Pagina 4 di 6 PrimaPrima ... 345 ... UltimaUltima
Risultati da 31 a 40 di 60

Discussione: La Cosa Nuova

  1. #31
    Uomo tropicale
    Data Registrazione
    18 Apr 2009
    Località
    Quaternario
    Messaggi
    9,687
     Likes dati
    4,418
     Like avuti
    1,025
    Mentioned
    54 Post(s)
    Tagged
    4 Thread(s)

    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    UNA LOGGIA MASSONICA SEGRETA DIETRO GLI AFFARI ’NDRANGHETA-LEGA




    GUIDO RUOTOLO, La Stampa, 26 giugno 2013

    Spunta la massoneria nella inchiesta su Lega e ’ndrangheta. Seguendo l’odore dei soldi della potente cosca De Stefano, i magistrati reggini e gli uomini della Dia trovano prima il cerchio magico di Umberto Bossi, di Francesco Belsito l’ex tesoriere che investe i soldi del Carroccio usando gli stessi canali della cosca. E adesso, inseguendo gli amici di Belsito, i Pasquale Guaglianone e Bruno Mafrici, si trovano i leghisti «buoni», come il sindaco Flavio Tosi.

    C’è di peggio, per la verità, perché questo cerchio magico del malaffare è in contatto con gli impronunciabili di una tragica stagione del terrore. Come Delfo Zorzi, terrorista nero di piazza Fontana rifugiato in Giappone, che viene intercettato al telefono con l’ex cassiere dei Nar, Pasquale Guaglianone – conversazioni di quest’inverno – a cui chiede di salutargli anche Bruno Mafrici. E Guaglianone è amico dell’ex sindaco di Reggio oggi governatore Calabrese, Giuseppe Scopelliti.
    Otto indagati per nuove contestazioni di reato: l’associazione mafiosa e l’organizzazione segreta punita dalla legge Anselmi. Una ventina di perquisizioni a Milano, Genova e Reggio Calabria. Gli uomini del colonnello Gianfranco Ardizzone, capo centro Dia di Reggio Calabria, sono andati anche in quattro filiali milanesi dell’istituto San Paolo, alla Banca popolare di Vicenza e al Banco del Credito Artigianale.
    Vediamo gli indagati: Romolo Girardelli, «l’ammiraglio», colonna genovese degli affari immobiliari della cosca De Stefano. Una new entry, Giuseppe Sergi, ex consigliere comunale di Reggio Calabria, legato a Scopelliti. E poi Michelangelo Maria Tibaldi, imprenditore socio di minoranza della Multiservizi, società partecipata del comune di Reggio proprietà nei fatti della ’ndrangheta. E poi Angelo Viola, investigatore privato genovese indagato per il dossieraggio (tabulati telefonici, servizi fotografici) di Belsito nei confronti di Bobo Maroni.
    E soprattutto Pasquale detto Lino Guaglianone (leggi qui) e Bruno Mafrici. Il primo è il titolare di quella «Mediobanca» del mondo (opaco) delle imprese reggine, dove nascono imprese, si suggellano affari e commesse, che sono gli uffici di Mgim srl di via Durini 14, a Milano. L’ex cassiere dei Nar, Guaglianone, secondo gli investigatori della Dia ha tentato prima di inserirsi nel mondo istituzionale attraverso Ignazio La Russa e Alessandra Mussolini, poi agganciando» la Lega di Tosi attraverso comuni amici «naziskin» frequentati nella Palestra Doria di Milano. E poi c’è lo pseudo avvocato, che avvocato non è, Bruno Mafrici.
    Nel decreto di perquisizione si legge che gli indagati sono sospettati di far parte di una associazione criminale al cui interno «opera una componente di natura segreta, collegata alla cosca De Stefano». Obiettivi e finalità della struttura massonico-mafiosa: «Complesse attività di riciclaggio e reimpiego di capitali di provenienza illecita. Attraverso le relazioni personali con Francesco Belsito l’obiettivo è consolidare e implementare la capacità di penetrazione e di condizionamento mafioso nel mondo politico-istituzionale».
    La cupola, la struttura criminale riservata, ha ai suoi vertici organizzativi: «Bruno Mafrici, Pasquale Guaglianone, Giorgio Laurendi, noti professionisti di origine calabresi, inseriti in multiformi contesti politici». E ancora: «Gli imprenditori reggini Michelangelo Tibaldi e Giuseppe Sergi (che ricopre anche incarichi politici e istituzionali di rilievo locale); con ruoli di ausilio informativo e di supporto, Girolamo Girardelli, Angelo Viola e Ivan Pedrazzoli».
    Colpisce la descrizione di questa che appare una moderna «Spectre»: «La gestione di operazioni politiche ed economiche ha consentito alle persone sottoposte ad indagini – scrivono nel decreto di perquisizione i pm antimafia nazionale Francesco Curcio e di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo – di divenire il terminale di un complesso sistema criminale, in parte di natura occulta, destinato ad acquisire e gestire informazioni riservate, che venivano fornite da numerosi soggetti in corso di identificazione collegati anche ad apparati istituzionali».
    Non è una novità per la Calabria, questo scenario. Franco Freda, il terrorista nero, fu ospitato da latitante negli anni ’70 proprio dalla cosca De Stefano. A Lamezia Terme, a cavallo della stagione stragista del ’92 e ’93 si tennero incontri delle Leghe meridionali e non solo con Cosa nostra, con Vito Ciancimino. Anche l’esistenza, di una superloggia massonico-ndranghetista emerse nella inchiesta del pm Enzo Macrì, anni 90.



    https://pdbuccinasco.wordpress.com/2...rangheta-lega/
    L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio

  2. #32
    Uomo tropicale
    Data Registrazione
    18 Apr 2009
    Località
    Quaternario
    Messaggi
    9,687
     Likes dati
    4,418
     Like avuti
    1,025
    Mentioned
    54 Post(s)
    Tagged
    4 Thread(s)

    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    MASSONDRANGHETA: L’OPERAZIONE “MAMMA SANTISSIMA”



    È un’inchiesta storica. Il Ros dei Carabinieri l’ha denominata “Mamma Santissima”. È la prosecuzione di altre voluminose e dettagliate attività investigative e giudiziarie. Un’indagine che va a completare la ricostruzione della struttura della ’ndrangheta con particolare riferimento alle infiltrazioni e ai condizionamenti sulla pubblica amministrazione, l’economia e la politica.
    Base di partenza una serie di inchieste pregresse sviluppate sempre dal Ros: Meta,ndrangheta Banking, Reale e Crimine. Tutte hanno dimostrato l’unitarietà ed il tendenziale verticismo della ndrangheta come organizzazione di tipo mafioso, nonché esistenza e operatività di un organo collegiale di vertice, denominato Provincia, in seno al quale sono rappresentate le cosche dei tre Mandamenti (Centro, Jonico e Tirrenico) e delle altre articolazioni dell’organizzazione operanti in altre parti del territorio nazionale ed all’estero.
    LA COMPOSIZIONE DELLA “CUPOLA” Oggi si va oltre e con l’indagine “Mamma Santissima” gli investigatori ritengono di aver scoperto e svelato l’esistenza di una ulteriore “Struttura direttiva occulta”, sovraordinata rispetto alla Provincia. Una struttura “segreta” caratterizzata da regole speciali alla quale avevano accesso anche «massoni» o «nobili»,intendendosi per essi coloro che non avevano estrazione propriamente criminale. Una vera e propria “cupola” di cui farebbero parte – secondo gli inquirenti – l’avvocato Giorgio Di Stefano, l’avvocato ex parlamentare Paolo Romeo, l’ex sottosegretario regionale Alberto Sarra, l’exfunzionario pubblico Francesco Chirico ed il senatore Antonio Stefano Caridi.
    LE SINGOLE POSIZIONI Secondo l’accusa Giorgio De Stefano e Paolo Romeo svolgevano funzioni di partecipazione ad associazione mafiosa in qualità di «promotori, dirigenti ed organizzatori» apicali della componente «riservata» della ’ndrangheta; di direzione e coordinamento del più ampio sistema criminale di tipo mafioso. In questo contesto vanno calate le figure dei politici Antonio Stefano Caridi e di Alberto Sarra, indicati come soggetti nuovi, che avrebbero operato nella direzione strategica individuata dai due avvocati “affinché – si legge nell’ordinanza – gli interessi di promanazione ’ndranghetistica vengano comunque realizzati e tutelati, interferendo così sul funzionamento di enti di rango costituzionale, tanto locali che nazionali. A Sarra e a Caridi è contestata la condotta di partecipazione ad associazione mafiosa in qualità di «dirigenti ed organizzatori» della «componente riservata» della ’ndrangheta.
    LE ACCUSE AD ALBERTO SARRA Avvocato, già esponente di spicco di Alleanza nazionale, ex consigliere regionale e poi assessore al Personale nella giunta presieduta dall’ex magistrato Giuseppe Chiaravalloti, è stato sottosegretario regionale nella giunta di Giuseppe Scopelliti. Nelle elezioni del 2005, con 11.970 preferenza è risultato il più votato nel collegio di Reggio. È stato anche presidente del gruppo consiliare di An in Consiglio regionale. È stato presidente della seconda circoscrizione di Reggio Calabria, assessore ai Lavori Pubblici alla Provincia di Reggio Calabria e pure vice presidente del Consiglio provinciale di Reggio.
    Nel 1995 Sarra era stato denunciato per millantato credito, violenza o minaccia a pubblico ufficiale, usurpazione di titoli o di onori. Nel 1997 è stato indagato per abuso d’ufficio ma è stato prosciolto nel 2000. Nel 2004 è stato raggiunto da un avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa, violenza o minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario. Nel 2005 è stato denunciato per corruzione nell’inchiesta della Procura di Catanzaro denominata “Poseidone” e riguardante il settore della depurazione in Calabria.
    Nel 2014 Alberto Sarra è stato inoltre condannato a 3 anni e otto mesi per la bancarotta fraudolenta messa in atto con il fallimento della Farmacia Centrale di Reggio Calabria ubicata su corso Garibaldi. Secondo le indagini, Sarra, insieme ad altre due persone, Francesco Maria Serrao e Antonina Maria Rosa Marrari, avrebbe distratto, dissipato e occultato i beni riguardanti il patrimonio sociale della farmacia.
    Secondo l’inchiesta “Mamma Santissima” si sarebbe “avvalso, per sé e in favore di altri candidati del sostegno elettorale delle cosche Pesce, Condello, De Stefano, Tegano, Lo Giudice, Alvaro, Libri-Caridi, Vadalà, Lampada, Pangallo e Crucitti, operando direttamente in sinergia con Paolo Romeo al fine di elaborare e attuare il progetto politico che attribuiva un ruolo di centralità in primo luogo all’ex sindaco ed ex presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti”.
    Sarra – una volta acquisite le funzioni pubbliche a seguito di consultazioni elettorali viziate dalle pressanti ingerenze mafiose – avrebbe agevolato e rafforzato sistema criminale di tipo mafioso: gestendo un enorme bacino di voti della ’ndrangheta da orientare al fine di perfezionare, in proiezione, l’articolato programma criminoso descritto; interferendo, mediante l’uso deviato del proprio ruolo pubblico, sull’esercizio delle funzioni degli organi regionali di cui era divenuto componente; favorendo le componenti politiche – in costanza di campagna elettorale – e imprenditoriali delle varie articolazioni territoriali della ’ndrangheta al fine di garantirgli rilevanti vantaggi patrimoniali.
    LE ACCUSE AD ANTONIO STEFANO CARIDI La carriera politica: dal 26/05/2002 al 26/05/2007: Assessore Politiche ambientali Comune Reggio di Calabria (Partito: AN); dal 22/06/2007 al 18/08/2010: Assessore Politiche ambientali Comune Reggio di Calabria (Partito: UDC); dal 29/03/2010 al 08/04/2013: Consigliere Regione Calabria (Lista di elezione: PdL); dal 19/04/2010 al 25/04/2013: Assessore Attività Produttive Regione Calabria; dal 15/03/2013: Senatore (Gruppo: NCD).
    Pesanti le accuse rivolte dalla Dda di Reggio nei confronti dell’attuale senatore che nel corso del tempo si sarebbe “avvalso, per sé ed altri candidati, del sostegno elettorale delle cosche De Stefano-Tegano, Libri-Caridi, Crucitti, Audino, Borghetto-Zindato, Nucera, Morabito, Iamonte, Maviglia e, in ultimo, i Pelle, con cui si è incontrato in occasione delle elezioni Regionali del 2010”.
    Per gli inquirenti, avrebbe operato direttamente in sinergia con Paolo Romeo “al fine di attuare il progetto politico” andando a ricoprire nel 2002 e 2007 l’incarico di assessore all’ambiente del Comune di Reggio Calabria, cosa quest’ultima, che ha permesso – secondo gli investigatori – alla cosca De Stefano di controllare la società Fata Morgana Spa. Come nel caso di Sarra, Caridi avrebbe quindi gestito un enorme bacino di voti della ’ndrangheta, imponendo l’assunzione di persone anche riferibili alle indicate articolazioni della ’ndrangheta nelle società a capitale misto pubblico privato; favorendo le componenti imprenditoriali delle varie articolazioni territoriali della ’ndrangheta al fine di garantirgli rilevanti vantaggi patrimoniali.
    Antonio Caridi, eletto al Senato con la lista del Pdl, stava per diventare componente della Commissione antimafia su indicazione di Renato Schifani. (CLICCA QUI)
    LE ELEZIONI La mafia calabrese, quindi, si caratterizza, ha ribadito il procuratore, per la presenza di una struttura direttiva occulta che opera in sinergia con l’organo collegiale di vertice denominato “Provincia”, alla quale la struttura riservata fornisce indicazioni e scelte strategiche, “allevando” i referenti in seno alle istituzioni, determinando l’elezione di uomini di fiducia in diverse fasi elettorali. Gli uomini prescelti dalla criminalità organizzata per fare una carriera politico-ndranghetista – ha detto il procuratore Cafiero De Raho – vengono tenuti continuamente sotto osservazione, per vedere come si comportano, per vedere se meritano appieno la fiducia della criminalità organizzata. Mettiamo cinque persone attorno al Sindaco (Consiglieri comunali) – si dice – e se non si comporta bene questi si dimettono. Il controllo quindi è ferreo.
    Negli atti dell’inchiesta si fa riferimento alle elezioni comunali del 2001, alle amministrative del 2002 (comunali e provinciali), alle elezioni europee del 2004, alle regionali del 2005, alle provinciali del 2006, alle comunali del 2007, alle europee del 2009 e alle regionali del 2010.
    A partire dal 2002, Paolo Romeo e Giorgio De Stefano, scrivono gli inquirenti, “hanno avuto un ruolo determinante per la elezione di Giuseppe Scopelliti e Pietro Fuda rispettivamente a Sindaco del Comune e a Presidente della Provincia di Reggio Calabria, nonché nella formazione degli organi di governo locale secondo un programma che, oltre a garantire loro – secondo un modello replicato nel tempo – il potere di interferire sul regolare funzionamento dei due enti attraverso più soggetti politici, in proiezione prevedeva l’infiltrazione degli organi di governo regionale sino al Parlamento nazionale ed europeo”. Il disegno del gruppo segreto avrebbe trovato compimento nel 2002, con l’elezione di Giuseppe Scopelliti (successivamente eletto governatore e poi dimessosi in seguito a una condanna) a sindaco di Reggio Calabria. Scopelliti, dimettendosi dall’incarico di assessore regionale per assumere quello di primo cittadino, consentì a Sarra, primo dei non eletti nella lista di An nella tornata del 2000, di approdare in Consiglio regionale. Nel 2004, l’elezione di Umberto Pirilli al parlamento europeo, consentì allo stesso Sarra di subentrargli in un incarico assessorile.
    Il gruppo avrebbe anche pianificato la candidatura di Pietro Fuda alla Presidenza della Regione Calabria, ma l’intento fu vanificato dalle vicende giudiziarie che coinvolsero l’interessato oltre che lo stesso Romeo.
    In occasione delle elezioni del 2002, in particolare, l’appoggio elettorale a Giuseppe Scopelliti come sindaco per il centro-destra contro il candidato del centrosinistra Demetrio Naccari Carlizzi sarebbe da ricondurre, secondo la Dda, “oltre che alla maggiore controllabilità del primo, agli specifici interessi della criminalità mafiosa anche nei settori dei lavori pubblici in generale, nella gestione dei fondi del Decreto Reggio e nella creazione delle società di servizi a capitale misto pubblico privato, progetto questo avviato a partire dal 2001”. Ma l’organizzazione criminale avrebbe anche inquinato i risultati delle elezione delle rappresentanze “Provinciali e Grande Citta’” del “Popolo della Liberta’” tenutesi in Reggio Calabria nel febbraio 2012 “sia attraverso la premeditata compilazione di schede elettorali a favore dei candidati prescelti sia alterando i verbali di elezione”.
    “I RISERVATI” “Questa componente riservata – ha detto Cafiero De Raho – seleziona gli obiettivi strategici da perseguire e gestisce le relazioni con le altre organizzazioni similari inserite in un più vasto sistema criminale di tipo mafioso operante in Italia ed all’estero”. I componenti del gruppo, definiti “segreti”, in alcune intercettazioni si infiltrano, attraverso i loro referenti, negli ambiti di maggior rilievo politico, economico ed imprenditoriale in cui si articola la società civile. I “riservati” sono soggetti appartenenti alla ’ndrangheta, ma di estrazione non propriamente criminale, “che hanno seguito un percorso nella ’ndrangheta – scrive la Dda – pensato in funzione della loro esclusiva proiezione verso i contesti informativi, imprenditoriali, economici, finanziari, bancari, amministrativi, politico-istituzionali più delicati, condizionandoli e piegandoli dall’interno ai fini illeciti del sodalizio unitario”. La ’ndrangheta ha quindi evoluto il proprio modello – scrivono gli inquirenti – che è fondato, non più solo sull’utilizzo di soggetti che si “mettono a disposizione”, “ma anche su soggetti di propria estrazione che meglio di tutti possono garantire gli interessi dell’organizzazione”.
    Rispondendo alle domande dei giornalisti il procuratore De Raho ha affermato che è necessario sottolineare come questa inchiesta abbia certificato una nuova strategia della ’ndrangheta. Le indagini e i processi hanno fino ad oggi evidenziato il meccanismo dello “scambio elettorale politico-mafioso”: il politico che vuole fare carriera e va a caccia di voti si rivolge alla ’ndrangheta di sua iniziativa chiedendo voti e promette utilità (ma anche viceversa). L’inchiesta Mamma Santissima ha invece evidenziato carriere politiche costruite fin dall’inizio e sostenute continuamente dalla ’ndrangheta. Il politico, secondo una tecnica militare, è un infiltrato della ’ndrangheta sotto copertura nel partito, e agisce nel partito esattamente come “infiltrato sotto copertura” cioè evitando accuratamente di esibire la sua affiliazione. Anche in questo l’analogia con il metodo massonico. «Loro parlano di ’ndrangheta quando la ’ndrangheta non esiste più. – si dice in una intercettazione – Una volta a Limbadi, Nicotera, Rosarno c’era la ’ndrangheta. La ’ndrangheta fa parte della Massoneria. Ora che cosa c’è più? Ora è rimasta la massoneria e quei quattro storti che credono ancora alla ’ndrangheta.» CLICCA QUI



    https://pdbuccinasco.wordpress.com/2...ma-santissima/
    L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio

  3. #33
    Uomo tropicale
    Data Registrazione
    18 Apr 2009
    Località
    Quaternario
    Messaggi
    9,687
     Likes dati
    4,418
     Like avuti
    1,025
    Mentioned
    54 Post(s)
    Tagged
    4 Thread(s)

    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    Inchiesta sulla ndrangheta Massoneria

    La ndrangheta e la sua ascesa. Le logge massoniche deviate. La politica connivente con le cosche. Il processo Meta.

    inserito da Maria Fabbricatore



    LA SANTA
    Soldi, soldi, soldi, soldi, soldi, soldi, una montagna di soldi arrivarono in Calabria negli anni dopo i moti di Reggio degli anni ’70 con il pacchetto Colombo. Soldi che dovevano servire per industria metallurgica e per lo stabilimento della Liquilchimica, e che invece finiscono in mano alle cosche. Soldi che si moltiplicano con la droga: eroina prima, cocaina poi. E con i soldi si compra tutto. In quegli anni viene fondata la Santa: un’élite di ndraghetisti entra in contatto con le logge massoniche, un raccordo che li metterà in contatto strettissimo con professionisti e uomini dello Stato: magistrati, poliziotti, servizi segreti. Enzo Ciconte è uno dei massimi studiosi di ndrangheta: “La Santa è utile per gli affari con la borghesia di un certo livello: notai, commercialisti, professionisti, ma anche poliziotti, magistrati, uomini dei servizi, cioè persone che normalmente non si incontrerebbero alla luce del sole”. Ma il salto di qualità della ndrangheta c’è tra gli anni ’70: “era il periodo in cui c’era il terrorismo, lo Stato si interessa di più al terrorismo e lascia stare sia la mafia, sia la ndrangheta. E' l’ingresso nel grande traffico della cocaina ed eroina, il rafforzamento della ndrangheta al nord, l’ingresso in massoneria e i sequestri di personae. L’insieme di tutte queste cose rende più forte la ndrangheta”. Negli anni ’60 si spopolano le campagne: una parte degli emigrati va al nord e una parte nelle città dove si costruisce in modo selvaggio, è l’epoca del boom economico, e le cosche crescono e con loro i poteri e gli interessi della borghesia imprenditoriale legata al settore dell’edilizia. E’ il periodo dei grandi appalti, della gestione della cosa pubblica i terreni devono passare da agricoli a edificabili, per ingrassare le cosche il rapporto con la politica in questa fase diventa fondamentale. Ed è già in questi anni che la ndrangheta decide di collocare i propri uomini direttamente in politica.

    REGGIO CALABRIA UN BUCO NERO
    I tempi cambiano velocemente e la ndangheta si muove altrettanto velocemente. E Reggio diventa un buco nero che fagocita soldi, interessi, migliaia di uomini cominciano a muoversi come pedine in tutto il mondo. E Reggio diventa un buco nero, dove tutto è inghiottito, dove tutto si confonde, dove non vola una mosca se non lo decide uno sparuto gruppo di uomini, dove la gente normale non ha più diritto di vivere, dove tutto rientra nell’indifferenza della Stato che in questo luogo diventa straniero, assente, latitante. E quando si esce dal buco nero, niente è più come prima. Non si riconosce più il verso delle cose. Francesco Forgione ex Presidente della commissione parlamentare antimafia: “Con la Santa si determina un livello di collusione con pezzi dello stato e della politica che prima non c’era. Prima c’era connivenza, poi dalla connivenza si passa all’internità. Non si sa mai chi è lo Stato, qual è quello giusto o quello sbagliato. Questo livello di internità c’è solo in Calabria, non lo troviamo né nella Sicilia di Cosa Nostra, né nella Napoli della camorra”. Da quel momento in poi si perdono le tracce della vecchia ndrangheta contadina che si occupava soprattutto di contrabbando di sigarette, da quel momento in poi Reggio è meta privilegiata di uomini dei servizi segreti, spie, personaggi dai mille volti e dalle mille mani impregnate del sangue di migliaia di uomini che avrebbero insanguinato quelle strade negli anni successivi con le guerre per il predominio sul territorio. La seconda guerra di mafia finisce nel ’91 perché Cosa Nostra lo impone, nel ’92 cominceranno le stragi e i morti di Reggio infastidiscono. Vincenzo Macrì, ex sostituto procuratore nazionale antimafia: “La fine della seconda guerra è stato un episodio talmente importante che ci sono state una serie di riunioni che normalmente non si verificano alle quali parteciparono i siciliani, i canadesi, insomma arrivarono delegati da tutte le parti del mondo, perché si doveva chiudere la guerra nel ’91 in quanto cosa nostra aveva qualcosa di più importante da fare e cioè le stragi del ’92”. Ma la ndrangheta disse no a Cosa Nostra quando si trattò sull’appoggio alle stragi. Lo dice oggi, a distanza di venti anni, il pentito Nino Fiume nel processo Meta parlando del boss Peppe De Stefano figlio del mammasantissima don Paolo che considerava “Più facile avvicinare un magistrato o al massimo distruggerlo con campagne denigratorie”.
    Perché? Come è potuto succedere di svegliarsi oggi dopo la strage di Duisburg del 2007 e accorgersi che la ndrangheta era diventata così potente, efferata, che aveva affiliati e cosche in Europa e nel mondo. Siamo stati sordi. Tutti. Alle grida di quelle madri che urlavano il dolore dei propri figli uccisi, di quella terra che si lasciava abbandonata alle risa beffarde di questi che non si può chiamarli uomini, perché non lo sono più. Il perché ha una sola risposta: perché i soldi comprano tutto, anche l’anima, quando questa si lascia comprare, naturalmente. 30 novembre 2011 il giudice Vincenzo Giglio viene arrestato e insieme a lui il gip di Palmi Giancarlo Giusti, l’avvocato Vincenzo Minasi, l’assessore regionale calabrese Francesco Morelli e con loro indagati o sotto inchiesta tutta una schiera di avvocati, giudici, commercialisti, imprenditori che in questo caso si dividono tra la Calabria e Milano nell’ambito dell’inchiesta contro la cosca Valle-Lampada.
    Con l’operazione Medusa a Lamezia Terme la magistratura colpisce nelle scorse settimane un’altra cosca, quella dei Giampà, egemone in questo territorio. L’on. Doris Lo Moro del Pd che di quella città è stata sindaca da ’93 al 2001: “L’operazione Medusa ha una sua rilevanza, le mie interrogazioni parlamentari denunciano il fatto che prima di tutto l’operazione Medusa viene dopo 12 anni in cui non si è fatto nulla sulla cosca Giampà, quindi non si capisce se non c’era l’organico come hanno sempre denunciato alla procura o per altri motivi. Sono coinvolti due carabinieri, due poliziotti, agenti giudiziari, o delle due l’una o lo Stato non c’è, oppure quando c’è, è inquinato”.

    OPERAZIONE META
    “La Reggio bene faceva la fila per sposarsi un De Stefano”. lo dice il pentito Nino Fiume, ex parente dei De Stefano, la famiglia più potente della ndrangheta reggina. Il processo Meta sta svelando le sue pieghe interne e i meccanismi che la governano, attraverso la conoscenza diretta di questo pentito che era fidanzato con la sorella di Peppe de Stefano “Crimine”, il capo assoluto della cosca più potente: “Reggio ha sempre vissuto di massoneria, Mico Libri quando parlava dei massoni li chiamava “nobili” e diceva non li tocchiamo sennò ci rovinano”. E continua “Con Carmine De Stefano una volta andai ai Parioli in uno studio notarile (…) Carmine aveva il timore che qualcuno scoprisse la sede di quello studio legale. Ricordi che l’avv. Tommasini una volta mi disse che Peppe De Stefano facevano società con persone in luoghi inaccessibili anche al Presidente della Repubblica.…”. Un potere massonico di altissimo livello, strettamente collegato ai servizi segreti deviati. E il processo Meta, sembra un mostro dalle mille propaggini che non si potrà risolvere in questo soltanto. E’ gestito dal pm Giuseppe Lombardo, temuto dalle cosche, come poche volte nella ndrangheta: dalle minacce di lettere con proiettili, falsi ordigni, si è passato nelle ultime intercettazioni, come mai si era sentito prima, “stavolta lo facciamo saltare per aria” “prima ce lo leviamo di mezzo meglio è” arrivano dopo poche settimana della sua richiesta di pene pesantissime contro il clan Labate. Si teme per l’incolumità del magistrato soprattutto per l’inquietudine che si colgono da quelle intercettazioni. La ndrangheta si è sempre distinta per questo, ha sempre tenuto una politica di basso profilo, non ha mai fatto stragi clamorose se non i pochissimi casi tipo Ligato o Fortugno. Ma le cosche sono inquiete perché sono saltati i nodi che tenevano fortemente allacciati i vari livelli di potere. Nino Fiume parla e racconta di come Peppe è stato fatto “Crimine”, come ha iniziato la sua “carriera” che a soli 17 anni ammazzava in lungo e in largo in Italia, un vero boss, e dopo la morte di don Paolo, il padre, il cui omicidio secondo Fiume sarebbe stato deciso anni prima, i figli Carmine e Peppe vengono mandati a Roma per salvarli dalla guerra. Assassini spietati secondo il racconto di chi ha vissuto gli anni della guerra insieme a loro in strettissimo contatto. Lavoro sporco svolto dalla manovalanza su più fronti. Dopo gli anni della guerra c’è bisogno di ripulirsi, di lasciare i vestiti sporchi di sangue e di mettersi la camicia di seta e le scarpe lucide perché la “Reggio bene” preme per accattivarsi i De Stefano, che vanno nei posti più esclusivi del mondo e continuano a raccogliere soldi a palate con estorsioni e il malaffare. Viene deciso, così racconta Nino Fiume, di eliminare i ragazzi che si sono macchiati di sangue e che non sono “adatti” alle nuove strategie. Ecco perché decide di pentirsi: lui stesso era nella lista nera. Ma non bisogna dimenticare che ci sono altre guerre sotterranee che infettano il tessuto sociale e criminale, sono le lotte tra logge deviate e segretissime che non vengono mai fuori e che determinano carriere, interessi su vari livelli. Il vero potere dell’Italia repubblicana. Le parole di Nino Fiume nel processo Meta hanno una forza dirompente, che probabilmente aprirà nuovi filoni di inchiesta. Si apriranno? Il Pm Giuseppe Lombardo in varie occasioni blocca Nino Fiume “Non dica i nomi dei politici, non è questa la sede”. Ci saranno altre sedi?
    “Questo è un processo emblematico, perché per la prima volta si sta processando in maniera sistemica la ndrangheta e non come organizzazione familistica. E’ un processo strategico per capire bene gli intrecci e i collegamenti “ ce lo dice Enza Rando avvocato nazionale di Libera che si è costituita parte civile in questo processo “Siamo strati ammessi e questa è una cosa straordinaria, giuridicamente straordinaria con un riconoscimento danni a Libera di 500.000 euro”. Straordinaria perché per la prima volta viene riconosciuta la società civile danneggiata dalla presenza della ndrangheta che è contro la cultura della vita, straordinaria perché crea un precedente. “Ora ci stiamo costituendo parte civile al processo Minotauro e ad un altro processo di camorra”.


    I BENI CONFISCATI
    Nel 2002 per la prima volta in Calabria Libera coinvolge diverse associazioni nella piana di Reggio Calabria coinvolgendo le associazioni sul territorio con don Pino Masi come referente nella piana. Il fulcro diventa la piana di Gioia Tauro, nel 2004 nasce la cooperativa Valle del Marro libera terra e che gestisce i primi trenta ettari di terreno confiscato alla famiglia Piromalli e poi nel comune di Oppido Mamertina confiscati alla famiglia Mammoliti. “La situazione è di smarrimento per la scarsa conoscenza dei beni confiscati e per il loro utilizzo. Non si era mai pensato prima di utilizzare un bene confiscato, in alcuni casi anche i comuni non sapevano nemmeno la consistenza del patrimonio dei beni confiscati che detenevano o l’ubicazione di questi beni”, ci dice Giacomo Zappia presidente Vallo del Marro. “Le difficoltà ci sono e si fanno sentire subito quando vai a mettere piede in un terreno confiscato che fino a poco tempo prima considerato intoccabile di inavvicinabile che fin da subito prova a mettere a frutto questi ettari e da quel momento non mancano le difficoltà di natura non solo economica, ma difficoltà ambientali perché le famiglie si fanno vedere e sentire spesso con attentati, danneggiamenti, ce ne sono stati diversi durante questo periodo”. Davide Pati coordinatore nazionale per Libera per la confisca beni in Calabria “Se facciamo il paragone dieci anni fa nel 2001, ci fu la prima mietitura a Corleone non si trovava una trebbiatrice, il prefetto la requisisce e i carabinieri si mettono a mietere, dieci anni dopo a Isola Caporizzuto nel 2010 nessuno vuole mietere i terreni degli Arena, ora in Sicilia non succede più, la regione dove è più difficile gestire i beni confiscati adesso è la Calabria dove ci sono pezzi di società civile che sono conniventi e senza essere legati alle famiglie in Calabria, la ndrangheta è talmente radicata da tutte le parti che lavorando tu non sai chi ti trovi davanti”.

    | 06 Agosto 2012




    Inchiesta sulla ndrangheta Massoneria | Noi Donne
    L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio

  4. #34
    Uomo tropicale
    Data Registrazione
    18 Apr 2009
    Località
    Quaternario
    Messaggi
    9,687
     Likes dati
    4,418
     Like avuti
    1,025
    Mentioned
    54 Post(s)
    Tagged
    4 Thread(s)

    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    16
    LA CLAMOROSA INCHIESTA DELLA PROCURA DI REGGIO CALABRIA SU ‘NDRANGHETA E MASSONERIA: IL MESSINESE DOMENICO SCILIPOTI all’avvocato PAOLO ROMEO condannato per concorso esterno: ‘Scrivi l’interrogazione e mandala, io te la firmo’. PONTE SULLO STRETTO, AREA METROPOLITANA…


    Le interrogazioni parlamentari del senatore di Forza Italia Domenico Scilipoti (che non è indagato)? Almeno una è stata scritta dall’avvocato Paolo Romeo, ex deputato del Psdi condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. È il particolare che emerge dall’inchiesta su ‘ndrangheta e massoneria che ha portato a sette fermi di imprenditori e professionisti accusati di “condizionare l’economia di Reggio Calabria” tramite una una vera e propria “associazione segreta”.I pm: “Romeo espressione del sistema di potere criminale”.
    Un’associazione segreta il cui vertice, stando all’impianto accusatorio, è Romeo definito “espressione vivente e immanente – scrivono i magistrati della Dda – del sistema di potere criminale che governa, di fatto, le dinamiche cittadine. L’indagato riesce ad interferire (con quella pressione occulta tipica delle associazioni segrete) sugli orientamenti di intere masse elettorali, addirittura riuscendo a determinare gli esiti di consessi elettivi, sfruttando risalenti (e mai recise) relazioni di ‘ndrangheta”. Avrebbero violato la legge Anselmi anche tutti gli altri indagati e il presidente dell’associazione “Cittadinanza Attiva” Domenico Pietropaolo. Proprio quest’ultimo, grazie al senatore di Ncd Giovanni Bilardi (Ncd), sollecitato da Romeo, sarebbe arrivato fino alla Commissione permanente Affari costituzionali (presieduta dalla senatrice Anna Finocchiaro) per parlare di “Area metropolitana dello Stretto”.
    Gli interessi sull’Area Metropolitana e il coinvolgimento di Scilipoti.
    L’audizione del presidente di Cittadinanza Attiva (una delle associazioni utilizzate dal Romeo) sarebbe stata possibile, quindi, grazie a Giovanni Bilardi (indagato nell’inchiesta Rimborsopoli), “tramite l’intervento del senatore Giuseppe Esposito” (vicepresidente del Copasir).“La vicenda relativa all’Area metropolitana era particolarmente a cuore al Romeo ed ai suoi sodali”. I pm parlano di organi costituzionali dello Stato, “piegati (ed anzi neutralizzati) ad esclusivo vantaggio degli interessi della compagine segreta, attraverso il raffinato, indolore ed apparentemente lecito sistema dell’attività propulsiva del più nobile associazionismo palese. A tal fine era stato ‘agganciato’ anche il senatore Scilipoti Domenico”.
    L’ex parlamentare di Italia dei Valori oggi fedelissimo di Berlusconi “aveva assicurato al Romeo ampia disponibilità”. Era stato, infatti, lo stesso Scilipoti a suggerire a Romeo “l’idea di creare una società di consulenza che potesse contribuire, con specifiche professionalità, allo studio e alla preparazione di un progetto ad hoc. Lo Scilipoti aveva manifestato tutta la propria volontà di collaborare, non solo con emendamenti ed interrogazioni, ma anche con delle ‘forzature’ da cui trarre qualcosa di concreto”.L’interrogazione sul polo Agroalimentare.
    Non solo l’Area metropolitana dello Stretto era al centro delle telefonate tra Romeo e Scilipoti, ma anche la creazione di un polo Agroalimentare. “Tu scrivi l’interrogazione, chiami la segreteria e gli dici: qua c’è l’interrogazione, fategliela firmare al senatore e presentatela!”. Il parlamentare si mette a sua disposizione per le interrogazioni parlamentari. L’avvocato comprende al volo la disponibilità del politico di Forza Italia: “Ora su tutto questo, io ti preparo un po’, la storia… per… siccome questi sono finanziamenti governativi, perché il Decreto Reggio è finanziato dal Ministero delle Infrastrutture, no? E allora, un’interrogazione al Ministro per sapere… questo qua. Tra domani… domani te la preparo e te la mando via mail…”. “Se tu me la prepari, lunedì me la mandi, mi chiami dici: vedi che te l’ho mandata e io la prendo la stampo e la firmo!”.
    Il 30 marzo l’avvocato Romeo invia al senatore Scilipoti la mail con l’interrogazione parlamentare. Passano due giorni e il primo aprile l’iniziativa era sulla scrivania dell’ex ministro Lupi e regolarmente approdata presso la I commissioni permanente affari costituzionali del Senato. Scilipoti è entusiasta di questa nuova collaborazione e a Romeo parla anche di altre iniziative che sta portando avanti. Non solo il polo Agroalimentare in una conversazione si parla anche del progetto per il ponte sullo Stretto.L’intercettazione: “L’area dello Stretto? Facciamogli un’interrogazione”
    Scilipoti: Poi sto lavorando, a questo grosso incontro che dobbiamo fare, il primo lo facciamo a Messina e il secondo lo facciamo… e potrebbe essere un argomento importante…. dell’area dello Stretto.
    Romeo: sìScilipoti: perché là c’è l’attenzione dei media nazionali…Romeo: per esempio, la società Ponte dello Stretto, che fine ha fatto?Scilipoti: facciamogli un’interrogazione, Paolo!!!Romeo: bravo!!! Perché…Scilipoti: … se tu me li prepari ste cose…Romeo: sì!Scilipoti: prepara sta cosa, dai!!!Romeo: Allora, questa qui… io ti do ora… Vediamo se la trovo…Scilipoti: ce l’hai già pronta, l’interrogazione?Romeo: si, no, no… l’interrogazione, no… sai qual è l’idea? La società Stretto di Messina ha un patrimonio di… Diciamo ricerca sul campo, che è inestimabile. Se si mette a frutto quel patrimonio per… Oh… Io trovo questa cosa, te la preparo…Scilipoti: lunedì, martedì… Mandami il materiale, tutto quello che ti serve….Scilipoti: “Romeo condannato? Non lo sapevo”
    Interpellato dal fattoquotidiano.it il senatore, che è estraneo all’inchiesta, sembra sorpreso. Nonostante siano passati 12 anni dalla sentenza definitiva per Romeo, il parlamentare pare essere l’unico a non sapere che Romeo sia stato condannato per reati di mafia. “Non lo sapevo. È la prima volta che lo sento dire. Non è che è un delitto non sapere queste cose” dichiara il senatore berlusconiano che, a più di quattro giorni dal blitz non sa nemmeno che Paolo Romeo è stato arrestato: “Non lo sapevo. Io ricevevo e ascoltavo non solo lui ma tutti coloro i quali sul territorio hanno qualcosa da dire e poi li trasformo in interrogazioni parlamentari. Ma per chiedere delle cose legittime. Non capisco il nesso tra l’arresto di Romeo e le mie interrogazioni parlamentari”. Nessun nesso tranne per il fatto che le intercettazioni sono finite appunto nell’ordinanza di custodia cautelare dell’inchiesta “Fata Morgana” in cui il gip dipinge un ritratto a tinte scure di Romeo.
    Il gip: “Romeo regista occulto e manovratore di plurimi interessi”
    Sin dai primi anni ’90 il collaboratore di giustizia Filippo Barreca aveva riferito della creazione di un gruppo occulto, partecipato tra gli altri anche da Paolo Romeo, composto da massoneria e ‘ndrangheta, sotto l’egida dell’eversione di destra, per come appreso da Franco Freda, di cui egli stesso aveva curato, per un periodo, la latitanza. Ieri come oggi, i magistrati lo definiscono il “regista occulto, l’abile tessitore di importanti relazioni” oltre che “manovratore di plurimi interessi, vero e proprio ‘grimaldello’ con cui dischiudere varchi cognitivi finora rimasti inesplorati e solo lambiti”.
    “L’ipotesi accusatoria – scrive il gip – individua nell’avvocato Paolo Romeo, e nel fido collaboratore avvocato Antonio Marra, i promotori ed organizzatori di un’associazione segreta di evocazione massonica, costituente vero e proprio centro di potere sociale. Si tratta di un’associazione, nell’ambito della quale metodo e fini propri si intrecciano, in un osmotico rapporto, con gli interessi economici e strategici della ‘ndrangheta, perseguiti attraverso modalità di ‘pressione occulta’, in grado di realizzare un’efficace interferenza sulle attività di organi costituzionali ed enti locali”. DI LUCIO MUSOLINO – IL FATTO QUOTIDIANO.IT



    Stampalibera.it » Archivio » LA CLAMOROSA INCHIESTA DELLA PROCURA DI REGGIO CALABRIA SU ?NDRANGHETA E MASSONERIA: IL MESSINESE DOMENICO SCILIPOTI all?avvocato PAOLO ROMEO condannato per concorso esterno: ?Scrivi l?interrogazione e mandala, io te la f
    L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio

  5. #35
    Uomo tropicale
    Data Registrazione
    18 Apr 2009
    Località
    Quaternario
    Messaggi
    9,687
     Likes dati
    4,418
     Like avuti
    1,025
    Mentioned
    54 Post(s)
    Tagged
    4 Thread(s)

    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    L'onorata società e le inchieste sulle origini della seconda Repubblica
    di Walter G. Pozzi
    9 settembre 2009
    Le stragi del '92-'93, massoneria, federalismo e Cosa nostra
    “Oggi i siciliani non hanno più bisogno di armi perché per difendere la nostra terra c’è l’autonomia, ben più efficace della polvere da sparo”.
    Raffaele Lombardo, 7 aprile 2008
    Oramai è evidente che il passato imprenditoriale e politico di Silvio Berlusconi sia disseminato di bombe inesplose. Ed è assai probabile che quella che i pm di Palermo stanno facendo brillare negli uffici della procura sia ad alto potenziale distruttivo. Questo spiegherebbe le preoccupazioni del premier e, c’è da giurarlo, della sua eminenza grigia Marcello Dell’Utri; non a caso è partito l’attacco preventivo nella forma di una denuncia mediatica rivolta agli inquirenti di Milano e Palermo. Se i giudici in questione durante le indagini avevano qualche dubbio, da ieri sanno con certezza di avere contro lo Stato.
    Difficile comunque che le dichiarazioni del presidente del consiglio abbiano colto di sorpresa Ingroia e colleghi, un po’ perché il suo modus operandi segue sempre la strada della delegittimazione pubblica del nemico, ma soprattutto perché i risultati delle indagini sarebbero di tale portata, da mettere in discussione la legittimità stessa della nascita della seconda Repubblica. L’inchiesta che in questi mesi sembra raggiungere grande concretezza non nasce oggi; di certo, però, deve aver trovato nelle dichiarazioni di Spatuzza e di Massimo Ciancimino una specie di anello mancante (sotto forma di riscontri oggettivi), senza il quale, per più di dieci anni, situazioni, fatti e incontri sono rimasti relegati al rango di semplici supposizioni.
    Arduo dire con certezza che cosa stia bollendo negli incandescenti pentoloni della procura di Palermo. Si possono però tirare alcune conclusioni scorrendo i risultati delle inchieste svolte dopo la metà degli anni Novanta e in seguito archiviate per mancanza di riscontri. Qualora i giudici dovessero provare alcuni fatti, potrebbe essercene abbastanza da avere paura al pensiero delle reazioni di quei poteri occulti (massoneria e servizi segreti) che tra il 1991 e il 1994, gli anni di Mani Pulite e delle cosiddette stragi corleonesi, hanno maramaldeggiato da nord a sud, tra attentati, manovre politiche, ricatti e minacce. In un momento in cui il sistema politico rivela grande debolezza, veramente c’è da temere esplosivi ricorsi storici e che qualcuno riarmi la falange, dal momento che sotto accusa sarebbe il recente passato della storia italiana, figlio di un progetto talmente torbido da mettere in crisi il presente e, soprattutto il prossimo futuro: in particolar modo il tanto decantato progetto federalista, mostrato come la riforma delle riforme.
    “Una delle tante volte in cui io mi ritrovai a conversare con il Miccichè, il Potente e il Monachino, il discorso cadde sull’on. Bossi della Lega Nord, che poco tempo prima era andato a Catania. Io, che allora consideravo Bossi ‘un nemico della Sicilia’, dissi: «Perché un’altra volta che viene qua non lo ammazziamo?» Al che il Miccichè Borino esclamò: «Ma che, sei pazzo? Bossi è giusto». Il Miccichè spiegò quindi che la Lega Nord, e all’interno di essa non tanto Bossi, che era un ‘pupo’, quanto il senatore Miglio, era l’espressione di una parte della Democrazia cristiana e della Massoneria che faceva capo all’on. Andreotti e a Licio Gelli. Il Miccichè spiegò ancora che dopo la Lega del Nord sarebbe nata anche una Lega del Sud, in maniera tale da non apparire espressione di Cosa nostra, ma in effetti al servizio di Cosa nostra; e in questo modo, «noi saremmo divenuti Stato»”.
    Sono parole di Leonardo Messina, durante un interrogatorio reso ai magistrati della procura di Palermo nel 1993. L’intento degli inquirenti consisteva nel tentativo di fare luce sulle ragioni che hanno indotto la mafia, nel corso di quei due anni, a muovere un pesante attacco armato contro lo Stato, per avviare un progetto separatista a lunga scadenza, di cui le forti istanze federaliste attualmente in atto potrebbero apparire ideale coda politica.
    Detto per inciso, malgrado il procedimento penale si sia concluso con una richiesta di archiviazione, l’inchiesta non induce a serenità. Dalla lettura delle deposizioni e delle indagini svolte si evince che in tutti questi anni agli italiani è stato taciuto: che nell’estate del 1992, la mafia ha messo in atto un colpo di Stato, un vero e proprio progetto eversivo bloccato, dopo la strage di Capaci, da trattative segrete tra apparati delle istituzioni e i vertici di Cosa nostra; che tali trattative hanno contribuito ad accelerare l’esecuzione della condanna a morte, già precedentemente decisa dalla cupola, di Borsellino (giunto a conoscenza dei contatti tra agenti del Ros e i capi mafia); che a quest’ultima strage non furono estranei i servizi segreti; che il prezzo di questa trattativa per Provenzano sia stata la ‘vendita’ di Totò Riina, e per la polizia la ‘dimenticanza’ di perquisire la casa del boss subito dopo l’arresto; che nel frattempo, in funzione autonomista e separatista, elementi della massoneria come Licio Gelli (to’, chi si rivede) e dell’estremismo di destra come Stefano Delle Chiaie (to’...) hanno fondato in tutto il sud decine di leghe e leghine, per un progetto la cui carica si è in seguito esaurita alla fine del ’93, in coincidenza con la nascita di un nuovo soggetto politico, su cui la mafia ha puntato per risolvere i problemi più immediati; che queste nuove leghe hanno stabilito dei rapporti con la Lega nord; che all’interno della Lega nord, soprattutto alle sue origini, vi sono state forti influenze esercitate da personaggi legati alla massoneria.
    Elementi tolti i quali diviene impossibile ricondurre a una trama di senso gli sviluppi politici del passato che oggi, per una singolare coincidenza, sembrano destinati a condensarsi nella febbre federalista che sembra avere colpito il Parlamento in questi ultimi anni.
    Dichiarazione dopo dichiarazione, tra le righe dell’inchiesta, prende forma l’intero progetto mafioso, ben preciso e strutturato, di cui la componente armata è stata solamente la tappa iniziale. Per prima cosa chiamare lo Stato a trattare e così prendere tempo. In seguito mettere in pratica la strategia di Provenzano divenuta celebre con il nome di ‘sommersione’. Cioè cambiare pelle in maniera lenta e invisibile adeguandosi ai tempi.
    In un illuminante saggio del 2004, Amici come prima, Francesco Forgione, allora membro della Commissione regionale antimafia, affronta da una prospettiva prettamente politica questa seconda fase della rinascita della mafia e della sua trasformazione in Sistema. Sono gli anni che vanno dal 1994 al 2003 e che segnano un processo che l’autore definisce di transizione. È una trama che procede parallela alla nascita della seconda Repubblica e che evidenzia clamorosi intrecci e legami consequenziali tra le due vicende, spesso al punto di diventare una; tanto da sollevare il dubbio che la seconda Repubblica, altro non sia che una storia non ancora conclusa, che un domani potrebbe intitolarsi: come la mafia arrivò a farsi Stato.
    Quella che si muove a garanzia di questo traghettamento da un passato di stragi a un futuro di autonomia federalista, è la Sicilia (ma è più giusto dire l’Italia tutta) del Gattopardo, del trasformismo ai massimi livelli. Scrive Forgione, assumendo il punto di vista della mafia: “Bisogna raccogliere quell’eredità politica, di relazioni e di consenso; ridare orgoglio e rappresentanza a quella trama di potere e, nello stesso tempo, presentarsi come novità, se non come la vera rottura con quel passato, agli occhi di un’opinione pubblica ancora colpita dalle vicende di Tangentopoli e dalle stragi mafiose di Capaci e via D’Amelio. Serve una grande operazione politica ma anche di marketing e di immagine di cui solo gli uomini di Publitalia possono esser capaci. Del resto, il loro capo indiscusso e braccio destro di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, è siciliano, e sarà lui il regista della nascita del movimento azzurro nella sua terra”.
    Il legame, tuttavia, tra Berlusconi e la mafia, secondo diverse dichiarazioni di pentiti, tra le quali quella di Salvatore Cancemi, risale ad anni precedenti: “Nel ’90-’91, il Riina mi ha mandato a chiamare e mi disse che c’era la Fininvest, appunto di Berlusconi e Dell’Utri, che era interessata a comprare tutta la vecchia Palermo [...], che interessava a queste persone [...]. Il Riina Salvatore mi disse che erano queste persone che lui aveva per le mani per... per queste cose, diciamo questi benefici, chiamiamoli così, per queste cose che noi speravamo, diciamo, di avere. E infatti di queste persone a Riina ci mandavano duecento milioni, un contributo per Cosa nostra. [...] Quindi io vi posso dire queste cose che io ho vissuto direttamente; vi posso dire che il Riina Salvatore a me mi diceva che lui si incontrava, sì, con queste persone”.
    Era proprio su questo contatto che Borsellino stava indagando prima di morire, e alla domanda che il pm Di Matteo rivolge a Cancemi, se ci fosse un collegamento tra le stragi da una parte e gli obiettivi politici che Riina voleva raggiungere con i nuovi amici dall’altra, il collaboratore di giustizia risponde: “... Io le posso dire con assoluta certezza che Riina, quando parlava di queste cose, metteva nel mezzo questi nomi, diciamo di persone. Quando lui faceva il ragionamento che si dovevano cambiare queste leggi (la 41bis, per esempio, entrata in vigore dopo l’omicidio di Borsellino e la sua scorta,n.d.a), lui diceva che queste persone noi li dobbiamo garantire ora e nel futuro di più [...]. Noi queste persone li dobbiamo garantire, queste persone ci dobbiamo stare vicino, che questi sono quelli che a noi ci devono portare bene”.
    Quella della sommersione è stata la fase più lunga e complessa, per via della compromissione che chiedeva alla mafia con elementi esogeni ai suoi meccanismi interni. La Democrazia cristiana – caduto il muro di Berlino e terminata la funzione anticomunista affidata a Cosa nostra nel dopoguerra – le aveva voltato le spalle. Il successivo attacco da parte dello Stato, concluso nel 1992 con la raffica di ergastoli piovuta su boss e picciotti messi in carcere dal pool antimafia, l’aveva costretta alla mossa più azzardata: l’assalto militare e la contemporanea fondazione di leghe e leghine del sud. Una strategia binaria con l’obiettivo non dichiarato della conquista dello Stato. La messa in atto di un meccanismo simile alle istanze separatiste avanzate dall’Eta nei Paesi Baschi e dall’Ira nell’Irlanda del Nord, seppure con finalità e ideali molto differenti dai loro. Una strategia che tuttavia aveva il difetto di prevedere tempi di sviluppo eccessivamente lunghi. La mafia non era nelle condizioni di aspettare, e la formazione delle tante leghe nell’ottica di un’alleanza con Bossi non avrebbe garantito un successo a breve termine. La 41bis, il regime di carcere duro e gli ergastoli rischiavano di incentivare il fenomeno del pentitismo.
    Sarebbe stata, secondo i pentiti, la nascita del Polo delle Libertà a sollevare Cosa nostra dall’impasse. E Forgione, in maniera didattica, dimostra in che modo Forza Italia e l’Udc avrebbero contribuito alla ricostruzione dei rapporti della mafia con il territorio. “I partiti del Polo scelgono la strada del radicamento capillare nel territorio. Sanno che nell’isola il terreno è fertile, che le istanze dello scambio politico mafioso vivono nel ventre molle della società e sono decisivi per determinare gli equilibri politici e il consenso elettorale. Comune per comune, i costruttori di Forza Italia e del Polo recuperano tutto il vecchio personale politico apparentemente evaporato allo scoppio delle prime inchieste della magistratura. Riallacciano rapporti con gli esponenti di quelle classi dirigenti locali e con quella rete di uomini rappresentativi di un sistema di potere diffuso sul territorio che da sempre, in Sicilia, rappresentano interessi di frontiera con quelli di Cosa nostra. [...] Nei club azzurri, dopo poche settimane si ritrova la società che conta: imprenditori, professionisti, commercianti, ex assessori e consiglieri comunali della prima Repubblica, operai e gente del popolo. Sono la rappresentanza in piccolo di un vero e proprio blocco sociale già egemone nella società siciliana e soprattutto nel suo ventre molle. Nei quartieri periferici, ad animare i club azzurri sono spesso i capipopolo; capi di quell’esercito di precari, sottoproletari, ex carcerati ma anche di lavoratori impegnati in progetti utili...”.
    Un capolavoro di realpolitik, terminato con la conquista di 61 seggi su 61 alle elezioni del 2001, dietro il quale s’intravedeva il trionfo di quei poteri forti che da sempre comandano alle spalle della politica ‘politicata’. L’ennesimo successo di chi domina senza bisogno di venire eletto e che può essere definito solamente attraverso astrazioni come ‘la massoneria’, ‘il mondo imprenditoriale’, ‘i servizi segreti deviati’, ‘la politica’. Parole delegittimate dal linguaggio per la loro stessa vaghezza. Parole dietro cui si può fare solo della letteratura, come Dante quando descrive Lucifero, di cui non vede il volto, immobile, piantato nel ghiaccio mentre sbrana i corpi di Giuda, Bruto e Cassio. Ancora oggi è la descrizione più efficace per definire il famoso Terzo livello cui davano la caccia Falcone e Borsellino.
    Quello tra mafia e massoneria è il punto d’incontro su cui poggia buona parte della storia italiana del secondo Novecento. Numerosi sono i capi mafia appartenenti anche a quest’ultima, ed è proprio all’interno dei corpi massonici che nascono i contatti con gli imprenditori e con le istituzioni che amministrano il potere.
    Secondo quanto emerge dalle varie dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, in tale centro di raccolta dei poteri forti, alla fine degli anni Ottanta è stato perfezionato, da una cupola di corleonesi, esponenti della massoneria e uomini dei servizi segreti, il piano per ricostruire l’Italia, dopo il crollo dei vecchi partiti, divisa in una federazione di regioni, che consegnerebbe il meridione nelle mani di una criminalità organizzata ormai fattasi Sistema; perfettamente inserita all’interno di un regime democratico, in cui sfumano i confini tra traffici legali e illegali. E certamente, oggi, a ridosso dell’entrata in vigore del Trattato dell’area di libero scambio del Mediterraneo, si può azzardare qualche congettura su che cosa potrebbe accadere, qualora la mafia, già padrona militare del meridione, già detentrice di una considerevole ricchezza finanziaria e imprenditoriale, riuscisse a mettere la mani sul potere amministrativo di un ipotetico Stato federale del sud e farsi essa stessa, in tal modo, Stato. Ed è facile ipotizzare quali vantaggi e, soprattutto, quali effetti comporterebbe per la popolazione meridionale, già oppressa e impoverita sotto un sistema nazionale centralizzato.
    Potrebbe trasformare il meridione in una zona franca del Mediterraneo. E proprio in quest’ultima congettura, in questa logica affaristica, l’impresa di Cosa nostra rivela per intero la propria portata.
    La deregulation che ne seguirebbe, sull’onda dell’inerzia normativa in tema di mercato del lavoro in atto da anni nell’economia globalizzata, renderebbe il Sistema medesimo, crocevia di un immane traffico commerciale. Polo attrattivo, cioè, di insediamenti produttivi per le industrie continentali, nord Italia compreso, oltre che centro di richiamo dall’estero di capitali di investimento e di speculazioni. Il che accrediterebbe il sud dell’Italia come una sorta di paradiso fiscale e porterebbe a compimento una dinamica propria al capitalismo, che vuole che, a una iniziale forma di anarchia commerciale, segua inevitabilmente, in là nel tempo, una successiva integrazione all’interno dei vecchi equilibri del mercato. Nell’adempimento di una delle più stringenti esigenze del capitalismo, perennemente bisognoso di nuove piattaforme off-shore che riconducano alla legalità la parte consistente del capitale guadagnato illegalmente.
    Un progetto politico in cui, al solito, Cosa nostra può permettersi di restare nell’ombra. Perché, tanto, ci penseranno Bossi e i suoi scherani, per sublime ‘paradosso’, insieme a Tremonti e al Parlamento tutto, a servirle lo Stato su un piatto d’argento.
    L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio

  6. #36
    Uomo tropicale
    Data Registrazione
    18 Apr 2009
    Località
    Quaternario
    Messaggi
    9,687
     Likes dati
    4,418
     Like avuti
    1,025
    Mentioned
    54 Post(s)
    Tagged
    4 Thread(s)

    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    CASO SCAJOLA Le rivelazioni di "Polifemo" sui rapporti 'ndrangheta-massoneria
    26 marzo 2016 da Il Corriere della Calabria


    Massimo Pizza, fratello dell'ex sottosegretario Giuseppe, parlò ai pm di una loggia coperta «che ha rapporti con la criminalità calabrese e potenti coperture istituzionali». Il progetto di dividere l'Italia in più Stati


    REGGIO CALABRIA Non è dato sapere, quanto meno per adesso, se Massimo Pizza fosse ospite del salotto del fratello Giuseppe. Tantocompasso-muro meno se abbia avuto modo di interagire con i suoi vari e altolocati ospiti. Di certo si sa però che questi ultimi avrebbero avuto più di un imbarazzo a mostrarsi o a farsi sorprendere insieme a lui. Nome in codice Polifemo – come da lui stesso svelato al pm John Woodcock che lo ha indagato nell'inchiesta Somaliagate – Massimo Pizza è un agente dei servizi del famigerato Ufficio K (killer). Quello composto – è emerso grazie ad un'interrogazione parlamentare di Giovanni Russo Spena -sostanzialmente dagli Ossi (operatori speciali del servizio), persone e agenti reclutati da Gladio. Quello – ha svelato Walter Bazzanella, ex ufficiale dell'aeronautica ed ex agente del Sismi – da cui partivano le telefonate della Falange armata, sigla finita a imbrogliare le carte della trattativa Stato-mafia dopo l'omicidio Mormile.


    NOME IN CODICE POLIFEMO I servizi hanno sempre negato l'esistenza di un agente Polifemo, ma la storia – ricostruita poi dal pm John Woodcock nell'inchiesta Somaliagate – vuole Massimo Pizza al lavoro in Somalia come ispettore italiano nell'ambito di una missione ufficiale dell'Onu mirata a individuare i legami di Al Qaeda nell'area. Un incarico non esattamente alla portata di un semplice millantatore. Da indagato invece, al pm Woodcock il fratello del sottosegretario avrebbe rivelato l'esistenza di «una strettissima loggia massonica coperta, che ha rapporti con la criminalità calabrese e potenti coperture istituzionali», perché frequentata da politici e uomini di potere che finanzierebbero le proprie attività con i soldi in nero ricavati dallo sfruttamento delle risorse naturali (acqua e petrolio) e dal ciclo dei rifiuti. Ma di massoneria e mafie, Pizza aveva parlato a lungo anche con il procuratore aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato, all'epoca al lavoro sull'inchiesta Sistemi criminali, che ha svelato la regia delle mafie dietro il boom delle leghe regionali negli anni Novanta.


    DALLA SOMALIA ALLE LEGHE A Scarpinato, Pizza ha raccontato in dettaglio come la massoneria e mafie, con il valido contributo della galassia nera di Stefano Delle Chiaie, avessero in progetto un'azione di "destabilizzazione" finalizzata a creare le condizioni propizie per la divisione dell'Italia in più Stati. Notizie che per l'allora procuratore aggiunto di Palermo non sono state che conferme e riscontri alle dichiarazioni di neri, di 'ndrangheta e di mafia già raccolte. Qualche anno dopo però, quell'inchiesta viene archiviata «per necessari ulteriori approfondimenti investigativi», mentre Polifemo – che sembra non aver alcuna intenzione di farsi dimenticare, tanto da farsi arrestare anche nell'ambito di un'inchiesta su Casa Savoia – ricompare in altre vesti e con altro nome.


    CONVERSIONI È il vicepresidente dell'Associazione musulmani italiani (Ami), ma è tanto sionista – per sua stessa orgogliosa ammissione – da meritarsi un articolo agiografico sul Jerusalem Post, testata di riferimento della destra israeliana. Nella comunità musulmana italiana suscita più di una perplessità, ma per un certo periodo guadagna un discreto spazio nei salotti tv. Poi sparisce, di nuovo. Ma ce n'è abbastanza perché il fratello Giuseppe eviti i riflettori. Non sia mai che qualcuno finisca per fare due più due, come Gian Antonio Stella, che nel 2008 pizzica Massimo a pranzo con un discreto numero di rettori, dei quali avrebbe inoltrato i desiderata al fratello Giuseppe, all'epoca al ministero. Tutti negano. I rettori mandano lettere inferocite chiedendo rettifiche, lo stesso Pizza dice di non aver mai partecipato a quel pranzo. Ma questa è pubblicità che l'ex sottosegretario Giuseppe Pizza non si può permettere. Il suo è un salotto frequentato perché – fin quando la Dia non è andata a bussare a casa dei suoi ospiti – ha sempre garantito discrezione.


    Alessia Candito




    http://www.beveraedintorni.com/lette...ssoneria-.html
    L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio

  7. #37
    Uomo tropicale
    Data Registrazione
    18 Apr 2009
    Località
    Quaternario
    Messaggi
    9,687
     Likes dati
    4,418
     Like avuti
    1,025
    Mentioned
    54 Post(s)
    Tagged
    4 Thread(s)

    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    Il caso Moro e la pista forte della ‘Ndrangheta

    Un groviglio inestricabile? No, è "solo" il caso Moro


    Esistono due Antonio Nirta, uno solo però potrebbe essere stato presente a Via Fani con le BR. Altri due uomini appartenenti alla mafia calabrese spuntano nel "groviglio Moro". Uno di questi era stato indicato dalle BR per lo scambio poi non avvenuto con l'onorevole Moro



    di Simona Zecchi - 1 febbraio 2016
    Le sorprese che affiorano dalle ultime indagini svolte dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro riservano ogni tanto una grossa confusione offrendo così il destro (basso) alle speculazioni di chi, sin dalla sua istituzione nell’ottobre del 2014, cerca di demolirne ogni passaggio, seppure qualcuno di questi passaggi può non convincere. I numeri prodotti dalla commissione sono diversi di fronte ai costi relativamente bassi messi in conto per sostenere i rimborsi spese dei collaboratori (in tutto circa 52.000 euro incluso l’anno 2016 in corso). Costi necessari per l’utilizzo di strumentazioni specifiche che permettano alla polizia giudiziaria di effettuare nuovi riscontri o alla scientifica di eseguire nuovi test ed esami attraverso l’ausilio di nuove tecnologie investigative.
    Ecco i numeri: 110 gli incarichi affidati, 20 gli incaricati della commissione fra magistrati, ufficiali di collegamento con le forze di polizia, ufficiali di polizia giudiziaria, esperti nelle materie del terrorismo e così via. Quasi tutti a tempo parziale. Cinquanta in tutto le escussioni che hanno riguardato persone o fatti di interesse, 500 i documenti acquisiti infine nei primi 12 mesi di attività. Tra le verità ufficiali demolite dalla Commissione almeno a livello storico c’è sicuramente il “memoriale Morucci” di cui due libri si sono occupati nel 2015 (Patto di Omertà di Sergio Flamigni, Kaos edizioni, e Complici di Stefania Limiti e Sandro Provvisionato, Chiarelettere). Di seguito alcuni elementi rilevanti che chiariscono e allo stesso tempo forniscono ulteriore forza alla cosiddetta pista calabrese sul caso Moro.
    caso-moro-t1
    La foto de Il Messaggero
    Lo scorso 21 gennaio il quotidiano romano Il Messaggero pubblica per la prima volta una foto scattata poco dopo la strage di Via Fani del 16 marzo 1978, a causa della quale cinque uomini della scorta dell’onorevole Aldo Moro fra carabinieri e poliziotti cadono sotto le raffiche dei proiettili, le cui armi, come è ormai da più parti accertato e anche dagli stessi brigatisti confermato, si inceppano però più volte. A oggi il numero dei killer di Via Fani è, secondo quanto appurato sia dagli ultimi filoni d’inchiesta archiviati sul caso sia dalla stessa commissione, ben superiore ai 9 indicati dai BR. La foto ritrae una folla di curiosi e “addetti ai lavori”, alle cui spalle si nota il bar Olivetti, anche questo oggetto di indagine della commissione, poiché diverse testimonianze raccolte durante il 2015 lo indicano come aperto e attivo quel giorno, nonostante la saracinesca che si intravede nella foto pubblicata sul quotidiano appaia chiusa. Dalle aiuole del bar sarebbero spuntati alcuni dei killer che poi hanno fatto fuoco. Uno dei volti è cerchiato in rosso e il quotidiano allude a una identità precisa dell’uomo in piedi su un muretto, intento a fumare e a osservare la scena, con i capelli scuri e ricci: il boss della ‘ndrangheta Antonio Nirta detto “due nasi” per la sua predilezione del fucile a canne mozze. La foto, secondo sempre Il Messaggero, sarebbe stata scattata da Gherardo Nucci, che il quotidiano indica come “reporter”, ma che in realtà era un carrozziere, sposato (e allora già separato) con una giornalista dell’Ansa, Maria Cristina Rossi, e che quella mattina, poiché residente in Via Mario Fani, mentre usciva per andare a lavoro si era trovato di fronte alla scena dell’agguato appena svoltasi. Nucci, che per il suo lavoro utilizzava spesso la macchina fotografica, torna presso la sua abitazione e, secondo quanto si può leggere dalle sue stesse dichiarazioni contenute nel verbale del 13 dicembre 1978 rese alla questura, scatta alcune foto e affida poi il rullino alla moglie che a sua volta lo consegna al magistrato Luciano Infelisi, titolare delle prime indagini al tempo. Anche la Rossi conferma in un verbale quanto riferito dal marito. Ma torneremo su questo punto più avanti.
    La morte di Antonio Nirta detto “il vecchio”
    I nomi di battesimo delle famiglie della ‘ndrangheta, e va da sé non soltanto della ‘ndrangheta, spesso si ripetono di generazione in generazione e dall’esistenza di due Antonio Nirta nasce l’equivoco che su media e web serpeggia e accende grosse discussioni. Il “vecchio” Antonio Nirta o “il mediatore”, come era anche chiamato, classe 1919, è deceduto all’età di 96 anni lo scorso settembre 2015 e il 2 settembre diverse sono state le biografie del boss “esplose” sui quotidiani che appunto hanno fatto riferimento alla pista della ‘ndrangheta nel caso Moro. Pista che fa capolino sin dal 1992. I familiari del vecchio Nirta, dal giorno successivo al 2 inviano, a diversi quotidiani e agenzie, richieste di rettifica e smentite sul coinvolgimento del loro congiunto nel caso Moro che nel 1978 aveva poco più di 60 anni, essendo nato appunto nel 1919.
    Antonio Nirta “due nasi”
    caso-moro-t2
    Antonio Nirta detto “Ntoni due nasi”
    Ma il “Ntoni due nasi” di cui parla nel 1992 Saverio Morabito, il collaboratore di giustizia ritenuto da sempre attendibile, è un altro. Il Nirta che avrebbe avuto rapporti con i servizi segreti in quanto infiltrato dall’allora generale Francesco Delfino (filone aperto nel 1993 contro l’ex capo dei carabinieri e ufficiale del Sismi, ma poi archiviato) nel 1978 aveva al contrario 32 anni essendo la sua data di nascita quella dell’8 luglio 1946 come riporta la sentenza “Nord sud” (sentenza della IV Corte d’Assise di Milano n. 16/97). La foto che qui pubblichiamo, ampiamente reperibile online e facente parte dell’archivio online de L’Unità, risale agli anni ’70 ed è molto somigliante a quella che Il Messaggero ha pubblicato lo scorso 21 gennaio. Lo storico, docente ed esperto di storie della ‘ndrangheta, il professor Enzo Ciconte, che abbiamo sentito in merito, conferma questi dati. Non c’è dunque dubbio alcuno sull’identità di questo Nirta. Starà poi alla commissione appurare se l’uomo della foto e l’ex boss siano la stessa persona.
    Giuseppe Albanese e Antonio Imerti detto “il nano feroce”: gli altri ‘ndranghetisti nel caso Moro
    Esiste un altro appartenente alla criminalità organizzata calabrese che si affaccia sul caso Moro, apparentemente a margine. Giuseppe Albanese fu il collaboratore che per primo cominciò a parlare della struttura interna della ‘ndrangheta, chiamata La Santa, in cui personaggi delle istituzioni, della massoneria, delle forze di polizia e della mafia stanno insieme. Albanese, ben prima della sua collaborazione ufficiale, già dal 1978, come emerge dai verbali, aveva rivelato a personaggi delle forze dell’ordine, gradualmente, alcuni fatti. Albanese è anche l’uomo che ha riferito molto dei legami fra ‘ndrangheta ed eversione nera. L’uomo, che per un periodo di tempo ha condiviso la cella con l’ex BR Alfredo Buonavita arrestato nel 1974, in una deposizione del 27 ottobre 1997 (verbali presenti negli atti dell’operazione Olimpia) ha anche riferito “di essere stato indicato dalle Brigate Rosse tra quei detenuti che insieme ai brigatisti dovevano essere rilasciati in cambio della liberazione di Aldo Moro”. Albanese non era indicato ufficialmente nella famosa “lista dei 13 detenuti” diffusa dalle BR attraverso il comunicato nr. 7 del 20 aprile 1978, ma potrebbe essere stato segnalato in alcune delle trattative mai rese pubbliche in corso in quei 55 giorni di prigionia dell’ex statista. Una delle relazioni delle passate commissioni d’inchiesta che hanno trattato il caso Moro, infatti, riferisce che “si svilupparono iniziative dirette allo scambio tra Moro e alcuni terroristi detenuti, che non furono mai comunicate alle autorità dello Stato e che perciò in qualche modo garantirono una sorta di impermeabilità alle BR” (estratto dalla prima Commissione sul caso Moro del 1979, VIII legislatura).
    Albanese in un suo memoriale ha definito le sue azioni terroristiche e la sua appartenenza ideologica afferente alla destra, sebbene di tipo anarchico. È importante questo elemento, perché se verificato attesterebbe che il filo diretto fra BR e ‘ndrangheta sia nell’esecuzione del 16 marzo 1978, che nel tentativo di liberazione successivo dello statista di cui l’ex Dc Benito Cazora rivelò, sempre nel ’92, ampi elementi, è qualcosa di più che un’ipotesi azzardata. L’unico a riferirne finora è stato il giornalista Mario Guarino nel libro Poteri segreti e Criminalità (edizioni Dedalo 2004). Ora lo facciamo noi in questa ricostruzione. La figura di Nino Imerti, invece, uomo dei Nirta appartenenti alla Santa, emerge – e ne rendiamo conto qui per la prima volta – da alcuni atti della procura di Brescia che a margine si è occupata anche del fenomeno della massoneria nell’eversione di destra durante le indagini sulla strage di Piazza della Loggia del 1974. Anche l’Imerti è nato nel 1946 come il Nirta e anche lui viene indicato negli atti di Brescia come uomo del generale Delfino. D’altronde il pentito Morabito spingendosi oltre aveva approfondito a livello generale sui rapporti di alcuni esponenti dei Nirta come infiltrati o confidenti. Non sembra reperibile negli archivi on line una foto di Imerti degli anni ’70 che, come quella del Nirta, si possa utilizzare per un raffronto, ma sarà questo semmai un lavoro che potrà svolgere la Commissione stessa la quale comunque, come ha dichiarato anche Gero Grassi alcuni giorni fa, sta verificando “il problema” dell’età del Nirta. Problema che comunque come abbiamo dimostrato qui non sussiste. In ben due verbali, del 28 ottobre e del 6 novembre 1992, Saverio Morabito ha riferito nel carcere di Bergamo al sostituto procuratore della Repubblica di Milano Alberto Nobili:
    “Non è certo un caso che taluni membri di maggior spicco della ‘ndrangheta si dice siano inseriti nella massoneria ufficiale, come ad esempio la famiglia Nirta di San Luca […]. Di Antonio Nirta avrò modo di parlare così come del suo doppio ruolo, dato che ritengo sia persona che abbia ruotato in ambiti contrapposti e cioè che abbia avuto anche contatti con la polizia o con i servizi segreti […]. Appresi da Papalia Domenico e da Sergi Paolo, come dirò, che il Nirta Antonio fu uno degli esecutori materiali del sequestro dell’onorevole Aldo Moro”.
    Morabito più avanti specificherà di non sapere esattamente quale fu il ruolo specifico di Nirta, se “abbia preso parte al rapimento materiale o è stato uno di quelli che sparava”.
    Verificare in maniera specifica l’esistenza di questi rapporti non è certo facile vista la segretezza con cui i servizi e la massoneria (che in un mondo normale dovrebbero operare per visioni contrapposte) si muovono, ma seguire la scia di questi legami può portare a tracce consistenti come molte operazioni anti-ndrangheta hanno in ogni caso dimostrato a partire dal 1975 con le indagini che il giudice Vittorio Occorsio stava istruendo e via via fino a tempi più recenti (l’inchiesta di Platì del magistrato Agostino Cordova, le operazioni Olimpia, Belfagor e Why Not – pur con tutti i nodi irrisolti su quest’ultima – per nominare solo le principali).
    La questione dei rullini nel caso Moro
    La presenza di più rullini fotografici dell’agguato di Via Fani, la gran parte dei quali sembra essere andata perduta, è indice di quanti e quali possano essere stati i depistaggi e le storture durante i 55 giorni di prigionia di Moro e oltre nelle sentenze. In particolare, a parte quello già citato di Nucci, la commissione fa riferimento a un altro rullino della cui esistenza ha riferito l’ex cronista del TG1 Diego Cimara. Il rullino, consegnato da un ragazzo al giornalista al tempo, fu fatto sparire dal laboratorio del responsabile per la realizzazione tecnica dei video del TG1 Guidotti e non fu più ritrovato. Un ulteriore interessante riferimento a un rullino è quello fatto da L’Unità il 19 marzo del 1978, a caldo dei pochi giorni successivi al rapimento, in cui si parla di un ingrandimento delle foto consegnate ai magistrati con dei cerchi che individuavano i killer. La foto che ha pubblicato Il Messaggero presenta appunto il cerchio rosso sul volto del presunto “Nirta due nasi” (o “l’esaurito” come anche veniva chiamato all’interno dell’organizzazione) e non è affatto detto che il rullino del Nucci sia lo stesso del rullino indicato in questo articolo.
    Sembra questo un groviglio inestricabile invece è “solo” il caso Moro, che porta con sé, così come tanti fatti accaduti fra la Prima e la Seconda repubblica, una lunga scia di segreti e depistaggi. Un groviglio di cui qui si vuole sciogliere una parte.
    Di Diego Cimara e delle sue importanti indagini iniziali sulla morte dello scrittore Pier Paolo Pasolini riferisco anche nel mio libro Pasolini massacro di un Poeta.
    *Simona Zecchi, giornalista d’inchiesta residente a Roma, è l’autrice del libro Pasolini massacro di un poeta (Ponte alle Grazie, 2015).



    Il caso Moro e la pista forte della ?Ndrangheta ? La Voce di New York



    L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio

  8. #38
    Uomo tropicale
    Data Registrazione
    18 Apr 2009
    Località
    Quaternario
    Messaggi
    9,687
     Likes dati
    4,418
     Like avuti
    1,025
    Mentioned
    54 Post(s)
    Tagged
    4 Thread(s)

    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    Galati, l'ombra della 'ndrangheta sull'uomo di Verdini
    L'inchiesta Alchimia coinvolge l'esponente di Ala. Che aveva sostenuto a Cosenza il sindaco Guccione. Assieme al Pd di Renzi. Nuova bufera sul Partito della nazione?
    di Alessandro Da Rold | 20 Luglio 2016




    Giuseppe Galati, deputato di Alleanza liberalpopolare autonomie (Ala), il gruppo di cui è leader Denis Verdini, si difende dopo il suo coinvolgimento nella inchiesta Alchimia della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Reggio Calabria, parallela a quella denominata Mammasantissima, che punta a scoperchiare le presunte connivenze tra 'ndrangheta, mafia, massoneria e politica: «Ho sempre avuto la massima fiducia nella giustizia e sono convinto dunque che presto verrà fatta chiarezza e sarà dimostrata la mia totale estraneità a questa vicenda. Pago la colpa di essere un politico calabrese, con un forte legame con il proprio territorio e un modus operandi volto sempre al rispetto delle persone, della legge e delle istituzioni».
    RICHIESTA D'ARRESTO RIGETTATA. La Dda, che ha già chiesto l'arresto del senatore ex Nuovo centrodestra Antonio Caridi nell'altra operazione, aveva richiesto la custodia cautelare anche per Galati con l'accusa di corruzione aggravata dalle modalità mafiose.
    Ma il gip ha deciso di non accogliere la richiesta perché in presenza di un quadro indiziario non grave.
    I problemi politici però rimangono.
    E l'ombra delle 'ndrine su questo parlamentare sostenitore del progetto verdiniano del Partito della nazione promette di scatenare non poche polemiche tra la minoranza del Partito democratico e il parlamento, dove l'area di Verdini è sempre più in movimento per sostenere il governo di Matteo Renzi dopo l'ingresso del viceministro Enrico Zanetti.
    ALLEANZA COL PD DI RENZI A COSENZA. Del resto alle elezioni amministrative 2016, oltre a Napoli con Valeria Valente, il Partito democratico di Renzi aveva fatto alleanze con Ala a Cosenza, sostenendo Carlo Guccione, poi arrivato a un misero 1,7%.
    Proprio per presentare Guccione si era speso Galati insieme con Verdini a metà maggio, quando oltre a parlare di nuovo progetto politico esaltò pure il ''sì'' al referendum sulle riforme costituzionali.
    «L’appuntamento con la consultazione dell'autunno 2016 costituisce una tappa fondamentale. La vittoria del ''sì'' contribuirà a costruire uno Stato più efficiente e vicino ai cittadini», scriveva Galati.
    L'ACCUSA: FAVORI ALLE COSCHE. Secondo l'accusa «per compiere un atto contrario ai suoi doveri di ufficio, ovvero consentire alla cosca Raso-Gullace-Albanese, e in particolare al ramo mafioso facente capo a Girolamo Raso, di ottenere lo sblocco dei lavori edili sospesi perché eseguiti in zona vincolata sita nel Parco naturale Decima Malafede a Roma, nonché l'aggiudicazione di appalti pubblici relativi a lavori di trasporto e smaltimento di rifiuti urbani del Comune di Roma», proprio Galati «avrebbe ricevuto o comunque accettato la promessa di utilità, consistente nell'acquisizione della disponibilità di un immobile».
    MA PER IL GIP MANCA IL NESSO. Ma è stato lo stesso gip a sostenere che questo non sia avvenuto, perché «l'indagine difetta dunque della prova di un nesso sinallagmatico tra il 'favore' richiesto all'onorevole dalla cosca e il compimento di atti contrari ai doveri di ufficio da parte dell'indagato, non essendo sufficiente, a parere di questo giudice, quale elemento fattuale idoneo a integrare la fattispecie contestata di cui all'art. 319 c.p. la mera (e generica) disponibilità mostrata dal Galati, le cui funzioni non erano direttamente correlate alle illecite invocate infiltrazioni nel procedimento amministrativo in corso».



    Galati, l'ombra della 'ndrangheta sull'uomo di Verdini
    L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio

  9. #39
    Uomo tropicale
    Data Registrazione
    18 Apr 2009
    Località
    Quaternario
    Messaggi
    9,687
     Likes dati
    4,418
     Like avuti
    1,025
    Mentioned
    54 Post(s)
    Tagged
    4 Thread(s)

    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    Mammasantissima: l'intreccio tra Gelli, 'ndrine e la destra eversiva
    Gli invisibili della loggia ''Santa''. I legami tra P2, cosche ed estremismo ''nero''. Le carte dell'inchiesta calabrese riportano le lancette d'Italia indietro di 40 anni.
    di Alessandro Da Rold | 20 Luglio 2016


    L'inchiesta Mammasantissima della procura di Reggio Calabria
    , che ha portato in carcere l'avvocato Paolo Romeo, l'altro legale Giorgio De Stefano e ha messo sotto indagine il senatore Antonio Caridi, ex Forza Italia, ex Nuovo centrodestra (Ncd) e ora in Grandi autonomie e libertà (Gal), scoperchia il mondo sommerso degli 'invisibili' della segretissima loggia 'Santa' e dei presunti collegamenti tra 'ndrangheta, Cosa nostra, la massoneria dei colletti bianchi (politici e magistrati) per fare affari e contrastare lo Stato.
    Riportando le lancette della storia d'Italia indietro di quasi 40 anni.
    Perché nelle 2 mila pagine di ordinanza di custodia cautelare si fa riferimento alla strage di piazza Fontana (1969), alla fuga dell'estremista di destra Franco Freda in Costa Rica con 40 mila marchi tedeschi, ai moti di Reggio Calabria e al golpe Borghese del 1970.
    LICIO GELLI CONTROLLAVA TUTTO. O ancora alla Banda della Magliana o alle aspirazioni separatiste del meridione del boss mafioso Bernardo Provenzano, ma pure all'influenza che l'ex maestro venerabile Licio Gelli avrebbe avuto sulla cosiddetta «'ndrangheta militare» che poteva controllare perché «aveva fatto in modo che ogni componente della “Santa”, ovvero la struttura di vertice dell’organizzazione criminale, venisse inserito automaticamente nella massoneria deviata» della P2.
    INTRECCI CON L'EPOCA DELLE STRAGI. È molto delicata l'inchiesta dei magistrati Federico Cafiero De Raho e del sostituto Giuseppe Lombardo.
    Va avanti da tre anni e si incrocia persino con quelle di Caltanissetta e Palermo sulla stagione delle stragi che hanno portato alla morte dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borselino.
    A distanza di più di 20 anni, tra fughe di notizie e depistaggi, importanti inchieste sulla 'ndrangheta come Meta, Olimpia, Infinito o Crimine, inizia a dipanarsi una matassa ancora sconosciuta sulla storia del Paese, ma su cui gli incroci di anni di testimonianze di collaboratori di giustizia, intercettazioni dei carabinieri del Ros e le indagini della Direzione investigativa antimafia (Dia) permettono di gettare un'ombra inquietante sul ruolo dell'estremismo di destra in Italia e sulle connivenze con la criminalità organizzata e con pezzi deviati dei Servizi segreti e dello Stato.


    Paolo Romeo, dall'estrema destra ai socialdemocratici


    Tutto ruota intorno alla figura di Romeo, negli ultimi anni esponente del Partito socialdemocratico, condannato per mafia nel 2000, ma ancora capace di contare secondo gli inquirenti, tanto da favorire l'ascesa politica di Giuseppe Scopelliti in questi anni, già sindaco di Reggio e poi presidente del Consiglio Regionale della Calabria.
    Romeo è un personaggio con un passato pesante alle spalle, raccontato pure dal collaboratore di giustizia Pasquale Nucera negli Anni 90.
    Non solo. Dagli accertamenti svolti dalla Dia è emerso che Romeo è stato esponente dell'estrema destra sin dagli Anni 70 (quando militava in Avanguardia nazionale), anello di congiunzione tra la mafia reggina e la politica, massone, ritenuto anche legato a settori dei Servizi segreti. Nel 1980 venne arrestato perché imputato di favoreggiamento in favore di Franco Freda.
    LA FUGA DI FREDA IN COSTA RICA. Romeo era accusato di averlo aiutato nel 1979 quando Freda, imputato della strage di piazza Fontana, si nascondeva a Catanzaro.
    E in un'intercettazione del 2009 stava cercando di avere una revisione del processo («i magistrati sostengono che Freda si è rivolto alla ‘ndrangheta» e «la ‘ndrangheta si è rivolta a me e io ho favorito a Freda», evidenziava che «basta dimostrare il contrario» e cioè che «Freda si è rivolto a me [...]»).
    In particolare Barreca, nell’interrogatorio del 5 maggio 1993 ai pm di Reggio Calabria, aveva dichiarato di avere appreso da varie fonti che l’avvocato Romeo era massone e appartenente alla struttura “Gladio”, nonché legato ai “Servizi segreti”.
    UNA «LOGGIA SUPER SEGRETA». Nell’interrogatorio dell'8 novembre 1994 sempre a Reggio dichiarava: «Ho partecipato ad alcuni degli incontri avvenuti a casa mia tra Freda, Paolo Romeo e Giorgio De Stefano. Tali discorsi riguardavano la costituzione di una loggia super segreta, nella quale dovevano confluire personaggi di 'ndrangheta e della destra eversiva e precisamente lo stesso Freda, l'avv. Paolo Romeo, l'avv. Giorgio De Stefano, Paolo De Stefano, Peppe Piromalli, Antonio Nirta, Fefè Zerbi».


    Essere un santista significa «infiltrarsi negli Enti pubblici»


    Altra loggia dalle stesse caratteristiche era stata costituita nello stesso periodo a Catania.
    Nelle carte è riportata per esempio la dichiarazione del pentito Ierardo Michele Michele datata 6 gennaio 1995, quando riferì di essere stato «nominato santista all’interno dell’infermeria del carcere di Messina» all’età di «26 anni».
    UNA «STRUTTURA MISTA». Dalle sue dichiarazioni si apprende che «il santista si può dire che esce dalla 'ndrangheta per entrare a far parte di una struttura mista» e l’«unico fine della nuova struttura è l'autoconservazione a qualunque costo. La protettrice è la Santissima Annunziata - da cui il nome Santa come abbreviato di Mamma santissima - e ogni anno le riunioni decisionali hanno luogo il 25 marzo che è la ricorrenza della Madonna».
    I «santisti», aggiunse, «debbono intessere rapporti con politici, pubblici funzionari, professionisti massoni» tant’è che «uno dei compiti principali dei santisti è quello di impadronirsi o infiltrarsi in Enti pubblici avvalendosi del consenso elettorale».
    «SOVRAORDINAZIONE ALLE COSCHE». Concludono i magistrati: «Leggendo le parole dei collaboratori che ne hanno parlato, peraltro, si coglie come la segretezza della Santa è garantita dal fatto che essa sovrintende all’operato delle singole cosche e può incidere su di esse, sebbene esse stesse ne ignorino l’esistenza. Tanto spiega come la Santa abbia mantenuto questa posizione di sovraordinazione alle singole cosche. Di più, gli stessi santisti conoscono solo quanto è necessario, quanto viene deciso dal vertice che conoscono e le stesse procedure di cooptazione e investitura sono tali che la riservatezza sia mantenuta estrema, al punto che non solo le singole cosche ignorano i componenti».



    Mammasantissima: l'intreccio tra Gelli, 'ndrine e la destra eversiva
    L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio

  10. #40
    Uomo tropicale
    Data Registrazione
    18 Apr 2009
    Località
    Quaternario
    Messaggi
    9,687
     Likes dati
    4,418
     Like avuti
    1,025
    Mentioned
    54 Post(s)
    Tagged
    4 Thread(s)

    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    'Ndrangheta, le mani delle cosche sul Terzo Valico
    Lavori in subappalto per la realizzazione della Tav in Liguria. Arresti in tutta Italia. Indagato anche il vice presidente del Consiglio regionale calabrese D'Agostino.
    19 Luglio 2016



    C'è anche il vice presidente del Consiglio regionale della Calabria Francesco D'Agostino, eletto nel 2014 con la lista Oliverio presidente, tra gli indagati dell'inchiesta Alchemia della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Nei confronti di D'Agostino l'accusa ipotizza il reato di intestazione fittizia di beni, aggravata dall'aver favorito la 'ndrangheta. La casa e l'ufficio del vice presidente sono stati perquisiti.
    SEQUESTRATI BENI PER 40 MILIONI DI EURO. La maxi operazione è scattata in tutta Italia, con una serie di arresti in Calabria, Lazio, Liguria e Piemonte a carico di 40 persone. Al centro delle indagini gli affari dei clan Raso-Gullace-Albanese e Parrello-Gagliostro, mentre a Cosenza i carabinieri sono impegnati in un altro blitz contro il clan Muto. Le accuse nei confronti degli indagati sono, a vario titolo, associazione a delinquere di stampo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione, intestazione fittizia di beni e società. Gli investigatori stanno anche eseguendo un sequestro preventivo di beni mobili e immobili per un valore di circa 40 milioni di euro.
    AFFILIATI IN LIGURIA NEL BUSINESS DELL'ALTA VELOCITÀ. L'indagine ha messo a nudo l'esistenza di stabili collegamenti con le famiglie criminali d'origine da parte di affiiati attivi in Liguria, in settori imprenditoriali strategici come l’edilizia e il movimento terra, anche attraverso l’acquisizione di subappalti per la realizzazione dell’infrastruttura ferroviaria del Terzo Valico. Sono emersi inoltre contatti con politici locali, regionali e nazionali, con funzionari dell’Agenzia delle Entrate e della Commissione Provinciale Tributaria di Reggio Calabria, finalizzati a condizionare il loro operato con reciproco vantaggio.
    CHIESTO L'ARRESTO DI DUE DEPUTATI. La Dda di Reggio Calabria ha chiesto l’arresto del deputato Giuseppe Galati di Alleanza Liberalpopolare-Autonomie, per corruzione aggravata dalle modalità mafiose. Ma il gip ha respinto la richiesta. Chiesto l'arresto anche per il senatore Antonio Caridi, ex Forza Italia, poi Area popolare (Ap) e ora Grandi autonomie e libertà (Gal). Il gip ha ritenuto nel suo caso che le accuse rientrassero nell'ordinanza emessa nell'ambito dell'operazione Mammasantissima.
    SOCIETÀ FITTIZIE PER LE LAMPADE A LED. Il procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, ha dichiarato: «L'operazione Alchemia è particolarmente importante perché colpisce le cosche Raso-Gullace-Albanese e Parrello-Gagliostro, attive rispettivamente a Cittanova e Palmi ma con significative proiezioni in Liguria, dove hanno esponenti stabilmente operativi, e in Lombardia». I clan, secondo de Raho, «si infiltrano nell’economia con società fittizie riconducibili alle cosche. Abbiamo trovato persino una società che si occupa di illuminazione e lampade a led. Le cosche sono sempre più evolute verso forme organizzate e differenziate di economia. Non tralasciano alcuna attività che possa produrre ricchezza».
    LA RIPRODUZIONE DELLE FAMIGLIE CRIMINALI. L’indagine che ha portato all'operazione Alchemia ha consentito di documentare anche la rituale affiliazione di figli di 'ndranghetisti al momento del raggiungimento della maggiore età. Protagonisti alcuni affiliati al clan di Cittanova Raso-Gullace-Albanese operanti in Liguria. Da parte degli indagati è stata successivamente riscontrata la partecipazione a diverse riunioni di 'ndrangheta.
    SUBAPPALTI ALLE POSTE. Tra i subappalti su cui le 'ndrine avrebbero messo le mani, attraverso prestanome riconducibili ad affiliati alle cosche Raso-Gullace-Albanese e Parrello-Gagliostro, figurano anche quelli relativi ai servizi di igiene civile e industriale di Poste Italiane e Alleanza Assicurazioni, in provincia di Reggio Calabria. Mentre sul fronte del riciclaggio sono emersi consistenti investimenti all’estero nel settore immobiliare, mediante una serie di operazioni realizzate in Costa Azzurra, alle Canarie e in Brasile, con la contestuale acquisizione di disponibilità finanziarie in quei Paesi grazie ai rapporti instaurati con fiduciari locali.



    'Ndrangheta, le mani delle cosche sul Terzo Valico
    L'amore vince sempre sull'invidia e sull'odio

 

 
Pagina 4 di 6 PrimaPrima ... 345 ... UltimaUltima

Discussioni Simili

  1. Che cosa sei, che cosa sei, che cosa sei, che cosa sei...
    Di Alessandra nel forum Il Seggio Elettorale
    Risposte: 28
    Ultimo Messaggio: 02-06-20, 09:24
  2. Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 21-08-10, 22:36
  3. Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 18-04-10, 10:08
  4. esce la nuova rivista di AZIONE NUOVA
    Di NAZIONALPOPOLARE nel forum Destra Radicale
    Risposte: 6
    Ultimo Messaggio: 07-09-09, 15:16
  5. Risposte: 6
    Ultimo Messaggio: 28-04-09, 20:46

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito