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    Predefinito Rif: La Voce dei Padri e dei Dottori II

    Santa Marcella di Roma, Religiosa, Roma, 330 - 31 gennaio 410 (31 gennaio)



    Martirologio Romano: A Roma, commemorazione di Santa Marcella, vedova, che, come attesta San Girolamo, dopo avere disprezzato ricchezze e nobiltà, divenne ancor più nobile per povertà e umiltà.
    (Martirologio Romano: 31 gennaio - A Roma Santa Marcella vedova, le cui splendide lodi furono scritte dal beato Girolamo.)

    Marcella nacque a Roma nel 325 da famiglia nobile. Si sposò, ma rimase vedova in giovane età. Presso la sua abitazione all'Aventino, organizzò un gruppo di pie donne, sotto la guida spirituale di San Girolamo. Morì nel 410 presso San Paolo fuori le mura, a causa delle torture subite dai Goti, che cercavano tesori nascosti.
    Il corpo è a San Paolo fuori le mura, dove morì nel 410. Nella basilica Ostiense se ne celebra la memoria il 31 gennaio.
    Alcune lettere di San Girolamo, in particolar modo l'Ep. 127, alla vergine Principia, discepola di Marcella, costituiscono le fonti principali per la vita della santa.
    Appartenne ad una delle piú illustri famiglie romane: quella dei Marcelli (secondo altri dei Claudi). Nacque verso il 330, ma non ebbe la giovinezza felice, essendo ben presto rimasta orfana del padre. Contratto matrimonio in giovane età fu nuovamente colpita da un gravissimo lutto per la morte del marito avvenuta sette mesi dopo la celebrazione delle nozze. Questi luttuosi avvenimenti fecero maggiormente riflettere Marcella sulla caducità delle cose terrene tanto piú che nella fanciullezza era rimasta assai affascinata dalle mirabili attività del grande anacoreta Antonio, narrate nella sua casa dal vescovo Atanasio (340-343).
    Lo spirito ascetico propugnato dal monachesimo, consistente nell'abbandono di ogni bene mondano, andò sempre piú conquistando l'animo della giovane vedova. Quando perciò le furono offerte vantaggiose seconde nozze col console Cereale (358), nonostante le premurose pressioni della madre Albina, oppose al ventilato matrimonio un netto rifiuto, motivato dal desiderio di dedicarsi interamente ad una vita ritirata facendo professione di perfetta castità.
    Cosí Marcella, secondo San Girolamo, fu la prima matrona romana che sviluppò fra le famiglie nobili i principi del monachesimo. Il suo maestoso palazzo dell'Aventino andò trasformandosi in un asceterio ove confluirono altre nobili romane come Sofronia, Asella, Principia, Marcellina, Lea; la stessa madre Albina si associò a questa nuova forma d i vita.
    Piú che di vita monastica in senso stretto può parlarsi di gruppi ascetici senza precise regole, ma ispirati ai principi di austerità e di disprezzo del mondo, propri della scuola egiziana, assai conosciuti attraverso la vita di Sant'Antonio e le frequenti visite di monaci orientali. Lo stesso vescovo di Alessandria, Pietro, fu nel 373 ospite della casa Marcella e narrò la vita e le regole dei monaci egiziani.
    Porse proprio dopo il 373 la casa di Marcella divenne un vero centro di propaganda monastica. Riservatezza, penitenza, digiuno, preghiera, studio, vesti dimesse, esclusione di vane conversazioni furono il quadro della vita quotidiana quale risulta dalle lettere di San Girolamo, divenuto dal 382 il direttore spirituale del gruppo ascetico dell'Aventino. Nella domus di Marcella entravano vergini e vedove, preti e monaci per intrattenersi in conversazioni basate specialmente sulla Sacra Scrittura. Il sacro testo, specie il Salterio, non fu studiato solo superficialmente: per meglio comprenderne il significato Marcella imparò l'ebraico e sottopose al dotto Girolamo molte questioni esegetiche, come ne fanno fede varie lettere a lei dirette. Fra Girolamo e Marcella si strinse una profonda spirituale amicizia, continuata anche dopo la partenza del monaco per la Palestina.
    Tuttavia questa donna fu di spirito piú moderato tanto da non condividere pienamente le violente diatribe e le acerbe polemiche del dotto esegeta. Simile moderazione dimostrò nelle pratiche ascetiche; pur amando e professando la povertà non alienò in favore della Chiesa e dei poveri tutti i suoi beni patrimoniali, anche per non recare dispiacere alla madre. Né volle trasferirsi a Betlemme, nonostante una pressante lettera delle amiche Paola ed Eustochio. Preferí invece continuare la diffusione della vita ascetica e penitente in Roma; per molti anni infatti la sua domus dell'Aventino rimase un cenacolo ascetico specie fra le vergini e le vedove della nobiltà.
    Verso la fine del IV sec. si trasferí in un luogo piú isolato nelle vicinanze di Roma, forse un suo ager suburbanus, nel quale visse con la vergine Principia come madre e figlia. Rientrò in Roma nel 410 sotto il timore dell'invasione gota; in tale occasione Marcella subí percosse e maltrattamenti e a stento riuscí a salvare Principia dalle mani dei barbari, rifugiandosi nella basilica di San Paolo.
    Morí nello stesso anno e la sua festa è celebrata il 31 gennaio.
    Quello che sappiamo di questa santa matrona romana, discendente dalla nobile famiglia dei Marcelli, lo ricaviamo dall'elogio funebre che San Girolamo (+420) inviò nel 413 da Betlemme alla giovane Principia, amica inseparabile di Marcella e sua erede spirituale. Tra l'altro le scrisse: "Non esalterò in lei nessun pregio che non sia strettamente personale, ma per questo tanto più eccellente in quanto, avendo disprezzato le ricchezze e il suo stato altolocato, lei ha acquistato in nobiltà proprio per la sua povertà e per la sua umiltà."
    "Orfana di padre, Marcella si trovò pure vedova dopo sette mesi di matrimonio. Data la sua età, l'antichità del casato, la singolare bellezza fisica e la purezza dei suoi costumi, Cereale, nome illustre fra quello dei consoli, ne chiedeva con grande insistenza la mano. Carico di anni com'era, le prometteva le sue ricchezze, con l'intenzione di trasmettergliele mediante un atto di donazione non come a moglie, ma come a figlia. C'era inoltre Albina, sua madre, che desiderava ardentemente un così magnifico aiuto per la vedovanza di lei e per la sua famiglia. Marcella, però, rispose: ''Se volessi risposarmi, e non bramassi consacrarmi alla castità perpetua, quello che cercherei sarebbe un marito, non un'eredità".
    Il mondo pagano per la prima volta restò confuso di fronte a una simile donna, poiché a tutti fu manifesto che cos'era effettivamente la vedovanza cristiana, ch'essa faceva risplendere con la sua rettitudine interiore e con il suo contegno... Marcella indossava vestiti atti a proteggerla dal freddo e non tagliati per metterle a nudo le membra. L'oro non lo poteva sopportare, tanto che si tolse dal dito anche l'anello; preferiva nasconderlo nello stomaco dei poveri piuttosto che custodirlo negli scrigni. Non andava in nessun luogo senza essere accompagnata dalla madre, e mai ricevette in casa qualche chierico o monaco senza che ci fossero dei testimoni. Aveva sempre in sua compagnia vergini e vedove, e solo se erano donne di provata onestà.
    Addirittura incredibile era il suo amore per la divina Scrittura; non si stancava di cantare: "Ho nascosto nel mio cuore le tue parole, oh Signore, per non peccare contro di te", e l'altro passo sul ritratto dell'uomo perfetto: "La sua volontà è di osservare la legge del Signore; giorno e notte egli la medita" (Sal.118,11; 1,2). Capiva che la meditazione non consiste nel ripetere i testi della Scrittura, ma nell'agire secondo la massima dell'apostolo: "Sia che mangiate, sia che beviate, o qualsiasi altra cosa facciate, fate tutto a gloria di Dio" (1 Cor. 10,31).
    I suoi digiuni erano moderati. Praticava l'astinenza dalle carni" e dal vino a motivo del suo stomaco e delle frequenti malattie. Di rado usciva in pubblico; ad ogni modo evitava soprattutto le case delle nobili romane, per non trovarsi costretta a vedere ciò che aveva disprezzato. Andava spesso alle basiliche degli Apostoli e dei martiri per pregare in segreto, e a quelle meno frequentate dalla gente. A tal punto ubbidiva a sua madre da fare talvolta anche ciò che personalmente non avrebbe voluto; tant'è vero che mentre Albina amava la sua famiglia e voleva che tutti i beni della figlia (dato che costei non aveva né figli né nipoti) fossero trasferiti ai figli del fratello, Marcella invece preferiva i poveri; non se la sentiva, però, di mettersi contro sua madre, e così lasciò ai ricchi parenti i gioielli e i mobili, preferendo perdere il denaro piuttosto che addolorare il cuore di sua madre.
    A quell'epoca nessuna delle nobildonne romane conosceva l'ideale monastico, e data la novità della cosa, nessuna aveva il coraggio di assumere un nome che la gente a quel tempo riteneva infame e volgare. Dalla viva voce dei vescovi d'Alessandria, di Atanasio e poi di Pietro (per sfuggire la persecuzione dell'eresia ariana s'erano rifugiati a Roma, come nel porto più sicuro della loro comunione), Marcella apprese la vita del beato Antonio, allora ancora vivente, l'esistenza dei monasteri di Pacomio nella Tebaide, e la regola delle vergini e delle vedove. Non si vergognò di professare quello che aveva capito essere gradito a Cristo.
    Parecchi anni dopo la imitarono Sofronia e altre... Della sua amicizia godette la venerabile Paola; nella sua stanza fu allevata Eustochio, gemma delle vergini; è facile valutare le qualità della maestra, quando tali sono le discepole... Questa fu la vita che Marcella visse per anni: si trovò vecchia ancora prima che potesse ricordare di essere stata giovane... Le vesti che indossava erano tali da richiamarle alla mente la tomba, e offriva se stessa come "ostia spirituale, viva, gradita a Dio" (Rom.12,1).
    Venne il giorno che le necessità della Chiesa mi condussero a Roma (382) insieme ai santi vescovi Paolino e Epifanie (uno governava la chiesa d'Antiochia in Siria, e l'altro quella di Salamina di Cipro). Io, per modestia, evitavo gli sguardi di queste nobili donne, ma essa seppe farci così bene, che riuscì a vincere abilmente il mio riserbo. E siccome allora godevo d'una certa reputazione come esegeta della Scrittura, non venne mai da me senza interrogarmi su qualche passo scritturistico; e non si arrendeva, soddisfatta, alla prima spiegazione, bensì mi sottoponeva altre questioni, non per il gusto di disputare, ma per imparare, attraverso le domande fatte, le soluzioni a quelle obiezioni che lei capiva si sarebbero potute opporre.
    Non oso dire quali tesori di virtù, quale talento, quale santità, quale purezza ho trovato in lei; rischierei di non essere creduto, e ti procurerei un dolore troppo grande al ricordo dell'immenso bene perduto. Questo solo ti dirò: tutto quel sapere che ho potuto accumulare in me con uno studio assiduo e che ho trasformato quasi in una seconda natura mediante un lungo esercizio, essa l'aveva imparato, se n'era abbeverata e se n'era impadronita a tal punto che, dopo la mia partenza, se qualche disputa sorgeva a proposito d'un testo della Scrittura, si ricorreva al suo giudizio. Da persona molto prudente conosceva quello che i filosofi chiamano la correttezza; così quando veniva interrogata rispondeva in modo che anche una sua opinione personale non la presentava come propria, ma come mia o di qualche altro; in tal modo si professava discepola nell'atto stesso che insegnava. Conosceva, infatti, le parole dell'apostolo: "Alle donne non permetto d'insegnare" (1 Tim. 2,12), ma lo faceva anche per non dare l'impressione di recare ingiuria al sesso virile e ai sacerdoti che talvolta l'interrogavano su problemi oscuri e ambigui.
    Ho saputo che hai preso il mio posto nel farti subito sua compagna, e che non ti sei mai staccata da lei nemmeno di un'unghia: abitavi nella stessa casa, nella stessa stanza, usavi il medesimo letto, perché fosse a tutti noto, in codesta illustre città, che tu avevi trovato una madre e lei una figlia. Il podere situato nella periferia di Roma vi serviva da monastero: avevate scelto la campagna per starvene come in un deserto. Lunghi anni avete trascorsi così; tanto che grazie al vostro esempio e al comportamento di molte altre donne, abbiamo avuto la gioia di costatare che Roma era diventata un'altra Gerusalemme.
    Sorsero molti monasteri di vergini e divenne innumerevole la schiera dei monaci; il numero di coloro che si mettevano a servizio di Dio fu così alto, che divenne motivo di vanto quello che prima era motivo di vergogna. Durante questo tempo ci consolavamo della nostra lontananza mantenendo fra noi un nutrito carteggio: ciò che era impossibile attuare con la presenza fisica ce lo procuravamo col pensiero."
    Nel 396 Rufino d'Aquileia dalla Palestina era tornato in Italia, e vi diffondeva il suo entusiasmo per gli scritti di Origene, già condannato in oriente per gli errori che esponeva sia pure a modo di ipotesi; "La santa Marcella, - testimonia San Girolamo nella stessa lettera a Principia - che per un bel po’ di tempo s'era tenuta in disparte per non dare l'impressione che fosse mossa da gelosia, appena s'accorse che la fede veniva intaccata in parecchi punti, e che l'eretico trascinava dalla sua parte persino dei sacerdoti, non pochi monaci, ma soprattutto un grande numero di secolari, si mise pubblicamente all'opposizione, preferendo piacere a Dio più che agli uomini'". Al papa Sant'Anastasio spetta il merito di avere condannato l'origenismo portato in occidente con la discussa traduzione del libro De Principiis, fatta da Rufino. Scrive San Girolamo: "Fu Marcella a dar l'avvio alla condanna degli eretici col produrre testimoni già da loro ammaestrati, e poi da lei liberati dall'eresia; fu lei a mostrare l'enorme numero di coloro che erano caduti in inganno, a presentare gli empi volumi del De Principiis e a far vedere che erano stati corretti dalla mano dello scorpione" (cioè Rufino, prima amico di Girolamo, poi suo avversario).
    Verso la fine della vita Marcella vide la città di Roma assediata e saccheggiata dai Goti, federati nell'esercito dell'imperatore Teodosio, capitanati da Alarico. Nel 408 il popolo romano compre la propria salvezza a prezzo d'oro versando nelle mani dei barbari un'ingente quantità di tesori. Nel 410 Alarico occupò e saccheggiò la città perché l'imperatore Onorio aveva rifiutato le condizioni di pace.
    "In mezzo allo sconvolgimento universale - scrive a Principia San Girolamo - il vincitore, assetato di sangue, invade anche il palazzo di Marcella. La Santa accoglie gli invasori senza un tremito nel volto. Costoro reclamano l'oro e le ricchezze che pensavano avesse nascoste; lei si giustifica mostrando la sua rozza veste, ma non riesce a convincerli della sua volontaria povertà. Fustigata e flagellata, si mostra insensibile ai tormenti, ma piangendo e gettandosi ai loro piedi fa di tutto perché non strappino te dalla sua compagnia, e perché la tua adolescenza non abbia a soffrire quegli oltraggi che lei, ormai vecchia, non poteva temere. Cristo intenerì quei cuori induriti, e in mezzo alle spade sanguinanti fece capolino la pietà.
    "Poi i barbari vi conducono, entrambe, alla basilica dell'apostolo Paolo per farvi scegliere fra la salvezza e la tomba. Dicono ch'ella sia scoppiata in tali trasporti di gioia che continuava a ringraziare Dio perché ti aveva custodita illesa per lei; perché la prigionia non l'aveva ridotta in povertà, ma l'aveva già trovata povera; perché pur mancando del nutrimento quotidiano, sazia di Cristo non sentiva la fame; e infine perché poteva dire a parole e a fatti: "Nuda sono uscita dal ventre di mia madre, e nuda vi ritornerò. Come è piaciuto al Signore cosi è accaduto. Sia benedetto il nome del Signore".
    Alcuni mesi dopo, sana, intatta, il corpo debole, ma vivace, s'addormentò nel Signore. Lasciò te erede della sua povertà, o meglio, attraverso te lasciò erede i poveri; chiuse gli occhi fra le tue braccia, e rese l'anima mentre la tempestavi di baci. Tu piangevi ed ella sorrideva: era cosciente di aver vissuto bene e di aver meritato la ricompensa della vita futura" (Le lettere, vol. 4, pp. 268 ss., Città Nuova, Roma, 1964).
    Il nome di Santa Marcella fu inserito nel Martirologio Romano al 31 gennaio.
    Sto combattendo la Buona Battaglia, sto proseguendo la Corsa, sto tentando di conservare la Fede

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  2. #1012
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    Predefinito Rif: La Voce dei Padri e dei Dottori II

    ''Se volessi risposarmi, e non bramassi consacrarmi alla castità perpetua, quello che cercherei sarebbe un marito, non un'eredità"
    (Santa Marcella di Roma)

    "Nuda sono uscita dal ventre di mia madre, e nuda vi ritornerò. Come è piaciuto al Signore cosi è accaduto. Sia benedetto il nome del Signore"
    (ultime parole di Santa Marcella di Roma)
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    Sono un clandestino nel Regno dei Cieli

  3. #1013
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    Predefinito Rif: La Voce dei Padri e dei Dottori II

    San Francesco Saverio Maria Bianchi, Sacerdote e Confessore, Arpino (Frosinone), 2 dicembre 1743 – Napoli, 31 gennaio 1815 (31 gennaio, 13 febbraio, 21 ottobre)



    Martirologio Romano: A Napoli, San Francesco Saverio Maria Bianchi, Sacerdote dell’Ordine dei Chierici regolari di San Paolo, che, ricco di doni mistici, indusse molti a vivere con lui nella grazia del Vangelo.

    Noto come “l’Apostolo di Napoli” per la sua intensa attività spirituale e taumaturgica in quella città, universitario allo Studio di Napoli: entrò novizio a Zagarolo il 27 dicembre 1762. Studente di Teologia a Macerata e Roma: sacerdote a Napoli, nella Chiesa di San Carlo alle Mortelle 25 e 29 gennaio 1767, solennità di San Paolo e di San Francesco di Sales, patroni dei Barnabiti, per averne l’ardente carità e l’amabile e dolcezza. Superiore a S. Maria di Portanova, indefesso alla predicazione e al Confessionale. La passione per lo studio gli procurò la cattedra di Teologia all’Università Regia e la nomina a Socio dell’Accademia di Lettere e Scienze.
    Di grande cultura, svolge importanti incarichi in seno alla sua Congregazione di Barnabiti ed è docente nel Collegio barnabita di Arpino, nel Collegio San Carlo di Napoli e, nel 1778, presso l’Università di Napoli. Con il passare degli anni la sua esperienza religiosa si orienta verso il misticismo e la meditazione e, abbandona gradualmente la pratica dell’insegnamento. Diviene protagonista di fenomeni soprannaturali, come quando, con il gesto benedicente della mano, ferma la lava del Vesuvio durante le eruzioni del 1804 e del 1805, episodi che gli guadagnano la fama popolare di santo. Viene elevato agli onori degli altari nel 1951. Le sue spoglie riposano nella Chiesa di Santa Maria di Caravaggio in Napoli.
    Nella sua vita, il Bianchi visse da vicino i gravi fatti che avevano segnato duramente tutta l’epoca: la persecuzione della Chiesa, il Papa imprigionato e condotto in esilio, la soppressione degli Ordini Religiosi, il terrore e le lotte fratricide in tutta l’Europa.
    Papa Leone XIII lo proclamò nel 1893 “Apostolo di Napoli”. Francesco Saverio Bianchi nacque ad Arpino (Frosinone) il 2 dicembre 1743, crebbe in un’atmosfera di vita fervorosa e di carità verso il prossimo, infatti sua madre aveva trasformato parte della casa in un piccolo ospedale di sedici letti, per ammalati poveri e senza assistenza.
    L’adolescenza la trascorse con i pregi e i difetti tipici dell’età, lui stesso si confessa goloso e commettendo anche piccoli furterelli di denaro in casa; come si vede, contrariamente alle biografie tradizionali, la santità in Francesco Saverio Bianchi, appare come una conquista lenta e sicura della sua volontà.
    La sua vita fu tutto un conoscere e frequentare altre figure sante della spiritualità napoletana, cominciando con Sant'Alfonso Maria de’ Liguori, conosciuto nel seminario di Nola, che frequentava per studio nel 1758; frequentò anche l’Università di Napoli per gli studi di Diritto.
    Vinte le iniziali resistenze dei genitori, finalmente nel 1762, riuscì ad entrare nell’Ordine dei Barnabiti fondato da Sant'Antonio Maria Zaccaria, nel 1530 a Milano, professando i voti nel 1763 nel noviziato di Zagarolo.
    Continuò gli studi filosofici e teologici prima a Macerata poi a Roma e Napoli, dove fu ordinato sacerdote nel 1767; per un paio d’anni insegnò ad Arpino poi a Napoli, dove restò fino alla morte. La sua fama di dotto barnabita gli diede vari incarichi di prestigio che espletò con grande capacità. Superiore per 12 anni del Collegio di Santa Maria in Cosmedin a Portanova; professore straordinario dal 1778 nella Regia Università; socio della Reale Accademia di Scienze e Lettere e dell’Accademia Ecclesiastica.
    Ben presto fu conosciuto come un santo, perché sempre più in lui avveniva la sostituzione degli studi e della frequentazione dei circoli degli eruditi, con le opere di carità, la contemplazione e l’apostolato specie fra gli umili del suo quartiere.
    Il cambiamento di vita porta, secondo i biografi, la data del giorno di Pentecoste del 1800, cioè dall’estasi da lui avuta davanti al Santissimo Sacramento solennemente esposto nella chiesa del Divino Amore; da quel giorno si inasprirono le sue penitenze e l’impegno nell’apostolato divenne totale.
    Dedito alla penitenza non vi rinunciò neanche quando fu colpito da una misteriosa malattia alle gambe che lo immobilizzò negli ultimi tredici anni della sua vita: anzi, negli ultimi tre anni riuscì prodigiosamente a celebrare Messa reggendosi in piedi sulle gambe gonfie e piagate.
    Non si arrestò neanche quando una misteriosa malattia alle gambe lo immobilizzò per gli ultimi tredici anni della sua vita; a questo punto divenne ancora di più il formatore di anime elette e sante.
    Dal 1777 al 1791 fu confessore di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe (la santa dei Quartieri Spagnoli di Napoli); intorno a lui si formarono alla santità i Venerabili Placido Baccher, Mariano Arciero, Francesco Maria Castelli, Giovanni Battista Jossa, il Servo di Dio Agnello Coppola.
    Ebbero relazioni spirituali con lui anche il Beato Vincenzo Romano e la Venerabile Maria Clotilde di Savoia in esilio a Napoli, il marito Carlo Emanuele IV e molti cardinali e vescovi.
    Rimase nel suo convento, quando le leggi napoleoniche nel 1809 soppressero il suo Ordine, ebbe il dono della profezia e visioni di avvenimenti lontani, miracoli e doni carismatici aumentarono la sua fama di santità, come l’arresto della lava eruttata dal Vesuvio nel 1804 e 1805.
    Simile nella giocondità a San Filippo Neri, aveva come lui i misteriosi tremiti e le palpitazioni di cuore, durante la preghiera e la celebrazione della Messa, che officiava con un fervore da far stupire chi assisteva.
    Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe diceva: “Due Filippo abbiamo uno nero e uno bianco” riferendosi alle qualità spirituali simili e anche ai due cognomi ‘Neri e Bianchi’.
    Negli ultimi tre anni, la celebrazione della Messa era l’unica azione che riusciva a fare, reggendosi in piedi sulle gambe orribilmente gonfie e piagate; morì a Napoli il 31 gennaio 1815.
    Già nel 1816 furono avviati i processi per la sua beatificazione; papa Leone XIII lo beatificò il 22 gennaio 1893 e papa Pio XII lo canonizzò il 21 ottobre 1951.
    Il suo corpo è conservato nella chiesa di Santa Maria di Caravaggio a Napoli, la sua festa liturgica è al 31 gennaio.
    Questo apostolo di Napoli nacque ad Arpino (Frosinone) il 2-12-1743, figlio maggiore di un fabbricante di tele. La sua genitrice meritò il titolo di "madre dei poveri" perché, in casa, teneva sempre pronti sedici letti per i malati più bisognosi. Alla scuola di lei Francesco crebbe mansueto e pio. Invece di andare a trastullarsi con i compagni, egli preferiva recarsi in chiesa a servire la Messa, innalzare in casa altarini, cingersi i fianchi con le cordicelle e battersi la schiena con le funi che comprava con i soldi che la mamma di quando in quando gli regalava.
    A nove anni i genitori posero il figlio nel collegio che i Barnabiti avevano aperto ad Arpino, ma appena si accorsero che propendeva ad abbracciare la vita religiosa, lo mandarono a studiare nel seminario di Noia. In un corso di esercizi spirituali predicati da Sant'Alfonso de Liguori, Francesco si sentì confermare nel proposito di lasciare il mondo, ma la madre, per distoglierlo da quell'ispirazione, lo mandò a studiare diritto a Napoli (1761) da dove il figlio ritornò l'anno successivo più che mai convinto che il Signore lo voleva religioso. I genitori, in seguito ai buoni suggerimenti dei Barnabiti, gli permisero di entrare (1762) nel loro noviziato di Zagarolo (Roma). Il Bianchi in quel tempo fu tormentato da molte e gravi tentazioni e afflizioni di spirito di cui con la grazia di Dio trionfò.
    Dopo la professione religiosa il Santo fu mandato a perfezionarsi nella filosofia a Macerata, a studiare teologia a Roma, e a prepararsi agli ordini sacri, nella fedelissima osservanza di tutte le regole, nel collegio di San Carlo alle Mortelle a Napoli (1766). Furono tanto rapidi i progressi da lui fatti e nello studio e nella pietà, che meritò di essere ordinato sacerdote a soli 23 anni. I primi 2 anni di ministero apostolico li passò ad Arpino, intento a insegnare retorica e a bandire la parola di Dio. Poi i superiori lo rimandarono a Napoli (1769) perché insegnasse filosofia ai chierici barnabiti.
    Le condizioni economiche e morali del collegio erano tristi. Esigendo un pronto ed efficace rimedio, il capitolo generale elesse il Bianchi (1773) a preposito di quella casa. Sotto il suo governo scomparvero gli abusi, fu abbellita la chiesa, arricchita la biblioteca, restaurato il collegio. Tre anni dopo fu riconfermato nell'ufficio. In quel tempo, in seguito alle insistenze di Don Anselmo Toppi, abate di Montevergine (Avellino), Francesco contrasse amicizia con la stigmatizzata Terziaria Francescana Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe che, manifestandogli gli straordinari carismi ricevuti da Dio, lo stimolò a salire più speditamente il monte della perfezione. I superiori furono tanto soddisfatti del modo con cui governava il collegio che nel capitolo generale, radunato a Milano (1779), per la terza volta consecutiva lo elessero superiore. Il nuovo preposito generale lo volle compagno nelle visite delle case dell'Ordine, tant'era grande la stima che nutriva di lui.
    Una notte, smarrita la via, i viaggiatori caddero in un fosso profondo. Mentre pensavano alla maniera di uscirne, apparve sulla strada un giovane cavaliere, fornito di fiaccola e di funi, il quale in un attimo rialzò la vettura rovesciata e condusse i cavalli al più vicino ospizio. I viaggiatori cercarono il giovane per ringraziarlo, ma egli era già scomparso. Dopo otto mesi il Padre Bianchi ritornò a Napoli, parlò di quella vicenda a Suor Maria Francesca ed ella lo rassicurò che si trattava dell'arcangelo Raffaele. Un padre Alcantarino andava a celebrare la messa nell'oratorio privato di lei e a comunicarla. Quando costui era trattenuto a letto da infermità, la Santa prendeva misteriosamente parte al sacrificio eucaristico del Padre Bianchi o facendo diminuire le specie del vino consacrato, o facendo sparire il frammento dell'ostia immerso nel calice oppure la piccola ostia posta accanto a quella grande per comunicare qualche persona presente alla messa. Le prime volte il Padre Bianchi ne rimase profondamente sconcertato, ma quando narrò lo strano fenomeno alla sua confidente, sentì rispondersi: "Tutto l'avrei bevuto il vino consacrato se l'arcangelo Raffaele non me lo avesse sconsigliato, dovendo compiersi il sacrificio". Suor Maria Francesca assicurò il Santo che, giunta in Paradiso, gli avrebbe ottenuto dal Signore qualunque grazia spirituale avesse chiesto e che, tre giorni prima della morte, gliene avrebbe dato avviso. Toccandogli alfine le ginocchia, esclamò; "Oh quanto avranno a soffrire queste gambe!".
    Lo svariato sapere del Padre Bianchi e la conoscenza che aveva delle lingue, lo resero noto ai cultori delle lettere e delle scienze. Nonostante bramasse immergersi soltanto nella contemplazione, nel 1778, sempre preoccupato di morire a se stesso e di attendere al compimento del divino volere, accettò la nomina a professore straordinario di teologia all'Università di Napoli; a membro dell'Accademia ecclesiastica fondata dal cardinale Spinelli; a socio dell'Accademia di scienze e di lettere. Nel 1782 si sobbarcò per la quarta volta al peso della triennale propositura del Collegio. Il gravoso compito non gli impedì di continuare a predicare al popolo, alle confraternite e alle famiglie religiose. Nel capitolo generale del 1785 chiese e ottenne di essere finalmente esonerato da qualsiasi carica. Suor Maria Francesca gli confermò essere giunta per lui l'ora di darsi alla tanto desiderata vita contemplativa.
    Il Padre Bianchi per 12 anni s'impose un severo tenore di vita da cui mai si discostò se non per le confessioni, le visite ai malati nelle case e negli ospedali, i soccorsi ai poveri e alle fanciulle raccolte nei conservatori. Una volta ebbe necessità di andare a confessare le religiose del conservatorio di Santa Maria Maddalena di Barra mentre pioveva a dirotto. Un suo benefattore avrebbe preferito condurvelo con un tempo migliore, ma il Santo, esortandolo ad avere fiducia, insistette. Durante il viaggio tanto il postiglione quanto i cavalli non furono bagnati da una sola goccia d'acqua.
    Nel 1791 Suor Maria Francesca s'ammalò a morte. Il Padre Bianchi andò a confortarla nella sua agonia. Prima di allontanarsi la Santa lo pregò di accettare un anello di vile materia recante inciso lo stemma di San Francesco d'Assisi perché, al ricordo, si sentisse rianimato a maggior perfezione. Assistette in morte anche il sacerdote Tommaso Fiore che gli affidò la direzione di numerosi suoi penitenti, sconcertati dai rivolgimenti cagionati dalla proclamazione della repubblica partenopea da parte dei francesi (1799).
    Gesù Sacramentato esercitava un'attrazione fortissima sul cuore del Bianchi. Un giorno, mentre l'adorava solennemente esposto nella Chiesa dei Teatini, sentì dirsi: "Io sono il tuo Dio". Un'altra volta, mentre pregava nella solitaria Chiesa del Divino Amore, improvvisamente si sentì trapassare il cuore da acutissima ferita. Aveva desiderato tanto di sentire impresso in sé il ricordo della Passione del Signore ed era stato esaudito. Dopo d'allora fu visto frequentemente piangere, tremare in tutto il corpo, dibattersi nelle membra, stramazzare a terra svenuto mentre celebrava la Messa; visitava il Santissimo Sacramento, riceveva la benedizione eucaristica, impartiva l'assoluzione ai penitenti o sentiva nominare Gesù, Maria, presepio, croce, ecc. Per l'ardore della carità i suoi figli spirituali lo videro talora raggiare in volto, o sollevarsi per aria sulla sedia, o prendere parte alla processione del Santissimo Sacramento senza toccare terra. Il Bianchi possedeva in grado eminente il dono del consiglio, della scrutazione dei cuori, motivo per cui tante persone di tutti i ceti sociali accorrevano al suo confessionale per avere pace di coscienza e forza per superare le tentazioni della carne. Al suo consiglio fecero ricorso persino Sant'Alfonso de Liguori, il Beato Vincenzo Romano, parroco di Torre del Greco, Carlo Emanuele IV e la sua consorte, la Venerabile Maria Clotilde di Borbone, esuli in varie città d'Italia dopo l'annessione del Piemonte alla Francia (1798).
    Nel 1804 si avverò la profezia che Santa Maria Francesca aveva fatto al Bianchi. A poco a poco le gambe gli s'indurirono, si gonfiarono e si copersero di piaghe da cui però emanava un pus odorifero e un umore scottante. I medici non riuscirono a diagnosticare la natura del misterioso male. A chi domandava al paziente cosa sentisse nelle gambe, rispondeva: "Spine e fuoco". Quando i dolori erano più lancinanti, egli ripeteva più volte; "Accrescete, o Signore, le grazie e accrescete i patimenti".
    Nel 1809 Gioacchino Murat, succeduto a Giuseppe Bonaparte nel Regno di Napoli, soppresse gli Ordini religiosi (1809), com'era stato predetto dalla confidente del Bianchi. Questi esortò i suoi confratelli a conformarsi alla volontà di Dio e li assicurò più volte che il loro Ordine sarebbe stato ristabilito. Il parroco di Santa Maria in Cosmodin, mosso a compassione del pietoso stato fisico di lui, col pretesto di averne bisogno per le confessioni, chiese e ottenne che continuasse a rimanere nel proprio appartamento, assistito da un confratello. Persone devote gli fornirono cibo e vestiti a titolo di carità Finché visse. Poté cosi destinare ai poveri la tenue pensione che il governo gli erogava mensilmente. Passò gli anni della sua infermità intento a meditare la Sacra Scrittura, a scrivere lettere di direzione spirituale, a confessare quanti andavano da lui a ogni ora del giorno. Il Signore lo arricchì del dono della profezia. Previde difatti in spirito, con precisione, le eruzioni del Vesuvio, e l'inizio dell'umiliazione della Francia da parte della Spagna ribelle al governo di Giuseppe Bonaparte, vide lo sterminio operato dall'arcangelo S. Michele dell'armata francese entrata in Mosca (1812); l'arresto, l'esilio e il ritorno trionfale a Roma (1814) del papa Pio VII, dopo la caduta di Napoleone I.
    Nel 1813 i mali del Bianchi s'inasprirono di più. Egli non rifiutò gli ultimi sacramenti benché non fosse ancora giunta la sua ora. Riprese difatti a celebrare la Messa nell'oratorio privato con i soliti veementi battiti del cuore e fremiti. Fu udito esclamare sovente: "Chi veramente ama, canta e delira e sospira e geme e patisce e langue. Oh la bella occupazione! Gesù ce la conceda. Amen". Nel pio esercizio della Via Crucis impiegava non meno di due ore. Negli ultimi 10 mesi di vita il suo corpo divenne tutto una piaga. Il letto si era trasformato per lui in un tormentoso eculeo, che non lo lasciava dormire. Invece di lamentarsi, volgendo lo sguardo ai crocifisso, sospirava: "Oh Signore, ti lodo, ti ringrazio, ti benedico; voglio patire per te". I pannolini che gli coprivano le gambe, quando venivano tolti, sembravano strinati da ferro rovente.
    Negli ultimi mesi il Bianchi, non potè più alzarsi per celebrare la Messa. Ne soffrì ancor più che per i tormenti corporali benché gli fosse portata tutte le mattine la comunione, che poté sempre ingerire nonostante fosse tormentato dal vomito. 11 27-01-1815 si provò a mutare da se stesso la posizione del corpo, gli vennero meno le forze e cadde dal seggiolone per terra. Ridotto in fin di vita, nella notte Suor Maria Francesca andò a trovarlo, si sedette vicino al suo letto e conversò a lungo con lui. Tre giorni dopo, e cioè il 31 gennaio, il P. Bianchi la raggiunse in cielo predicendo che quella sua stanza sarebbe stata trasformata in oratorio. Leone XIII lo beatificò il 19-12-1892 e Pio XII lo canonizzò il 21-10-1951. Le sue reliquie sono venerate a Napoli nella Chiesa dei Santi Giuseppe e Teresa.
    Francesco Sacerio pregava incessantemente e si adoperava in tutti i modi soprattutto per la salvezza delle anime. Quando la sua congregazione come pure tanti ordini religiosi furono soppressi dalle leggi dello Stato Italiano, egli continuò ad osservare fedelmente la regola professata. Il Signore, tuttavia, non lo liberò dalle persecuzioni del demonio che si accaniva con ripetuti attacchi per farlo cadere nel peccato. Ma non ci riuscì, perché aveva trovato in Francesco Saverio un esperto antagonista, che lottava con le armi della preghiera e della mortificazione. Il santo conosceva questo genere di lotta sin da quando, giovane confessore, a preferenza di tanti altri, era stato scelto dal suo Arcivescovo come esorcista, perché era dotato di pietà, scienza, prudenza e integrità di vita. Si accorgeva subito delle insidie che il maligno ripetutamente gli tendeva, ma riportò sempre vittoria su di lui, perché al primo attacco si rifugiava nella preghiera ed invocava l’aiuto di Maria. Non sopportando di essere sconfitto, Satana si vendicava maltrattando e oltraggiando la sua persona. Così un giorno, mentre usciva dal convento per andare a far visita a Suor Maria Francesca, gli lanciò contro una boccia, senza che si vedesse chi l’avesse scagliata. Un’altra volta, appena uscito dalla stanza della santa, fu sollevato in alto e poi furiosamente scaraventato a terra.
    Spesso gli appariva sotto le forme di un omaccio tarchiato e nerboruto, che lo tormentava e maltrattava duramente anche di notte. Si sentivano rumori strani che provenivano dalla sua stanza. Si pensò bene, allora, di aspergere la sua cella con l’acqua benedetta e ricorrere alle preghiere che si recitano normalmente durante gli esorcismi. Dio permetteva gli assalti del demonio, per mantenere Francesco Saverio nell’umiltà e fortificare il suo ministero sacerdotale. Come tutte le anime privilegiate e amate da Dio, conobbe la sofferenza. Aveva dolori fittissimi alle gambe, che erano diventate gonfie e purulenti, Col tempo si aggravò a tal punto da non poter camminare: rimase tredici anni bloccato in quello stato. Ogni movimento gli produceva dolori lancinanti. Nonostante fosse nell’impossibilità di alzarsi, di muoversi e di reggersi in piedi, non volle mai tralasciare di celebrare la Santa Messa. In quei momenti, egli diceva che i dolori si attenuavano. Il tre luglio del 1811 aveva avuto il permesso dalla Santa Sede di poter celebrare nella sua stanza. Nonostante le sofferenze non tralasciò il suo ministero, continuava a confessare, ad accogliere ed ascoltare gente.
    A distribuire coraggio e gioia. Soffrì anche la notte dello spirito. “Iddio- diceva già molti anni prima- mi ha fatto la grazia di servirlo ed amarlo in ilarità di spirito; ma alla fine dovrò sentir pur io le tribolazioni, le angustie dell’anima, la forza della tentazione”. Satana, infatti, lo tormentò fino all’ultimo con pensieri di superbia, per farlo compiacere ed attribuire a sé e non a Dio il bene fatto; con dubbi su alcune verità di fede e con pensieri impuri. Lo spingeva perfino alla disperazione, facendogli considerare Dio soltanto come giudice implacabile. Il santo, spossato nelle membra doloranti, pregava, con un fil voce, con giaculatorie, impetrando la misericordia di Dio e raccomandandosi alla Madonna.
    Era l’esempio vivente del devoto di Maria, la cui devozione aveva sempre inculcato a tutti i suoi figli spirituali: “Non lasci ognuno di continuamente pregare la Madonna, e specialmente la preghi ad ottenergli dal Signore la grazia di sempre pregarla, di sempre chiamarla in suo aiuto, dicendo: Madonna mia, aiutatemi; aiutatemi, Madonna mia… Guai a chi per un giorno trascura di raccomandarsi a Maria!”. Si addormentò nel Signore il 31 gennaio del 1815, dopo aver ricevuto la santa Comunione come viatico. Leone XIII lo dichiarava Beato nel 1893 e Pio XII Santo nel 1951.
    Sto combattendo la Buona Battaglia, sto proseguendo la Corsa, sto tentando di conservare la Fede

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  4. #1014
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    Predefinito Rif: La Voce dei Padri e dei Dottori II

    "Fa’ di me quello che sai e vuoi, senza saperlo io né prima né poi"
    "Carità vuole che io serva nel giorno al bisogno altrui, a me penso la notte"
    "Io ho pregato sempre il Signore di imprimere nel cuor mio la Sua Passione, come la impresse già sul velo della Veronica; e il Signore mi ha esaudito"
    "Al Signore non piace che io cerchi questo dono della contemplazione, ma che studi di morire a me stesso e di attendere solamente alla santa Sua Volontà"
    "Signore, fate che io sempre cerchi di fare la Vostra Volontà divina in tutte le cose, e non me la fate trovare mai: fate che io la faccia, e non me la fate conoscere"
    "Anch’io nel tempo della mia giovinezza fui molto affezionato a simili conoscenze; e pregai Dio che mi aiutasse per servire con vantaggio della mia Congregazione. Dietro a queste preghiere eccomi una volta sopraffatto di tanto lume che, quasi squarciandomisi un velo davanti alla mente, mi si manifestarono le verità delle scienze umane, di quelle ancora non mai studiate, per un’intelligenza infusa, conforme già a Salomone. Per lo spazio di circa ventiquattro ore mi assisté questo lume, infino a che, come se di nuovo il velo si calasse, tornai ignaro qual era, mentre mi sentiva in cuore una voce: Questa è l’umana sapienza; e a che giova? Studia Me, studia il Mio Amore"
    “Non lasci ognuno di continuamente pregare la Madonna, e specialmente la preghi ad ottenergli dal Signore la grazia di sempre pregarla, di sempre chiamarla in suo aiuto, dicendo: Madonna mia, aiutatemi; aiutatemi, Madonna mia… Guai a chi per un giorno trascura di raccomandarsi a Maria!”
    (San Francesco Saverio Maria Bianchi)

    "Accrescete, o Signore, le grazie e accrescete i patimenti"
    "Oh Signore, ti lodo, ti ringrazio, ti benedico; voglio patire per te"
    "Chi veramente ama, canta e delira e sospira e geme e patisce e langue. Oh la bella occupazione! Gesù ce la conceda. Amen"
    “Iddio mi ha fatto la grazia di servirlo ed amarlo in ilarità di spirito; ma alla fine dovrò sentir pur io le tribolazioni, le angustie dell’anima, la forza della tentazione”
    (San Francesco Saverio Maria Bianchi sulla sua malattia)

    "Anime tapine, non ne voglio vedere"
    "Badiamo noi confessori: quando Iddio batte un’anima, non abbiamo da consigliarle altre mortificazioni, che riuscirebbero importune e forse nocive. Quando poi Iddio smetterà di batterla, potremo sí consigliarle di battersi da sé stessa, ma non siamo mai due in un tempo a battere"
    (San Francesco Saverio Maria Bianchi sulla Confessione)

    “Quando sentirai che non posso più celebrare, tienimi per morto"
    (San Francesco Saverio Bianchi ad un confratello)

    "-Vi assicuro che da queste piaghe non leverete un dito. -Quale dito? -Il dito di Dio."
    (dialogo tra San Francesco Saverio Maria Bianchi e il medico)

    "- Misericordia del mio Dio abbracciateci e liberateci da qualunque flagello.
    Gloria Patri.
    - Eterno Padre, segnateci col Sangue dell’Agnello Immacolato
    come segnate le case del Vostro Popolo.
    Gloria Patri.
    - Sangue Preziosissimo di Gesù, nostro amore,
    gridate al Divin Padre misericordia per noi e liberateci.
    Gloria Patri.
    - Piaghe del mio Gesù, bocche di amore e di Misericordia,
    parlate propizie per noi al Celeste Padre, nascondeteci in Voi e liberateci.
    Gloria Patri.
    - Eterno Padre, Gesù è nostro e pur nostro è il Sangue ed i suoi meriti infiniti; noi a Voi offriamo tutto e poiché Vi è carissima questa offerta,
    liberateci, come sicuramente speriamo.
    Gloria Patri.
    - Eterno Padre, Voi non amate la morte del peccatore, ma che si converta e viva; fate per Misericordia che noi viviamo e siamo vostri.
    Gloria Patri.
    - Salvaci, Cristo Salvatore, per la virtù della Santa Croce; Tu che hai salvato Pietro nel mare, abbi pietà di noi.
    - Maria, Madre di Misericordia, pregate per noi e saremo liberi.
    - Maria, nostra Avvocata, parlate per noi e saremo salvi.
    - Il Signore giustamente ci flagella per i nostri peccati; ma Voi, o Maria, scusateci perché nostra Madre pietosissima.
    - Maria, nel Vostro Gesù ed in Voi abbiamo poste le nostre speranze;
    non fate che restiamo confusi.
    Salve Regina. "
    (San Francesco Saverio Maria Bianchi, "Orazioni giaculatorie per allontanare i divini flagelli")
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  5. #1015
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    Predefinito Rif: La Voce dei Padri e dei Dottori II

    San Giovanni Bosco, Sacerdote, Fondatore e Confessore, Castelnuovo d’Asti, 16 agosto 1815 – Torino, 31 gennaio 1888 (31 gennaio)



    Martirologio Romano: Memoria di San Giovanni Bosco, Sacerdote: dopo una dura fanciullezza, ordinato sacerdote, dedicò tutte le sue forze all’educazione degli adolescenti, fondando la Società Salesiana e, con la collaborazione di Santa Maria Domenica Mazzarello, l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice, per la formazione della gioventù al lavoro e alla vita cristiana. In questo giorno a Torino, dopo aver compiuto molte opere, passò piamente al banchetto eterno.

    Alla fine del mese consacrato a onorare l'infanzia del Salvatore San Giovanni Bosco conduce a Gesù Bambino, a Gesù operaio, la moltitudine dei giovani e degli operai ai quali ha consacrato la sua vita.
    Per salvare gli uomini, il Figlio di Dio si è degnato di farsi uomo e di provare tutte le debolezze della nostra natura, eccetto il peccato. Nato povero in una stalla, ha lavorato per guadagnarsi il pane; quindi, prima di morire, ha predicato il Vangelo ai poveri, e se ha avuto delle preferenze quaggiù, furono per i bambini: "Lasciate che i bambini vengano a me; perché di essi è il regno dei cieli, e di quelli che ad essi somigliano".
    San Giovanni Bosco ha riprodotto questi aspetti della vita del Signore Gesù. Nato anch'egli povero, dovette lavorare per guadagnarsi il pane e compiere gli studi. Diventato sacerdote, ai poveri volle predicare la buona novella, ai fanciulli, agli operai abbandonati, a quelli che la pigrizia o il vizio trascinavano lontano da Dio. Per essi creò oratori, orfanotrofi, scuole primarie, scuole professionali: "Amo tanto questi poveri piccoli, e darei volentieri ad essi anche il mio cuore".
    Per la santificazione personale e per il suo ministero, aveva fatto di San Francesco di Sales il proprio modello e maestro. E il vescovo di Ginevra gli aveva insegnato che "vi è un metodo sicuro per essere buoni educatori, ed è quello di essere santi", che se voleva far opera buona e duratura, doveva darsi e dare Dio. Allora egli si diede senza riserva: il tempo, le forze, i talenti, la reputazione, la salute, la vita, la mamma: tutto fu per quei fanciulli raccolti nelle strade. Diede loro pane, lavoro, asilo; comunicò ad essi soprattutto la gioia che risiede in una coscienza pura, in un'anima unita a Dio. Con le sue istruzioni familiari, con il sacramento della Penitenza e dell'Eucarestia, ne fece dei cristiani ferventi, dei cittadini esemplari. E si rivelò in tal modo, nel XIX secolo, un maestro delle questioni sociali e uno dei più grandi apostoli dell'Azione Cattolica tanto raccomandata dagli ultimi Pontefici.
    Al pari del Signore, suscitò intorno molti generosi che vennero a porsi sotto la sua direzione, a condividere le sue preoccupazioni e le sue fatiche per salvare il mondo e ricondurlo a Dio. Presto fu formata la Società Salesiana, quindi la Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice e infine l'Unione dei Cooperatori Salesiani: immenso esercito che egli lanciò alla conquista delle anime e che è sparso ormai in tutto il mondo. "Il suo successo di quest'opera, diceva Pio X, non si può spiegare se non con la vita soprannaturale e la santità del Fondatore". Quanto a lui, diceva di essere stato un semplice strumento: "È la Madonna Ausiliatrice che ha fatto tutto". Ma Pio XI che l'aveva conosciuto e che gli decretò gli onori degli altari, ha potuto dire con ragione che "il suo nome è uno di quelli che i secoli benediranno per sempre".
    Giovanni Bosco nacque il 16 agosto 1815 a Castelnuovo d'Asti. Ancor giovane si distinse per pietà, purezza, allegria e viva intelligenza. Nel 1835 entrava nel Seminario Maggiore di Torino e il 5 giugno 1841 era ordinato sacerdote. Da allora si consacrò alla salvezza e all'educazione dei fanciulli poveri e degli operai, fondò la Società Salesiana, quindi una Congregazione di religiose sotto il patrocinio di Maria Ausiliatrice e infine un'associazione di Cooperatori. Morì il 31 gennaio 1888. Pio XI lo beatificò nel 1929 e quindi lo canonizzò cinque anni dopo.
    Di famiglia povera si preparò, fra stenti ed ostacoli, lavorando e studiando, alla missione che gli era stata indicata attraverso un sogno fatto all'età di nove anni e confermata più volte in seguito, in modo straordinario.
    Studiò a Chieri, a pochi chilometri da Torino. Tra le belle chiese di Chieri Santa Maria della Scala (il duomo) fu la più frequentata da Giovanni Bosco, ogni giorno, mattino e sera. Pregando e riflettendo davanti all'altare della Cappella della Madonna delle Grazie egli decise il suo avvenire.
    A 19 anni voleva farsi religioso francescano. "Informato della decisione, il parroco di Castelnuovo, don Dassano, avvertì Mamma Margherita con queste parole molte esplicite: "Cercate di allontanarlo da questa idea. Voi non siete ricca e siete avanti negli anni. Se vostro figlio va in convento, come potrà aiutarvi nella vostra vecchiaia?". Mamma Margherita si mise addosso uno scialle nero, scese a Chieri e parlò a Giovanni: "Il parroco è venuto a dirmi che vuoi entrare in convento. Sentimi bene. Io voglio che tu ci pensi e con calma. Quando avrai deciso, segui la tua strada senza guardare in faccia nessuno. La cosa più importante è che tu faccia la volontà del Signore. Il parroco vorrebbe che io ti facessi cambiare idea, perché in avvenire potrei avere bisogno di te.
    Ma io ti dico. In queste cose tua madre non c'entra. Dio è prima di tutto. Da te io non voglio niente, non mi aspetto niente. Io sono nata povera, sono vissuta povera, e voglio morire povera.
    Anzi, te lo voglio subito dire: se ti facessi prete e per disgrazia diventassi ricco non metterò mai più piede in casa tua. Ricordatelo bene".
    Giovanni Bosco quelle parole non le avrebbe dimenticate mai. Dopo molta preghiera, ed essersi consultato con amici e con il suo confessore Don Giuseppe Cafasso, entrò in seminario per gli studi della teologia.
    Fu poi ordinato sacerdote a Torino nella Chiesa dell'Immacolata Concezione il 5 giugno del 1841.
    Don Bosco prese con fermezza tre propositi: "Occupare rigorosamente il tempo. Patire, fare, umiliarsi in tutto e sempre quando si tratta di salvare le anime. La carità e la dolcezza di San Francesco di Sales mi guideranno in ogni cosa".
    Venuto a Torino, fu subito colpito dallo spettacolo di centinaia di ragazzi e giovani allo sbando, senza guida e lavoro: volle consacrare la sua vita per la loro salvezza.
    L'8 dicembre 1841, nella Chiesa di San Francesco d 'Assisi, ebbe l'incontro con il primo dei moltissimi ragazzi che l'avrebbero conosciuto e seguito: Bartolomeo Garelli. Incomincia cosi l'opera dell'Oratorio, itinerante al principio, poi dalla Pasqua 1846, nella sua sede stabile a Valdocco, Casa Madre di tutte le opere salesiane.
    I ragazzi sono già centinaia: studiano e imparano il mestiere nei laboratori che Don Bosco ha costruito per loro.
    Nella sua opera educativa fu aiutato da sua madre Mamma Margherita, che fece venire dai Becchi, per sostenerlo e perchè facesse da mamma a tanti suoi ragazzi che avevano perso i propri genitori. Nel 1859 poi invita i suoi primi collaboratori ad unirsi a lui nella Congregazione Salesiana: rapidamente si moltiplicheranno ovunque oratori, scuole professionali, collegi, centri vocazionali, parrocchie, missioni.
    Nel 1872 fonda l'Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice (FMA) che lavoreranno in svariate opere per la gioventù femminile. Confondatrice e prima superiora fu Maria Domenica Mazzarello (1837-1881) che verrà proclamata santa il 21 giugno 1951, da Pio XII.
    Ma Don Bosco seppe chiamare anche numerosi laici a condividere con i Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice la stessa sua ansia educativa.
    Fin dal 1869 aveva dato inizio alla Pia Unione dei Cooperatori che fanno parte a pieno titolo della Famiglia Salesiana e ne vivono lo spirito prodigandosi nel servizio ecclesiale.
    A 72 anni, sfinito dal lavoro, secondo quanto aveva detto: "Ho promesso a Dio che fin l'ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani".
    Don Bosco muore a Torino-Valdocco, all'alba del 31 gennaio 1888.
    Fu beatificato il 2 giugno 1929 e dichiarato santo da Pio XI il l aprile 1934, domenica di Pasqua.
    In seguito, molti altri sono venuti a gettare nei solchi semi di vita: Domenico Savio, Don Rua, Don Rinaldi...affinché il terreno continuasse ed essere fertile, anche dopo Don Bosco.
    Grande apostolo dei giovani, fu loro padre e guida alla salvezza con il metodo della persuasione, della religiosità autentica, dell’amore teso sempre a prevenire anziché a reprimere. Sul modello di San Francesco di Sales il suo metodo educativo e apostolico si ispira ad un umanesimo cristiano che attinge motivazioni ed energie alle fonti della sapienza evangelica. Fondò i Salesiani, la Pia Unione dei cooperatori salesiani e, insieme a santa Maria Mazzarello, le Figlie di Maria Ausiliatrice. Tra i più bei frutti della sua pedagogia, San Domenico Savio, quindicenne, che aveva capito la sua lezione: “Noi, qui, alla scuola di Don Bosco, facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri”. Giovanni Bosco fu proclamato Santo alla chiusura dell’anno della Redenzione, il giorno di Pasqua del 1934. Il 31 gennaio 1988 Giovanni Paolo II lo dichiarò Padre e Maestro della gioventù, “stabilendo che con tale titolo egli sia onorato e invocato, specialmente da quanti si riconoscono suoi figli spirituali”.
    San Giovanni Bosco è indubbiamente il più celebre santo piemontese di tutti i tempi, nonché su scala mondiale il più famoso tra i santi dell’epoca contemporanea: la sua popolarità è infatti ormai giunta in tutti i continenti, ove si è diffusa la fiorente Famiglia Salesiana da lui fondata, portatrice del suo carisma e della sua operosità, che ad oggi è la congregazione religiosa più diffusa tra quelle di recente fondazione.
    Don Bosco fu l’allievo che diede maggior lustro al suo grande maestro di vita sacerdotale, nonché suo compaesano, San Giuseppe Cafasso: queste due perle di santità sbocciarono nel Convitto Ecclesiastico di San Francesco d’Assisi in Torino.
    Giovanni Bosco nacque presso Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco) in regione Becchi, il 16 agosto 1815, frutto del matrimonio tra Francesco e la Serva di Dio Margherita Occhiena. Cresciuto nella sua modesta famiglia, dalla santa madre fu educato alla fede ed alla pratica coerente del messaggio evangelico. A soli nove anni un sogno gli rivelò la sua futura missione volta all’educazione della gioventù. Ragazzo dinamico e concreto, fondò fra i coetanei la “società dell’allegria”, basata sulla “guerra al peccato”.
    Entrò poi nel seminario teologico di Chieri e ricevette l’ordinazione presbiterale nel 1841. Iniziò dunque il triennio di teologia morale pratica presso il suddetto convitto, alla scuola del teologo Luigi Guala e del santo Cafasso. Questo periodo si rivelò occasione propizia per porre solide basi alla sua futura opera educativa tra i giovani, grazie a tre provvidenziali fattori: l’incontro con un eccezionale educatore che capì le sue doti e stimolo le sue potenzialità, l’impatto con la situazione sociale torinese e la sua straordinaria genialità, volta a trovare risposte sempre nuove ai numerosi problemi sociali ed educativi sempre emergenti.
    Come succede abitualmente per ogni congregazione, anche la grande opera salesiana ebbe inizi alquanto modesti: l’8 dicembre 1841, dopo l’incontro con il giovane Bartolomeo Garelli, il giovane Don Bosco iniziò a radunare ragazzi e giovani presso il Convitto di San Francesco per il catechismo. Torino era a quel tempo una città in forte espansione su vari aspetti, a causa della forte immigrazione dalle campagne piemontesi, ed il mondo giovanile era in preda a gravi problematiche: analfabetismo, disoccupazione, degrado morale e mancata assistenza religiosa. Fu infatti un grande merito donboschiano l’intuizione del disagio sociale e spirituale insito negli adolescenti, che subivano il passaggio dal mondo agricolo a quello preindustriale, in cui si rivelava solitamente inadeguata la pastorale tradizionale.
    Strada facendo, Don Bosco capì con altri giovani sacerdoti che l’oratorio potesse costituire un’adeguata risposta a tale critica situazione. Il primo tentativo in tal senso fu compiuto dal vulcanico Don Giovanni Cocchi, che nel 1840 aveva aperto in zona Vanchiglia l’oratorio dell’Angelo Custode. Don Bosco intitolò invece il suo primo oratorio a San Francesco di Sales, ospite dell’Ospedaletto e del Rifugio della Serva di Dio Giulia Colbert, marchesa di Barolo, ove dal 1841 collaborò con il teologo Giovanni Battista Borel. Quattro anni dopo trasferì l’oratorio nella vicina Casa Pinardi, dalla quale si sviluppò poi la grandiosa struttura odierna di Valdocco, nome indelebilmente legato all’opera salesiana.
    Pietro Stella, suo miglior biografo, così descrisse il giovane sacerdote: “Prete simpatico e fattivo, bonario e popolano, all’occorrenza atleta e giocoliere, ma già allora noto come prete straordinario che ardiva fare profezie di morti che poi si avveravano, che aveva già un discreto alone di venerazione perché aveva in sé qualcosa di singolare da parte del Signore, che sapeva i segreti delle coscienze, alternava facezie e confidenze sconvolgenti e portava a sentire i problemi dell’anima e della salvezza eterna”.
    Spinto dal suo innato zelo pastorale, nel 1847 Don Bosco avviò l’oratorio di San Luigi presso la stazione ferroviaria di Porta Nuova. Nel frattempo il cosiddetto Risorgimento italiano, con le sue articolate vicende politiche, provocò anche un chiarimento nell’esperienza degli oratori torinesi, evidenziando due differenti linee seguite dai preti loro responsabili: quella apertamente politicizzata di cui era fautore Don Cocchi, che nel 1849 aveva tentato di coinvolgere i suoi giovani nella battaglia di Novara, e quella più religiosa invece sostenuta da Don Bosco, che prevalse quando nel 1852 l’arcivescovo mons. Luigi Fransoni lo nominò responsabile dell’Opera degli Oratori, affidando così alle sue cure anche quello dell’Angelo Custode.
    La principale preoccupazione di Don Bosco, concependo l’oratorio come luogo di formazione cristiana, era infatti sostanzialmente di tipo religioso-morale, volta a salvare le anime della gioventù. Il santo sacerdote però non si accontentò mai di accogliere quei ragazzi che spontaneamente si presentavano da lui, ma si organizzò al fine di raggiungerli ed incontrarli ove vivevano.
    Se la salvezza dell’anima era l’obiettivo finale, la formazione di “buoni cristiani ed onesti cittadini” era invece quello immediato, come Don Bosco soleva ripetere. In tale ottica concepì gli oratori quali luoghi di aggregazione, di ricreazione, di evangelizzazione, di catechesi e di promozione sociale, con l’istituzione di scuole professionali.
    L’amorevolezza costituì il supremo principio pedagogico adottato da Don Bosco, che faceva notare come non bastasse però amare i giovani, ma occorreva che essi percepissero di essere amati. Ma della sua pedagogia un grande frutto fu il cosiddetto “metodo preventivo”, nonché l’invito alla vera felicità insito nel detto: “State allegri, ma non fate peccati”.
    Don Bosco, sempre attento ai segni dei tempi, individuò nei collegi un valido strumento educativo, in particolare dopo che nel 1849 furono regolamentati da un’opportuna legislazione: fu così che nel 1863 fu aperto un piccolo seminario presso Mirabello, nella diocesi di Casale Monferrato.
    Altra svolta decisiva nell’opera salesiana avvenne quando Don Bosco si sentì coinvolto dalla nuova sensibilità missionaria propugnata dal Concilio Ecumenico Vaticano I e, sostenuto dal pontefice Beato Pio IX e da vari vescovi, nel 1875 inviò i suoi primi salesiani in America Latina, capeggiati dal Cardinale Giovanni Cagliero, con il principale compito di apostolato tra gli emigrati italiani. Ben presto però i missionari estesero la loro attività dedicandosi all’evangelizzazione delle popolazioni indigene, culminata con il battesimo conferito da Padre Domenico Milanesio al Venerabile Zeffirino Namuncurà, figlio dell’ultimo grande cacico delle tribù indios araucane.
    Uomo versatile e dotato di un’intelligenza eccezionale, con il suo fiuto imprenditoriale Don Bosco considerò la stampa un fondamentale strumento di divulgazione culturale, pedagogica e cristiana. Scrittore ed editore, tra le principali sue opere si annoverano la “Storia d’Italia”, “Il sistema metrico decimale” e la collana “Letture Cattoliche”. Non mancarono alcune biografie,tra le quali spicca quella del più bel frutto della sua pedagogia, il quindicenne San Domenico Savio, che aveva ben compreso la sua lezione: “Noi, qui, alla scuola di Don Bosco, facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri”. Scrisse inoltre le vite di altri due ragazzi del suo oratorio, Francesco Besucco e Michele Magone, nonché quella di un suo indimenticabile compagno di scuola, Luigi Comollo.
    Pur essendo straordinariamente attivo, Don Bosco non avrebbe comunque potuto realizzare personalmente dal nulla tutta questa immane opera ed infatti sin dall’inizio godette del prezioso ausilio di numerosi sacerdoti e laici, uomini e donne. Al fine di garantire però una certa continuità e stabilità a ciò che aveva iniziato, fondò a Torino la Società di San Francesco di Sales (detti “Salesiani”), congregazione composta di sacerdoti, e nel 1872 a Mornese con Santa Maria Domenica Mazzarello le Figlie di Maria Ausiliatrice.
    L’opinione pubblica contemporanea apprezzò molto la preziosa opera di promozione sociale da lui svolta, anche se la stampa laica gli fu sempre avversa, tanto che alla sua morte la Gazzetta del Popolo si limitò a citarne cognome, nome ed età nell’elenco dei defunti, mentre la Gazzetta Piemontese (l’odierna “La Stampa”) gli riservò l’articolo redazionale dosando accuratamente meriti e demeriti del celebre sacerdote: “Il nome di Don Bosco è quello di un uomo superiore che lascia e suscita dietro di sé un vivo contrasto di apprezzamenti e opposti giudizi e quasi due opposte fame: quello di benefattore insigne, geniale, e quello di prete avveduto e procacciate”.
    Personalità forte ed intraprendente, bisognosa di particolare autonomia nella sua azione a tutto campo, non lasciava affatto indifferenti coloro che gli erano per svariati motivi a contatto. Ciò costituisce inoltre una spiegazione ai ripetuti scontri che ebbe con ben due arcivescovi torinesi: Ottaviano Riccardi di Netro e soprattutto Lorenzo Gastaldi. Lo apprezzò e lo appoggiò invece costantemente e senza riserve papa Pio IX, che con la sua potente intercessione permise all’opera salesiana di espandersi non solo a livello locale, sorte invece subita da numerosissime altre minute congregazioni.
    Giovanni Bosco morì in Torino il 31 gennaio 1888, giorno in cui è ricordato dal Martyrologium Romanum e la Chiesa latina ne celebra la Memoria liturgica. Alla guida della congregazione gli succedette il Beato Michele Rua, uno dei suoi primi fedeli discepoli. La sua salma fu in un primo tempo sepolta nella chiesa dell’istituto salesiano di Valsalice, per poi essere trasferita nella basilica di Maria Ausiliatrice, da lui fatta edificare. Il pontefice Pio XI, suo grande ammiratore, beatificò Don Bosco il 2 giugno 1929 e lo canonizzò il 1° aprile 1934. La città di Torino ha dedicato alla memoria del santo una strada, una scuola ed un grande ospedale. Nel centenario della morte, nel 1988 Giovanni Paolo II, recatosi in visita ai luoghi donboschiani, lo dichiarò Padre e Maestro della gioventù, “stabilendo che con tale titolo egli sia onorato e invocato, specialmente da quanti si riconoscono suoi figli spirituali”.
    La venerazione che Don Bosco ebbe, in vita ed in morte, per sua madre fu trasmessa alla congregazione, che negli anni ’90 del XX secolo ha pensato di introdurre finalmente la causa di beatificazione di Mamma Margherita. Merita infine ricordare la prolifica stirpe di santità generata da Don Bosco, tanto che allo stato attuale delle cause, la Famiglia Salesiana può contare ben 5 santi, 51 beati, 8 venerabili ed 88 servi di Dio.
    Ecco come ne parla Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica "Iuvenem Patris": "San Giovanni Bosco sentiva di aver ricevuto una speciale vocazione e di essere assistito e quasi guidato per mano, nell’attuazione della sua missione, dal Signore e dall’intervento materno della Vergine Maria. La sua risposta fu tale che la Chiesa lo ha proposto ufficialmente ai fedeli quale modello di santità.
    La sua statura di Santo lo colloca, con originalità, tra i grandi Fondatori di Istituti religiosi nella Chiesa. Egli eccelle per molti aspetti: è l’iniziatore di una vera scuola di nuova e attraente spiritualità apostolica; è il promotore di una speciale devozione a Maria, Ausiliatrice dei Cristiani e Madre della Chiesa; è il testimone di un leale e coraggioso senso ecclesiale, manifestato attraverso mediazioni delicate nelle allora difficili relazioni tra la Chiesa e lo Stato; è l’apostolo realistico e pratico, aperto agli apporti delle nuove scoperte; è l’organizzatore zelante delle Missioni con sensibilità veramente cattolica; è, in modo eccelso, l’esemplare di un amore preferenziale per i giovani, specialmente per i più bisognosi, a bene della Chiesa e della società; è il maestro di un’efficace e geniale prassi pedagogica, lasciata come dono prezioso da custodire e sviluppare.
    Proprio un tale interscambio tra “educazione” e “santità” è l’aspetto caratteristico della sua figura: egli è un “educatore santo”, si ispira a un “modello santo” — Francesco di Sales —, è discepolo di un “maestro spirituale santo” — Giuseppe Cafasso —, e sa formare tra i suoi giovani un “educando santo” — Domenico Savio.
    Per San Giovanni Bosco, fondatore di una grande Famiglia spirituale, si può dire che il tratto peculiare della sua “genialità” è legato a quella prassi educativa che egli stesso chiamò “sistema preventivo”. Questo rappresenta, in un certo modo, il condensato della sua saggezza pedagogica e costituisce quel messaggio profetico, che egli ha lasciato ai suoi e a tutta la Chiesa, ricevendo attenzione e riconoscimento da parte di numerosi educatori e studiosi di pedagogia.
    La sostanza del suo insegnamento rimane; la peculiarità del suo spirito, le sue intenzioni, il suo stile, il suo carisma non vengono meno, perché ispirati alla trascendente pedagogia di Dio.
    Nella Chiesa e nel mondo la visione educativa integrale, che vediamo incarnata in Giovanni Bosco, è una pedagogia realistica della santità. Urge ricuperare il vero concetto di “santità”, come componenete della vita di ogni credente. L’originalità e l’audacia della proposta di una “santità giovanile” è instrinseca all’arte educativa di questo grande Santo, che può essere giustamente definito “maestro di spiritualità giovanile”. Il suo particolare segreto fu quello di non deludere le aspirazioni profonde dei giovani (bisogno di vita, di espansione, di gioia, di libertà, di futuro), e insieme di portarli gradualmente e realisticamente a sperimentare che solo nella “vita di grazia”, cioè nell’amicizia con Cristo, si attuano in pieno gli ideali più autentici. "
    L’idea di amorevolezza ha vari significati, talvolta, così sottili che tutto ciò che si può pronunciare al riguardo viene facilmente etichettato come qualcosa di opinabile e soggettivo. All’interno del mondo salesiano quando si utilizza questa parola, essa è solitamente relazionata ad altri due: religione e ragione. Tanto che l’amorevolezza nel Sistema Preventivo è diventata ormai elemento imprescindibile per chiunque voglia comprendere, imitare o anche semplicemente rileggere cosa Don Bosco intendesse per educazione.
    Ma perché cercare in Don Bosco la radice della sua amorevolezza? Di certo, siamo tutti consapevoli che non esiste evidenza più chiara della sua capacità di farsi tutto a tutti e, per dirla con le parole del Rettor Maggiore, di dare di più a chi ha ricevuto di meno. Il Papa, Benedetto XVI, nel suo Messaggio per la Quaresima di quest’anno, sottolinea con la sua eleganza didattica (rifacendosi esplicitamente all’Enciclica Deus caritas est) l’importanza di ritornare all’origine del termine “amore”.
    Se si rilegge il Sistema Preventivo e si cerca in esso qualche riferimento alla Bibbia, si rischia di restare un po’ delusi, poiché esiste un solo riferimento biblico: “La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di San Paolo che dice: Charitas benigna est, patiens est; omnia suffert, omnia sperat, omnia sustinet. La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo. Perciò soltanto il cristiano può con successo applicare il sistema Preventivo. Ragione e Religione sono gli strumenti di cui deve costantemente far uso l’educatore, insegnarli, egli stesso praticarli se vuol essere ubbidito ed ottenere il suo fine”. Don Bosco è chiaro: solo il cristiano può applicare questo sistema. Ma perché solo lui? A questa domanda dobbiamo trovare una risposta.
    La carità amabile è il tratto più caratteristico dell’insegnamento e della vita di Don Bosco. La carità è da intendersi come dedizione agli altri senza limiti e avversioni, come agape. Il modello e il paradigma di questa carità lo troviamo, come dice Don Bosco stesso, in San Paolo, con il celebre Inno all’amore, di cui prima abbiamo citato una parte.
    Il famoso brano di San Paolo inserito nella lettera ai Corinti ha un richiamo ad uno scritto di uno dei più grandi pensatori dell’antichità, Platone, che in un suo testo, Protagora, descrive l’intellettuale dalle vuote parole, il sofista, come colui che è privo di consistenza, come un nulla che risuona.1 Ma Paolo non utilizza solo questo riferimento ai grandi del mondo greco. Nella sua lettera si appella anche alla tradizione greca dei topoi. Le negazioni per mezzo delle quali viene definita l’agape, che cioè non cerca il suo interesse, non si adira e non si rallegra dell’ingiustizia, appaiono quasi un richiamo a ciò che nel Simposio è detto di Eros, chiamato scaltro investigatore, spericolato e instancabile nell’escogitare le sue trame. Così ai Corinti, che debbono comprendere l’agape cristiana, viene spiegato il contrario dell’eros greco; d’altra parte nell’eros è anticipato ciò che si compie nell’agape.
    Non possiamo però non cogliere delle differenze fondamentali tra i due. L’eros è un amore sostanzialmente egocentrico, è desiderio. L’uomo predomina in esso sia come punto di partenza, sia come punto di arrivo. La via dell’eros è contraddistinta dal fatto che è l’uomo ad ascendere al divino, la sua anima vive la nostalgia per il mondo superiore, dove platonicamente è la sua patria. Nell’eros l’anima intraprende il suo viaggio in una contemplazione e in un’estasi da far perdere i sensi. In questa ascesa dell’eros si esprime un atteggiamento dell’anima affine a quello dell’assalto titanico al cielo, mantenendo il suo carattere egocentrico perfino nella sua forma più sublime. L’agape ha invece un carattere totalmente diverso. Non ha nulla a che vedere con l’aspirazione e il desiderio, come dice Paolo: «non cerca mai il proprio interesse», non sale come l’eros verso l’alto per assicurarsi un vantaggio, ma è invece sacrificio e dono di sé. Nell’eros non è l’umano che si eleva al divino, ma il divino che nel suo amore misericordioso si abbassa all’umano.
    All’interno del Simposio Platone fa poi pronunciare ad Agatone un elogio di Eros, dicendo che esso è come un dio mansueto, benevolo, colui che erige la comunità degli uomini;3 San Paolo utilizzerà questi elementi, ma non per parlare dell’eros, bensì dell’agape.
    Paolo si allontana poi totalmente da Platone quando il filosofo greco parla della funzione del “demone” (una specie di spirito che lega l’assoluto e il relativo) e che si trova nel concetto di amore riportato dal testo del Simposio. Qui l’agape viene presentato come un fine a cui l’uomo può tendere con le sue sole forze.
    Paolo però vede le cose in modo diverso. L’agape non è qualcosa che l’uomo può ottenere con la sua volontà o la sua intelligenza: l’agape è anzitutto un dono della perfezione che ci viene da Dio e che possiamo ottenere già in questo mondo, ma possiamo anche non averla affatto.
    In questo modo San Paolo elimina tutti quei tentativi che la cultura del suo tempo aveva fatto per sanare la frattura fra l’assoluto a cui l’uomo aspira e il relativo in cui si trova immerso. Soltanto l’agape è il vero legame fra il divino e l’umano e questo legame viene donato all’uomo gratuitamente da Dio. Nell’agape troviamo così il segno distintivo della solidarietà, e ancor di più in essa troviamo il senso di unità del concetto di amore.
    Tornando alla distinzione tra agape e eros, tra la prospettiva cristiana dell’amore e la prospettiva platonica, si può dire che Agostino fu tra i primi a cercare di unificare i due principi. L’argomento di Agostino è la dottrina della caritas. Il pensatore cristiano vede però la caritas come elemento intermedio fra l’agape e l’eros. La caritas è la sintesi dei due; sintesi possibile perché l’eros è già in sé slancio verso Dio: è la superbia che gli impedisce di giungere al suo fine; allora è lì che interviene l’agape con la sua umiltà. Ogni amore è appetitus, desiderio della felicità.
    E come tale può essere considerato un elemento proprio della vita umana in generale:«nemo est qui non amet». Ora se l’amore è desiderio e il desiderio è specificato dall’oggetto desiderato, potremo definire la caritas come l’amore che desidera le cose elevate, mentre la cupiditas l’amore che tende alle cose inferiori. Scegliere una o l’altra forma di amore, significherà decidere di tutta la nostra vita, dato che l’amante si trasforma in qualche modo nella cosa amata. E qui che la caritas diventa elemento distintivo di ogni educatore cristiano. Don Bosco quando pensava all’educatore non poteva che pensarlo in questi termini.
    Infine chiederci se la caritas è identica alla felicità è una domanda lecita, anzi doverosa per una chiarificazione ulteriore della nozione di carità. Sant’Agostino affrontò questo problema utilizzando l’espressione «dilige et quod vis fac». Bisogna cogliere il significato pieno del verbo “dilige”, che trova nel generico “ama” la traduzione italiana. Il comandamento non è solamente “ama e fa ciò che vuoi”, ma “dilige” cioè: abbi l’amore vero, autentico, redento. La “dilectio” non si lascia ridurre alla ricerca della felicità, essa è ammirazione, riconoscenza, santo rispetto, gioia, allegria, e poi anche voler bene e voler fare del bene a tutti secondo le proprie opportunità. La virtù della carità non dimentica la felicità, ma la felicità non è l’unico criterio.
    Solitamente una dimostrazione termina con una enumerazione di esperienze e luoghi, ma si può ben intuire che trovare citazioni dove Don Bosco visse la carità è come scriverne l’ennesima biografia.
    (...)
    Sto combattendo la Buona Battaglia, sto proseguendo la Corsa, sto tentando di conservare la Fede

    Sono un clandestino nel Regno dei Cieli

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    Predefinito Rif: La Voce dei Padri e dei Dottori II

    (...)
    Nel 1847, Don Bosco scrisse un libro per i ragazzi del suo oratorio e per il buon popolo cristiano. Si intitolava La storia sacra. La pubblicò e ripubblicò diverse volte nella sua vita, migliorandola sempre.
    L'aveva scritta da giovane prete di 32 anni: “Mi proposi – dichiara nella prefazione – di compilare un corso di Storia sacra, che contenesse le più importanti notizie dei Libri santi e si potesse presentare a un giovanetto qualsiasi... Al fine di riuscire in questo divisamento, narrai a un numero di giovani di ogni grado, a uno a uno, i fatti principali della Sacra Bibbia, notando attentamente quale impressione facesse in loro quel racconto e quale effetto producesse di poi”.
    “Il fine provvidenziale dei Sacri Libri, essendo stato di mantenere negli uomini viva la fede nel Messia promesso da Dio, dopo la colpa di Adamo, anzi tutta la Storia sacra dell’Antico Testamento potendosi dire una costante preparazione a quell’importantissimo Avvenimento, volli in modo speciale notare le promesse e le profezie che riguardano il futuro Redentore”.
    Così la “Storia Sacra” compilata da Don Bosco, rispecchiando in modo fedelissimo la Bibbia e il Magistero della Chiesa, è tutta cristocentrica, come dev’essere, come Dio stesso ha voluto. È proprio per questo che essa ha aiutato gli innumerevoli lettori, negli anni indimenticabili della fanciullezza, a conoscere e ad amare il Signore Gesù, come Egli solo merita di essere conosciuto e amato.
    Don Bosco non racconta né una favola né una leggenda, ma istruisce in modo sicurissimo e semplice, veritiero al massimo, sulle grandi verità della Fede, portando “le ragioni” del credere, con chiarezza e certezza assoluta.
    La “nuova esegesi” di oggi, che mette tutto in discussione, così che non si sa più dove sta la Verità o il mito, ne rimane interamente vinta.
    A proposito della “divina ispirazione e dell’inerranza della Sacra Scrittura, cioè del dogma di fede, per cui essa è stata scritta sotto l’ispirazione dello Spirito Santo (Divino afflante Spiritu, Pio XII, 1943), e ha Dio stesso come Autore”
    Don Bosco, con competenza e lucidità estrema, scrive: “Che gli Scrittori della Storia Sacra siano stati divinamente ispirati nello scriverla, si prova: 1) dai miracoli con i quali dimostravano di essere stati eletti da Dio come vivi strumenti della Sua Parola. Dio soltanto può operare miracoli e quando una cosa è confermata dai miracoli, noi siamo assicurati dell’intervento divino, cioè di un’Autorità infallibile; 2) dalle profezie, di cui la Storia Sacra è piena, le quali si sono perfettamente avverate, poiché Dio solo può predire con certezza le cose future, che non hanno necessaria relazione con le cause naturali, né possono essere molto tempo prima conosciute dagli uomini; 3) dalla santità della dottrina, che nella Storia sacra è insegnata: santità così perfetta da non avere mai potuto gli increduli appuntarla di alcun difetto, mentre sappiamo che anche i più dotti tra gli uomini e di rette intenzioni, abbandonati a se stessi, vanno facilmente soggetti a errori; 4) dalla testimonianza di Gesù Cristo e degli Apostoli, i quali dichiararono tutta la storia dell’Antico Testamento essere stata scritta con l’assistenza speciale dello Spirito Santo; 5) dalla testimonianza che la Chiesa Cattolica diede sempre della divinità della storia tanto dell’Antico Testamento quanto del Nuovo Testamento; la quale Chiesa Cattolica, come risulta a evidenza da mille argomenti, è guardiana e maestra infallibile della Verità da Dio rivelate”.
    Così Don Bosco evidenzia in modo chiarissimo che il primo insuperabile “Esegeta”, al quale occorre attenersi, è Gesù Cristo stesso, quando più volte in modo inequivocabile si appella alla Sacra Scrittura come Parola di Dio (che non s’inganna né può ingannare), la quale riguarda Lui in persona: “Voi scrutate la Scrittura, ebbene sono proprio esse che rendono testimonianza a me” (Gv 5,39).
    All’inizio della 2ª parte de La storia sacra, il Nuovo Testamento, Don Bosco, da vero maestro scrive: “Caduti i nostri progenitori Adamo e Eva dallo stato di innocenza in cui furono creati da Dio, essi e i loro posteri dovettero per molti secoli gemere sotto la dura schiavitù del demonio. Né per loro vi era altro mezzo di salvezza che la Fede in quel futuro Liberatore, che la Bontà divina aveva promesso.
    Affinché poi presso gli uomini si mantenesse viva la Fede in questo Liberatore, Dio ne rinnovò più volte la promessa, indicando il tempo, il luogo e molte altre circostanze della sua venuta: cosicché tutta la storia del Vecchio Testamento si può dire una fedele preparazione del genere umano allo straordinario avvenimento della nascita di questo Messia...
    Essendo la venuta del Salvatore il dogma più importante su cui si fonda la nostra santa Religione Cattolica, riuscirà di somma utilità raccogliere qui in breve le principali profezie che lo riguardano, osservando come queste si siano avverate nella Persona di Gesù Cristo”.
    Don Bosco sintetizza queste profezie: “I profeti predissero: 1) l’origine, il tempo e il luogo della nascita del Messia; 2) la sua condizione e il suo carattere personale; 3) che avrebbe fatto grandi prodigi e avrebbe provato grandi contraddizioni da parte del suo popolo; 4) che i Giudei l’avrebbero messo a morte; 5) che Egli sarebbe risorto; 6) che i Giudei sarebbero stati riprovati da Dio per aver fatto morire il Messia; e che i Gentili, cioè tutte le nazioni pagane, sarebbero state chiamate alla Fede invece degli Ebrei infedeli”.
    Antico e Nuovo Testamento e storia della Chiesa alla mano, Don Bosco fa vedere ai lettori della sua “Storia sacra”, come alla lettera le profezie si sono avverate in Gesù Cristo, nella sua Incarnazione, Vita, Passione, Morte in espiazione del peccato, Risurrezione, fondazione della Chiesa.
    E conclude, affermando con certezza assoluta, davanti ai negatori di ieri e di oggi, ai “nuovi esegeti” che smitizzano e confondono la fede: “Da ciò dobbiamo dire: 1) che realmente Dio ha promesso il Messia; 2) che i Profeti predissero moltissime cose riguardanti Lui; 3) che tutte queste cose si avverarono nella persona di Gesù Cristo; 4) che perciò Gesù Cristo è il vero Messia promesso da Dio, predetto dai profeti, nato nel tempo che tutta la terra aspettava un Riparatore; 5) che dunque in Gesù Cristo, il quale è il Salvatore mandato da Dio, dobbiamo collocare tutta la nostra Fede e tutta la speranza della nostra salvezza”.
    Il discorso biblico-teologico di Don Bosco è perfetto e regge davanti a qualsiasi obiezione, fosse anche quella dei critici più agguerriti del razionalismo e dei moderni interpreti.
    Costoro tendono a stabilire la data di nascita dei Vangeli, diversi decenni dopo l’Ascensione di Gesù al Cielo, anche dopo il 100 d.C. per poter dire che i Vangeli, più che essere nati dalla penna degli evangelisti, sarebbero opera della comunità cristiana, così che ben poco, secondo loro, sapremmo di Gesù, neppure il luogo della nascita. È lo scardinamento di tutto.
    Recentemente però il Padre O’Callaghan, con la scoperta e l’analisi del frammento di papiro noto come “7Q5”, ha dimostrato che il Vangelo di Marco è stato scritto non oltre il 50 d.C., pochi anni dunque dal tempo di Gesù. Lo stesso hanno fatto studiosi sicuri come il P. Carmignac, con una documentazione stupefacente, confermando ciò che la Chiesa dal I secolo al Concilio Vaticano II, ha sempre ritenuto e insegnato, che cioè “i quattro Vangeli sono di origine apostolica. Ciò che gli Apostoli per mandato di Cristo predicarono, dopo per ispirazione dello Spirito Santo, fu dagli stessi e da uomini della loro cerchia tramandato in scritti, come fondamento della fede, cioè l’Evangelo quadriforme, secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni” (Dei Verbum, 18).
    Papa Paolo VI in persona, contro i “periti” che lo avrebbero messo in dubbio, volle questa affermazione or ora citata nel testo conciliare.
    È esattamente ciò che sostiene Don Bosco nella sua “Storia Sacra”: “il primo dei quattro Vangeli è quello di San Matteo, figlio di Alfeo, di professione esattore delle imposte. Matteo, Apostolo, fu testimone oculare della vita del Salvatore. Scrisse il suo Vangelo, circa otto anni dall’Ascensione di Gesù Cristo, nel 41 dell’era volgare. San Marco è il secondo evangelista. Scrisse il suo Vangelo in greco intorno al 44 e lo fece leggere al suo maestro San Pietro che lo approvò.
    San Luca: di Antiochia, medico di professione, fedele compagno di San Paolo nella predicazione, scrisse il suo Vangelo nel 55, servendosi dei racconti dei testimoni oculari e di San Paolo. San Giovanni fu chiamato dal Signore che lo predilesse per la sua innocenza e purezza e sulla croce lo affidò a Maria come figlio. Fu Vescovo di Efeso fino all’età di 100 anni. Scrisse il suo Vangelo negli ultimi anni della sua vita, soffermandosi soprattutto sugli episodi di cui fu testimone, che fanno riconoscere il Salvatore come vero Dio”.
    Insomma, Don Bosco – come i più antichi e venerandi documenti storici, come tutti i Padri della Chiesa, insieme al Magistero della Chiesa di sempre, e agli studiosi più sicuri di ogni settore (storia, esegesi, archeologia, papirologia...) – sostiene che Matteo e Giovanni, apostoli di Gesù, e Marco e Luca, discepoli degli apostoli, videro, toccarono e sentirono il Verbo della vita, o si documentarono direttamente su di Lui, e subito (o quasi) scrissero i Vangeli.
    Così, San Giovanni Bosco, che di cose di Dio se ne intendeva, che indubbiamente era un uomo del suo tempo, ma che pure aveva – basta leggere le sua Memorie Biografiche – il filo diretto con Dio. La sua “Storia sacra” è un vero e grande servizio alla Verità, per mantenere salda la nostra Fede Cattolica, nella confusione attuale: “anche oggi – come scrisse Mons. Gastaldi – davvero raccomandabile e adatto”.

    Don Bosco, come tutti i santi della Chiesa, ha vissuto un’intensa pietà mariana e ha ritenuto la devozione a Maria uno dei cardini spirituali nella vita dei cristiani. Quali sono gli aspetti che qualificano e caratterizzano la devozione mariana vissuta e propagata da Don Bosco? Che riflessi possono avere sulla nostra vita?
    Maria è presente nella vita di Don Bosco fin dai suoi primi anni di vita. Nato il giorno successivo alla festa dell’Assunta del 1815, fu educato da mamma Margherita a quell’amore tenero e spontaneo, tipico della devozione popolare, verso questa Madre, Consolatrice e sostegno del popolo cristiano. La donna «di maestoso aspetto, vestita di un manto, che risplendeva da tutte le parti», da lui descritta quando ci racconta il sogno fatto a nove anni, nel quale è preannunciata la sua missione di educatore e pastore dei giovani, è la Madonna raffigurata secondo la rappresentazione tradizionale e comune nel suo ambiente. Di essa Don Bosco sottolinea soprattutto la maternità amabile e sollecita, l’intercessione potente presso Dio. Questo aspetto è quello più consono al suo animo, che lo accompagnerà fino all’ultimo respiro di vita.
    Nelle sue Memorie, raccontando la propria formazione, ci ricorda molti degli aspetti e delle devozioni tipiche della religiosità popolare: rosario in famiglia, Angelus tre volte al giorno, novene e tridui, invocazioni e giaculatorie, consacrazioni, visite ad altari e a santuari, feste mariane (Maternità, Nome di Maria, Madonna del Rosario, Addolorata, Consolata, Immacolata, Madonna delle grazie...).
    Nel primo libro da lui pubblicato, i Cenni storici sulla vita del chierico Luigi Comollo (1844), in cui tratteggia la figura spirituale del suo compagno e amico di seminario morto in giovane età, Don Bosco illustra i tratti che caratterizzavano la sensibilità spirituale e la devozione del buon seminarista.
    Luigi, «quando discorreva della Madonna tutto si vedeva compreso di tenerezza, e dopo d’avere raccontato o udito raccontare qualche grazia concessa dalla Madonna a favore del corpo, egli sul finir tutto rosseggiava in volto, e alle volte rompendo anche in lagrime esclamava: se Maria cotanto favorisce questo miserabile corpo, quanto non saranno i favori che sarà per concedere a pro delle anime di chi la invoca?».
    E ci racconta che nella malattia finale Luigi fu consolato dalla visione di Maria che lo prendeva per mano: «Oh! se gli uomini potessero essere persuasi qual contento arrechi in punto di morte essere stati divoti di Maria, tutti a gara cercherebbero nuovi modi con cui offrirle speciali onori. Sarà pur dessa, che col suo figlio tra le braccia formerà la nostra difesa contro il nemico dell’anima nostra all’ora estrema; s’armi pure tutto contro di noi l’inferno, con Maria in nostra difesa, nostra sarà la vittoria. Guardati però dall’essere di quei tali, che per recitare a Maria qualche preghiera, per offrirle qualche mortificazione credono di essere da lei protetti, mentre conducono una vita tutta libera e scostumata».
    Questo soprattutto è l’aspetto che caratterizza la pietà mariana per il giovane Don Bosco formatosi nella meditazione degli scritti mariani di Sant’Alfonso: la vera devozione a Maria garantisce la protezione più potente che si possa avere in vita e in morte.
    Lo scriverà anche nel Giovane provveduto nel 1847: «Se sarete suoi devoti, oltre a colmarvi di benedizioni in questo mondo, avrete il Paradiso nell’altra vita».
    È il tratto più caro alla cultura, ai gusti e alla “devozione” del tempo. Tuttavia c’è, scavando in profondità nella fisionomia spirituale di Don Bosco, una dimensione che va oltre le sensibilità storiche e culturali della pietà popolare e, proprio per questo, può offrirci nutrimento interiore e stimolo, se necessario, ad una revisione critica della nostra pietà mariana.
    Nel libretto Il mese di maggio consacrato a Maria Santissima Immacolata ad uso del popolo (1858), Don Bosco inquadra esplicitamente e insistentemente la devozione mariana in un contesto che ha come obiettivo un concreto e serio impegno di vita cristiana vissuta con fervore e amore.
    «Tre cose da praticarsi in tutto il mese: 1. Fare quanto possiamo per non commettere alcun peccato nel corso di questo mese: sia esso tutto consacrato a Maria.
    2. Darsi grande sollecitudine per l’adempimento de’ doveri spirituali e temporali del nostro stato.
    3. Invitare i nostri parenti ed amici e tutti quelli che da noi dipendono a prendere parte alle pratiche di pietà che si fanno in onore di Maria nel corso del mese».
    È significativo che i trentuno Fioretti, uno per giorno del mese di maggio, suggeriti nel volumetto, consistano essenzialmente in esercizi pratici per alimentare l’unione con Dio, il fervore spirituale e l’esercizio delle virtù nel corso del vissuto quotidiano.
    Nel seguito del libro, Don Bosco distribuisce una serie di letture o piccole meditazioni giornaliere, le quali non riguardano – come ci si aspetterebbe le “glorie di Maria” –, ma presentano una sintesi motivante delle verità che devono nutrire e illuminare la vita del cristiano: Dio creatore - Anima - Redenzione - Chiesa - Capo della Chiesa - Pastori della Chiesa - Fede - Sacramenti - Dignità del cristiano - Preziosità del tempo - Presenza di Dio - Fine dell’uomo - Salvezza dell’anima - Peccato - Morte - Giudizio particolare - Giudizio universale - Pene dell’inferno - Misericordia di Dio - Confessione - Confessore - Messa - Comunione - Peccato di disonestà - Virtù della purità - Rispetto umano - Paradiso.
    Si tratta di temi comuni nella letteratura spirituale e nella predicazione del tempo (che era preoccupata di “istruire” e di catechizzare); però vengono ripresi da Don Bosco con le accentuazioni che caratterizzano la sua pedagogia spirituale. La cosa che più pare preoccuparlo è l’urgenza di insegnare ai giovani e al popolo che la celebrazione del mese di Maria, che la vera devozione mariana, è un modo efficace per operare una conversione continua, una crescita di impegno cristiano, simultaneamente sul piano morale, spirituale e dei doveri quotidiani: «Ella ci ottenga da Gesù suo Divin Figliuolo la grazia di poter conoscere, amare, servire Iddio in questa vita e andarlo poi un giorno a godere eternamente in Cielo».
    E' significativo l’uso di queste espressioni, che nel Catechismo indicavano il fine ultimo dell’uomo, e qui vengono riportate per riassumere e finalizzare la devozione mariana.
    L’altro tema, ereditato da tutta una tradizione devota, è il collegamento tra devozione mariana e salvezza eterna: «Poiché il più bell’ornamento del cristianesimo è la Madre del Salvatore, Maria Santissima, così a Voi mi rivolgo, o clementissima Vergine Maria, io sono sicuro di acquistare la grazia di Dio, il diritto al Paradiso, di riacquistare insomma la perduta mia dignità, se Voi pregherete per me: Auxilium christianorum, ora pro nobis».
    Don Bosco è convinto che Maria interviene come avvocata efficacissima e mediatrice potentissima presso Dio per aiutarci a raggiungere quella perduta dignità di figli, quell’“immagine e somiglianza” di Dio nell’uomo che i nostri progenitori hanno compromesso col loro peccato, per se stessi e per la loro discendenza. Dunque, recuperare, attraverso l’inserimento in Cristo Salvatore, un modo profondo di comunicazione con Dio capace di rigenerarci in uomini nuovi. In questa prospettiva si comprende tutta la sua missione educativa e il suo modello formativo.
    Nel febbraio del 1848 il marchese Roberto d’Azeglio, amico personale di Carlo Alberto e senatore del Regno, onorò l’Oratorio di Don Bosco di una sua visita. Il Santo lo accompagnò a visitare tutta la casa. Il marchese espresse la sua viva compiacenza, ma con una riserva. Definì tempo perduto quello occupato a recitare il Rosario.
    — Lasci — disse — di far recitare quell’anticaglia di 50 Ave Maria infilzate una dopo l’altra.
    — Ebbene — rispose Don Bosco —, io ci tengo molto a tale pratica; e su questa potrei dire che è fondata la mia istituzione; sarei disposto a lasciare tante altre cose pure importanti, ma non questa.
    E con il coraggio che gli era proprio soggiunse:
    — E anche, se fosse necessario, sarei disposto a rinunziare alla sua preziosa amicizia, ma non mai alla recita del Santo Rosario.
    A stimolare i giovani ad amare il Rosario era incoraggiato an che dai suoi sogni.
    Eccone uno. Lo ebbe la vigilia dell’Assunta del 1862. Sognò di trovarsi nella sua borgata natia — oggi Colle Don Bosco — in casa del fratello, con tutti i suoi giovani. Ed ecco che gli si presenta Uno (la solita Guida dei suoi sogni) che lo invita ad andare nel prato attiguo al cortile, e là gli indica un serpentaccio lungo 7-8 metri, di una grossezza straordinaria. Don Bosco inorridisce e vuole fuggire. Ma la Guida lo invita a non aver paura e a fermarsi. Poi va a prendere una corda, ritorna da Don Bosco e gli dice:
    — Prenda questa corda per un capo e la tenga ben stretta; io prenderò l’altro capo e sospenderemo la corda sul serpente.
    — E poi?
    — E poi gliela sbatteremo sulla schiena.
    — Ah! No, per carità! Guai se noi faremo questo. Il serpente si rivolterà inviperito e ci farà a pezzi.
    «Ma la Guida insistette — narra Don Bosco — e mi assicurò che il serpente non mi avrebbe fatto alcun male, e tanto disse che io acconsentii a fare come voleva. Egli intanto alzò la corda e con questa diede una sferzata sulla schiena del rettile. Il serpente fa un salto e volge la testa indietro per mordere ciò che l’ha percos so, ma resta allacciato come in un cappio scorsoio.
    — Tenga stretto — grida la Guida — e non lasci sfuggire la corda. E corse a legare il capo della corda che aveva in mano a un pero vicino; poi legò il capo della corda che tenevo io all’inferriata di una finestra della casa. Frattanto il serpente si dibatteva furiosa mente e dava tali colpi in terra con la testa e conle immani sue spire, che le sue carni si laceravano e ne saltavano i pezzi a grande distanza. Così continuò finché non rimase di lui che lo scheletro spolpato.
    Morto il serpente, la Guida slegò la corda dall’albero e dalla finestra, la raccolse e la chiuse in una cassetta. Dopo qualche istante l’aprì. Con stupore mio e dei giovani che erano accorsi, vedemmo che quella corda si era disposta in modo da formare le parole:
    Ave Maria. La Guida spiegò:
    — Il serpente figura il demonio e la corda l’Ave Maria o piuttosto il Rosario, che è una continuazione di Ave Maria, con le quali si possono battere, vincere, distruggere tutti i demoni dell’inferno».
    A questo punto agli occhi di Don Bosco si presentò una scena ben dolorosa: vide giovani che raccoglievano pezzi di carne del serpente e ne mangiavano e restavano avvelenati.
    «Io non sapevo darmi pace — racconta Don Bosco —‘ perché nonostante i miei avvisi, continuavano a mangiare. Io gridavo all’uno, gridavo all’altro; davo schiaffi a questo, pugni a quello, cercando di impedire che mangiassero, ma inutilmente. Io ero fuori di me stesso, allorché vidi tutt’intorno un gran numero di giovani distesi per terra in uno stato miserando».
    Allora Don Bosco si rivolse alla Guida:
    —- Ma non c’è un rimedio a tanto male?
    — Sì che c’è.
    — Quale sarebbe?
    — Non c’è altro che l’incudine e il martello.
    — Come? Debbo forse metterli sull’incudine e batterli col martello?
    — Ecco — rispose la Guida — il martello significa la Confessione, l’incudine la Comunione: bisogna far uso di questi due mezzi.
    Conosciamo davvero San Giovanni Bosco? È interessante notare che era un uomo sempre e completamente consapevole dei problemi del suo tempo. Non viveva affatto al di fuori della storia, come vorrebbero certe agiografie sentimentali. Non solo conosceva i problemi; sapeva anche quali erano i nemici della Chiesa e come combatterli. Quando sul Piemonte, favorita dal governo di allora, si abbatté una martellante propaganda protestante Don Bosco sviluppò un vero e proprio piano di azione intellettuale per reagire a questa propaganda.
    ggi molti si fanno dettare dalla Rivoluzione l’ordine delle priorità. Anche molti buoni cattolici pensano che l’economia sia più importante della cultura, il denaro dell’intelligenza e il materiale dello spirituale. Per questo quando parlano di San Giovanni Bosco si riferiscono quasi esclusivamente alle sue grandi opere sociali e dimenticano il suo lavoro intellettuale. Intendiamoci bene: io sono il primo ad applaudire e a riconoscere la grande importanza delle fondazioni sociali di Don Bosco, non senza insistere sul fatto che non si limitava ad aiutare materialmente i ragazzi poveri ma dava loro anche una solita base. Ma non sono d’accordo quando il riferimento alle sue opere sociali diventa esclusivo.
    Quando si esamina la sua vita si rimane colpiti da quanto tempo Don Bosco dedicava a scrivere. Non era solo l’uomo delle opere esterne; era anche – come si dice – un uomo di penna. Non è un caso che la Chiesa lo abbia nominato co-patrono della buona stampa insieme a San Francesco di Sales.
    Noi dovremmo fare uno sforzo per insistere su questo punto e per rimettere, da un certo punto di vista, le cose a posto. Applaudiamo Don Bosco come santo sociale, ma ricordiamo anche Don Bosco come apostolo della stampa e della divulgazione di idee.
    E preghiamolo perché protegga il nostro lavoro intellettuale e la stampa cattolica.
    Accorriamo anche noi a te, dopo tanti altri, per acclamarti insieme con la Chiesa, per implorare i tuoi favori e per chiedere i tuoi consigli. Ci piace sentire le tue esortazioni: "Voi che lavorate e siete onerati di pene e di fatiche, se volete trovare una fonte inesauribile di consolazione, se volete diventare felici, diventate santi. Per diventare santi, abbiamo bisogno di una sola cosa: volerlo. I santi si sono santificati ciascuno nel proprio stato. E come? Facendo bene ciò che dovevano fare". Chiedi per noi al Signore che ci faccia finalmente comprendere una lezione così semplice e così vera, ci dia la volontà sincera di metterla in pratica e ci faccia diventare santi.
    Apostolo infaticabile e pieno di zelo, sostieni i sacerdoti e i missionari. "La prima cosa che ti consiglio per diventare un santo - dicevi a Domenico Savio, il fanciullo predestinato che hai guidato alla santità - è di guadagnare anime a Dio. Poiché non vi è nulla di più santo al mondo che cooperare al bene delle anime. Gesù Cristo ha versato per esse fino all'ultima goccia del Suo Sangue". Che questo zelo bruci tutti i fedeli, poiché tutti sono chiamati in un modo o nell'altro a cooperare all'opera della Redenzione.
    Non solo ai giovani, ma a noi tutti insegna a frequentare i sacramenti della Penitenza e dell'Eucarestia per custodire la nostra anima monda dai peccati. Insegnaci a ricorrere spesso a Maria Ausiliatrice, la cui intercessione onnipotente ti ha fatto operare prodigi e moltiplicare i miracoli. La sua preghiera ci aiuterà a seguire i tuoi esempi, a restar fedeli alle lezioni di Betlemme e di Nazareth, a conservare come te una fiducia infantile nella divina Provvidenza e a vivere solo per lodare la gloria di Dio e rendergli una perenne azione di grazie (Secreta e Postcommunio della Messa). Infine, essa ci presenterà insieme con il suo Figliuolo al Padre celeste in cielo dove, sul punto di morte, tu davi "appuntamento a tutti".
    Sto combattendo la Buona Battaglia, sto proseguendo la Corsa, sto tentando di conservare la Fede

    Sono un clandestino nel Regno dei Cieli

  7. #1017
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    Predefinito Rif: La Voce dei Padri e dei Dottori II

    “Prevenire, non reprimere”
    "Fede e fiducia in Dio, sempre!"
    "State allegri, ma non fate peccati"
    "Il demonio ha paura della gente allegra"
    "Tutto passa: ciò che non è eterno è niente!"
    “Bisogna formare...buoni cristiani ed onesti cittadini”
    "Chi prega si occupa della cosa più importante di tutte"
    "Vivete in modo da porter fare la Comunione tutti i giorni"
    “Bisogna...darsi a Dio per tempo...darsi totalmente e senza riserve a Dio”
    "Tutti hanno bisogno della Comunione: i buoni per mantenersi buoni e i cattivi per farsi buoni."
    "Se vuoi farti buono, pratica queste tre cose e tutto andrà bene: allegria, studio, pietà. È questo il grande programma, il quale praticando, tu potrai vivere felice, e fare molto bene all'anima tua e agli altri."
    "Vi è un metodo sicuro per essere buoni educatori, ed è quello di essere santi"
    "Tenete a memoria, che la solita parola che usa il demonio quando vuole spingerci al male è: Oh! è niente!"
    "Tenete a memoria, che la solita parola equivoca considerata inoqua può portare ad un comportamento scorretto."
    "L'orazione al sacerdote è come l'acqua al pesce, l'aria all'uccello, la fonte al cervo."
    "Il più grande dono che Dio possa fare ad una famiglia è un figlio sacerdote."
    "Amo tanto questi poveri piccoli, e darei volentieri ad essi anche il mio cuore"
    "Hai un'anima sola: salvata, tutto è salvato; perduta, tutto è perduto per sempre."
    "Con le opere di carità ci chiudiamo le porte dell'inferno e ci apriamo il paradiso."
    "Decido di...mettere la salvezza eterna al di sopra di tutto, a considerarla come l'unica cosa veramente importante"
    "Il migliore consiglio è di fare bene quanto possiamo e poi non aspettarci la ricompensa dal mondo ma da Dio solo."
    "Guai a chi lavora aspettando le lodi del mondo: il mondo è un cattivo pagatore e paga sempre con l'ingratitudine"
    "Io sono col Papa, sono cattolico, obbedisco il Papa ciecamente... Se vogliamo essere cattolici, dobbiamo pensare e credere come pensa il Papa"
    "Ricordatevi, che ogni cristiano è tenuto di mostrarsi edificante e propositivo verso il prossimo, e che nessuna predica è più edificante e vera del buon esempio."
    "Occupare rigorosamente il tempo. Patire, fare, umiliarsi in tutto e sempre quando si tratta di salvare le anime. La carità e la dolcezza di San Francesco di Sales mi guideranno in ogni cosa"
    "Un prete o in paradiso o all'inferno non va mai solo: vanno sempre con lui un gran numero di anime, o salvate col suo santo ministero e col suo buon esempio, o perdute con la sua negligenza nell'adempimento dei propri doveri e col suo cattivo esempio"
    "Se ti piace vivere bene, come è giusto che sia e vivere bene è un dovere per ogni uomo, così anche è un dovere intrattenersi con Dio perchè, come dice Sant'Agostino: Chi ha imparato a ben pregare, ha imparato a ben vivere! "
    "Voi che lavorate e siete onerati di pene e di fatiche, se volete trovare una fonte inesauribile di consolazione, se volete diventare felici, diventate santi. Per diventare santi, abbiamo bisogno di una sola cosa: volerlo. I santi si sono santificati ciascuno nel proprio stato. E come? Facendo bene ciò che dovevano fare"
    "Quando preghi osserva un ordine di richieste: domanda in primo luogo i beni spirituali, il perdono dei peccati, la luce per conoscere la volontà di Dio, la forza per manternerti nella sua grazia ; poi chiedi la salute fisica, la benedizione sulla tua famiglia, l'allontanamento delle disgrazie e la sicurezza di un lavoro...allora vedrai i miracoli"
    "Il dogma va predicato. Esso è la sostanza della nostra Religione, quindi è necessario che i fedeli ne siano istruiti e lo conoscano: esso ha relazione intima colla morale. Il dogma va predicato: 1) perché esso è la parte più nobile e vitale della religione; 2) il dogma è il segno, il carattere con cui il fedele si distingue dall’infedele; 3) il dogma è germe delle virtù soprannaturali; 4) il dogma è la materia della nostra fede: perché “fides est sperandarum substantia rerum”, dice san Paolo, “non apparentium”; e deve essere noto ai fedeli, affinché possa essere esercitata la loro fede; 5) il dogma dimostra la relazione che passa tra le verità naturali e le soprannaturali. Supera la forza della ragione, ma non è mai contrario a questa. Vi è tal nesso tra le verità dogmatiche, che negata una logicamente si dovrebbero negare tutte. 6) Il dogma va predicato, perché nutrisce l’umiltà che è il fondamento della vita morale. É la sottomissione dell’intelligenza a Dio rivelatore e alla Chiesa docente."
    "Maria non fa le cose solo per metà."
    "È quasi impossibile andare a Gesù se non ci si va per mezzo di Maria."
    "Io voglio che usiate due ali spirituali: la devozione alla Madonna e la devozione all'Eucaristia. Con queste due ali non tarderete a sollevarvi verso il cielo."
    "Oh! se gli uomini potessero essere persuasi qual contento arrechi in punto di morte essere stati divoti di Maria, tutti a gara cercherebbero nuovi modi con cui offrirle speciali onori. Sarà pur dessa, che col suo figlio tra le braccia formerà la nostra difesa contro il nemico dell’anima nostra all’ora estrema; s’armi pure tutto contro di noi l’inferno, con Maria in nostra difesa, nostra sarà la vittoria. Guardati però dall’essere di quei tali, che per recitare a Maria qualche preghiera, per offrirle qualche mortificazione credono di essere da lei protetti, mentre conducono una vita tutta libera e scostumata"
    "Al pensier di Dio presente
    fa’ che il labbro, il cuor, la mente
    di virtù seguan la via
    o gran Vergine Maria."
    "O Maria, Vergine potente,
    Tu grande e illustre difesa della Chiesa,
    Tu aiuto mirabile dei cristiani,
    Tu terribile come esercito schierato in battaglia,
    Tu che hai distrutto da sola tutte le eresie del mondo,
    Tu nelle angustie, nelle lotte, nelle necessità,
    Difendici dal nemico e nell’ora della morte,
    Accoglici in Paradiso. Amen."
    (San Giovanni Bosco)

    "Toglimi tutto, ma dammi le anime"
    (motto di San Giovanni Bosco)

    "Io sono stato un semplice strumento...È la Madonna Ausiliatrice che ha fatto tutto"
    (San Giovanni Bosco su sè stesso)

    "Aspetto tutti i miei giovani in Paradiso"
    "Ho promesso a Dio che fin l'ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani"
    (ultime parole di San Giovanni Bosco)

    "La prima cosa che ti consiglio per diventare un santo è di guadagnare anime a Dio. Poiché non vi è nulla di più santo al mondo che cooperare al bene delle anime. Gesù Cristo ha versato per esse fino all'ultima goccia del suo sangue"
    (San Giovanni Bosco a San Domenico Savio)

    “-Qual'è la cosa che ti ha consolato di più nel momento estremo della morte? -Quale ti pare possa essere? -Forse l'avere conservata la bella virtù della purezza? -Eh no! Non è questo solo. -Forse ti rallegrò avere la coscienza tranquilla? -E' già una buona cosa; ma non è ancora la migliore. -Sarà stato dunque tuo conforto la speranza del Paradiso? ...Sarà l'aver fatto opere buone? -No, no!... Ciò che più mi confortò in punto di morte fu l'assistenza della potente ed amabile Madre del Salvatore, Maria Santissima. E questo dillo ai tuoi giovani! Che non dimentichino di pregarla finché sono in vita!”
    (dialogo tra San Giovanni Bosco e San Domenico Savio dopo la sua morte)

    "La famiglia di chi ruba a Dio è tribolata e non arriva alla quarta generazione"
    (San Giovanni Bosco sulle leggi anticattoliche dei Savoia)

    "-Che cosa pensi di questo sogno? -Mi pare che la nave del Papa sia la Chiesa, le navi gli uomini, il mare il mondo. Quelli che difendono la grande nave sono i buoni, affezionati alla Chiesa; gli altri, i suoi nemici che la combattono con ogni sorta di armi. Le due colonne di salvezza mi sembra che siano la devozione a Maria Santissima e al Santissimo Sacramento dell'Eucaristia. - Hai detto bene; bisogna soltanto correggere una espressione. Le navi dei nemici sono le persecuzioni. Si preparano gravissimi travagli per la Chiesa. Quello che finora fu, è quasi nulla rispetto a quello che deve accadere. Due soli mezzi restano per salvarsi fra tanto scompiglio: Devozione a Maria Santissima, frequente Comunione"
    (dialogo tra San Giovanni Bosco e il Beato Michele Rua sul sogno del 1862)

    "A 9 anni ho fatto un sogno. Mi pareva di essere vicino a casa, in un cortile molto vasto, dove si divertiva una gran quantità di ragazzi. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, mi slanciai in mezzo a loro. Cercai di farli tacere usando pugni e parole.
    In quel momento apparve un uomo maestoso, vestito nobilmente. Un manto bianco gli copriva tutta la persona. La sua faccia era così luminosa che non riuscivo a fissarla. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di mettermi a capo di quei ragazzi. Aggiunse: «Dovrai farteli amici non con le percosse ma con la mansuetudine e la carità. Su, parla, spiegagli che il peccato è una cosa cattiva e che l'amicizia con il Signore è un bene prezioso». Confuso e spaventato risposi che io ero un ragazzo povero e ignorante, che non ero capace di parlare di religione a quei monelli.
    In quel momento i ragazzi cessarono le risse, gli schiamazzi e le bestemmie, e si raccolsero tutti intorno a colui che parlava. Quasi senza sapere cosa facessi gli domandai: «Chi siete voi, che mi comandate cose impossibili?» «Proprio perché queste cose ti sembrano impossibili – rispose - dovrai renderle possibili con l'obbedienza e acquistando la scienza». «Come potrò acquistare la scienza?» «Io ti darò la maestra. Sotto la sua guida si diventa sapienti, ma senza di lei anche chi è sapiente diventa un povero ignorante.» «Ma chi siete voi?» «Io sono il figlio di colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno.» «La mamma mi dice sempre di non stare con quelli che non conosco, senza il suo permesso. Perciò ditemi il vostro nome.» «Il mio nome domandalo a mia madre.»
    In quel momento ho visto vicino a lui una donna maestosa, vestita di un manto che risplendeva da tutte le parti, come se in ogni punto ci fosse una stella luminosissima. Vedendomi sempre più confuso, mi fece cenno di andarle vicino, mi prese con bontà per mano e mi disse: «Guarda» Guardai e mi accorsi che quei ragazzi erano tutti scomparsi. Al loro posto c'era una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali. La donna maestosa mi disse: «Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Cresci umile, forte e robusto, e ciò che adesso vedrai succedere a questi animali, tu lo dovrai fare per i miei figli.» Guardai ancora, ed ecco che al posto di animali feroci comparvero altrettanti agnelli mansueti, che saltellavano, correvano, belavano, facevano festa attorno a quell'uomo e a quella signora. A quel punto nel sogno mi misi a piangere. Dissi a quella signora che non capivo tutte quelle cose. Allora mi pose una mano sul capo e mi disse: «A suo tempo, tutto comprenderai.»
    Aveva appena detto queste parole che un rumore mi svegliò. Ogni cosa era scomparsa.
    Io rimasi sbalordito. Mi sembrava di avere le mani che facevano male per i pugni che avevo dato, che la faccia mi bruciasse per gli schiaffi ricevuti. Al mattino ho subito raccontato il sogno, prima ai fratelli che si misero a ridere, poi alla mamma e alla nonna. Ognuno diede la sua interpretazione. Giuseppe disse: «Diventerai un pecoraio.» Mia madre: «Chissà che non abbia a diventare prete.» Antonio malignò: «Sarai un capo di briganti.» L'ultima parola la disse la nonna, che non sapeva né leggere né scrivere: «Non bisogna credere ai sogni.» Io ero del parere della nonna. Tuttavia quel sogno non riuscii più a togliermelo dalla mente."
    "Il 12 ottobre 1844 era sabato. Il giorno dopo dovevo comunicare ai ragazzi che il nostro Oratorio si trasferiva nella periferia di Valdocco. Ma non sapevo dove li avrei radunati, come sarebbero stati accolti, chi mi avrebbe seguito e chi no. Quell'incertezza mi preoccupava. Alla sera andai a letto con il cuore inquieto.
    In quella notte feci un nuovo sogno, che mi sembrò la continuazione di quello fatto ai Becchi quando avevo nove anni. In sogno mi trovai in mezzo a un esercito di lupi, di capre e capretti, di agnelli, pecore, arieti, cani, uccelli. Tutti insieme facevano un rumore, o meglio uno schiamazzo così terribile da far spavento ai più coraggiosi. Io volevo fuggire, ma una signora vestita come una pastorella mi invitò ad accompagnare quello strano gregge, mentre essa lo precedeva. Girovagando ci recammo in luoghi diversi, e ci fermammo tre volte. Ad ogni fermata molti di quegli animali si trasformavano in agnelli, così che il numero di questi animali mansueti aumentava sempre più. Dopo molto cammino mi sono trovato in un prato, dove gli animali saltellavano e brucavano l'erba insieme, senza nemmeno tentare di farsi del male a vicenda.
    Ero molto stanco e volevo sedermi ai bordi di una strada, ma la signora mi invitò a continuare il cammino.
    Percorso un ultimo, breve tratto, eccoci in un vasto cortile. Aveva tutto intorno un porticato, e all'estremità una chiesa. Il numero degli agnelli divenne grandissimo. Sopraggiunsero parecchi pastori per custodirli. Ma si fermavano poco, presto se ne andavano. Allora successe una meraviglia: molti agnelli si mutavano in piccoli pastori, che crescendo si prendevano cura del gregge. I piccoli pastori diventavano sempre più numerosi. Allora si divisero in gruppi diversi, e andavano in altri luoghi, a raccogliere altri strani animali e a guidarli in luoghi sicuri.
    Volevo andarmene, ma la signora mi invitò a guardare verso sud. Vidi un campo seminato a granturco, patate, cavoli, barbabietole, lattughe ed erbe varie. « Guarda un'altra volta », mi disse. Guardai di nuovo e vidi una chiesa alta e stupenda. C'era un'orchestra che stava per suonare, un coro che stava per cantare, e io ero invitato per cominciare la Messa. All'interno della chiesa correva una fascia bianca su cui, a caratteri enormi, stava scritto: Questa mia casa. Di qui uscirà la mia gloria. Nel sogno domandai alla signora dove mi trovavo, che cosa era tutto quel camminare, quelle fermate, e cos'erano quella casa, la prima chiesa, e la seconda chiesa. Mi rispose: - Comprenderai tutto quando vedrai con gli occhi del tuo corpo quello che oggi vedi con gli occhi della mente.
    Io però credevo di essere sveglio, e dissi: - Vedo già adesso con gli occhi del mio corpo, e vedo chiaro. So dove vado e quello che faccio.
    In quel momento suonò la campana dell'Ave Maria sul campanile di San Francesco, e mi svegliai.
    Quel sogno era durato quasi tutta la notte. Vidi tanti particolari che qui non ho saputo descrivere. Allora credevo poco a ciò che avevo visto, e meno ancora capivo che cosa significasse. Ma capii tutto man mano che gli avvenimenti si verificarono. Anzi, questo sogno insieme a un altro, mi servì più tardi come programma delle mie decisioni. "
    "Figuratevi di essere con me sulla spiaggia del mare, o meglio sopra uno scoglio isolato, e di non vedere attorno a voi altro che mare. In tutta quella vasta superficie di acque si vede una moltitudine innumerevole di navi ordinate a battaglia, con le prore terminate a rostro di ferro acuto a mo' di strale. Queste navi sono armate di cannoni e cariche di fucili, di armi di ogni genere, di materie incendiarie e anche di libri. Esse si avanzano contro una nave molto più grande e alta di tutte, tentando di urtarla con il rostro, di incendiarla e di farle ogni guasto possibile.A quella maestosa nave, arredata di tutto punto, fanno scorta molte navicelle che da lei ricevono ordini ed eseguiscono evoluzioni per difendersi dalla flotta avversaria. Ma il vento è loro contrario e il mare agitato sembra favorire i nemici.In mezzo all'immensa distesa del mare si elevano dalle onde due robuste colonne, altissime, poco distanti l'una dall'altra. Sopra di una vi è la statua della Vergine Immacolata, ai cui piedi pende un largo cartello con questa iscrizione: "Auxilium Christianorum"; sull'altra, che è molto più alta e grossa, sta un'Ostia di grandezza proporzionata alla colonna, e sotto un altro cartello con le parole: "Salus Credentium".Il comandante supremo della grande nave, che è il Romano Pontefice, vedendo il furore dei nemici e il mal partito nel quale si trovano i suoi fedeli, convoca intorno a sé i piloti delle navi secondarie per tenere consiglio e decidere sul da farsi. Tutti i piloti salgono e si adunano intorno al Papa. Tengono consesso, ma infuriando sempre più la tempesta, sono rimandati a governare le proprie navi.Fattasi un po' di bonaccia, il Papa raduna intorno a sé i piloti per la seconda volta, mentre la nave capitana segue il suo corso. Ma la burrasca ritorna spaventosa.Il Papa sta al timone e tutti i suoi sforzi sono diretti a portare la nave in mezzo a quelle due colonne, dalla sommità delle quali tutto intorno pendono molte ancore e grossi ganci attaccati a catene.Le navi nemiche tentano di assalirla e farla sommergere: le une con gli scritti, con i libri, con materie incendiarie, che cercano di gettare a bordo; le altre con i cannoni, con i fucili, con i rostri. Il combattimento si fa sempre più accanito; ma inutili riescono i loro sforzi: la grande nave procede sicura e franca nel suo cammino. Avviene talvolta che, percossa da formidabili colpi, riporta nei suoi fianchi larga e profonda fessura, ma subito spira un soffio dalle due colonne e le falle si richiudono e i fori si otturano.Frattanto i cannoni degli assalitori scoppiano, i fucili e ogni altra arma si spezzano, molte navi si sconquassano e si sprofondano nel mare. Allora i nemici, furibondi, prendono a combattere ad armi corte: con le mani, con i pugni e con le bestemmie.
    A un tratto il Papa, colpito gravemente, cade. Subito è soccorso, ma cade una seconda volta e muore. Un grido di vittoria e di gioia risuona tra i nemici; sulle loro navi si scorge un indicibile tripudio. Senonché, appena morto il Papa, un altro Papa sottentra al suo posto. I piloti radunati lo hanno eletto così rapidamente che la notizia della morte del Papa giunge con la notizia della elezione del suo successore. Gli avversari cominciano a perdersi di coraggio.
    Il nuovo Papa, superando ogni ostacolo, guida la nave in mezzo alle due colonne, quindi con una catenella che pende dalla prora la lega a un'ancora della colonna su cui sta l'Ostia, e con un'altra catenella che pende a poppa la lega dalla parte opposta a un'altra ancora che pende dalla colonna su cui è collocata la Vergine Immacolata. Allora succede un gran rivolgimento: tutte le navi nemiche fuggono, si disperdono, si urtano, si fracassano a vicenda. Le une si affondano e cercano di affondare le altre, mentre le navi che hanno combattuto valorosamente con il Papa, vengono anch'esse a legarsi alle due colonne. Nel mare ora regna una grande calma "
    "...La vigilia dell'Epifania dell'anno corrente 1870, scomparvero gli oggetti materiali della camera e mi trovai in presenza di cose sovrannaturali. Fu cosa di brevi istanti, durante i quali io vidi molte cose. Sebbene di forma, di apparenze sensibili, tuttavia non si possono, se non con grande difficoltà, comunicare agli altri con segni esterni e sensibili. Se ne ha un'idea da quanto segue. C'è la parola di Dio, accomodata alla parola dell'uomo.
    La guerra viene del Sud; la pace viene dal Nord.
    Le leggi di Francia non riconoscono piú il Creatore, ma il Creatore si farà conoscere e la visiterà per tre volte con la verga del suo furore. La prima volta, Egli abbatterà la sua superbia con le sconfitte, con il saccheggio e con la strage dei raccolti, degli animali e degli uomini. La seconda volta, la grande prostituta di Babilonia, quella che i buoni chiamano il "Postribolo d'Europa", sarà privata del capo, in preda a disordini! Parigi… Parigi! Invece di armarti nel nome del Signore, tu ti circondi di case di immoralità! Ma esse saranno distrutte da te stessa! L'idolo tuo, il Panteon, sarà incenerito, affinché si avveri che mentita est iniquitas sibi (l'iniquità ha mentito a sé stessa). I tuoi nemici ti metteranno nelle angustie, nella fame, nello spavento e nell'abominio delle nazioni. Ma guai a te se non riconoscerai la mano di chi ti percuote! Io voglio punire l'immoralità, l'abbandono, il disprezzo della mia legge! La terza volta, tu cadrai in mano straniera: i tuoi nemici vedranno da lontano i tuoi palazzi in fiamme, le tue abitazioni divenute un mucchio di rovine, bagnate dal sangue dei tuoi prodi che non sono piú! Ma ecco un gran guerriero dal Nord che tiene, nella sua mano destra, uno stendardo sul quale è scritto: "Irresistibile mano del Signore!".
    In quell'istante il venerabile Vegliardo del Lazio gli andò incontro, sventolando una fiaccola ardentissima. Allora, lo stendardo si dilatò, e di nero che era divenne bianco come la neve. Nel mezzo dello stendardo, in lettere d'oro, stava scritto il nome di Colui che tutto può! Il guerriero e i suoi si inchinarono, profondamente, davanti al Vegliardo, e si strinsero le mani.
    Ora la voce del Cielo è per il Pastore dei pastori: Tu e i tuoi assessori, sei nella grande riunione, ma il nemico del bene non si dà un attimo di pace; egli studia e pratica ogni articolo contro di te. Egli seminerà discordia tra i tuoi assessori, susciterà nemici tra i miei figli. Le potenze del secolo vomiteranno fuoco e vorranno spegnere le parola dei guardiani della mia legge. Ma questo non avverrà! Faranno del male, sí, ma lo faranno a sé stessi. Tu, affrettati! Se le difficoltà perdureranno, vengano stroncate! Se tu ti troverai in difficoltà, non arrestarti, ma continua finché non verrà troncato il capo dell'idra dell'errore. Questo colpo farà tremare la terra e l'inferno, ma il mondo verrà assicurato e i tuoi buoni esulteranno. Tienti attorno a te anche solo due assessori, ma ovunque tu andrai, continua e termina l'opera che ti fu affidata. I giorni corrono veloci, i tuoi anni avanzano verso la tua ora segnata, ma la grande regina sarà sempre il tuo aiuto e, come per il passato, cosí per l'avvenire sarà sempre magnum et singulare in Ecclesia præsidium (grande e singolare difesa della Chiesa)!
    Ma tu Italia, terra di benedizioni, chi ti ha immersa nella desolazione? Non dire: nemici, ma gli amici. Non senti che i tuoi figli domandano il pane della Fede e non trovano chi loro lo spezzi? Che farò?… Io picchierò i pastori, Io disperderò il gregge, affinché coloro che siedono sulla cattedra di Mosè cerchino dei buoni pascoli e il gregge ascolti docile e si nutra.
    Ma sopra il gregge e sopra i pastori peserà la mia mano: la carestia, la pestilenza e la guerra faranno sí che le madri dovranno piangere il sangue dei figli e dei mariti, morti su terra nemica!
    E di te Roma, che sarà?… Roma ingrata, Roma effeminata, Roma superba!… Tu sei giunta a tale che non cerchi altri, né altro ammiri nel tuo Sovrano se non il lusso, dimenticando che la tua e la sua gloria sta nel Golgota!… Ora egli è vecchio, cadente, inerme, spogliato; però con la sua sola parola, egli fa tremare il mondo!
    Roma!… Io verrò quattro volte a te!… La prima volta, percuoterò le tue terre e gli abitanti di esse. La seconda volta, porterò la strage e lo sterminio fino alle tue mura. La terza volta, abbatterò le difese e i difensori, e per comando del Padre installerò il regno del terrore, dello spavento e della desolazione!
    Ma i miei saggi fuggono, la mia legge è calpestata… perciò io ritornerò per la quarta volta. E allora guai a te se la mia legge sarà ancora un nome vano! Vi saranno prevaricazioni tra i dotti e gli ignoranti; e il tuo sangue e quello dei tuoi figli laveranno le macchie che tu fai alle leggi del tuo Dio. La guerra, la peste, la fame sono i flagelli con cui sarà percossa la superbia e la malizia degli uomini. Dove saranno, allora, o ricchi, le vostre magnificenze, le vostre ville, i vostri palazzi?… Saranno diventati la spazzatura delle piazze e delle strade!
    E voi, sacerdoti, perché non correte a piangere, tra il vestibolo e l'altare, invocando la sospensione dei flagelli? Perché non prendete lo scudo della Fede e non andate sopra i tetti, nelle case, nelle vie, sulle piazze, in ogni luogo, anche inaccessibile, a portare il seme della mia parola? Ignorate, forse, che essa è la terribile spada a due tagli che abbatte i miei nemici e che infrange l'ira di Dio e degli uomini?
    Queste cose dovranno inesorabilmente venire, l'una dopo l'altra. Ma l'augusta Regina del Cielo è presente. La potenza del Signore è nelle sue mani. Ella disperde i suoi nemici come nebbia! Ella riveste il venerando vecchio di tutti i suoi antichi paramenti!
    …Arriverà ancora un violento uragano. L'iniquità è consumata; il peccato avrà fine e, prima che trascorrano due pleniluni del mese dei fiori, l'iride di pace comparirà sulla terra.
    Il gran Ministro vedrà la Sposa del suo Re vestita a festa. Su tutto il mondo apparirà un sole cosí luminoso quale non fu mai dalle fiamme del Cenacolo fino ad oggi, né piú si vedrà fino all'ultimo dei giorni."
    "Era uno notte scura; le genti non potevano più discernere quale fosse la via da tenersi per ritornare ai loro paesi, quando apparve in cielo una splendissima luce che illuminava i passi dei viaggiatori come a mezzogiorno. Allora si vide una moltitudine di uomini, di donne, di fanciulli e di vecchi, di monaci, di monache e di sacerdoti con alla testa il sommo Pontefice uscir dal Vaticano e schierarsi in corteo. Ma ecco un furioso temporale che, nell'oscurar la luce, sembrava iniziare una battaglia tra essa e le tenebre. Intanto si giunse a una piazza coperta di morti e di feriti; alcuni di costoro chiedevano conforto, mentre le file della processione si diradavano assai. Dopo aver camminato per uno spazio corrispondente a duecento levate di sole, ognuno si accorse che non si trovava più a Roma. Lo sgomento invase l'animo di tutti e ognuno si raccolse d'intorno al Pontefice per tutelarne la persona e assisterlo. In quel momento, si videro due angoli che presentavano al Papa uno stendardo dicendogli: - Ricevi il vessillo di Colei che combatte e disperde i più forti eserciti della terra. I tuoi nemici sono scomparsi, i tuoi figli con lacrime e sospiri invocano il tuo ritorno!
    Sullo stendardo stava scritto: Regina concepita senza peccato e sull'altra parte si leggeva: Ausiliatrice dei cristiani.
    Il Pontefice afferrò con gioia lo stendardo, ma nell'osservare il piccolo numero di quanti erano rimasti d'intorno a sé, divenne afflittissimo. I due Angeli soggiunsero: - Va' tosto a consolare i tuoi figli. Scrivi ai tuoi fratelli, dispersi per le varie parti del mondo, che occorre una riforma nei costumi. Ciò non si può ottenere che spezzando ai popoli il pane della divina parola. Catechizzate i fanciulli; predicate il distacco dalle cose della terra! E' venuto il tempo, in cui i popoli saranno evangelizzati dai popoli. I leviti saranno cercati tra la zappa, la vanga e il martello, affinché si compiano le parole di Davide: Ho sollevato il povero della terra per collocarlo sul trono dei prìncipi del suo popolo.
    Udito ciò, il Pontefice si mosse e le file della processione cominciarono a ingrossarsi. Quando poi pose piede alla santa Città, si mise a piangere per la desolazione in cui erano i cittadini, di cui molti non erano più. Rientrato quindi a San Pietro, intonò il Te deum, al quale rispose un coro di Angeli che cantavano: Gloria a Dio in Cielo e sulla terra pace alle genti di buona volontà.
    Terminato il canto, cessò affatto l'oscurità e irradiò un fulgidissimo sole. Le città, i paesi e le campagne erano assai diminuiti di popolazione; la terra era pésta come da un uragano, da un acquazzone e dalla grandine, e le persone andavano una verso l'altra e dicevano: V'è Iddio in Israele!.
    Dall'inizio dell'esilio fino al canto del Te Deum, il sole si levò duecento volte. Tutto il tempo, che passò nel compimento di questi avvenimenti, corrisponde a quattrocento.
    La persona, che comunicò queste notizie, è la stessa che aveva predetto gli avvenimenti della Francia un anno prima e che si avverarono alla lettera. Su molte località si leggevano quelle predizioni che si avverarono giorno per giorno, come se fossero scritte su di un quotidiano dopo i fatti. Secondo la stessa persona, la Francia, la Spagna, l'Austria e una potenza della Germania sarebbero scelte dalla Provvidenza a impedire lo sfasciamento sociale e darebbero pace alla Chiesa da tanto tempo e in parecchi modi combattuta."
    "Ricordatevi che l'educazione è cosa di cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l'arte, e ce ne dà in mano le chiavi."
    "I due sostegni più forti a reggervi e camminare per la strada del Cielo sono i Sacramenti della Confessione e Comunione. Perciò riguardate come gran nemico dell'anima vostra chiunque cerca di allontanarvi da queste due pratiche di nostra santa religione."
    "Non mandate al domani il bene che potete fare oggi, perché forse domani non avrete più tempo. "
    "L'essere buono non consiste nel non commettere mancanza alcuna: oh no! Purtroppo tutti siamo soggetti a commetterne. L'essere buono consiste in ciò: nello aver volontà di emendarsi."
    "Il migliore consiglio si è di fare bene quanto possiamo e poi non aspettarci la mercede dal mondo, ma da Dio solo."
    "Tutti dobbiamo portare la croce come Gesù, e la nostra croce sono le sofferenze che tutti incontriamo nella vita!"
    "È una vera festa per Don Bosco il poter prendere cura delle anime dei suoi giovani."
    "Quando si tratta di qualche cosa che riguarda la grande causa del bene, Don Bosco vuol essere sempre all'avanguardia del progresso."
    "Maria...Chiamatela Ausiliatrice. Essa gode tanto nel prestarci aiuto”
    “Tutte le nostre cose più grandi ebbero principio e compimento nel giorno dell’Immacolata”
    “Maria porta gli uomini a...imparare a vedere l’amore in quelle cose che a loro naturalmente piacciono poco, come sono la disciplina, lo studio, la mortificazione di se stessi, e a fare queste cose con amore”
    “Oh, se io potessi un poco mettere in voi questo grande amore a Maria e a Gesù Sacramentato, quanto sarei fortunato! Vedete, dirò uno sproposito, ma non importa niente. Sarei disposto per ottenere questo a strisciare con la lingua per terra di qui fino a Superga. È uno sproposito, ma io sarei disposto a farlo. La mia lingua andrebbe a pezzi; ma non importa niente: io allora avrei tanti giovani santi”
    (San Giovanni Bosco, "Memorie")

    "Se vogliamo farci vedere amici del vero bene dei nostri allievi, e obbligarli a fare il loro dovere, bisogna che voi non dimentichiate mai che rappresentate i genitori di questa cara gioventù, che fu sempre tenero oggetto delle mie occupazioni, dei miei studi, del mio ministero sacerdotale, e della nostra Congregazione salesiana. Se perciò sarete veri padri dei vostri allievi, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore; e non veniate mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia, e solo alla maniera di chi vi si adatta per forza e per compiere un dovere.
    Quante volte, miei cari figliuoli, nella mia lunga carriera ho dovuto persuadermi di questa grande verità! E’ certo più facile irritarsi che pazientare: minacciare un fanciullo che persuaderlo: direi ancora che è più comodo alla nostra impazienza e alla nostra superbia castigare quelli che resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità. La carità che vi raccomando è quella che adoperava San Paolo verso i fedeli di fresco convertiti alla religione del Signore, e che sovente lo facevano piangere e supplicare quando se li vedeva meno docili e corrispondenti al suo zelo.
    Difficilmente quando si castiga si conserva quella calma, che è necessaria per allontanare ogni dubbio che si opera per far sentire la propria autorità, o sfogare la propria passione.
    Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi al loro servizio, come Gesù che venne a ubbidire e non a comandare, vergognandoci di ciò che potesse aver l’aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere. Così faceva Gesù con i suoi apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poca fedeltà, e col trattare i peccatori con una dimestichezza e familiarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi scandalo, e in molti la Santa speranza di ottenere il perdono da Dio. Egli ci disse perciò di imparare da lui ad essere mansueti e umili di cuore (Mt 11,29).
    Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto. Non agitazione dell’animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l’avvenire, e allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione.
    In certi momenti molto gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall’altra parte non arrecano vantaggio a chi le merita.
    Ricordatevi che l’educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi.
    Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere, del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori e unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell’educazione della gioventù."
    (San Giovanni Bosco, "Lettere")

    "La sottrazione di benevolenza è un castigo che eccita l'emulazione"
    "Uno sguardo non amorevole sopra taluni produce maggior effetto che non farebbe uno schiaffo."
    “La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di San Paolo che dice: Charitas benigna est, patiens est; omnia suffert, omnia sperat, omnia sustinet. La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo. Perciò soltanto il cristiano può con successo applicare il sistema Preventivo. Ragione e Religione sono gli strumenti di cui deve costantemente far uso l’educatore, insegnarli, egli stesso praticarli se vuol essere ubbidito ed ottenere il suo fine”
    "Il percuotere in qualunque modo, il mettere in ginocchio con posizione dolorosa, il tirar le orecchie ed altri castighi simili si devono assolutamente evitare, perché sono proibiti dalle leggi civili, irritano grandemente i giovani ed avviliscono l'educatore."
    "La frequente Confessione, la frequente Comunione, la Messa quotidiana sono le colonne che devono reggere un edificio educativo, da cui si vuole tener lontana la minaccia e la sferza."
    "Non mai annoiare né obbligare i giovanetti alla frequenza dei santi sacramenti, ma porgere loro la comodità di approfittarne."
    "Quando un giovanetto sa distinguere tra pane e pane, e palesa sufficiente istruzione, non si badi più all'età e venga il Sovrano Celeste a regnare in quell'anima benedetta."
    "Si tenga lontano come la peste l'opinione di taluno che vorrebbe differire la Prima Comunione a un'età troppo inoltrata, quando per lo più il demonio ha preso possesso del cuore di un giovanetto a danno incalcolabile della sua innocenza."
    "Carissimi figlioli in Gesù Cristo
    ...desideroso di vedervi ogni giorno più crescere in zelo ed in meriti al cospetto di Dio, non lascerò di suggerirvi di quando in quando i vari mezzi che io credo migliori, onde possa riuscire sempre più fruttuoso il vostro ministero.
    Fra questi quello che io intendo caldamente raccomandarvi, per la gloria di Dio e la salute delle anime, è la diffusione dei buoni libri. Io non esito a chiamare Divino questo mezzo, poiché Dio stesso se ne giovò a rigenerazione dell'uomo. Furono i libri da Lui ispirati che portarono in tutto il mondo la retta dottrina. Esso volle che in tutte le città e in tutti i villaggi della Palestina ve ne fossero copie e che ogni sabato se ne facesse lettura nelle religiose assemblee. Sul principio questi libri furono patrimonio solamente del popolo Ebreo, ma, trasportate le tribù in cattività, nell'Asia e nella Caldea, ecco la Santa Scrittura venire tradotta in lingua siro-caldaica e tutta l'Asia centrale possederla nel proprio linguaggio. Prevalendo la potenza Greca, gli Ebrei portarono le loro colonie ili ogni angolo della terra e con esse si moltiplicarono all'infinito i Libri Santi; e i Settanta, colla loro versione, arricchirono con questi anche le biblioteche dei popoli pagani, sicché, gli oratori, i poeti. i filosofi di quei tempi attinsero dalla Bibbia non poche verità. Iddio, principalmente con i suoi scritti ispirati, preparava il mondo alla venuta del Salvatore.
    Tocca adunque a noi imitare l'opera del Celeste Padre. I libri buoni, diffusi nel popolo, sono uno dei mezzi atti a mantenere il regno del Salvatore in tante anime. I pensieri, i principi, la morale di un libro cattolico sono sostanziati dai libri e dalla tradizione Apostolica. Sono tanto più necessari in quanto che l'empietà e l'immoralità oggigiorno si attiene a quest'arma per fare strage nell'ovile di Gesù, Cristo, per condurre e per trascinare in perdizione gli incauti e i disobbedienti. Quindi è necessario opporre arma ad arma.
    Aggiungete che il libro se da un lato non ha quella forza intrinseca della quale è fornita la parola viva, da altro lato presenta vantaggi in certe circostanze anche maggiori. Il buon libro entra persino nelle case ove non può entrare il sacerdote, è tollerato anche dai cattivi come memoria e come regalo. Presentandosi non arrossisce, trascurato non s'inquieta, letto insegna verità con calma, disprezzato non si 1agna e lascia il rimorso che talora accende il desiderio di conoscere la verità: mentre esso è sempre pronto ad insegnarla.
    Talora rimane polveroso sopra un tavolino o in una biblioteca. Nessuno pensa a lui. Ma viene l'ora della solitudine, o della. mestizia, o del dolore, o della noia. o della necessità di svago o dell'ansia dell'avvenire, e questo amico fedele depone la sua polvere, apre i suoi fogli e si rinnovano le mirabili conversioni di Sant'Agostino, del Beato Colombini e di Sant'Ignazio. Cortese coi paurosi per rispetto umano si intrattiene con essi senza dare sospetto a veruno; famigliare coi buoni è sempre pronto a tenere ragionamento: va con essi in ogni istante, in ogni luogo.
    Quante anime furono salvate dai libri buoni. quante ore preservate dall'errore, quante incoraggiate nel bene. Chi dona un libro buono, non avesse altro merito che destare un pensiero di Dio, ha già acquistato un merito incomparabile presso Dio. Eppure quanto di meglio si ottiene. Un libro in una famiglia, se non è letto da colui a cui è destinato o donato, è letto dal figlio o dalla figlia, dall'amico o dal vicino. Un libro in un paese talora passa nelle mani di cento persone. Iddio solo, conosce il bene che produce un libro in una città, in una biblioteca circolante, in una società di operai, in un ospedale, donato come pegno di amicizia. Né bisogna temere che tale libro possa essere da certuni rifiutato perché buono. Al contrario, un nostro confratello. tutte le volte che a Marsiglia andava sui moli di quel porto. recava sue provviste di libri buoni da regalare ai facchini, agli artigiani, ai marinai. Or bene, questi libri furono accolti con gioia e riconoscenza, e talora erano letti subito con viva curiosità.
    Premesse queste osservazioni e omessene molte altre..., vi pongo sott'occhio le ragioni per cui dovete essere animati a procurare con tutte le forze e con tutti i mezzi la diffusione dei buoni libri non solo come Cattolici, ma specialmente come Salesiani:
    1. Fu questa una fra le precipue imprese che mi affidò la Divina Provvidenza, e voi sapete come io dovetti occuparmene coli instancabile lena, non ostante le mille altre mie occupazioni. L'odio rabbioso dei nemici del bene, le persecuzioni contro la mia persona mi mostrarono come l'errore vedesse in questi libri liti un formidabile avversario e per ragione contraria un'impresa benedetta da Dio.
    2. Infatti la mirabile diffusione di questi libri è un argomento per provare l'assistenza speciale di Dio. In meno di trent'anni sommano circa a venti milioni i fascicoli o volumi da noi sparsi tra il popolo. Se, qualche libro sarà rimasto trascurato. altri avranno avuto ciascuno un centinaio di lettori, e quindi il numero di coloro ai quali i nostri libri fecero del bene si può credere con certezza di gran lunga maggiore, del numero dei volumi pubblicati.
    3. Questa diffusione dei buoni libri è tra gli scopi principali della Congregazione, come recita il paragrafo primo delle nostre Regole di Salesiani: « Si adopereranno a diffondere buoni libri nel popolo, usando tutti quei mezzi che la carità cristiana inspira. Con le parole e cogli scritti cercheranno di porre un filtro all'empietà ed all'eresia che in tale guisa tenta di insinuarsi fra i rozzi e gli ignoranti. A questo scopo devono indirizzarsi le prediche, le quali di tratto in tratto si tengono al popolo, i tridui, le novelle e la diffusione dei buoni libri ».
    4. Perciò fra questi libri che si devono diffondere io propongo di tenerci a quelli, che hanno fama di essere buoni, morali e religiosi e si devono preferire le opere uscite dalle nostre tipografie, sia perché il vantaggio materiale che ne proverrà si muti carità col mantenimento di tanti nostri poveri giovani, sia perché le nostre pubblicazioni tendono a formare un sistema ordinato, che abbraccia su vasta scala tutte le classi che formano l'umana società. Non mi soffermo su questo punto: piuttosto con vera compiacenza vi accenno una classe sola, quella dei giovanetti, alla quale sempre ho cercato di far del bene non solo colla parola viva, ma colle stampe...Non vi dico che io abbia raggiunto il mio ideale di perfezione, vi dirò bensì che a voi tocca coordinarlo in modo, che sia completo in tutte le sue parti.
    Vi prego e vi scongiuro dunque di non trascurare questa parte importantissima della nostra missione. Incominciatela non solo fra gli stessi giovanetti che la Provvidenza vi ha affidati, ma colle vostre parole e col vostro esempio fate di questi altrettanti apostoli della diffusione dei buoni libri.
    Al principio dell'anno gli alunni, specialmente i nuovi, si accendono di entusiasmo alla proposta di queste nostre associazioni, tanto più vedendo che si tratta di corrispondere con una esigua somma. Procurate però che siano spontanee e non in qualsivoglia modo imposte le loro adesioni, e con ragionate esortazioni inducete i giovani ad associarsi, non solo in vista del bene che questi libri faranno, ad essi, ma anche riguardo al bene che con questi possono fare agli altri, mandandoli a casa di mano in mano che sono pubblicati al padre, alla madre, ai fratelli, ai benefattori. Eziandio i parenti poco praticanti la religione restano commossi a questo ricordo di un figlio, di un fratello lontano, e facilmente si inducono a leggere il libro, se non altro, per curiosità. Procurino però che queste spedizioni non prendano mai l'aspetto di predica o di lezione ai parenti. ma sempre e solo di caro dono e di affettuosa memoria. Ritornati poi a casa, col regalarli agli amici, con il prestarli ai parenti, col darli per compenso di qualche servigio, col cederli al parroco, pregando che li distribuisca, col procurare nuovi associali, si sforzino di accrescere i numeri delle loro opere buone.
    Persuadetevi, o cari miei figlioli che simili industrie attireranno su di voi e sui nostri fanciulli le benedizioni più elette del Signore."
    (San Giovanni Bosco, "Il Sistema Preventivo")

    "Mi proposi di compilare un corso di Storia sacra, che contenesse le più importanti notizie dei Libri santi e si potesse presentare a un giovanetto qualsiasi... Al fine di riuscire in questo divisamento, narrai a un numero di giovani di ogni grado, a uno a uno, i fatti principali della Sacra Bibbia, notando attentamente quale impressione facesse in loro quel racconto e quale effetto producesse di poi"
    "Il fine provvidenziale dei Sacri Libri, essendo stato di mantenere negli uomini viva la fede nel Messia promesso da Dio, dopo la colpa di Adamo, anzi tutta la Storia sacra dell’Antico Testamento potendosi dire una costante preparazione a quell’importantissimo Avvenimento, volli in modo speciale notare le promesse e le profezie che riguardano il futuro Redentore"
    "Che gli Scrittori della Storia Sacra siano stati divinamente ispirati nello scriverla, si prova: 1) dai miracoli con i quali dimostravano di essere stati eletti da Dio come vivi strumenti della Sua Parola. Dio soltanto può operare miracoli e quando una cosa è confermata dai miracoli, noi siamo assicurati dell’intervento divino, cioè di un’Autorità infallibile; 2) dalle profezie, di cui la Storia Sacra è piena, le quali si sono perfettamente avverate, poiché Dio solo può predire con certezza le cose future, che non hanno necessaria relazione con le cause naturali, né possono essere molto tempo prima conosciute dagli uomini; 3) dalla santità della dottrina, che nella Storia sacra è insegnata: santità così perfetta da non avere mai potuto gli increduli appuntarla di alcun difetto, mentre sappiamo che anche i più dotti tra gli uomini e di rette intenzioni, abbandonati a se stessi, vanno facilmente soggetti a errori; 4) dalla testimonianza di Gesù Cristo e degli Apostoli, i quali dichiararono tutta la storia dell’Antico Testamento essere stata scritta con l’assistenza speciale dello Spirito Santo; 5) dalla testimonianza che la Chiesa Cattolica diede sempre della divinità della storia tanto dell’Antico Testamento quanto del Nuovo Testamento; la quale Chiesa Cattolica, come risulta a evidenza da mille argomenti, è guardiana e maestra infallibile della Verità da Dio rivelate"
    “Caduti i nostri progenitori Adamo e Eva dallo stato di innocenza in cui furono creati da Dio, essi e i loro posteri dovettero per molti secoli gemere sotto la dura schiavitù del demonio. Né per loro vi era altro mezzo di salvezza che la Fede in quel futuro Liberatore, che la Bontà divina aveva promesso.
    Affinché poi presso gli uomini si mantenesse viva la Fede in questo Liberatore, Dio ne rinnovò più volte la promessa, indicando il tempo, il luogo e molte altre circostanze della sua venuta: cosicché tutta la storia del Vecchio Testamento si può dire una fedele preparazione del genere umano allo straordinario avvenimento della nascita di questo Messia...
    Essendo la venuta del Salvatore il dogma più importante su cui si fonda la nostra santa Religione Cattolica, riuscirà di somma utilità raccogliere qui in breve le principali profezie che lo riguardano, osservando come queste si siano avverate nella Persona di Gesù Cristo”
    “I profeti predissero: 1) l’origine, il tempo e il luogo della nascita del Messia; 2) la sua condizione e il suo carattere personale; 3) che avrebbe fatto grandi prodigi e avrebbe provato grandi contraddizioni da parte del suo popolo; 4) che i Giudei l’avrebbero messo a morte; 5) che Egli sarebbe risorto; 6) che i Giudei sarebbero stati riprovati da Dio per aver fatto morire il Messia; e che i Gentili, cioè tutte le nazioni pagane, sarebbero state chiamate alla Fede invece degli Ebrei infedeli”
    “Da ciò dobbiamo dire: 1) che realmente Dio ha promesso il Messia; 2) che i Profeti predissero moltissime cose riguardanti Lui; 3) che tutte queste cose si avverarono nella persona di Gesù Cristo; 4) che perciò Gesù Cristo è il vero Messia promesso da Dio, predetto dai profeti, nato nel tempo che tutta la terra aspettava un Riparatore; 5) che dunque in Gesù Cristo, il quale è il Salvatore mandato da Dio, dobbiamo collocare tutta la nostra Fede e tutta la speranza della nostra salvezza”
    (San Giovanni Bosco, "La storia sacra")

    "Maria...Se sarete Suoi devoti, oltre a colmarvi di benedizioni in questo mondo, avrete il Paradiso nell’altra vita"
    "Un sostegno grande per voi, miei figliuoli, è la divozione a Maria Santissima ... Tre grazie in modo particolare le dovrete immediatamente chiedere, le quali sono di assoluto bisogno a tutti, ma specialmente a voi che vi trovate in giovanile età.
    La prima è quella di non commettere mai peccato mortale in vita vostra. Questa grazia voglio che pretendiate a qualunque costo dall’intercessione di Maria. Sapete che cosa voglia dire cadere in peccato mortale?
    La seconda grazia che chiedere dovrete è di conservare la santa e preziosa virtù della purità.
    Quindi nasce la necessità della terza grazia ed è quella appunto di fuggire i cattivi compagni. Felici voi, o miei figliuoli, se fuggirete la compagnia de’ malvagi"
    (San Giovanni Bosco, "Il giovane provveduto")

    "Tre cose da praticarsi in tutto il mese: 1. Fare quanto possiamo per non commettere alcun peccato nel corso di questo mese: sia esso tutto consacrato a Maria.
    2. Darsi grande sollecitudine per l’adempimento de’ doveri spirituali e temporali del nostro stato.
    3. Invitare i nostri parenti ed amici e tutti quelli che da noi dipendono a prendere parte alle pratiche di pietà che si fanno in onore di Maria nel corso del mese"
    "Ella ci ottenga da Gesù suo Divin Figliuolo la grazia di poter conoscere, amare, servire Iddio in questa vita e andarlo poi un giorno a godere eternamente in Cielo."
    "Poiché il più bell’ornamento del cristianesimo è la Madre del Salvatore, Maria Santissima, così a Voi mi rivolgo, o clementissima Vergine Maria, io sono sicuro di acquistare la grazia di Dio, il diritto al Paradiso, di riacquistare insomma la perduta mia dignità, se Voi pregherete per me: Auxilium christianorum, ora pro nobis"
    (San Giovanni Bosco, "Il mese di maggio consacrato a Maria Santissima Immacolata ad uso del popolo")

    "È la stessa Chiesa Cattolica che è assalita. È assalita nelle sue funzioni, nelle sacre sue istituzioni, nel suo Capo, nella sua dottrina, nella sua disciplina: è assalita come Chiesa Cattolica, come centro della verità, come maestra di tutti i fedeli"
    (San Giovanni Bosco, "Maraviglie della Madre di Dio invocata sotto il titolo di Maria Ausiliatrice")
    Sto combattendo la Buona Battaglia, sto proseguendo la Corsa, sto tentando di conservare la Fede

    Sono un clandestino nel Regno dei Cieli

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    Predefinito Rif: La Voce dei Padri e dei Dottori II

    Santi Perpetua, Felicita, Satiro, Saturnino, Revocato e Secondino di Cartagine, Martiri, + Cartagine, 7 marzo 202/203 (1° febbraio, 6 e 7 marzo)



    Martirologio Romano: Memoria delle Sante Martiri Perpetua e Felicita, arrestate a Cartagine sotto l’imperatore Settimio Severo insieme ad altre giovani catecumene. Perpetua, matrona di circa ventidue anni, era madre di un bambino ancora lattante, mentre Felicita, sua schiava, risparmiata dalle leggi in quanto incinta affinché potesse partorire, si mostrava serena davanti alle fiere, nonostante i travagli dell’imminente parto. Entrambe avanzarono dal carcere nell’anfiteatro liete in volto, come se andassero in cielo.
    Martirologio Romano: Sempre a Cartagine, nell’odierna Tunisia, passione dei Santi Satiro, Saturnino, Revocato e Secondino, dei quali, durante la medesima persecuzione, l’ultimo morì in carcere, gli altri invece, dopo essere stati straziati da varie belve, morirono sgozzati con la spada mentre si scambiavano il bacio santo.

    La festa di queste due sante eroine della fede cristiana veniva celebrata, nelle chiese loro dedicate, domani 7 marzo, giorno anniversario del loro trionfo; ma la memoria di San Tommaso d'Aquino sembrava eclissare quella delle sue due grandi Martiri africane. Avendo perciò la Santa Sede elevato la loro memoria, per la Chiesa universale, al rito doppio, prescrisse d'anticipare d'un giorno la loro solennità; così la Liturgia presenta fin da oggi all'ammirazione del lettore cristiano lo spettacolo di cui fu testimone la città di Cartagine nell'anno 202 o 203. Niente ci fa meglio comprendere il vero spirito del Vangelo secondo il quale in questi giorni dobbiamo riformare i nostri sentimenti e la nostra vita. Queste due donne, queste due madri affrontarono i più grandi sacrifici; Dio chiese loro non soltanto la vita, ma più che la vita; ed esse vi si assoggettarono con quella semplicità e magnanimità che fece d'Abramo il Padre dei credenti.
    I loro nomi, come osserva Sant'Agostino, erano un presagio della sorte che il cielo riservava loro: una perpetua felicità. L'esempio che diedero della forza cristiana è di per se stesso una vittoria che assicura il trionfo della fede di Gesù Cristo in terra d'Africa. Ancora pochi anni, e San Cipriano farà sentire la sua voce eloquente che chiama i cristiani al martirio. Dove trovare accenti più commoventi che nelle pagine scritte dalla mano della giovane donna di ventidue anni, Perpetua, la quale ci narra con una calma celestiale le prove che doveva passare prima d'arrivare a Dio, e che, sul punto d'andare all'anfiteatro, trasmise ad un altro perché completasse la sua sanguinosa tragedia?
    Leggendo queste gesta, di cui i secoli non hanno potuto alterare né fascino, né grandezza, sentiamo quasi la presenza dei nostri antenati nella fede e ammiriamo la potenza della grazia divina, che suscitò un tale coraggio dal seno stesso d'una società idolatra e corrotta; e considerando qual genere di eroi Dio usò per infrangere la formidabile resistenza del mondo pagano, non si può fare a meno di ripetere con San Giovanni Crisostomo: "A me piace tanto leggere gli Atti dei Martiri; ma ho un'attrattiva particolare per quelli che ritraggono le lotte sostenute dalle donne cristiane. Più debole è l'atleta e più gloriosa è la vittoria; infatti il nemico vede l'avvicinarsi della disfatta proprio dal lato dove aveva sempre trionfato. Per la donna egli ci vinse; ora per la donna viene abbattuto. Nelle sue mani ella fu una arma contro di noi; ora ne diviene la spada che lo trapassa. In principio la donna peccò, e quale compenso del suo peccato ebbe in eredità la morte; ora la martire muore, ma muore per non peccare più. Sedotta da promesse menzognere, la donna violò il precetto divino; ora per non violare la fedeltà al divino benefattore, la martire preferisce sacrificare la vita. Quale scusa ora avrà l'uomo per farsi perdonare la sua codardia, quando delle semplici donne mostrano un sì virile coraggio? quando, così deboli e delicate, si sono viste trionfare dell'inferiorità del loro sesso, e, fortificate dalla grazia, riportare sì gloriose vittorie"? (Omelia Su vari passi del Nuovo Testamento).
    Chiusa in carcere aspettando la morte, tiene una sorta di diario dei suoi ultimi giorni, descrivendo la prigione affollata, il tormento della calura; annota nomi di visitatori, racconta sogni e visioni degli ultimi giorni. Siamo a Cartagine, Africa del Nord, anno 203: chi scrive è la colta gentildonna Tibia Perpetua, 22 anni, sposata e madre di un bambino. Nella folla carcerata sono accanto a lei anche la più giovane Felicita, figlia di suoi servi, e in gravidanza avanzata; e tre uomini di nome Saturnino, Revocato e Secondulo. Tutti condannati a morte perché vogliono farsi cristiani e stanno terminando il periodo di formazione; la loro “professione di fede” sarà la morte nel nome di Cristo. Le annotazioni di Perpetua verranno poi raccolte nella Passione di Perpetua e Felicita, opera forse del grande Tertulliano, testimone a Cartagine. Il racconto segnala le pressioni dei parenti (ancora pagani) su Perpetua e su Felicita, che proprio in quei giorni dà alla luce un bambino. Per aver salva la vita basta “astenersi”. Ma loro non si piegano.
    Questo accade regnando l’imperatore Settimio Severo (193211), anche lui di origine africana, che è in guerra continua contro i molti nemici di Roma, e perciò vede ogni cosa in funzione dell’Impero da difendere; e tutto vorrebbe obbediente e inquadrato come l’esercito. Con i cristiani si è mostrato tollerante nei primi anni. Ma ora, in questa visione globale della disciplina, che include pure la fede religiosa, scatena una dura lotta contro il proselitismo cristiano e anche ebraico. Cioè contro chi ora vuole abbandonare i culti tradizionali. Per questo c’è la pena di morte: e morte-spettacolo, spesso, come appunto a Cartagine. Perpetua, Felicita e tutti gli altri entrano nella Chiesa col martirio che incomincia nell’arena, dove le belve attaccano e straziano i morituri. E poi c’è la decapitazione.
    Perpetua vive l’ultima ora con straordinarie prove di amore e di tranquilla dignità. Vede Felicita crollare sotto i colpi, e dolcemente la solleva, la sostiene; zanne e corna lacerano la sua veste di matrona, e lei cerca di rimetterla a posto con tranquillo rispetto di sé. Gesti che colpiscono e sconvolgono anche la folla nemica, creando momenti di commozione pietosa. Ma poi il furore di massa prevale, fino al colpo di grazia.
    Il martirio di Felicita e Perpetua avvenne il 7-3-202 nell'arena di Cartagine, mentre reggeva la provincia proconsolare d'Africa il procuratore Ilariano, per la morte del proconsole Minucio Timiniano, durante la persecuzione scatenata da Settimio Severo. Portato al trono da una rivolta militare, quest'imperatore africano, dopo una breve conciliazione di convenienza con il Senato, cominciò ad agire indipendentemente, mostrandosi tollerante con i cristiani. Tuttavia, nuove sommosse giudaiche e la crescente penetrazione dei cristiani nei ceti più elevati, lo indussero, nel 201, a vietare il formale passaggio al giudaismo mediante la circoncisione e, l'anno successivo, il passaggio al cristianesimo, di modo che la persecuzione venne a colpire in primo luogo i neobattezzati ed i catecumeni.
    Difatti, mentre Vibia Perpetua, nobildonna di ventidue anni con un figlio lattante, e Felicita, schiava, in stato di avanzata gravidanza, si preparavano a ricevere il battesimo, furono arrestate a Thuburbo minus insieme con Revocato, Saturnino e Secondulo. Qualche giorno dopo si associò ad essi anche Saturo, assente da quella località al momento del loro arresto. Egli si era volontariamente presentato alle autorità per condividere la felice sorte di coloro che aveva catechizzato. Il suo racconto e quello di Perpetua furono combinati insieme e inseriti tra un prologo (c. 1) e la descrizione finale della loro morte (capp. 14-21), forse dal contemporaneo Tertulliano. Questa Passione è stata sempre considerata una perla tra gli atti dei martiri, molto importante per conoscere le idee dei primi cristiani sul martirio.
    I cinque catecumeni ricevettero il battesimo mentre si trovavano ancora in custodia privata. In quel tempo Perpetua subì il primo assalto da parte del padre, l'unico membro della famiglia rimasto pagano. Vedendo che la figlia non consentiva ad apostatare, le si scagliò contro, quasi volesse strapparle gli occhi. Quando, insieme con gli altri, ella fu trasferita nel carcere fetido e afoso, due diaconi versarono del denaro alle guardie e le ottennero di trascorrere alcune ore del giorno nella parte più comoda della prigione, di ricevere le visite della madre e di trattenere con sé il bambino, ancora bisognoso del latte materno. Un giorno suo fratello catecumeno le disse: "Ormai sei salita ad un tale grado di dignità da poter chiedere a Dio che ti faccia sapere se saremo martirizzati o rimessi in libertà". La sorella annotò: "Io, che già sapevo di aver rivelazioni da Dio per gl'insigni favori da Lui ricevuti, piena di fede glielo promisi, dicendo: "Domani ti risponderò".
    La santa, rapita in estasi, vide una lunghissima e angusta scala sospesa nel vuoto, custodita da un enorme dragone sdraiato ai suoi piedi e cosparsa di ogni specie di armi che ne ostacolavano l'ascesa. Perpetua, col nome di Gesù sulle labbra, riuscì a calcare il dragone e a salire quella scala, che l'immise in un grandissimo giardino. Un uomo, dalla capigliatura candida, in veste da pastore, stava mungendo le pecore. "Benvenuta, figlia mia" le disse guardandola. Poi le offerse un po’ di panna rappresa di quel latte che stava mungendo. Perpetua la ricevette a mani giunte, la trangugiò e le persone, vestite di bianco, che attorniavano il pastore, esclamarono: "Amen!" Al suono di quella voce si destò con ancora in bocca un non so che di dolce. Avendo compreso di essere destinata al martirio, cominciò a distaccare il cuore dai beni di questa terra.
    Pochi giorni dopo, essendosi sparsa la voce che sarebbero comparsi in tribunale, dalla città arrivò il padre di Perpetua a supplicarla: "Abbi un po' di pietà per i miei capelli bianchi! Guarda tua zia! Guarda tua madre! Guarda tuo figlio! Abbandona questo tuo pazzo proposito!". E le baciava le mani e, piangendo, la chiamava non figlia, signora. Perpetua cercò di consolarlo dicendo: "Quando sarò portata su quel palco si farà la volontà del Signore, sappi, infatti, che non siamo più noi i padroni della nostra vita, ma Dio stesso".
    Un giorno, all'ora del pranzo, furono improvvisamente condotti via per essere interrogati dal magistrato. Al foro accorse una innumerevole folla. Nel momento in cui Perpetua stava per confessare la sua fede sul palco, giunse suo padre a supplicarla, tenendo in braccio il figlio di lei: "Abbi pietà di questo bambino!" Anche il procuratore Ilariano la esortò ad avere compassione e del padre e del frutto del suo seno, offrendo un sacrificio per la salute degli imperatori". "Non lo faccio - rispose irremovibile Perpetua - Sono cristiana!". Il padre le stava dappresso per farla rinnegare, ma Ilariano lo fece cacciare a bastonate e condannò i cristiani ad essere sbranati dalle fiere. In attesa degli spettacoli che sarebbero stati dati per celebrare l'anniversario del Cesare, Publio Settimio Geta, i cristiani furono ricondotti nel loro fetido carcere. Perpetua ebbe allora altre visioni da cui capì che suo fratello Dinocrate, morto a sette anni d'un cancro alla faccia, in virtù delle sue preghiere, aveva raggiunta la felicità del ciclo, dopo aver tanto patito il caldo e la sete.
    Pochi giorni prima dello spettacolo, i martiri furono trasferiti nel carcere castrense, dove Perpetua fu ancora una volta esortata ad apostatare dal padre che prese a strapparsi la barba e a gettarsi ai suoi piedi. L'invitta matrona ebbe un'ultima visione che le diede la certezza della sua prossima vittoria finale. Il demonio le era apparso sotto le apparenze di un egiziano dal ceffo orribile, ma i santi angeli l'aiutarono a vincerlo nella lotta.
    Anche Felicita ricevette in carcere una grazia insigne. Ella era incinta di otto mesi e temeva che, nell'imminente giorno dello spettacolo, le fosse procrastinata la condanna, in conformità alla legge che vietava di mandare al supplizio, nell'arena, le gestanti. Le dispiaceva di dover versare il suo sangue innocente in compagnia di volgari delinquenti. Anche i suoi compagni di martirio ne erano afflitti, motivo per cui, tre giorni prima dello spettacolo, con sospiri e gemiti, pregarono unanimi il Signore. Appena terminarono l'orazione, Felicita fu presa da vivissime doglie di parto. Un carceriere l'apostrofò: "O tu che soffri così duramente, che cosa farai sotto i morsi delle belve, che pure dimostri di disprezzare, ricusando di sacrificare agli idoli?" Gli rispose fidente la martire: "Ora sono sola a sopportare questi strazianti dolori; là, invece, ci sarà un altro con me che mi aiuterà a soffrire, poiché anch'io sono disposta a soffrire per lui". Una cristiana si prese cura della bambina che diede alla luce.
    La vigilia del supplizio ai condannati alle belve fu preparato un lautissimo banchetto in pubblico secondo la consuetudine.
    Al popolo, accorso curioso a vedere, essi parlarono con la solita franchezza, minacciando il giudizio di Dio, dicendosi felici di essere destinati al martirio. Di fronte a tanta fortezza d'animo numerose persone si convertirono. Quando giunse il giorno della festa si recarono all'anfiteatro trepidanti non di timore, ma di gioia. Perpetua entrò nell'arena cantando a gran voce un salmo, Revocato, Saturnino e Saturo rivolgendo pacate parole di ammonimento alla folla. Con loro grande consolazione furono, a più riprese, frustati dai carnefici disposti in fila, armati di cinghiette di cuoio a foggia di staffile. Gli uomini, legati a un palo issato su di un rialzo a mo’ di palco, furono esposti ai morsi di un leopardo e di un orso; le donne alle cornate di una furiosissima mucca. La prima ad essere afferrata e straziata fu Perpetua che ricadde supina. Ma essa, raddrizzatasi sul busto, si ricoperse con la tunica il femore, più sollecita del suo pudore che del suo dolore. Indi, raccolte le forcelle, si appuntò i capelli arruffati e scomposti. Infatti, non conveniva ad un martire, affrontare la morte con i capelli sparsi, così da sembrare in lutto pur tra la sua gloria. Si alzò allora e aiutò Felicita a fare altrettanto. Ambedue, sorreggendosi a vicenda, rimasero in piedi finché, sbollita l'ira della folla, furono condotte con gli altri nel luogo destinato al colpo di grazia.
    I martiri vollero porre fine alla loro vita scambiandosi il bacio di pace. A Perpetua, però, era riservato ancora un atroce tormento. Difatti, il ferro, mal guidato, s'impigliò fra le vertebre della sua gola facendole emettere un forte gemito. La fortissima donna guidò allora l'incerta mano dell'inetto gladiatore attraverso le sue carni. Sulla tomba di quel glorioso gruppo di eroi fu elevata la "basilica Maiorum" nella quale Sant'Agostino, vescovo d'Ippona, tenne molte omelie al popolo. Perpetua e Felicita furono ricordate anche a Roma nella Depositio Martyrum al 7 marzo e i loro nomi vennero inseriti nel canone della Messa.
    Nei Promessi sposi, il Manzoni ha chiamato Perpetua la donna di servizio in casa di don Abbondio; e il nome di quel personaggio letterario così fortemente inciso è passato poi a indicare una categoria: quella, appunto, delle “perpetue”, addette alla cura delle canoniche. Cesare Angelini, il grande studioso del Manzoni, ritiene che egli abbia tratto quel nome dal Canone latino della Messa, "dov’è allineato con quelli dell’altre donne del romanzo: Perpetua, Agnese, Lucia, Cecilia...".
    Le Lezioni di queste due Martiri narrano i tratti più salienti del loro combattimento. Vi sono inseriti frammenti del vero racconto scritto da santa Perpetua. Esso ispirerà senza dubbio a più di un lettore il desiderio di leggere per intero negli Atti dei Martiri il resto del magnifico testamento di questa eroina.
    "Sotto l'imperatore Severo, furono arrestati a Cartagine, in Africa, alcuni giovani catecumeni: Revocato e Felicita, tutti e due schiavi, e con loro Saturnino e Secondolo, e da ultimo, Vibia Perpetua, di famiglia distinta, educata con molta cura e sposata a un uomo di alta condizione. All'età di ventidue anni ella aveva ancora il padre e la madre, due fratelli, uno dei quali era, come lei, catecumeno, e un bambino al quale essa dava ancora il latte. Vibia Perpetua scrisse interamente di suo pugno la storia del suo martirio.
    Eravamo già sotto la pressione dei nostri persecutori, racconta Perpetua, e mio padre, spinto dal grande amore che mi portava, faceva ogni sforzo per scuotermi e farmi cambiare d'avviso. Padre mio, gli dissi, io non posso chiamarmi con altro nome diverso da quel che sono, cioè cristiana.
    A tale parola mio padre si slanciò contro di me e sembrava volesse cavarmi gli occhi, ma finì per dirmi soltanto delle villanie e delle ingiurie, e quindi si ritirò confuso per non aver potuto vincer la mia fermezza con tutti gli artifizi che il demonio gli aveva suggerito. Per qualche giorno non si fece più vedere da me e ne ringraziai il Signore. La sua lontananza mi era un sollievo. Durante questo breve intervallo ricevemmo il battesimo; e lo Spirito Santo, mentre io stavo nell'acqua, m'ispirò di domandare un'unica cosa: la pazienza nelle pene che avrei dovuto soffrire nel corpo.
    Pochi giorni dopo fummo condotti in prigione. All'entrare ebbi uno spavento indicibile, perché io non avevo mai visto tenebre sì orrende. Che giorni tristi! Eravamo così ammucchiati uno contro l'altro che si soffocava; per di più si era costretti a subire ad ogni momento l'insolenzà dei soldati di guardia. Ma l'angoscia più grave mi veniva dal pensiero del mio bambino, che era lontano da me. Terzo e Pomponio, i cari diaconi che avevano cura di noi, riuscirono a ottenere, profondendo del denaro, che per alcune ore lungo la giornata fossimo condotti in luogo aperto, a respirare un poco d'aria. Allora, usciti dal fondo del carcere, ciascuno poteva ristorarsi come meglio gli piaceva. Mia cura era di dare il latte al bambino, già mezzo morto per l'inedia. Con molto affetto parlai a mia madre, confortai mio fratello, e raccomandai a tutti in modo speciale l'assistenza al piccino. Ma ero in pena nel vedere i miei cari afflitti per causa mia.
    Dopo pochi giorni si diffuse la voce che saremmo stati giudicati. A tal notizia mio padre, accasciato dal dolore, corse dalla sua villetta e venne a vedermi, sperando di togliermi dal mio proposito, e mi diceva: "Figlia mia, abbi pietà dei miei capelli bianchi; abbi pietà di tuo padre, se almeno mi credi ancora degno d'essere chiamato tuo padre! Pensa a tua madre, ai tuoi fratelli, al tuo figlioletto, che senza di te non potrà vivere. Non ostinarti a questo modo, perché tu fai morire tutti, e ci mandi in rovina!".
    Così parlava mio padre nel suo amor per me, e nello stesso tempo mi baciava le mani, si gettava ai miei piedi, mi chiamava non "figlia" ma signora e padrona. A simili accenti, io sentivo pietà per lui, perché di tutta la mia famiglia era l'unico che non si sarebbe gloriato del mio martirio; lo rassicurai dicendo: "Accadrà quel che Dio vorrà: poiché non siamo noi i padroni di noi stessi, ma Dio! Ed egli se ne andò molto rattristato".
    Un giorno, durante la refezione, fummo improvvisamente chiamati per un interrogatorio. Andammo al foro. Sparsasi di ciò subito la voce, veniva agglomerandosi nei dintorni del foro una folla immensa. Montammo sul palco del tribunale. I miei compagni furono interrogati e confessarono. Quando venne il mio turno d'essere interrogata, mio padre apparve d'improvviso portando in braccio il mio figlioletto; mi trasse in disparte fuori del mio posto e in atto supplichevole mi disse: "Abbi pietà del bambino". Il procuratore Ilariano insisteva: "Abbi pietà dei capelli bianchi di tuo padre; "abbi compassione della tenera età di tuo figlio. Sacrifica alla salute degl'imperatori ". Non farò mai una cosa simile, risposi, io sono cristiana.
    Allora il giudice pronunziò la sentenza, per la quale eravamo tutti condannati alle belve: noi scendemmo festanti dal palco per andare nelle prigioni. Poiché il mio bambino era abituato a prendere il latte da me ed a restare con me nella prigione, inviai subito a richiederlo a mio padre, ma egli non volle darlo. Piacque a Dio che il bimbo non domandasse più latte, di modo che io non ebbi più alcuna preoccupazione per lui, né venni a soffrire per questo, alcuna dolorosa conseguenza.
    Fino a questo punto ho scritto io stessa il racconto; quello poi che accadrà in seguito, nel combattimento per il mio martirio, scriverà chi vorrà.
    Anche Felicita ottenne da Dio un insigne favore. Ella era otto mesi che attendeva dal Signore un bambino. Man mano che il giorno dei giochi si avvicinava la sua tristezza aumentava, perché temeva che il suo stato di madre facesse rimandare il martirio ad altra epoca: la legge infatti proibiva di giustiziare a questo modo le madri. I suoi compagni di martirio non erano meno rattristati di lei, al pensiero d'abbandonare, sola, sul cammino della speranza e del bene che essi avrebbero posseduto così dolce amica e sorella. Perciò tutti si unirono in una sola preghiera in favore di Felicita. E tre giorni prima dei giochi, ella ebbe la grazia d'una bambina. Ai gemiti di lei nell'oscura prigione un carceriere disse: "Se tu in questo momento non sei capace di sopportare il dolore, che accadrà quando sarai di fronte alle bestie, che tu hai mostrato or ora di disprezzare e di non temere quando hai rifiutato di sacrificare?". Felicita rispose: "Adesso a soffrire sono io sola, ma allora ci sarà un Altro in me, che patirà per me, perché anch'io patirò per lui". La bambina di Felicita fu adottata da una cristiana.
    Spuntò finalmente il giorno del trionfo. Camminavano i martiri dalla prigione all'anfiteatro come andassero al cielo, giulivi in volto, commossi e trepidanti non per il timore ma per la gioia. Veniva ultima Perpetua, placida in viso, il passo grave, calma e maestosa come si conviene a una matrona di Cristo; con la forza superiore e divina dei suoi occhi imponeva rispetto a tutti. Era con lei Felicita, gioiosa per la sua riacquistata liberazione, che le permetteva di combattere quel giorno con le fiere, e desiderosa di purificarsi in un secondo battesimo.
    Per le due donne si era preparato una mucca furiosa (certo fu il demonio a suggerire questo animale generalmente sconosciuto nei giuochi), quasi si volesse recare maggior insulto al loro sesso. Si spogliarono queste sante donne delle loro vesti, si involsero in una rete, e in tale stato furono esposte alle belve. Perpetua fu esposta prima, e fu dalla mucca sollevata in aria con le corna. Ricadde sui lombi, battendo in terra fortemente. Nella caduta la sua tunica si aperse per buon tratto da un fianco; ed ella la ricongiunse subito con la mano e si ricoprì, più attenta al pudore che non al dolore.
    "Richiamata dagli arenai, si accorse che la sua capigliatura era sciolta: e allora raccolse e rannodò la chioma, pensando che una martire non deve avere, morendo, i capelli scarmigliati, affinchè nessuno avesse a credere che si affliggeva nel momento della sua gloria. Così ricomposta, Perpetua si rialzò, e, vedendo Felicita che giaceva al suolo quasi morta (gettata anch'essa a terra dalla vacca), le si accostò, le diede la mano, la sollevò dal suolo. Si fermarono là in piedi ambedue. Il popolo, mosso a compassione, gridò che si facessero uscire dalla porta Sanavivaria. Ivi Perpetua accolta da un catecumeno a lei molto affezionato, di nome Rustico, sembrava una persona che esce da un profondo sonno, ma era in estasi, e, guardandosi intorno chiese con stupore di tutti: "Quando dunque saremo esposte a questa mucca?". E siccome le si rispose che ciò era già stato fatto, essa non se ne convinse, finché non vide sopra le sue vestimenta e sopra il suo stesso corpo le tracce di quanto aveva sofferto. Dopo di che fece chiamare suo fratello e Rustico, e disse loro: "State saldi nella fede, amatevi gli uni e gli altri, e non rendetevi scandalo dei nostri patimenti".
    Quanto a Secondolo, Dio volle chiamarlo a sé mentre stava ancora chiuso nel carcere. Saturnino e Revocato, prima assaliti da un leopardo, furono poi crudelmente trascinati da un orso. Saturo fu prima esposto a un cinghiale, quindi a un orso; ma questa bestia non usci fuori della sua gabbia, così che, due volte rimasto immune, il martire fu chiamato dentro; solo alla fine dello spettacolo venne presentato a un leopadro, che con un sol morso lo immerse in un lago di sangue. "È lavato davvero! è lavato davvero! " gridò il popolo alludendo al battesimo. Poi il martire cadde svenuto e fu trasportato nello spoliario, ove già si trovavano gli altri martiri per essere scannati.
    Ma il popolo reclamava il ritorno dei condannati, poiché voleva darsi al barbaro piacere di mirare le spade quando s'immergono nel corpo d'un uomo. I martiri da loro stessi s'alzarono, condiscendendo al desiderio del popolo; e, giunti nel mezzo dell'anfiteatro, si diedero il bacio per consumare così il martirio in pace; poi, immobili, silenziosi, attesero il ferro. Saturo, che marciava in testa, morì per il primo.
    Perpetua era riserbata a un nuovo dolore. Colpita per sbaglio tra le coste e la gola diede un grido; poi, siccome il suo carnefice era un gladiatore novizio, prese essa stessa la mano tremante di quell'apprendista e si appoggiò la punta della spada sopra la gola. Sembrava che questa donna valorosa non potesse morire che di propria volontà, e che lo spirito immondo, dal quale era temuta, non potesse toccarla senza il suo consenso."
    "Chiamati ed eletti alla gloria del Signore.
    Spuntò il giorno della vittoria dei martiri e dal carcere si recarono all’anfiteatro, come se andassero in cielo, raggianti in volto, dignitosi, trepidanti più per la gioia che per la paura.
    Perpetua per prima fu scagliata in alto dalla vacca e ricadde sul fianco. Così si alzò e avendo visto Felicità gettata a terra, le si accostò, le porse la mano e la rialzò. E ambedue stettero in piedi insieme. Vinta la durezza della folla, furono richiamate alla porta Sanavivaria.
    Ivi Perpetua, accolta da un catecumeno di nome Rustico che le stava accanto, e come destata dal sonno (talmente era fuori dei sensi e rapita in estasi), cominciò a guardarsi attorno e disse tra lo stupore di tutti: «Quando saremo esposte là a quella vacca?». E avendo sentito che ciò era già avvenuto, non volle crederci prima di aver notato i segni di maltrattamento sul suo corpo e sul vestito. Quindi fatto chiamare suo fratello e quel catecumeno li esortò dicendo: «Siate saldi nella fede, amatevi tutti a vicenda e non prendete occasione di scandalo dalle nostre sofferenze».
    A sua volta Sàturo presso un’altra porta stava esortando il soldato Pudente. Disse fra l’altro: «Insomma proprio come avevo supposto e predetto, finora non ho sperimentato nessuna fiera. Ma ora credi di tutto cuore: ecco io vado laggiù e sarò finito da un solo morso di leopardo».
    E subito, sul finire dello spettacolo, gettato in pasto al leopardo, con un solo morso fu bagnato di tanto sangue che il popolo diede testimonianza al suo secondo battesimo gridando: «E’ salvo il lavato, è salvo il lavato!». Davvero era salvo colui che si era lavato in tal modo!
    Allora disse al soldato Pudente: «Addio, ricordati della fede e di me; queste cose non ti turbino, ma ti confermino». Nello stesso tempo si fece dare l’anello del suo dito e immersolo nella sua ferita glielo restituì come eredità, lasciandogli il pegno e il ricordo del suo sangue. Venne quindi disteso, ormai esanime, insieme con gli altri al solito posto per il colpo di grazia.
    E siccome il popolo reclamava che quelli fossero portati in vista del pubblico al centro dell’anfiteatro, per poter fissare sulle loro membra i suoi occhi, complici dell’assassinio, mentre la spada penetrava nel loro corpo, essi si alzarono spontaneamente e si recarono là dove il popolo voleva, dopo essersi prima baciati per terminare il martirio con questo solenne rito di pace.
    Tutti gli altri ricevettero il colpo di spada immobili e in silenzio: tanto più Sàturo, che nella visione di Perpetua era salito per primo, per primo rese lo spirito. Egli infatti era in attesa di Perpetua. Essa poi per gustare un po’ di dolore, trafitta nelle ossa, gettò un grido, e lei stessa guidò alla sua gola la mano incerta del gladiatore, ancora novellino. Forse una donna di tale grandezza, che era temuta dallo spirito immondo, non avrebbe potuto morire diversamente, se non l’avesse voluto lei stessa.
    O valorosi e beatissimi martiri! Voi siete davvero i chiamati e gli eletti alla gloria del Signore nostro Gesù Cristo!"
    Tutta la cristianità s'inchina davanti a te, o Perpetua! Ma c'è di più: ogni giorno, il celebrante pronuncia il tuo nome fra i nomi privilegiati ch'egli ripete al cospetto della vittima divina; così la tua memoria è perpetuamente associata a quella di Cristo, cui il tuo amore rese testimonianza col sangue. Ma quale beneficio egli s'è degnato d'accordarci, permettendoci di penetrare i sentimenti della tua anima generosa nelle pagine vergate dalle tue mani e pervenute fino a noi attraverso i secoli! Là noi apprendiamo il tuo amore "più forte della morte" (Ct 8,6), che ti fece vittoriosa in tutti i combattimenti. L'acqua battesimale non aveva ancora bagnata la tua fronte, che già eri annoverata fra i martiri. Ben presto dovesti sostenere gli assalti di un padre, e superare la tenerezza filiale di quaggiù per preservare quella che dovevi all'altro Padre che sta nei cieli. Non tardò il tuo cuore materno ad essere sottoposto alla più terribile prova, quando il bambino che prendeva vita dal tuo seno ti fu portato via come un novello Isacco, e rimanesti sola nella veglia dell'ultimo combattimento.
    "Dov'eri tu, diremo con Sant'Agostino , quando neppure vedevi la bestia furibonda cui ti avevano esposta? Di quali delizie godevi, al punto d'essere divenuta insensibile a sì gravi dolori? Quale amore t'inebriava? Quale bellezza celeste ti cattivava? Quale bevanda ti aveva tolto il senso delle cose di quaggiù, tu, ch'eri ancora, nei vincoli della vita mortale?" (Per il giorno natalizio di Santa Perpetua e Felicita).
    Il Signore ti aveva predisposta al sacrificio. E allora comprendiamo come la tua vita sia divenuta affatto celeste, e come la tua anima, dimorante già per l'amore, in Gesù che ti aveva tutto chiesto e al quale nulla negasti, fosse sin d'allora estranea a quel corpo che doveva ben presto abbandonare. Ti tratteneva ancora un legame, quello che la spada doveva troncare; ma affinché la tua immolazione fosse volontaria sino alla fine, fu necessario che con la tua stessa mano vibrassi il colpo che schiudeva all'anima il passaggio al Sommo Bene. Tu fosti donna veramente forte, nemica del serpente infernale! Oggetto di tutto il suo odio, tu lo vincesti! Ed ecco che dopo secoli il tuo nome ha il privilegio di far palpitare ogni cuore cristiano.
    Ricevi anche tu i nostri omaggi, o Felicita! Tu fosti degna compagna di Perpetua. Nel secolo essa brillò nel novero delle matrone di Cartagine; ma, nonostante la tua condizione servile, il battesimo l'aveva resa tua sorella, e ambedue camminaste di pari passo nell'arena del martirio. Appena si rialzava dalle violente cadute, essa correva a te, e tu le tendevi la mano; la nobile donna e la schiava si confondevano nell'abbraccio del martirio. In tal modo gli spettatori dell'anfiteatro erano già in grado di capire come la nuova religione avesse insita in sé una virtù, destinata a far soccombere la schiavitù.
    O Perpetua! o Felicita! fate che i vostri esempi non vadano perduti, e che il pensiero delle vostre virtù ed immolazioni eroiche ci sostengano nei sacrifici più piccoli che il Signore esige da noi. Pregate anche per le nuove Chiese che sorgono sulle sponde africane; esse si raccomandano a voi; beneditele, e fate che rifioriscano, per la vostra potente intercessione, la fede e i costumi cristiani.
    Sto combattendo la Buona Battaglia, sto proseguendo la Corsa, sto tentando di conservare la Fede

    Sono un clandestino nel Regno dei Cieli

  9. #1019
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    Predefinito Rif: La Voce dei Padri e dei Dottori II

    "Eravamo già sotto la pressione dei nostri persecutori, e mio padre, spinto dal grande amore che mi portava, faceva ogni sforzo per scuotermi e farmi cambiare d'avviso. Padre mio, gli dissi, io non posso chiamarmi con altro nome diverso da quel che sono, cioè cristiana.
    A tale parola mio padre si slanciò contro di me e sembrava volesse cavarmi gli occhi, ma finì per dirmi soltanto delle villanie e delle ingiurie, e quindi si ritirò confuso per non aver potuto vincer la mia fermezza con tutti gli artifizi che il demonio gli aveva suggerito. Per qualche giorno non si fece più vedere da me e ne ringraziai il Signore. La sua lontananza mi era un sollievo. Durante questo breve intervallo ricevemmo il battesimo; e lo Spirito Santo, mentre io stavo nell'acqua, m'ispirò di domandare un'unica cosa: la pazienza nelle pene che avrei dovuto soffrire nel corpo.
    Pochi giorni dopo fummo condotti in prigione. All'entrare ebbi uno spavento indicibile, perché io non avevo mai visto tenebre sì orrende. Che giorni tristi! Eravamo così ammucchiati uno contro l'altro che si soffocava; per di più si era costretti a subire ad ogni momento l'insolenzà dei soldati di guardia. Ma l'angoscia più grave mi veniva dal pensiero del mio bambino, che era lontano da me. Terzo e Pomponio, i cari diaconi che avevano cura di noi, riuscirono a ottenere, profondendo del denaro, che per alcune ore lungo la giornata fossimo condotti in luogo aperto, a respirare un poco d'aria. Allora, usciti dal fondo del carcere, ciascuno poteva ristorarsi come meglio gli piaceva. Mia cura era di dare il latte al bambino, già mezzo morto per l'inedia. Con molto affetto parlai a mia madre, confortai mio fratello, e raccomandai a tutti in modo speciale l'assistenza al piccino. Ma ero in pena nel vedere i miei cari afflitti per causa mia.
    Dopo pochi giorni si diffuse la voce che saremmo stati giudicati. A tal notizia mio padre, accasciato dal dolore, corse dalla sua villetta e venne a vedermi, sperando di togliermi dal mio proposito, e mi diceva: "Figlia mia, abbi pietà dei miei capelli bianchi; abbi pietà di tuo padre, se almeno mi credi ancora degno d'essere chiamato tuo padre! Pensa a tua madre, ai tuoi fratelli, al tuo figlioletto, che senza di te non potrà vivere. Non ostinarti a questo modo, perché tu fai morire tutti, e ci mandi in rovina!".
    Così parlava mio padre nel suo amor per me, e nello stesso tempo mi baciava le mani, si gettava ai miei piedi, mi chiamava non "figlia" ma signora e padrona. A simili accenti, io sentivo pietà per lui, perché di tutta la mia famiglia era l'unico che non si sarebbe gloriato del mio martirio; lo rassicurai dicendo: "Accadrà quel che Dio vorrà: poiché non siamo noi i padroni di noi stessi, ma Dio! Ed egli se ne andò molto rattristato".
    Un giorno, durante la refezione, fummo improvvisamente chiamati per un interrogatorio. Andammo al foro. Sparsasi di ciò subito la voce, veniva agglomerandosi nei dintorni del foro una folla immensa. Montammo sul palco del tribunale. I miei compagni furono interrogati e confessarono. Quando venne il mio turno d'essere interrogata, mio padre apparve d'improvviso portando in braccio il mio figlioletto; mi trasse in disparte fuori del mio posto e in atto supplichevole mi disse: "Abbi pietà del bambino". Il procuratore Ilariano insisteva: "Abbi pietà dei capelli bianchi di tuo padre; "abbi compassione della tenera età di tuo figlio. Sacrifica alla salute degl'imperatori ". Non farò mai una cosa simile, risposi, io sono cristiana.
    Allora il giudice pronunziò la sentenza, per la quale eravamo tutti condannati alle belve: noi scendemmo festanti dal palco per andare nelle prigioni. Poiché il mio bambino era abituato a prendere il latte da me ed a restare con me nella prigione, inviai subito a richiederlo a mio padre, ma egli non volle darlo. Piacque a Dio che il bimbo non domandasse più latte, di modo che io non ebbi più alcuna preoccupazione per lui, né venni a soffrire per questo, alcuna dolorosa conseguenza.
    Fino a questo punto ho scritto io stessa il racconto; quello poi che accadrà in seguito, nel combattimento per il mio martirio, scriverà chi vorrà."
    "State saldi nella fede, amatevi gli uni e gli altri, e non rendetevi scandalo dei nostri patimenti"
    (Santa Perpetua di Cartagine)

    "Siam venuti di nostra volontà sino a questo punto per non sacrificare la nostra libertà; abbiamo messo la vita a pegno per non macchiarci di simili atti; tanto abbiamo pattuito con voi...Tu colpisci noi, ma Dio raggiungerà te"
    (Santa Perpetua di Cartagine al governatore)

    "Addio, ricordati della fede e di me; queste cose non ti turbino, ma ti confermino"
    (San Satiro di Cartagine al carceriere)

    "-Abbi un po' di pietà per i miei capelli bianchi! Guarda tua zia! Guarda tua madre! Guarda tuo figlio! Abbandona questo tuo pazzo proposito! -Quando sarò portata su quel palco si farà la volontà del Signore, sappi, infatti, che non siamo più noi i padroni della nostra vita, ma Dio stesso"
    "Abbi pietà di questo bambino!...Offri un sacrificio all'imperatore! -Non lo faccio. Sono cristiana!"
    (dialoghi tra il padre e Santa Perpetua di Cartagine)

    "-Oh tu che soffri, se in questo momento non sei capace di sopportare il dolore, che accadrà quando sarai di fronte alle bestie, che tu hai mostrato or ora di disprezzare e di non temere quando hai rifiutato di sacrificare? -Adesso a soffrire sono io sola, ma allora ci sarà un Altro in me, che patirà per me, perché anch'io patirò per Lui"
    (dialogo tra il carceriere e Santa Felicita di Cartagine)
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    Sono un clandestino nel Regno dei Cieli

  10. #1020
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    Predefinito Rif: La Voce dei Padri e dei Dottori II

    Santi Trifone e Respicio di Camposede, Ninfa (Vergine), Eustozio, Procolo e Golbodeo di Palermo, Martiri; Santi Trifone e Respicio, Camposede, 232 - Nicea, 250; Santi Ninfa, Eustozio, Procolo e Golbodeo, Palermo/Roma, III-IV secolo (1° e 3 febbraio, 10 novembre; Santa Ninfa: 1° settembre, 12 e 13 novembre; Santi Eustozio, Procolo e Golbodeo: 16 giugno, 17 e 21 luglio, 1° settembre, 13 novembre, 9 dicembre)



    San Trifone nacque a Camposede (Campsados o Sampsados), borgata sull'Ellesponto, vicino a Nicea nella Frigia, nell'anno 232 d.C, nella Turchia Europea. Nella stessa regione, nella vicina Licia, nacque San Nicola, diventato poi Patrono di Bari. Sin da bambino Trifone si consacrò con diligenza allo studio delle Sacre Scritture ed alla conoscenza del Santo Vangelo. Il Signore gli donò il potere di operare miracoli guarendo malati e liberando gli indemoniati; gli vengono attribuiti molti miracoli anche da vivo. Nell'anno 250, imperatore Decio,vi fu una delle più crudeli ed atroci persecuzioni contro i cristiani.Trifone, conosciuto per la sua fede indomita, venne fatto arrestare dal prefetto Aquilino. Ancora diciottenne fu condotto a Nicea ed ivi dopo tremende torture subì il martirio più atroce.
    Sul trono dell'Impero romano sedeva Decio Traiano (249-251), che perseguitò i cristiani. Trifone fu accusato al Prefetto Aquilino, torturato e condannato alla decapitazione. Subì il martirio a Nicea, in Bitinia, ma non si sa l'anno preciso, forse il 250.
    Le povere spoglie furono riportate a Camposede dove furono custodite fino al 809, quando una nave veneziana, mentre ne stava traslando i resti a Venezia, sorpresa da una tempesta al largo di Cattaro in Montenegro, trovava quì riparo. Detta nave non ha potuto più riprendere la rotta, mentre per intercessione del Santo si susseguivano miracoli. Ben presto fu eretta una maestosa basilica in suo onore ed elevato a patrono della città dalmata. Ben presto il culto di detto Santo si espanse lungo tutta la costa orientale dell'Adriatico.
    Nei primi anni del X secolo, il corpo del Santo senza la testa, veniva traslata a Roma in una chiesetta di Campo Marzio, diventata poi Basilica di Sant'Agostino.
    Neanche quì le rimanenti e sante reliquie hanno potuto trovare la pace definitiva: alcune furono portate a Ravello-Sa e da quì a Tramonti (Sa), diverse furono portate ad Onano (Vt), durante la peste del XVI secolo. Altre furono traslate presso l'abbazia di Altilia. Diverse altre furono portate a Cerignola (Fg), alcune sono rimaste presso la Basilica di Sant'Agostino di Roma; altre piccole reliquie sono sparse in diversi posti, fra cui Adelfia (Ba).
    La Chiesa locale festeggia San Trifone il 10 novembre, che è la data della traslazione delle ossa da Cattaro a Roma." Il Martyrologium Romanum lo pone al primo febbraio.
    Il 1° febbraio, data indicata come il suo «dies natalis», forse non fu il giorno della sua morte, ma della traslazione del suo corpo da Nicea a Campsados, luogo natale. Il 10 novembre sarebbe invece il giorno della traslazione del suo corpo a Roma, ove sarebbe stato deposto in una chiesetta a lui dedicata in Campo Marzio nel sec. IX. Quella chiesetta, sede di parrocchia, fu designata come «stazione» del primo sabato di quaresima, indicazione tuttora riportata nei calendari liturgici della Chiesa romana. La Chiesa di San Trifone in Campo Marzio fu distrutta nel sec. XVIII per allargare il convento degli agostiniani annesso alla grandiosa Chiesa di Sant'Agostino, ove furono trasportati utte le reliquie ed oggetti sacri prima esistenti nella chiesa di S. Trifone. Non vi si conserva alcuna immagine del Santo. Come si dirà in seguito, le reliquie di San Trifone nel 1917 furono trasportate a Cerignola. Probabilmente si tratta di un altro San Trifone. Le reliquie del nostro Patrono più probabilmente sono quelle conservate e venerate a Cattaro in Dalmazia. Stavano per essere portate a Venezia, ma per una tempesta furono bloccate nell'809 a Cattaro, che in onore del Santo, proclamato Patrono, eresse la Cattedrale. Viene festeggiato il 3 febbraio, giorno della sua morte, secondo il calendario greco. Anche lì c'è il rito di consegnare alla sua immagine le chiavi della città.
    Trifone e Respicio, santi, martiri, pochissimo si conosce di questi martiri della Frigia. La tradizione vuole parte delle loro reliquie, unitamente a quelle di Ninfa, all’altare maggiore di Sant'Agostino in Campo Marzio, dove il corpo di Trifone è specificatamente indicato da una scritta posta sul fianco destro. Il 6 febbraio del 1660, alla presenza del vescovo di Perugia Marcantonio Daddi, i resti furono rimossi dall’altare addossato al pilastro della zona del presbiterio e collocati presso l’altare maggiore. Quelli di Trifone furono portati nella chiesa a lui intitolata da Giovanni XVIII il 28 novembre 1006, poi traslati a Sant'Agostino con breve di Clemente VII del 13 aprile del 1603. Altri sono indicati, unitamente a quelli di Ninfa e di Severa, a Santo Spirito in Sassia. Qui, nella parte posteriore dell’altare maggiore, è la lapide che nomina i quattro martiri e la fenestella confessionis con le loro reliquie.
    Il santo martire Trifone era nativo della Frigia, Asia Minore, nel villaggio di Lampsaco. Secondo alcuni racconti agiografici, posteriori alla passio, sin dai suoi primi anni di vita il Signore gli aveva concesso il potere di scacciare i demoni e di curare varie malattie; in più d’un occasione salvò gli abitanti della sua città natale dalla fame, e con la potenza della sua preghiera, fece arretrare la piaga delle cavallette, che stavano divorando il grano e devastando i campi. Aiutava tutti coloro che erano in pericoli e necessità, chiedendo solo una cosa da loro: la fede in Gesù Cristo, per la cui grazia, egli li guariva. Inoltre si sarebbe guadagnato particolare fama scacciando uno spirito maligno dalla figlia dell’imperatore romano Gordiano (238-244).
    Gli atti del martirio ci hanno lasciato un ritratto molto più sobrio del giovane cristiano, narrandoci solo della sua testimonianza di Cristo fino all’effusione del sangue, insieme a Respicio suo compagno nella lotta per la fede. Quando l’imperatore Decio (249-251) salì al trono imperiale, iniziò una feroce persecuzione contro i cristiani. Un delatore riferì al comandante Aquilinus che san Trifone coraggiosamente predicava la fede in Cristo, e che aveva indotto molti a farsi battezzare. Il santo venne arrestato e sottoposto a interrogatorio, durante il quale confessò senza timore la sua fede. Duramente torturato Trifone coraggiosamente sopportò tutti i tormenti senza tirarsi indietro. Infine, vista la sua perseveranza, fu condannato alla decapitazione con la spada. Le varie vite raccontano inoltre che il santo martire prima della sua esecuzione pregò, ringraziando Dio per averlo sostenuto nelle sue sofferenze, chiedendo anche al Signore di benedire coloro che avrebbero invocato il suo nome per avere aiuto. Quando il soldato sollevò la spada sopra la testa del santo, rese la sua anima nelle mani di Dio. Questo accadde nella città di Nicea nell’anno 250. I cristiani avvolto il corpo del santo martire in un candido lenzuolo, decisero di seppellirlo nella città di Nicea, dove aveva sofferto, ma san Trifone, in una visione ordinò loro di rendere il suo corpo alla sua terra natale il villaggio di Lampsaco.
    Le sue reliquie successivamente furono traslate a Costantinopoli, e in piccola parte a Roma. Nell’809 alcuni mercanti veneziani le trafugarono da Costantinopoli, lasciandole nella città di Kotor (Cattaro) in Montenegro, dove sono venerate ancor oggi nella cattedrale Romano-Cattolica.
    Festeggiato in molte località d’Italia, San Trifone è molto venerato in Magna Graecia, invocato protettore dei coltivatori. In Serbia è il celebrato patrono delle vigne e dei vignaiuoli. In Russia, il santo è invece considerato il patrono degli uccelli. Una storia racconta che, mentre lo zar Ivan il Terribile era a caccia, il suo falconiere per noncuranza consentì al falco favorito dello Zar di volare via. Lo Zar ordinò al falconiere Trifone Patrikeiev di trovare l’uccello entro tre giorni, altrimenti sarebbe stato messo a morte. Trifone cercò per tutta la foresta, ma senza fortuna. Il terzo giorno, stremato da una lunga ricerca, tornò a Mosca, nel luogo chiamato Marinaya Grove. Stremato dalla stanchezza, si sdraiò per riposare, pregando con fervore il suo santo patrono, il martire Trifone, per ottenere aiuto. In sogno, vide un giovane su un cavallo bianco, che reggeva il falco dello zar sulla sua mano. Il giovane disse: “Prendi l’uccello che era scappato, vai dallo Zar e non soffrire più”. Quando si svegliò, il falconiere effettivamente individuò il falco su un pino, lo portò allo Zar e gli raccontò del miracoloso aiuto ricevuto dal santo martire Trifone. Grato a san Trifone per aver salvato la sua vita, Trifone Patrikeiev fece costruire una cappella sul luogo dove il santo era apparso. In seguito, fece costruire una chiesa dedicata al santo martire Trifone anche a Mosca. Il santo è molto venerato nella Chiesa Ortodossa Russa, come il celeste protettore di Mosca. Molte icone russe raffigurano il santo che tiene un falco sul braccio.
    La memoria del santo martire Trifone è unanimemente celebrata dai cristiani il 1° di Febbraio.
    Ecco gli "Atti" di San Trifone: "Morto Gordiano, e appresso Filippo imperatori Romani, il supremo comando di tutto l’imperio venne in Decio. In questo tempo ad Aquilino prefetto dell’Oriente fu denunziato, che i santi Trifone, e Respicio seguivano la religione di Gesù Cristo, e adoravano l’unico e vero Iddio: e questi santi già da qualche tempo erano sì noti e illustri pe’ loro meriti, e per molti e singolari doni del Signore, che né la loro virtù, né le loro persone potevano essere ignote ai pubblici magistrati. Dunque dall’offizio pubblico furono spediti gli sgherri, acciocché dovessero imprigionarli, e Frontone Irenarca della città di Apamea uscitone in traccia co’ suoi, gli ebbe presto e trovati, e presi. Così era stato comandato dai prefetti. Furono dipoi consegnati ai soldati, i quali legarono questi santi, e gli condussero nella città di Nicea. Il prefetto Aquilino al loro arrivo si trovò occupato da altri publici affari, e questi martiri furono chiusi nelle prigioni. La fama di loro era grande e gloriosa anche nella città di Nicea: si dicea, che essi erano degni adoratori di Gesù Cristo, e che avevano fatti grandissimi progressi, ed erano perfetti in tutte le virtù cristiane.
    Dopo non molti giorni Aquilino comandò, che questi due cristiani fossero rappresentati al suo tribunale. Giunti alla presenza del giudice, lo Spirito Santo gli confermò de’ suoi doni divini, e accese ne loro cuori grandi fiamme di carità celeste: e però con animo imperterrito entrarono all’arringo della loro confessione, e con una franchezza meravigliosa, e con libertà evangelica parlarono della dottrina di Gesù Cristo, e delle superne verità insegnate da lui. Pompejano primiscrinio del grande offizio disse: sono qui, o prefetto, i due santi venuti da Apamea nativi di Sanforo luogo del distretto della prefata città per essere esaminati, e giudicati dall’eminentissimo, e illustre tribunale della vostra potestà. Tiberio Gracco Claudio Aquilino disse ai due confessori di Gesù Cristo: come vi chiamate voi?
    I santi risposero: uno di noi si chiama Trifone, l’altro Respicio.
    Tiberio ripigliò: in quale condizione, e in quale stato vi ha messi la fortuna?
    San Trifone rispose: cotesta, che voi chiamate fortuna, è ignota a i cristiani. Tutte le cose intervengono, e si succedono secondo l’ordine stabilito dalla provida volontà del sommo Iddio. Alcuni uomini capricciosi a sottile ingegno, e malizia finsero quella imaginaria divinità, che voi malamente chiamate fortuna. Se volete sapere la condizione, e lo stato, in che il Signore ci ha posti, vi diciamo, che noi siamo nati liberi, e ingenui. Pompejano primiscrinio disse: è vero, che voi siete ingenui, e io lo so: ma l’imperatore ha comandato, che anche le persone del vostro grado, ove ricusino di sacrificare agli dei, sieno bruciate vive.
    Il beato Respicio rispose: volesse Dio, che noi fossimo da lui fatti degni, d’essere bruciati vivi per onore di Gesù Cristo. Voi procurate di eseguire con esattezza sopra di noi tutto ciò, che vi è stato comandato.
    Aquilino disse: sacrificate agli dei, che così vi conviene. Vi conosco per giovani di età legittima, e d’ottimo intendimento, e di molto spirito.
    San Trifone rispose: è dono del Signor nostro Gesù Cristo quell’ottimo intendimento, e tutto quello spirito, che noi abbiamo; e questo nostro intendimento, perché ottimo, ci necessita a voler dare la vita per Gesù Cristo; e il nostro spirito desidera di mostrare tutta la sua virtù, in combattendo fino alla morte per la verità, e in riportandone così la vittoria, e la corona immortale.
    Qui Aquilino comandò, che fossero messi ai tormenti, per vedere se potesse indurgli così a soddisfare alla volontà dell’imperatore. Ma eglino da se stessi con molta allegrezza si spogliarono delle loro vesti, e si misero nelle mani de’ carnefici. Furono tormentati crudelmente, ma essi, perciocché avevano compreso tutto l’animo d’un grande amoroso timore d’Iddio, sopportarono tutti i tormenti con eroica pazienza, e mai non dissero una parola. Furono tormentati per lo spazio di quasi tre ore; e mai per niente non mostrarono, di essere dalla crudeltà de’ carnefici o addolorati, o comunque offesi; anzi a dispetto, e confusione degli adoratori degli idoli l’onnipotente grazia d’Iddio si trionfava in loro, che con fortezza, e con presenza di spirito maravigliosissima si misero all’ultimo a disputare col prefetto. Aquilino veggendo la loro costanza, e sentendo la forza del loro parlare, comandò a suoi ministri, che uscissero a caccia, traendosi seco legati que’ santi. La stagione era freddissima, e il gelo, e la brina sì grande, che facevano rompere le carni; onde le piante de’ piedi a questi martiri creparono, e s’impiagarono ampiamente.
    Tornati da questa caccia, il prefetto comandò, che fossero di nuovo a lui rappresentati nel proprio palazzo, e disse loro: voi siete ancora in tempo a giustificarvi, e campare dalla morte.
    Trifone rispose: noi non procacciamo altra giustificazione, se non se quella d’Iddio; e però a lui solo serviamo immutabilmente!
    Aquilino disse: sieno rimessi in prigione: si conceda loro questa dilazione, onde abbiano agio e tempo a pensare a se stessi, e riconoscere il loro megliore; e deposta ogni puntigliosa presunzione si risolvano finalmente, di volere con fedeltà soggettarsi ai comandi dell’imperatore. Ma giuro agli dei immortali, che se voi prontamente non vi determinate a voler sacrificare, vi opprimerò di pene, e di tormenti spietati, ed inauditi.
    Di que’ giorni il prefetto andò a visitare alcune città della provincia; ma in brieve tornò a Nicea città della sua residenza ordinaria. Comandò, che di nuovo fossero a lui rappresentati i due santi servi d’Iddio, e disse loro: dopo tanti giorni di tempo, che io vi ho dato, avete deliberato ancora di volervi salvare da tutti questi orrendi tormenti, che vi sono preparati? Fate a modo mio, o figliuoli: sacrificate agli dei.
    San Trifone rispose: noi non sacrifichiamo ad altri, che a quell’unico Iddio, che è il giudice di tutti, e il creatore dell’universo. E poi ripigliarono unitamente: non vi lusingate, che noi per l’innanzi v’abbiamo mai a dir cosa diversa da ciò, che finora abbiamo sempre detto: la nostra prima confessione è immutabile; e mai niuno non potrà abbattere né la nostra fede, né la nostra costanza. Il Signor nostro Gesù Cristo disse: chi negherà me in faccia agli uomini, e io negherò lui in faccia al mio Padre celeste.
    Aquilino soggiunse: abbiate pietà di voi, e sacrificate agli dei immortali. Io veggo, che voi siete giovani assai costumati, e di molta sapienza; e io vi stimo, e vi desidero ogni bene.
    San Respicio rispose: la vera pietà, che noi possiamo avere per noi stessi, e il nostro vero bene, consiste unicamente nel confessare fino alla morte il Signor nostro Gesù Cristo giudice vero, che verrà un giorno a giudicare tutti gli uomini, e tutte le operazioni, che averanno fatto.
    Aquilino disse: si portino qui chiodi: si conficchino ne piedi di costoro.
    Fatto questo furono così trascinati pel mezzo della città essendo un inverno aspro, e freddissimo, e il tempo assai tempestoso. Ma il demonio non poté nuocere a questi servi del Signore, e la grazia divina sempre più gli favoriva e confortava.
    Aquilino disse loro: ebbene, sentite voi il tormento di cotesti chiodi?
    I santi risposero: no: i chiodi non sono ne nostri piedi, ma nelle scarpe, e sono a queste un fornimento bello, e dovizioso.
    Il prefetto stupito di tanta costanza, comandò, che legate loro le mani dietro le spalle, fossero sulle nude carni fieramente battuti. Furono battuti con tanta crudeltà, e sì lungamente, che i tormentatori ne rimasero stanchi e spossati. Il prefetto vieppeggio s’infierì di questo, e ordinò, che si lacerassero loro i fianchi colle unghie di ferro, e si applicassero alle ferite fiaccole ardenti. I carnefici diedero tostamente esecuzione agli ordini del prefetto. Dunque nell’atto, che applicavano ai laceri fianchi de’ martiri le fiaccole accese, si fece vedere vicino ai servi del Signore un angiolo, che portava nelle mani due corone ornate di bellissimi fiori, e di gemme luminosissime; le mise loro in capo; infuse loro allo spirito una nuova fortezza invincibile, e consolantissima. I ministri videro questo portento, e caddero a terra come morti. I santi poi alzarono gli occhi al cielo, e dissero: Gesù Cristo nostro Signore e Dio concedeteci la perseveranza esaudite le nostre preghiere: conducete fino alla meta il nostro corso, e sia così perfetta, e degna di Voi, e totalmente vostra e la nostra battaglia, e la nostra vittoria.
    Allora Aquilino disse ai tormentatori: se costoro non ubbidiscono di presente ai comandi dell’imperatore, tormentategli senza pietà, finché reggono ai tormenti. Furono tormentati fuor d’ogni modo e misura, e non mostrarono di sentire alcun minimo dolore; e contradicevano con ilarità, e fortezza grande a tutte le proposizioni de’ gentili.
    Il prefetto disse loro: deponete cotesta furiosa pazzia, e provedete alla vostra gioventù.
    San Respicio rispose: giudice maligno: già avete da noi sentito, che mai non potrete sedurci colle vostre lusinghevoli parole. Sentite di nuovo a vostra confusione i nostri immutabili sentimenti. Noi non mai prostituiremo le nostre adorazioni alle pietre, e ai legni. Noi adoriamo l’unico e vero Iddio, e a questo solo Dio noi serviamo. Questi è il nostro Dio onnipotente, e in Lui solo crediamo e speriamo; e niuna pena, niuna crudeltà mai non potrà separarci dalla sua religione, e dal suo amore.
    Dunque Aquilino il giorno dopo sedendo nel suo tribunale disse ai due santi: volete voi ubbidire ancora ai comandi dell’imperatore?
    San Trifone rispose: noi ve lo abbiamo detto assai volte, e sempre lo diremo: noi adoriamo, e temiamo unicamente quel solo Iddio vero e vivente, che è ne cieli.
    Aquilino disse: battete costoro colle piombarle nella maniera più crudele, che si possa.
    Furono straziati così assai lungamente, ma niuna varietà, niuna diuturnità di strazi mai non ebbe forza per soprafare la loro virtù.
    Allora il prefetto acceso d’uno sdegno grandissimo e orribile comandò, che gli recassero la sua spada, e preso il parere de’ suoi assessori pronunziò la sentenza, e disse: comandiamo, che sieno decollati questi due giovani di nazione Frigj, e cristiani di religione, perché non hanno voluto ubbidire ai comandamenti degl’imperatori.
    Dunque i soldati condussero questi santi al luogo del supplizio.
    Questi invittissimi testimonj di Gesù Cristo Trifone e Respicio alzarono le mani al cielo, e dissero: Signore, e Iddio nostro Gesù Cristo ricevete le anime nostre, e collocatele nel seno de’ patriarchi.
    E nell’atto, che dicevano queste parole, presentarono lietamente da se stessi il collo al carnefice; e così a colpo di spada furono uccise queste vittime beatissime, e resero al Creatore le loro anime immacolate. Agli occhi stolidi del secolo parve, che questi santi morissero: ma essi in verità riposano in pace, e seguitano l’Agnello divino, dovunque Egli vada. Le persone pie, e i sacerdoti del Signore si radunarono al loro martirio, e lo dedicarono, e con molto onore, e riverenza secondo la disciplina della chiesa vi celebrarono il divin sacrificio, e tutti parteciparono della mensa celeste, raccomandando le anime loro all’intercessione, e al patrocinio di questi beatissimi martiri."
    Santa Ninfa; dobbiamo purtroppo riportare notizie fantasiose che riguardano la vita di questa santa martire, ignota ai più antichi martirologi: i suoi Atti, tratti da Codici del XII secolo, sono connessi alla Vita di San Mamiliano. Ninfa era figlia di Aureliano, prefetto di Palermo al tempo di Costantino Magno (280-337), persecutore in un primo tempo dei cristiani, fu convertita e battezzata nella sua casa dal vescovo Mamiliano, insieme ad altre trenta persone.
    Il padre Aureliano mentre arrestava Mamiliano e altri duecento cristiani, cercò di far recedere la figlia dalla nuova religione. Visti vani i suoi tentativi e dopo averli sottoposti a torture, li fece chiudere in carcere, ma un angelo li liberò, conducendoli in riva al mare dove trovarono una barca che li condusse, Mamiliano e Ninfa, nell’Isola del Giglio, dove rimasero in preghiera e solitudine.
    Desiderosi di visitare Roma, sbarcarono sotto indicazione celeste, in un luogo chiamato Bucina, abitato da molti pagani, dopo la visita alle tombe degli apostoli, Mamiliano morì e Ninfa lo fece seppellire vicino Bucina; dopo circa un anno anche Ninfa morì il 10 novembre e sepolta dove erano conservate le reliquie di altri martiri (da ciò si suppone che sia morta martire).
    Per il legame con il Santo monaco, pare si sia recata a Roma per venerarvi i Sepolcri degli Apostoli Pietro e Paolo e sia morta a Porto Romano, cioè Fiumicino, ove i Cristiani Le edificarono una Chiesa.
    I cristiani del luogo la invocarono perché passasse una siccità che li affliggeva. Il suo nome è citato in varie passio di altri martiri come i santi Mario, Marta e figli; inoltre è ricordata insieme ai martiri Trifone e Respicio, solo perché le sue reliquie erano venerate insieme a quelle degli altri due nella chiesa di Santo Spirito in Sassia.
    Comunque la più antica notizia su Santa Ninfa è del secolo IX, perché nella biografia del papa Leone IV (847-855), si legge che egli fece un dono alla Chiesa di Santa Ninfa martire, esistente nella zona Portuense.
    Le sue reliquie nel sec. XII, si trovavano in varie chiese di Roma e il capo nel 1592 era venerato nella Chiesa di Santa Maria in Monticelli a Roma.
    Nel 1593 il capo della santa fu trasferito a Palermo in un altare della cattedrale, consacrato nel 1598.
    Il popolo e il Senato palermitano il 5 Giugno 1606 elessero Santa Ninfa Patrona della Città con le Sante Oliva ed Agata.
    Il culto nella Città di Palermo è antichissimo; la sua memoria risale al 1483 per la dedicazione di una campana nella Cattedrale;in un Capitularium manoscritto dell'Archivio storico Diocesano del XIV secolo è ricordata in una Litania dei Santi; nel Breviario membranaceo di Simone di Bologna nel Tesoro della Cattedrale di Palermo ( 1445 ) e nelle varie espressioni dell'arte.
    Celebrata dalla Chiesa Palermitana fino al 1980 come Memoria Obbligatoria; dal 1981 è stata espunta dal Calendario Liturgico Regionale, ma nella Città di Palermo può essere sempre celebrata con il grado di Memoria facoltativa.
    Le è dedicata una Chiesa della Città nel 1600, mentre il culto è vivo a Santa Ninfa ( TP ) ove è Patrona principale.
    Il culto si diffuse in altre città siciliane e un paese in provincia di Trapani ne porta addirittura il nome.
    Il nome deriva dal greco Nynphe e indicava le giovani donne in età da marito; inoltre le ninfe erano divinità femminili minori dei boschi, fiumi, monti, laghi.
    Ninfa, santa, martire (?), è ricordata nel Martirologio Romano con i santi Trifone e Respicio (10 novembre). Parte delle reliquie dei tre martiri sono a Sant'Agostino in Campo Marzio. Altri loro resti, unitamente a quelli di una martire di nome Severa, sono indicati all’altare maggiore di San Spirito in Sassia. Ninfa, in una passio leggendaria, viene ricordata con i martiri di Palermo: Mamiliano, Eustazio, Procolo, Golbodeo. A Santa Maria in Monticelli si celebra, il 1° settembre, la loro traslazione dalla città di Porto a questa chiesa, effettuata da Papa Urbano II nel 1098. Qui, dove si vuole il corpo sotto l’altare maggiore, si festeggia Santa Ninfa il 12 di novembre. Sicuramente nel XII secolo le reliquie erano a San Salvatore in Primicerio (1113), a San Crisogono (1116) e la testa, portata nel 1098 a Santa Maria in Monticelli, fu traslata nel 1593 nella Cattedrale di Palermo.
    La Vita dei Santi Eustozio, Procolo e Goldobeo è riportata dal P. Gaetani in “ Vitae Sanctorum Siculorum” , nel “ Martirologio Siculo” del 1617 e dal Mongitore in “ Palermo santificato “ e nel “ Martirologium Panormitanum Sanctorum Civium et Patronorum Urbis Panormi ” del 1742.
    Aureliano, Prefetto della Sicilia, perseguitò i Cristiani e fece ricercare il Vescovo Mamiliano e i suoi discepoli, circa 200 persone, che si radunavano nella Cripta della Cattedrale di Palermo, detta “ Cimiterio di tutti i Santi “, per ascoltare la voce del Pastore sui Misteri della Fede, nutrire lo spirito ed essere pronti a subire il martirio se lo richiedessero le circostanze. Aureliano ordinò che tutti coloro che fossero stati sorpresi a celebrare i sacri riti fossero catturati e condotti al suo tribunale. Dagli Atti di San Mamiliano si ricavano due ipotesi.
    Palermitana ( o Romana ) e di Sovana ( GR ).
    Ipotesi palermitana ( dai Codici A e B , dal Caetani in Idea, Inveges, Mongitore, Sucato e dall’Ufficiatura del 1914 e 1915 ).
    La Cripta della Cattedrale di Palermo, fondata secondo alcuni Autori nel secolo III, è stata concordemente ritenuta la sede delle riunioni dei primi Cristiani di Palermo; se si osserva bene essa allora non era sotterranea, ma sul piano stradale. Nella Cripta, denominata “ Cimiterio di tutti i Santi “, poiché in essa si custodivano i corpi dei primi fratelli nella fede e dei martiri, Mamiliano, secondo la tradizione e la cronotassi degli Arcivescovi di Palermo ( Cfr. Annuario 1973 ) insegnava la dottrina cristiana e celebrava l’Eucaristia. Da quelle riunioni usciva un giovane ( Diacono ? ): Golbodeo.
    Lo scorse più volte da una finestra del suo appartamento Ninfa, figlia del Prefetto della Città Aureliano. La fanciulla viveva in una torre del Palazzo chiamata ancora oggi con il suo nome ( Torre di Santa Ninfa nel Palazzo dei Normanni ).
    La tradizione popolare palermitana vuole che la Santa abitasse accanto alla Cattedrale
    ( Piazza sette Angeli ) e fosse rinchiusa nella torre con molte compagne. Lo fece chiamare e gli manifestò il proposito di essere battezzata. Portata da Mamiliano fu catechizzata e battezzata con le sue ancelle. Quando ciò arrivò alle orecchie del padre, per l’infamia della figlia ( il Cristianesimo) la fece rinchiudere nella torre. Istigato dagli editti di Galerio, avendo Diocleziano abdicato, fece imprigionare Mamiliano e Golbodeo e non risparmiò per loro e la figlia le verghe, l' eculeo, l’olio bollente. Ma di notte un Angelo ( o persone amiche ) li liberò ed essi si diressero verso il mare ove era una nave. Appresa la loro fuga Aureliano fece ricercare i Cristiani e li assiepò nel Teatro, facendone decapitare 34 di essi.Frattanto il Vescovo Mamiliano ed i Compagni sbarcarono nell’Isola del Giglio e da lì raggiunsero il faro del Porto Romano alle foci del Tevere. Il Porto Romano, che non deve intendersi Ostia, ma Portus, a destra del Tevere, chiamato Porto dell’Urbe,Porto dei Romani, Porto d’Augusto, Porto di Traiano, Porto destro, Porto del Faro, cioè Fiumicino, ove il Lancia di Brolo ricorda una Chiesa dedicata a S. Ninfa e ciò lo ricordano gli Atti: “ Ecclesia consecraverunt Christiani” ( Cfr. Atti A-B-C ). Qui si ritirarono in una cripta, ove trovarono altri due cristiani di Palermo, Procolo ed Eustozio, che li avevano preceduti ed insieme si recarono a Roma, dove con grande devozione visitarono le Tombe degli Apostoli ( a. 312 ). Ritornati alla grotta vissero nella penitenza e nella preghiera, finchè Mamiliano ed i suoi Compagni chiusero la loro vita. Vennero sepolti da Ninfa nella stessa grotta. ( La tradizione vuole che dopo 6 mesi dalla morte di Mamiliano siano morti i 3 Compagni e dopo 11 mesi Ninfa ). Della chiesa, intitolata a Santa Ninfa, furono visti dal Marascia i ruderi in località chiamata Bucina o Buccina ( Buana negli Atti Palermitani )., cioè a Fiumicino, che il Caietano ed il Varisco non sanno identificare e ritengono un errore di copista o un nome ignoto, mentre è ipotesi probabilmente certa di chi scrive.Infatti chi scrive ha identificato la Buccina con la località di Tor Boacciana, sulla S.S. 296 ad Ostia Antica, a breve distanza dal Tevere e dall’antico limite della costa marittima. Il Baronio riferendo della Chiesa di Porto dagli Atti dei Santi Mario, Marta ed Audiface nell’anno 270 : ”Ductis sunt via Aurelia miliario duodecimo ad Nymphas“, cioè : “ Furono condotti al 12° miglio della via Aurelia ad Nymphas”, “ alle Ninfe”, per analogia sorgente, fontana.
    Il luogo è detto “ ad Nymphas “ per l’abbondanza delle acque. I Cristiani di Porto lo dedicarono al culto dei Santi Mamiliano e Ninfa, dai quali avevano ricevuto innumerevoli benefici ( Cfr. Anastasio Bibliotecario nella Vita di San Leone IV Papa: “ Morì nella Chiesa di Santa Ninfa Martire, di cui si vedono nella Città di Porto le fondamenta “. Ancora si chiede chi scrive : esiste migliore memoria di culto liturgico della edificazione di una Chiesa ? Perché la maggior parte degli Storici confuta questa tesi ad eccezione del Mongitore, riconoscendo la “ Buana “ dei Codici come un errore di copista, quando è possibile a suo modesto avviso identificare la Buccina con l’odierna località di Tor Boacciana ( composto di Buccina e Buana) ? Il Mongitore, che sulla base degli studi del Marascia crea due S. Mamiliano ( uno Vescovo di Palermo, morto nel 312 e l’altro Confessore, morto nel 470 ), propende come luogo della morte dei Santi Mamiliano, Ninfa, Eustozio, Procolo e Golbodeo per il Portus Romanus. Pur dovendosi rigettare gli Atti come leggendari, ciò non toglie che a volte, come si esprime il Lancia di Brolo e chi scrive, che le scoperte topografiche possano gettare nuova luce sugli Atti stessi.
    Ipotesi di Sovana o Soana ( GR ) ( dal Cod. Vat. 6453 (C ), di Spoleto ( D ), Acta Sanctorum ( E ), di San Matteo di Pisa, Caietano in Vitae, Ufficiatura Palermitana del 1958- 1962 ).
    I Codici C –D-E non accennano a Santa Ninfa; San Mamiliano e Senzio sono detti Sacerdoti, Convuldio, Istochio ed Infante Monaci. Il Martirologio dei Basiliani d’Italia li chiama Monaci dell’Ordine di S. Basilio: “ Panormi sancti Convuldi Ordinis Sancti Basili, qui una cum Eustochio, Infante et aliis monachis sub Genserico rege multa passus est; tandem in senectute bona quievit; horum corpora apud Aegilium insulam maris Tirreni condita fuerunt “, cioè : "A Palermo San Convuldio, dell’Ordine di San Basilio, che con Eustochio, Infante ed altri monaci, sotto il re Genserico soffrì molto; tuttavia si riposò nella vecchiaia, i loro corpi furono sepolti al Giglio, Isola del Mar Tirreno “.Da Palermo Mamiliano, Senzio, Istochio, Proculo e Convuldio si recarono in Africa ( a Cartagine, Cod F ); nella schiavitù africana si aggiunsero Lustro, Vindemio, Aurelio, Rustico. Ivi, o redenti dalla carità dei fedeli come molti lo furono o fuggiti su qualche nave, come dicono gli Atti, o deportati con sentenza come ad altri accadde, vennero in Sardegna, a Cagliari e Cala Piombo ( è errata la dizione Piombino, n.d.A. ), Monte Turario ( o Culturario ), Monte Giove ( Isola di Montecristo ), Monte Turario, Isola del Giglio, Roma, Monte Giove, Giglio. In E ed F manca la visita a Roma. In C, D ed E è scritto: “ San Mamiliano andò a Montecristo, i Compagni all’Isola del Giglio. Nel Codice C ( Vaticano ) e solo in quello è specificato perché San Mamiliano si recò all’Isola del Giglio: perché ivi si trovavano i tre monaci Infante, Eustozio e Golbodeo. In E si dice che al Giglio Mamiliano e Senzio avessero con sé tre Compagni. Ben presto per la loro santità furono conosciuti e tenuti in altissimo onore ; donde passati in una delle isolette dell’Arcipelago Toscano ivi vissero molti anni una vita monastica e santissima e vi morirono. Certo è che restò celebre in quei luoghi la loro memoria per la fama della loro santità e delle grazie che il Signore per loro intercessione concedeva, per i discepoli che vi lasciarono e per la venerazione di quei popoli che in loro onore eressero delle Chiese e se li scelsero a Patroni ( Cfr. Lancia di Brolo, op.cit. ) Pare che San Mamiliano abbia fondato qualche monastero per monache eremite, tra le quali si ricordano Ninfa e forse anche Oliva in qualche isola ( forse l’Asinara con la Cala d’Oliva, n.d. A. ).Di ritorno da Roma si diressero al Monte Giove ( a San Mamiliano è attribuito il nome di Montecristo ) ove morì Mamiliano. Il corpo fu poi trasferito all’Isola del Giglio.
    I Compagni vennero anch’essi sepolti al Giglio. In C e D è scritto da parte di S. Mamiliano : “ Fratelli miei, vigilate perché al 14 settembre, quando vedrete una colonna di fumo levarsi al cielo, venite a prendere il mio corpo e seppellitelo con quello dei miei fratelli Aurelio ( in D ), Infante, Eustochio e Golbodeo” ( in C ed E ). Per quanto riguarda la Buccina il Caietano propende per Soana, perché lì fu trovato il Corpo di San Mamiliano; perché Soana è più vicino all’Isola del Giglio; passeggiando lungo il fiume i Santi videro l’albero di pino indicato dall’Angelo ( segno della cripta) e pensò di correggere il Porto Romano con il Porto di Talamone ( GR ), di fronte all’Isola del Giglio. Da qui i Santi si sarebbero portati a Roma ( per via di superficie ). Studiando le antiche tavole geografiche si imbattè in Bebiana distante due miglia da Lorus ( Porto di Bibbona ) e Alsio, per cui da Bebiana si avrebbe Buana ( nel Codice Palermitano ) e quindi Suana. Negli Atti Vaticani viene detto: “ ad un miglio da Soana, presso una fonte “. Oppure è da intendersi la Cripta posta a Soana sotto la Chiesa di San Mamiliano, ove, secondo un’altra fonte, morirono nel 460. La Chiesa, di cui rimangono i ruderi, fu costruita sopra i resti di un tempio pagano. ( Cfr. Annuario della Diocesi di Grosseto, Sovana-Pitigliano, 1971 ). Il Caietano interpreta la trascrizione di “ S “ in “ B “ ( Suana = Buana ) come errore di copista. Dello stesso parere è il Varisco.
    La Critica Storica del Varisco
    1) Nelle Lezioni storiche del Proprio Palermitano l’epoca è stabilita nel terzo secolo, come evidentemente per San Mamiliano;
    2) E’ ripetuto l’errore “ in Buccinensi Crypta” ed il fatto che visitarono Roma con i Santi Mamiliano e Ninfa, mentre ciò è errato, cosa da escludersi e molto improbabile.
    Se con i Compagni di San Mamiliano vi fosse stata Santa Ninfa ( dal Varisco)
    Nei Codici A e B parecchie volte si parla di un certo periodo di vita condotta insieme tra i Santi e Santa Ninfa. Sembra strano che Golbodeo, Procolo e Mamiliano entrassero nella stanza della Santa furtivamente e durante la notte.
    E l’esilio ed i viaggi ( in Africa, Sardegna ed Isole dell’Arcipelago Toscano ) ? E la permanenza nella grotta con i tre Compagni di Mamiliano dopo la sua morte ? E’ probabile che Ninfa sia stata una monaca eremita, vissuta in un Monastero fondato dallo stesso S. Mamiliano in Sardegna o in qualche Isola del Mar Tirreno ( Montecristo, Giglio, Caprara, Gorgona ). La grotta potrebbe essere stata a Porto Romano o a Sovana .
    Il Lancia di Brolo afferma che: “ pare sia passata nel vicino continente a Sovana, i cui abitanti si dicono da lei convertiti, ma direi meglio edificati dall’esempio delle sue virtù, sia ivi morta, dove una Chiesa fu eretta in suo onore con le sue Reliquie; anche a Porto Romano le fu eretta una Chiesa”.
    Se i Santi Eustozio, Procolo e Golbodeo debbano dirsi Martiri .
    Secondo il P. Caietano ( Animadv. in Acta S. Nymphae ) il titolo di Martire non soltanto venne dato a Roma a chi avesse confessato il Nome di Gesù Cristo, coronandolo con il martirio, ma anche a chi per le persecuzioni avesse lasciato la propria casa con un volontario esilio, venisse tributato il nome e l’onore di Martire. Perciò Dionisio, vescovo di Alessandria, li chiama Vincitori : “ coloro che nella solitudine vagando per i monti o errando per la fame, la sete, il freddo, le malattie, dai briganti o dalle bestie feroci furono uccisi, non è minore per loro la gloria del martirio “. Nel tempo delle persecuzioni i morti in fuga ed in esilio non sono equiparati, ma chiamati Martiri da Cipriano.Il titolo di Martire è stato attribuito ai santi Eustozio, Procolo e Golbodeo poiché avevano dimostrato di essere “ Testimoni “ ( Martyres ) del Cristo. Questo termine, originariamente sinonimo di Martire, era stato applicato nel secolo III ai cristiani imprigionati, condannati alla prigione perpetua o torturati per la loro fede, che tuttavia erano riusciti a sfuggire alla condanna ( Cfr.Atti dei Martiri,op.cit.)
    La più probabile storia dei Santi Eustozio, Procolo e Golbodeo
    I Santi sono ignoti a tutti gli antichi Martirologi. I loro Atti, tratti da Codici del XII secolo, sono connessi a quelli della vita di San Mamiliano.
    In seguito ad una persecuzione religiosa per opera degli Ariani verso l’anno 450 furono mandati in esilio in Africa, forse insieme a San Mamiliano, Vescovo di Palermo ( ? ). Da qui, riscattati dalla pietà dei fedeli, si ritirarono in Sardegna e quindi all’Isola del Giglio o in altra viciniore, legati al loro Compagno e guida Mamiliano, sicuramente Monaco Basiliano. Ivi dopo qualche tempo trascorso in preghiera e solitudine, si addormentarono nel Signore.
    Le Reliquie dei Santi Eustozio, Procolo Golbodeo
    Presso gli antichi come “ corpo “ si intendeva anche una parte insigne di esso, poiché tante volte presso gli scrittori ecclesiastici bastava che si possedesse una Reliquia perché dicessero di possedere il corpo intero. Un esempio di ciò ne è il Mongitore, che affermava che “ Palermo avesse il Capo di Santa Ninfa “, mentre in realtà ne possiede solo una parte.Dall’ Isola del Giglio, luogo dove riposava Mamiliano e i suoi Compagni da molti secoli, nell’ 848 una parte delle loro Reliquie venne traslata a Civitavecchia; nel 1092 la maggior parte dei loro Corpi fu portata sotto Pio II a Sovana o Soana ( GR ) e collocata nella cripta della Chiesa a Lui intitolata, celebrandone la Traslazione al 16 Giugno ( Cfr. Atti in Caietano ).Nel 1098, sotto Urbano II da Porto Romano, parte delle Reliquie e la Testa furono traslate a Roma nella Chiesa Parrocchiale di Santa Maria in Monticelli( in Montecoelio), ove il Caietano vide una tabella nell’altare ( che lesse e trascrisse ) : “In hoc altari sunt corpora Sanctorum Mamiliani Episcopi, Golbodei, Astotii, Proculi ac Nymphae Virginis et Martyris. “. Il Caietano vide in un vaso di vetro parecchie ossa frammiste con l’iscrizione: “Sanctorum Martyrum Golbodei, Proculi et Eustotii" ed a parte le Teste dei Santi Mamiliano e Ninfa, incluse in teche di legno dorato. Nel 1111 , secondo l’Ughelli, da Civitavecchia altre Reliquie furono traslate in parte a Pisa nella Chiesa di San Matteo e in parte a Sovana ( 2^ Traslazione, celebrata al 19 Aprile ). Nel 1666 da Roma alcune Reliquie dei Santi Eustozio, Procolo e Golbodeo furono traslate a Palermo ( la Festa della Traslazione fu celebrata dal 1669 al 1924 la Domenica dopo la Festa dell’Invenzione delle Reliquie di Santa Rosalia; dal 1925 al 1957 al 21 Luglio; dal 1958 al 1976 al 17 Luglio per tutta la Diocesi; nel 1976 venne proposto di celebrare al 13 Novembre la Memoria facoltativa di “ Santa Ninfa e Compagni Martiri” dal 1976 al 1982 al 17 Luglio, per la sola Città di Palermo; dal 1983 sono stati espunti dal Calendario ).
    Sto combattendo la Buona Battaglia, sto proseguendo la Corsa, sto tentando di conservare la Fede

    Sono un clandestino nel Regno dei Cieli

 

 
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