Gesti e atteggiamenti nel rito degli esorcismi
di Pietro Sorci (ofm)
Un tema che ha sempre affascinato il mondo cinematografico: scena del film Exorcismus (2010)
Immagine dal sito http://www.films-horreur.com/
In qualsiasi religione e cultura dove gli uomini credono all’esistenza e all’azione di potenze demoniache e di spiriti maligni sono note pratiche esorcistiche, con le quali tentano di difendersi e liberarsi da queste forze nocive, e specialmente dalle malattie fisiche e psichiche attribuite all’invasamento e alla possessione da parte di queste potenze malefiche. «In tutte le culture extrabibliche si trovano concetti analoghi al fenomeno della presa di possesso dell’uomo da parte di spiriti cattivi, come pure concetti relativi ai «riti esorcistici» utilizzati per neutralizzarla. Esiste dunque un sostrato comune in grado di fare da ponte tra i due linguaggi». La loro conoscenza permette di comprendere i riti esorcistici delle antiche fonti liturgiche, e soprattutto l’evoluzione che essi hanno avuto nei secoli del Medioevo.
1. Nelle religioni e nel giudaismo
Nelle religioni cosiddette «primitive» o tradizionali la liberazione dai demoni è affidata agli stregoni. Nell’antichità spesso le pratiche tese ad allontanare le potenze malefiche erano affidate ai sacerdoti che esercitavano queste attività con preghiere, scongiuri, minacce, recita di formule e testi magici spesso incomprensibili, con urla, fischi, strepiti ottenuti per mezzo di strumenti, e mediante gesti, come imposizione delle mani, soffiare e sputare in direzione degli spiriti, con uso di sale, olio, e altri mezzi a cui era attribuito significato e di potere apotropaico, con la preparazione di cerchi di farina, di cenere, di fuoco, di terra, mediante l’osservanza di digiuni e purificazioni preliminari, l’uso di specifici abiti e colori da parte dell’esorcista.
Così nella religione assiro-babilonese l’esorcista combinava riti manuali e orali: preparare un braciere disponendo fuscelli secondo un preciso ordine, spargere intorno un po’ di farina in modo da circoscrivere un luogo separato dal mondo profano circostante, accendere una torcia di zolfo dal braciere, manipolare un casco di datteri, un ciuffo di peli di capra o un filo rosso. La vittima doveva essere liberata dallo spirito maligno nel modo in cui si toglievano le bucce della cipolla o venivano strappati i fili di lana o i peli di capra. Oppure si distruggeva una figurina di cera raffigurante l’avversario. Si poteva combattere il male con erbe medicinali, fumigazioni tese ad allontanare le potenze che lo provocavano, pietre magiche: il paziente veniva lavato, purificato e rinfrescato.
Anche il giudaismo conosce esorcisti e riti esorcistici, e il fatto è testimoniato dagli scritti del Nuovo Testamento, là dove Gesù risponde alla provocazione di quanti lo accusano di scacciare i demoni nel nome di Beelzebul principe dei demoni: «E i vostri figli in nome di chi li scacciano?» (Mt 19,13-14). Gli Atti (19,13-14) riferiscono di alcuni esorcisti ambulanti, figli del sommo sacerdote Sceva, i quali pretendono di servirsi del nome di Gesù, considerato più efficace delle formule in uso presso di loro, per compiere scongiuri.
La prassi esorcistica giudaica è confermata da Giuseppe Flavio. Egli ci informa che Salomone era considerato il grande esorcista dei tempi antichi. Secondo lo storico delle Antichità giudaiche, Dio gli avrebbe insegnato l’arte di scacciare gli spiriti malvagi per l’utilità e la salvezza degli uomini. Secondo quanto egli riferisce la cura avveniva nel modo seguente: l’esorcista teneva sotto il naso dell’indemoniato un anello che cingeva delle radici che Salomone aveva indicato, lo faceva annusare al malato e così lo spirito usciva dal suo naso. L’ossesso cadeva subito a terra e l’esorcista pronunziando su di lui in nome di Salomone la sentenza magica da questi composta scongiurava lo spirito di non ritornare più nell’uomo.
L’apocrifo della Genesi di Qumran, invece, mostra Abramo che guarisce il faraone con l’imposizione delle mani accompagnata dall’invocazione del nome di Dio. Atanasio attesta l’uso presso gli ebrei di scacciare i demoni con la lettura della Scrittura. Giustino, invece, attesta l’uso di profumi e fasciature.
2. La prassi di Gesù e nei primi secoli della Chiesa
Gesù non ricorre mai a gesti di carattere magico né a riti di esorcismo simili a quelli praticati nell’ambiente giudaico all’inizio dell’era cristiana. Senza mettere in discussione la concezione che attribuiva all’influsso demoniaco molte malattie, guarisce i malati e scaccia i demoni con la potenza della sua parola (Mc 4,25-26; Mt 4,24; 9,32-33; 12,22; 17,14-20, ecc.), in virtù dello Spirito di Dio che è in lui (Mt 12,22-32; Mc 3,22-30), detto anche dito di Dio (Lc 11,20). Alla comunicazione dello Spirito risanante che opera in lui sembra riferirsi il gesto dell’imposizione delle mani (Mc 5,23; 6,5; 7,32; 8,23; Lc 4,40; 13,13). E tale potere egli conferisce anche ai Dodici e ai discepoli (cf. Mt 10,7; 10,1; Mc 3,10), che non sempre però ci riescono (cf. Mt 17,16). Ma essi dovranno farlo nel suo nome (cf. Mc 16,15-18): è solo la potenza della sua parola e della fede in lui che ha successo (Mt 17,20): solo Dio trionfa sulle potenze del male. Tale sembra essere il significato del digiuno in Mc 9,29 e Mt 17,21.
Nella Chiesa apostolica gli esorcismi saranno praticati nello stesso spirito, invocando il nome di Cristo risorto, solo vincitore di Satana (cf. Mc 16,17; At 19,12, ecc.). Su mandato di Gesù anche i discepoli scacciano i demoni (cf. At 5,16; 16,18). Anche se non sono specificati i gesti che essi compiono, sulla base di Mc 16,18 si può supporre l’imposizione delle mani.
Lo scacciare nel nome di Cristo i demoni, ritenuti causa delle malattie fisiche e psichiche, è considerato dagli scrittori cristiani del I e II secolo come una manifestazione del carattere divino del cristianesimo. Giustino afferma che i cristiani guariscono i malati posseduti, che esorcisti, incantatori e maghi pagani non riescono a guarire, nel nome di Gesù Cristo crocifisso sotto Ponzio Pilato. La notizia trova conferma, alla fine del secolo, in Ireneo: «Con l’invocazione del nome di Gesù Cristo che fu crocifisso sotto Ponzio Pilato Satana è scacciato dagli uomini». E in Minucio Felice, il quale riferisce: «[I demoni], scongiurati nel nome del vero e unico Dio, loro malgrado, sono invasi dal terrore nei loro miserevoli corpi e si allontanano immediatamente, oppure, a poco a poco, svaniscono, secondo che interviene la fede del paziente o agisce, in forma di ispirazione la grazia di chi procede alla guarigione».
Secondo gli excerpta ex Theodoto della fine del secolo II, l’invocazione del nome di Cristo è accompagnata dall’imposizione delle mani. Il gesto è confermato per l’Africa da Tertulliano. Egli mentre c’informa che i cristiani scacciano i demoni, e questo non soltanto a favore dei pagani, ma anche degli stessi cristiani che hanno già ricevuto il battesimo, attesta pure il gesto dell’insufflazione. Afferma infatti: «Al solo contatto delle nostre mani, al più flebile soffio della nostra bocca i demoni escono dai corpi degli uomini». Egli inoltre ci offre elementi per ricostruire quella che si suppone fosse la formula africana dell’esorcismo: «Tutto l’impero e il potere che abbiamo sui demoni, derivano la loro forza dal fatto che noi pronunziamo ed enumeriamo tutti i castighi che li minacciano».
Qualche decennio dopo la Tradizione Apostolica, trattando dei riti prebattesimali afferma: «Imponendo le mani [il vescovo] scongiura lo spirito estraneo di allontanarsi da essi [i catecumeni] e di non ritornare più. Terminato l’esorcismo soffia sulla loro faccia, dopo aver segnato la loro fronte, orecchie e naso». Come si vede, all’inizio del III secolo abbiamo già praticamente tutti gli elementi del rito degli esorcismi battesimali della Chiesa romana sino a oggi: insufflazione, imposizione delle mani, invocazione del nome di Cristo, minaccia dei castighi eterni rivolta a Satana.
Alla fine del IV secolo Lattanzio attesta il segno della croce unito all’invocazione del nome di Cristo: «Come agisca terrificamente questo segno sopra i demoni, lo sanno bene coloro che li abbiano visti fuggire dai corpi invasati, ogni volta che siano stati scongiurati nel nome di Cristo».
Oltre a questi gesti una notevole importanza rivestiva il digiuno al quale Gesù stesso associa l’esorcismo (cf. Mt 17,20; Mc 9,28). Benoit ha dimostrato che già il giudaismo attribuiva al digiuno il potere di scacciare i demoni, per cui nel digiuno prescritto nel I e II secolo prima del battesimo si può riconoscere un elemento dell’esorcismo prebattesimale.
3. I libri liturgici romani
Nel Sacramentario Gelasiano antico questi gesti li ritroveremo negli exorcismos super electos e soprattutto, accompagnati dal tocco del naso e degli orecchi con la saliva e dall’unzione con l’olio esorcizzato, nell’esorcismo del sabato santo che precede immediatamente il battesimo. I gesti e le preghiere del Gelasiano, applicati tanto agli adulti quanto ai bambini, furono tramandati per tutto il Medioevo ed entreranno con ritocchi di lieve entità nel Rituale Romanum del 1614. Questi esorcismi vengono applicati anche a coloro avevano ricevuto il battesimo e si ritenevano posseduti dal demonio.
Già all’inizio del III secolo con la Tradizione Apostolica siamo informati dell’esistenza di esorcisti, che, secondo gli Statuta Ecclesiae antiqua de V secolo, nell’atto della loro ordinazione con la consegna del libro degli esorcismi ricevono dal vescovo il potere di imporre le mani sugli energumeni catecumeni e battezzati. Ma, a parte il gesto dell’imposizione delle mani, nulla sappiamo delle preghiere contenute in questo libro né dei gesti previsti.
Testi di esorcismi sugli energumeni si trovano a partire dalla parte franca del Sacramentario Gelasiano antico e dei Gelasiani del secolo VIII. In questi libri l’unico gesto previsto sembra essere l’imposizione delle mani.
Nel Pontificale Romano-Germanico si trovano cinque formulari per l’esorcismo sugli ossessi, di cui il quarto è attribuito a sant’Ambrogio e il quinto a san Martino. Nel primo e nel quarto oltre a formule deprecatorie e imprecatorie, sono previste azioni esorcistiche: aspersione con acqua benedetta, imposizione delle mani e segno di croce mentre si ordina a Satana di uscire dall’energumeno e di lasciare il posto a Cristo. Nel quinto il sacerdote segna i sensi e le membra del fedele con il segno della croce pronunziando delle formule come: Accipe signum crucis in manu dextera tua; benedico oculos tuos ut videas claritatem eius; signo omnia membra tua ut ab ipsis expellatur diabolus qui laedit omnem carnem.
Un rituale molto complesso è quello contenuto nel Codex Vindobonensis Palatinus 1888 della Hofbibliothek di Vienna. In esso si spiega:
«Quando una persona vessata dal demonio si presenta, il prete la segni recitando tre collette. Le comandi di uscire dalla chiesa e di spogliarsi dei suoi vestiti in luogo segreto. Canti la litania. Benedica il sale e l’acqua. La vesta con nuovi vestiti, aspersi con l’acqua benedetta, e la conduca poi presso l’altare, dove stia in digiuno sino a nona. Il prete canti per l’indemoniato la messa; ed egli sia assoggettato a penitenza per sette giorni e rimanga con il prete fino al quindicesimo giorno, mangiando soltanto pane e sale, e, se il prete lo permette, pesce e legumi con la benedizione del sale e dell’acqua... e fino al quindicesimo giorno si astenga dai rapporti con la moglie, e se si tratta di donna, dai rapporti con il marito. E per un anno intero non mangi pane fatto di domenica, né carne di animale che sia stato macellato di domenica, né birra calda fatta di domenica. E non mangi o beva nulla di caldo fino a che viva».
3.1. La pratica esorcistica medievale
I pontificali romani dipendenti dal Pontificale Romano-Germanico non hanno recepito il rito degli gli esorcismi. Tra i rituali romani solo una parte riporta i formulari per gli esorcismi sugli ossessi, che tuttavia con il passare degli anni si ampliano a dismisura. Parallelamente e indipendentemente della liturgia ufficiale, per iniziativa di demonologi vengono elaborate e si diffondono uno straordinario numero di tecniche esorcistiche specializzate, che dovevano avere grande fortuna presso coloro che non riuscivano a essere guariti dall’intervento del clero ufficiale.
Questo sviluppo è favorito dal clima generale di paura, in particolare del demonio, che caratterizza l’autunno del Medioevo.
«Dalla fine del Medioevo, le grandi epidemie (peste nera), il rinascimento delle arti e delle lettere pagane e occulte, le grandi rotture dell’unità cristiana e le minacce degli infedeli, hanno, in modi diversi, come conseguenze che l’Occidente si veda oppresso da diavolo e dai suoi alleati sulla terra. Questo diabolismo diffuso in tutti gli strati sociali conobbe il suo apogeo nella demonomania dei secoli XVI e XVII, vale a dire in un’epoca in cui, almeno in ambiente cattolico, la realtà della possessione è ammessa dall’insieme della popolazione. La testimonianza della Scrittura, l’autorità e la prassi della Chiesa, gli innumerevoli casi contemporanei fanno sì che, per i cattolici, la possessione faccia parte delle realtà della fede e spesso anche dell’esperienza».
Fiorisce in questo clima la letteratura demonologica che tenta di diagnosticare i patti diabolici e i modi di azione e di cooperazione degli spiriti maligni con gli uomini e fornire ai fedeli i mezzi efficaci di difesa.
È dei primi anni del secolo XV il Formicarius seu dialogus ad vitam christianam exemplo conditionum formicae imitativus del domenicano Giovanni Nider (1380-1438) che descrive in forma di dialogo l’azione del demonio sugli uomini e i patti stregonici. Nella seconda metà del secolo un altro domenicano, Jakob Sprenger inquisitore nelle diocesi di Magonza e Salisburgo sotto Sisto IV, pubblica a Strasburgo il Malleus maleficarum, che si può considerare il codice e la summa della demonologia sino al secolo XVIII e avrà oltre trenta edizioni sino al secolo scorso. Nicolas Remigius, giudice del tribunale di Nancy dal 1576 al 1590 e procuratore generale della Lorena dal 1591 al 1606 espone le sue idee demonologiche nel Demonolatriae libri tres, (Lione 1595) che rappresentano una delle posizioni di estremo rigore nelle lotta contro le streghe.
In contrasto con l’unanime consenso teologico in materia inquisitoriale si pone il medico fiammingo Johan Weyer (1505-1588) i cui scritti De praestigiis daemonum et incantationibus ac veneficiis libri V (Basilea 1563), De lamiis (1577), Pseudomonarchia daemonum (Basilea 1580), opponendosi alle tesi inquisitoriali forniscono notizie sulle credenze popolari dell’epoca.
Il francescano Girolamo Menghi alla fine del secolo XVI è sicuramente uno dei demonologi più prolifici. Pubblica la Fuga daemonum (Bologna 1577), il Compendio dell’arte essorcistica et possibilità delle mirabili et stupende operazioni delli demoni e de i malefici (Bologna 1582), che sarà messo all’indice nel 1707, il Flagellum daemonum (Bologna 1586) e Fustis daemonum (Venezia 1587).
È di Francesco Maria Guaccio (Guaccius), milanese, dell’ordine di sant’Ambrogio, il Compendium maleficarum (Milano 1608). I Disquisitionum magicarum libri sex, del gesuita belga Martìn Del Rio, pubblicato a Lovanio negli anni 1599-1600 in tre volumi, riassumono tutti gli scritti precedenti e ripresentano le tesi demonologiche in forma casistica, riferendosi alle autorità teologiche e alle sentenze dei giudici dell’inquisizione. L’opera sino al 1755 avrà venti edizioni.
Queste opere – i cui autori assai di frequente sono inquisitori o consultori di inquisitori – sono soltanto esempi rilevanti della vasta letteratura demonologica le cui fonti oltre che gli scritti dei teologi sono spesso le tradizioni popolari, il folklore e soprattutto i processi nei quali sono accolte e verbalizzate le dichiarazioni e le confessioni degli indiziati e dei condannati.
Si collocano in questo contesto gli scritti che indicano le pratiche esorcistiche (gesti e preghiere) con le quali scacciare i demoni e liberare dal loro influsso. Ci limitiamo a quello che si può considerare l’epitome delle pratiche esorcistiche del tardo Medioevo, il Thesaurus exorcismorum atque conjurationum terribilium, potentissimorum, cum practica probatissima, quibus spiritus maligni, demones, maleficiaque omnia de corporibus humanis obsessis, tamquam flagellis fustibusque fugantur, expellentur, doctrinis refertissimus atque uberrimus, ecc., pubblicato a Colonia nel 1608 presso Lazzaro Zetzner.
Nelle 1272 pagine sono riuniti: la Practica exorcistica e la Dispersio daemonum del conventuale fra Valerio Polydorus di Padova, il Flagellum daemonum e Fustis daemonum già citati del minore osservante Girolamo Menghi, il Complementum artis exorcisticae di fra Zaccaria Visconti, la Fuga Satanae del sacerdote Pietro Antonio Stampa.
Nella seconda parte della Practica exorcistica del Polydorus troviamo una serie di ricette (applicabile) nelle quali vengono prescritti particolari medicamenti (erbe, minerali, pozioni, fumigazioni, clisteri, emetici, corroborativi, carte benedittorie) per le varie situazioni potenziati di volta in volta dalla recitazione di formule. Il Fagellum daemonum del Menghi, fondendo pratica liturgica con l’arte dei semplici, nel primo esorcismo offre una rubrica da osservare per tutti gli esorcismi: il sacerdote esorcista, premessa la confessione sacramentale, dopo un digiuno di tre giorni, accompagna l’indemoniato dinanzi all’altare e ivi celebra i vari riti, che consistono in orazioni accompagnate da segni di croce, apposizione della stola sul collo dell’ossesso legandola con tre nodi, imposizioni delle mani sul suo capo, recita di litanie, aspersioni con acqua benedetta, esorcismi interrogatori dell’ossesso, suffumigazioni, apposizione di ruta (pianta che nella credenza popolare è stata sempre particolarmente efficace nell’espulsione dei demoni) alle narici dell’ossesso, improperi antidemoniaci, arsione di immagini del demonio dipinte su carta con precisa tecnica, estorsione di dichiarazioni di obbedienza ricavate dal demonio.
«In alcuni di questi scritti – scrive A. Di Nola – i limiti tra dottrina esorcistica della Chiesa cattolica e tecniche magico-popolari e occultistiche di medicina divengono molto incerti, poiché gli autori, nella preoccupazione di fornire mezzi terapeutici e antidemoniaci particolarmente efficaci, sono ricorsi alle più disparate fonti estranee alla tradizione patristica e medievale».
3.2. Il Rituale Romano tridentino
Nel Rituale Romanum di Paolo V del 1614 il rito dell’esorcismo è contenuto nel titolo XII: De exorcizandis obsessis a daemonio. Il rito si caratterizza per la sua sobrietà non soltanto rispetto alle antiche fonti liturgiche ma anche rispetto a quelle prossime quali il Liber sacerdotalis di Alberto Castellani e il Rituale Sacramentorum Romanum del cardinale Antonio Santori stampato tra il 1584 e il 1602 e mai promulgato, e soprattutto rispetto alle pratiche esorcistiche medievali sopra esposte.
Il rito viene compiuto dal sacerdote delegato dal vescovo, premessa la confessione sacramentale, la celebrazione della messa e la preghiera.
Dopo il segno di croce e l’aspersione con l’acqua benedetta c’è una lunga parte introduttiva: Sal 53, due orazioni e un primo esorcismo imprecatorio; quindi, la lettura di quattro brani del vangelo: Gv 1,1-14, in cui viene proclamata la divinità di Gesù; Mc 16,15-18 e Lc 10,17-20, che si riferiscono al potere di cacciare i demoni conferito da Gesù ai discepoli; Lc 11,14-22, in cui Gesù dopo aver liberato un ossesso si difende dall’accusa di scacciare i demoni per virtù di Beelzebul principe dei demoni.
Segue la parte propriamente esorcistica: il sacerdote pone l’estremità della stola sul collo dell’ossesso e la mano sul suo capo e dice sicuro e con grande fede (constanter e magna cum fide): Ecce crucem Domini, fugite partes adversae. Vicit leo de tribu Juda, radix David. Pronunzia poi tre orazioni, provenienti dalla tradizione eucologica medievale, ciascuna delle quali è seguita da un lungo esorcismo imprecatorio accompagnato da numerosi segni di croce sulla fronte e sul petto del posseduto.
Il rito, che può essere ripetuto quante volte si ritiene necessario, si conclude con il Pater, Ave, Credo, il Magnificat e Benedictus, il Simbolo atanasiano e i Sal 90.67.69.53.117.34.30.21.3,10.12, che si possono recitare tutti o a scelta, e infine la preghiera dopo la liberazione dal maligno, desunta dal quarto formulario del Pontificale Romano-Germanico.
I vari gesti, letti alla luce delle formule che li accompagnano – pur influenzati indubbiamente dalla cultura franco-germanica dell’alto Medioevo e da una visione pessimistica della realtà creata considerata sotto il potere di Satana – si caratterizzano chiaramente per il riferimento alla vittoria di Cristo sul demonio e l’implorazione dello Spirito Santo che attua nel presente la sua vittoria pasquale e prende il posto lasciato libero dallo spirito del male.
4. Il nuovo rituale De exorcismis
4.1. I Praenotanda
Le premesse spiegano che la storia umana è pervasa dalla lotta strenua contro il potere delle tenebre che, iniziata dall’origine, durerà sino all’ultimo giorno. Cristo Figlio di Dio, mandato dal Padre per liberare gli uomini dal potere delle tenebre e trasferirli nel regno di Dio durante la sua vita terrena ha scacciato i demoni e ha liberato coloro che erano sotto il suo dominio e con la sua morte ha distrutto colui che della morte aveva il potere. Ha dato agli apostoli e agli altri discepoli il potere di cacciare i demoni, e ha promesso lo Spirito Santo che dona la certezza che il principe di questo mondo è stato giudicato.
In continuità con il loro ministero, la Chiesa sin dal tempo apostolico esercita il potere ricevuto di scacciare i demoni pregando nel nome di Cristo e imponendo per virtù dello Spirito Santo ai demoni di restituire al «più forte» il dominio di tutte le cose e dei singoli uomini, cosa che essa fa con l’esorcismo.
Le premesse descrivono schematicamente il rito non mancando di indicare i gesti con il loro significato. Esso sostanzialmente non si presenta diverso da quello presente nel rituale tridentino, ma i vari elementi appaiono meglio ordinati, inseriti in uno schema celebrativo lineare e le ripetizioni sono state eliminate.
Il rito inizia con l’aspersione, che è memoria della purificazione ricevuta nel battesimo (DESQ 21). Segue la proclamazione del vangelo, segno della presenza di Cristo che con la sua Parola proclamata nella Chiesa sana le umane infermità (DESQ 24). E quindi l’imposizione delle mani con cui viene invocato lo Spirito Santo affinché per la sua azione il diavolo lasci posto al Cristo del quale il fedele per il battesimo è divenuto tempio. Si può fare anche l’insufflazione sul volto dell’ossesso (DESQ 25), gesto chiaramente epicletico che richiama quello con cui Gesù la sera della risurrezione comunicò agli apostoli lo Spirito Santo per la remissione dei peccati. Anche l’ostensione della croce, fonte di ogni benedizione e di ogni grazia e il segno della croce che viene compiuto sul posseduto, ripresa della segnazione nel rito del battesimo, richiamano il mistero pasquale con cui Cristo ha vinto il demonio e l’ha ridotto all’impotenza. Rincresce in questa descrizione l’assenza del digiuno, uno dei gesti universalmente utilizzati nell’esorcismo che la tradizione evangelica sin dai primi secoli ha, per così dire, canonizzato.
4.2. La celebrazione dell’esorcismo
Più circostanziata è la descrizione della celebrazione.
1. Il sacerdote assume le vesti liturgiche confacenti al suo ministero: alba e stola che, trattandosi di un rito penitenziale, sarà violacea. Si tratta, infatti, di un’azione liturgica in cui il ministro agisce non in veste privata, ma in nome di Cristo e della Chiesa rappresentata dai fedeli presenti.
2. Il rito inizia con il segno della croce, perché è del mistero pasquale della morte e risurrezione di Cristo nel quale sono all’opera le persone della santa Trinità che la celebrazione è memoria (DESQ 40).
3. Segue la benedizione dell’acqua nella quale è possibile infondere il sale benedetto – gesto con cui Eliseo risanò le acque malsane che diffondevano morte e sterilità (2Re 2,20-22) – e l’aspersione, memoria del battesimo ricevuto, con il quale al credente è stata donata la partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo ed egli è divenuto tempio dello Spirito Santo. In verità soltanto la seconde delle due formule che accompagnano l’aspersione contiene un chiaro riferimento al battesimo: Sit haec aqua suscepti baptismatis memoria, et Christum recolat qui passione et resurrectione sua nos redemit, mentre nessuna delle due preghiere per la benedizione dell’acqua fa riferimento esplicito al lavacro battesimale, ma solo al perdono dei peccati e alla difesa dalle malattie e dalle insidie del nemico. Anzi nella prima si coglie un residuo della vecchia concezione secondo la quale sarebbe l’acqua lo strumento di cui Dio si serve per scacciare i demoni, allontanare le malattie, liberare dal male, allontanare dai luoghi infestati e dalle persone le insidie del nemico che in esse si nasconde. Più limpido sarebbe stato il significato battesimale dell’aspersione se essa fosse stata collocata dopo la professione di fede.
4. Stando in ginocchio, atteggiamento di penitenza e di supplica intensa, si fa la preghiera litanica, in cui insieme ai santi si fa memoria dei vari momenti dei vari momenti del mistero pasquale dall’incarnazione all’avvento dello Spirito Santo e alla vittoria di Cristo sul demonio (DESQ 46) e, quindi stando in piedi si recitano o cantano, uno o più salmi, tra quelli che celebrano la vittoria di Cristo sul maligno, seguito da relativa orazione salmica (DESQ 49-50).
5. A questo punto stando in piedi – atteggiamento di rispetto e di ascolto attento – tutti ascoltano la lettura evangelica. Si legge il testo classico del prologo Gv 1,1-14 (Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi) che proclama la gloria del Verbo fatto carne, luce e vita, pieno di grazia e di verità che illumina ogni uomo che viene in questo mondo, che da a quanti lo accolgono il potere di diventare figli di Dio, e che nessuna tenebra può sopraffare. In alternativa ad esso si può scegliere uno dei seguenti brani: Mt 4,1-11 (Vattene, Satana): la vittoria di Cristo sulla triplice tentazione; Mc 16, 15-18 (Nel mio nome cacceranno i demoni), la vittoria sul demonio segno della potenza del vangelo annunziato dai discepoli e accolto dagli uomini; Mc 1,21b-28 (È venuto a rovinarli): la liberazione dell’uomo posseduto da uno spirito immondo nella giornata inaugurale del ministero di Gesù; Lc 10, 17-20 (Anche i demoni si sottomettono a noi): i discepoli constatano con stupore che per l’invocazione del nome del Signore lo spirito del male si ritira; Lc 11,14-24 (Io scaccio i demoni con il dito di Dio): a chi accusa Gesù di cacciare i demoni per virtù di Beelzebul, principe dei demoni, Gesù risponde che egli fa questo con il dito di Dio, ossia per la potenza dello Spirito Santo, e questo è un segno che dimostra l’avvento del regno di Dio.
6. Il momento centrale dell’esorcismo è costituito dall’imposizione delle mani prima della professione di fede e della preghiera del Signore e l’ostensione della croce e dalla segnazione con essa e dall’insufflazione. L’imposizione delle mani sul capo dell’ossesso accompagna una preghiera litanica costituita da una serie di versetti salmici scanditi dall’invocazione Kyrie, eleison. L’ostensione della croce è accompagnata dalla formula: Ecce crucem Domini, fugite partes adversae; oppure: Per signum crucis de inimico liberet te Deus noster; o ancora: Crux sancta sit tibi lux et vita, che evocano il mistero pasquale. Infine il sacerdote esorcista può fare l’insufflazione sul volto del fedele pronunziando la formula epicletica: Spiritus oris tui repelle, Domine, malignos spiritus: impera eis ut recedant, quia appropinquavit regnum tuum.
7. Questi gesti preparano la formula deprecativa e quella imprecativa per le quali non è indicato alcun gesto se non il triplice segno di croce su colui che viene esorcizzato nella conclusione trinitaria.
5. Linguaggio non verbale
«Nel rito dell’esorcismo, oltre alle formule dell’esorcismo stesso, si ponga una speciale attenzione ai gesti e ai riti che vengono compiuti e acquistano il loro significato per il fatto che sono stati adoperati nel tempo della purificazione durante il cammino catecumenale. Si tratta del segno di croce, dell’imposizione delle mani, dell’insufflazione e dell’aspersione con l’acqua benedetta».
5.1. Il segno di croce
La croce è simbolo attestato sin dalla più remota antichità, in Egitto, in Cina, a Cnosso, a Creta dove è stato trovata una croce in marmo del XV secolo a.C. Insieme al centro, al cerchio e al quadrato è uno dei quattro simboli fondamentali. Con essi stabilisce una relazione ben precisa: l’intersezione delle sue rette coincide con il centro, che essa apre all’esterno; iscrivendosi nel cerchio che a sua volta divide in quattro segmenti, genera il quadrato e il triangolo quando le sue estremità sono collegate da quattro rette. Da queste semplici osservazioni deriva una simbologia estremamente complessa, ed esse hanno dato origine a un linguaggio assai ricco e universale.
Come il quadrato, la croce rappresenta la terra di cui esprime però gli aspetti intermedi, dinamici e sottili. La croce diretta verso i quattro punti cardinali è la base di tutti i simboli di orientamento ai diversi livelli di esistenza dell’uomo. Ha di conseguenza una funzione di sintesi e di misura, in essa si congiungono il cielo e la terra, in essa si mescolano il tempo e lo spazio. Possiede inoltre il valore di simbolo ascensionale.
La tradizione cristiana ha arricchito straordinariamente il simbolismo della croce condensando in questa immagine la storia della salvezza e la passione del Salvatore. L’iconografia cristiana se n’è impadronita per significare la passione di Cristo, la sua vittoria sul peccato e sulla morte, l’universalità cosmica della sua redenzione e la sua gloriosa parusia.
Essa è l’albero della vita (Gn 2,9), simbolo della sapienza (Prv 3,18), il legno dell’arca, il bastone di Mosè che divide le acque del Mar Rosso e fa sgorgare l’acqua dalla roccia, l’albero piantato sulla sponda del fiume, il legno al quale è appeso il serpente di bronzo. La croce ricapitola così la creazione ed è portatrice di un significato cosmico.
Per questo essa ha tanto spazio nell’arte, nella cultura e nella liturgia cristiana, come immagine, dipinta, scolpita, incisa, mosaicata, o come gesto compiuto nella liturgia e nella preghiera cristiana sopra se stessi, sopra le persone e sopra le cose, dall’ingresso nel catecumenato, dove il candidato con essa viene segnato sulla fronte e sui sensi, in tutte le celebrazioni dei sacramenti e dei sacramentali, nelle benedizioni e nelle varie circostanze della vita cristiana.
Nell’esorcismo oltre che il mistero pasquale con cui Cristo ha sconfitto il principe di questo mondo e ha ottenuto la vittoria su ogni principato, potenza e dominazione, il primato su tutte le cose e la loro riconciliazione, evoca il battesimo con il quale il cristiano è stato segnato, per significare la sua appartenenza irrevocabile a Cristo e quindi la sua protezione invincibile.
5.2. Imposizione della mano
La mano in tutte le culture esprime l’idea dell’attività come pure quella della potenza e del dominio.
Nella tradizione biblica essere presi dalla mano di Dio significa ricevere la manifestazione del suo Spirito: quando la mano di Dio tocca l’uomo, questi riceve in sé la forza divina: quando Jhwh tocca la bocca di Geremia, egli diviene profeta. La mano di Dio crea e protegge, distrugge chi si oppone. L’imposizione della mano significa trasmissione di energie e di potenza, compiuta sul malato è gesto di tenerezza materna e di cura. Perciò Gesù spesso tocca i malati risana gli ammalati toccandoli con la mano, e assicura ai discepoli che imponendo loro le mani anch’essi li guariranno (Mc 16,15). L’imposizione delle mani sarà il gesto con cui nella chiesa saranno ordinati i collaboratori degli apostoli e i loro successori. Ma il gesto, con il significato di implorazione dello Spirito Santo, è presente praticamente in tutti i riti sacramentali.
Nei riti del catecumenato ricorre con frequenza negli esorcismi, per significare l’implorazione dello Spirito, dito della mano destra di Dio Padre, che scaccia lo spirito del male e prende possesso del catecumeno come del suo tempio.
Nell’esorcismo evoca l’imposizione delle mani del catecumenato, ed è implorazione dello Spirito perché rinnovi la sua azione su colui che è ritenuto sotto l’influsso dello spirito del male.
5.3. L’insufflazione
Il gesto dell’insufflazione è uno dei più comuni dove si intende scacciare lo spirito del male. Esso è legato al concetto di respiro (ebraico: nephesh; greco: psyche): ciò che costituisce un corpo essere vivente; spirito (ebraico: ruach; greco: pneuma): soffio, vento.
Il soffio ha universalmente il significato di principio della vita. Il soffio che esce dalle narici di Jhwh rappresenta l’esercizio della sua potenza creatrice. Per mezzo suo vengono accumulate le acque. Esso ha creato i cieli e gli astri (Sal 33,6), ha dato origine alla vita e la conserva (Sal 104,29-30). Secondo il racconto della creazione Jhwh insufflò dalle sue narici un soffio di vita sull’uomo fatto di terra, ancora inerte (Gn 2,7) e «gli inspirò un’anima attiva, infuse in lui uno spirito vitale» (Sap 15,11). Dove Dio fa giungere il suo soffio vitale là germoglia la vita; se Dio lo ritira la vita svanisce (Sal 104,29; cf. Gb 37,10; Ez 22,20). E se il soffio di Dio spira sopra il campo dei morti, le ossa aride risorgono a nuova vita. Allo stesso modo Dio effonderà il suo spirito sul popolo si che esso ritornerà alla vita (Ez 37,5.14). Il soffio di Dio modifica non soltanto spiritualmente, ma anche psichicamente e materialmente: Otniel (Gdc 3,10), Jefte (Gdc 11,21), Gedeone (Gdc 6,34), Sansone (Gdc 13,25; 14,6.14). Mosè (Nm 11,17.25), Giosuè (Nm 27,18), i profeti (1Sam 10,9; Os 9,7), Davide, Elia, Eliseo, sono beneficiari dello Spirito di Dio.
Gesù risorto, inviato del Padre, continua e porta a compimento l’opera di Dio nel mondo: compie un atto creativo che segna l’inizio di una nuova realtà di vita, trasmette ai discepoli lo Spirito come soffio, comunicando loro il potere di legare e di sciogliere (Gv 20,22). Infine, 2Ts 2,8s – citando Is 11,2.4 – dice che il Signore Gesù al momento della parusia distruggerà l’empio e annienterà il nemico con il soffio della sua bocca.
Da questi testi, più che dalla magia popolare, trae origine il gesto dell’insufflazione nella liturgia cristiana.
Troviamo questo gesto nei riti d’iniziazione sin dalle fonti più antiche della liturgia romana come la lettera di Giovanni diacono a Senario e il Sacramentario Gelasiano sino al rito dell’iniziazione cristiana degli adulti del concilio Vaticano II. Il Rituale Romano di Paolo V, rimasto in vigore sino alla riforma liturgica, prevedeva il gesto nel battesimo dei bambini: subito dopo l’interrogazione iniziale il sacerdote ter exsufflat leniter in faciem infantis, e diceva: Exi ab eo, immunde spiritus, et da locum Spiritui Sancto Paraclito. Nel battesimo degli adulti era previsto un doppio rito. Dopo la rinuncia e la professione di fede, sacerdos exsufflat ter in faciem eius, e dice: Exi ab eo, immunde spiritus, et da locum Spiritui Sancto Paraclito. Quindi alita (halat) tre volte sul suo volto dicendo: Accipe Spiritum Sanctum per istam insufflationem et Dei benedictionem. Pax tibi.
Il gesto era previsto anche nella solenne benedizione del fonte nella veglia pasquale. Giunto alle parole: Hae nobis praecepta servantibus, Deus omnipotens, clemens adesto: tu benignus aspira, il sacerdote alita (halat) tre volte sull’acqua in forma di croce e prosegue: Tu has simplices aquas tuo ore benedicito: ut praeter naturalem emundationem, quam lavandis possunt adhibere corporibus, sint etiam purificandis mentibus efficaces.
L’insufflazione è presente anche nel RICA dove si può compiere nell’ammissione al catecumenato, per la rinuncia ai culti pagani e alle arti magiche e all’evocazione degli spiriti, a meno che il gesto non appaia sconveniente nella cultura della regione. Il sacerdote alitando sul volto del candidato dice: Spiritu oris tui repelle, Domine, malignos spiritus: impera eis ut recedant, quia appropinquavit regnum tuum.
Esso evoca il gesto di Dio creatore in Gn 2,7 che immette nell’uomo fatto di terra il proprio soffio vitale, il gesto di Elia che restituisce alla vita il figlio della vedova di Zarepta in 1Re 17,21, quello di Ez 37,2-14, secondo cui lo Spirito di Dio soffia sulle ossa aride, entra in esse e le fa rivivere, il ministero di Gesù che scacciando i demoni in virtù dello Spirito Santo, dimostra che è giunto il regno di Dio, soprattutto il gesto creatore del Cristo risorto in Gv 20,22 e ancora la promessa dell’apostolo di 2Ts 2,8.
Dal RICA proviene il gesto e la formula nel rito degli esorcismi, dove vuole essere richiamo della rinuncia e della liberazione da Satana, da tutte le sue opere, seduzioni e allettative avvenuta nel battesimo.
5.4. L’aspersione con l’acqua benedetta
«Misteriosa è l’acqua. Semplice, limpida, disinteressata; pronta a mondare ciò che è sordido, a ristorare ciò che è assetato. E nello stesso tempo profonda, insondabile, irrequieta, piena di enigmi e di forza. Immagine adeguata dei fecondi abissi da cui sgorga la vita stessa che sembra così chiara e così misteriosa».
I significati simbolici dell’acqua si possono ridurre a tre temi fondamentali: sorgente di vita, mezzo di purificazione, centro di rigenerazione. Nella tradizione ebraica e cristiana è fonte di vita e di morte, creatrice e distruggitrice, purifica, guarisce, ringiovanisce e introduce nell’eternità (Ez 47,1-12). È anche simbolo della sapienza che deriva dalla conoscenza di Dio (Is 55,1-3; Prv 20,5), dello Spirito che Cristo comunica in forza del mistero pasquale (Gv 4,14; 7,37-39; 19,34; Ap 21,6; 22,17).
Da ciò deriva l’impiego dell’acqua nel bagno battesimale. E al battesimo si riferisce ogni altro uso che dell’acqua sia fa nella liturgia cristiana. Anche se talvolta nel passato, nella mentalità popolare e spesso anche nella prassi liturgica in primo piano veniva posto il significato di purificazione, evidente era il riferimento all’abluzione battesimale, del resto riduttivamente concepita come purificazione dal peccato originale e personale.
I testi della liturgia rinnovata comunque pongono in rilevo il significato di anamnesi del bagno battesimale che ha fatto rinascere il credente come figlio di Dio dissetandolo del suo Spirito: benedizione dell’acqua lustrale, aspersione domenicale, dedicazione della chiesa e dell’altare, benedizioni varie di persone e di cose.
Tale è il significato che l’aspersione riveste nel rito dell’esorcismo. Questo significato emergerebbe certamente meglio se l’aspersione anziché all’inizio fosse collocata dopo la professione di fede.
6. Conclusione
A parte l’insufflazione, i vari gesti: benedizione dell’acqua e aspersione, proclamazione del vangelo, ostensione della croce, imposizione delle mani che accompagnano le formule eucologiche, veste liturgica, posizioni del corpo, derivano dal rituale tridentino. Essi configurano l’esorcismo come azione liturgica compiuta dalla Chiesa, anamnesi ed epiclesi, memoria dell’azione di Cristo che ha vinto lo spirito del male e con il battesimo ha reso il credente partecipe della sua vittoria, e lode benedizione, rendimento di grazie per tale vittoria e per la nostra partecipazione ad essa; ed epiclesi, implorazione perché Dio Padre con il suo Spirito porti a compimento quest’opera per il fedele che si ritiene sia ancora sotto l’influsso di Satana.
Con l’esorcismo la Chiesa continua nello spazio e nel tempo ciò che Gesù fece: vincere ed estirpare tutti i fenomeni che la psicologia e le attitudini depravate degli uomini inventano andando contro la professione della fede in un Dio uni-trino, e visibilizzare l’azione dello Spirito Santo nel mondo, che sospinge a Cristo e alla Chiesa, facendo voltare le spalle a ogni tipo di male e di sua presenza. Lo Spirito Santo è l’agente, la Chiesa lo invoca e a lui cede ogni altro spirito.
«In ultima analisi l’esorcismo è una modalità liturgico-ecclesiale di continuare nel tempo, in forza dello Spirito Santo, il mysterium paschale di Cristo che ha vinto il peccato e il maligno e la conseguenza che è la morte. Con l’invocazione dello Spirito Santo se ne implora la presenza e l’azione perché anche oggi ogni rinnovamento è in relazione con la vittoria pasquale di Cristo, con cui tutto è fatto nuovo»
Gesti e atteggiamenti nel rito degli esorcismi





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