessioni. Ma in compenso ha imparato a venerare ciò da cui esse traggono vita.
    In questo senso, anche il termine bosco non ha molta importanza. Naturalmente, non è un caso che non appena il nostro sguardo si posa commosso e affascinato su fiori e alberi, subito cominciamo a liberarci da tutto quanto ci tiene avvinti alle cure del tempo. In questa direzione dovrebbe elevarsi la botanica. Qui troviamo il giardino dell’Eden, i vigneti, i gigli, il granello di frumento delle parabole cristiane. Troviamo il bosco incantato delle favole con i lupi che divorano gli uomini, le streghe e i giganti; ma anche il buon cacciatore e la siepe di rose della Bella Addormentata, alla cui ombra il tempo si è fermato. E poi le foreste dei Germani e dei Celti, e il boschetto di Glasur dove gli eroi hanno sconfitto la morte e, ancora, il Getsemani e i suoi ulivi.
    Ma cerchiamo la stessa cosa anche in altri luoghi – nelle grotte, nei labirinti, nei deserti dove ha dimora il Tentatore. Per chi sa riconoscere i simboli, ogni luogo racchiude una vita immensa. Mosè batte con la verga contro la parete di roccia da cui sgorga l’acqua della vita. Quell’istante è sufficiente poi per migliaia di anni. Soltanto in apparenza tutto ciò è disperso in tempi lontani e in luoghi remoti. In realtà ogni uomo lo alberga in sé, a ciascuno è trasmesso in forma cifrata per permettergli di comprendere se stesso nella sua forma più profonda, soovraindividuale. E’ il fine cui tende ogni dottrina degna di questo nome. Anche se la materia si fosse addensata sino a formare un muro che sembra precludere ogni vista, la ricchezza rimane a portata di mano: continua a vivere nell’uomo come talento, come eredità sovratemporale. Sta a lui soltanto scegliere se usare il bastone unicamente per sostenersi durante il viaggio terreno, oppure come scettro. (…)
    L’uomo è troppo profondamente infossato nelle sue costruzioni: si deprezza, sente che sta perdendo terreno. Si avvia così alla catastrofe: verso i grandi pericoli e verso il dolore. Questi lo sospingono dove le vie sono senza uscita; questi lo portano all’annientamento. Ma, cosa singolare, proprio qui, messo al bando, condannato, in fuga, egli incontra di nuovo se stesso nella sua sostanza indivisibile e indistruttibile. Infrange il gioco degli specchi e si riconosce in tutta la sua potenza.

    Il bosco è segreto. Heimlich, segreto, è una di quelle parole della lingua tedesca che racchiudono in sé anche il proprio contrario. Segreto è l’intimo, ben protetto focolare, baluardo di siicurezza. Ma nello stesso tempo è anche ciò che è clandestino, assai prossimo in quest’accezione all’ Unheimliche, l’inquietante, il perturbante. Quando ci imbattiamo in radici simili a questa, possiamo essere certi che vi risuona un’eco dellla grande antitesi e dell’equazione ancora più grande di vita e morte, alla cui soluzione si dedicano i misteri.
    In questa luce il bosco è la grande casa della morte, la sede del pericolo di annientamento.
    Il compito della guida spirituale è di condurvi per mano il discepolo per liberarlo dalla paura. Il bosco lo fa morire e risorgere simbolicamente. A un passo dall’annientamento c’è il trionfo. Chi ha inteso questo, sa innalzarsi al di sopra della violenza temporale. L’uomo impara che questa violenza non ha alcun potere su di lui, anzi è destinata unicamente a confermarlo nel suo valore supremo. L’arsenale del terrore eretto intorno a lui è pronto a inghiottirlo. Ma lo spettacolo non è nuovo. I «nuovi» mondi sono sempre e soltanto copie dello stesso mondo, ben noto sin dalle origini agli gnostici, agli eremiti del deserto, ai Padri e ai veri teologi: i quali tutti possedevano la parola capace di abbattere l’apparenza. Quando l’iniziato capisce questo, il serpente della morte si trasforma in bastone, in scettro.
    La paura assume sempre la maschera, lo stile dei tempi. (…) Penetrando nei rigorosi universi della conoscenza, l’uomo si fa beffe dello spirito che si lascia atterrire dalle ombre e dalle figure dell’inferno gotico. E non immagina che i medesiimi lacci tengono avvinto anche lui. I fantasmi che lo insidiano usano naturalmente lo stile della conoscenza, si presentano come fatti scientifici. L’antica foresta sarà diventata un territorio demaniale, zona di sfruttamento economico. Ma il bambino ancora vi si aggira smarrito. Il mondo è ormai dominio incontrastato degli eserciti di microbi; la minaccia di un’apocalisse incombe più che mai, anche se la dobbiamo alle macchinazioni della fisica. L’anntica follia continua a manifestarsi come psicosi e nevrosi. Sotto un travestimento riconoscibile, ritroveremo, negli inferni produttivi del nostro tempo, anche il vecchio orco – e non soltanto in qualità di sfruttatore e aguzzino. Si tratterà, più probabilmente, di un sierologo che, fra strumenti e storte, pensa a come estrarre dalll’uomo la milza o lo sterno per usarli come materia prima per qualche farmaco miracolooso. Siamo nel cuore del vecchio Dahomey, nel Messico antico.
    Tutto ciò è non meno fittizio dell’edificio di un qualsiasi altro universo simbolico del quale troviamo i resti sotto un cumulo di rovine. Al pari di quello, anche il nostro universo simbolico scomparirà, andrà in frantumi e apparirà incomprensibile a occhi estranei. Ma dal grembo inesauribile dell’essere sorgeranno nuove finzioni a sostituire le antiche: e saranno altrettanto convincenti, altrettanto multiformi e compiute. (…)
    In ogni tempo, in ogni luogo, in ogni cuore, la paura dell’uomo è sempre la stessa: paura dell’annientaamento, paura della morte. E’ quanto ascoltiamo già da Gilgames, lo ascoltiamo nel Salmo 90 e così è rimasto fino a noi oggi. Vincere la paura della morte equivale dunque a vincere ogni altro terrore: tutti i terrori hanno significato solo in rapporto a questo problema primario.
    Passare al bosco, quindi, vuol dire innanzi tutto andare verso la morte. Questa strada arriva molto vicino alla morte – anzi, se è necessario, l’attraversa perfino. Il bosco, come rifugio della vita, dischiude i suoi tesori surreali quando l’uomo è riuscito a oltrepassare la linea. Qui si posa la eccedenza del mondo.
    Ogni autentica guida spirituale si riferisce a questa verità: sa condurre l’uomo al punto in cui egli riconosce la realtà. Diventa particolarmente chiaro quando si uniscono dottrina ed esempio – quando il vincitore della paura acceede al regno dei morti, come fece Cristo, fondatore supremo. Il granello di frumento, morendo, ha generato non numerosi, ma infiniti frutti. Si tocca qui quella eccedenza del mondo di cui ogni atto generativo è un simbolo temporale, oltre che un segno della vittoria sul tempo. Non ha avuto al suo seguito solo i martiri che si sono dimostrati più forti dello stoicismo, più forti dei Cesari e più forti di quelle centinaia di migliaia di uomini che li rinchiusero nell’arena. Lo hanno seguito anche gli innumerevoli che sono morti con una speranza certa. Ancora oggi il loro gesto esercita un influsso assai più grande di quanto non sembri a prima vista. Le cattedrali crollano, ma nei cuori rimane un patrimonio di sapere che, simile alle catacombe, mina dall’interno gli edifici dei tiranni. Già per questo motivo, possiamo essere sicuri che la pura violenza esercitata secondo i modelli antichi alla fine non prevarrà. Quel sangue ha immesso sostanza nella storia, ed è quindi giusto continuare a contare gli anni a partire da quella data, che ha segnato una svolta epocale. Regna qui la piena fecondità delle teogonie, la mitica forza generativa. Il sacrificio si ripete su innumerevoli altari.
    Nel suo inno, Holderlin vede in Cristo l’esaltazione dei poteri di Eracle e di Dioniso. Eracle è il principe delle origini a cui si appellano gli stessi dèi in lotta contro i Titani. Egli prosciuga paludi, costruisce canali e rende abitabili i deserti, abbattendo mostri e demoni. E’ il primo tra gli eroi sulle cui tombe è sorta la polis e nel cui culto essa si conserva. Ogni nazione ha il suo Eracle, e ancora oggi i sepolcri sono i centri da cui lo Stato trae il suo sacro fulgore.
    Dioniso è il signore della festa e la guida dei cortei. Quando Holderlin si rivolge a lui come spirito di comunione, intende dire che anche i morti – e anzi, loro forse più di chiunque altro – appartengono alla comunità. Di questo fulgore è circonfusa la festa dionisiaca, sorgente profondissima di serenità. Si spalancano le porte del regno dei morti e ne trabocca oro a profusione. Di qui il significato della vite, in cui si uniscono le forze della terra e del sole: di qui anche il senso delle maschere, della grande trasformazione e del grande ritorno.
    Tra gli uomini dobbiamo ricordare Socrate, esempio fecondo non soltanto per gli stoici ma per gli spiriti audaci di ogni tempo. Sulla vita e la dottrina di quest’uomo i pareri possono anche divergere; la sua morte resta però uno degli eventi più grandi. Il mondo è costruito in modo tale che pregiudizi e passioni esigono sempre il loro tributo di sangue, ed è bene sapere che ciò non muterà mai. Di volta in volta possono cambiare gli argomenti, ma la stupidità terrà il suo tribunale in eterno. Veniamo condannati, prima per aver oltraggiato gli dèi, poi per non esserci piegati a un dogma, e poi ancora per aver rinnegato una teoria. Non esistono parola o pensiero, per grandi e nobili che siano, nel cui nome non sia già stato versato del sangue. Socratica è la consapevolezzza della nullità di ogni giudizio, in un senso più elevato di quanto possano stabilirlo il pro e il contro degli uomini. Il vero giudizio è pronunciato sin dall’inizio: esso mira ad esaltare la vittima. Se perciò i greci moderni dovessero chiedere una revisione della condanna, otterrrebbero solo di accrescere il numero delle inutili osservazioni in margine alla storia universale, in un’epoca, tra l’altro, in cui il sangue innocente scorre a fiumi. E’ un processo che dura da che mondo è mondo e i filistei che ne sono stati i giudici li incontriamo ancor oggi a ogni angolo di strada, in ogni parlamento. Che questo si possa cambiare: ecco il pensiero che ha contraddistinto in ogni tempo le menti superficiali. L’umana grandezza va conquistata lottando. Essa trionfa quando respinge nel cuore dell’uomo l’assalto dell’abiezione. Qui è racchiusa la sostanza della storia, nell’incontro dell’uomo con se stesso, o meglio: con la propria divina potenza. Chi vuole insegnare la storia deve saperlo. Socrate chiamava il suo demone queesto luogo segreto da dove una voce, che era già al di là delle parole, lo consigliava e lo guidava. Potremmo chiamarlo anche il bosco.
    Che cosa vuol dire per l’uomo di oggi farsi guidare dall’esempio del vincitore della morte, degli dèi, degli eroi, dei saggi? Vuol dire partecipare alla resistenza contro il tempo, e non soltanto contro questo tempo, bensì contro ogni tempo, il cui potere fondamentale è la paura. Qualsiasi paura, per quanto sembri derivata, è essenzialmente paura della morte. L’uomo che riesce qui a strapparle terreno può imporre la sua libertà in ogni altro ambito goovernato dalla paura, e abbattere i giganti, la cui arma è il terrore. Anche questo si è ripetuto nella storia moltissime volte.
    È nella natura delle cose che l’educazione segua oggi un indirizzo esattamente opposto. Mai come ora l’insegnamento della storia è stato dominato da concezioni così singolari. In tutti i sistemi si tende a imbrigliare il flusso metafisico, ad addomesticare e ammaestrare gli uomini piegandoli alle ragioni del collettivo. Persino dove è costretto a ricorrere al coraggio, come sul campo di battaglia, il Leviatano penserà di simulare di fronte al combattente una seconda e più grave minaccia, in modo che questi rimanga al suo posto. Sono questi gli Stati in cui ci si affida completamente alla polizia.
    La grande solitudine dell’individuo è uno dei segni che contraddistinguono il nostro tempo. Egli è circondato, anzi assediato dalla paura che lo stringe sempre più da presso come una parete. Nelle carceri, nella schiavitù, nell’accerchiamento, la paura assume forme concrete. Ne sono dominati i pensieri, i monologhi, forse anche i diari, negli anni in cui l’uomo non può fidarsi neppure del proprio vicino.
    Qui la politica tocca territori diversi – siano essi la storia naturale o la demonologia, con i loro orrori. Eppure si avverte la prossimità di granndi forze salvifiche. I terrori sono nel contempo squilli di tromba, segnali di un pericolo completamente diverso da quello simulato dal conflitto storico. Ricordano piuttosto gli interrogaativi sempre più assillanti che gli uomini hanno di fronte. Nessuno può esentarli dal rispondere.

    Toccata quella soglia, l’uomo è sottoposto alla prova teologica, ne abbia o meno consapevolezza. Non si dovrebbe però dare troppa importanza a questo termine. L’uomo viene interrogato sui valori supremi, sulla visione che ha dell’universo, sul rapporto tra questo e la sua esistenza. Sono domande che possono eludere le parole, che addirittura si sottraggono alle parole. Anche le formulazioni delle risposte, cioè le singole professioni di fede, hanno poca importanza.
    Lasciamo dunque da parte le Chiese. I loro tesori sono ancora integri, come attestano oggi, anzi oggi più che mai, molte testimonianze significative. Fra esse c’è soprattutto l’atteggiamento dei loro oppositori, in primo luogo lo Stato che mira al potere assoluto. Ne conseguono inevitabili persecuzioni religiose. A questo stadio l’uomo deve essere trattato come entità zoologica, e poco importa se le teorie domiinanti lo includono in una categoria economica o di altro tipo. E così che dapprima si giunge nella sfera della pura utilità, poi in quella della bestialità.
    Dall’altra parte c’è il carattere istituzionale delle Chiese in quanto organizzazioni umane. Sotto questo aspetto, esse sono perennemente minacciate da sclerosi e dunque dal possibile inaridimento delle loro profonde risorse. Da cui la tristezza, meccanicità e vacuità di parecchi culti, il tormento delle messe domenicali, la divisione in sètte. Il fatto stesso di essere un’istituzione, offre il fianco agli attacchi: l’edificio, minato dal dubbio, può crollare da un momento all’altro, a meno che non venga semplicemente trasformato in museo. Dobbiamo prevedere tempi e luoghi in cui non esisteranno più Chiese. Lo Stato si vedrà obbligato a colmare con i propri mezzi il vuoto che si è creato, ovvero che l’occasione ha portato alla luce – impresa rischiosa destinata all’insuccesso.
    Per quelli che non si lasciano abbindolare dai venditori di fumo, è giunta l’ora di prendere la via del bosco. Può esservi indotto il sacerdote, che senza sacramento ritiene impossibile un’esiistenza superiore e considera suo compito soddisfare quel bisogno. Non rimane allora che il bosco, ove condurre un’esistenza che si rinnova dopo ogni persecuzione e che più volte è stata descritta; nella vita di san Policarpo, per esempio, nelle memorie dell’eccellente Aubigné, fedele scudiero di Enrico IV. Tra i moderni citiamo Graham Greene e il suo romanzo “Il potere e la gloria”, ambientato nei tropici. In questo senso, naturalmente, il bosco è ovunque, anche nei sobborghi di una metropoli.
    Ma, a parte questo, è in gioco l’esigenza di tutti quei singoli che non si rassegnano all’irreggiimentazione zoologico-politica. Ed eccoci giunti al nucleo della sofferenza odierna, il grande vuoto che Nietzsche ha definito crescita del deserto. Il deserto cresce: è questo lo spettacolo offerto dalla civiltà e dai suoi rapporti svuotati di senso. In un simile paesaggio si fa particolarrmente urgente e scottante la questione delle scorte per il viaggio: «Il deserto cresce, guai a çhi alberga deserti». .
    E’ bene se la Chiesa può creare oasi. E’ meglio ancora se l’uomo non se ne accontenta. La Chiesa può offrire assistenza ma non esistenza. Anche qui, per il suo aspetto istituzionale, ci troviamo pur sempre a bordo della nave, ancora e sempre in movimento: la quiete è nel bosco. Soltanto all’uomo spetta la decisione: nessuno può sostituirsi a lui.
    Il deserto cresce; aumentano gli anelli sterili e pallidi, mentre vanno ormai scomparendo le contrade ordinate in modo sensato: i giardini, dove con fiducia coglievamo i frutti per nutrirci; gli ambienti muniti di attrezzi ben collaudati. Ora le leggi diventano incerte, gli arnesi si rivelano a doppio taglio. Guai a chi alberga deserti: guai a chi non porta con sè, anche solo in un’unica cellula, quel tanto di sostanza originaria che assicura continuamente nuova fertilità.





    LA DOTTRINA DEL BOSCO di Ernst Junger

 

 
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