L’ipoteca che incombe sui risparmi
Sfortunato chi governerà nel 2020 e nel 2021. La manovra di bilancio per il 2019, nella sua nuova versione, scarica sugli anni successivi oneri pesanti. Le nuove spese a cui si darà inizio nel corso dell’anno prossimo diverranno più consistenti distribuite su 12 mesi; si sommeranno a spese ora rinviate che si devono pur fare. Secondo le carte inviate al Parlamento, nell’autunno prossimo si porrà questa alternativa: o aumentare l’Iva di tre punti o sforare il 3% di deficit con gravi rischi finanziari a causa del debito pubblico in aumento. Il rialzo prospettato delle due principali aliquote, dal 10 al 13% e dal 22% al 25,2%, causerebbe un aumento del costo della vita del 2% almeno.
Sono anni che si stabiliscono «clausole di salvaguardia» sull’Iva, pegni di futuro rigore nel bilancio a fronte dei deficit presenti, per poi non applicarle. Ma per cancellare queste nel 2020 occorrerà trovare 23 miliardi di euro, presumibilmente in altre tasse; senza i quali saremmo da capo con le ansie dei risparmiatori. Nel 2021 ancora di più, quasi 29 miliardi.
Una delle residue vanterie dell’attuale coalizione è aver evitato che scattasse dal 2019 la clausola Iva già esistente. Il prezzo lo si paga rinviandola ingrossata al 2020 e 2021. In democrazia è frequente che l’orizzonte dei politici si fermi a qualche anno, non oltre il rinnovo dei parlamenti, perché gli preme essere rieletti. Ma qui c’è una miopia più grave: pochi mesi.
Due partiti eterogenei, uniti in un «contratto» di incerta durata, giocano d’azzardo. Che può cambiare, da qui all’ottobre prossimo? L’economia mondiale difficilmente andrà meglio. Nel nuovo Parlamento di Strasburgo i rappresentanti del Nord e del Centro d’Europa, con qualsiasi sigla politica siano eletti, esprimeranno una linea rigorista, severa verso i Paesi ad alto debito.
Già subito non c’è molto da festeggiare, se lo «spread» è sceso solo a 250 punti. Ai tassi di mercato di ieri, il Tesoro paga un interesse doppio rispetto alla Spagna guidata da un governo di minoranza, squassata dal dissidio catalano. Il sollievo dello scampato pericolo non sembra al momento sufficiente a far tornare l’ottimismo nelle imprese italiane.
Per tenere fede alle proposte-bandiera dei due partiti, pensionamento a quota 100 e reddito di cittadinanza, si scaricano fardelli vari su altre parti del Paese. Hanno torto le opposizioni - e potrebbe essere un loro autogol - quando sostengono che dopo tante smargiassate contro l’Europa ora il governo si è fatto dettare le istruzioni da Bruxelles. Sono stati patteggiati i grandi numeri. Ma la composizione della manovra sacrifica al patto M5S-Lega ogni altra esigenza. La Commissione europea, conferma il vicepresidente Valdis Dombrovskis, vi vede misure tutt’altro che buone per la crescita, come più tasse per le imprese e tagli agli investimenti. Non si tenti di dare all’Europa la colpa domani, se le cose andranno male.
Nella fase iniziale del governo si era detto che le regole europee sarebbero state violate, sì, ma per fare investimenti, in una scommessa per tornare allo sviluppo. Era un’opzione con gravi rischi, forse disperata, eppure con una sua logica. Niente di tutto questo; solo spese correnti, nella migliore tradizione degli Anni 80 conclusa dalla crisi debitoria del 1992.
Sempre che il reddito di cittadinanza si riesca ad erogare nei tempi previsti, al più tardi nella seconda parte dell’anno torneranno ad emergere difficoltà. Prima ancora di impostare il bilancio 2020, potrebbe tornare d’attualità l’altra salvaguardia sottoscritta, i 2 miliardi di spesa da non fare. Oppure una manovra correttiva?