del Prof. Franco Damiani
Mi sono letto il lungo articolo che il “Foglio” dedica all’intervento del “card.” Scola al meeting di Rimini. Titolo: “Desiderare Dio, teologia in tre film” (l’ho messo tra i miei link).
Non ho il tempo e neanche, in questo momento, le risorse per un’analisi sistematica.
Volevo solo riferire qualche impressione:.
1) Il linguaggio, che definirei un ecclesialese molto giussaniano, apparentemente alla mano e didascalico, ma pieno di definizioni sfuggenti come “si deve azzardare l’ipotesi che sia Dio stesso che viene nel mondo ad abilitare l’uomo a divenirgli familiare”. Quel linguaggio che manda in visibilio i ciellini e che sembra molto profondo, ma è in realtà a mio giudizio molto presuntuso, in quanto sdegna la terminologia tradizionale ritenendola obsoleta e sembra dire chissà che, mentre in realtà o dice poco o dice cose che almeno a me sembrano tremende, come accennerò.
2) “Viene subito in mente – scrive Scola - la suggestiva etimologia della parola desiderio di don Giussani: de-sidera, dalle stelle”.
Ora, va bene che per i ciellini, anche divenuti patriarchi, don Giussani ha inventato la ruota e scoperto l’America, ma questo è un po’ troppo: l’etimologia di desiderio da “de” e “sidus, sideris” è in tutti i vocabolari, non l’ha inventata il Gius. Solo che “dalle stelle” si dirà “de sideribus” e non “de sidera”. Evidentemente queste sono quisquilie per un modernista, per cui il latino è un relitto del passato, ma se si fa una citazione latina onestà vorrebbe che la si facesse corretta, anche se si è un “patriarca”. D’altra parte Scola voleva sfoggiare le a sua conoscenza di tre film contemporanei, “Matrix”, “Memento” e “Fratello dove sei?”, perchè questo fa molto prete moderno, aggiornato e sulla stessa lunghezza d’onda dei giovani, e lui non aveva tempo di controllare le declinazioni.
3) Il punto più importante. A un certo punto si legge:
“Questa esperienza comune ad ogni uomo questo primo e fondamentale luogo della comunicazione e della narrazione di Dio possiede due implicazioni di radicale importanza. In primo luogo la coscienza che Dio non è altrove rispetto alla realtà, ma è dentro la realtà. E questo nel senso preciso che la costituisce qui ed ora, la crea facendola partecipare del Suo stesso essere: Il mondo è stato fatto per mezzo di Lui (Gv 1,10). Un Dio fuori dalla realtà sarebbe un puro prodotto della nostra immaginazione. Sarebbe un nome vuoto, come spesso affermano gli uomini di oggi quando, interrogati, non negano lesistenza di Dio. Sarebbe un Quid incomunicabile, non suscettibile di essere conosciuto da tutti gli uomini. In secondo luogo, se Dio è dentro la realtà, se Egli costituisce limplicazione ultima di ogni esperienza umana, allora nessun uomo è lontano da Dio, né, lo voglia o meno, può minimamente allontanarsi da Lui”.
Qui il povero credente non ha quasi il coraggio di obiettare: “E’ il patriarca di Venezia, ha studiato teologia…”, balbetta il tapino.
Purtroppo però mi sono abituato a questo schema mentale: io la butto lì, dice il modernista famoso, e vediamo se qualcuno ha il coraggio di reagire. Mi succedeva così alle conferenze di “don ” Romeo Cavedo a Venezia, quando il “famoso biblista” negava il carattere espiatorio della Redenzione, anzi negava tout court la redenzione e io, come tutti gli altri, non avevo il coraggio di ribattere, paralizzato dal timore di una rispostaccia o peggio di una risata e dagli sguardi degli altri con implicito scherno (“ma dove sei rimasto?”). D’altra parte, chi tace, si sa, acconsente, almeno in foro interno.
Qui, sia detto con tutto il timore e il tremore possibili (mi corregga chi sa), mi sembra che siamo in pieno panteismo:
“Dio non è altrove rispetto alla realtà, ma è dentro la realtà. E questo nel senso preciso che la costituisce qui ed ora, la crea facendola partecipare del Suo stesso essere”.
“La realtà” (tutta) partecipa dello stesso essere di Dio? Eminenza, “la realtà” è Dio? Non è questo il “Deus sive natura” di Scoto Eriugena e di Spinoza? Non vale più la distinzione tra il piano naturale e quello soprannaturale?
D’altra parte, abbiamo avuto in Gaudium et Spes 22, ripreso da Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II in “Redemptor hominis (1979) il concetto che “Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e dello Spirito santo, svela anche pienamente l’uomo all’uomo” (in “Tutte le encicliche dei Sommi Pontefici”, Milano, dall’Oglio, V edizione, 1979, II vol, p. 1836). Concetto che don Nitoglia qualifica come “panteismo ascendente e acosmista”, “in cui il primato spetta a Dio che assorbe il mondo in sé”. Quindi, in fondo, che ci sarebbe di strano? Vengono però i brividi quando alla fine di questo brano si legge “nessun uomo è lontano da Dio, né, lo voglia o meno, può minimamente allontanarsi da Lui”.
Quel “lo voglia o meno” non riecheggia sinistramente il “lo sappia o no, lo voglia o no” con cui lo stesso Wojtyla distrugge di fatto la necessità stessa della Chiesa affermando che tutti gli uomini, indipendentemente dalla loro risposta in fede e opere, sono già salvi in virtù dell’Incarnazione? (Il tema, com’è noto, è ampiamente studiato da Johannes Doermann nei quattro volumi della “Teologia di GPII e lo spirito di Assisi”, ed. Ichthys). Nessun uomo può allontanarsi da Dio? Nemmeno chi apertamente lo rifiuta? Ma allora, domanda sempre il povero tapino timoroso di essere tacciato di stupidità, di bigottismo, di arretratezza, ma che alla fine trova il coraggio del bambino che gridò “il re è nudo”, allora a che serve la Chiesa, a che serve la religione, a che serve la Messa, a che servite voi preti?
Poi ci sarebbe da chiedersi perché Ferrara dia tanto spazio a queste voci, che evidentemente lo affascinano, ma questa tutto sommato è una questione secondaria.
Link “Desiderare Dio” o il Pleroma? Appunti a margine dell’intervento del patriarca di Venezia al Meeting ciellino « AGERECONTRA





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