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    Thumbs up I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE

    Sull'ottimo sito Pagine cattoliche sono reperibili dei testi denominati "I tesori di Cornelio a Lapide". A dir la verità non so chi sia questo autore, ma dal tono e dal modo di esporre le varie questioni è palese l'assenza di qualsiasi influsso moderno e modernista, ed evidentemente si va un bel pò indietro nel tempo.
    Consiglio a tutti la lettura.

    Ne posto qualcuno a titolo d'esempio:



    IL LAVORO

    1. Necessità del lavoro.
    2. Utilità del lavoro.

    1. NECESSITÀ DEL LAVORO. - Dalla sacra Scrittura apertamente si rileva che la necessità del lavoro e la sua gravezza fu conseguenza del peccato. Quelle parole del Signore ad Adamo: «Per causa tua la terra è maledetta; d’ora in poi non ti darà che triboli e spine e se tu vorrai trarne il tuo sostentamento l'avrai da irrigare col sudore della tua fronte» (Gen. III, 17-19), suonano non solamente una maledizione e una condanna, ma un obbligo strettissimo al lavoro, imposto a tutti gli uomini come opera di penitenza e di espiazione.
    È vero che anche prima della sua caduta Adamo doveva lavorare, perché leggiamo che Dio collocò l'uomo in un giardino di delizie, assegnandogli per compito la custodia e la coltivazione del medesimo (Gen. II, 15). Ma questo, anziché un lavoro grave e penoso, era un'occupazione dilettevole e gradita; l'uomo lavorava non per guadagnarsi il vitto col sudore della fronte, ma per esercitare la sua intelligenza e le sue forze; egli non si affaticava, dice il Crisostomo, ma nello stesso tempo non stava in ozio (Homil. in Gen.).
    Qui possiamo osservare: 1° l'antichità del lavoro e dell’agricoltura... 2° la sua dignità, sia perché stabilita e ordinata da Dio, sia perché tutti i patriarchi, cioè i primi personaggi del mondo antico, attesero a coltivare la terra... 3° il carattere tutto speciale dell'agricoltura che fu ordinata all'uomo nello stato d'innocenza a preferenza di ogni altro lavoro e impostagli dopo la caduta, in espiazione dei suoi peccati... Perciò non fa meraviglia se Abele e gli altri figli e nipoti di Adamo, come anche di poi Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe e i suoi fratelli, Mosè, Giobbe, Davide attesero alla pastorizia ed all'agricoltura. Romolo e i primi Romani, furono pastori ed agricoltori. I re, scrive Plinio, lavoravano i campi e la terra si rallegrava di essere solcata dal vomero di quei coltivatori cinti d'alloro e splendidi per trionfi. Essi governavano le cose della campagna tanto diligentemente quanto quelle della guerra; preparavano il terreno a ricevere le semenze con quella cura con cui affilavano e armi per trionfare dei nemici.
    S. Paolo esortava Timoteo a lavorare, come buon soldato di Cristo (II, II, 13); S. Gerolamo scriveva a Rustico: « Impiegati continuamente in qualche lavoro, affinché il diavolo ti trovi sempre occupato; poiché l'ozioso è molestato dai cattivi desideri (Epist. ad Rustic.)».
    «Non amare il sonno, dice il Savio, se non vuoi cadere nell'indigenza; apri gli occhi e ti procurerai cibo in abbondanza» (Prov. XX, 13). «Non rifiutarti ai lavori faticosi né all'agricoltura perché essa fu creata dall'altissimo» (Eccli. VII, 16). Per cinque ragioni lo Spirito Santo ci raccomanda il lavoro: 1° perché allontana l'ozio, sorgente e origine di tutti i vizi. 2° Perché il lavoro è occupazione così naturale e necessaria all'uomo, come il volare all'uccello (IOB. V, 7). 3° Perché il lavoro mantiene la sanità, fortifica l'anima e il corpo. 4° Perché in mezzo alle spine del lavoro germogliano le rose della virtù, come l'innocenza, la pazienza, ecc. 5° Perché Dio l'ha stabilito e ne ha fatto un dovere.

    2. UTILITÀ DEL LAVORO. - Udiamo, a questo riguardo, l'opinione e l'insegnamento degli antichi sapienti pagani. «Di tutto ciò che l'uomo ricerca, non vi è cosa né più dilettevole, né più dolce, né più degna dell'uomo libero, che l'agricoltura», scrive Cicerone (Lib. I de Offic.). «La ragione è quella recata già da Massimo di Tiro, che il coltivatore della terra si esercita per mezzo di un continuo lavoro; gode l’aria più pura e, più di ogni altro, gusta le bellezze e le dolcezze della natura; la sua mano è agile, il piede saldo e la complessione è robusta: egli è già un soldato esercitato a difendere la patria» (Orat. XXIV).
    Tra le cose necessarie a procurare la sapienza, Aristotile annoverava il lavoro (PLUTARC.); Platone era di avviso che se non si può esercitare il corpo senza lo spirito, nemmeno si può raffinare lo spirito senza gli esercizi del corpo; che l'uno e l'altro devono lavorare d'accordo (LAERT. lib. III). Catone poi rassomigliava l'uomo al ferro il quale è lucido se viene adoperato, altrimenti irrugginisce. Perciò leggiamo che Ercole per avvezzarsi al lavoro, si esercitava ogni giorno a schiantare siepi di rovi che ingombravano il paese da lui abitato (PAUSAN. lib. VI). Licurgo esercitava alle corse, alle finte battaglie, al tirare con l'arco, anche le donne, affinché si avvezzassero a sopportare i pesi, a soffrire i dolori ed anche a combattere per la patria, quando occorresse (PLUTARC.).
    «Come ogni arte si mantiene e si perfeziona per mezzo delle cure che vi si spendono attorno, così ogni grazia aumenta col lavoro e deperisce nell’ozio», predicava il Crisostomo (Homil. III, in Matth.). E S. Ambrogio scrive: «Ogni cosa va crescendo in bene per mezzo del lavoro. Chi si procurerà mai nulla senza esercizio? Non si esercita forse il soldato, per diventare baluardo della patria? Non si addestra l'atleta per guadagnare il premio?» (Lib. I, de Offic.).
    Leggete, pregate, lavorate e il tempo vi parrà sempre troppo breve... e voi sarete felici... «Figliuol mio, dice il Savio, sii spedito nei tuoi affari e terrai lontane da te molte malattie» (Eccli. XXXI, 27). L'attività nel lavoro vivifica e invigorisce l’anima non meno che il corpo... Col lavoro il sangue circola, si purifica, si rinnova; gli umori biliosi e nocivi si dissipano, la digestione si compie con più facilità, Il sonno è calmo e ristora le forze, ecc. Dio benedice gli uomini laboriosi; essi guadagnano l'affetto dei loro simili; godono in sé la tranquillità e la pace; ottengono vittoria sui loro nemici sono stimati, accarezzati e soccorsi nei loro bisogni o per dir meglio, il lavoro non lascia che patiscano penuria e tiene lontano da loro il bisogno.
    Riguardo all'anima poi, il lavoro è efficacissimo mezzo a dissipare le tentazioni, a scacciare i cattivi pensieri, a tenere lontano il demonio, a domare la concupiscenza... Noi, noi medesimi siamo il campo del Signore e perciò dobbiamo coltivarci... Il campo che dobbiamo lavorare è l'anima nostra; gli alberi fruttiferi sono la sobrietà, la castità e le altre simili virtù; il coltivatore è l'uomo; la pioggia è la grazia di Dio; i venti sono le tentazioni; il calore del sole è l’influsso dello Spirito Santo, la messe è la ricompensa della vita eterna...
    L'agricoltura è dunque nel senso mistico la coltivazione dell’anima nostra e di quella dei nostri fratelli. La campagna che Dio ci ordina in primo luogo di coltivare è l'anima, lo spirito, il cuore, secondo quelle parole di San Paolo ai Corinti: «Voi sete l'agricoltura di Dio» (1 Cor III, 9). Bisogna avere la massima diligenza per coltivare bene questo campo; non avere paura né di pene, né di sudori, né di veglie, sostenendoci la speranza di una messe abbondante, di una messe che più non ci verrà meno in eterno, secondo le parole del Salmista: «Andando spargevano tra il pianto la loro semenza, ma nel ritorno verranno lieti e giubilanti portando pesanti covoni» (Psalm. CXXV, 7-8). Bisogna innanzi tutto lavorare per l'anima, per la salute, per il cielo..., poi lavorare per il corpo, ma avendo l'occhio all'anima. Tutti i lavori del corpo e dello spirito dovrebbero essere fatti per l'eternità.

    Pagine cattoliche - I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Lavoro

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    Predefinito Rif: I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE

    L'IMPURITA'

    1. L'impurità è un peccato mortale di sua natura
    2. Avvilimento dell'impudico.
    3. Funesti effetti dell'impurità: 1° effetto, i tormenti; 2° danni spaventosi; 3° lo scandalo; 4° l'accecamento; 5° la schiavitù
    4. I piaceri della carne sono cosa da poco, pieni di amarezza, e di molestie.
    5. Quali sono le principali cause dell'impurità?
    6. In quanti modi si cade nel vizio della disonestà.
    7. Quanto sia difficile uscire dall'impurità
    8. Castighi e dannazione dell'impudico.
    9. Rimedi contro l'impurità.

    1. L'IMPURITÀ È UN PECCATO MORTALE DI SUA NATURA. - L'impudico consacra il suo culto alla carne... Egli adora quello che adoravano i pagani; venera con loro il medesimo dio. Ora l'idolatria è un delitto enorme. «Il mio popolo, dice Iddio, ha cangiato la sua gloria per un idolo. Stupite, o cieli, e voi, o potenze del cielo, vestitevi a lutto» (IEREM. II, 11-12). «L'impudico cambia la gloria del Dio incorruttibile, nella sembianza dell'uomo corruttibile», dice S. Paolo (Rom. I, 23).
    Lo stesso Apostolo dice ancora: «Quelli che si deliziano nella carne, non possono piacere a Dio; se voi vivrete secondo gli appetiti della carne, morrete» (Rom. VIII, 8, 13). «Non illudetevi: né i lussuriosi, né gli idolatri, né gli adulteri possederanno il regno dei cieli» (1 Cor. VI, 9-10); «perché la carne e il sangue non possono stare con Dio, né la corruzione immedesimarsi con l'incorruttibilità» (Ib. XV, 50). «Non sapete che voi siete il tempio di Dio, che i vostri corpi sono membri di Gesù Cristo e che in voi abita lo Spirito Santo? Adoprerete adunque i membri di Gesù Cristo per farne membri di una prostituta? Ma se alcuno profana il tempio santo di Dio, il qual tempio siete voi, Dio lo sterminerà» (Ib. III, 16-17; VI, 15). «Sappiate e vi stia ben fisso in mente, che nessun fornicatore o impudico avrà parte all'eredità del regno di Cristo e di Dio» (Eph. V, 5).
    Formale è il precetto di Dio: Non fornicare (Exod XX. 14), né meno chiara è la sua sentenza che nella città di Dio non v'entrerà nulla di macchiato (Apoc. XXI, 27). «E Dio, dice S. Pietro, sa riservare i malvagi al giorno del giudizio per castigarli e quelli principalmente che accarezzano la carne vivendo secondo le voglie della carnale concupiscenza» (II, II, 9-10). Infatti è peccato così enorme l'impurità e così abominato da Dio, che, come dice S. Agostino, è il più gradito a Dio l'abbaiare dei cani, il muggire dei buoi, il grugnire dei porci, che non il canto dei suoi servi impudichi (In Levit.).
    «Non cambiate i vasi sacri in vasi d'ignominia», esclama S. Pier Damiani; ora, già l'abbiamo inteso dall'Apostolo, i cristiani sono i tempi, i vasi sacri del Dio vivente. Se un profanatore sacrilego dirocca una chiesa, abbatte un altare, spezza un vaso sacro, di quale odioso delitto non si rende colpevole! Ben più orrenda e indegna è la profanazione che fa il lussurioso della sua anima, del suo cuore, del suo corpo e infinitamente più enorme è il suo misfatto. Infatti, se è vera la sentenza di S. Tommaso, che per la lussuria l'uomo si allontana infinitamente da Dio (De Peccat.)», e se è vero che il peccato è un abbandono che fa l'uomo di Dio, ben può ciascuno calcolare l'enormità del peccato d'impudicizia; quindi S. Bernardo non si contenta di dire: Guai, ma aggiunge, molti e grandi guai all'incontinente (Serm. in Cantic.).
    E non si creda che per commettere peccato grave in questa materia, bisogni arrivare agli estremi limiti di questo abominevole vizio: sarebbe questo un deplorevole e grossolano inganno perché non solamente un'azione di tal genere è colpa mortale, ma anche un semplice pensiero, o desiderio, o sguardo fatto con consenso deliberato.
    Possono i coniugati medesimi farsi rei di gravissime colpe in questa materia, quando non abbiano per iscopo e freno il santo timor di Dio. Ricordatevi, o sposi, la parola di S. Paolo: «Si porti rispetto da tutti al matrimonio e si conservi il talamo immacolato; perché Dio giudicherà i fornicatori e gli adulteri» (Hebr. XIII, 4); vi atterrisca la sentenza del Signore: «Il seme degli empi non attecchirà» (Psalm. XXXVI, 28). Dio destinava alla vita ed al cielo tanti bambini; ora dove sono essi? O sciagurati che respingete nel nulla esseri destinati a benedire, lodare e godere Dio eternamente! La Scrittura ci narra che l'infelice Onan, perché impediva con un'azione detestabile che si compisse la volontà divina, fu dal Signore colpito di morte (Genesi XXXVIII, 9-10) Una tale profanazione è contraria alla legge naturale ed alla santità del matrimonio. Questo delitto è un omicidio. Vi sono dei genitori che si lagnano delle loro disgrazie, delle malattie, della morte dei loro ragazzi. Pensino se non sono forse castighi di Dio che li punisce in quello medesimo in cui hanno peccato.
    Dove si possono trovare parole che bastino a flagellare come conviene l'infame delitto dell'adulterio e tutti i mali che trascina con sé? L'adultero: 1° scioglie la fedeltà coniugale; 2° viola il matrimonio, perché la natura, e l'autore della natura, Iddio, esigono che gli sposi rispettino la loro unione (Gen. II, 24); 3° profana il sacramento; 4° fa grave ingiuria ai figli legittimi; 5° commette un'enorme ingiustizia; 6° si fa reo di un orrendo scandalo... L'adultero pecca contro Dio, di cui non vuole riconoscere l’autorità, rifiutando di adempirne il comando; pecca contro la persona che gli è unita, perché non le mantiene la data fede; pecca contro se medesimo, perché si macchia l'anima e il corpo; pecca contro i figli legittimi che danneggia; pecca contro il complice medesimo dell'adulterio, essendogli cagione od occasione di peccato... .
    «Non sapete, o adulteri, che l'amicizia di questo mondo è nemica di Dio?» (IACOB. IV, 4). Il mondo è adultero; amare il mondo è un adulterio spirituale; chi consacra l’anima sua al mondo, la ruba a Gesù Cristo sposo delle anime...
    Il Signore nell'antica legge ordinava che l'adultero fosse lapidato; per bocca del Savio dice che sarà punito su la pubblica piazza; che si darà alla fuga come puledro scavezzato, ma sarà sorpreso là dove meno si pensa; sarà disonorato nel cospetto di tutti; lascerà la sua memoria in maledizione, e la sua infamia non sarà cancellata (Eccli. XXIII, 36). I castighi che piombano su Davide e la sua famiglia, a cagione del suo adulterio, sebbene da lui con amarissima penitenza espiato, bastano a darci un'idea di quello che deve aspettarsi dalla giustizia divina l'adultero impenitente.


    2. AVVILIMENTO DELL'IMPUDICO. - Una viva immagine dell'abbrutimento e della degradazione del lussurioso ce la fornisce il figliuol prodigo del Vangelo, il quale si mise al servizio di un padrone e fu mandato a pascolare i porci (Luc. XV, 15); assai più vile di un gregge di maiali è la folla dei pensieri immondi, dei disonesti affetti, delle lubriche voglie che egli accoglie e custodisce nella sua anima. Ecco la sorprendente ma giusta metamorfosi del libertino e del suo stato! ecco il castigo inflitto alla sua licenza ed alla sua folle libertà! Colui che aveva rifiutato di essere devoto figlio di nobilissimo e generoso padre, si vede costretto a diventare schiavo di uno straniero, di un incognito, di un tiranno. Ecco l'impudico... respinge l'autorità di Dio, rifiuta di obbedirgli; non vuole rimanere con lui ed eccolo obbligato a servire il diavolo più che da schiavo. Il prodigo non volle abitare nel palazzo del padre, e cacciato alla campagna tra il servitorame più abbietto, abbandonato alla fame, alla sete, alla nudità. Non volle avere per compagni di tavola e di casa il padre ed il fratello, è condannato a dividere il cibo e l'alloggio coi porci. Ebbe a nausea il pane e le eccellenti vivande della casa paterna, ora si stimerebbe fortunato se potesse empirsi dei miseri avanzi di schifosi animali! (Luc. XV, 16). «Che crudele, desolante condizione è mai questa, esclama il Crisostomo, non poter nemmeno mangiare del cibo dei porci, dovendo vivere coi porci! (Serm. I)». Ecco dove va a finire il lussurioso!
    S. Paolo ci avverte che Dio abbandona gli impudichi in balìa ai desideri Immondi dei loro errori, alle ignominiose voglie della carne, affinché vituperino se medesimi nei loro corpi; finché disperando della loro salute, si abbandonano ad ogni sorta di più laida dissolutezza (Rom. I, 24-26), (Eph. IV, 19); e si avvoltolano nel brago delle più schifose dissolutezze, appunto, dice S. Pietro, come un porco che si tuffa nel fango (II PETR. II, 22), e mettono, dice S. Giuda, in mostra le loro turpitudini (IUD. 13).
    Non c'è vizio più ributtante, più vergognoso, più degradante dell'impudicizia; a ragione S. Pietro raffigura l'impudico nel porco. Perché: 1° egli ama le cose sporche...; 2° è nei suoi portamenti sordido e stomachevole...; 3° si delizia, a somiglianza dei maiali, del fango e della mota...; 4° il porco non guarda che alla terra, non si occupa che del ventre, si corica sul suolo, non è che un informe massa di carne; non diversamente è dell'impudico...; 5° il porco è senza riconoscenza anche verso il suo padrone; il lussurioso non perde egli forse ogni sentimento e discernimento?... In lui si avvera l'imprecazione di David: «Copri la faccia loro d'ignominia» (Psalm. LXXXII, 15).
    «Il dissoluto, scrive S. Eucherio, non si differenzia punto dalle pecore o dai porci, perché mette i suoi piaceri negli sfoghi carnali; fa suo dio della propria carne e volge in argomento di sua gloria quel che in lui vi è di più vergognoso (Epist.)». La stessa cosa già scriveva S. Paolo ai Filippesi: «Il cui dio è il ventre e la gloria nella propria vergogna» (III, 19). Anche Clemente Alessandrino lasciò scritto che gli «uomini lussuriosi guazzano nelle loro turpitudini come i lombrici nella melma. Sono uomini porcini, poiché i porci preferiscono la loia all'acqua chiara (Exhort. ad Gent.)».
    Si legge nella vita di S. Ignazio di Loyola, che per correggere un libertino il quale portavasi in una casa di mal affare, egli si tuffò un giorno nell'acqua, e quando vide passare di là quell'infelice, gli disse: Va’, sciagurato, ai tuoi disonesti piaceri; non vedi la rovina che ti minaccia? Io mi sono imposte dure penitenze, per allontanare dal tuo capo i fulmini divini che stanno per incenerirti.
    La voluttà è giudicata da S. Gregorio Nazianzeno l'alimento di tutti i vizi, l'amo a cui facilmente restano colti gli animali vili ed abbrutiti (In Tetract.).
    Perciò il Crisostomo afferma che se potessimo vedere 1'avvilimento, la degradazione dell'anima di un lussurioso, preferiremmo un fetido sepolcro a un tale stato (Homil. XXIX, in Matth.); il profeta Abacuc piangeva su la sorte di coloro che fanno intorno a sé mucchi di spesso fango (II, 6). E questi mucchi figurano, dice S. Gregorio (lib. VI, Moral.), i desideri, le voghe, gli sfoghi d'una laida concupiscenza; da questo fango, il Salmista pregava Dio che lo preservasse (Psalm. LXVIII, 15).
    Che cosa vi è di più corrotto e di più laido, domanda l'Ecclesiastico, del pensiero della carne? ogni pane, anche il più cattivo, riesce buono al fornicatore (XVII, 30), (XXIII, 24). E non è forse vero che all'uomo abbrutito nell'incontinenza fa gola qualsiasi creatura? Sia bella o brutta, povera o ricca, pulita o sozza, giovane o vecchia, egli non guarda pel sottile; purché lo serva ai suoi brutali sfoghi, d'altro non gl’importa; appunto come un affamato dà di morso in qualunque tozzo di pane, comunque nero, muffito o duro, gli capiti tra mano.
    S. Bernardo osserva che gli uomini carnali non hanno un cuore di uomo, perché avendolo tutto imbrattato nelle vergognose passioni, è cambiato in cuore di bestia. Ed applicando a loro quelle parole del Salmista: «Il mio cuore si è liquefatto come cera in mezzo alle mie viscere» (Psalm. XXI, 14), dice: «Il loro cuore fuso al fuoco della passione carnale, esce dal suo luogo e cade nel fango, altro più non gustando che la passione, tutto confondendo, corrompendo e degradando, cambia l'affetto naturale e legittimo dell'amicizia in un appetito bestiale e sregolato; brama ciò che è illecito, ignominioso e vergognoso perfino alla carne stessa; dimentica a tal punto la sua antica grandezza e nobiltà di figlio di Dio, che quelli ch'egli corrompe e coloro che corrompono lui, non lo credono ornai più altro se non un luogo di pubblica prostituzione, la sede naturale della lussuria. Infelici, mille volte infelici coloro che soffocando la voce della ragione e della coscienza sono discesi a tanto avvilimento, che più no e stimano e prostituiscono a Satana quell'anima che creata da Dio, apparteneva a Lui, ed essi ne hanno fatto la dimora e il trono del diavolo, la sentina di tutte le sporcizie, la fogna di tutte le più infami debolezze» (De nat. et dign. amoris, c. I).
    Con tutta ragione pertanto Eusebio sentenzia che la lussuria abbassa e degrada l'uomo al disotto delle bestie (In Chronic.); S. Pier Crisologo afferma che l’impudico «muore alla virtù cresce ai vizi oscura la sua gloria, seppellisce la sua riputazione e vedrà la sua follia crescere fino al furore (Serm.)». Ah sì! bisogna dire col profeta che l'uomo, posto in alto stato, non ha compreso il suo destino, si tenne uguale ai giumenti e divenne simile a loro (Psalm. XLVIII, 12); si corruppe e diventò abominevole (Psalm. XIII, 1), perciò Dio li ha abbandonati all'ignominia eterna (Psalm. LXXVII, 66).
    L'uomo impuro, dice S. Agostino, invece di spiritualizzare il suo corpo, abbrutisce e materializza l’anima sua (De Morib. Eccl.), e ne forma il covo prediletto del demoni i quali amano di stare nei lussuriosi più che in altri peccatori; come si vede figurato in quel fatto del Vangelo dove si narra che i demoni, scacciati dal corpo di un ossesso, chiesero in grazia a Gesù Cristo che li confinasse in un branco di maiali che stavano pascolando là vicino (MATTH. 31-32).
    Quando un anima disprezza la gloria e la grandezza a cui era chiamata, allora alla riputazione succede lo scandalo e la follia; alla gloria, l’ignominia; alla ricchezza, la miseria; la grazia cede il luogo all’odio; il rispetto, al disprezzo; il guadagno, alla perdita; l’intenzione è corrotta, basso e vile il pensiero, disonesta l’azione... Osservate l'avvilimento, la degradazione in cui cadde e giace quell'adultero, quella donna, da trivio, quella giovane spudorata. O Dio, come mettono schifo e ribrezzo non solo agli altri, ma ai loro medesimi corruttori! Il demonio medesimo, dopo di averle macchiate, le canzona, le disprezza, le calpesta. Obbrobrio della società e della famiglia esse si vedono fatte ludibrio agli scherni degli uomini e all’indignazione di Dio; sono la favola dl tutto il mondo, derise dal cielo, dalla terra, dall'inferno, in uggia e abominio a se stesse...
    Donde può mai venire, domanda S. Bernardo, quella così grande e cosi miserabile abiezione, per cui una creatura così bella e nobile, capace dell’eterna beatitudine e del godimento di Dio; un essere creato a immagine di Dio, riscattato col sangue di un Dio, adottato dallo Spirito Santo, dotato della fede, nutrito di un Dio, fatto per Iddio e per l’immortalità; donde può mai essere, dico, che una tale creatura non arrossisca di tuffarsi e di vivere nella corruzione della carne e del sensi? Ah! è questa una giusta punizione dell’avere abbandonato uno sposo quale è Gesù e di avere amato simili nefandezza; giusta punizione, il bramare i rifiuti degli animali e non averli! Giusto castigo, per questo orgoglioso che preferì custodire questi animali, anziché rimanersi nella casa del padre suo! O stupido lavoro! o sudore male speso è questo mai col quale l'uomo si consuma intorno a un cadavere in putrefazione! «O insensati mortali, deh! non amate quello che amato v'insozza, posseduto vi schiaccia e perduto vi tormenta (De Convers. Cler. c. XII)».
    Finalmente, anche i saggi pagani convengono con la Scrittura e coi padri, che l'impudicizia è cosa laidissima e degradante e vergognosa più di qualunque altra. Platone e Cicerone, per esempio, dicono che la voluttà carnale è il nutrimento dei cuori abbietti e corrotti (De Senect.). Orazio chiama i libidinosi «porci della mandra d'Epicuro». - La libidine, dice Seneca, è propria non dell'uomo, ma della bestia (Epist. XLI). Il filosofo Panezio osservava che l'amore impuro è cosa vile tanto in colui che ama, quanto in colui che è amato. Poiché questo amore impuro non fa altro che convertire in putredine il corpo e quanto si prende in cibo e bevanda. L'oggetto che l'impudico ama di disonesto amore rimane nella sua memoria come una divinità nel suo tempio, divinità alla quale egli sacrifica non un toro né un capro, ma l'anima ed il corpo. Non si rende egli adunque quanto si può dire abominevole e vile, se per un ignobile piacere di un istante, si dà in balìa di una carne corrotta, o meglio si fa schiavo del più lurido dei demoni? (Anton. in Meliss.).

    3. FUNESTI EFFETTI DELL'IMPURITÀ: 1° I tormenti. - Il primo dei funesti effetti dell'impudicizia è di accendere nel cuore e nelle ossa del libidinoso un fuoco che lo cruccia, lo cuoce, lo divora: perché come una fiamma che si apprende al solaio di una casa, scoppia ben presto in vasto incendio che consuma tutta la casa con tutto quello che si trova in essa, così l'impurità, appigliatasi ad un'anima, divampa, se tosto non è spenta, in tale incendio, che nell'uomo non vi rimane più nulla d'illeso, né mente, né cuore, né sensi, né membra. Inoltre, come il fuoco si dilata di casa in casa, finché riduce in cenere un'intera città, così la fiamma libidinosa facilmente si stende da uno o da più a molti e diventa, un focolare d'incendio. L'impurità è poi ancora un fuoco, perché vicina al fuoco dell'inferno. L'inferno alimenta questo fuoco e questo fuoco popola l’inferno. Sodoma accesa di fuoco impuro, è divorata dalle fiamme di un fuoco disceso dal cielo.
    «Il fuoco delle passioni divora la gioventù », dice il Salmista * (Psalm. LXXVII, 63), e «la fiamma impura si accende tra i dissoluti e finisce per incenerirli» (Psalm. CV, 19). «L'impurità, dice Giobbe, è un fuoco che non si spegne se non quando più nulla vi resta da consumare» (IOB. XXXI, 12). Su queste parole, così scrive S. Gregorio «Che cosa è la passione impura, se non un fuoco e che cosa sono i pensieri disonesti, se non paglia? Ora chi non sa che una scintilla gettata nella paglia, in poco tempo incendia un intero pagliaio, se non si spegne subito?» (In Iob.).
    «L'impurità, dice S. Ambrogio, è un fuoco crudele che non cessa mai un istante; brucia notte e giorno e la sua vampa toglie perfino il sonno» (In Psalm. I). «O lussuria, fuoco infernale esclama S. Gerolamo, la cui materia è la gola, la cui fiamma è l’orgoglio, le cui scintille sono i discorsi disonesti, il cui fumo è la follia e il termine è l'inferno! (In Epist.)». Poiché, come dice S. Agostino, «quel che diletta passa, ma quel che tormenta e strazia dura in eterno (Confess.)».
    «O impudichi, esclama Isaia ecco che voi accendete il fuoco e, cinti di fiamme, camminate al loro bagliore e in mezzo all'incendio da voi acceso» (ISAI. L, 11).
    S. Gregorio vede in quella caldaia bollente di cui parla Geremia (I, 13), il cuore del lussurioso infiammato di voglie carnali, acceso da Satana, scaldato dal consenso; escono da questa caldaia infocata, come tanti sprizzi, i desideri di abbandonarsi ad opere nefande (Moral. lib. XVIII, c. 11).
    «L'anima impura è figurata in una caldaia bollente, dice S. Tommaso: 1° a cagione del fuoco della concupiscenza; 2° a cagione delle azioni brutali; 3° per la nerezza della macchia. Essa è poi riscaldata: 1° dal furore di un cieco amore; 2° dal fuoco della collera e del litigio; 3° dal fuoco dell'inferno» (De Peccat.). Ed ecco perché Osea paragona gl'impudichi ad un forno acceso (OSE. VII, 4); e la Scrittura parlando dei vecchioni incontinenti che attentarono alla pudicizia di Susanna, dice che furono investiti dalle fiamme della concupiscenza (DAN. XIII, 8).
    Il demonio si unisce alla passione e tutti e due fanno a gara per soffiare nel cuore del dissoluto il desiderio del peccato; essi gridano del continuo ai sensi e alle creature: Portate, portate... «Di tal natura sono i piaceri sensuali, dice S. Gregorio, che mentre non si hanno, ci accendono di desiderio; appena gustati, ce ne sentiamo ristucchi e nauseati. Per contrario i piaceri spirituali, finché non si hanno, ci dispiacciono; ma appena assaggiati, stimolano l'appetito e tanto più ardentemente si desiderano, quanto più copiosamente si godono (Homil.)». Il desiderio delle cose spirituali, osserva il medesimo papa, rallegra, l'appetito delle carnali tormenta; questo è abbietto e vile, quello nobile e grande. I piaceri della carne presto saziano e la sazietà genera nausea; ma quelli dello spirito saziano senza disgusto e la sazietà sollecita il desiderio; perché quanto più si gustano, tanto più si conoscono e si amano. Perciò non può amarli chi già non li prova, perché non ne conosce le dolcezze. I diletti corporali escludono quelli spirituali e ne tolgono perfino il senso (Homil.).
    2° Danni spaventosi. - Un altro effetto, non meno deplorevole del primo, produce la libidine, col togliere ogni sorta di bene nell'anima e nel corpo della sua vittima: «Non vi può rimanere niente di salvo e intatto, dice S. Cesario, in colui che è investito dal fuoco della concupiscenza (Homil.)». «E tutti coloro, dice Salviano, che cadono e rimangono nel fango delle lubriche passioni, si seppelliscono sotto le loro medesime rovine» (Lib. ad Ecclesiast.). E infatti, non si dice forse del figliuol prodigo, figura e modello dell'impudico, che andato in paese lontano, diede fondo ad ogni sua sostanza e fu indotto sul lastrico dalla sua vita di libertinaggio? (Luc. XV 13).
    Questa è la sorte che tocca ai libertini di professione. Fanno getto di tutti i doni di natura e di grazia...: perdono la carità ed ogni sorta di virtù... Questo vizio acceca l'intelligenza, cosicché non si conosce più né Dio, né la virtù... Spegne la memoria della legge e dei benefizi di Dio... Indebolisce la volontà e la deprava a tal punto, che si preferisce il vizio alla virtù, la voluttà alla ragione, la creatura al Creatore, la carne allo spirito, il rimorso alla pace, la terra al cielo, il demonio a Dio, la morte alla vita, l'inferno al paradiso, il sommo ed eterno male al sommo ed eterno bene. Si svestono le insegne di Gesù Cristo e s'indossa la livrea di Satana...
    Il voluttuoso diventa stupido, sconsigliato, avventato, senza ragione, senza spirito, senza cuore, senz'animo... Tutte le forze dell'anima e del corpo, destinate a servire il Creatore, sono da lui sciupate dietro la creatura, la concupiscenza, i piaceri del senso. Disprezza i doni del senso. Disprezza i doni della grazia, calpesta le promesse del battesimo; la nobiltà scompare sotto il fango, e l'attitudine spirituale alle grandi cose ed alle sublimi virtù è spenta.
    Udite come parla S. Cirillo: «Per la voluttà la carne si corrompe, il vigore dell'animo è fiaccato, l'ardore dei vizi imbaldanzito; il giogo delle virtù diventa intollerabile; le passioni entrano nel cuore e lo splendore della ragione si oscura. La voluttà ha prostrato Sansone prodigio di forza, ha abbattuto Davide modello di santità, ha sedotto Salomone oracolo di sapienza. La voluttà avvelena col soffio di dragone; invita tutta dolce, penetra tutta soave, s'impadronisce da assassino e distrugge ogni cosa (Homil.)». «L'impurità, continua S. Cipriano, è rabbia venefica, incendio della coscienza, madre del1'impenitenza, rovina del1a più bella età, onta del genere umano, nemica giurata del sangue e della famiglia (Lib. de bono pudic.)».
    «L'incontinente, come già notava il Savio, non rispetta né il principio della vita, né la santità del matrimonio (Sap. XIV, 24). Né v'è da stupire; poiché, come volete che rispetti ancora qualche cosa questa gente la quale è zimbello di un vizio tale che, come dice S. Bonaventura, schianta perfino le barbe di ogni virtù (In Specul) e, secondo S. Agostino, non lascia nemmeno più pensare all'avvenire ed ai novissimi (Confess.), e per testimonianza di S. Ambrogio, fa traviare dalla retta fede? (Epl. XXXVI ad. Sabin.).
    A buon diritto S. Basilio chiama la libidine: «Amor del diavolo che trae a morte; madre del peccato, nutrice del verme che roderà in eterno (Exhortat. ad Baptis.)». S. Giovanni Damasceno la chiama: «Metropoli di tutti i mali (Lib. Paral. c. XXVIII)» ; e S. Ambrogio: «Semenzaio e origine di tutti i vizi (Epistola XXXVI ad Sabin.)». S. Remigio poi si spinse fino ad asserire che la maggior parte dei reprobi si trova all'inferno a cagione di questo vizio (De Impurit.).
    Su questo versetto dell’Esodo - «La terra li ha divorati» (XV, 12), così scrive Origene: «Se vedi una persona abbandonata ai piaceri del senso, una persona nella quale l'animo non ha più impero, ma che è dominata dalla lussuria, di pure che la terra l'ha divorata e ben presto la inghiottirà l'inferno (In psalm. Homil.)».
    La lussuria è una catena che mette l'anima in balìa del corpo, che la vincola e l'assoggetta per tal modo alla carne, che non ascolta più altri che il corpo, non vive se non di lui e per lui, e diventa, come lui, materia e fango. Questa verità conobbero e confessarono. anche i pagani. Euripide cantava che la massima delle pazzie è l'incontinenza (LAERTIUS); era detto di Antistene, che preferiva di divenire pazzo piuttostochè voluttuoso; perché può bene un medico guarire talora un pazzo, ma quando la libidine si è impossessata di un'anima, diventa un male quasi incurabile (Anton. in Meliss.).
    L'effeminatezza dei Romani fu, per testimonianza di Tito Livio, la cagione delle loro sconfitte sotto Annibale, perché ne aveva indebolito le forze e spento il cuore (Histor. Rom.). Cicerone riporta come sentenza di Archita tarentino, non esservi al mondo peste né più pericolosa né più funesta della voluttà. Da lei i tradimenti della patria, i rovesciamenti dei troni, le guerre delle nazioni; non darsi misfatto o delitto al quale la libidine non spinga. Quanti avvelenamenti! quanti infanticidi! quante risse! (De Senect.).
    I piaceri carnali hanno per conseguenza malattie, febbri, piaghe, mali di ogni sorta, perciò Claudiano dava per avviso: «Di tenere chiuso il cuore all'incantevole voce della voluttà carnale, poiché chi le dà retta, si compra la propria rovina per mezzo del dolore».
    La lussuria toglie all'uomo l'ingegno, il giudizio, la forza fisica e morale; uccide la ragione, abbrutisce l'uomo. Quest'abominevole passione ubriaca i sensi, indebolisce la vista, altera i lineamenti del volto, mena a precoce vecchiaia, distrugge ogni buona disposizione, fiacca il coraggio e rende, in una parola, simili a quelle statue che hanno occhi, orecchi, piedi e mani, e intanto non vedono, non odono e non fanno nulla. Inoltre, distrugge il buon nome, fa schiava la volontà, incatena i buoni desideri, istupidisce i sensi e fa dell'uomo un animale di infima specie. Questa passione è un delirio dell'anima; una ubriachezza in cui si perdono le ricchezze, la nobiltà, la dignità, la fama, la santità, la vita, la pace, la tranquillità, la felicità, l'anima, lo spirito, il cuore, il tempo, l'eternità...
    3° Lo scandalo. - Il terzo effetto dell'impurità è lo scandalo che ne deriva. «La terra è macchiata dalla lussuria, è infetta dalla prostituzione» (Psalm. CV, 37). Il voluttuoso è macchiato e macchia gli altri, egli manda un fetore di morte che uccide, secondo l'espressione di S. Paolo (II Cor. II, 16). L'impudicizia corrompe tutto dove essa penetra; è uno scandalo dovunque si mostri, sia nei conviti, sia nei festini, sia nei balli, sia nei teatri, sia nelle conversazioni, sia nelle veglie, sia nella solitudine, sia nei cattivi libri... Non vi è scandalo peggiore dello scandalo che dà l'impudico; egli scandalizza in tutto e dappertutto. Per lui non vi è nulla di santo, niente di sacro; non rispetta né l’innocenza, né l'età, né il sesso, né la debolezza, né le lagrime, né il tempo, né il luogo, nemmeno le cose e le persone sacre.
    Ecco il quadro che degli impudichi scandalosi ci ha tracciato la Sapienza. «Essi dissero, folleggiando nei loro storti pensieri: Corto e tedioso è il tempo di nostra vita e non vi è riparo per l'uomo dopo il suo fine e non vi è, che si sappia, chi sia tornato dall'inferno. Noi siamo nati dal nulla e saremo come se non fossimo stati mai, perché il fiato delle nostre narici è un fumo; la loquela è una scintilla che viene dal movimento del nostro cuore: spenta questa, il corpo nostro sarà cenere e lo spirito si dissiperà come un'aura leggera e la nostra vita passerà come la traccia di una nuvola e si scioglierà come nebbia battuta dai raggi del sole e sciolta dal calore di esso... Su via dunque, godiamo dei beni presenti e serviamoci in fretta delle creature, finché siamo giovani. Coroniamoci di rose prima che appassiscano, non vi sia prato per cui non passeggi la nostra lussuria. Non vi sia nessuno di noi che non partecipi alla nostra lubrica vita, lasciamo per ogni dove le tracce della nostra dissolutezza, ché questa è la nostra porzione e la sorte nostra... Così hanno pensato e sono caduti in errore; perché la loro malizia li ha accecati» (Sap. II, 1-10, 21).
    Rapire l'onore, l'onestà, la salute, la felicità, la vita alle vittime dei suoi sfoghi brutali è per il lussurioso un nulla, una galanteria. Ah! quanto è vera la sentenza di S. Cirillo, «che la furibonda lussuria non vede nulla perché è cieca (Homil.)».


    4° L'accecamento. - Queste parole di S. Cirillo non solo ci spiegano i tanti scandali che seminano i lussuriosi, ma ci svelano ancora il quarto effetto dell'impudicizia, che è l'accecamento, effetto già avvertito da S. Paolo: «L'uomo animalesco non capisce nulla di ciò che appartiene allo spirito di Dio; poiché questo egli tiene per follia e non lo può capire» (I Cor II, 14).
    Il voluttuoso ha occhi, ma non vede, ha mente, ma non comprende, perché e quelli e questa sono per l'impurità divenuti una massa di carne. Egli è come uccello che si lascia invischiare nella pania, o pesce che morde nell'amo. Esso gode quando, non vedendo l'amo, ingoia l'esca; ma quando il pescatore comincia a tirarlo, si sente prima straziare le viscere, poi cavare e gettare fuori dell'acqua che è l'elemento di sua vita; e così quel cibo ingannatore che formava poco prima la sua delizia, si è fatto causa della sua morte e della sua distruzione. Viva immagine della sorte che tocca al lussurioso!...
    Non c'è vizio che tanto oscuri la ragione, quanto il nefasto vizio dell'impudicizia. Essa è la madre e la nutrice della frivolezza, dell'incostanza, della precipitazione, dell'imprudenza, dell'amore di sé, dell'odio di Dio, del desiderio sregolato della vita presente, dell'orrore della morte e del giudizio... Dove trovare accecamento simile a quello di quei giovani i quali si vituperano, corrono mille avventure, affogano in un mare di pene, vanno incontro a un'infinità di disgusti, distruggono il loro avvenire, per un momento di follia?... Accecamento prima della passione, per studiare il modo di appagarla... Accecamento nel soddisfare la passione... Accecamento dopo sbramata la passione, per stordirsi e giacere nel disonore e nel delitto...
    5° La schiavitù. - Se per sentenza infallibile di Gesù Cristo, chiunque si fa reo di un peccato, si rende per ciò schiavo del peccato (IOANN. VIII, 34), ognuno può, da quanto si è detto delle conseguenze della disonestà, rilevare in quale dura e infamante schiavitù essa trae i suoi amanti. Il prodigo del Vangelo, che ridotto alla miseria dalle dissolutezze, si fa schiavo di un padrone duro e spietato il quale lo condanna ad abitare e mangiare coi porci, è una sbiadita immagine della triste schiavitù in cui cade il disonesto.
    Egli è come quel cieco giumento che gira continuamente attorno ad una macina essendo l'impudicizia la catena e la prigione dell'anima. E la sciagurata vittima della lussuria non è forse continuamente affaccendata, non corre notte e giorno, non parla, non supplica per soddisfare la sua vile e animalesca inclinazione?... Schiavo della più infame delle passioni, schiavo della creatura che egli ha sedotto o da cui fu sedotto; schiavo dei suoi capricci; schiavo di quanto in lui vi è di più vile; schiavo del demonio...; non è questa la più ignobile, la più obbrobriosa, la più degradante delle schiavitù?
    «O miserabile servitù, esclama S. Agostino, miserabile schiavitù, è quella della lussuria! Lo schiavo dell'uomo, stanco dei duri trattamenti del suo padrone, può talvolta sottrarsi con la fuga; ma dove può mai rifugiarsi, per ricuperare la sua libertà, lo schiavo dell'impudicizia? Dovunque vada, vi trascina se stesso» (Tract. XLI).
    «La carne, dice S. Bernardo, è lo strumento, o piuttosto la fune, con cui Satana arresta e lega il disonesto» (Serm. XXXIX). Il demonio se ne fa suo zimbello, ora lo spinge, ora lo ferma, lo conduce dove a lui talenta, per le spine, i sassi, i bronchi, nei burroni, nei precipizi. Lo fa cadere e ricadere, finché il vizio diventa abitudine e l'abitudine una necessità che lo tiene tra le sue morse, come schiavo tra i ceppi, secondo l'osservazione di S. Agostino: «La consuetudine cui non si resiste, si cangia in natura (Lib. Confess.)». Il lussurioso non ha più volontà propria, l'ha mancipata alla passione; e siccome senza volontà non si può fare nulla, perciò egli rimane stordito nella sua dura schiavitù i cui ceppi gli vengono ribaditi.

    4. I PIACERI DELLA CARNE SONO COSA DA POCO, PIENI DI AMAREZZA E DI MOLESTIE. - L'uomo è fatto per Iddio e nessuna creatura può appagarlo; il suo cuore è insaziabile perché è quasi immenso nei suoi desideri; solo Iddio, come bene immenso ed infinito, può appagarli. «Può bene, dice S. Bernardo, l'anima ragionevole occuparsi di mille oggetti, ma nessuno non può riempirla (Serm. in Cant.)». Se ciò è vero in quanto ad ogni sorta di beni, di piaceri, di gioie che l'uomo può ricavare dalla terra, dal mondo, dalle passioni, è più che mai evidente se si applica ai piaceri che il disonesto trae dalla carne. Che cosa resta infatti all'incontinente, dopo lo sfogo della sua passione?.. Perché cerca avido nuovi godimenti?.. O come è povera la voluttà! Non può nutrire né l'anima, né la mente, né il cuore e intanto stanca e uccide il corpo; scava un abisso spaventoso nell'interno dell'uomo. Ecco tutto il guadagno!
    Che cosa trova l'uomo nei piaceri carnali? V'incontra la viltà e la miseria..., l'inutilità..., l'insaziabilità..., la brevità... l'instabilità.... la falsità..., l'insensibilità..., l'infedeltà..., il disinganno..., l'incertezza..., un monte di croci.
    «La voluttà è tanto poca cosa, dice Seneca, che svanisce l'istante medesimo in cui si gusta; tocca già al fine, quando è appena cominciata (De vita beata, cap. VII)». Ma pensate, dice S. Agostino, che «se momentaneo è ciò che diletta, eterno sarà quello che tormenta (Homil. CCL)».
    Se per ogni peccato, come osserva S. Bernardo, il godimento passa e più non torna, ma l'affanno rimane e più non parte (Serm. in Cant.); tanto più questo si avvera nel peccato dell'incontinenza. Quindi nei piaceri carnali succede al voluttuoso il rovescio dei suoi desideri. Egli vorrebbe che il diletto rimanesse sempre e non mescolato di angoscia e questo non ha luogo. Vorrebbe che la melanconia e l'affanno non venissero mai a intorbidare il godimento, ed essi sono sempre alle porte del suo cuore per cacciarne il piacere non appena vi ha posto piede. Vorrebbe la soddisfazione della carne senza la punizione del peccato, e prova il castigo senza gustare il piacere. Infatti la suprema giustizia di Dio non si regola, né può regolarsi a norma dei colpevoli desideri del dissoluto. No, Dio non consulta, per punire giustamente, i voti e i disegni del lussurioso, che sono così ingiusti. Impudico, tu brami adunque piaceri eterni senza mistura di amarezza; ma sappi che non ti sarà mai dato di trovare ciò nelle tue passioni. Soffoca le tue passioni e allora l'avrai ucciso l'affanno; ritorna a Dio con animo ravveduto e sincero e vedrai pienamente soddisfatta la tua voglia di veri piaceri ed eterni. Questo desiderio di godere sempre dei piaceri, afferma che il tuo cuore è fatto per Iddio. Quello che nella voluttà solletica e blandisce, presto scompare; quello che è triste, amaro, vergognoso e pungente viene di galoppo e rimane. Questa è giustizia... «Osservate, dice Platone, la differenza che vi passa tra la virtù ed il vizio: all'effimera dolcezza del!a voluttà, succede una pena continua, dolori ed ansietà perpetue; alle corte e lievi pene della virtù succedono la pace e la felicità eterna» (Lib. de Republ.).
    «Me infelice! esclamava Gionata, ho appena gustato un po' di miele, ed eccomi condannato a morte » (I Reg. XIV, 43). Non cessino mai queste parole dal risonare nelle orecchie dei disonesti e se ne facciano l'applicazione. Sì, la voluttà spreme su le labbra dell'impudico una sola stilla di miele, per poi affogarlo in un mare di fiele; mentre nella purità una leggera amarezza si perde ben tosto in un oceano di dolcezza... «Un istante di voluttà, dice S. Agostino, prepara all'anima infelice un obbrobrio ed un tormento eterno (Homil. CCL)». «E stoltissimo, dice San Cirillo, colui che si uccide col piacere e tanto più grande è la sua stoltezza quanto più irreparabile è la sua rovina (Cathech.)». La dolcezza del piacere carnale è la lubricità del verme che si pasce della corruzione (IOB. XXIV, 20); e ai lussuriosi si può applicare quel detto di Osea (OSE. X. 13) Voi avete mangiato il frutto di menzogna; perché la concupiscenza promette la felicità è non dà che tormenti; è una sirena incantatrice che attira, ammalia, addormenta, per divorare.
    «La voluttà, dicono i Proverbi, distilla il miele su le labbra, ma in fondo alle viscere diventa assenzio e le strazi a come spada a doppio taglio» (Prov. V, 3-4.). Come queste parole piene di verità si adempiono esattamente nei disonesti! L'amarezza di quest'assenzio e la punta di questa spada, si sentono dai lussuriosi nelle loro malattie, nella perdita della fortuna, della sanità, del riposo, della tranquillità; nella confusione. nel disonore, nei rimorsi, nei litigi, nelle risse, nelle noie, nei dispiaceri, nel pianto, nella disperazione, nella morte, nella condanna, nella eterna riprovazione che li aspetta.
    La dissolutezza avvelena la vita, abbrevia i giorni; è un piacere pernicioso, simile al frutto di cui Dio aveva proibito ad Adamo di mangiare, sotto pena di morte (Gen. II, 17). La concupiscenza, il demonio, il mondo dicono, come Satana al primo uomo: Vana paura; invece di morirne, se gustate di questa dolcezza, sarete felici come Dio (Ib. III, 4-5). Maledetta concupiscenza! tu prometti al disonesto diletti e gioie, ma se questi ti dà retta, gliene deriva disgusto, rimorso, vergogna; sì, egli diventa simile agli dèi, ma agli dèi delle favole, dèi adulteri ed infami, dèi corrotti e bestiali, degni idoli dei lupanari. «O cielo, esclama S. Agostino, quante calamità, quanti affanni vanno insieme con i piaceri carnali! quante sollecitudini e angosce non costano in questa vita, senza contare poi l'inferno. Guardati, o lussurioso, che tu già non sii inferno a te stesso fin d'ora (In Psalm. CII)».
    «Vivo è il colore delle rose, dice S. Fulgenzio, ma il gambo loro è irto di spine; bella figura della libidine! ha anch'essa il suo rossore per l'obbrobrio che fa alla verecondia, ma non si può toccare senza essere lacerati dalla spina del peccato. E come la rosa diletta, ma in breve svanisce, così la voluttà solletica un momento, poi fugge per sempre (Lib. Mytabl. in Omer.)». Ma fuggendo vi lascia, nefasta eredità! i germi di perniciosissima malattia, come scrive S. Leone (Lib. IX, de Quadrag. c. I); o, come dice S. Pier Damiani, vi abbandona, vittime destinate alla morte eterna, in balia del demonio, il quale si ciberà di voi come di ghiottissima vivanda (Epistola).
    Nei voluttuosi si avvera quella minaccia di Dio al popolo d'Israele: «Io li ciberò di assenzio, li abbevererò di fiele; li perseguiterò con la spada finché di loro non rimanga più orma» (IEREM. IX, 15-16). Sì, per i disonesti tutto si risolve in pena, tormento ed affanno. Le acque dolci dei fiumi, sboccate in mare, prendono del salmastro; ogni diletto carnale cominciato nella dolcezza termina nell'amarezza. Non vi sia chi si lusinghi, avverte il Crisostomo, di cogliere dall'albero della concupiscenza il frutto del piacere senza sentirsi lacerare e insanguinare dal rimorso e dall'angoscia; è ciò tanto impossibile, quant'è impossibile il maneggiare rovi spinosi senza sentirsene punte le mani (Hom. XLV in Matth.).
    A buon diritto pertanto conchiude S. Cesario, che per l'impudico non vi è giorno di gioia e di festa, ma sempre roso dal rimorso e dall'affanno, si consuma di melanconia e di tristezza (Homil.).

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    Predefinito Rif: I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE

    L'IMPURITA' (continuato)

    5. QUALI SONO LE PRINCIPALI CAUSE DELL'IMPURITA’ - «La lussuria, dice S. Bernardo, è il cocchio del delitto, della morte, del demonio, dell'inferno; poggia su quattro ruote, che sono l'indolenza, la vanità, la ghiottoneria, l'immodestia; è tirato da due focosi cavalli, che sono la prosperità e l'abbondanza; vi siedono poi a cassetta l'indifferenza e la falsa confidenza» (Serm. XXXIX in Cantic.).
    I gradi per i quali si precipita nell'impurità, sono: 1° il lauto vivere; 2° il bere troppo; 3° gli spettacoli i quali sono pericolosissimo scoglio alla castità ed al pudore, perché i più ci vanno per vagheggiare ed essere vagheggiati; 4° i canti osceni, i libri cattivi, le pitture disoneste; 5° i regali offerti ed accettati; 6° l'amore eccessivo del riposo; 7° la compagnia dei dissoluti; 8° i geniali convegni con persone di diverso sesso.
    Pensate alla caduta di Sansone, di Davide, di Salomone e riconoscendo quanto voi siate lungi dalla fortezza del primo, dalla santità del secondo, dalla sapienza del terzo, temete e tremate. Pensate se potrete tenervi saldi in mezzo ai pericoli, voi deboli canne, voi fragili vetri, mentre caddero di quelli che erano cedri robusti, saldi macigni. L'impurità è fuoco, non forniamogli alimento.

    6. IN QUANTI MODI SI CADE NEL VIZIO DELLA DISONESTÀ. - Cinque strade mettono al baratro della disonestà: i pensieri, i desideri, le parole, gli sguardi, le azioni.
    1° I pensieri; perché i pensieri disonesti allontanano da Dio (Sap. I, 3) al quale sono in abominio (Prov. XV, 26). Infatti, come dice S. Cesario d'Arles, si sprigiona da essi un tale fetore che al suo paragone la puzza della più fetida cloaca è un nulla (Hom. XI).
    Dove è il vostro pensiero, scrive S. Bernardo, vi è il vostro affetto: se esso si porta a cose brutte, lo Spirito Santo si allontana da voi e il tempio di Dio diventa il castello del demonio, perché Satana s'impadronisce di ciò che Dio abbandona. Perciò, quando si affaccia alla vostra mente un pensiero cattivo, scacciatelo subito, non acconsentitegli, non lasciatelo entrare nel vostra cuore. Respingetelo subito e vi lascerà più facilmente. Un pensiero disonesto genera il piacere; il piacere muove al consenso; il consenso porta all'azione; l'azione diventa abitudine; l'abitudine si cambia in necessità; la necessità porta con sé la morte (De inter. domo, c. XXXIX). Ecco a quale precipizio conduce un pensiero cattivo!
    I pensieri cattivi sono scintille le quali se non sono spente su l'istante, accendono il fuoco della concupiscenza che cova nella cenere della carne e suscita un vasto incendio. Quindi ogni ragione vuole che loro non si dia tregua, ma si combattano e scaccino inesorabilmente, da qualunque parte vengano, sia dalle creature, sia dalla nostra propria concupiscenza.
    2° Si cade nell'impurità con i desideri. E chiarissima la sentenza di Gesù Cristo: «Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso in cuor suo adulterio con essa» (MATTH. V, 28). Perciò S. Paolo inculca ai Romani, che non accarezzino la carne nei corrotti suoi desideri (Rom. XIII, 14).
    3° Si va all'impurità per mezzo delle parole. «La bocca dà di quello di cui abbonda il cuore», dice Gesù Cristo (MATTH. XII, 34). Un parlare osceno è dunque segno ed effetto di un cuore impuro. Ciò nondimeno, quante persone non si fanno leciti d scorsi disonesti! È per burla, si risponde; ma badate che col peccato non si burla; la violazione della legge di Dio, lo scandalo del prossimo non sono cose da burla.
    Date ascolto all'avviso di S. Cesario: «Innanzi tutto, in qualunque luogo vi troviate, non vi escano mai di bocca parole disoneste o turpi (Homil. XII)». E di quello che sa di lussuria, non se ne faccia nemmeno parola, come conviene a cristiani (Eph. V, 3).
    4° Si cade nell'impurità con gli sguardi. Leggiamo nell'Ecclesiastico, che la persona si conosce negli occhi (Eccli. XIX, 26), e vi sono tali occhi, dice S. Pietro, che riboccano di adulterio e di malizia (II, II, 14). Quindi S. Agostino scriveva: «Nessuno dica che ha l'anima pura, se ha gli occhi impudichi: l'occhio lussurioso è il segnale di un'anima disonesta, di un cuore impuro (Epistola CIX. - In Reg. ad Servos Dei)».
    Grandissima è la forza degli occhi per ferire mortalmente l'anima e il cuore. L'oggetto veduto e tanto più se considerato, passa dalla pupilla nell'interno dell'uomo, vi stampa la sua immagine la quale vi resta impressa e come scolpita, anche dopo che l'oggetto non è più presente e questo non può avvenire senza che se ne generi o l'amore o l'odio nello spirito e nel cuore... Ah! lo sguardo è saetta infuocata che penetra nelle midolle del cuore e le consuma. Davide cadde nell'adulterio e nell'omicidio, perché non fu vigilante a contenere la vista. Gli occhi sono le guide e le scorte di Cupido ossia dell'amore impuro: è impossibile che freni la passione chi non frena gli occhi; il fuoco brucia da vicino, gli occhi bruciano da vicino e da lontano.
    «È cosa certa, dice S. Bernardo, che quando gli occhi si sono fermati con compiacenza sopra un oggetto disonesto, l'anima resta subito macchiata d'impurità, poiché lo sguardo è il precursore, la guida dell'impudicizia, come le mani e il tatto ne sono i ministri. Bisogna guardarsi dalle occhiate immodeste, come dal morso di una vipera (Homil. de legend. Lib.)».
    «La morte, dice Geremia, salì per le nostre finestre e introdottasi in casa nostra, mena strage dei ragazzi e dei giovani» (IX, 21). Le finestre della nostra casa sono gli occhi e per essi entra la disonestà nell'anima. Come non servono a nulla i bastioni e le torri se restano aperte all'entrata del nemico le porte della cittadella, così tutti i ripari, tutti i mezzi di difesa che ci fornisce la grazia a nulla valgono, se teniamo aperte le porte dei sensi a ricevere nell’anima i pensieri e i desideri della carne. Severissima pertanto ha da essere la chiusura e vigilantissima la guardia da farsi ai sensi e principalmente agli occhi, giacché per mezzo loro entra nell'anima o la vita o la morte. Chi condusse i due infami vecchioni a desideri nefandi verso la casta Susanna? i loro occhi (DAN. XIII, 8). Il consenso al peccato tiene sempre dietro allo sguardo volontario... O Dio! quanti dannati nell'inferno per occhiate impure!
    Seneca medesimo così esclama: «O quanto spaziosa e facile strada è aperta alle passioni per mezzo degli occhi e quanto meglio sarebbe che fossero strappati, anziché lasciare che vedano cose le quali corrompono il cuore! Gli occhi mostrano a questo l'adulterio, a quello l'incesto, a un terzo il potere; ed è fuori di dubbio che gli occhi sono gli strumenti attivi del vizio, i precursori dei misfatti» (Lib. de Remed, fortuit.).
    5° Si va alla lussuria per mezzo delle azioni disoneste, sia sul proprio corpo, sia su la persona altrui; e in tutte queste varie maniere d'impurità vi è peccato mortale, quando vi si trova la volontà ed il consenso deliberato.

    7. QUANTO SIA DÌFFICILE USCIRE DALL'IMPURITÀ. – E’ cosa facilissima il cedere alle seduzioni della voluttà, perché questa passione si accende più facilmente che la paglia al fuoco; ma quanto difficile riesce il liberarsene e spegnere gli ardori di tale incendio! Come dura e laboriosa impresa è quella di correggersi e uscire da tale cloaca, per chi vi è affogato con frequenti cadute e con lunga abitudine!
    E infatti, chi li aiuterà a togliersi da tale pantano? Forse Dio? Sì, Dio è pronto ad aiutarli e a sé li invita con le chiamate del divino Spirito, ma essendo la vita loro tutta di carne, sono divenuti carne e l'uomo carnale, ossia animalesco, poco intende la voce dello spirito (Rom. VIII, 5), (1 Cor. II, 19). «In essi non è più traccia, dice S. Giacomo, della sapienza che viene dall’alto, non vi rimane che la terrena, l'animalesca, la diabolica» (IACOB. III, 15). Ora, si può sperare che una tale sapienza si pieghi a darsi vinta ai puri e dolci influssi della sapienza divina?
    Forse la vergogna naturale, il ribrezzo che certe nefandezze provocano negli animi onesti? Nemmeno questo; perché abbandonati da Dio al furore delle loro malnate cupidigie, lasciati in balìa al reprobo senso, si spogliano di ogni rossore, non distinguono più la sconcezza della lussuria dalla bellezza dell'onestà: sono, come li chiama S. Giuda, uomini di vita animale, privi di senno (IUD. 19).
    Si lasceranno almeno commuovere e guadagnare alla grazia? Non possono, risponde S. Bernardo; «perché, come chi ha gustato le dolcezze della grazia, trova insipidi tutti i piaceri della carne, così chi trova appetitosi i piaceri del corpo, non sente più nessun gusto nelle dolcezze, nelle attrattive della grazia (De Convers. ad Cler.)».
    Sarà il terrore dei divini giudizi che rimetterà in senno i lussuriosi e li spingerà a togliersi dal fango? Non ci credete, dice S. Agostino, perché l'incontinenza distoglie dal pensiero dei novissimi (Confess.).
    Non hanno maggiore forza su l'animo degli impudichi gli avvertimenti, i consigli, le ammonizioni; nessuna di queste cose, per testimonianza del Crisostomo, non può scuotere e salvare dal naufragio l'anima che affoga nella lussuria (Hom, XLV in Matth.). Anzi, come osserva S. Cirillo, «il libidinoso invece di accogliere di buon grado gli ammonimenti, con cui si cerca di strapparlo alla vergognosa sua condizione, li prende in mala parte (Homil.)». Egli diventa un impasto di caparbietà, di orgoglio, di accecamento, di stupidezza, cosicché invano intorno a lui si adopera, e Dio e l'uomo.
    «Colti in questa diabolica rete di Satana, oh! quanto è difficile e raro esclama S. Gerolamo, che nel usciamo! (Epist.)». Perciò, dice S. Tommaso, il demonio si rallegra quando riesce a prendere un'anima nella lussuria, perché è cosa vischiosissima e difficilmente si riesce a liberarsene (De peccat.). Questo vizio è come una palude fangosa in cui, se si estrae un piede, si affonda l'altro.
    Questo spiega perché Clemente d'Alessandria chiami l'impurità «male incurabile (Lib. II Paedag. c, ult.)»; Tertulliano, «vizio immutabile (De Spectac.)» e S. Cipriano «madre dell'impenitenza (De bono Pudic.)». S. Dionigi di Chartres afferma che non si trova tra i voluttuosi abituati, chi abbia dolore del suo peccato perciò quasi tutti gli impudichi si dannano (In Vita). «E' quasi impossibile, scrive Pietro di Blois, che uno riesca a trionfare della carne, quando la carne ha già di lui trionfato (In Vita)». Infatti, osserva S. Agostino, «con lo sfogare la libidine, se ne contrae l'abitudine la quale, a lungo andare, diventa necessità. La caduta è una catena, la ricaduta e l'abitudine gettano in prigione, l'abitudine poi, diventa necessità, mura la porta di questa medesima prigione (Confess.)».
    Purtroppo la quotidiana esperienza di tanta gioventù che si abbandona al vizio e non si ravvede nemmeno tra il gelo della vecchiaia, è mallevatrice della verità delle sopraddette sentenze!


    8. CASTIGHI E DANNAZIONE DELL'IMPUDICO. - Bastano a darci un'idea dei castighi che porta con sé l'impurità i mali e le disgrazie che piombano come la folgore e la tempesta in capo all’impudico; e quella vita di nefandezza, di avvilimento di degradazione, d'illusione, d'inganno, di agitazione, di accecamento, di schiavitù, di rimorso, di affanno in cui lo vediamo trascinare i suoi giorni. E poi non è forse il più terribile dei castighi il fatto che Dio li abbandona ai corrotti appetiti della carne, al reprobo loro senso?
    «Deh! non v'illudete, esclama S. Paolo, Dio non si beffa. L'uomo raccoglierà quello che ha seminato: chi semina nella carne, raccoglierà dalla carne, corruzione; chi semina nello spirito, raccoglierà dallo spirito, vita eterna» (Gal. VI, 7-8). Ed agli Ebrei ricorda, che Dio farà giudizio dei fornicatori e degli adulteri (Hebr. XIII, 4). La stessa cosa predica anche Pietro là ove dice che Dio sa riservare al giorno del giudizio quelli che devono essere castigati e tra questi sono in prima fila coloro che si dànno ai piaceri sensuali (II PETR. II, 9-10):
    «Iddio, scrive S. Agostino, fa servire gli stessi peccati ai disegni della sua giustizia, per modo che quello che è stato strumento di piacere in mano al peccatore, diviene strumento di castigo in mano a Dio vendicatore (Confess.)». Il disonesto è dal Crisostomo paragonato all'indemoniato che non è padrone di se stesso (Hom. XXIX in Matth.). «Chi fa lega con persone di mala vita, diverrà sfacciato, dice l'Ecclesastico: avrà in retaggio la putredine e i vermi; sarà proposto ad esempio di terrore e di spavento e scancellato dal numero dei viventi» (Eccli. XIX, 3).
    Il più spaventoso castigo che abbia veduto il mondo, è certamente il diluvio; ora chi l'ha attirato su la terra? l’impurità del genere umano; ogni carne si era corrotta e Dio, per purgare il mondo, lo affogò in un diluvio d'acqua. Chi fece piovere su Sodoma e Gomorra fuoco e zolfo? l'impudicizia... Chi atterrò i grandi imperi? la dissolutezza... Donde sbucano la maggior parte delle eresie che scompigliano la Chiesa di Dio? dal vizio impuro.
    Percosso da disgrazie e da castighi nei giorni della sua vita il lascivo incontra una morte orrenda e spaventosa...; terribile sarà il suo giudizio...; l'inferno sarà la sua dimora eterna... Ah sì! l'impurità è un fuoco che si converte in fiamme eterne e termina nel fuoco dell'inferno. «I disonesti, scrive il cardinale Gaetano, portano già in questo mondo dentro se stessi l'inferno e termineranno con l'andare ad alimentare il fuoco dell’inferno. L'inferno sarebbe vuoto, cesserebbe, per così dire, la sua fiamma, quando l'impurità degli uomini cessasse dal fornirle alimento. La voluttà si cambierà in pece che nutrirà un fuoco cocentissimo nelle viscere dei lascivi per tutti i secoli. Oh che infelicità, che sventura prepara mai a se stesso l'impudico, nel tempo e nell'eternità!».


    9. RIMEDI CONTRO L'IMPURITÀ. - «La voluttà è simile al cane, osserva S. Giovanni Crisostomo; se lo cacciate, si allontana; se lo carezzate, più non vi lascia (Homil. XXII ad pop.)». Bisogna dunque scacciare e fuggire questa sirena incantatrice che è l’impurità, come già ne avvisava i giovani Seneca medesimo (Ap. Laert. lib. II).
    Altro rimedio ci suggerisce S. Basilio, ed è che si castighi il corpo e si tenga custodito e domato come animale furioso (Homil. de legend. lib. gentil.), malmenando con penitenze e rigori questo nostro vestimento di carne e di sozzura, come lo chiama l’apostolo S. Giuda (IUD. 23). Poiché la mortificazione del corpo, dice S. Basilio, forma la sanità e il vigore dell'anima (Ib.).
    Siccome questa passione invita con le lusinghe, attrae col solletico della felicità e del piacere, si impadronisce per uccidere e rovina quanto trova nell'uomo, è necessità non mai porgerle orecchio, non prestarle fede, non affidarsele, ma diffidarne, temerla, studiosamente e prontamente fuggirla. «Chi vuole praticare le virtù, scrive S. Gregorio, e non impedirne il crescere, deve spegnere in se stesso il fuoco impuro in modo tale che a forza di vigilanza non se ne lasci mai toccare neppure leggermente» (Moral.).
    Il rimedio, che ci premunisce contro le fiamme del fuoco impuro, sta nell'averne un grande orrore; nel non accostarvisi; nel fuggirne più lontano che si può; e questo si ottiene con la vigilanza e con la preghiera, dicendo Gesù: «Vigilate e pregate, acciocché non v'incolga tentazione; perché anche dove lo spirito è pronto, la carne è debole» (MATTH. XXVI, 41).
    Mezzi validissimi a vincere la voluttà sono: considerare la brevità del piacere e la lunghezza dei patimenti che vengono dopo; convincersi che la lussuria è il più pericoloso e mortale nemico dell'uomo e la causa principale di tutte le sue sciagure; meditare attentamente su la differenza immensa che passa tra le ricchezze, le consolazioni, le soavità della grazia, della continenza e la miseria, l’amarezza, l'angoscia, gli strazi dell'impurità, dell'incontinenza.
    L'umiltà è buon talismano contro gli incantesimi della lussuria: dove non vi è umiltà, rarissimamente vi è castità. Adamo per orgoglio si ribella a Dio, ed ecco tosto ribellarsi a lui la carne; si vede nudo, arrossisce ed è costretto a nascondersi... Bisogna che si sottometta a Dio, che a lui obbedisca chi vuole avere la carne soggetta e obbediente allo spirito...
    Per respingere gli assalti della voluttà, è pure ottima difesa il lavoro. «La libidine resta fiaccata e spenta dalle fatiche corporali», scrive S. Isidoro (De forma bene vivendi); quindi quell'aureo avviso di S. Gerolamo: «Bada che il demonio ti trovi sempre occupato al lavoro (Epist.)»; non dimenticare però di unire al lavoro la preghiera la quale è, come dice S. Gregorio, «la guardia del pudore (Moral.)». Finalmente il digiuno, i sacramenti, il pensiero della presenza di Dio, la divozione alla Vergine Maria, la considerazione dei novissimi sono tali mezzi che vincono sicuramente e prostrano il vizio dell'impurità.

    Pagine cattoliche - I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: L' Impurità.
    Ultima modifica di Imperium; 09-11-09 alle 15:08

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    Predefinito Rif: I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE

    LA GIOVENTU'

    La gioventù è leggera. La gioventù è esposta ai pericoli. La saviezza nella gioventù è una fortuna rara. La gioventù passa presto: mezzi di passarla saggiamente.

    1. LA GIOVENTÙ È LEGGERA. - «Tre cose, dice il Savio sono per me difficili a intendersi, cioè le volte dell’aquila nel cielo, le spire del serpe sulla pietra, i solchi della nave in mezzo al mare. Ma ve n'è una quarta che affatto non comprendo, ed è il cammino dell'uomo nella sua adolescenza» (Prov. XXX, 18-19), Questo detto del Savio prova quanto sia grande la leggerezza del giovane, la sua instabilità, effetto del suo ardore e della sua irriflessione. Come le vie dell'aquila, del serpe, del vascello, sono oblique, tortuose, a giri e rigiri, così è la via che tiene la gioventù. Difficilmente si può tenerle dietro tanto è leggera, saltellante, incostante: or qui, or là, il giovane cangia ad ogni ora, ad ogni istante, desideri, discorsi, posizione, condotta; non si può comprendere dove miri, né vedere dove penda. La via dell'aquila è incostante, quella del serpente è tortuosa, quella della nave non lascia dopo di sé orma; quindi la sacra Scrittura paragonando a queste tre cose la gioventù, rappresenta al vivo la condotta di uno spirito leggero e mobile, che ora trafela dietro la gloria mondana, ora cede al fascino di piaceri vani e colpevoli, ora si consuma in frivolezze.
    Le vie dell'aquila significano ancora che la sapienza, i pensieri, la dottrina celeste, raffigurati nel volo sublimissimo dell'aquila, si perdono tra le dissipazioni della gioventù, quasi fosse negli sterminati spazi dell'aria, di modo che non vi rimane nessuna impressione delle cose celesti. Il serpe, colla sua astuzia, coi suoi rigiri, fa perdere la traccia del suo cammino; vera immagine della gioventù che raramente segue una via retta e uniforme e non lascia dopo di sé orma. La vigilanza, la costanza nei buoni propositi, ogni virtù insomma passa, pur troppo, nella gioventù, come una nave che fende il mare e non lascia vestigio del suo passaggio. Tutti questi paragoni indicano che non vi è nulla di stabile nella gioventù, che le buone abitudini non prendono radice, ma tutto passa e talmente si muta, che quello che oggi vedete giovine modesto, ragazza pudica, ecc. non potete dire che tale sia ancora domani. Non potete indovinare che cosa nasconde nei più segreti ripostigli del cuore, quali siano le sue affezioni, dove penda il suo amore od il suo odio.
    La vita della gioventù si compendia in quelle parole della Scrittura: «Il popolo si sedette per mangiare e bere, quindi si alzò per divertirsi» (Exod. XXXII, 6). Mangiare, bere, dormire, divertirsi, ecco la gioventù. Oh Dio, che vita inutile! Eppure, non dice forse il Savio: «Come vorrai tu mietere nella vecchiaia quello che non hai seminato nella giovinezza?» (Eccli. XXV, 5).
    Ridere, correre, oziare, divagarsi è questa tutta l'occupazione della gioventù... Ella è sempre divagata, e questa dissipazione, questo allontanamento del suo interno è disposizione deplorabile e funesta; vi si logora tutta l'età giovanile e si arriva alla virilità senza valere a nulla di sodo.

    2. LA GIOVENTÙ È ESPOSTA AI PERICOLI. - Quattro cose concorrono a fare della gioventù l'età più esposta ai pericoli: 1° l'inclinazione che è in lei fortissima al male...; 2° l’ignoranza e l'inesperienza...; 3° la difficoltà di correggersi...; 4° l'incostanza grandissima nel bene.
    Debole di corpo, la gioventù lo è ancora di più di spirito, di intelligenza, di volontà. «La gioventù, nota S. Ambrogio, abbandonata a se stessa è fiacca di forze, debole di consiglio. Il fuoco delle passioni nascenti la infiamma; gli ammonimenti l'annoiano e disgustano; i piaceri la sollecitano; il bollimento del sangue e della concupiscenza la travaglia (In cap. XVIII Luc.)».
    S. Basilio e S. Giovanni Crisostomo dipingono la gioventù a vivi colori. Il primo così scrive: «Leggerissima è la gioventù ed inclinata al male; porta in sé concupiscenze sfrenate e indomabili; dà in trasporti d'ira sfrenati e bestiali; nessuna riservatezza nel parlare; l'insolenza, la boria, l'arroganza, la petulanza, che vengono dall'orgoglio, e mille altri vizi ronzano attorno alla gioventù e vi si annidano, (In Melissa, p. XX)». Ed il secondo: «Alla puerizia succedono le tempeste dell’adolescenza, le quali più gagliarde delle onde Egee, agitano i cuori dei giovani; tanto più che ben sovente a questa età manca l'occhio e la correzione dei parenti e di coloro che dovrebbero vigilarla (Homil. LXXXIV, in Matth.)».
    A ragione S. Paolo ordinava a Tito che esortasse i giovani a tenersi sobri e pii (Tit. II, 6); ed il profeta, che tutti dovremmo imitare, diceva al Signore che degli errori e delle colpe della sua gioventù non tenesse conto (Psalm. XXIV, 7).

    3. LA SAVIEZZA NELLA GIOVENTÙ È UNA FORTUNA RARA. - L'agnello pasquale doveva essere senza macchia (Exod. XII, 5). Tale deve apparire l'infanzia e l'adolescenza, se ha da essere la realtà del simbolo che è l'agnello...
    Un giovane che abbia senno e virtù, si sente pieni di vigore i sensi del corpo; la vista è più penetrante, l'udito più delicato, il portamento più franco, il viso più lieto. Quelli che sanno vincersi a quest’età, che si uniscono a Dio e vivono di lui e in lui, otterranno la mercede del Battista. Giovani siffatti offrono a Dio un'ostia viva, cara, immacolata; sono agnelli senza macchia, seguaci e delizia dell'Agnello divino.
    La gioventù possiede quattro grandi tesori: 1° la verginità del corpo portata dal nascere...; 2° l'innocenza dell'anima ricevuta al battesimo...; 3° molta pieghevolezza ed attitudine alla virtù...; 4° la modestia e castigatezza dei costumi... Niente è tanto bello e glorioso quanto la virtù ed il coraggio dei giovani, il cui spirito, l'anima ed il corpo sono puri e santi. Come riesce gradita e mirabile la conversazione matura e saggia di un giovane forte e generoso che, precoce nella virtù, ha già vissuto un mezzo secolo agli occhi di Dio e previene la maturità degli anni! A lui conviene quel detto dello Spirito Santo: «Consumato in pochi giorni, ha compito una lunga carriera» (Sap. IV, 13). Un giovane di questa tempra ricorda, vincendola però al paragone, la robustezza dell'aquila, la prudenza del serpente, l'abilità del pilota. Infatti in un corpo fragile e in un'anima inesperta, domina i suoi movimenti, medita le cose divine, tiene sua conversazione nel cielo: è un'aquila che d sprezzando la terra, s'innalza e spazia nelle divine regioni. Portandosi in ogni impresa con circospezione e assennatezza, ancorché non conosca quella prudenza che è frutto dell'esperienza, somiglia tuttavia al serpe astuto che, senza artigli e senza zampe, con la sola sua agilità naturale, fugge velocemente, attraversa rocce, burroni e precipizi e arriva su la vetta delle alte montagne. Finalmente, scansando con cautela i pericoli e le tentazioni della carne, del mondo, del demonio, valicandone gli aspri gioghi e traghettandone gli insidiosi guadi, è come una nave guidata da un esperto pilota, che trionfa dei marosi e delle bufere, ora resistendo ed ora fendendo le onde, e giunge, superando tutti gli scogli seminati sul suo passaggio, felicemente ad ancorarsi nel porto...
    Siffatti giovani avranno la corona della verginità e del martirio e, collocati in cielo tra i serafini, seguiranno per ogni dove l'Agnello (Apoc. XIV, 4). Ma oh quanto rari si vedono tali modelli! quanto grande è la turba di quelli che consumano nell'inerzia e nel vizio la loro giovinezza!

    4. LA GIOVENTÙ PASSA PRESTO; MEZZI DI PASSAR LA SAGGIAMENTE. * Giusto e vero è il paragone. che si fa della gioventù e della brevità dei suoi piaceri col volo dell'aquila e col corso di una nave spinta dal vento in alto mare; ma si potrebbe anche meglio paragonare al lampo, a un sogno, a una goccia di rugiada, a un fiore che appena sbocciato avvizzisce e spesso è falciato dalla morte al suo primo aprirsi...
    Perciò è necessario che il ragazzo attenda di buon'ora a fornirsi, e chi ne ha la direzione procuri di fornirlo per tempo di saggezza e d'intelligenza (Prov. I, 4). Per ottenere questo, il giovane deve interrogare il padre suo, ed esso gli dirà quello che avrà da fare; i suoi maggiori, i quali lo istruiranno dei suoi doveri (Deuter. XXXII, 7). Deve essere parco nel parlare, anche in propria difesa (Eccli. XXXIII, 10); non rispondere a caso, ma dopo averci riflettuto, e sbrigarsi in poche parole (Ib. 11); riconoscere in molte cose la sua ignoranza, e non rompere il silenzio se non per interrogare; là dove si trovano vecchi, non mettere bocca comunque nei loro discorsi (Ib. 12-13).
    In quattro cose principalmente i giovani devono esercitarsi, le quali comprendono tutta la saggezza: la prima è che si avvezzino per tempissimo alle pratiche di pietà...; la seconda è che considerino di tratto in tratto con attenzione quello che sia la vita presente...; la terza è che obbediscano pronti alla vocazione di Dio, dopo averla seriamente studiata...; la quarta è che perseverino costanti nella buona strada, quando vi sono entrati.
    Aristotile dice che tre cose bisognano ai giovani: lo spirito, l'esercizio, la disciplina (Ethic.). Un antico poeta loro raccomanda che, per quanto basso trovino il luogo loro assegnato, ne siano contenti e non cerchino di cambiarlo di loro capriccio. In modo speciale è diretto ai giovani quell'ammonimento di Paolo apostolo: «Di quello che sa d'impurità e di avarizia, non si faccia tra di voi nemmeno il più leggero cenno, come ai santi si conviene. Guardatevi anche dal parlare o troppo, o sconcio, o sciocco» (Eph. V, 3-4).

    Pagine cattoliche - I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE: Gioventù

  5. #5
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    Predefinito Rif: I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE

    Cornelio a Lapide o Cornelius Lapide o Cornelio Alapide o Cornelio Cornelii a Lapide o Cornelis Van den Steen (1567 – 1637), gesuita belga.

    http://www.totustuus.cc/modules.php?...ticle&sid=2084
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  6. #6
    waglione
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    Predefinito Rif: I TESORI DI CORNELIO A LAPIDE

    passi scelti



    L'IMPURITA'

    «L'impudico cambia la gloria del Dio incorruttibile, nella sembianza dell'uomo corruttibile», dice S. Paolo (Rom. I, 23).

    Lo stesso Apostolo dice ancora: «Quelli che si deliziano nella carne, non possono piacere a Dio; se voi vivrete secondo gli appetiti della carne, morrete» (Rom. VIII, 8, 13).

    «Non illudetevi: né i lussuriosi, né gli idolatri, né gli adulteri possederanno il regno dei cieli» (1 Cor. VI, 9-10);

    «Sappiate e vi stia ben fisso in mente, che nessun fornicatore o impudico avrà parte all'eredità del regno di Cristo e di Dio» (Eph. V, 5).

    Formale è il precetto di Dio: Non fornicare (Exod XX. 14),


    come dice S. Agostino, è il più gradito a Dio l'abbaiare dei cani, il muggire dei buoi, il grugnire dei porci, che non il canto dei suoi servi impudichi (In Levit.).


    la sentenza di S. Tommaso, che per la lussuria l'uomo si allontana infinitamente da Dio (De Peccat.)», e se è vero che il peccato è un abbandono che fa l'uomo di Dio, ben può ciascuno calcolare l'enormità del peccato d'impudicizia;

    quindi S. Bernardo non si contenta di dire: Guai, ma aggiunge, molti e grandi guai all'incontinente (Serm. in Cantic.).
    E non si creda che per commettere peccato grave in questa materia, bisogni arrivare agli estremi limiti di questo abominevole vizio: sarebbe questo un deplorevole e grossolano inganno perché non solamente un'azione di tal genere è colpa mortale, ma anche un semplice pensiero, o desiderio, o sguardo fatto con consenso deliberato. gulp






    Non c'è vizio più ributtante, più vergognoso, più degradante dell'impudicizia; a ragione S. Pietro raffigura l'impudico nel porco. Perché: 1° egli ama le cose sporche...; 2° è nei suoi portamenti sordido e stomachevole...; 3° si delizia, a somiglianza dei maiali, del fango e della mota...; 4° il porco non guarda che alla terra, non si occupa che del ventre, si corica sul suolo, non è che un informe massa di carne; non diversamente è dell'impudico...; 5° il porco è senza riconoscenza anche verso il suo padrone; il lussurioso non perde egli forse ogni sentimento e discernimento?... In lui si avvera l'imprecazione di David: «Copri la faccia loro d'ignominia» (Psalm. LXXXII, 15).
    gulp

 

 

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