Contro il dio denaro -
Economia
--------------------------------------------------------------------------------
Iniziamo con oggi la pubblicazione di estratti dal numero 48 del “L’Uomo libero” dedicato alla “metamorfosi degli strumenti economici dalle origini alla tirannide mondialista”. L’esposizione semplice ma non banale e la vastità degli argomenti trattati dal Dott. Mario Consoli, riteniamo possano offrire al lettore numerosi spunti. Buona lettura.
PS: facciamo notare che qui non sono state riportate le numerose e dettagliate note, in vero presenti nel testo originale
(Associazione Thule-Italia)
IL PLURALISMO DEI SISTEMI ECONOMICI
Con la parola «economia» si intende indicare quell’insieme di attività umane che hanno per fine la soddisfazione dei bisogni, e quindi la pianificazione della produzione e della distribuzione dei beni.
Tutto ciò può sembrare estremamente ovvio, ma in questi tempi troppe cose sono presentate come scontate; dietro la sicumera delle fonti di informazione e della cosiddetta «cultura di massa», si nasconde la più assoluta superficialità e la più caotica confusione di valori, di ruoli e di significati. È quindi opportuno, prima di fare ragionamenti attorno all’economia, risalire ai concetti base, chiarire il suo significato essenziale, mettere a fuoco quelle precise esigenze umane dalle quali nasce.
Non bisogna mai dimenticare che a monte di ogni ragionamento complesso e sofisticato esiste un’idea semplice; è infatti proprio la concretezza di tale idea a determinare la validità delle successive argomentazioni, mentre un errore iniziale è sufficiente ad inficiare la più acuta, brillante e dotta dissertazione.
Economia indica dunque una categoria dell’agire umano, una delle tante attraverso le quali si estrinseca e si sviluppa la vita dell’uomo.
Il soggetto quindi è l’uomo, l’economia l’oggetto; così come al centro dell’attenzione dovrebbero sempre essere i bisogni umani e non le merci, come purtroppo oggi, in epoca consumistica, si vorrebbe.
Essendo poi gli uomini ed i popoli estremamente diversi tra di loro, per storia, esigenze, inclinazioni e potenzialità, numerosissime saranno sempre le forme economiche che si manifesteranno e, all’interno di ogni singola economia, pluralistico lo sviluppo di apporti, opinioni, soluzioni e teorie. Esattamente come tutto ciò che riguarda ogni aspetto della vita delle comunità di uomini.
Sarebbe forse concepibile un mondo dove fosse presente una sola forma di pittura, o un solo stile musicale, o una sola scuola filosofica, o un solo tipo di organizzazione del lavoro? Non si è nemmeno riusciti – eppur son diversi i monoteismi ad averci provato – ad imporre un unico Dio.
Persino la bellezza è strettamente legata alle differenze: pensate ad un giardino fatto di fiori tutti uguali, di identiche foglie ed arbusti. E degno di essere visitato un paese quando ha una sua identità, quando è diverso da quello che siamo abituati a vedere. Dei viaggi si ricordano le piazze italiane, le cattedrali tedesche, i tetti austriaci, i mulini a vento olandesi, le oasi dei deserti africani, i templi indiani… non certo l’architettura degli aeroporti, tutti uguali, con gli stessi negozi, gli stessi arredamenti e gli stessi ristoranti, né i grandi alberghi internazionali, identici a Londra, Milano, New York, Hong Kong.
Come tutto il resto, dunque, nessun tipo di economia potrà mai essere presentata come legge naturale universalmente valida ed obbligatoria per tutti. Universali sono realtà come la vita e la morte, la fame e la sete, il caldo e il freddo, il sesso e la procreazione, la gioia e il dolore. Ciò nonostante le singole etnie sono riuscite a vivere anche queste realtà in maniera assolutamente differente.
Molti sono stati i criteri morali attraverso i quali gli uomini hanno organizzato la propria vita; differenti sono stati i costumi che hanno influito sulla riproduzione; molteplici i modi di concepire la vita e spiegarsi la morte, le tecniche per combattere le malattie, per ripararsi dal freddo così come dal caldo eccessivo, le maniere per procurarsi il cibo.
Pensare ad un’economia applicabile come scienza esatta e valida a livello mondiale, rappresenta una delle utopie più innaturali che si possano concepire.
Eppure oggi siamo totalmente immersi in questa utopia e tutto vorrebbe farci credere alla irreversibilità di tale scelta; anche quelle piccole sacche di resistenza che osano ancora distinguersi, ostinandosi ad applicare tecniche economiche originali, sembrano destinate a capitolare sotto l’interessata pressione della grande finanza.
L’Economia, quella con la E maiuscola, quella definitiva, quella che ha soppiantato politica e valori, quella che ci governa, che ci detta le ragioni di vita, le regole, il costume, la cultura, ha celebrato il suo avvento ed inaugurato il suo regno planetario. Chi la rifiuta, lo dimostra la storia più recente, è condannato all’emarginazione, è escluso dal credito, deve aspettarsi pressioni, sanzioni, interventi militari.
Ed ecco che per le generazioni più giovani risulta estremamente difficile ragionare di problemi economici prescindendo dal libero mercato, dal capitalismo, dalla globalizzazione, dalla inarrestabile tendenza alla mondializzazione. Finanza internazionale, villaggio globale, multinazionali, denaro elettronico, denaro virtuale, non sono più percepiti come scelte dell’uomo, ma passivamente accettate come realtà ineluttabili, così come l’acqua di un torrente è destinata a scendere verso valle, o il sole a sorgere e tramontare. E i popoli che non si sono ancora omologati vengono considerati o arretrati – e quindi in lista d’attesa per imbarcarsi sul volo del progresso – o malati di mente, clochards, anche caratteristici, ma destinati a rimanere ai margini della vita civile per progressivamente estinguersi.
I telegiornali, la carta stampata, sparano a raffica termini quali Mibtel, Dow Jones, Nasdaq, PIL, T Bond, Nikkei, Futures…, che riteniamo azzardato possano essere comprensibili anche solo all’un per cento della pubblica opinione. Gli addetti ai lavori, per i quali questo linguaggio è familiare, si aggiornano tramite la stampa specializzata, o via Internet, o attraverso apposite reti informatiche, non certo guardando i telegiornali. Perché allora si continua a propinare, a tutti, questi termini in modo ossessivo, e in ogni occasione?
Si tratta di un sistema di condizionamento psicologico già sperimentato in passato: gli antichi cerusici usavano strologare in latino e latinorum per mettere in soggezione i pazienti e i loro parenti. Con tale trucco essi volevano far intendere che capivano tutto, che la loro era una grande scienza della quale bisognava fidarsi ciecamente.
Questi moderni cerusici dell’economia, ricorrendo all’uso di termini per i più incomprensibili, ma di grande effetto, vogliono convincere la pubblica opinione di tutto il mondo che nulla di meglio può esservi del libero mercato, della globalizzazione, del Mondialismo.
L’ultima alternativa all’economia del libero mercato è sembrata essere quella del capitalismo di Stato, applicata per decenni in Unione Sovietica e nei suoi paesi-satellite. Ebbene, da quando questa alternativa ha praticamente dichiarato bancarotta e le banche, e i Me Donald’s, hanno invaso le strade di Mosca, Bucarest, Budapest, Varsavia e sono apparsi anche a Pechino, il trionfo dell’Economia è risultato assoluto ed ogni tentativo di opporvisi ancor più velleitario.
Emblematica è la recente affermazione del presidente del Consiglio italiano, il comunista D’Alema: «Noi abbiamo bisogno dei capitalisti, ne abbiamo bisogno di più, e che siano aggressivi, che facciano bene il loro lavoro. Ecco perché dobbiamo fare le privatizzazioni».
Quindi avanti tutta col libero mercato, con la globalizzazione e il Mondialismo; e tutti d’accordo. Eppure solo sei decenni fa il mondo era ancora un pullulare di differenti teorie e sperimentazioni.
I sistemi proposti erano molteplici e i governi influivano sulle scelte economiche in sintonia con gli orientamenti politici e sociali delle rispettive Nazioni.
Oltre alle concezioni liberiste e marxiste si imponevano all’attenzione la teoria marginalista, quella keynesiana e molte altre.
L’inglese Clifford Hugh Douglas e il suo movimento «Credito sociale» rivendicavano la sovranità monetaria al Governo, onde garantire una gerarchia che ponesse in prima posizione la politica, in seconda l’economia e solo in terza la moneta. Per risolvere il problema della cronica carenza del potere d’acquisto proponeva la riduzione dei prezzi fino alla coincidenza, senza danni per produzione e distribuzione, con il potere d’acquisto disponibile; l’incremento del potere d’acquisto, per mezzo di nuova moneta emessa a credito, fino alla coincidenza con i prezzi; l’emissione periodica di un «dividendo nazionale» accreditato ad ogni cittadino.
Si trattava di un sistema economico teso alla eliminazione delle tasse, nel quale il cittadino era concepito come azionista del patrimonio inventivo e produttivo del proprio Paese. Il «dividendo nazionale» rappresenta ciò che per diritto gli appartiene. La nuova moneta coniata in tale sistema non è il frutto di tasse o prestiti bancari, ma un titolo di credito emesso dallo Stato, esente da interesse e rispecchiante con precisione la vera ricchezza prodotta dalla Nazione nel suo complesso.
Gli economisti Gesell e Avigliano idearono un sistema che prevedeva una moneta affrancabile e prescrittibile. L’obbiettivo di tale idea, molto cara ad Ezra Pound, era quello di far circolare il denaro velocemente – riconducendolo alla sua originaria funzione di puro strumento per lo scambio dei beni – di evitarne l’accaparramento e l’uso come bene in sé ed infine una equa riscossione delle tasse. Tale moneta consisteva in un biglietto di Stato che, per avere validità, doveva essere affrancato il primo di ogni mese con un bollo pari all’ 1 % del valore nominale del biglietto.
«Il tipo di moneta di Gesell» asseriva Pound «fornisce un mezzo e una misura di scambio che non può essere tesaurizzato impunemente. Sarà sempre in circolazione. I banchieri non potranno rinchiuderla nei loro forzieri e far pagare al pubblico il fatto di rimetterla in circolazione. Essa presenta inoltre il vantaggio di porre chi vende beni deperibili in una posizione meno svantaggiosa rispetto ai possessori di denaro teoricamente indistruttibile». Ed inoltre: «vi sono innumerevoli tasse possibili, ma il tipo di tassa escogitata da Gesell può ricadere soltanto su chi ha in tasca almeno cento volte l’ammontare della tassa nel momento in cui questa è dovuta».
Vi erano anche numerose economie di tipo autarchico, tese cioè a rendere ogni Nazione più autonoma possibile sia per l’alimentazione che per i prodotti industriali e la tecnologia.
Mussolini nel 1919 – quando ancora erano lontani i tempi delle sanzioni – scriveva su Il Popolo d’Italia: «L’indipendenza politica di un paese è in rapporto diretto con la sua indipendenza economica o, in altri termini, per avere il maximum di autonomia politica nel vasto gioco delle competizioni internazionali, bisogna aver raggiunto il maximum di autonomia economica».
Gli esperimenti autarchici ottennero successi tali da far affermare il pur critico storico dell’economia Paul Bairoch: «Si deve ammettere che, anche se la prova fornita dall’insieme dell’economia fascista non fu significativamente superiore a quella delle democrazie, la Germania conseguì risultati, sotto molti aspetti, insolitamente buoni. Lo stesso Winston Churchill ne apprezzò il successo in questo campo. La Germania ebbe effettivamente una delle migliori performance economiche degli anni trenta: il suo PNL prò capite aumentò del 4,2% all’anno tra il 1929 e il 1938. Inoltre, e anche questo è molto importante, la disoccupazione diminuì rapidamente e raggiunse verso la fine degli anni trenta un livello molto basso»
I problemi più spinosi riguardanti le economie di tipo autarchico furono quelli delle materie prime. Nel passato la questione era stata affrontata soprattutto attraverso le conquiste coloniali; tra gli anni Venti e Quaranta furono in molti ad ipotizzare una sorta di «socializzazione mondiale delle materie prime» capace di garantire l’indipendenza economica e lo sviluppo di tutti i popoli del mondo. Vivissimo inoltre, nella prima metà di questo secolo, fu il dibattito attorno alle riforme compartecipatrici, che intendevano realizzare una convergenza di obbiettivi tra le istanze del mondo del lavoro e quelle della proprietà dei mezzi di produzione, nel rispetto dell’interesse nazionale.
Non intendiamo qui affrontare un’analisi delle singole teorie e dei sistemi economici citati, né proseguire nell’elencazione dei molti altri che, sia in Europa che nelle altre parti del mondo, hanno vivacizzato dibattiti e offerto alternative. Ciò che ci interessa è mettere a fuoco un fatto incontestabile e che riteniamo estremamente importante: fino agli anni Quaranta è esistito in tema di economia un pluralismo di opinioni e di sperimentazioni. Questo pluralismo si è bruscamente interrotto esattamente nel momento in cui l’Europa è risultata sconfitta nel secondo conflitto mondiale ed il mondo è stato dominato dalle due superpotenze, gli USA (paladini e santuario del libero mercato) e l’URSS (tempio dell’economia pianificata e statalizzata).
Con il crollo dell’URSS, poi, il campo è stato sgombrato dal capitalismo di Stato e l’unico sistema economico contemplato dai nuovi solitari dominatori del mondo è rimasto quello del liberismo selvaggio. Oggi ci troviamo quindi di fronte ad un solo modello economico imposto ad ogni popolo dall’esterno. Ciò rappresenta quasi sempre, in rapporto all’interesse ed alle esigenze di ogni singola Nazione, la strada peggiore, più penalizzante, nel cui percorso si perde, inevitabilmente, oltre alla libertà di scegliersi un’economia originale, anche la libertà politica, sociale e culturale e di fatto ogni sovranità nazionale.
A governare questa realtà esiste una nuova forza che non conosce né confini, né frontiere, né controlli: l’oligarchia finanziaria mondialista. Un sistema coinvolgente e devastante, che opera ora in modo palese, ora in modo occulto, ora con atti pubblici, ora con azioni di stampo tipicamente criminale e mafioso. Oggetti e vittime di questo immenso e incontrollabile potere sono tutti i popoli del mondo.
Non vi può essere libertà alcuna senza libertà economica.
Giulio Andreotti, che sicuramente, per esperienze vissute direttamente, è uno dei più profondi conoscitori degli avvenimenti degli ultimi cinquant’anni, ha affermato che esistono «concentrazioni di grandi capitali mondiali senza patria e dalla mobilità fulminea. Io vedo un prepotere crescente di una certa altissima finanza senza volto». Ed ancora: «Io vedo che certa finanza internazionale ha un peso crescente e riesce a far viaggiare il denaro con procedure e in quantità che poco tempo fa erano impensabili. Questi gruppi sanno esercitare pressioni violentissime e anonime, esattamente come le grandi centrali mafiose e, guarda caso, si nutrono sugli stessi pascoli della mafia».
Ma, prima di addentrarci sulle caratteristiche dell’attuale potere planetario, riteniamo utile soffermarci sullo strumento di cui esso si è servito. Vogliamo ripercorrere la storia del grimaldello usato dai signori del mondialismo per raggiungere l’attuale privilegiata posizione: il denaro.
Contro il dio denaro


Rispondi Citando




