Secondo Gramsci il comunismo non è un semplice movimento politico che intende emancipare la classe operaia dallo sfruttamento capitalistico; è qualcosa di più e di diverso: è un movimento metapolitico che tende a porsi come l’erede storico del messaggio di salvezza universale del messianesimo giudaico-cristiano. La sua “eresia” consiste nel confidare unicamente sulla prassi rivoluzionaria, e ad essa assegnare la missione storica di edificare la Città dell’Uomo. Di qui il marxismo interpretato come “filosofia totale”.
di Luciano Pellicani – “Mondoperaio”, febbraio 1977, pp. 49-56.
La transizione al socialismo, così come è stata teorizzata da Gramsci, implica l’affossamento della società pluralistica e l’instaurazione della dittatura pedagogica degli intellettuali organici, il cui dominio ha il suo indispensabile supporto organizzativo nel centralismo democratico. Ed è proprio il centralismo democratico il “residuo leninista” che il PCI non ha ancora espulso dal suo seno. I suoi dirigenti e i suoi ideologi più aperti alle istanze revisionistiche riconoscono che qualcosa deve essere modificato, e nel metodo e nella sostanza del modello operativo leninista, ma non accettano di compiere l’unico passo che può effettivamente riconciliarli con la tradizione liberaldemocratica che l’eurosocialismo ha incorporato e sviluppato: l’abolizione del centralismo democratico.
Nella relazione svolta al convegno organizzato da “Mondoperaio” il 20-21 luglio 1976, Norberto Bobbio osservava: “Il pluralismo, da qualunque parte lo si prende, è un corpo talmente estraneo alla tradizione marxista-leninista che non lo si può introdurre senza provocare uno scompaginamento di tutta la dottrina”[1]. E poi aggiungeva che ugualmente incompatibili fra di loro erano pluralismo e gramscismo, dal momento che nei Quaderni del carcere il moderno Principe è concepito come il depositario della verità della Storia avente il compito di imporre tale verità ai recalcitranti onde compiere la sua missione storica.
In effetti molti sintomi sembrano indicare che i dirigenti e gli ideologi del PCI si stiano rendendo conto che il “bacillo revisionistico”, una volta introdotto nel loro sistema dottrinario, tende a corroderne le fondamenta e a creare le condizioni di una vera e propria crisi di identità capace, alla distanza, di investire anche la base. Ed è proprio questa crisi di identità che essi intendono evitare. Ma, dal momento che hanno deciso di recuperare i valori essenziali della cultura liberal-democratica e gli schemi di pensiero propri della tradizione illuministica, che è essenzialmente una tradizione anti-scolastica e anti-teologica, si sono venuti a trovare di fronte a un compito contraddittorio e, in definitiva, impossibile: conciliare l’inconciliabile, far coabitare entro lo stesso spazio sociale il principio di ortodossia e l’istanza revisionistica, recepire quello che di valido c’è nella civiltà occidentale e tuttavia rimanere in qualche modo legati al marxismo-leninismo.
In questo tentativo di salvare l’essenziale della loro identità, pur riconoscendo che quelle che Bobbio ha chiamato con felice espressione “le dure repliche della storia” impongono un ripensamento dell’ortodossia, Gramsci è diventato l’ultima linea difensiva: se anche essa crollasse, ciò che oggi separa l’eurocomunismo dall’eurosocialismo si ridurrebbe a ben poca cosa e le ragioni politiche e ideali della scissione di Livorno si volatilizzerebbero.
Si capisce agevolmente, allora, perché i comunisti sono costretti a dare un’interpretazione del pensiero gramsciano tale che i suoi legami organici con il leninismo siano recisi in maniera indolore. Esemplare a questo riguardo è la lettura proposta da Luciano Gruppi[2], che può essere così sintetizzata: nei Quaderni, Gramsci, riflettendo sulle cause della sconfitta del progetto rivoluzionario nella Terza Internazionale, compie, senza quasi rendersene conto, una sorta di “rotazione teorica”, grazie alla quale egli, pur partendo dal leninismo, pone le premesse per il suo superamento dialettico. Il gramscismo, pertanto, sarebbe, più che un leninismo “aggiornato” e “adattato” alla tradizione culturale europea, un leninismo “trasfigurato”.
Di fronte a questa interpretazione, in virtù della quale Gramsci viene a svolgere il ruolo di “ponte ideologico” fra bolscevismo e l’eurocomunismo, si capisce perché Massimo Salvadori abbia parlato, e giustamente, di “sapienza cattolica” e di “clericalismo marxista”[3]. Come nella Chiesa cattolica ogni correzione dell’ortodossia è sempre stata presentata come una reinterpretazione dei sacro-santi testi e mai come una rottura, così nel PCI le letture del pensiero gramsciano si sono susseguite le une alle altre, senza far mai mostra di correggerne la sostanza e di adulterarlo con elementi ad esso estranei. Naturalmente l’ultima interpretazione è quella giusta, mentre quelle precedenti sono sempre erronee, di modo che il Partito può in ogni momento percepire la sua azione, quale che essa sia, in accordo con i princìpi fondamentali della dottrina. In tal modo, paradossalmente ma tuttavia logicamente, il movimento che è nato per realizzare la filosofia (marxiana) di fatto ha continuamente adattato i testi alle scelte tattiche e strategiche, subordinando spregiudicatamente la dottrina alla prassi, senza comunque mai dirlo esplicitamente, anzi dando a intendere di derivare la seconda dalla prima.
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[1] N. Bobbio, Questione socialista e questione comunista, in “Mondoperaio”, 1976, n. 9, p. 47.
[2] L. Gruppi, Il concetto di egemonia, in AA. VV., Prassi rivoluzionaria e storicismo in Gramsci, Quaderno n. 3 di “Critica Marxista”, 1967 e Il concetto di egemonia in Gramsci, Editori Riuniti, Roma 1972. Ma si veda anche F. Rodano, Sulla politica dei comunisti, Boringhieri, Torino 1976, ove il gramscismo è presentato come il corpus teorico che ha permesso a Togliatti di recuperare il PCI nei valori della democrazia occidentale, dai quali lo aveva allontanato il processo di bolscevizzazione.
[3] M. L. Salvadori, Gramsci e il PCI: due concezioni dell’egemonia, in “Mondoperaio”, 1976, n. 11, p. 68.





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