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Quello che noto allo stesso tempo è che è stato soprattutto il candidato dei mercati finanziari (la Borsa di São Paulo è balzata del 6% il giorno dopo il suo successo), multinazionali, a partire da Monsanto, e la lobby dei latifondisti (la bancada ruralista), e stato sstenuto dalle chiese evangeliche, controllate da telepredicatori nordamericani e impastati messianismo sionista, che hanno fornito il supporto più determinante (ex cattolico, e si è convertito all’evangelismo essendo simbolicamente battezzato nel Giordano nel 2016).
Ma cosa non la convince di Bolsonero?
Ho ascoltato i vari discorsi di Bolsonaro e ho letto attentamente il suo programma, che trovo in molti aspetti spaventosi. Dopo aver deciso di ritirarsi dall’accordo di Parigi sul clima, ha annunciato la costruzione di una nuova autostrada attraverso l’Amazzonia, l’apertura al petrolio e l’estrazione mineraria nei territori indigeni i cui abitanti saranno espulsi e la promozione sistematica dell’agricoltura industriale a scapito della protezione dell’ambiente. Per chiarezza, ha anche soppresso freddamente il Ministero dell’Ambiente, le cui funzioni sono state trasferite al Ministero dell’Agricoltura e ha annunciato la scomparsa del Ministero della Cultura. Socialmente, intende utilizzare la privatizzazione quasi totale delle imprese pubbliche, installare un sistema di fondi pensione a capitalizzazione, riducendo la tassazione dei più potenti gruppi industriali, vuole aumentare le esenzioni fiscali per scaglioni di reddito e raggiungere una larga deregolamentazione del settore finanziario. Se ci sono gilet gialli in Brasile, difficilmente troveranno vantaggi!
In politica internazionale, Bolsonaro ha adottato la stessa linea fi Donald Trump in una forma ancora più discutibile: il trasferimento della ambasciata brasiliana da Tel Aviv a Gerusalemme, il supporto incondizionato per l’Arabia Saudita e Israele, sfiducia verso l’Europa e ostilità verso la Cina e la Russia. A ciò si aggiunge la sua dichiarata nostalgia per la dittatura che regnò in Brasile dal 1964 al 1985, che non mi mi piace per nulla. In passato, ho visto un certo numero di dittature militari, dai colonnelli greci ai generali argentini, a Pinochet e ai suoi Chicago Boys. Li ho trovati più deplorevoli di altri governi”.
Eppure Bolsonaro si presenta come un nazionalista…
“Più che un nazionalista, questo personaggio, vuoto e spregiudicato, è in realtà, proprio come Macron, un liberale. Basta vedere il suo seguito. L’uomo forte del suo governo, che unisce in sé cinque portafogli di ministri è Paulo Guedes, fondatore della banca d’investimento BTG Pactual, un liberale cresciuto nella Scuola di Chicago, si è laureato con Milton Friedman, che fondò anche il Millennium Institute, di orientamento libertario e pro-pesticidi, prima di imperversare sotto la dittatura militare cilena. Il ministro degli Esteri Ernesto Araújo è un diplomatico anti-ecologista legato agli interessi dell’agro-business. Il ministro dell’Agricoltura, Tereza Cristina, è la rappresentante dei latifondisti. Il ministro dell’educazione, Ricardo Vélez Rodriguez, colombiano naturalizzato brasiliano, è un discepolo di Antônio Paim, ex intellettuale comunista ormai ultra liberale. E il loro guru comune, Olavo de Carvalho, è un “pensatore” residente negli Stati Uniti dove offre corsi di filosofia online.
Per me questi sono fatti determinanti. Per principio, io non approverei mai una svolta a destra che si accompagnasse ad un ritorno in forze del liberalismo”. (Intervistato da Nicholas Gaultier)




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