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Discussione: Anglica catholica

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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Christopher Dawson: vita e opere di uno dei più grandi storici cattolici del XX secolo

    di Luca Fumagalli



    Se Hilaire Belloc, lo storico cattolico più famoso nell’Inghilterra d’inizio Novecento, ebbe diversi meriti – tra tutti quello di rivitalizzare nei paesi anglosassoni l’entusiasmo per il medioevo cristiano – tuttavia la sua opera apologetica non fu esente da difetti: al netto della vasta cultura e delle indiscutibili qualità letterarie, troppo spesso, infatti, la sua vis polemica nei confronti dei protestanti e del capitalismo industriale ebbe la precedenza sull’accuratezza del dato storico (lo dimostrano, ad esempio, le famose controversie con H. G. Wells e G. G. Coulton). Secondo A. N. Wilson, biografo di Belloc, «la sua notorietà e la sua produttività apparentemente inesauribile lo fecero apparire agli occhi di molti convertiti come una figura di sicuro fascino, ma presso gli storici più sobri tra questi risultò, alla lunga, un personaggio imbarazzante».

    Per un vero e proprio revival degli studi storici cattolici in Gran Bretagna fu necessario attendere l’arrivo sulla scena pubblica di Christopher Dawson.

    Nato il 12 ottobre 1889 sul confine gallese dalla figlia di un reverendo anglicano e da un ricco ufficiale dell’esercito, Dawson ebbe la fortuna di studiare a Winchester, una delle scuole più prestigiose d’Inghilterra. Per una singolare coincidenza frequentò l’istituto negli stessi anni in cui studente era anche Arnold Toynbee, il quale, al pari del compagno, divenne uno dei principali teorici della storia della civiltà.

    Dawson venne ufficialmente ricevuto nella Chiesa il 5 gennaio 1914 dopo una gioventù trascorsa in ambiente anglocattolico. Che il suo destino sarebbe stato quello della conversione lo si poteva intuire già nel 1909, quando da studente del Trinity College di Oxford visitò Roma per la prima volta. A differenza di molti dei suoi predecessori britannici, il ragazzo fu letteralmente rapito dall’atmosfera barocca che si respirava nella Città Eterna: «L’arte della controriforma era una pura gioia e amavo le chiese del Bernini e del Borromini non meno delle antiche basiliche […]. [Tutto questo] mi condusse alla letteratura della controriforma, e venni a conoscere Santa Teresa e San Giovanni della Croce; al loro confronto persino il più grande degli scrittori religiosi non cattolici sembra pallido e irreale».

    Il 1909 è anche l’anno in cui Dawson conobbe la sua futura moglie, Valery Mills, rampolla di un’antica famiglia cattolica. Certamente la vicinanza di Valery fu importante nel favorire il percorso di conversione del fidanzato, sempre più insoddisfatto dalla mancanza di un chiaro principio di autorità nella Chiesa d’Inghilterra e dall’approccio storico-critico dei nuovi esegeti biblici.



    Esonerato dal servizio militare durante la Grande Guerra a causa di una forma cronica di bronchite, Dawson si dedicò anima e corpo alla studio, pubblicò i primi articoli e, nel 1925, inaugurò la sua lunga e brillante carriera accademica.

    Durante gli anni Venti approfondì soprattutto la storia delle civiltà, e nel suo primo saggio, L’età degli dei (The Age of Gods, 1928), diede corpo a un sistema che rivaleggiava con quello dei contemporanei Oswald Spengler e Toynbee. Oltre a riconoscere nella spiritualità e nel libero arbitrio due elementi fondamentali per la creazione e la preservazione di una cultura, Dawson accusava Spengler di trattare le civiltà come se fossero isolate le une dalle altre, peccando di eccessiva semplificazione, mentre a Toynbee imputava l’errore di considerarle tutte moralmente equivalenti (secondo Dawson, infatti, alcune culture, in particolare quelle dell’Occidente cristiano, erano superiori alle altre). Più in generale la sua critica era rivolta al riduzionismo di certe scuole ottocentesche: in ogni civiltà vi era una relazione tra forze materiali, psicologiche e spirituali di gran lunga più complessa di come avevano ipotizzato Hegel, Marx, Comte, Spencer o Freud.

    Nel 1929 Dawson pubblicò Progresso e religione (Progress and Religion), un brillante volume in cui si investiga la storia del concetto di progresso, di come si sia sviluppato a partire dalla Riforma fino a raggiungere un posto centrale – quasi fosse una nuova religione – nella tradizione intellettuale dell’Occidente. Al contrario, secondo l’autore, se per certi versi la storia d’Europa può essere legittimamente letta in chiave di un lento progresso, la forza dinamica rimane comunque quella del cristianesimo, felicemente alleato con l’eredità scientifica della cultura ellenistica: «L’unità essenziale di una civiltà consiste in una coscienza comune», e «dietro l’unità culturale di ogni grande civiltà vi è un’unità spirituale».

    Sin dal periodo universitario Dawson si era ripromesso di sbugiardare un suo vecchio idolo, lo storico Edward Gibbon, autore della celeberrima History of the Decline and Fall of the Roman Empire: il cristianesimo, lungi dall’essere il distruttore della civiltà, come sosteneva Gibbon, vivificò un’Europa moribonda e garantì la sopravvivenza della cultura latina negli anni cupi del basso Medioevo. Questa, in sintesi, la tesi de La genesi dell’Europa (The Making of Europe, 1932), tra i libri più letti e apprezzati di Dawson. Maisie Ward, cogliendo la palla al balzo per canzonare Belloc, salutò il volume con entusiasmo: «Christopher Dawson ci ha salvato dalla visione provinciale della “Fede e dell’Europa”». Più moderato il giudizio di Joseph Pearce: «La genesi dell’Europa fu presto adottato dalle facoltà di storia di molte università e venne tradotto in diverse lingue. La scuola storica del duo Belloc-Chesterton ora poteva vantare un nuovo campione in ambito accademico». Proprio a G. K. Chesterton Dawson inviò una copia omaggio del nuovo libro, un modo per ringraziare un autore che, insieme a R. H. Benson e J. H. Newman, aveva rivestito un ruolo fondamentale nella sua adesione al cattolicesimo: «Anni fa, quando ero uno studente, la sua Ballata del cavallo bianco per la prima volta mi rivelò un’immagine viva di questo periodo, in un momento in cui ero ormai stanco di Stubbs, Oman e degli altri […]. Ho provato a scrivere una storia, di stile universitario, che non lasciasse fuori nulla di ciò che importa e che desse un posto appropriato ai fattori spirituali».



    Nonostante le somiglianze e gli evidenti debiti, Dawson aveva una visione dell’apologetica meno trionfalistica rispetto al “Chesterbelloc”, portata a non solleticare i pregiudizi antiprotestanti dei lettori e in cerca di un pubblico il più vasto possibile. Proprio per questo fondò con Maritain, Eric Gill e altri intellettuali il periodico «Order», dedicato alla letteratura e alla politica. Purtroppo l’esperimento durò meno di un anno a causa della mancanza di fondi. In A Historian and His World: A Life of Christopher Dawson la figlia, Cristina Scott, scrive: «Il cattolicesimo non era sempre un’osteria felice, così come non necessariamente i cattolici erano medievalisti e l’Europa non coincideva per forza, ogni volta, con la Fede». La politica “conciliatoria” di Dawson incontrò il favore dal cardinale Hinsley, arcivescovo di Westminster, e col tempo l’aggettivo “Dawsonian” divenne sinonimo, in contesto cattolico, di “intellettualmente profondo”.

    Se lo storico inglese condannò nettamente il comunismo e il nazismo, la sua reazione al fascismo fu più complessa. Oltre a essere un sostenitore di Franco nella lotta al bolscevismo ateo – «in Spagna, da sempre il baluardo dell’Europa cristiana e il paese che in passato ha dovuto sostenere l’urto dello scontro con l’Islam, si sta combattendo la battaglia contro il nuovo nemico della cristianità» – era convinto che esistessero molte differenze tra la dittatura di Hitler e quella di Mussolini; inoltre, in uno dei suoi primi articoli, si era involontariamente fatto profeta dell’ideologa economica fascista pronosticando per l’Inghilterra un futuro “corporativista” – unica soluzione per uscire dall’ «orribile edificio della società industriale vittoriana» – a cui si accompagnava una rivalutazione delle classi rurali e una critica al melting pot americano. Dawson mal sopportava l’idea di uno stato pianificatore, che attentasse alla libertà individuale, un pericolo incarnato non solo dall’Unione Sovietica ma anche dall’Inghilterra del dopoguerra e dagli Stati Uniti del New Deal (negli anni Quaranta mutò decisamente posizione, continuando a condannare la secolarizzazione, ma sottolineando, al contempo, le grandi differenze esistenti tra democrazia e totalitarismo). Fu pure tra coloro che salutarono i Patti Lateranensi con favore: «Hanno dato più importanza alla religione nella vita nazionale rispetto a quanto era stato fatto dal regime democratico che è stato soppiantato». Disapprovava però quel nazionalismo esasperato che vedeva nello stato il fine e non un mero strumento, e anche il razzismo gli pareva una follia: una volta, invitato a parlare in Italia, si ritrovò suo malgrado seduto a cena accanto ad Hermann Goering, ma ciò non lo trattenne dal condannare pubblicamente qualsiasi discriminazione basata su supposte verità scientifiche.

    Intanto l’opera di Dawson continuava nella collaborazione con svariati periodici, tra cui il «Criterion» di T. S. Eliot, e con la pubblicazione di nuovi saggi come La religione e lo stato moderno (Religion and the Modern State) e Il dilemma moderno (The Modern Dilemma), entrambi del 1932. Il 1942 fu invece l’anno de Il giudizio delle nazioni (The Judgment of the Nations), un lavoro in cui venivano rintracciate le cause del conflitto bellico in atto nel liberalismo ateo e materialista del XIX secolo, a cui seguirono nel 1948 e nel 1950 Religion and Culture e Il cristianesimo e la formazione della civiltà occidentale (Religion and the Rise of Western Culture), tratti dalle lezioni tenute all’università di Edimburgo. C. S. Lewis, insieme al poeta David Jones, fu tra i lettori più entusiasti degli ultimi libri dello storico inglese: «Era esattamente ciò che volevo».



    Complice la fama crescente, Dawson finì per diventare noto anche al di là dell’Atlantico e nei primi anni Cinquanta iniziò una fitta corrispondenza con John Mulloy, un insegnante di Philadelphia, che lo invitò a traferirsi in America. L’occasione si presentò nel 1858, quando Chauncey Stillman, un convertito, fece una donazione alla Harvard Divinity School per fondare una cattedra di studi cattolici: fu così che Dawson mise piede nel tempio dell’intellighenzia protestante, accettando un contratto di cinque anni. Malgrado qualche incomprensione iniziale e un malcelato fastidio per le frange più liberali della Chiesa statunitense, Dawson arrivò ad ammirare l’energia del cattolicesimo americano, e in occasione del suo settantesimo compleanno, nel 1959, si lasciò andare a una dichiarazione solenne: «Quando iniziai a scrivere erano i giorni di Charles Péguy, di Belloc e di Chesterton, e i miei occhi erano fissi sull’Europa e sulla tradizione europea. Ma oggi inizio a percepire che è in questo paese che sarà deciso il destino della cristianità».

    La parabola discendente di Dawson incominciò negli anni Sessanta, quando le grandi generalizzazioni tipiche della storia della civiltà passarono poco alla volta di moda, sostituite da un approccio più scettico e pragmatico. Lo storico inglese, tra i critici delle riforme del Concilio Vaticano II, si trovò messo in ombra pure da una generazione di giovani studiosi cattolici, ispirati dal nuovo corso della Chiesa, che presero a trattarlo al pari di un vecchio rottame dell’ultraconservatorismo. Nel 1962, ammalato e ormai al termine del suo contratto ad Harvard, tornò in Inghilterra dove morì il 25 maggio 1970. Tra i lavori migliori di fine carriera figurano La crisi dell’istruzione occidentale (The Crisis of Western Education, 1961) e il postumo Gli dei della rivoluzione (The Gods of Revolution, 1972). Nel 1969 lo scrittore E. I. Watkin, sfidando la supponenza dei più, aveva difeso l’opera dell’amico senza inutili giri di parole: «In troppi circoli cattolici […] Dawson e i suoi insegnamenti sono stati discreditati e considerati sorpassati, senza alcun valore o persino significato per il cattolico contemporaneo. Alcuni che furono in prima fila a salutare con rispetto il suo lavoro si sono allontanati verso un avanguardismo religioso e culturale (in verità più anticulturale e radicalmente irreligioso)».

    Oggi, a mezzo secolo di distanza dalla sua scomparsa, il contributo pionieristico di Christopher Dawson agli studi storici è pienamente riconosciuto. A lui va infatti il merito di aver introdotto il concetto di cultura – inteso in senso antropologico –, una novità che è stata largamente impiegata dalle scienze sociali negli ultimi tre decenni. Sul fronte della Fede, il più importante apporto di Dawson rimane quello di aver reso l’apologetica meno virulenta e accademicamente più solida. Se è forse esagerato considerarlo il più grande storico cattolico del XX secolo, come qualcuno ha provato a fare, allo stesso tempo, però, egli fu certamente tra i migliori della sua epoca, lontano da ogni partigianeria di comodo, unicamente interessato a scovare e a difendere la Verità.

  2. #102
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    Predefinito Re: Anglica catholica


  3. #103
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Citazione Originariamente Scritto da Luca Visualizza Messaggio
    Nota di Radio Spada: in vista della pubblicazione di una biografia del scrittore cattolico inglese William Rolfe nella collana “L’osteria volante” prevista per il dicembre 2016, vengono pubblicate alcune traduzioni inedite di poesie rolfiane a cura di Luca Fumagalli, redattore di Radio Spada.

    Il poema “La ballata della Regina di Maggio”, a firma di Frederick William Rolfe, fu pubblicato sulla rivista «The Month» nel maggio 1889, alle pagine 72-73. Il componimento, strutturato in tre strofe più congedo, esemplifica lo stile ubertoso ma ancora acerbo del primo Baron Corvo, rintracciabile tanto nelle ardite descrizioni quanto nella grafica anticheggiante delle parole, adottata nel tentativo di imitare le sonorità dell’inglese tardo-medievale. Poesia più di descrizione che di azione, “La ballata” presenta la Madonna come benevola Regina del Paradiso, circondata da schiere adoranti di santi e angeli. A lei, madre del Salvatore, è rivolta la supplica del poeta.



    “Ballade of the Queen of May”

    Beyond the Sky there lies a Land, bedight,

    With bursting Bloom in Honour of the Spring,

    The Sun doth gild those flower-flushed Fields with Light,

    Amidst green Boughs a Quire of Birds doth sing,

    A Throne is set beneath the o’ershadowing

    And budding Branches of a Hawthorn Tree,

    Where the Queen keeps her royal State,

    and She A starry Diadem wears, and bright Array,

    A blue Robe sown with silver Fleurs-de-Lys,

    For Marye Maiden is the Queen of May.

    Around Her Throne waits many a noble Knight,

    A Body-guard of Warriors tried and ding,

    Saint George the Martyr, England’s Hero hight,

    Martin, Sebastian, Olaf the King,

    And Forty of the Legion Thundering:

    Before Her Footstool many Kings there be,

    Edmund, Edward, and Kenelm, fair to see,

    And in that gracious Presence stand alway

    A countless Host of high and low degree,

    For Marye Maiden is the Queen of May.

    Her Maids of Honour arrayed in Robes of white,

    Agnes, and Cecily, and Audrey, sing,

    Mildred, and Margaret, stand in Her Sight,

    And all about, of Angels many a Wing

    Whiter than Pearls are, softly fluttering,

    Michael, and Gabriel, and Raphael, three

    Princes who lead the Angelic Minstrelsy,

    And the bright Courtiers answer, blithe and gay,

    In Antiphons of gladsome Melody,

    For Marye Maiden is the Queen of May.

    Queen! see Me here upon my bended Knee,

    I nothing have meet for Thy Majesty;

    But this poor song, and this white Hawthorn Spray,

    And all My heart, I’ll gladly give to Thee,

    O Marye, Mother, Maid, and Queen of May!

    Traduzione:

    Al di là del cielo si trova una terra, / con una maestosa fioritura in onore della primavera, / il sole indora con la sua luce i campi colorati, / in mezzo a rami verdi un gruppo di uccelli canta / e un trono è situato sotto le ombre / dei rami gemmati di un biancospino / da dove la Regina governa il suo regno; / indossa un diadema stellato, un vestiario luminoso, / un manto azzurro decorato da gigli d’argento, / per la Vergine Maria, la regina di Maggio. /



    Intorno al suo trono si trova più di un nobile cavaliere, / una guardia del corpo di fieri guerrieri, / San Giorgio martire, eroe d’Inghilterra, / Martino, Sebastiano, il re Olaf, / e altri quaranta della legione luminosa: / davanti al suo poggiapiedi si trovano diversi re, / tra gli altri, Edmondo, Edoardo, Kenelm, / e in quella graziosa presenza attende sempre puntuale / una schiera innumerevole di ogni rango, / per la Vergine Maria, la regina di Maggio. /



    Le sue damigelle d’onore vestite di bianco, / Agnese, Cecilia ed Eteldreda, cantano, / Mildred e Margherita stanno innanzi a lei, / con loro si trovano tutti gli angeli, come un’ala / più bianca delle perle volano dolcemente / Michele, Gabriele e Raffaele, tre / principi che guidano le milizie celesti, / e i cortigiani luminosi rispondono con giubilo / nelle antifone di una lieta melodia / per la Vergine Maria, la regina di Maggio. /



    Regina, guardami in ginocchio al tuo cospetto / non ho nulla da offrire a Sua Maestà; / ma questa povera canzone, questo ramo di biancospino / e tutto il mio cuore io li dono felice a Te, / o Vergine Maria, Madre e Regina di Maggio!

    fONTE: https://www.radiospada.org/2016/05/b...ina-di-maggio/
    .

  4. #104
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Le opere teatrali di mons. Robert Hugh Benson



    Mons. Robert Hugh Benson, uno degli scrittori inglesi più stimati d’inizio Novecento, autore di quel capolavoro della narrativa religiosa che è Il Padrone del mondo, nel corso della sua breve ma prolifica carriera pubblicò pure quattro testi teatrali, purtroppo mai tradotti in italiano.

    La passione di Benson per il palcoscenico era nata in gioventù, durante gli anni della scuola e dell’università. Oltre a scrivere senza sosta testi e copioni che regalava poi ai compagni affinché li completassero, amava improvvisare azioni sceniche divertenti. Ricoprì anche ruoli importanti come quello di membro del coro nella tragedia Ione di Euripide. Dopo l’ordinazione sacerdotale prese a organizzare spettacoli teatrali per i giovani della parrocchia di Cambridge: le scene e i costumi erano così perfetti che il suo gruppo arrivò a godere di una piccola celebrità. I ragazzi si esibivano in grandi case, sempre affollate, e gli spettatori giungevano da tutti i paesi vicini, alcuni addirittura da Londra.

    In vista del Natale del 1905, il canonico Scott sfruttò i talenti del suo coadiutore per il bene della comunità, coinvolgendo Benson in un progetto teatrale rivolto agli adolescenti del convento di St. Mary. L’esito finale fu la messa in scena di un applauditissimo spettacolo dedicato alla nascita di Cristo, completo di costumi e scenografie. La partitura scenica di A Mystery Play in Honour of the Nativity of Our Lord venne pubblicata più tardi, nel 1908.



    Tra i più accaniti lettori dei romanzi di Benson vi era l’anziano vescovo di Hexham e Newcastle, Thomas William Wilkinson, un convertito dei tempi di Newman. Wilkinson, presidente dell’Ushaw College – il più grande seminario cattolico del nord dell’Inghilterra – pregò il monsignore di scrivere un’opera teatrale per celebrare il centenario della fondazione dell’istituto: il risultato fu The Cost of a Crown (che uscì in volume nel 1910). Rappresentata a Ushaw nel luglio del 1908 davanti a una platea che comprendeva, in aggiunta agli studenti, l’arcivescovo Bourne e molti altri prelati inglesi, la pièce era stata musicata da W. Sewell, vice-organista della cattedrale di Westminster, e raccontava la vita del sacerdote John Boste, un martire del XVI secolo. Lo spettacolo, nonostante il grande divario temporale esistente tra i singoli atti, venne accolto con favore dall’esigente pubblico del seminario, ammaliato dall’ambientazione suggestiva.

    Qualche anno dopo, in occasione della Pasqua del 1914, prima che il suo ultimo viaggio in America si concludesse, Benson fece mettere in scena The Maid of Orleans, incentrato sulla vita di San Giovanna D’Arco. Il testo – che era stato pubblicato nel 1911 – si rivelò difficile da rappresentare, in vari punti poco convincente. Tra l’altro, sempre negli Stati Uniti, il monsignore ebbe modo di vedere e apprezzare Magia, commedia a firma di G. K. Chesterton. Così scrive Joseph Pearce in Catholic Literary Giants: «Lo si poteva trovare regolarmente dietro le quinte durante le prove dello spettacolo. Benson era all’apice delle forze e della popolarità, e ci si sarebbe aspettati che avrebbe ottenuto un considerevole successo come drammaturgo se solo avesse voluto indirizzare i suoi talenti verso quella via. Ma non fu così».

    L’ultima pièce teatrale del monsignore, The Upper Room, venne pubblicata postuma nel novembre del 1914. Si tratta di una semplice allegoria del sacrificio di Cristo, un parallelismo tra l’ultima cena e la crocifissione sul Golgot



    Benson tentò per tutta la vita, purtroppo senza fortuna, di proporre a vari impresari alcuni copioni tratti dai suoi libri più famosi: anche questo è un indizio di come il meglio della sua produzione risieda altrove, in particolare nei romanzi, e di come il giudizio di Pearce citato in precedenza sia, in tal senso, un po’ troppo ottimistico. Ciononostante la drammaturgia bensoniana non è del tutto priva di valore, anzi, alcune scene vantano intuizioni brillanti, dialoghi incisivi e un’atmosfera coinvolgente. Si tratta perciò di lavori che meritano comunque di essere letti, particolarmente indicati per la catechesi dei più piccoli.

    Per chi fosse interessato ad approfondire i temi trattati nell’articolo e, più in generale, la letteratura di mons. Benson, si consiglia il saggio “Robert Hugh Benson. Sacerdote, scrittore, apologeta” (Fede & Cultura, 2019), disponibile sia su Amazon che al seguente link: https://www.fedecultura.com/negozio?...eta-p140563584




    Fonte: https://www.radiospada.org/2020/05/l...t-hugh-benson/

  5. #105
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    La storia secondo Hilaire Belloc, tra revisionismo e apologetica

    di Luca Fumagalli




    Per le lande culturali dell’Inghilterra d’inizio Novecento si aggirava uno strano animale, un esemplare unico, degno di un bestiario medievale. La mole era notevole e l’aspetto, nel complesso, decisamente poco attraente. Non senza una nota d’ironia, George Bernard Shaw aveva ribattezzato questo ircocervo della carta stampata “Chesterbelloc”, fondendo in un’unica etichetta grottesca i nomi dei due uomini che lo componevano, amici fraterni e intellettuali cattolici di primissimo ordine: G. K. Chesterton e Hilaire Belloc.

    Se Chesterton gode di ampia notorietà, non così Belloc (1870-1953) che continua a rimanere nell’ombra, colpevolmente confinato nel ruolo di eterno gregario. Eppure questi, oltre a essere stato giornalista e polemista, fu uno scrittore di vaglia, straordinariamente prolifico, che si cimentò nei generi più disparati. Con Chesterton condivise un certo gusto per l’anticonformismo e il desiderio di fare della cultura un’arma a sostegno della verità di Cristo e della sua Chiesa. Amante dei fatti più che delle parole, anche sul scivoloso terreno politico si spese lungamente per sostenere i diritti degli ultimi e degli oppressi. A lui si deve inoltre la prima teorizzazione del cosiddetto “distributismo”, un movimento che ambì – purtroppo senza successo – a creare un modello economico alternativo al capitalismo e al comunismo.

    Tuttavia i più grandi meriti di Belloc risiedono forse nel campo dell’indagine storica. Nella Gran Bretagna della prima metà del XX secolo fu infatti lo storico più rilevante – e pugnace – in campo cattolico, distinguendosi per la pubblicazione di una mole impressionante di saggi, quasi tutti vivaci ritratti dei protagonisti e degli eventi fondamentali dell’epoca moderna. L’esito è un’ingegnosa lettura della storia, a tratti esaltante, che, per quanto non priva di occasionali imprecisioni, punta a provocare il lettore, sfidando ogni trito luogo comune.





    ra i suoi primi lavori spicca per qualità La rivoluzione francese (The French Revolution) del 1911. Per ammissione dello stesso Belloc, il volume si configura più come una storia delle idee piuttosto che un racconto degli eventi. A suo parere la teoria politica della Rivoluzione, diretta debitrice delle idee di Rousseau e della “Dichiarazione d’indipendenza americana”, contiene diversi spunti interessanti. Certamente pecca del grave limite di non riconoscere Dio come fonte di ogni potere, ma alcune intuizioni, quali l’uguaglianza innanzi alla legge e un ripensamento globale del concetto di giustizia, sono apprezzabilissime anche da parte cattolica. D’altronde i dissensi tra i rivoluzionari e il clero francese iniziarono solo in un secondo momento, quando le guerre con le potenze europee costrinsero i primi a trovare uno spauracchio di comodo su cui sfogare le proprie frustrazioni: venne scelta la Chiesa solo perché questa era così mondanizzata e preda dei deliri gallicani da risultare agli occhi dei più ormai indistinguibile dall’odiata aristocrazia. Non per questo Belloc tace dei massacri di Vandea compiuti in nome di un falso concetto di libertà, dei numerosi martiri trucidati in odio alla Fede e di quanti si opposero, compreso il Papa, alla barbarie rivoluzionaria.




    Del 1922 è invece Gli Ebrei (The Jews), un libretto, tra lo storico e il politico, che affronta la spinosa “questione ebraica” dal punto di vista cattolico, senza perciò scadere nel razzismo. Come trovare una soluzione che garantisca la pacifica convivenza tra ebrei ed europei, due popoli radicalmente diversi? Esclusa la via sionista – non solo inapplicabile ma anche possibile causa di futuri scontri in Medio Oriente – Belloc propone la creazione di una legislazione speciale per salvaguardare l’incolumità fisica e culturale della minoranza. Tale processo di “riconoscimento” sarebbe la sola opzione percorribile tra la noncuranza dei liberali e l’odio ottuso degli antisemiti.



    Cromwell il dittatore (Oliver Cromwell), del 1927, più che un classico libro storico, è un affondo nella psicologia del protagonista eponimo, il ricco puritano che per qualche anno, dal 1653 al 1658, dopo aver guidato le forze parlamentari alla vittoria durante la Rivoluzione inglese, divenne dittatore e padrone assoluto dell’Inghilterra. Il ritratto che ne emerge è quello di un brillante condottiero e di un diplomatico astuto, disposto alla menzogna pur di ottenere un qualche vantaggio personale. Per tutto il resto Cromwell fu uno spirito risoluto ma molto comune, perennemente incerto e singolarmente crudele; dall’ambiente domestico aveva ereditato un puritanesimo fanatico che, più che nelle devozione e nella teologia – pare che sia morto chiedendo di essere liberato dai dubbi circa la sua salvezza – trovò espressione nella macellazione indiscriminata dei cattolici, specialmente irlandesi. Anche come dittatore si dimostrò, a conti fatti, profondamente inadeguato, incapace di approfittare della situazione favorevole in cui si venne a trovare.



    Il Cardinale Richelieu (Richelieu) è un’altra delle più belle biografie storiche firmate da Belloc, pubblicata per la prima volta nel 1929. Richelieu fu il protagonista indiscusso della politica europea del primo Seicento, quando vennero spazzati via definitivamente gli ultimi residui della christianitas medievale. Antesignano del moderno nazionalismo e della monarchia assoluta, il cardinale si preoccupò per tutta la vita solamente delle fortune francesi: garantì la libertà religiosa ai calvinisti, riorganizzò lo stato e, in ultimo, durante la Guerra dei Trent’anni non si fece troppi scrupoli ad anteporre gli interessi del proprio paese a quelli del mondo cattolico. Ecco perché la sua morte venne salutata dal Papa con sarcasmo: «Se c’è un Dio, Richelieu avrà molti conti da rendergli. Se non c’è, ebbene, egli ha vissuto una bella esistenza».



    Nel 1930 venne data alle stampe Giovanna d’Arco (Joan of Arc), una breve vita della Pulzella d’Orleans. Nel ritratto di Belloc – che offre al lettore l’immagine vibrante di una santità vissuta nel dolore del quotidiano, la cui prima cifra è l’obbedienza – Giovanna è l’eroina della Fede e della libertà, una contadina che osò sfidare la diffidenza dei grandi di Francia e dei nobili d’Inghilterra. Lei, umile tra gli umili, non solo richiamò il Delfino ai suoi doveri nei confronti di Dio e del popolo, ma combatté pure una battaglia impossibile contro l’invasore d’oltremanica, affrontando un’ingiusta accusa e una morte atroce.



    Due anni più tardi, con Napoleone (Napoleon), Belloc tornò ad occuparsi di un altro dei famosi protagonisti della storia francese. L’autore alterna affondi monografici sugli attori dell’epoca a capitoli di ampio respiro, ora interessato a cogliere i risvolti ideologici degli avvenimenti, ora interamente dedito a narrare i principali scontri, con tanto di vivide rappresentazioni paesaggistiche e minuziosi resoconti dei piani di guerra. Il testo risulta frammentario ma tutt’altro che incoerente, volutamente affrancato da una rigida esposizione cronologia degli eventi per privilegiarne la coerenza ideale. L’amore per il rischio, la velocità di manovra del proprio esercito e il desiderio di affermazione personale furono gli strumenti che permisero al giovane corso, quasi uno straniero in patria, di arrivare addirittura a diventare Imperatore dei francesi. Finché vinse fu in grado di tenere sotto controllo un territorio vastissimo, che subito si sgretolò quando le armi dei suoi soldati iniziarono a non essere più efficaci come ai gloriosi tempi dell’Armata d’Italia, di Austerlitz o di Jena. Napoleone dovette pagare lo scotto di una flotta inadeguata e di un nemico troppo duro da battere, disposto anche a mettere da parte rancori decennali pur di disfarsi dell’incomodo francese. Commise pure la leggerezza di sottovalutare il fattore religioso, un elemento che non poteva essere trascurato da chi puntava a unificare l’Europa. Almeno tornò alla Fede poco prima di morire, quando si spense fissando con trepidante attesa il crocifisso d’argento posto sull’altare domestico.



    Le grandi eresie (The Great Heresies), del 1938, è, come da titolo, una trattazione articolata delle cinque eresie più importanti della storia (l’ariana, l’albigese, l’islam, la Riforma protestante e la “la fase moderna”). Nella disamina di una lotta che vede opporsi i due schieramenti avversari della Chiesa e del mondo, il libro appare come una silloge del pensiero dello scrittore inglese, che raccoglie quei concetti cardine da lui espressi già altrove (come, ad esempio, l’idea della decadenza dell’Europa dovuta alla frammentazione religiosa o il rischio della riemersione di una “questione islamica”). Ognuna delle cinque grandi eresie è la rivelazione di una tendenza disgregatrice onnipresente nella storia: se l’arianesimo è la prova del tentativo di razionalizzare la Fede e l’eresia catara un attacco diretto alla morale più che alla dottrina, l’islam è una delle manifestazioni più compiute di un uso improprio della “cosa cristiana” e la Riforma protestante non è nient’altro se non l’origine dell’egoismo nazionale, dello scetticismo e del relativismo moderno. Tutto ciò apre all’ultima fase, quella dell’Anticristo, un’eresia generalizzata, una totale messa in discussione dei fondamenti della civiltà, persino della stessa ragione. L’umanità beneficerà di una sana reazione? Quale futuro attende la Chiesa cattolica? È con queste domande inevase che si chiude il libro. D’altronde, se il passato è piuttosto ostico da analizzare e comprendere, a maggior ragione lo è il futuro. L’unica consolazione, ricorda Belloc nell’epilogo, è la certezza che le porte dell’inferno non prevarranno mai.



    Elisabetta regina delle circostanze (dal titolo dell’edizione americana, Elizabeth, Creature of Circumstance) è uno degli ultimi capolavori di Belloc, datato 1942. La parabola biografica della ragina, quasi un emblema del passaggio dal Medioevo all’età moderna, è dissezionata per mostrarne le infinite contraddizioni. Elisabetta fu abile a mantenere il potere con ogni mezzo, appoggiandosi pure alla Riforma protestante e a quella classe dei nuovi ricchi sorta dalla confisca dei beni della Chiesa e dallo smantellamento dell’intero sistema monastico inglese. Ma tutto questo, in fondo, non le servì a nulla: quella della sovrana che muore sola, in preda al delirio, è la più eloquente rappresentazione del niente che resta in mano a chi ha sprecato l’intera esistenza inseguendo la gloria terrena.

    Quelli appena visti sono solo alcuni dei lavori storici di Belloc, ma rendono abbastanza bene l’idea della varietà e della profondità dell’opera del polemista inglese, vivace e controcorrente. È fuor di dubbio che con la sua corposa bibliografia egli gettò le basi di un nuovo modo di intendere l’apologetica cattolica, aprendo la strada alle generazioni future.

    Fonte: https://www.radiospada.org/2020/06/l...e-apologetica/

  6. #106
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    I romanzi dimenticati di mons. Robert Hugh Benson

    di Luca Fumagalli



    Nonostante l’opera di mons. Robert Hugh Benson, autore del famosissimo Il padrone del mondo (1907), stia conoscendo una seconda primavera, con nuove edizioni e ristampe, sono diversi i suoi romanzi che non sono più pubblicati in Italia da decenni o che ancora attendono una traduzione nella nostra amata lingua. È davvero un peccato anche perché, in generale, si tratta di lavori di qualità, che potrebbero risultare utilissimi per la formazione intellettuale e spirituale del lettore.



    Il primo dei libri “dimenticati” di Benson è proprio il suo volume d’esordio, la raccolta di racconti The Light Invisible (1903). Si tratta di un’esposizione di sensazioni e fatti spirituali, esperienze vive narrate dalla voce di un vecchio sacerdote all’autore, che ne ha poi predisposto una trascrizione accurata. L’anziano, ormai troppo debole per gestire una parrocchia, vive con qualche domestico in una casa di campagna È una persona dotata di una straordinaria percezione spirituale e per questo isolato, incapace di narrare le sue visioni agli altri se non a quelli a cui Dio ha fatto il grande dono di comprenderle. Di lui non si sa altro, nemmeno se sia anglicano o cattolico.

    I quindici racconti che compongono il volume sono caratterizzati da una singolare e poco ortodossa commistione tra mistica cristiana e occultismo, con qualche accento teosofico. A esperienze giovanili caratterizzate da sinistre coincidenze e visioni profetiche, si alternano brani di uno spessore religioso maggiore in cui sono affrontati temi quali l’aldilà, il peccato e i sacramenti.

    L’idea del sovrannaturale come una realtà vera, paradossalmente concreta, è, del resto, uno dei nuclei della poetica di Benson. Il mondo in cui gli uomini vivono, essendo finito e limitato, altro non è se non una pallida ombra, un simulacro della vita autentica in Cielo, eternamente a contatto con Dio. Il testo riflette la resa dell’autore davanti all’incapacità della teologia di fornire risposte adeguate ai suoi interrogativi. All’epoca credeva di scorgere nell’intuizione spirituale uno strumento per giungere là dove la ragione aveva fallito. L’esito è commovente e romantico, così come la prosa mostra già molte delle qualità dei romanzi della maturità, ma i racconti spingono verso un fideismo che è il risultato di una frattura fin troppo evidente tra razionalità e spiritualità.

    Dopo la conversione al cattolicesimo, avvenuta l’anno seguente, forse anche per la fastidiosa sensazione di aver rivelato troppo di sé e dei suoi scrupoli più intimi, l’autore ritrattò le tesi contenute nel libro: «Non apprezzo affatto The Light Invisible. Lo scrissi in un momento di grande eccitazione e in ciò che ora riconosco come uno stato d’animo di sottile sentimentalismo. Cercavo di rassicurarmi sulle verità della religione, e assumevo di conseguenza un tono assertivo e positivo in gran parte insincero; ne è la prova lo stile affettato e ricercato».

    La dottrina cattolica insegna infatti che la Grazia rende più forte la volontà umana, guidando l’intelletto alla comprensione delle cose che riguardano Dio e il mondo sovrannaturale. A The Light Invisible – che fu un successo commerciale e che gli anglicani continuano a considerare l’opera migliore di Benson – sono imputabili due errori principali: da un lato si pretende di sostituire l’immaginazione dell’autore elevandola a intuizione spirituale, dall’altro si propone questa visione come un modello per la Fede al posto della verità divina trasmessa con autorità.

    Anche il fratello Arthur, che apprezzò la qualità letteraria del volume, non mancò di notare «i pensieri abominevoli e perversi» in esso contenuti. Al netto dei limiti e delle contraddizioni, The Light Invisible – che nel gennaio del 1914 raggiunse l’undicesima edizione – mostrava già tra le righe una certa tendenza “papista” e, come scrisse Waugh, ebbe almeno il merito di avvicinare il giovane Ronald Knox, futuro monsignore e tra i più grandi apologeti del XX secolo inglese, «alle idee della Vergine Maria come figura centrale della devozione, e del sacerdozio quale condizione peculiare, la cui funzione non era principalmente amministrativa, esortativa o esemplare, ma sacramentale».



    Nel 1906 Benson pubblicò The Sentimentalists, il suo primo romanzo d’ambientazione edoardiana, dedicato agli artisti romantici, uomini passionali ma fondamentalmente fragili. La trama è semplice ancorché ricca di personaggi e figure secondarie che si muovono sullo sfondo della vicenda principale.

    Dick Yolland è un sacerdote amante della letteratura e dai gusti particolarmente ricercati (un ironico autoritratto dell’autore). La sua vita si incrocia con quella di Cristopher Dell, un convertito di Oxford, che guadagna qualche soldo attraverso l’impiego giornalistico. Letterato decadente, Dell è ormai vittima del suo spiccato estetismo che si concretizza in convinzioni e atteggiamenti bizzarri: crede fermamente negli dei dell’antica Grecia, prepara offerte per Ermes e pratica la magia persiana. Caduto in depressione, pensa al suicidio, ma non ha il coraggio di andare fino in fondo. Yolland lo soccorre e riesce a procurargli un posto di lavoro presso il «Saturday Express»; Chris viene poi introdotto nei salotti bene del mondo aristocratico dove conosce la giovane Annie Hamilton, di cui si innamora perdutamente. La loro felice relazione è osteggiata dalla madre di lei che, una volta scoperti i trascorsi disordinati del giovane, costringe la figlia a rompere il fidanzamento. Dell sprofonda nuovamente nel vizio, quando, per sua fortuna, John Rolls gli offre un aiuto inaspettato. Anche la condotta passata dell’anziano nobiluomo non è stata encomiabile, ma ora vive nella grande dimora di Oxburgh Hall, espiando i suoi peccati e aiutando ex preti, attrici fallite e tutti coloro che hanno commesso gravi sbagli a ritrovare un senso nella loro esistenza. È così che nasce quella strana “colonia” in cui Chris trova accoglienza e conforto (secondo Joseph Pearce, con Rolls e Oxburgh Hall «Benson stava preparando il terreno per Evelyn Waugh, il quale avrebbe usato un simile entusiasmo per l’aristocrazia cattolica e le loro case come ispirazione per Ritorno a Brideshead»). Le prove, però, non sono finite e la situazione sembra nuovamente precipitare nel momento in cui il giovane apprende la notizia del matrimonio di Annie.

    Nelle pagine del romanzo, che alterna i toni cupi del dramma alla satira graffiante – a parere di Greaney, autore di un ottimo volume sui romanzi bensoniani, questo era il campo in cui il monsignore eccelleva veramente – è concentrata l’esperienza che Benson visse nella Cambridge di inizio secolo, a cavallo tra l’esigenza di un rinnovamento spirituale e le tentazioni suadenti della letteratura decadente e della vita bohemienne. Tutti i personaggi, a partire da Dell – modellato sulle figure di Baron Corvo e di Eustace Virgo, due scrittori amici di Benson – traggono ispirazione proprio dagli stravaganti studenti che gravitavano attorno ai circoli universitari.

    Chris Dell è il prodotto di questo clima. Il suo cattolicesimo, frutto di una conversione poco consapevole, si tramuta rapidamente in esotismo d’accatto, non più in grado di arginare la montante disperazione. Rolls è artefice di quel necessario scossone spirituale che contribuisce a ridare spessore alla vita del giovane. La preghiera e il giardinaggio, l’ora et labora benedettino, sono due facce della medesima medaglia, quella di un ritrovato rapporto con la realtà, lontano dalle follie egocentriche di una mente priva di Dio (non a caso i titoli dei capitoli ripercorrono le tappe che vanno dalla malattia alla guarigione).

    Chris è un personaggio molto complesso che vive un costante conflitto tra due personalità: quella del dandy, tentato dal mondo, e quella del santo, l’ambizione naturale della vita cristiana. La sua è quindi la stessa battaglia tra il peccato e la virtù che caratterizza l’esistenza di ogni uomo. Il paganesimo del letterato romantico è un surrogato del desiderio di autentica umanità che sgorga dal suo cuore, un tentativo puerile e inconsistente. Attraverso una storia di confessione ed espiazione, Dell arriva finalmente a comprendere che solo Cristo è in grado di donargli una felicità perfetta, eterna, senza più il timore di un rovesciamento della sorte.

    Il finale, in cui il protagonista si allontana sereno e imperturbabile verso l’orizzonte, è immagine eloquente di un uomo finalmente in cammino verso una bellezza più vera.



    Dato che i temi trattati in The Sentimentalists – opera tra l’altro parodiata da Ronald Firbank in Lady Appledore’s Mésalliance – esigevano, per la loro complessità e ampiezza, un ulteriore approfondimento, Benson ne scrisse un seguito, l’unico della sua carriera, dato alle stampe nel 1908 col titolo di The Conventionalists.

    Con una descrizione che riecheggia i toni di uno Stevenson e di un Wordsworth il lettore è introdotto nel magico incanto di Londra. La prima parte del romanzo è dedicata alle storie d’amore di quattro giovani: Algy Banister – forse ispirato a Firbank –, Mary Maple, Sybil Markham e Harold Banister. Algy, anticonformista per vocazione, è mal considerato dai propri parenti anche nel momento in cui fa la cosa giusta, come quando tenta inutilmente di atterrare con un pugno il bracconiere che cerca di baciare Miss Markham.

    La seconda parte si apre con la scomparsa improvvisa del fratello Theo. Il dolore conduce nuovamente Algy alla Fede, desideroso di abbandonare la vanità del mondo per dedicarsi solo a Dio. Raggiunge quindi Chris Dell, che ora vive da eremita in Sussex, e lì incontra pure Dick Yolland, da poco monsignore. Algy, come il protagonista del precedente romanzo, giunto a questo punto, si trova a dover compiere una scelta definitiva tra l’amata Mary e la religione; opta per la seconda e diventa certosino a Parkminster.

    The Conventionalists affronta da una prospettiva speculare le stesse questioni sollevate da Benson in The Sentimentalists. Non è più l’eccentricità che allontana il protagonista da Dio, ma le convenzioni rigide dell’ambiente in cui è cresciuto, quell’ambiente che non gli perdonerà mai di aver gettato al vento una promettente carriera. Solo quando è costretto faccia a faccia con la morte del fratello, Algy trova il coraggio per mettere in discussione le proprie comodità da upper class, muovendo i primi passi verso la redenzione. Solo la Fede, difatti, può riscattare l’uomo dalla miseria morale, ciò che né i beni terreni né un matrimonio combinato sono in grado di offrire.



    Tra i libri di questo periodo – come i precedenti mai pubblicato in Italia – figura Papers of a Pariah (1907).

    Il volume è composto da una serie di prose che trattano argomenti come la messa, la persecuzione religiosa nei tempi moderni, la spiritualità e la morte. Elementi mitici e teologici si fondono in un intruglio dal gusto paradossale, che dona indiscutibile fascino al testo, ma che non ne agevola l’immediata comprensione. Il riferimento stilistico, abbastanza scoperto, è a G. K. Chesterton, scrittore e polemista che Hugh considerava una delle menti più brillanti d’Inghilterra (sebbene, all’epoca, fosse ancora lontano dalla Chiesa di Roma).

    Alcuni aspetti di Papers of a Pariah – il protagonista emarginato, le vivide descrizioni e il valore attribuito alla quotidianità intesa come specchio dell’eterno – secondo il gesuita Martindale, autore della biografia ufficiale di Benson, avvicinano il libro al De profundis di Oscar Wilde: «Nella sua estrazione diretta dell’emozione naturale da semplici e bei elementi, [il monsignore] raggiunge, qualche volta, una somiglianza quasi letterale con Wilde». Si parla, in altre parole, della meraviglia che premia chi osserva il mondo con occhi puri, come quelli di un bambino, di un santo o di un povero di spirito.

    L’elemento unificante di un testo così eterogeneo per argomenti e svolgimento è la descrizione dalla Chiesa quale grande madre degli uomini (sulla falsariga del Newman di Perdita e guadagno). Sposa di Cristo, di cui ogni giorno rievoca il mistero dell’incarnazione, essa alleva la prole cristiana tra le sue amorevoli braccia ed è sempre pronta ad accogliere con sorrisi e lacrime di gioia chiunque sia disposto a pentirsi per i propri peccati e voglia riconciliarsi con Dio…

    [LA STORIA DEI ROMANZI DIMENTICATI DI BENSON CONTINUA DOMENICA PROSSIMA CON LA SECONDA E ULTIMA PARTE DELL’ARTICOLO]

  7. #107
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    I romanzi dimenticati di mons. Robert Hugh Benson (seconda parte)

    di Luca Fumagalli



    … A Winnowing è un volume cupo, scritto e pubblicato nel 1910. Il titolo allude a una metafora di derivazione evangelica che parla della separazione tra i beati e i peccatori.

    Il racconto – caratterizzato da uno stile alla P. G. Wodehouse e da un humor nero simile a quello impiegato da Evelyn Waugh ne Il caro estinto – si apre con la morte di Jack Weston, un giovane possidente terriero. Dopo essere miracolosamente ritornato in vita, quest’ultimo abbandona ogni vezzo mondano per dedicarsi completamente a Dio attraverso la preghiera, i sacramenti e le opere di carità (arriva addirittura a far costruire un convento per accogliere delle povere suore clarisse). Anche la moglie Mary torna alla pratica religiosa, giusto in tempo per vedere il marito perdere poco alla volta lo zelo iniziale fino alla sconforto e alla seconda e definitiva morte. Alla vedova, ora attratta da quella vita contemplativa che un tempo detestava, non resta che farsi suora.

    Secondo Greaney, A Winnowing ricorda come «la vita senza la morte, o anche solo senza uno scopo, […] sia, in ultima istanza, priva di significato». Quando piccoli uomini affrontano grandi imprevisti, sono in pochi quelli che, in virtù della perseveranza, riescono infine a riconciliarsi con Dio passando attraverso le strette e dolorose maglie della vita.




    Dello stesso anno è anche None Other Gods. Incentrato sulle difficoltà del post-conversione, il romanzo – pubblicato in Italia nel 1950 dall’Istituto di Propaganda Libraria col titolo Il baronetto vagabondo – vanta una straordinaria forza drammatica.

    Protagonista è Frank Guiseley, figlio cadetto del marchese di Talghat, da qualche giorno laureato in giurisprudenza al Trinity College di Cambridge. È un tipo gioviale ed è famoso in tutto l’istituto per i suoi scherzi. Improvvisamente, un mattino, annuncia all’amico Jack Kirby – che nella finzione letteraria è colui che fornisce il materiale del racconto all’autore – di essere diventato cattolico e, a seguito del ripudio paterno, di aver deciso di vendere i mobili della sua stanza, di abbandonare la promessa sposa Jenny Launton e di girare per qualche tempo l’Inghilterra da vagabondo. Ricevuta la notizia della sua fuga dall’università, il padre e il fratello Archie disapprovano fortemente il gesto, sollevati però dalla speranza che il ragazzo, scoperto quanto sia dura la vita di strada, possa tornare a casa dopo pochi giorni. Intanto Frank recupera qualche soldo compiendo lavoretti saltuari e sembra cavarsela piuttosto bene nei panni del vagabondo. Si fa però largo in lui una certa apatia religiosa, come se l’entusiasmo del novizio si fosse esaurito. Dopo qualche settimana incontra due senzatetto, il Maggiore Truscott e Gertie. Da questo momento le avventure si susseguiranno a ritmo incalzante in una costante alternanza di dramma e commedia che metterà a dura prova il corpo e l’anima di un protagonista sempre più tormentato e in difficoltà.

    L’esistenza di Frank, uno dei personaggi più suggestivi ideati da Benson, ricalca un percorso di progressivo perfezionamento morale: abbandonata la via piana della brillante carriera, degli agi dell’aristocrazia e di un matrimonio imminente con una splendida ragazza, il giovane si mette in cammino, sia fisicamente che moralmente. Con un gesto folle, almeno secondo la logica del mondo, rinuncia a tutto per seguire l’unica cosa vera: il Dio a cui la Chiesa di Roma lo ha avvicinato (il titolo inglese del romanzo significa proprio «Non avrai altro Dio»).

    Al termine del romanzo il rifiuto del mondo e il processo di santificazione raggiungono il culmine quando Frank si consegna fiducioso, con un ampio sorriso sulle labbra, alla morte che incombe su di lui: «Era contento, qualunque potesse essere il sentimento degli altri. […] Quelli che erano là lo videro muoversi così leggermente nel letto e alzare un pochino il capo. Poi il corpo ricadde, e il fallimento fu completo».



    Nel 1912 venne pubblicato The Coward, romanzo moderno il cui protagonista è Valentine Medd. Il ragazzo – il codardo del titolo – è immaturo e umorale; in poco tempo passa dall’esaltazione alla depressione, dalla gioia più scomposta alla tristezza. Mentre si trova in vacanza in Svizzera, con sua grande soddisfazione impara a scalare, ma dopo aver disatteso il consiglio di una guida, viene umiliato e cade nello sconforto. Il medesimo atteggiamento lo si riscontra nei confronti della fidanzata, Gertie, più volte abbandonata e ripresa. Dopo l’ennesima brutta figura, quando il fratello maggiore Austin combatte un duello al suo posto, venendo ferito, Valentine è isolato dal resto della famiglia, considerato una vergogna. Il padre, il vecchio generale Medd, incarnazione dei valori tradizionali del casato, è talmente disgustato dalla vigliaccheria del figlio che è persino disposto a cacciarlo di casa. Il giovane, sull’orlo del suicidio, un giorno incontra casualmente un sacerdote, padre Maple, che prende a cuore la sua causa e lo educa all’irrobustimento fisico e morale. Valentine è ora desideroso di provare il suo coraggio, e l’occasione giunge presto. Rimasto solo in casa mentre i genitori sono lontani, scoppia improvvisamente un incendio: si impegna in tutti i modi per domarlo, ma finisce per essere ucciso dalle fiamme.

    Con il suo sacrificio Valentine ha trovato la redenzione a lungo cercata; solo per gli orgogliosi familiari, emblema di un sistema sociale sull’orlo del collasso, il ragazzo rimarrà il codardo di sempre.




    Anche An Average Man (1913) riprende e sviluppa il medesimo tema. Percy Brandreth-Smith, complici il denaro e il successo, abbandona l’idea di convertirsi al cattolicesimo. Lascia quindi gli amici, si separa dalla fidanzata e si dà alla bella vita. Si sposa poi con la figlia di un ricco protestante, una nuova occasione per far carriera presso i circoli più prestigiosi del Paese (da cui, naturalmente, il “papismo” è bandito). Diametralmente opposto a lui è Mr. Main, un ministro anglicano sposato con una moglie gretta e cinica. Perdente cronico, privo persino di un nome proprio, dopo aver sacrificato ogni opportunità di carriera viene infine accolto nella Chiesa di Roma.

    Nella vicende dei protagonisti vengono sintetizzate le caratteristiche dell’uomo medio del titolo, di colui, cioè, che si accontenta della felicità su questa terra – come la maggior parte delle persone – trascurando Dio, l’unica cosa realmente importante. Per fortuna, pare suggerire Benson, la conversione è sempre possibile, così come quella della santità è una strada percorribile da tutti.



    In Initiation, romanzo del 1914, viene invece affrontato il delicato tema del dolore che, come scrive il gesuita Martindale, «è capace di svegliare l’anima dell’uomo quando tutto il resto si rivela inefficace». Sorprendentemente, come in A Winnowing, la storia si risolve in un inno quasi francescano alla gioia di vivere, a Dio e a tutto ciò che di bello e di buono ha creato, morte compresa.

    La trama è semplice: Sir Nevill Fanning è un giovane baronetto inglese e ha tutto quello che un uomo del suo rango può desiderare, come una bella dimora, alte rendite e l’affetto della zia e del giovane cugino (dopo la morte dei suoi genitori, i due vivono in casa con lui). Solo la Fede cattolica sembra essersi affievolita, ridotta ormai a mera adesione formale. Durante un soggiorno a Roma incontra la bella e indipendente Enid con cui si fidanza. Tuttavia la ragazza – forse ispirata a Baron Corvo, scrittore eccentrico che fu, per breve tempo, amico di Benson – esercita su di lui una sinistra influenza: di estrazione protestante, Enid coltiva una religione del sentimento che si estrinseca nell’adorazione panica della natura e considera il cristianesimo un rozzo palliativo per coloro che non sono in grado di cogliere quelle forze spirituali che percorrono il cosmo. Nevill, sempre più lontano dalla Chiesa, non ascolta le raccomandazioni della zia, preoccupata per lui. La sua coscienza subisce un brusco contraccolpo quando gli viene diagnosticato un tumore al cervello (la causa dei suoi costanti mal di testa). La drammatica circostanza costringe Nevill a riconsiderare tutta la propria esistenza e, soprattutto, a riabbracciare la Fede.

    Il libro, complice una trama che non presenta grandi colpi di scena, racconta con efficacia il riscatto di un uomo, l’iniziazione a un’umanità più vera, più profonda e più autentica attraverso la via stretta del dolore. Come Cristo, Nevill vive una passione che è, secondo l’etimo, sofferenza e, al contempo, fonte di inesauribile attrazione. Lo spettro della morte che incombe su di lui lo riporta con insperata provvidenzialità sulla via di Cristo a cui si affida per ridare significato a una vita che si avvia prematuramente lungo il viale del tramonto. Quello del protagonista è un abisso sfiorato per un soffio, un rischio scongiurato dal progressivo distacco da Enid che, col passare del tempo, si rivela essere una creatura fragile, sostenuta solamente da un egoismo luciferino.



    Pubblicato postumo nel 1915, Loneliness? è l’ultimo libro scritto da Benson, un racconto moderno dalla forte caratura psicologica che ripercorre i temi della vocazione e della rinuncia di sé, due dei più cari e indagati dall’autore.

    La giovane cantante Marion Tenderton ritorna a Londra alla ricerca di un contratto dopo mesi trascorsi in Germania per perfezionare le già brillanti doti canore. Quando la ragazza si innamora di Max Merival, la famiglia protestante del rampollo è molto preoccupata sia per la Fede cattolica di Marion che per la sua carriera di cantante d’opera, giudicata sconveniente. Il suo confessore le consiglia allora di chiedere a Max di convertirsi al cattolicesimo prima del matrimonio, facendogli promettere di educare nell’antica Fede anche i figli. L’uomo, però, non sembra molto convinto e la paura di perderlo fa vacillare Marion. Le difficoltà sono solo all’inizio: qualche tempo dopo, a causa di un incidente in scena, la ragazza danneggia irrimediabilmente la voce, che non ritorna neanche dopo una delicata operazione alle tonsille. Disperata e priva di qualsiasi sostegno, sta quasi per sposare Max con rito anglicano, ma all’ultimo si convince ad abbandonare il proposito e a rompere il fidanzamento. Nella meditazione silenziosa e nella preghiera si realizza finalmente quell’irrinunciabile legame con Cristo che da tempo cercava.

    Il romanzo di congedo di Benson è una sorta di testamento umano e spirituale in cui riecheggiano le memorie e gli affetti di una vita. Sulle note di Wagner si dipana la storia di una conversione vissuta principalmente attraverso l’allontanamento da tutto, anche dagli effetti più chiari. Aiutata dalla fedele Maggie – un’anziana cattolica che ha preso a cuore la sua sorte – Marion vive dapprima il fasto della mondanità per poi perdersi nelle tenebre della commiserazione e dell’errore. Nonostante i limiti, la fedeltà all’ideale cristiano diviene l’appiglio per redimere un’esistenza vissuta incoerentemente e per ridare nuovo lustro alla propria umanità.

    La solitudine, alla fine, assume un valore inaspettatamente positivo: la ragazza capisce che la parola non implica disperazione, ma può significare la presenza spirituale di qualcun altro al proprio fianco, come la solitudine di una stella che brilla cullata dall’immenso cielo.

    Fonte: https://www.radiospada.org/2020/06/i...seconda-parte/

  8. #108
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    Predefinito Re: Anglica catholica

    L’angelo oscuro di Lionel Johnson: storia di un poeta cattolico fin de siècle

    di Luca Fumagalli



    Lionel Pigot Johnson è uno dei tanti poeti della galassia fin de siècle ad essere stato dimenticato. Nonostante abbia esercitato una notevole influenza su W. B. Yeats, in pochi ricordano i versi di questo uomo elusivo, omosessuale represso, incline alla reclusione e attaccato alla Fede almeno tanto quanto lo era alla bottiglia. Persino l’amico Ernest Dowson – anch’egli autore decadente – ha goduto di un trattamento migliore del suo da parte degli studiosi, e se non fosse stato per l’opera del critico Ian Fletcher e, in tempi più recenti, di Nina Antonia, il suo nome continuerebbe a essere solamente quello del giovane che presentò Alfred Douglas a Oscar Wilde, dando così indirettamente inizio alla turbolenta relazione che causò la rovina dello scrittore irlandese.

    Johnson era nato a Broadstairs, nel Kent, il 15 marzo 1867, quarto e ultimo figlio di un capitano dell’esercito in pensione. Dai tredici ai diciotto anni fu allievo al Winchester College, una delle scuole superiori più prestigiose d’Inghilterra. Nel 1888 dedicò ad essa la poesia “Winchester”, la commossa rievocazione di un’epoca felice e spensierata, segnata dagli amici e dai libri. Schivo e di fragile costituzione, abile nel mischiare bugie a verità, Johnson era uno strano esteta con velleità mistiche, interessato sia all’arte che alla spiritualità orientale: in una delle sue lettere dell’epoca scrisse di provare «un intenso amore per la bellezza, in tutte le sue forme». Per puro gusto della provocazione iniziò a bere, divenne forse amante del più giovane Lord Alfred Douglas – a cui avrebbe dedicato la poesia omoerotica “A Dream of Youth” – e grazie alla sua sapiente direzione il giornale della scuola, il «Wykehamist», si trasformò in una rivista letteraria di buona qualità.

    Terminati gli studi, all’accademia militare che già frequentavano i fratelli maggiori Johnson preferì il New College di Oxford. La sua stanza era la quintessenza del dandismo: al centro, su un tavolino, facevano bella mostra di sé una bottiglia di whisky e due libri aperti, I fiori del male di Baudelaire e Foglie d’erba di Whitman, mentre alle pareti erano appesi i ritratti dei cardinali Wiseman e Newman. Prese a bere sempre più abbondantemente e pare che tentò pure alcuni esperimenti con l’hashish per combattere l’insonnia che lo stava debilitando. Il talento letterario e l’anticonformismo gli valsero la stima di Walter Pater e, tramite quest’ultimo, poté coronare il sogno di incontrare Wilde, il “divino Oscar” che tanto ammirava (ma da cui prese in seguito le distanze con la pubblicazione di una poesia dal titolo inequivocabile: “The Destroyer of a Soul”). Nonostante le distrazioni, si laureò infine nel 1890 con il massimo dei voti e l’anno successivo, precisamente il 22 giugno, divenne cattolico, ricevendo il battesimo da padre William Lockhart, un ex membro del Movimento di Oxford.



    Si stabilì a Londra, in un piccolo appartamento, integrando il magro appannaggio che gli passava il padre con i guadagni derivatigli dall’attività giornalistica, firmando articoli per l’«Anti-Jacobin», la «Pall Mall Gazette», il «Daily Chronicle» e l’«Academy». Grazie alla recente amicizia con Yeats, che lo avvicinò alla cultura irlandese e che gli dedicò nel 1893 il volume The Rose and Other Poems, Johnson poté diventare membro del Rhymer’s Club, un gruppo poetico dalla vaga ispirazione simbolista. Suoi versi apparvero su entrambe le antologie del Club, che videro la luce rispettivamente nel 1892 e nel 1894. Lui stesso, dopo il saggio d’esordio The Art of Thomas Hardy (1891), pubblicò due raccolte poetiche, Poems (1895) e Ireland and Other Poems (1897), ottenendo tuttavia un successo limitato.

    Fu davvero un peccato anche perché Johnson scrisse alcuni dei componimenti religiosi più belli del tardo Ottocento. “In Our Lady of France”, per esempio, è descritta quell’atmosfera unica che si respira in una piccola chiesa inglese, un tema che ritorna anche in “The Church of a Dream”, il racconto di un vecchio sacerdote che celebra Messa. “To a Passionist”, invece, è una vivida rappresentazione del contrasto tra le tentazioni terrene e la felicità eterna promessa dal Cielo, mentre in “A Burden of Easter Vigil” il poeta si dipinge accanto agli apostoli spaesati dopo la morte di Cristo, restituendo brillantemente il clima di incertezza e di paura che aleggiava su di loro.

    Nelle migliori poesie di Johnson si incontrano, in un felice sodalizio, la modernità di Gerard Manley Hopkins, le atmosfere di Ernest Dowson e le espressioni ricercate di John Gray



    Col tempo lo scrittore iniziò ad abdicare con sempre maggiore frequenza agli impegni mondani, preferendo la reclusione domestica. Sorseggiava assenzio a ogni ora del giorno, fumava copiosamente e usciva solamente alla mattina per andare a messa. Altra stranezza è che dopo l’università non volle mai più essere fotografato e declinò anche la gentile offerta di un ritratto da parte dell’artista William Rothenstein: il risultato fu che ai posteri consegnò di sé l’immagine di un eterno giovane, un folletto minuto, elegante, sorridente e autoironico. George Santayana lo definì «un ribelle spirituale […]. In parte Shelley, in parte Rimbaud, disprezzava il mondo e adorava l’irreale».

    In verità per Johnson le cose non stavano andando affatto bene. Oltre a soffocare nell’alcol le proprie pulsioni sessuali – riconosciute come disordinate – continuava a essere tormentato dall’insonnia; soffriva anche di allucinazioni e pretendeva che la sua casa fosse infestata da presenze spettrali.

    Dai tormenti degli ultimi anni di vita derivò “The Dark Angel” (1893), la sua poesia più famosa. Si tratta di un componimento singolarmente potente, un incubo ad occhi aperti in cui l’autore è costretto faccia a faccia con il proprio demone tentatore: «Angelo oscuro, con la tua lussuria dolente / per spazzare via dal mondo la penitenza: / Angelo maligno, che continui / a violentare sottilmente la mia anima!». Qualche critico ha voluto vedere nell’essere diabolico descritto nella lirica un riflesso dell’alcolismo di Johnson, ma è più probabile che l’inglese si riferisse al peccato tout court, in tutte le sue manifestazioni. “The Dark Angel” è quindi la storia del conflitto tra bene e male che attraversa l’anima di ogni uomo, una battaglia che non può essere vinta senza l’aiuto divino.

    Johnson morì il 4 ottobre 1902, appena trentacinquenne, a causa di una frattura cranica riportata dopo essere rovinosamente caduto dallo sgabello di un bar. Già qualche tempo prima era stato trovato incosciente per strada, segno che la sua salute era ormai irrimediabilmente compromessa. Il corpo venne sepolto nel cimitero di St Mary, a Kensal Green, all’ombra di una semplice croce grigia.



    Di tutti gli amici che piansero la sua scomparsa Yeats ne scrisse il memoriale più toccante, un elogio rivolto all’alto valore della sua opera: «Ha creato un mondo pieno di luci d’altare e di paramenti d’oro, di mormorii in latino e di nuvole d’incenso, di venti d’autunno e di foglie morte, in cui si vaga ricordando i martìri che i più hanno scordato».

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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Ernest Dowson: la poesia religiosa al tempo della “generazione tragica”



    di Luca Fumagalli

    Ernest Christopher Dowson è uno dei tanti poeti dimenticati di quel milieu decadente che W. B. Yeats ribattezzò “la generazione tragica”.

    Nato il 2 agosto 1867, dopo aver abbandonato Oxford senza una laurea in mano, lavorò per un periodo presso la fabbrica di spedizioni del padre frequentando nel frattempo il bel mondo artistico di Londra. Fu amico di Oscar Wilde e un fervente ammiratore dei simbolisti francesi, soprattutto di Verlaine – di cui tradusse i più famosi componimenti e a cui si ispirò ampiamente per i suoi – motivo per cui visse diversi anni a Parigi.

    Nel 1892 venne ricevuto nella Chiesa cattolica e da allora prese a scrivere vari componimenti a tema religioso. Al pari di quasi tutti i convertiti dell’epoca, almeno di quelli provenienti dal mondo letterario fin de siècle, Dowson era particolarmente attratto dalla bellezza estetica del rituale cattolico (ma ciò non sta per forza a significa che le sue intenzioni spirituali non fossero serie, anzi). Nella poesia “Extreme Unction”, ispiratagli da una scena di Madame Bovary, i gesti del sacerdote sono narrati con estrema precisione e lo sguardo del poeta non manca di indugiare sugli occhi, le labbra e i piedi del malato, segnati con l’olio sacro.

    Anche le suore e i monaci esercitarono su Dowson un misto di fascino e ammirazione per la loro coraggiosa scelta di dedicare la vita a Dio, rinunciando alle lusinghe del mondo. Lo dimostrano, ad esempio, le poesie “Nuns of the Perpetual Adoration” e “Carthusians”. La Fede era per lui un’oasi di pace, una parentesi di felicità in un’esistenza dominata dal peccato, e ai religiosi invidiava i loro chiostri dove «nessun rumore penetra e nessuna tentazione», e quell’altare presso il quale «vi è la pace».

    Dowson era considerato, insieme a Lionel Johnson e a John Davidson, uno dei membri più talentuosi del Rhymers’Club, un collettivo di poeti fondato da W. B. Yeats ed Ernest Rhys nel 1890. Fu anche un autore molto prolifico e oltre ai volumi Verses (1896) e Decorations in Verse and Prose (1899), pubblicò uno spettacolo in poesia, The Pierrot of the Minute (1897), e due romanzi, Comedy of Masks (1893) e Adrian Rome (1899), entrambi scritti in collaborazione con Arthur Moore. Peccato, però, che le sue liriche cristiane non possano competere, per qualità, con il resto della sua produzione.

    Tuttavia c’è un componimento, “Benedictio Domini”, che emerge, come eccezione, per la singolare bellezza che sfugge ai triti canoni dell’estetismo cattolico in versi: in una chiesetta male illuminata – forse Notre Dame de France, nei pressi di Leicester Square, dove l’autore si recava abitualmente a messa – un vecchio sacerdote benedice con mano tremante i fedeli, mente fuori un vociare indistinto descrive l’indifferenza di un’umanità che ha rinunciato a Cristo.

    Quando Wilde seppe della morte prematura di Dowson, avvenuta il 23 febbraio 1900 a causa della tubercolosi, scrisse: «Era un compagno ferito, povero e meraviglioso, una tragica riproduzione di tutta la tragica poesia, come un simbolo o una scena. Spero che le foglie di alloro vengano poste sulla sua tomba, e anche di ruta e di mirto, perché sapeva cos’è l’amore».

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    Predefinito Re: Anglica catholica

    Sant’Elena e il ritrovamento della Vera Croce in un romanzo di Evelyn Waugh



    Al contrario di quello che sosteneva lo stesso Evelyn Waugh, Elena (Helena) non è affatto il suo romanzo migliore. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1950, è uno studio sulla vocazione, sulla misteriosa azione della grazia divina, un percorso tematico già iniziato dallo scrittore inglese con Ritorno a Brideshead e Il caro estinto, e che sarebbe proseguito negli anni successivi con la trilogia Uomini alle armi, Ufficiali e gentiluomini e Resa incondizionata. Waugh traccia la storia di Sant’Elena, la madre dell’imperatore Costantino e colei a cui, secondo la tradizione, va il merito di avere ritrovato la Vera Croce di Cristo, come un percorso di crescita dal paganesimo della sua adolescenza in Britannia alla Fede dell’età matura, trascorsa a Roma e poi a Gerusalemme. In un’atmosfera da quadro preraffaelita, frutto della giustapposizione di una serie di scene iconiche, dove ogni persona si ritrova a essere pedina di un imperscrutabile progetto divino, si cerca, in altre parole, di dimostrare la verità storica che sta alla base della fondazione della Chiesa, un’idea che va ad innestarsi sul contesto, tipico in Waugh, del conflitto tra civiltà e follia selvaggia.

    In Elena a mancare è soprattutto un’adeguata caratterizzazione psicologica dei personaggi principali e pure la trama soffre a causa di un ritmo ballerino e delle frequenti ellissi temporali tra un capitolo e l’altro, a volte di parecchi anni. Inoltre gli intenzionali anacronismi, pensati da Waugh con lo scopo di sottolineare come la vicenda narrata sia così significativa da risultare ancora attuale, raramente sono azzeccati (in questo senso l’esempio più illuminante è la profezia dedicata a Napoleone in esilio a Sant’Elena, intrigante nel proposito ma decisamente fuori luogo). Vi sono momenti ispirati – su tutti la morte di Fausta e il brillante epilogo – che rivelano il talento di un prosatore d’eccezione, ma, al pari della Vera Croce, troppo spesso sono sepolti sotto mucchi di prosa residuale, scorie di frasi piatte e monotone.



    Qualche critico ha parlato del libro come di un esperimento di “postmodernismo” o di “metafiction”, e di certo, al netto della protagonista femminile e dell’ambientazione romana, Elena ha poco a che spartire con analoghi romanzi storici quali Fabiola di N. P. Wiseman e Callista di J. H. Newman. Il racconto di Waugh, oltre ad aver luogo in un’epoca successiva rispetto a quella dei martiri – un periodo frequentato dai romanzieri cattolici d’Inghilterra anche per le evidenti analogie con il XVI secolo – mostra il trionfo del cristianesimo in termini non così esaltanti, tanto che la sua amara ironia non risparmia nemmeno il grande imperatore Costantino, ritratto come un uomo pieno di sé e «dalla mente offuscata». Più in generale Elena dà l’impressione di risolversi in una strana amalgama delle convinzioni storiche e religiose del suo autore, una sintesi con grandi potenzialità, ma il cui risultato, quantunque interessante, non può lasciare pienamente soddisfatti.

    A dispetto delle concessioni al pittoresco, il ritratto della Roma del IV secolo che ne emerge rimane comunque efficace, quasi fosse un’allegoria graffante e disincantata della condizione umana.

    L’impero romano – come l’Inghilterra dei “Bright Young Things” che fa da sfondo ai romanzi più famosi di Waugh – è un mondo abitato da imbecilli, vigliacchi e perdigiorno che trascinano stancamente le loro vuote esistenze, inebriati dal vino e del tutto ignari del puzzo di decadenza che si respira a ogni angolo di strada. È disarmante la rapidità con cui i sovrani si succedono al trono, vittime di ribellioni o congiure di palazzo, e come il matrimonio sia ridotto a mero strumento politico, privo del benché minimo amore (e delle mogli, quando non servono più allo scopo, ci si disfa senza troppi complimenti). Le grandi imprese eroiche di cui ci si vanta intorno a tavole imbandite sono solo fantasiosi ricami della mente, ad uso e consumo del popolino, trucchi per imbellettare il volto cadaverico di uno stato vicino al collasso. Tra le righe è evidente la decisa antipatia che Waugh provava nei confronti della posizione illuminista di Edward Gibbon, lo storico che con grande influenza accreditò nei suoi scritti la rovina dell’Impero romano alla diffusione del cristianesimo. Vi è un passaggio, in particolare, in cui l’offesa si fa esplicita, quando il famoso retore Lattanzio parla degli studiosi apostati dall’anima ferina, «e accennò col capo al gibbone che tormentava la sua catena d’oro e schiamazzava per avere un frutto». Poi prosegue: «Un uomo del genere potrebbe prendersi il gusto di denigrare i martiri e scusare i persecutori. E anche se confutassero le sue tesi mille volte, la gente ricorderebbe i suoi scritti dopo che le confutazioni fossero dimenticate».



    In un ambiente dai colori desaturati, dove a trionfare è il cinismo, Sant’Elena è l’unica a brillare. Se da giovane sognava un’esistenza eccezionale come quella dell’omonima regina omerica, con il passare degli anni e le delusioni di una vita amara l’Imperatrice matura in una donna umile, semplice, che ha poco a che spartire con le altezzose patrizie romane. Nella sua adesione al cristianesimo rivela una profonda esigenza di ragionevolezza, di concretezza storica, un atteggiamento che spiega pure la passione con cui darà il via alla campagna archeologica a Gerusalemme. Al marito Costanzo Cloro, che le racconta la storia di Mitra, Elena domanda: «Dove? Sì, dove è successo?». Stessa cosa accade col maestro gnostico, con il suo Demiurgo e i suoi Eoni: «Quello che vorrei sapere è: quando e dove è avvenuto tutto questo? E voi come lo sapete?». Come scrive Marta Sordi, «alle religioni cosmiche, fondate su simboli e su elucubrazioni teologiche, Elena oppone l’esigenza razionale […]; è l’esigenza da cui scaturisce la storia e a cui il cristianesimo, religione fondata su un avvenimento storico, […] risponde pienamente. Nel cristianesimo la storia ha una funzione affine a quella dei cosiddetti preambula fidei: l’esigenza storica rappresenta la preparazione dell’Elena del romanzo alla Fede».

    Sant’Elena, la cui figura è modellata su quella di Penelope Betjeman – la dedicataria del romanzo – nella visione di Waugh diviene quindi una patrona per gli intellettuali e per i “ritardatari” della Fede, quegli ultimi venuti a cui è comunque concesso il Regno dei Cieli. La descrizione del suo percorso di conversione, lento e ponderato come quello dello scrittore, dal punto di vista narrativo è il punto più alto del romanzo, uno degli aspetti che anche mons. Ronald Knox apprezzò maggiormente.



    Una volta conquistato, il cristianesimo va difeso sia dai nemici esterni, ovvero da quei barbari pagani che minacciano il limes, che da quelli interni, siano essi gli ariani o i modernisti del Novecento. La somiglianza tra questi è ravvisabile nel commento che una filoariana fa del Concilio di Nicea, trionfo della tradizione cattolica: «Nessun vescovo qui in Occidente ha idee nuove in testa. Si limitano a dire: “Questa è la Fede che ci è stata insegnata. È quello che si insegna da sempre. Punto e basta”. […] Non si rendono conto che bisogna camminare coi tempi. […] Quello che gli hanno insegnato poteva andare benissimo nelle catacombe, ma adesso abbiamo a che fare con un tipo di mentalità molto più sofisticata… Voglio dire, il progresso è inevitabile».

    L’idea di scrivere un romanzo su Sant’Elena era venuta a Waugh durante un suo viaggio a Gerusalemme nel 1935, calpestando quei luoghi della Terra Santa che avevano conosciuto anche i passi di Gesù. Il cristianesimo, infatti, non è vuota retorica, ma una speranza di redenzione per l’umanità che affonda le proprie radici nella concretezza del quotidiano. Ecco che allora il ritrovamento della Vera Croce, per parafrasare il finale di Elena, diventa un’unica, netta affermazione sopra tutte le chiacchiere di ogni epoca: «E in quella sola è la Speranza».

 

 
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