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Discussione: Contro il dio denaro

  1. #1
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Contro il dio denaro

    Contro il dio denaro -


    Economia
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    Iniziamo con oggi la pubblicazione di estratti dal numero 48 del “L’Uomo libero” dedicato alla “metamorfosi degli strumenti economici dalle origini alla tirannide mondialista”. L’esposizione semplice ma non banale e la vastità degli argomenti trattati dal Dott. Mario Consoli, riteniamo possano offrire al lettore numerosi spunti. Buona lettura.

    PS: facciamo notare che qui non sono state riportate le numerose e dettagliate note, in vero presenti nel testo originale

    (Associazione Thule-Italia)



    IL PLURALISMO DEI SISTEMI ECONOMICI

    Con la parola «economia» si intende indicare quell’insieme di attività umane che hanno per fine la soddisfazione dei bisogni, e quindi la pianificazione della produzione e della distribuzione dei beni.

    Tutto ciò può sembrare estremamente ovvio, ma in questi tempi troppe cose sono presentate come scontate; dietro la sicumera delle fonti di informazione e della cosiddetta «cultura di massa», si nasconde la più assoluta superficialità e la più caotica confusione di valori, di ruoli e di significati. È quindi opportuno, prima di fare ragionamenti attorno all’economia, risalire ai concetti base, chiarire il suo significato essenziale, mettere a fuoco quelle precise esigenze umane dalle quali nasce.

    Non bisogna mai dimenticare che a monte di ogni ragionamento complesso e sofisticato esiste un’idea semplice; è infatti proprio la concretezza di tale idea a determinare la validità delle successive argomentazioni, mentre un errore iniziale è sufficiente ad inficiare la più acuta, brillante e dotta dissertazione.

    Economia indica dunque una categoria dell’agire umano, una delle tante attraverso le quali si estrinseca e si sviluppa la vita dell’uomo.

    Il soggetto quindi è l’uomo, l’economia l’oggetto; così come al centro dell’attenzione dovrebbero sempre essere i bisogni umani e non le merci, come purtroppo oggi, in epoca consumistica, si vorrebbe.

    Essendo poi gli uomini ed i popoli estremamente diversi tra di loro, per storia, esigenze, inclinazioni e potenzialità, numerosissime saranno sempre le forme economiche che si manifesteranno e, all’interno di ogni singola economia, pluralistico lo sviluppo di apporti, opinioni, soluzioni e teorie. Esattamente come tutto ciò che riguarda ogni aspetto della vita delle comunità di uomini.

    Sarebbe forse concepibile un mondo dove fosse presente una sola forma di pittura, o un solo stile musicale, o una sola scuola filosofica, o un solo tipo di organizzazione del lavoro? Non si è nemmeno riusciti – eppur son diversi i monoteismi ad averci provato – ad imporre un unico Dio.

    Persino la bellezza è strettamente legata alle differenze: pensate ad un giardino fatto di fiori tutti uguali, di identiche foglie ed arbusti. E degno di essere visitato un paese quando ha una sua identità, quando è diverso da quello che siamo abituati a vedere. Dei viaggi si ricordano le piazze italiane, le cattedrali tedesche, i tetti austriaci, i mulini a vento olandesi, le oasi dei deserti africani, i templi indiani… non certo l’architettura degli aeroporti, tutti uguali, con gli stessi negozi, gli stessi arredamenti e gli stessi ristoranti, né i grandi alberghi internazionali, identici a Londra, Milano, New York, Hong Kong.

    Come tutto il resto, dunque, nessun tipo di economia potrà mai essere presentata come legge naturale universalmente valida ed obbligatoria per tutti. Universali sono realtà come la vita e la morte, la fame e la sete, il caldo e il freddo, il sesso e la procreazione, la gioia e il dolore. Ciò nonostante le singole etnie sono riuscite a vivere anche queste realtà in maniera assolutamente differente.

    Molti sono stati i criteri morali attraverso i quali gli uomini hanno organizzato la propria vita; differenti sono stati i costumi che hanno influito sulla riproduzione; molteplici i modi di concepire la vita e spiegarsi la morte, le tecniche per combattere le malattie, per ripararsi dal freddo così come dal caldo eccessivo, le maniere per procurarsi il cibo.

    Pensare ad un’economia applicabile come scienza esatta e valida a livello mondiale, rappresenta una delle utopie più innaturali che si possano concepire.

    Eppure oggi siamo totalmente immersi in questa utopia e tutto vorrebbe farci credere alla irreversibilità di tale scelta; anche quelle piccole sacche di resistenza che osano ancora distinguersi, ostinandosi ad applicare tecniche economiche originali, sembrano destinate a capitolare sotto l’interessata pressione della grande finanza.

    L’Economia, quella con la E maiuscola, quella definitiva, quella che ha soppiantato politica e valori, quella che ci governa, che ci detta le ragioni di vita, le regole, il costume, la cultura, ha celebrato il suo avvento ed inaugurato il suo regno planetario. Chi la rifiuta, lo dimostra la storia più recente, è condannato all’emarginazione, è escluso dal credito, deve aspettarsi pressioni, sanzioni, interventi militari.

    Ed ecco che per le generazioni più giovani risulta estremamente difficile ragionare di problemi economici prescindendo dal libero mercato, dal capitalismo, dalla globalizzazione, dalla inarrestabile tendenza alla mondializzazione. Finanza internazionale, villaggio globale, multinazionali, denaro elettronico, denaro virtuale, non sono più percepiti come scelte dell’uomo, ma passivamente accettate come realtà ineluttabili, così come l’acqua di un torrente è destinata a scendere verso valle, o il sole a sorgere e tramontare. E i popoli che non si sono ancora omologati vengono considerati o arretrati – e quindi in lista d’attesa per imbarcarsi sul volo del progresso – o malati di mente, clochards, anche caratteristici, ma destinati a rimanere ai margini della vita civile per progressivamente estinguersi.

    I telegiornali, la carta stampata, sparano a raffica termini quali Mibtel, Dow Jones, Nasdaq, PIL, T Bond, Nikkei, Futures…, che riteniamo azzardato possano essere comprensibili anche solo all’un per cento della pubblica opinione. Gli addetti ai lavori, per i quali questo linguaggio è familiare, si aggiornano tramite la stampa specializzata, o via Internet, o attraverso apposite reti informatiche, non certo guardando i telegiornali. Perché allora si continua a propinare, a tutti, questi termini in modo ossessivo, e in ogni occasione?

    Si tratta di un sistema di condizionamento psicologico già sperimentato in passato: gli antichi cerusici usavano strologare in latino e latinorum per mettere in soggezione i pazienti e i loro parenti. Con tale trucco essi volevano far intendere che capivano tutto, che la loro era una grande scienza della quale bisognava fidarsi ciecamente.

    Questi moderni cerusici dell’economia, ricorrendo all’uso di termini per i più incomprensibili, ma di grande effetto, vogliono convincere la pubblica opinione di tutto il mondo che nulla di meglio può esservi del libero mercato, della globalizzazione, del Mondialismo.

    L’ultima alternativa all’economia del libero mercato è sembrata essere quella del capitalismo di Stato, applicata per decenni in Unione Sovietica e nei suoi paesi-satellite. Ebbene, da quando questa alternativa ha praticamente dichiarato bancarotta e le banche, e i Me Donald’s, hanno invaso le strade di Mosca, Bucarest, Budapest, Varsavia e sono apparsi anche a Pechino, il trionfo dell’Economia è risultato assoluto ed ogni tentativo di opporvisi ancor più velleitario.

    Emblematica è la recente affermazione del presidente del Consiglio italiano, il comunista D’Alema: «Noi abbiamo bisogno dei capitalisti, ne abbiamo bisogno di più, e che siano aggressivi, che facciano bene il loro lavoro. Ecco perché dobbiamo fare le privatizzazioni».

    Quindi avanti tutta col libero mercato, con la globalizzazione e il Mondialismo; e tutti d’accordo. Eppure solo sei decenni fa il mondo era ancora un pullulare di differenti teorie e sperimentazioni.

    I sistemi proposti erano molteplici e i governi influivano sulle scelte economiche in sintonia con gli orientamenti politici e sociali delle rispettive Nazioni.

    Oltre alle concezioni liberiste e marxiste si imponevano all’attenzione la teoria marginalista, quella keynesiana e molte altre.

    L’inglese Clifford Hugh Douglas e il suo movimento «Credito sociale» rivendicavano la sovranità monetaria al Governo, onde garantire una gerarchia che ponesse in prima posizione la politica, in seconda l’economia e solo in terza la moneta. Per risolvere il problema della cronica carenza del potere d’acquisto proponeva la riduzione dei prezzi fino alla coincidenza, senza danni per produzione e distribuzione, con il potere d’acquisto disponibile; l’incremento del potere d’acquisto, per mezzo di nuova moneta emessa a credito, fino alla coincidenza con i prezzi; l’emissione periodica di un «dividendo nazionale» accreditato ad ogni cittadino.

    Si trattava di un sistema economico teso alla eliminazione delle tasse, nel quale il cittadino era concepito come azionista del patrimonio inventivo e produttivo del proprio Paese. Il «dividendo nazionale» rappresenta ciò che per diritto gli appartiene. La nuova moneta coniata in tale sistema non è il frutto di tasse o prestiti bancari, ma un titolo di credito emesso dallo Stato, esente da interesse e rispecchiante con precisione la vera ricchezza prodotta dalla Nazione nel suo complesso.

    Gli economisti Gesell e Avigliano idearono un sistema che prevedeva una moneta affrancabile e prescrittibile. L’obbiettivo di tale idea, molto cara ad Ezra Pound, era quello di far circolare il denaro velocemente – riconducendolo alla sua originaria funzione di puro strumento per lo scambio dei beni – di evitarne l’accaparramento e l’uso come bene in sé ed infine una equa riscossione delle tasse. Tale moneta consisteva in un biglietto di Stato che, per avere validità, doveva essere affrancato il primo di ogni mese con un bollo pari all’ 1 % del valore nominale del biglietto.

    «Il tipo di moneta di Gesell» asseriva Pound «fornisce un mezzo e una misura di scambio che non può essere tesaurizzato impunemente. Sarà sempre in circolazione. I banchieri non potranno rinchiuderla nei loro forzieri e far pagare al pubblico il fatto di rimetterla in circolazione. Essa presenta inoltre il vantaggio di porre chi vende beni deperibili in una posizione meno svantaggiosa rispetto ai possessori di denaro teoricamente indistruttibile». Ed inoltre: «vi sono innumerevoli tasse possibili, ma il tipo di tassa escogitata da Gesell può ricadere soltanto su chi ha in tasca almeno cento volte l’ammontare della tassa nel momento in cui questa è dovuta».

    Vi erano anche numerose economie di tipo autarchico, tese cioè a rendere ogni Nazione più autonoma possibile sia per l’alimentazione che per i prodotti industriali e la tecnologia.

    Mussolini nel 1919 – quando ancora erano lontani i tempi delle sanzioni – scriveva su Il Popolo d’Italia: «L’indipendenza politica di un paese è in rapporto diretto con la sua indipendenza economica o, in altri termini, per avere il maximum di autonomia politica nel vasto gioco delle competizioni internazionali, bisogna aver raggiunto il maximum di autonomia economica».

    Gli esperimenti autarchici ottennero successi tali da far affermare il pur critico storico dell’economia Paul Bairoch: «Si deve ammettere che, anche se la prova fornita dall’insieme dell’economia fascista non fu significativamente superiore a quella delle democrazie, la Germania conseguì risultati, sotto molti aspetti, insolitamente buoni. Lo stesso Winston Churchill ne apprezzò il successo in questo campo. La Germania ebbe effettivamente una delle migliori performance economiche degli anni trenta: il suo PNL prò capite aumentò del 4,2% all’anno tra il 1929 e il 1938. Inoltre, e anche questo è molto importante, la disoccupazione diminuì rapidamente e raggiunse verso la fine degli anni trenta un livello molto basso»

    I problemi più spinosi riguardanti le economie di tipo autarchico furono quelli delle materie prime. Nel passato la questione era stata affrontata soprattutto attraverso le conquiste coloniali; tra gli anni Venti e Quaranta furono in molti ad ipotizzare una sorta di «socializzazione mondiale delle materie prime» capace di garantire l’indipendenza economica e lo sviluppo di tutti i popoli del mondo. Vivissimo inoltre, nella prima metà di questo secolo, fu il dibattito attorno alle riforme compartecipatrici, che intendevano realizzare una convergenza di obbiettivi tra le istanze del mondo del lavoro e quelle della proprietà dei mezzi di produzione, nel rispetto dell’interesse nazionale.

    Non intendiamo qui affrontare un’analisi delle singole teorie e dei sistemi economici citati, né proseguire nell’elencazione dei molti altri che, sia in Europa che nelle altre parti del mondo, hanno vivacizzato dibattiti e offerto alternative. Ciò che ci interessa è mettere a fuoco un fatto incontestabile e che riteniamo estremamente importante: fino agli anni Quaranta è esistito in tema di economia un pluralismo di opinioni e di sperimentazioni. Questo pluralismo si è bruscamente interrotto esattamente nel momento in cui l’Europa è risultata sconfitta nel secondo conflitto mondiale ed il mondo è stato dominato dalle due superpotenze, gli USA (paladini e santuario del libero mercato) e l’URSS (tempio dell’economia pianificata e statalizzata).

    Con il crollo dell’URSS, poi, il campo è stato sgombrato dal capitalismo di Stato e l’unico sistema economico contemplato dai nuovi solitari dominatori del mondo è rimasto quello del liberismo selvaggio. Oggi ci troviamo quindi di fronte ad un solo modello economico imposto ad ogni popolo dall’esterno. Ciò rappresenta quasi sempre, in rapporto all’interesse ed alle esigenze di ogni singola Nazione, la strada peggiore, più penalizzante, nel cui percorso si perde, inevitabilmente, oltre alla libertà di scegliersi un’economia originale, anche la libertà politica, sociale e culturale e di fatto ogni sovranità nazionale.

    A governare questa realtà esiste una nuova forza che non conosce né confini, né frontiere, né controlli: l’oligarchia finanziaria mondialista. Un sistema coinvolgente e devastante, che opera ora in modo palese, ora in modo occulto, ora con atti pubblici, ora con azioni di stampo tipicamente criminale e mafioso. Oggetti e vittime di questo immenso e incontrollabile potere sono tutti i popoli del mondo.

    Non vi può essere libertà alcuna senza libertà economica.

    Giulio Andreotti, che sicuramente, per esperienze vissute direttamente, è uno dei più profondi conoscitori degli avvenimenti degli ultimi cinquant’anni, ha affermato che esistono «concentrazioni di grandi capitali mondiali senza patria e dalla mobilità fulminea. Io vedo un prepotere crescente di una certa altissima finanza senza volto». Ed ancora: «Io vedo che certa finanza internazionale ha un peso crescente e riesce a far viaggiare il denaro con procedure e in quantità che poco tempo fa erano impensabili. Questi gruppi sanno esercitare pressioni violentissime e anonime, esattamente come le grandi centrali mafiose e, guarda caso, si nutrono sugli stessi pascoli della mafia».

    Ma, prima di addentrarci sulle caratteristiche dell’attuale potere planetario, riteniamo utile soffermarci sullo strumento di cui esso si è servito. Vogliamo ripercorrere la storia del grimaldello usato dai signori del mondialismo per raggiungere l’attuale privilegiata posizione: il denaro.





    Contro il dio denaro

  2. #2
    Avamposto
    Ospite

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    LA NASCITA DELLA MONETA


    Il denaro nasce come mezzo per facilitare lo scambio dei beni. Esso, alla nascita, è dunque l’esatto contrario di quello che è oggi: originariamente, in sé, nulla aveva a che vedere con il guadagno che, addirittura, nelle antichissime civiltà, era considerato cosa nefanda e moralmente inaccettabile.

    Scrive Massimo Fini nel suo ultimo libro – del quale useremo numerose citazioni, per la ricchezza di argomentazioni e per la grande capacità sintetica che caratterizzano l’opera – «Aristotele sollecitava la cacciata del mercato dall’agorà, luogo deputato alla politica, e voleva addirittura che ai mercanti fosse tolta la cittadinanza. E fu il primo a fare la fondamentale distinzione fra produzione per l’uso e produzione per il profitto, condannando il secondo in quanto fattore di disgregazione poiché “non naturale all’uomo”».

    «In India era fatto assoluto divieto ai brahmani di acquistare alcunché con denaro, mentre era ammesso il baratto “puro”, alla pari, senza guadagno. In Giappone il Samurai riteneva vergognoso toccare la moneta e se gli veniva donata lo considerava un grave affronto. Addirittura il Samurai non può nemmeno parlare e persino pensare in termini di denaro».

    D’altronde è un fatto squisitamente contemporaneo considerare «l’uomo d’affari» con rispetto, anzi, con invidiosa ammirazione. Seguire con reverente attenzione il mondo degli affari finanziari, come oggi avviene, è particolarmente significativo dei valori imperanti, giacché la caratteristica essenziale che sottende questo mondo è la furbizia.

    Tra i valori della tradizione europea invece la speculazione non ha mai trovato cittadinanza, pur se il mercantilismo ha avuto indubbiamente agibilità ed in diverse occasioni è risultato anche utile. Una cosa infatti sono i valori dominanti ed un’altra la molteplicità di sfaccettature di cui è composta la realtà sociale. Nelle comunità umane ci sono sempre state presenze di ogni tipo: gli aggressivi ed i pavidi, i forti e i deboli, gli intelligenti e gli stupidi, gli onesti, i disonesti, i furbi e così via sino a comprendere anche gli assassini, gli usurai e le meretrici. La variegata presenza di tutte queste individualità non ha però mai impedito che le comunità, nel loro insieme, abbiano espresso nella storia dei precisi valori dominanti, e che siano stati questi a determinare, di volta in volta, le discriminanti nella valutazione del giusto e dell’ingiusto, del bene e del male.

    Dall’accettare la presenza nella propria società di mercanti e uomini d’affari, a farne il simbolo stesso di un’epoca, la differenza è abissale. Ieri si è sempre cercato di circoscrivere l’attività di queste categorie ponendo loro precisi limiti; oggi si consente che siano invece proprio queste a condizionare tutto: politica, cultura e costume.

    Il denaro, di per sé, non ha mai creato ricchezza, ma è stato un ottimo strumento per spostarla. Se un individuo ha fatto un «affare» vuol dire che vi è qualcuno che ci ha rimesso. Altrimenti non si sarebbe trattato di un «affare», ma di uno scambio. «Se c’è qualcuno che guadagna alla Borsa di New York è matematico che in una diversa parte del mondo, non necessariamente in Borsa, c’è qualcun altro che sta perdendo».

    Nei traffici puramente finanziari infatti non vi è nessuna creazione di nuova utilità. Si tratta di operazioni a risultato zero, come appare particolarmente evidente in quelle sui derivati – Futures, Options, etc. -. Non è invece così nelle transazioni aventi per oggetto merci e servizi utili, in cui si ha un «valore aggiunto» costituito dal «plus» che il compratore è disposto a pagare perché ritiene che ne valga la pena in relazione all’uso che ne farà.

    L’attuale tendenza al mercantilismo più sfrenato e all’usura ci fa spesso dimenticare per quanto tempo, e in quante aree geografiche, l’idea della speculazione economica e persino quella del guadagno commerciale sia rimasta sostanzialmente estranea alla cultura dei popoli. E, per aver testimonianza della repulsione da parte di molte società tradizionali verso le questioni strettamente «di soldi», non occorre certo cavalcare i secoli o i millenni.

    Nella zona del basso corso del Don, nel caotico clima dell’ingresso della Russia nel «progredito» mondo del libero mercato, il giornalista Neal Ascherson ha recentemente registrato la dichiarazione di un perplesso pope: «Che cosa dobbiamo pensare di questa nuova Russia? Nel nostro villaggio la gente comincia a venire da fuori e a vendere cose che non ha fatto da sé. Viaggiare per poi stare in piedi per strada a vendere carote che tu hai coltivato, un giocattolo che tu hai intagliato, un pentolino fatto nella tua bottega, perché no, è naturale e perfino una cosa buona. Ma questa gente nuova non fa altro che comprare e rivendere. Comprano un articolo in un posto e poi vengono qui a rivenderlo a un prezzo più alto. Non lavorano, non fabbricano niente! Ho detto alla mia congregazione che è immorale, che è peccato fare soldi con cose che non si sono prodotte da sé».

    L’istinto dell’uomo a radunarsi in gruppi, tribù, paesi, società, manifesta prevalentemente una spinta verso quel solidarismo necessario alla sopravvivenza. Questa spinta solidaristica, ciò che oggi indichiamo come «interesse nazionale» o «preferenza nazionale», è sempre stata presente ed ha sempre rappresentato il limite necessario per tutelare la comunità dall’egoismo individuale.

    Il baratto, l’antica forma di commercio, era praticato per soddisfare comuni esigenze, rispondeva soprattutto ad una necessità di collaborazione; il concetto di guadagno era spesso praticamente assente. «Nello scambio primitivo, tranne casi sporadici, assai malvisti, manca il guadagno, non c’è il fine di lucro e può essere addirittura assente, o comunque indiretto e secondario, lo scopo economico. La cosa può sorprendere noi che viviamo immersi nell ‘economia e nella dimensione del profitto e che abbiamo reso merce quasi tutto. Ma in passato era diverso. L’uomo oeconomicus è una invenzione di Adam Smith e dei suoi epigoni. L’idea che l’uomo sia naturaliter economico, cioè che fin dai primordi si muova, nel campo della produzione, dello scambio dei beni, secondo criteri di pura razionalità, di economicizzazione, di massimizzazione del risultato col minimo sforzo, di utilitarismo, di guadagno è un’idea falsa generata dalla falsa prospettiva in cui si sono posti, per lungo tempo, gli storici e i teorici moderni dell’economia»

    Nelle epoche primitive lo scambio intertribale addirittura era considerato accettabile esclusivamente sotto forma di dono. La figura del mercante era sconosciuta. E anche quando, poi, le nuove esigenze indussero ad una intensificazione degli scambi (ad esempio tra le popolazioni costiere e quelle dell’interno: pesce contro prodotti della terra) la ricerca del guadagno, l’utile, il profitto era ancora quasi assente. Erano operazioni ispirate dall’interesse comune per migliorare la sussistenza dell’uomo ed erano controllate da autorità politiche e militari.

    Nell’antico Egitto parte dei prodotti della terra venivano conferiti all’ammasso e redistribuiti per garantire la sopravvivenza a tutti gli abitanti. Ugualmente avveniva presso gli antichi Imperi orientali.

    Nell’antica Roma «la distribuzione gratuita di cereali e di olio a carico dello Stato, curata dal questore dell ‘annona, era costumanza di grande rilievo. Su una popolazione di circa un milione di abitanti, pare che ben 200.000 romani, la cosiddetta plebs frumentaria, godessero abitualmente di tale provvidenza».

    L’Impero Inca non fu una società tribale, ma complessa, ciò nonostante al suo interno non esistevano né mercato né alcuna forma di moneta. Anche nella civiltà azteca, vissuta nel Centro America sino all’arrivo degli Spagnoli (1519), il denaro era assolutamente sconosciuto.

    Nelle comunità Walser (le popolazioni vallesi che, scavalcate le Alpi, si insediarono, a partire dal 1200, ai piedi dei nostri ghiacciai, dalla Val d’Aosta alle valli dell’Ossola) un certo numero di ore di lavoro erano prestate, da tutti, per le esigenze della collettività, e le lavorazioni più difficoltose e impegnative come la panificazione – data la scarsità di frumento e il clima rigido – venivano effettuate in maniera comunitaria, in totale partecipazione ed equa redistribuzione.

    La spinta solidale all’interno del gruppo non è certo scomparsa con le società primitive: la ritroviamo nelle antiche civiltà, nel Medioevo e la si può rintracciare anche in questo secolo.

    Lo stesso Stato Sociale attuato in alcuni Paesi europei nel periodo tra le due guerre mondiali – che oggi, pezzo dopo pezzo, si sta smantellando – voleva realizzare quella società solidaristica che l’uomo ha sempre perseguito. Tutela, da parte dello Stato, dell’infanzia, dei più deboli, dei malati, della maternità, dei lavoratori, e assegnazione di case e terreni. Una forma di redistribuzione ai cittadini di ricchezze che la comunità, nel suo insieme, contribuiva a creare.

    Il denaro nacque come strumento per rendere più agevole lo scambio, e l’unica caratteristica che gli era richiesta era quella di rappresentare un preciso valore e di essere accettato dall’intera collettività. La sua prima apparizione, nell’area mediterranea, la fece in Lidia nel VII secolo a.C; subito dopo comparve in Grecia e nel IV secolo a.C. a Roma, in Gallia e nell’Africa del nord.

    Per stabilire se una cosa in sé sia buona o cattiva spesso si usa l’esempio della pistola: se questa viene usata per uccidere sarebbe cattiva, se per difendersi buona. Dunque un giudizio morale non può essere espresso sulla pistola, di per sé neutra, ma su chi e su come la utilizza. Il denaro parimenti può essere usato in modo buono, come strumento di scambio, come mezzo di funzionalità economica o di legittimo credito, oppure in modo cattivo, come occasione di speculazione.

    Sta di fatto che con il suo avvento, all’interno delle società, è iniziata una pestilenza sino a quel momento sconosciuta: l’usura. Una pestilenza che non ha smesso più di circolare e che, anzi, coi secoli si è ingigantita sino ad arrivare ai giorni nostri, quando si può tranquillamente affermare che è talmente diffusa e potente da identificarsi con lo stesso potere.




    Contro il dio denaro: la nascita della moneta

  3. #3
    Avamposto
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    LA BANCONOTA E LE BANCHE

    Il denaro cambia natura e cambia anche aspetto. Da moneta coniata in metallo prezioso o pregiato comincia a circolare sotto forma cartacea: lettera di cambio (documento di credito utilizzato dai mercanti), banconota, titolo, cambiale.

    «La lettera di cambio è ben documentata solo a partire dal Trecento. E perché prenda piede l’uso di girarla a terzi tramite firma bisogna aspettare gli inizi del Quattrocento (la prima girata nota è del 1410). Con la lettera di cambio si comincia a speculare in senso finanziario, si comincia a scontare: se chi è in possesso della lettera ha bisogno di liquidità gliela si compra a un prezzo inferiore, scontato. Nasce anche il primo mercato finanziario: la Fiera di Besancon, nel 1535, dove si trafficava esclusivamente in lettere di cambio». «Ma per arrivare alla banconota, emessa da un istituto di credito autorizzato dallo Stato, con valore legale su tutto il territorio nazionale, bisognerà aspettare il 1694 e la Banca d Inghilterra».

    La Banca d’Inghilterra nasce da un consorzio di banchieri privati – in gran parte ebrei – i quali, in cambio della concessione di un prestito al governo inglese, ottennero la facoltà di emettere moneta fiduciaria, prima forma di denaro creato dal nulla.

    Approfittando dello sviluppo delle tecniche monetarie, le categorie speculative si agganciano ancor più al denaro, in tutte le sue forme, guadagnando terreno dentro le società. Banchieri e grandi mercanti trattano con governi e monarchi; in alcuni casi ottengono l’autorizzazione a emettere moneta in vece dello Stato e cominciano ad influire, per i propri egoistici fini, sulla politica e sulla gestione della pubblica amministrazione.

    Siamo al mercato finanziario, al denaro che produce altro denaro, alla ricchezza che si discosta dalla realtà della vita sociale, dal lavoro, dalla produzione dei beni, dalle stesse merci, per divenire bene e merce a sé stante.

    E comincia qui la grande truffa che ha raggiunto il suo apice ai nostri giorni, la realizzazione di un sistema speculativo che coinvolge e condiziona tutto e tutti, e che da nessun cittadino – ed oggi anche da nessuna Nazione – può essere controllato. Un sistema che è avulso dalla realtà, ma che sui popoli pesa. Un sistema il cui ultimo fine non può che essere il potere; un potere assoluto, che nulla ha in comune con le Nazioni ed i loro interessi, che non ha patria né è portatore di valori.

    Si pensi, ad esempio, come una guerra, mentre per le popolazioni coinvolte è occasione di distruzioni e morte, per il mondo finanziario sia sempre una cuccagna. Oggi poi le speculazioni sugli armamenti non sono che l’antipasto, arrivano puntuali anche gli affari sui cosiddetti aiuti, alimenti e merci di prima necessità, e la grande abbuffata culmina con la ricostruzione delle località bombardate. C’è chi sostiene di aver visto circolare in certi uffici di Washington i piani per la ricostruzione del Quwait parecchi mesi prima dello scoppio della Guerra del Golfo.

    Altri esempi di come le disgrazie dei popoli costituiscano l’habitat ideale per i mestatori del mondo degli affari sono le pestilenze, la siccità e la povertà nel Terzo Mondo: attraverso il meccanismo degli aiuti internazionali si mette in moto una catena di ciniche speculazioni, non ultima il riciclaggio dei medicinali scaduti, ufficialmente inviati al macero. Per non parlare degli alimenti; le confezioni non più vendibili nel mercato occidentale, perché scadute, sono spedite nel Terzo Mondo sotto forma di aiuti finanziati dagli enti internazionali e dalle associazioni del cosiddetto volontariato. Le tonnellate di panettoni rimaste invendute lo scorso Natale in Italia per il pericolo di avvelenamento, dove sono finite? Le prime immagini che giunsero dall’Albania, dai campi dei profughi kossovari durante la guerra della NATO contro la Serbia, mostravano vagoni e camion pieni di panettoni…

    Il marchingegno sta proprio nell’essere riusciti ad imporre l’utilizzo del denaro – nelle sue forme più disparate ed elaborate – ad ogni attività umana ed avergli tolto nello stesso tempo ogni valore intrinseco, cioè in definitiva ogni effettivo aggancio con la realtà.

    Con le banconote e i titoli crescono le banche. Banche di emissione di proprietà statale, Banche di emissione controllate dai privati, Banche private e Banche d’affari.

    Le Banche di emissione controllate dallo Stato battono moneta in conformità alle scelte politiche, sociali ed economiche dei governi. Le banche private invece inventano denaro – vedremo come – a proprio beneficio e speculano sulle economie delle Nazioni. Si tratta di due realtà che si presentano in conflitto sin dalla loro nascita. Lo Stato è preoccupato di arginare l’influenza dei singoli banchieri sull’economia nazionale; i maneggioni della finanza sono invece impegnati ad abbattere tutti gli ostacoli esistenti per le loro speculazioni.

    È importante avere chiaro in mente che quello che oggi chiamiamo <Sistema bancario» non è altro che un Sistema privato. Siamo oggi arrivati al punto che un cartello di banche private, o anche un singolo banchiere, può tranquillamente aggredire, con le proprie operazioni internazionali, le Banche centrali statali, determinare l’andamento inflazionistico di una economia o imporre ai governi – come è recentemente avvenuto nel Regno Unito e in Italia – di svalutare la propria moneta.

    ***

    Crescono dunque le banche e il denaro si moltiplica.

    Innanzitutto le banche di emissione «misero in circolazione banconote per un ammontare superiore di due, tre e persino di dieci e venti volte il valore delle loro riserve». Poi: «la banca ordinaria è un grande fabbricante di denaro, molto di più di quella di emissione che pur ha, istituzionalmente, questo compito. Come? Attraverso la creazione di quella che viene comunemente chiamata la quasi moneta, o moneta scritturale, in grado di sostituire le banconote: assegni, depositi, trasferimenti dì partite tra clienti della stessa banca, compensazioni fra banche tramite apposite stanze (clearing house), bonifici, interessi, carte di credito».

    E poi ci sono i prestiti, gli affidamenti, i mutui, i castelletti di sconto, che fanno da moltiplicatori infiniti del denaro. Il fondo di riserva di una banca doveva essere almeno il 20% dei prestiti concessi, il che significa che se quella banca aveva venti miliardi di liquidità poteva maneggiare cento miliardi. Oggi, nei Paesi occidentali, le «riserve» richieste sono state ridotte fino al 4%. Questo nei paesi industrializzati, negli altri i limiti sono ancora più elastici, se non addirittura assenti, come avviene nei cosiddetti «paradisi fiscali» del Centro America e dell’Oceania. Si spiega così il continuo andirivieni dei paperoni della finanza dai paesi industrializzati a quelli «poveri» o in via di sviluppo. Con sapienti investimenti e repentini spostamenti valutari ogni operazione, anche quella più piratesca, oggi può risultare possibile.

    Sin dagli albori del sistema bancario e creditizio, l’idea di inventare denaro dal nulla rappresentò una tentazione irresistibile. «Attraverso i cambi con “ricorsa” e i cambi con “ricambio”, che sono cambiali finanziarie rinnovate ogni tre mesi, molti banchieri e mercanti arrivano ad emettere spudoratamente su se stessi, cioè a mettere in circolazione ad libitum dei titoli di credito cui non corrisponde alcun credito, alcuna obbligazione tranne quella che il mercante o il banchiere ha contratto con se stesso. Si crea insomma moneta corsara, senza nessun controllo. Pare che in queste pratiche fossero maestri i Fugger di Colonia, i più grandi mercanti-banchieri del tempo e, forse, i primi veri capitalisti»

    Il salto di qualità tra gli antichi usurai e il Sistema bancario è davvero grande. Una volta, per prestare mille lire, le mille lire le si dovevano possedere veramente e solo su quelle mille lire si potevano pretendere interessi. Il Sistema bancario invece presta molto di più di quello che ha e su questa cifra inventata incassa i profitti. Ma quella degli interessi rappresenta la più piccola fetta degli utili delle banche, giacché il grosso arriva dai giochi di valuta, attraverso i quali si innestano ulteriori meccanismi di moltiplicazione del denaro e di speculazione.

    Un semplice esempio che chiunque può verificare osservando il proprio estratto conto bancario. Tizio, per pagare a Caio un milione, stacca un assegno e vi appone correttamente la data. Costui a sua volta paga la stessa cifra a Sempronio girando l’assegno ricevuto da Tizio, e la stessa cosa fa Sempronio verso Mevio. Infine Mevio versa l’assegno sul proprio conto corrente. Verosimilmente le operazioni di girata sono durate una decina di giorni. La banca di Mevio accredita il milione con la valuta di 7-8 giorni dal momento del versamento. La banca di Tizio addebiterà invece la cifra con la data apposta sull’assegno. Esiste dunque un lasso di tempo di oltre due settimane durante il quale il Sistema bancario ha fatto pagare il costo del denaro sulla stessa cifra e per la stessa operazione sia a Tizio che a Mevio. Non solo, essendo quel milione uscito dalle tasche di Tizio due settimane prima di essere intascato da Mevio, per quel tempo il Sistema bancario risulta più ricco di un milione. E se si considera l’incredibile numero di milioni di assegni, Riba, bonifici, transazioni che ogni giorno vengono effettuati in una Nazione, ci si rende conto di quanti denari sono inventati dal nulla attraverso il gioco delle valute. Denari a loro volta pronti per essere prestati, investiti, scambiati; e la storia continua all’infinito.

    Il tutto, si noti bene, senza che una sola lira reale si sia fisicamente spostata o sia stata consegnata a chicchessia.

    Ebbe a scrivere Giacomo Barnes, già nel 1944: «Se etimologicamente parlando i crediti delle banche non sono denaro, equivalgono però a denaro. Infatti gli economisti chiamano questa circolazione fiduciaria, creata dalle banche, denaro bancario o denaro in banca. Circola principalmente per mezzo di assegni e perciò per mezzo di giro-conti, e cioè trasferimenti nei libri delle banche dal conto di un cliente al fondo di un altro. Tali crediti sono anche chiamati dalle banche erroneamente (per ingannare il pubblico?) prestiti. Ma non sono prestiti autentici. Un autentico prestito si ha quando una persona si priva temporaneamente di una cosa in favore di un’altra persona. Ma, concedendo questi crediti, le banche non si privano di niente. Sono creati dal nulla per mezzo di un semplice tratto di penna e equivalgono a un capitale enorme e fortemente redditizio a libera disposizione delle banche stesse».

    Ha scritto il premio Nobel 1988 per l’economia, Maurice Allais: «In tutti questi ultimi anni la speculazione contro certe monete è stata quasi interamente finanziata attraverso la creazione di mezzi di pagamento ex nihilo con un semplice gioco di scritture contabili bancarie».

    Si pensi poi a tutto l’attuale sistema informatizzato, con le carte di credito e i bancomat. I soldi devono essere gestiti e maneggiati solo dalle banche: negli USA chi paga in contanti è guardato con sospetto, come un poco di buono; a chi si ricovera in ospedale non si chiede se può pagare, se ha soldi, ma se è titolare di una carta di credito. In Europa ci stiamo avvicinando a veloci passi verso la stessa situazione. Le banche gestiscono tutto il denaro ed i cittadini, anche quando non hanno bisogno di mutui, fidi, finanziamenti, sconti, anticipi o altro che sia sottoposto ad interessi, per utilizzare il proprio denaro devono pagare le banche. Spese di ogni tipo vengono addebitate sui conti correnti. Il 2,50% dei pagamenti effettuati tramite carte di credito rimane nelle tasche delle banche, più varie commissioni.

    Se un distratto si dimenticasse di avere versato dei soldi su un conto corrente e si recasse in banca dopo qualche anno per incassare il proprio denaro, non solo non lo troverebbe incrementato per la maturazione degli interessi positivi, ma si imbatterebbe nella sgradita sorpresa di scoprirsi possessore di una cifra di molto inferiore a quella a suo tempo depositata. Spese, competenze, commissioni di ogni tipo avranno rosicchiato indisturbati quel denaro, anno dopo anno, con maggior professionalità di quello che avrebbero potuto fare dei topi in una cantina.

    Tutti i soldi devono finire in banca. Le filiali, gli sportelli spuntano come funghi in ogni quartiere, in ogni paese, in ogni frazione.

    Se si ha la ventura di recarsi in una località dopo un certo periodo di assenza, salta subito all’occhio la chiusura di negozi e botteghe artigiane, e l’apertura di nuovi sportelli bancari. Ciò avviene ovunque, anche nelle località più isolate, anche in montagna e in campagna dove sarebbe stato impensabile fino a poco tempo fa. E così tutti i soldi finiscono nel Sistema bancario che li ricicla ingrassandosi di interessi e di «competenze», ma che soprattutto incrementa la possibilità di creare dal nulla altro denaro.

    Altro che usura! Con la differenza che verso il Sistema bancario nessuno lancia anatemi, condanne o scomuniche, e ciò perché esso possiede quel che l’antico usuraio non aveva: il potere.

    ***

    Uno degli strumenti più efficaci utilizzati, nel corso della storia, per costringere imprenditori e commercianti a legarsi a doppio filo con le banche, è l’inflazione. In regime inflazionistico è infatti talmente azzardato investire la liquidità che si possiede, che si è indotti a pagare anche pesanti interessi pur di usufruire di denaro non proprio, riducendo così il rischio dell’operazione.

    La banca è così felice due volte: prima perché incrementa il proprio lavoro, l’utile e la possibilità di creare nuovi crediti, quindi nuovo denaro, in secondo luogo perché ha acciuffato nuovi polli da spennare che ben difficilmente potranno in seguito sottrarsi al ricatto bancario; quando scopriranno che la corda gettatagli dalla banca non era la fune di salvataggio che all’inizio credevano, ma un capestro con tanto di nodo scorsoio, sarà troppo tardi, perché il nodo nel frattempo avrà avuto modo di stringersi intorno al collo del malcapitato.

    Per cercare di ben comprendere come sia coinvolgente il meccanismo rappresentato dal sistema inflazionistico e quanto sia stato fondamentale nello sviluppo e nel radicamento del Sistema bancario, riportiamo l’apologo dei due commercianti di chiodi di Norimberga, molto ben raccontato da Salvatore Verde nel suo saggio Credito e promesse di pagamento.

    «Storia di Friedrich, ossia del commerciante che commercia con denaro proprio.

    Friedrich possiede 100 quintali di chiodi aventi un valore (e prezzo) unitario di 100 marchi al chilo. Li rivende per 200 marchi il chilo, guadagnando quindi in totale un milione di marchi. Ma, quando va dal fornitore per approvvigionarsi, trova un prezzo di 400 marchi il chilo; di conseguenza, può comprarne solo 50 quintali, che però potrà rivendere poco dopo al prezzo di 800 marchi al chilo, guadagnando in tal modo due milioni di marchi (incasso globale: 4.000.000 di marchi). Però, quando va a riapproviggionarsi trova un prezzo unitario di 1.600 marchi, per cui con i suoi quattro milioni può acquistare soltanto 25 quintali di chiodi. E così via, con i prezzi alla vendita continuamente raddoppiati, ed al riapprovvigionamento ogni volta quadruplicati. Alla fine, potrà acquistare un unico chiodo che, anziché destinare alla vendita, utilizzerà per impiccarsi!

    Storia di Heinrich, ossia del commerciante che compera solo con denaro preso a prestito.

    Heinrich prende a prestito, al tasso del 10%, un milione di marchi, con cui acquista 100 quintali di chiodi al prezzo di 10.000 marchi il quintale. Li rivende per 20.000 marchi, rimborsa il prestito (capitale + interessi) e guadagna così 900.000 marchi. Poiché ora i chiodi costano 40.000 marchi al quintale, prende in prestito 6 milioni al tasso del 15% e può quindi comperare 6,9/0,4 = 172,5 quintali, che rivende a 80.000 marchi il quintale incassando 13,8 milioni. Rimborsa il debito di 6,9 milioni e gli restano ancora 6,9 milioni. 1 chiodi adesso costano 160.000 marchi il quintale. Heinrich contrae, al tasso del 20%, un prestito di 36 milioni, con cui, sommandovi i 6,9 milioni che gli restano, può acquistare 42,9/ 160.000 = 26 tonnellate di chiodi e così via. Heinrich è certo sempre più indebitato in valore nominale a tassi di interesse sempre più alti, ma, grazie al rapido aumento dei prezzi, il suo attivo è costituito da beni reali che hanno sempre maggior valore, mentre il suo passivo è costituito da valori nominali che hanno un potere di acquisto sempre minore. »

    Ciò che l’apologo non ci dice è che Heinrich da allora non potè mai più fare a meno delle banche perché le cifre che gli erano necessarie per commerciare in quel sistema erano sempre superiori ai suoi passati guadagni. Aveva scelto una strada senza possibilità di uscita.

    L’inflazione è talmente fisiologica all’attuale sistema economico che nessuno ritiene credibile possa fermarsi. I governi che si piccano di essere «buoni amministratori» sono quelli che la fanno scendere di uno, due punti, o riescono a «contenerla». Ma la storia ci dice che non è stato sempre così: presso gli antichi Imperi, quando i prezzi si chiamavano «equivalenze», la stabilità economica durava anche più di un secolo.

    ***

    Con le banconote e le banche, a partire dal XVIII secolo, la curva dell’influenza del denaro sulla vita dell’uomo si impenna sino a coinvolgerne e condizionarne ogni aspetto. Fanno il loro ingresso nella storia la borghesia, il capitalismo e la Rivoluzione industriale. È il giro di boa che ha trasformato il mondo. Gli individualismi cominciano ad imporsi ai valori comunitari, sino a sottometterli.

    Le grandi opportunità tecniche offerte dal progresso e dalla Rivoluzione industriale hanno scatenato l’ingordigia degli affaristi e degli speculatori, i quali hanno finito per condizionare a proprio favore l’impiego delle innovazioni e delle scoperte scientifiche.

    Oggi, immersi nella religione del progresso, è certamente difficile sospettare che i radicali mutamenti avvenuti non siano stati tutti positivi e che la qualità della vita degli uomini non sia aumentata, in tutto e per tutto, ma a quegli attenti studiosi che hanno affrontato l’argomento con sufficiente distacco ed onestà le cose non sono sembrate poi così scontate.

    Massimo Fini giunge ad affermare: «Il passaggio da contadino ad operaio segnò un peggioramento secco ed inequivocabile delle condizioni materiali e si accompagnò con un aumento delle diseguaglianze economiche». Ed ancora: «La rivoluzione non recò benefici che ad una minima parte dei contadini, quelli che stavano già bene (in Francia, in Italia nemmeno a quelli), in compenso arricchì i ricchi, i borghesi, i grandi fittavoli, i nobili che seppero cambiar pelle». E conclude: «Sia la rivoluzione industriale che quella politica acuirono quindi, sin dai loro inizi, le disuguaglianze economiche e peggiorarono le condizioni esistenziali del popolo». Con la Rivoluzione industriale «si comincia a lavorare nelle miniere all’età di IO o 12 anni, mentre per la filatura e la tessitura si poteva scendere agli 8 e anche ai 7 anni. Questa era una cosa che non sì era vista mai nel turpe Medioevo e nemmeno prima».





    http://thule-italia.com/wordpress/archives/2196
    Ultima modifica di Avamposto; 25-08-10 alle 09:39

  4. #4
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Contro il dio denaro

    L’USURA




    Usura è il sistema di produrre denaro attraverso il denaro. Un prestito a interesse.

    Nel corso dei secoli si è sempre cercato di individuare e stabilire un interesse «lecito», oltre al quale si sarebbe situato quello usurano.

    Indubbiamente c’è differenza tra chi presta denaro al 5% e chi al 100% o più. Ma, a livello concettuale, non riteniamo possa esservi diversità sostanziale. Se uno ruba 100 lire ed un altro un milione, è chiaro che si è di fronte a due reati di gravità ben diversa, ma è innegabile che in ambedue i casi si tratta di furto. L’usura nasce nell’istante stesso in cui il denaro, concepito come surrogato di bene per comodità negli scambi, diviene oggetto di speculazione; tutto il resto è conseguenza, perfezionamento, ampliamento di un sistema speculativo che, secolo dopo secolo, guerra dopo guerra, si è creato spazio e agibilità sino a giungere all’attuale potere planetario della finanza internazionale.

    Il ricco, il proprietario di terreni, poteva nel passato pretendere lavoro dai contadini in cambio della sussistenza, ma si trattava sempre di un contratto che prevedeva l’esistenza, la coesistenza e anche la collaborazione tra uomini che si trovavano nella necessità di vivere, pur se in diverse condizioni, nella stessa zona e nello stesso tempo. Sia il proprietario terriero che il contadino alla fin fine trovavano possibilità di alimentazione e sopravvivenza nello stesso campo.

    L’usuraio si pone su un piano decisamente diverso: lui dispone di uno strumento – il denaro – che oggi non gli serve e lo presta ad un altro che ne ha bisogno, richiedendone la restituzione maggiorata di un interesse. È come dire: io della mia vanga oggi non so cosa farne, la presto a te che ne hai bisogno, ma domani mi ridai la vanga ed anche un rastrello.

    Dei valori e degli interessi comunitari non rimane nulla, emerge invece solo l’astuta speculazione, il ricatto e l’egoismo individuale. Nell’usuraio si personificano, sovrapponendosi, la furbizia dell’uomo d’affari e l’odiosità del parassita sociale.

    Più denaro possiede l’usuraio, più prestiti può fare, più interessi può incassare. Più interessi incassa più nuovi prestiti può fare e più persone può ricattare. Un vortice che mina fortemente la compattezza solidale del gruppo ed è destinato ad attribuire sempre più potere alla minoranza più «scaltra» presente all’interno della società.

    Ben diversa cosa è sempre stata la partecipazione del possessore di denaro alla nascita e allo sviluppo di un’impresa. Innanzitutto perché si tratta di un apporto teso alla creazione di maggiore ricchezza di beni e di lavoro che coinvolge tutta la collettività, poi perché in questo caso il possessore di denaro partecipa, oltre che agli utili, anche ai rischi d’impresa; il suo ruolo diviene quello, attivo, di socio e non quello, passivo, di speculatore. L’investitore è un’importante componente della vita sociale e contribuisce al formarsi della ricchezza nazionale; l’usuraio è invece la sanguisuga delle risorse comunitarie.

    All’inizio il pericolo insito nell’utilizzo del denaro per fini usurari fu avvertito, condannato e combattuto con estrema decisione in ogni civiltà.

    Aristotele affermò che il denaro è sterile e quindi non può produrre altro denaro ed i greci oltre ad ignorare l’usura disprezzavano chi – Kapelos - commerciava guadagnando sulla differenza di prezzo fra l’acquisto e la vendita.

    Gli Ebrei dal loro Dio – attraverso le Sacre scritture – ricevettero il precetto «Dal tuo fratello non accetterai interessi, ma dallo straniero potrai accettarne», col che – a parte l’edificante lezione di razzismo d’origine divina – si chiarisce quanto la pratica dell’usura all’interno del gruppo fosse giudicata negativamente.

    D’altronde giudizi sull’usura si ritrovano in diversi passi dell’Antico Testamento: «Signore, chi abiterà nella tua tenda? Chi dimorerà sul tuo Santo Monte? Colui che cammina senza colpa [...] Chi presta denaro senza fare usura»,ed ancora, «Chi presta a usura ed esige gli interessi, egli non vivrà; poiché ha commesso azioni abominevoli, costui morirà e dovrà a se stesso la propria morte».

    Nell’antica Roma, massimo centro dell’epoca, e quindi tra i più importanti crocevia di commerci e traffici, l’usura attecchì velocemente e diffusamente; dopo tentativi compromissori di contenere il fenomeno stabilendo il limite massimo del tasso d’interesse al 4%, si arrivò alla promulgazione della Lex Genucia (342 a.C.) con la quale il prestito a interesse era proibito del tutto.

    Anche la Chiesa ha avuto modo nei secoli di condannare in modo deciso chi attraverso prestiti di denaro traeva benefici economici. Nella decretale Consuluit di Urbano III (1187), inserita nel Codice di diritto Canonico, si legge:

    «- è usura tutto ciò che viene richiesto in cambio di un prestito oltre al prestito stesso;

    - riscuotere un’usura è un peccato proibito dal Vecchio e dal Nuovo Testamento;

    - la sola speranza di un bene in contraccambio che vada oltre al bene stesso è un peccato;

    - le usure debbono essere integralmente restituite al loro legittimo possessore;

    - prezzi più alti per la vendita a credito costituiscono usure implicite.»

    La condanna all’usura è poi sancita dal Concilio Laterano (1139) e solennemente ribadita dal Concilio di Vienna (1311).

    San Bernardino da Siena, nel XV secolo, esprime un giudizio che non lascia dubbi: «E fatta la morte dell’usuraio come la morte del porco, che a sua vita el porco non fa altro che danno [...] ma quando è morto ognuno ne gode».

    In tutto il Medioevo il comune sentire relega l’usuraio in fondo alla scala sociale: «L’usuraio è ripugnante agli occhi di Dio e dell’uomo prima di tutto perché non esiste un altro peccato che non conceda mai un po’ di riposo: gli adulteri, i libertini, gli assassini, gli spergiuri, i bestemmiatori, si stancano dei loro peccati, mentre l’usuraio continua a ricevere senza interruzione il profitto. Con la sua attività egli nega il normale avvicendamento del lavoro e del riposo. L’usura distrugge il legame tra la persona e la sua pratica, poiché anche quando l’usuraio mangia, dorme o ascolta la predica, gli interessi continuano ad aumentare. Il Signore comanda all’uomo di guadagnarsi il pane quotidiano con il sudore della fronte, mentre l’usuraio si arricchisce senza lavorare, commerciando l’attesa del denaro, cioè il tempo; egli ruba il tempo, patrimonio di tutte le creature, e perciò chi vende la luce del giorno e la quiete della notte, non deve possedere ciò che ha venduto, vale a dire la luce e il riposo eterni».

    Ma, nonostante le condanne, è endemica al denaro, sin dalla sua comparsa, la tendenza a guadagnare altro denaro attraverso speculazioni. Questa tendenza si è espressa nel corso dei secoli proprio con l’usura che, come abbiamo visto, per millenni è stata condannata e combattuta. E quando il denaro da semplice strumento di scambio è entrato nella seconda fase della sua storia, quella della promessa di pagamento e scommessa sul futuro, guadagnandosi forza e potere, ogni argine anti-usura è crollato. Il denaro si allontana definitivamente dal suo originario ruolo e diviene essenzialmente ingranaggio speculativo.




    Contro il dio denaro: l’usura

  5. #5
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Contro il dio denaro







    Ultima modifica di Avamposto; 25-08-10 alle 09:43

  6. #6
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    Grande verità inascoltata dalle masse cieche e sorde: è l'indifferenza che garantirà sempre ai potenti di andare avanti sfruttando il popolo.
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