Chi sono gli utopisti?
da, Il pensiero attuazionista: Chi sono gli utopisti?
Quando si accusa un pensiero di essere utopico, solitamente, la critica viene rivolta al senso di giustizia che il pensiero mostra di tenere in massima considerazione, prima di qualsiasi altra cosa.
Gli specialisti della scienza e del pragmatismo sociale, sferrano le loro ire contro gli utopisti (colpevoli di immaginare un mondo migliore), in nome di un realismo che appare più reale se si tinge di cinismo.
Eppure, se guardiamo al senso di ridicolo in cui la sinistra comunista e quella riformista sono cadute, non è per aver abbandonato gli ideali di giustizia sociale che erano la pratica di un pensiero rivoluzionario (il mito dello sciopero generale di Sorel nelle Riflessioni sulla violenza, ad esempio), o di pensatori come Babeuf, Fourier, Proudhon ed Owen.
Semmai è il contrario. L’errore è stato nell’aver accettato il riformismo pratico sulla base di un pensiero utopico.
L’utopismo rivoluzionario non è una teoria scientifica che può essere soggetta a confutazione.
E’ piuttosto una teoria che va praticata senza conoscere nessuna strada. E’ al senso di volontà generale che si appella.
Vi è, al giorno d’oggi, un utopismo pericoloso che si maschera di scientificità e che fa appello al senso pratico insito nelle cose.
Questo pensiero mira a far sparire le cause di un eventuale conflitto sociale; si propone di esaltare il diritto rispetto alla forza e, non riuscendoci, usa la forza del diritto in spregio alle leggi che dal diritto stesso provengono (vedi Marchionne).
Questi supposti riformatori contemporanei sono meno scientifici degli utopisti, che almeno speravano tutti che le loro ricette producessero un grande slancio nella produzione guidata dai lavoratori stessi.
Negli anni, nel pensiero utopico, vi è stata un’evoluzione, chiaramente necessaria, che fece si che la via pratica fosse sempre più percorribile.
Quali erano queste idee utopiche?
Centralizzazione del credito; esercizio dei trasporti da parte dello Stato; moltiplicazione delle industrie nazionalizzate e miglioramento delle terre attraverso un piano d’insieme; lavoro obbligatorio per tutti e organizzazione paramilitare dei lavoratori, soprattutto per l’agricoltura e l’industria; educazione pubblica e gratuita di tutti i fanciulli e riunione della educazione e della produzione materiale.
Marx, che non si può certo annoverare tra gli utopisti, con il suo Manifesto Comunista sembra ricalcare il Manifeste de la Démocratie di Considérant. Come dice Sorel: “Non soltanto spesso i fenomeni sono presentati nello steso modo, ma vi si trovano anche ragionamenti che si sarebbe tentati di identificare con quelli degli utopisti; ad esempio, alla fine del primo capitolo si legge: Da tutto ciò appare manifesto che la borghesia non è in grado di rimanere ancora a lungo la classe dominante della società e di imporre alla società le condizioni di vita della propria classe come legge regolatrice: Non è capace di dominare, perché non è capace di garantire l’esistenza al proprio schiavo neppure entro la sua schiavitù, perché è costretta a lasciarlo sprofondare in una situazione nella quale, invece di esser da lui nutrita, essa è costretta a nutrirlo.”.
Non dobbiamo dimenticarci che sia Marx che Engels erano favorevolmente disposti verso le idee blanquiste al punto che nel 1850 consideravano i blanquisti come il vero partito proletario, al contrario di quanto pensava Bernestein, per il quale “il partito proletario francese, nel 1848, era rappresentato dagli operai raccolti al Lussenburgo”.
Il pensiero utopico è stato il motore che ha permesso di pensare la carrozzeria di un pensiero che fosse in grado di far camminare la maggioranza della popolazione, tenuta a forza in uno stato di soggezione, e privata del diritto di vivere una vita degna di essere vissuta.
Sono i fautori della scienza utopica a riportare l’orologio della storia in una falsa contrapposizione, spacciando per realismo fantasie progressiste, che si dovrebbero avverare soltanto se, i lavoratori, fossero disposti a subirne gli effetti devastanti del momento, in vista di un futuro radioso.
Viva la Comune




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