Ci sarà un momento – avverrà di sicuro, ma non possiamo sapere quando – in cui questi due movimenti di compressione diventeranno impossibili: sarà in quel momento che la placca nordamericana “rimbalzerà come una molla” generando un terremoto che nella peggiori delle ipotesi potrà avere una magnitudo del 9,2 (e nella migliore delle ipotesi una magnitudo di 8). In quel momento gran parte della costa pacifica dell’America del Nord potrà cadere per un massimo di due metri e rimbalzare verso est per una distanza che potrebbe arrivare a 30 metri, annullando in pochi minuti i lenti movimenti degli ultimi secoli. Una parte di quel movimento avverrà sotto l’oceano e causerà due onde: una si dirigerà verso il Giappone, l’altra verso la costa nordamericana appena colpita dal terremoto. Kenneth Murphy, che dirige l’Ente generale per la gestione delle emergenze in Oregon, Washington, Idaho e Alaska, ha detto: «La nostra ipotesi operativa è che qualsiasi cosa a ovest dell’Interstate 5 sarà distrutta». L’Intestate 5 è la principale autostrada della costa pacifica degli Stati Uniti: congiunge il Canada e il Messico e attraversa California, Oregon e stato di Washington.
Come si è scoperta
Il New Yorker spiega che secondo le stime c’è una possibilità su tre che la Cascadia sia interessata da un potente terremoto nei prossimi cinquant’anni; la possibilità che quel terremoto sia così potente da raggiungere o superare la magnitudo di 9 è una su dieci. «Fino a trent’anni fa non si sapeva che c’erano stati forti terremoti in Cascadia e fino a quarant’anni fa nemmeno si sapeva che esisteva la zona di subduzione della Cascadia». L’ultimo grande terremoto in quell’area avvenne alcune centinaia di anni fa, prima che la costa pacifica fosse colonizzata dagli europei. Quelle terre erano occupate dai nativi americani, che non avendo mai usato la scrittura non lasciarono un resoconto scritto di quel terremoto. Senza tracce e prove evidenti di un precedente terremoto i coloni videro il valore di quell’area – “fertile, temperata e apparentemente benigna” – ma non ne intuirono la pericolosità.
La storia di come si scoprì la zona di subduzione della Cascadia è, scrive il New Yorker, la storia di «una delle più grandi indagini scientifiche della nostra epoca» e iniziò negli anni Ottanta. La zona di subduzione della Cascadia fu scoperta soprattutto grazie al geologo Brian Atwater e David Yamaguchi, un esperto di dendrocronologia, la scienza che studia l’archeologia attraverso la crescita degli alberi. Nello stato di Washington, in Cascadia, c’è una foresta nota come la “foresta fantasma” perché la maggior parte dei cedri rossi che la compongono sono morti, senza foglie e con pochi rami. Nel 1987 Atwater ipotizzò che quei cedri morirono tutti insieme alcuni secoli fa, e studiando quei cedri Yamaguchi confermò quell’ipotesi: quegli alberi erano morti tutti nello stesso periodo, tra l’agosto del 1699 e il maggio del 1700. In quegli anni successe quindi qualcosa, ma i nativi americani che abitavano quelle zone non lo scrissero e descrissero.
Dall’altra parte dell’oceano pacifico c’è però il Giappone, e nel 1700 la scrittura in Giappone c’era: molti documenti giapponesi di quel periodo parlano di un’immensa onda che devastò la costa. Quell’onda era chiaramente uno tsunami, di cui però non si sapeva l’origine: fino a pochi anni fa quello tsunami era infatti noto come lo “tsunami orfano”. Alcuni anni dopo i primi indizi ottenuti da Atwater e Yamaguchi si scoprì la “paternità” di quello tsunami. A scoprirla fu, nel 1996, Kenji Satake, che ne spiegò le origini in un articolo pubblicato su Nature nel 1996. Satake riuscì a dimostrare che lo tsunami fu causato da un terremoto di magnitudo 9.0 avvenuto nell’America del nord il 26 gennaio del 1700. Grazie a queste prove si scoprì anche che, seppur senza tradizione scritta, alcuni nativi americani avevano mantenuto e tramandato la memoria di quell’evento. Esistevano infatti storie che si riferivano al tremare della terra o a immense onde provenienti dall’oceano. Si credeva fossero leggende: in realtà erano resoconti.