Santa Marcella di Roma, Religiosa, Roma, 330 - 31 gennaio 410 (31 gennaio)
Martirologio Romano: A Roma, commemorazione di Santa Marcella, vedova, che, come attesta San Girolamo, dopo avere disprezzato ricchezze e nobiltà, divenne ancor più nobile per povertà e umiltà.
(Martirologio Romano: 31 gennaio - A Roma Santa Marcella vedova, le cui splendide lodi furono scritte dal beato Girolamo.)
Marcella nacque a Roma nel 325 da famiglia nobile. Si sposò, ma rimase vedova in giovane età. Presso la sua abitazione all'Aventino, organizzò un gruppo di pie donne, sotto la guida spirituale di San Girolamo. Morì nel 410 presso San Paolo fuori le mura, a causa delle torture subite dai Goti, che cercavano tesori nascosti.
Il corpo è a San Paolo fuori le mura, dove morì nel 410. Nella basilica Ostiense se ne celebra la memoria il 31 gennaio.
Alcune lettere di San Girolamo, in particolar modo l'Ep. 127, alla vergine Principia, discepola di Marcella, costituiscono le fonti principali per la vita della santa.
Appartenne ad una delle piú illustri famiglie romane: quella dei Marcelli (secondo altri dei Claudi). Nacque verso il 330, ma non ebbe la giovinezza felice, essendo ben presto rimasta orfana del padre. Contratto matrimonio in giovane età fu nuovamente colpita da un gravissimo lutto per la morte del marito avvenuta sette mesi dopo la celebrazione delle nozze. Questi luttuosi avvenimenti fecero maggiormente riflettere Marcella sulla caducità delle cose terrene tanto piú che nella fanciullezza era rimasta assai affascinata dalle mirabili attività del grande anacoreta Antonio, narrate nella sua casa dal vescovo Atanasio (340-343).
Lo spirito ascetico propugnato dal monachesimo, consistente nell'abbandono di ogni bene mondano, andò sempre piú conquistando l'animo della giovane vedova. Quando perciò le furono offerte vantaggiose seconde nozze col console Cereale (358), nonostante le premurose pressioni della madre Albina, oppose al ventilato matrimonio un netto rifiuto, motivato dal desiderio di dedicarsi interamente ad una vita ritirata facendo professione di perfetta castità.
Cosí Marcella, secondo San Girolamo, fu la prima matrona romana che sviluppò fra le famiglie nobili i principi del monachesimo. Il suo maestoso palazzo dell'Aventino andò trasformandosi in un asceterio ove confluirono altre nobili romane come Sofronia, Asella, Principia, Marcellina, Lea; la stessa madre Albina si associò a questa nuova forma d i vita.
Piú che di vita monastica in senso stretto può parlarsi di gruppi ascetici senza precise regole, ma ispirati ai principi di austerità e di disprezzo del mondo, propri della scuola egiziana, assai conosciuti attraverso la vita di Sant'Antonio e le frequenti visite di monaci orientali. Lo stesso vescovo di Alessandria, Pietro, fu nel 373 ospite della casa Marcella e narrò la vita e le regole dei monaci egiziani.
Porse proprio dopo il 373 la casa di Marcella divenne un vero centro di propaganda monastica. Riservatezza, penitenza, digiuno, preghiera, studio, vesti dimesse, esclusione di vane conversazioni furono il quadro della vita quotidiana quale risulta dalle lettere di San Girolamo, divenuto dal 382 il direttore spirituale del gruppo ascetico dell'Aventino. Nella domus di Marcella entravano vergini e vedove, preti e monaci per intrattenersi in conversazioni basate specialmente sulla Sacra Scrittura. Il sacro testo, specie il Salterio, non fu studiato solo superficialmente: per meglio comprenderne il significato Marcella imparò l'ebraico e sottopose al dotto Girolamo molte questioni esegetiche, come ne fanno fede varie lettere a lei dirette. Fra Girolamo e Marcella si strinse una profonda spirituale amicizia, continuata anche dopo la partenza del monaco per la Palestina.
Tuttavia questa donna fu di spirito piú moderato tanto da non condividere pienamente le violente diatribe e le acerbe polemiche del dotto esegeta. Simile moderazione dimostrò nelle pratiche ascetiche; pur amando e professando la povertà non alienò in favore della Chiesa e dei poveri tutti i suoi beni patrimoniali, anche per non recare dispiacere alla madre. Né volle trasferirsi a Betlemme, nonostante una pressante lettera delle amiche Paola ed Eustochio. Preferí invece continuare la diffusione della vita ascetica e penitente in Roma; per molti anni infatti la sua domus dell'Aventino rimase un cenacolo ascetico specie fra le vergini e le vedove della nobiltà.
Verso la fine del IV sec. si trasferí in un luogo piú isolato nelle vicinanze di Roma, forse un suo ager suburbanus, nel quale visse con la vergine Principia come madre e figlia. Rientrò in Roma nel 410 sotto il timore dell'invasione gota; in tale occasione Marcella subí percosse e maltrattamenti e a stento riuscí a salvare Principia dalle mani dei barbari, rifugiandosi nella basilica di San Paolo.
Morí nello stesso anno e la sua festa è celebrata il 31 gennaio.
Quello che sappiamo di questa santa matrona romana, discendente dalla nobile famiglia dei Marcelli, lo ricaviamo dall'elogio funebre che San Girolamo (+420) inviò nel 413 da Betlemme alla giovane Principia, amica inseparabile di Marcella e sua erede spirituale. Tra l'altro le scrisse: "Non esalterò in lei nessun pregio che non sia strettamente personale, ma per questo tanto più eccellente in quanto, avendo disprezzato le ricchezze e il suo stato altolocato, lei ha acquistato in nobiltà proprio per la sua povertà e per la sua umiltà."
"Orfana di padre, Marcella si trovò pure vedova dopo sette mesi di matrimonio. Data la sua età, l'antichità del casato, la singolare bellezza fisica e la purezza dei suoi costumi, Cereale, nome illustre fra quello dei consoli, ne chiedeva con grande insistenza la mano. Carico di anni com'era, le prometteva le sue ricchezze, con l'intenzione di trasmettergliele mediante un atto di donazione non come a moglie, ma come a figlia. C'era inoltre Albina, sua madre, che desiderava ardentemente un così magnifico aiuto per la vedovanza di lei e per la sua famiglia. Marcella, però, rispose: ''Se volessi risposarmi, e non bramassi consacrarmi alla castità perpetua, quello che cercherei sarebbe un marito, non un'eredità".
Il mondo pagano per la prima volta restò confuso di fronte a una simile donna, poiché a tutti fu manifesto che cos'era effettivamente la vedovanza cristiana, ch'essa faceva risplendere con la sua rettitudine interiore e con il suo contegno... Marcella indossava vestiti atti a proteggerla dal freddo e non tagliati per metterle a nudo le membra. L'oro non lo poteva sopportare, tanto che si tolse dal dito anche l'anello; preferiva nasconderlo nello stomaco dei poveri piuttosto che custodirlo negli scrigni. Non andava in nessun luogo senza essere accompagnata dalla madre, e mai ricevette in casa qualche chierico o monaco senza che ci fossero dei testimoni. Aveva sempre in sua compagnia vergini e vedove, e solo se erano donne di provata onestà.
Addirittura incredibile era il suo amore per la divina Scrittura; non si stancava di cantare: "Ho nascosto nel mio cuore le tue parole, oh Signore, per non peccare contro di te", e l'altro passo sul ritratto dell'uomo perfetto: "La sua volontà è di osservare la legge del Signore; giorno e notte egli la medita" (Sal.118,11; 1,2). Capiva che la meditazione non consiste nel ripetere i testi della Scrittura, ma nell'agire secondo la massima dell'apostolo: "Sia che mangiate, sia che beviate, o qualsiasi altra cosa facciate, fate tutto a gloria di Dio" (1 Cor. 10,31).
I suoi digiuni erano moderati. Praticava l'astinenza dalle carni" e dal vino a motivo del suo stomaco e delle frequenti malattie. Di rado usciva in pubblico; ad ogni modo evitava soprattutto le case delle nobili romane, per non trovarsi costretta a vedere ciò che aveva disprezzato. Andava spesso alle basiliche degli Apostoli e dei martiri per pregare in segreto, e a quelle meno frequentate dalla gente. A tal punto ubbidiva a sua madre da fare talvolta anche ciò che personalmente non avrebbe voluto; tant'è vero che mentre Albina amava la sua famiglia e voleva che tutti i beni della figlia (dato che costei non aveva né figli né nipoti) fossero trasferiti ai figli del fratello, Marcella invece preferiva i poveri; non se la sentiva, però, di mettersi contro sua madre, e così lasciò ai ricchi parenti i gioielli e i mobili, preferendo perdere il denaro piuttosto che addolorare il cuore di sua madre.
A quell'epoca nessuna delle nobildonne romane conosceva l'ideale monastico, e data la novità della cosa, nessuna aveva il coraggio di assumere un nome che la gente a quel tempo riteneva infame e volgare. Dalla viva voce dei vescovi d'Alessandria, di Atanasio e poi di Pietro (per sfuggire la persecuzione dell'eresia ariana s'erano rifugiati a Roma, come nel porto più sicuro della loro comunione), Marcella apprese la vita del beato Antonio, allora ancora vivente, l'esistenza dei monasteri di Pacomio nella Tebaide, e la regola delle vergini e delle vedove. Non si vergognò di professare quello che aveva capito essere gradito a Cristo.
Parecchi anni dopo la imitarono Sofronia e altre... Della sua amicizia godette la venerabile Paola; nella sua stanza fu allevata Eustochio, gemma delle vergini; è facile valutare le qualità della maestra, quando tali sono le discepole... Questa fu la vita che Marcella visse per anni: si trovò vecchia ancora prima che potesse ricordare di essere stata giovane... Le vesti che indossava erano tali da richiamarle alla mente la tomba, e offriva se stessa come "ostia spirituale, viva, gradita a Dio" (Rom.12,1).
Venne il giorno che le necessità della Chiesa mi condussero a Roma (382) insieme ai santi vescovi Paolino e Epifanie (uno governava la chiesa d'Antiochia in Siria, e l'altro quella di Salamina di Cipro). Io, per modestia, evitavo gli sguardi di queste nobili donne, ma essa seppe farci così bene, che riuscì a vincere abilmente il mio riserbo. E siccome allora godevo d'una certa reputazione come esegeta della Scrittura, non venne mai da me senza interrogarmi su qualche passo scritturistico; e non si arrendeva, soddisfatta, alla prima spiegazione, bensì mi sottoponeva altre questioni, non per il gusto di disputare, ma per imparare, attraverso le domande fatte, le soluzioni a quelle obiezioni che lei capiva si sarebbero potute opporre.
Non oso dire quali tesori di virtù, quale talento, quale santità, quale purezza ho trovato in lei; rischierei di non essere creduto, e ti procurerei un dolore troppo grande al ricordo dell'immenso bene perduto. Questo solo ti dirò: tutto quel sapere che ho potuto accumulare in me con uno studio assiduo e che ho trasformato quasi in una seconda natura mediante un lungo esercizio, essa l'aveva imparato, se n'era abbeverata e se n'era impadronita a tal punto che, dopo la mia partenza, se qualche disputa sorgeva a proposito d'un testo della Scrittura, si ricorreva al suo giudizio. Da persona molto prudente conosceva quello che i filosofi chiamano la correttezza; così quando veniva interrogata rispondeva in modo che anche una sua opinione personale non la presentava come propria, ma come mia o di qualche altro; in tal modo si professava discepola nell'atto stesso che insegnava. Conosceva, infatti, le parole dell'apostolo: "Alle donne non permetto d'insegnare" (1 Tim. 2,12), ma lo faceva anche per non dare l'impressione di recare ingiuria al sesso virile e ai sacerdoti che talvolta l'interrogavano su problemi oscuri e ambigui.
Ho saputo che hai preso il mio posto nel farti subito sua compagna, e che non ti sei mai staccata da lei nemmeno di un'unghia: abitavi nella stessa casa, nella stessa stanza, usavi il medesimo letto, perché fosse a tutti noto, in codesta illustre città, che tu avevi trovato una madre e lei una figlia. Il podere situato nella periferia di Roma vi serviva da monastero: avevate scelto la campagna per starvene come in un deserto. Lunghi anni avete trascorsi così; tanto che grazie al vostro esempio e al comportamento di molte altre donne, abbiamo avuto la gioia di costatare che Roma era diventata un'altra Gerusalemme.
Sorsero molti monasteri di vergini e divenne innumerevole la schiera dei monaci; il numero di coloro che si mettevano a servizio di Dio fu così alto, che divenne motivo di vanto quello che prima era motivo di vergogna. Durante questo tempo ci consolavamo della nostra lontananza mantenendo fra noi un nutrito carteggio: ciò che era impossibile attuare con la presenza fisica ce lo procuravamo col pensiero."
Nel 396 Rufino d'Aquileia dalla Palestina era tornato in Italia, e vi diffondeva il suo entusiasmo per gli scritti di Origene, già condannato in oriente per gli errori che esponeva sia pure a modo di ipotesi; "La santa Marcella, - testimonia San Girolamo nella stessa lettera a Principia - che per un bel po’ di tempo s'era tenuta in disparte per non dare l'impressione che fosse mossa da gelosia, appena s'accorse che la fede veniva intaccata in parecchi punti, e che l'eretico trascinava dalla sua parte persino dei sacerdoti, non pochi monaci, ma soprattutto un grande numero di secolari, si mise pubblicamente all'opposizione, preferendo piacere a Dio più che agli uomini'". Al papa Sant'Anastasio spetta il merito di avere condannato l'origenismo portato in occidente con la discussa traduzione del libro De Principiis, fatta da Rufino. Scrive San Girolamo: "Fu Marcella a dar l'avvio alla condanna degli eretici col produrre testimoni già da loro ammaestrati, e poi da lei liberati dall'eresia; fu lei a mostrare l'enorme numero di coloro che erano caduti in inganno, a presentare gli empi volumi del De Principiis e a far vedere che erano stati corretti dalla mano dello scorpione" (cioè Rufino, prima amico di Girolamo, poi suo avversario).
Verso la fine della vita Marcella vide la città di Roma assediata e saccheggiata dai Goti, federati nell'esercito dell'imperatore Teodosio, capitanati da Alarico. Nel 408 il popolo romano compre la propria salvezza a prezzo d'oro versando nelle mani dei barbari un'ingente quantità di tesori. Nel 410 Alarico occupò e saccheggiò la città perché l'imperatore Onorio aveva rifiutato le condizioni di pace.
"In mezzo allo sconvolgimento universale - scrive a Principia San Girolamo - il vincitore, assetato di sangue, invade anche il palazzo di Marcella. La Santa accoglie gli invasori senza un tremito nel volto. Costoro reclamano l'oro e le ricchezze che pensavano avesse nascoste; lei si giustifica mostrando la sua rozza veste, ma non riesce a convincerli della sua volontaria povertà. Fustigata e flagellata, si mostra insensibile ai tormenti, ma piangendo e gettandosi ai loro piedi fa di tutto perché non strappino te dalla sua compagnia, e perché la tua adolescenza non abbia a soffrire quegli oltraggi che lei, ormai vecchia, non poteva temere. Cristo intenerì quei cuori induriti, e in mezzo alle spade sanguinanti fece capolino la pietà.
"Poi i barbari vi conducono, entrambe, alla basilica dell'apostolo Paolo per farvi scegliere fra la salvezza e la tomba. Dicono ch'ella sia scoppiata in tali trasporti di gioia che continuava a ringraziare Dio perché ti aveva custodita illesa per lei; perché la prigionia non l'aveva ridotta in povertà, ma l'aveva già trovata povera; perché pur mancando del nutrimento quotidiano, sazia di Cristo non sentiva la fame; e infine perché poteva dire a parole e a fatti: "Nuda sono uscita dal ventre di mia madre, e nuda vi ritornerò. Come è piaciuto al Signore cosi è accaduto. Sia benedetto il nome del Signore".
Alcuni mesi dopo, sana, intatta, il corpo debole, ma vivace, s'addormentò nel Signore. Lasciò te erede della sua povertà, o meglio, attraverso te lasciò erede i poveri; chiuse gli occhi fra le tue braccia, e rese l'anima mentre la tempestavi di baci. Tu piangevi ed ella sorrideva: era cosciente di aver vissuto bene e di aver meritato la ricompensa della vita futura" (Le lettere, vol. 4, pp. 268 ss., Città Nuova, Roma, 1964).
Il nome di Santa Marcella fu inserito nel Martirologio Romano al 31 gennaio.





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