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Discussione: I guai di Fini.

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    Predefinito I guai di Fini.

    Aiuti agli amici nella sua Camera privata

    di Francesco Cramer.

    Roma
    La Camera degli affari di Gianfranco Fini sta a piazza Montecitorio.
    È da lì che il presidente si dà da fare per aiutare i suoi amici.
    Parenti e amici.
    Ed è lì che li riceve: nel novembre del 2008 accoglie il cognato Giancarlo Tulliani per cercare di farlo sfondare nell’ambito televisivo facendo pressioni su viale Mazzini.
    Nel novembre dell’anno successivo, ma anche lo scorso gennaio, il suo ufficio ospita invece il costruttore e socio di Anemone, Francesco De Vito Piscicelli: la celebre «iena della cricca» perché intercettato a sghignazzare la notte del terremoto in Abruzzo il 6 aprile 2009.
    L’imprenditore sognava già di fare soldi a palate grazie al sisma dell’Aquila e alla sua rete di amicizie. Amicizie altolocate visto che sempre grazie alle intercettazioni s’è scoperto che Piscicelli aveva ottimi rapporti anche col presidente della Camera. Tanto da chiamare la sua fidatissima segretaria, Rita Marino.
    «Senta dottoressa - dice Piscicelli al telefono il 24 novembre 2009 - avevo bisogno di vederla un minuto per una cosa vitale...». E la Marino: «Io sono qua».
    Concordano una visita per il giorno successivo: «Domani alle 10 e mezza 11 va bene?». E la Marino: «Domani un attimo... Allora domani è 25... Sì sì va benissimo». Chissà se Piscicelli ha incontrato soltanto la segretaria o anche lo stesso Fini, in quel pomeriggio impegnato a stringere la mano, sempre a Montecitorio, al presidente del Turkmenistan, Gurbanguly Berdymukhammedov.
    La Marino, comunque, sarebbe stata determinante per sbloccare un pagamento da 1,5 milioni di euro a Piscicelli per l’appalto relativo alla costruzione della piscina di Valco San Paolo per i mondiali di nuoto a Roma. Tanto da meritarsi un bel regalo in occasione del Natale.
    Intercettato al cellulare con la sua segretaria, Piscicelli chiede: «È tutto pronto?». E l’altra: «Quello di Rita Marino sta sulla scrivania». La consegna? Probabilmente il 22.
    Il 23 dicembre, rispondendo alla richiesta se la Marino s’è attivata o meno per quella pratica, il costruttore risponde: «L’ho vista ieri». A Montecitorio? Solo lei? O anche Fini che, quel giorno, riceve alla Camera una delegazione della Cisl con Bonanni?
    Un altro passi per la Camera, Piscicelli dovrebbe averlo ottenuto nel gennaio del 2010. Forse per riparlare vis à vis di quella bega sul cantiere della piscina romana: lavori in ritardo, costi cresciuti a vista d’occhio, necessità di sbloccare le rate del Comune di Roma, come poi di fatto avverrà, per un totale di 1,5 milioni di euro. Sblocco avvenuto anche grazie a Rita, e presumibilmente al suo capo Fini, in contatto assiduo con Piscicelli.
    Insomma, il costruttore va e viene da Montecitorio un po’ come il cognato di Fini, Giancarlo Tulliani, desideroso di farsi lanciare nel business della tv di Stato grazie all’appoggio dell’influente parente.
    «Elisabetto» è presente al piano nobile della Camera dei deputati il 18 novembre 2008. Quel giorno Fini proprio alla Camera, oltre a ribadire che «le leggi razziali del 1938 sono state una delle pagine più vergognose della storia italiana», è impegnato in affari ben più terra a terra: fare pressioni su un alto dirigente Rai, Guido Paglia, per dare un aiutino al lì presente rampollo.
    Peccato che il manager di viale Mazzini abbia la schiena dritta e si oppone: «Gianfranco, cosa mi chiedi? Lo sai che ci sono delle regole, bisogna essere iscritti all’albo fornitori della Rai, c’è una concorrenza sterminata delle major...».
    Insomma, il sogno di acquistare film all’estero e poi rivenderli alla tv di Stato sfuma di fronte alla schiena dritta di Paglia con il quale Fini rompe un’amicizia trentennale.

    Ma mica si dà per vinto, il presidente della Camera.
    Ieri Dagospia si domandava: dopo il no di Paglia chi è quell’altissimo dirigente Rai che fu convocato nell’appartamento privato del presidente della Camera per «spingere» la nascente impresa di produzione cine-televisiva del cognato Elisabetto? Le voci e le smentite si accavallano ma le ipotesi più accreditate parlano del «tridente del Ma».
    Tradotto: Fini potrebbe aver provato a premere su Masi, Mazza e Marano.

    Mauro Masi, diventato direttore generale della Rai nell’aprile del 2009, è stato capo di gabinetto del vicepresidente del Consiglio dei ministri durante il governo Berlusconi II e Berlusconi III.
    E chi era vicepremier di Berlusconi in tutte e due le circostanze? Gianfranco Fini.
    Forse in nome di antica amicizia e vicinanza...
    Oppure avrebbe potuto spingere i Tulliani su Mauro Mazza, gavetta al Secolo d’Italia, tifosissimo come Gianfranco della Lazio, brillante ascesa in Rai fino a diventare direttore del Tg2 nel 2002.
    Carica mantenuta fino al maggio del 2009 per poi passare a dirigere Raiuno.

    Terza ipotesi: Antonio Marano, ex direttore di Rai 2, nel maggio del 2009 nominato anche vicedirettore generale di Viale Mazzini.

    dalla pg.3 de ilgiornale.it 30 08 2010

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Rif: I guai di Fini.

    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    Aiuti agli amici nella sua Camera privata

    di Francesco Cramer.

    Roma
    La Camera degli affari di Gianfranco Fini sta a piazza Montecitorio.
    È da lì che il presidente si dà da fare per aiutare i suoi amici.
    Parenti e amici.
    Ed è lì che li riceve: nel novembre del 2008 accoglie il cognato Giancarlo Tulliani per cercare di farlo sfondare nell’ambito televisivo facendo pressioni su viale Mazzini.
    Nel novembre dell’anno successivo, ma anche lo scorso gennaio, il suo ufficio ospita invece il costruttore e socio di Anemone, Francesco De Vito Piscicelli: la celebre «iena della cricca» perché intercettato a sghignazzare la notte del terremoto in Abruzzo il 6 aprile 2009.
    L’imprenditore sognava già di fare soldi a palate grazie al sisma dell’Aquila e alla sua rete di amicizie. Amicizie altolocate visto che sempre grazie alle intercettazioni s’è scoperto che Piscicelli aveva ottimi rapporti anche col presidente della Camera. Tanto da chiamare la sua fidatissima segretaria, Rita Marino.
    «Senta dottoressa - dice Piscicelli al telefono il 24 novembre 2009 - avevo bisogno di vederla un minuto per una cosa vitale...». E la Marino: «Io sono qua».
    Concordano una visita per il giorno successivo: «Domani alle 10 e mezza 11 va bene?». E la Marino: «Domani un attimo... Allora domani è 25... Sì sì va benissimo». Chissà se Piscicelli ha incontrato soltanto la segretaria o anche lo stesso Fini, in quel pomeriggio impegnato a stringere la mano, sempre a Montecitorio, al presidente del Turkmenistan, Gurbanguly Berdymukhammedov.
    La Marino, comunque, sarebbe stata determinante per sbloccare un pagamento da 1,5 milioni di euro a Piscicelli per l’appalto relativo alla costruzione della piscina di Valco San Paolo per i mondiali di nuoto a Roma. Tanto da meritarsi un bel regalo in occasione del Natale.
    Intercettato al cellulare con la sua segretaria, Piscicelli chiede: «È tutto pronto?». E l’altra: «Quello di Rita Marino sta sulla scrivania». La consegna? Probabilmente il 22.
    Il 23 dicembre, rispondendo alla richiesta se la Marino s’è attivata o meno per quella pratica, il costruttore risponde: «L’ho vista ieri». A Montecitorio? Solo lei? O anche Fini che, quel giorno, riceve alla Camera una delegazione della Cisl con Bonanni?
    Un altro passi per la Camera, Piscicelli dovrebbe averlo ottenuto nel gennaio del 2010. Forse per riparlare vis à vis di quella bega sul cantiere della piscina romana: lavori in ritardo, costi cresciuti a vista d’occhio, necessità di sbloccare le rate del Comune di Roma, come poi di fatto avverrà, per un totale di 1,5 milioni di euro. Sblocco avvenuto anche grazie a Rita, e presumibilmente al suo capo Fini, in contatto assiduo con Piscicelli.
    Insomma, il costruttore va e viene da Montecitorio un po’ come il cognato di Fini, Giancarlo Tulliani, desideroso di farsi lanciare nel business della tv di Stato grazie all’appoggio dell’influente parente.
    «Elisabetto» è presente al piano nobile della Camera dei deputati il 18 novembre 2008. Quel giorno Fini proprio alla Camera, oltre a ribadire che «le leggi razziali del 1938 sono state una delle pagine più vergognose della storia italiana», è impegnato in affari ben più terra a terra: fare pressioni su un alto dirigente Rai, Guido Paglia, per dare un aiutino al lì presente rampollo.
    Peccato che il manager di viale Mazzini abbia la schiena dritta e si oppone: «Gianfranco, cosa mi chiedi? Lo sai che ci sono delle regole, bisogna essere iscritti all’albo fornitori della Rai, c’è una concorrenza sterminata delle major...».
    Insomma, il sogno di acquistare film all’estero e poi rivenderli alla tv di Stato sfuma di fronte alla schiena dritta di Paglia con il quale Fini rompe un’amicizia trentennale.

    Ma mica si dà per vinto, il presidente della Camera.
    Ieri Dagospia si domandava: dopo il no di Paglia chi è quell’altissimo dirigente Rai che fu convocato nell’appartamento privato del presidente della Camera per «spingere» la nascente impresa di produzione cine-televisiva del cognato Elisabetto? Le voci e le smentite si accavallano ma le ipotesi più accreditate parlano del «tridente del Ma».
    Tradotto: Fini potrebbe aver provato a premere su Masi, Mazza e Marano.

    Mauro Masi, diventato direttore generale della Rai nell’aprile del 2009, è stato capo di gabinetto del vicepresidente del Consiglio dei ministri durante il governo Berlusconi II e Berlusconi III.
    E chi era vicepremier di Berlusconi in tutte e due le circostanze? Gianfranco Fini.
    Forse in nome di antica amicizia e vicinanza...
    Oppure avrebbe potuto spingere i Tulliani su Mauro Mazza, gavetta al Secolo d’Italia, tifosissimo come Gianfranco della Lazio, brillante ascesa in Rai fino a diventare direttore del Tg2 nel 2002.
    Carica mantenuta fino al maggio del 2009 per poi passare a dirigere Raiuno.

    Terza ipotesi: Antonio Marano, ex direttore di Rai 2, nel maggio del 2009 nominato anche vicedirettore generale di Viale Mazzini.

    dalla pg.3 de ilgiornale.it 30 08 2010

    saluti
    Una cosa non riesco a capire e cioè, con tutte le intercettazioni telefoniche che la magistratura fa a tutti i cittadini possibile che non ab bia mai ascoltato quelle relative ai parenti ed amici di fini?

    Ricordo che fini si dichiarò contrario alla legge sul lodo alfano e che per lui
    chiedesse non venisse applicata.

    Si sentiva protetto in altro modo? Cosa c'era sotto a tanta rinuncia?

    Se non ricordo male era pure per la libertà di stampa ; come spiegare e spiegarsi ora che minacci querele a destra e manca?

    Fini? Un vero rebus !

  3. #3
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    Predefinito Rif: I guai di Fini.

    Ho parlato con Rita, ci pensa lei...

    Pubblichiamo le telefonate più significative intercorse tra la segretaria di Gianfranco Fini, Rita Marino, e il costruttore Francesco Maria De Vito Piscicelli, l’uomo sorpreso dagli inquirenti che indagavano sugli appalti al G8 dell’Aquila al telefono con il cognato la notte del sisma tra il 4 e il 5 aprile scorso a ridere sulla tragedia del terremoto e a speculare su possibili appalti milionari legati alla ricostruzione del capoluogo abruzzese.

    L’oggetto delle fitte telefonate è una tranche da 1,5 milioni di euro per uno degli appalti per i Mondiali di nuoto (la piscina di Valco San Paolo) finito anch’esso nel mirino dei magistrati. Dalle telefonate emerge come la Marino si sia impegnata con successo presso la ragioneria del Comune di Roma per sbloccare il pagamento. Viene fissato anche un incontro, che si è tenuto il 25 novembre del 2009, tra la stessa Marino e Piscicelli proprio per sbloccare la pratica. Secondo gli inquirenti gli incontri negli uffici della Camera a Montecitorio sarebbero almeno due.

    In una circostanza è l’architetto Paolo Zini a invitare Piscicelli a chiamare la Marino per sollecitare il via libera del Comune. La telefonata è rassicurante, tanto che poi Piscicelli richiama Zini confermando l’interessamento della factotum del leader di Futuro e Libertà per accelerare in via straordinaria la pratica. Che i rapporti tra Piscicelli e la Marino siano più che cordiali si evince anche dal tenore delle telefonate.

    Un’altra circostanza interessante riguarda alcuni «regali» che Piscicelli ha in mente di fare alla Marino durante il periodo natalizio. A riprova di ciò basta leggere la telefonata tra l’imprenditore e la sua segretaria, nel quale si fa espressamente riferimento al cadeau, che secondo gli inquirenti sarebbe un monile acquistato alla gioielleria Bonanni di Roma.

    sempre alla pg.3 le telefonate tra la ceicca e la corte di Fini.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito Rif: I guai di Fini.

    Intervista Anna Bernini

    "Ora Gianfranco deve chiarire su Montecarlo".

    Roma - Fini? «In politica noi siamo chiamati a un’etica dei comportamenti congruenti. Credo nella separazione tra pubblico, privato e personale, ma talora i piani si intersecano in maniera insidiosa. In quel caso è doveroso fare chiarezza. Soprattutto se si sono trascorsi i mesi precedenti in battaglie sulla legalità e sulla moralità».
    Anna Maria Bernini, 45 anni, avvocato, è parlamentare, portavoce nazionale vicario del Pdl. Il suo nome è stato fatto anche come futuro viceministro allo Sviluppo economico. Il suo «allunaggio» in politica è avvenuto «attraverso la fondazione Farefuturo, all'epoca laboratorio delle idee di centrodestra e caratterizzata da ben altro taglio editoriale che mi aveva espresso come rappresentante al cosiddetto Comitato dei 30, presiesuto da un Fini in versione non finiana ma di cofondatore, dove si sono fatte prove generali Di Pdl, perché l'intento era quello di scrivere la carta delle regole di un grande partito unito di centrodestra».

    Sulla vicenda monegasca, i troppi misteri della casa in cui vive il «cognato» Giancarlo Tulliani, la Bernini dice di «confidare, anzi auspicare un chiarimento».
    Ma l’intesa politica, quella è finita. Lei e' rimasta nel Pdl, ancorata a quel progetto iniziale in cui dice di credere con entusiamo e per il quale, anche nell'ultima impegnativa sfida contro Errani, ha speso tante energie. «Ho sempre diffidato fortemente dei monopolisti e dei concessionari in esclusiva della legalità, della moralità che di solito trascende in moralismo. Chiunque si erga a giudice unico dei comportamenti, per lo più altrui, crea degli standard così elevati da essere comunque travolto. È un po’ la sindrome di Saint-Just: chiunque costruisce la ghigliottina in piazza prima o poi ne assaggia la lama. Questo è il tempo della responsabilità per il governo e delle azioni positive e dei risultati che contribuiscono a far crescere il Paese e a portarlo più' forte e più' moderno fuori dalla crisi.».

    Ma lei che idea si è fatta sulla vicenda di boulevard Princesse Charlotte?
    «Ripeto, è il momento del chiarimento. Mi auguro avvenga con la ripresa dell’attività politica, magari al convegno di Mirabello di cui tanto si parla. Certo, c’è stato un silenzio pesante questa estate, molto si è detto senza contraddittorio, per ora. Cose che danno inevitabilmente anche alla politica degli spunti di riflessione. Le persone osservano la politica, bisogna che chi fa politica sia disponibile a dare delle spiegazioni quando è necessario».

    Centocinquantamila italiani ci hanno scritto per chiedere le dimissioni di Fini da presidente della Camera. Ma i vertici del Pdl non ci seguono. Fini deve lasciare Montecitorio?
    «Fatico a darle una risposta, in mancanza di dati, spiegazioni e chiarimenti. Fini deve chiarire. Io non ho mai chiesto le dimissioni di nessuno, non sono una garantista a corrente alternata, non ho mai agitato le dimissioni come uno scalpo. Bisogna che politica e magistratura facciano ciascuna il proprio lavoro e che le cose siano esaminate sempre dalla stessa prospettiva, non cambiandola a seconda della convenienza».

    Riproviamo: dimissioni sì o no?
    «Non voglio che la mia risposta le sembri omertosa, ma queste decisioni spettano all’organigramma del partito secondo itinerari corretti. Certo, la vostra inchiesta giornalistica ha fatto emergere delle tesi. E le 150mila richieste di dimissioni rappresentano una evidente chiamata di responsabilità della società civile».

    Ma lei perché non ha seguito Fini in Futuro e Libertà?
    «Io sono figlia del Pdl, del progetto Pdl, della sua capacità di riattivare la società civile, di porsi come ponte tra le esigenze dei territori e l’attività istituzionale. Per me è stata una scelta assolutamente necessaria continuare a credere in un progetto in cui il presidente Fini, insieme ad altri soggetti politici, nella sua qualità di cofondatore del Pdl aveva fatto confluire tutti noi».

    E allora rovesciamo la domanda: perché Fini ha lasciato il Pdl?
    «Le motivazioni sono ovviamente politiche e attengono alle modalità espressive dei singoli. Quello che le posso dire è che secondo me si prospetto un problema di rappresentanza di un popolo, quello del Pdl, che negli ultimi anni nelle urne ha più volte benedetto, consacrato il progetto di un partito unico del centrodestra. Siamo stati legittimati dal popolo su un programma, su una coalizione, e su un leader, Silvio Berlusconi, che tra i leader europei gode del più ampio consenso popolare. Questa è la nostra mission di legislatura ridefinita da ora in poi sulla base dei cinque punti. Il senso forte del ritorno alla politica autunnale è quello di tener conto di questo comune mandato che ci viene chiesto di rivotare alle Camere in maniera convinta, cui devono seguire comportamenti coerenti».

    Altrimenti che cos’è: un tradimento?
    «Diciamo una secessione di eletti, non di elettori. Di una classe dirigente, non del popolo. Che, glielo dico per averne avuto prova nella mia attività sul territorio, non riesce a comprendere ciò che è successo. Io sono felice di sapere che si stanno facendo da parte del nuovo gruppo parlamentare autonomo delle dichiarazioni di distensione di apertura all’adesione a un programma sotto l’egida del quale, voglio sottolinearlo, tutti siamo stati eletti. In questo senso non comprendo ciò che abbia portato Fini alla deviazione del percorso. Se i motivi erano programmatici, bisognava discuterne all’interno del partito».

    Andrea Cuomo alla pg. 2 de ilgiornale.it 30 08 2010

 

 

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