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Discussione: Antonio Simon Mossa

  1. #1
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito Antonio Simon Mossa

    Per l’enorme importanza che la personalità di Antonio Simon Mossa ha rappresentato e tuttora rappresenta nel panorama politico e culturale della Sardegna e aggiungerei dell’Europa, apro questo thread col quale condividere testimonianze e scritti non facilmente reperibili.
    Considerato il teorico dell’indipendentismo sardo contemporaneo, è stato un profeta e precursore, una guida politica lungimirante ed originale senza pari.
    In tutti i campi della poliedrica attività in cui ha profuso il suo impegno, dall’architettura al cinema, dalla militanza politica al giornalismo, dalla letteratura alla musica, dalla conoscenza delle lingue alle trasmissioni radiofoniche, ha lasciato segni indelebili, aperto nuove strade e tracciato solchi in cui far crescere consapevolezza e bellezza.
    La prima volta che sentii parlare di Antonio Simon Mossa fu a Milano, nella seconda metà degli anni ’70, a casa di Giovanni Columbu (dove conobbi anche Michele Columbu e la Sig.ra Simonetta Giacobbe) il quale mi mostrò un fascicoletto ciclostilato del MIRSA (Moimentu Indipendentistigu Revolussionariu Sardu). Ne rimasi soggiogato. Successivamente ebbi modo di leggere quanto riportato da Sergio Salvi in “Le Nazioni proibite” pubblicato nel 1973, ed il fondamentale “Le ragioni dell’indipendentismo” ciclostilato dalla Federazione oristanese del PSd’Az nel 1978, e in seguito altri testi tra cui “L’autonomia politica della Sardegna 1965” Edizioni di “Sardegna Libera”.
    Ma ricordi personali a parte, rendo merito alla generosità di Giampiero “Zampa” Marras che una ventina d’anni fa mi fece avere le fotocopie delle testimonianze su Antonio Simon Mossa pubblicate dal quotidiano “La Nuova Sardegna”; in particolare l’inserto speciale del 18 agosto del 1971 per omaggiare la figura del grande Maestro dopo la sua prematura scomparsa, oltre ad altri interventi negli anni successivi sul medesimo quotidiano.
    Sono testimonianze straordinarie di personalità molto note della cultura sarda che hanno conosciuto da vicino Antonio Simon Mossa e pertanto preziosissime per evocarne lo spessore intellettuale e umano.
    Giampiero “Zampa” Marras è riconosciuto “l’erede politico”, il discepolo per eccellenza di A. Simon Mossa, sicuramente colui che ne ha tenuta viva la memoria e divulgato la conoscenza.
    Ciò che segue sono gli interventi contenuti nell’inserto speciale citato.
    Da allora sono trascorsi ben 48 anni, quei testimoni ormai scomparsi; ma la forza e i contenuti di quelle descrizioni risultano più che mai attuali.

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  2. #2
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    La Nuova Sardegna

    Mercoledì 18 Agosto 1971

    Omaggio a Antonio Simon Mossa

    Questo inserto speciale de «La Nuova Sardegna» è stato realizzato con la collaborazione di Giampiero Marras.
    Giampiero Marras e Michele Columbu, due tra i più stretti collaboratori di Antonio Simon Mossa, stanno curando la raccolta in volume, quale contributo alla battaglia dei Sardi, degli scritti più importanti di Simon. L'opera verrà pubblicata col contributo della Regione sarda.


    «Quando un popolo non ha i poteri di autogovernarsi e decidere il suo avvenire esso perde non soltanto la libertà collettiva e comunitaria, ma anche quella individuale».


    ANTONIO SIMON MOSSA




    Testimonianze di:

    Camillo Bellieni.
    Sassari Agro, li 15 luglio 1971. Brano tratto da una lettera indirizzata agli amici della sezione di Sassari del Partito Sardo d’Azione.

    Giovanni Battista Melis.
    IL POLITICO. Un combattente per la Sardegna.

    Salvatore Leoni (pastore).
    Una Sardigna indipendente libera e abberta a su mundu.

    Vico Mossa.
    L’ARCHITETTO. La rivincita della fantasia.

    Giuseppe Melis Bassu.
    IL PUBBLICISTA. Un uomo di idee.

    Fiorenzo Serra.
    NASCITA DI UNA VOCAZIONE (ovvero la vocazione del cinema).

    Michele Columbu.
    UN ESEMPIO ANCHE NELLA MORTE.

    Mario Melis.

    L’EUROPA DELLE COMUNITA’.

  3. #3
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    Una vivida luce si è spenta, ed essa illuminava l’intera isola di Sardegna. Tecnico insigne, personalità di cultura universale, consapevolezza umana adamantina, Antonio Simon Mossa non è più fra noi, colpito da un destino inderogabile, perché si tratta proprio di destino.
    Resta la sua opera in pro dell’isola, in particolare per la provincia di Sassari, la sua attiva partecipazione ai lavori amministrativi del consiglio comunale di Porto Torres, l’organizzazione della federazione distrettuale del Partito Sardo d’Azione di Sassari, la fiducia che inspirava a tutti coloro che seguivano gli ideali dell’autonomismo, come principio individuale di autoresponsabilità dell’operare a favore delle genti sarde.
    Nella tradizione del sardismo rimangono ora gli antichi compagni dell’antica schiera, uomini d’altissima cultura e di integerrima saldezza di propositi e i giovani che hanno portato al partito una ondata di generoso entusiasmo, per riconfortarci nel ricordo del prode scomparso, sul carattere perenne dei valori del pensiero sardo, nel grido di «forza paris!» della Brigata Sassari, lanciata all’assalto sotto il crepitare delle mitragliatrici di un nemico, custode pur esso di una luminosa tradizione, nella quale rifulgono il pittore Klimt, e l’architetto Adolfo Wagner, uno degli ispiratori della splendida tecnica costruttiva del nostro, sempre presente, Antonio Simon Mossa.


    CAMILLO BELLIENI

    Sassari Agro, lì 15 luglio 1971


    Brano tratto da una lettera indirizzata agli amici della sezione di Sassari del Partito Sardo d’Azione

  4. #4
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    IL POLITICO
    Un Combattente per la Sardegna


    Il ricordo di Antonio Simon Mossa non può ancora assumere fisionomia per valutazioni in termini pacati: è troppo attuale il tormento sentimentale di quel che Egli ha rappresentato. Le mani tese nella stretta affettuosa, il discorrere vibrante per l'esaltazione degli ideali, la solenne riaffermazione della amicizia come il più alto patrimonio di una vita vissuta per servirla in fraternità, le invettive contro la cattiveria e la slealtà degli uomini, la tenerezza infinita rivolti ai suoi cari, trepidi, intorno al letto della sua sofferenza, infine la battuta (del saluto finale in termini di ottimistica e squisita verve sassarese, segnano la statura d'un Uomo che, demolito in ogni risorsa fisica, ha saputo esprimere di sé, fino al trapasso fatale, la luce di spiritualità che rimane in noi come testimonianza e documento della humanitas di Antonio Simon Mossa.

    Figlio di Italo Simon scienziato insigne, emerito professore dell’Università di Pisa, e di Anita Mossa, sorella di Renzo Mossa, professore di diritto commerciale e maestro di vita per generazioni di universitari, trasse, da tanto esempio, il gusto della cultura, e la sensibilità per i problemi nutriti nella serietà sostanziale degli studi. Antonio Simon Mossa si laureò a Firenze,
    tra i primi quattro architetti espressi dalla Sardegna che ha onorato nella nobiltà geniale delle soluzioni, inspirate dall'arte interpretata con senso di poesia e di genuina fedeltà alla matrice: la Sardegna!: il suo mondo, valorizzato e fuso nelle realizzazioni pur rispondenti alle tecniche più moderne e funzionali.

    Nelle varie estrinsecazioni della sua personalità, versatile e fervida, fu tra i primi redattori di Radio Sardegna, all'inizio, ed aiuto regista con Genina nella preparazione di un film. Poliglotta, (parlava correntemente otto lingue: spagnolo, inglese, russo, tedesco, francese, greco, arabo, oltre che il Sardo in tutte le sue sfumature locali) viaggiava con facilità nel mondo, ovunque, approfondendo problemi, creando legami e profonde amicizie, messaggero, inappagato ed ansioso, del nostro piccolo Popolo Sardo, i cui palpiti di tormento, dal profondo del cuore, esprimeva, per suscitare fermenti di solidarietà, per stabilire negli incontri, confronti fecondi di lotta per le vie nuove, che dessero modo ai Sardi di uscire dal chiuso di una solitudine amara ed infeconda, e sfuggire alla mortale stretta collettiva che ha disperso finora 300 mila emigrati nel mondo, tutta la gioventù. Una generazione, malgrado ogni disperato empito di nostalgia e di ritorno, chiusa e costretta a parlare, a diventare, sotto gli occhi dei padri, tedesca, olandese, nei figli perduti per la civiltà ed il progresso dei sardi.

    Ed esplode in Antonio Simon Mossa, nella consapevolezza della ingiustizia d'uno Stato che non sente il richiamo ai doveri della giustizia, di fronte allo Stato Italiano che è ad un secolo dall'Unità fasulla, antitesi dello spirito e della coscienza risorgimentale, in uno Stato fratturato nelle due Italie, la coscienza dell'ingiustizia. La Sua protesta, alta oltre ogni compromesso, è il «sardismo».

    Non vi sono due Germanie, due Svizzere, due Francie, ecc., una progredita e l'altra costretta alla vita disperata e alla dispersione nel mondo che disarticola le famiglie, distrugge le tradizioni, disperde fin dalle radici un Popolo: vi sono due Italie.

    Non a caso gli uomini più rappresentativi, gli ingegni eletti e più altamente qualificati hanno militato nel Sardismo che ha avuto il suo grido di raccolta nel « Forza Paris» dell'esperienza tragica delle trincee, in terre d'oltremare. Quella Sardegna si è esaltata negli studi e nelle cattedre universitarie di Efisio Mameli, di Armando Businco, nell'ispirazione degli artisti, dei letterati, dei poeti, di pensatori e storici come Camillo Bellieni, di ingegni quali Puggioni, Sale, Sotgiu, Spanedda, Oggiano, Mastino, dei caduti per la libertà di Spagna come Zuddas o Martis, o delle vie cittadine nel 1922, come Efisio Melis e Cesare Frongia, dei condannati nei tribunali speciali come Fancello, Pintus o Tinti, e tanti e tanti altri che dovremmo ricordare per la storia civile d'un Popolo, uno per uno per insegnare agli immemori, che la battaglia in nome della Sardegna ha avuto i suoi combattenti in grado eroico, in una visione di giustizia e libertà di valore universale ed umano: i molti che per sfiducia e per adattamento hanno rinunciato alla lotta ne hanno sentito e sofferto l'abbandono come l'isterilimento del primo amore.

    Ma Antonio Simon Mossa non sapeva disertare: forte animo, alto ingegno, ha dato alle generazioni l'esempio per i sardi, senza amici, mercanteggiati nel mondo dalla classe dirigente, condannati per rassegnazione o sottomissione al disastro collettivo del fuoruscitismo, dell'esodo forzato di tutta la gioventù, delle vie della lotta: l'intransigenza morale, nel disinteresse, nel sacrificio personale senza aspettazioni carrieristiche o successi di cassetta: in un mondo e in un momento in cui tutto si deteriora nelle simoniache e fraudolente risorse dello intrigo farisaico, da cui è ignorato questo nostro Popolo, il suo anelito di giustizia, muore ogni sussulto di rivendicazione civile, che invece nel mondo è posto ed imposto nel mondo più dinamico dalle genti più primitive dell'Africa o dell'Asia.

    Antonio Simon Mossa ha gridato ai Sardi la sua volontà di lotta, l'ha posta, per vincere l'asfissia progressiva come un traguardo, verso la realtà progrediente e fatale dell'Europa delle Regioni che sorge nel superamento delle barriere nazionalistiche: hanno impedito alla nostra grande Isola di entrare in circolo coi valori autentici della sua gente, nelle tradizioni dell'etnos meraviglioso del passato, della genialità sarda, ma anche colla sul economia, sempre sottomessa, ad onta della povertà, a sfruttamento colonialista di chi ha fatto scavare dagli operai, condannati alla silicosi, le miniere per poi trasformare e lucrare altrove col minerale la ricchezza della Sardegna, porta via i nostri vini nel ruolo sottostante di vini da taglio, così per tutte le culture precoci e specializzate della nostra agricoltura, dei sugheri e dei formaggi.

    Antonio Simon Mossa fu militante nel Partito Sardo d'Azione ed in posizione di prima linea dal 1961 in appagamento del senso missionario della Sua fede: nel 1965 eletto, nel Congresso di Ozieri Direttore per la Provincia di Sassari e nel Congresso Regionale del 1968 membro del Comitato Centrale e successivamente, secondo le norme del nuovo Statuto che Egli aveva contribuito ad elaborare, Dirigente del Distretto di Sassari.

    Spesso candidato ad elezioni a tutti i livelli, eletto consigliere comunale di Porto Torres, pur contando su una eccezionale popolarità ed estimazione, non sollecitò un voto: pago di agitare l'idea coll'intransigente visione delle mete finalistiche e di fondo, per porre, per le nuove generazioni, le basi ideologiche d'una lotta storica di cui espresse i lineamenti limpidamente, e sui quali, se studiosi consapevoli e profondi, dovremo ritornare.

    In questa concezione moderna del divenire socio-economico, in cui solo si può ritrovare la Sardegna capace di una difesa di rinascita, Egli cercò le intese con le minoranze combattive ed oppresse dei vari Stati europei: e fu amico e in contatto continuo con i Baschi, coi Catalani, coi Bretoni (che accolsero a fischi il compaesano De Gaulle) cogli scozzesi, coi Corsi, cogli Alsaziani, coi cui esponenti, ad alto livello, aveva divisato di fare un congresso in Sardegna che è nostro dovere realizzare e sul cui significato e importanza, convengono autorevoli esponenti di tutti i Partiti in Sardegna fatti certi, ormai, che l'Isola ha bisogno di rompere gli argini e di aprire orizzonti dinanzi a sé, se vuole attingere a conquiste di avvenire e di dignità civile.

    Questo è stato Antonio Simon Mossa: generoso, insonne, purissimo combattente, maestro di coscienza e di lotta politica e purissimo idealista, nella trasparenza spirituale che ha lasciato per tutti un esempio luminoso e imperituro.

    Simon Mossa, nel senso più moderno e civile era e rimane un rivoluzionario, consapevole che i diritti di giustizia costituiscono un traguardo irrinunciabile, soprattutto nell'epoca esplosiva della terza rivoluzione industriale. E solo in questa consapevolezza virile che rende giustizia a chi è capace di attingerne gli obbiettivi, acquista un senso l'Autonomia, oggi devitalizzata per colpa ed incomprensione di uomini e partiti che hanno creduto di poter operare, nel corpo vivo della Sardegna e del Suo Istituto di Rinascita, amputazioni che l'hanno demolita e ridotta, ancora una volta, alle supine acquiescienze ai diktat del colonialismo che quei grandi Partiti di cui i Sardi autolesionisti sono la ultima appendice elettorale, ridotta perciò alla primitività agro-pastorale ed al nomadismo per piatire un umile lavoro, lontano là dov'è l'industria, sulle vie della disperazione, chiusa ad ogni speranza.

    L'alta coscienza ribelle di Antonio Simon Mossa è una luce a cui le giovani generazioni, ribelli ai fatti estranei al nostro divenire, dovranno guardare per sentire l'empito profondo di una battaglia d'avvenire: l'avvenire della Sardegna che non vuole, e non deve, morire.

    Antonio Simon Mossa è innanzi a noi, colla bandiera dei Quattro Mori: segnacolo di riscossa.


    Giov. Battista Melis
    Ultima modifica di Su Componidori; 08-04-19 alle 09:57

  5. #5
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    Una Sardigna indipendente
    libera e abberta a su mundu

    LULA, agosto

    Antoni Simon Mossa no 'es prus chin nois. Ma est presente su matessi. E hata a èssere semper presente tra sos Sardistas, sìene o no de su Partitu Sardu. Pro sa Sua bonitate, pro su Sou animu generosu, pro sa Sua cultura, pro sa Sua vasta connoschènzia de Pàpulos e de Limbas e pro sa Sua «filosofia » in su fine úrtimu, isolanu e universale, de sa « Comunitate » e de sas « Comunitates » Etnicas, de redenzione pro opera pròpia, intro de sa Federazione Europea, mediterranea e mundiale.

    « Nois credimus in sa Sardigna, in s'autonomia politica de sa Sardigna, anzis credimus "solu" in issa ».

    Chin s'iscumparsa de Eleonora d'Arborea, iscumparit s'idea, e comente si non diat abbastàre s'aspirazione pro s'Indipendenzia, e i su matessi Angioj, in sa gherra contra de su Feudalesimu, non nat mai o non nata in modu craru de Repubblica Sarda. E i sa suttamissione, s'indifferenzia àchene su clima de sas populaziones de s'Isula, diventande, a manu a manu, aragonesas, ispagnolas, piemontesas e italianas. Clima su matessi de oje. Cussiderare e pessare.

    Sas origines, sa cultura, s'arte, sos costùmes, sa vera anima sarda in su truncu naturale de sa Sardigna. Valores primos de dirittu de pònnere in su primu postu, sa base de umbe partire, sa Sardigna, in sos caminos de sa Civiltate moderna chin d'una Civiltate pròpia differente, comente differente est dae cale si siat, in cada parte sua, etnica, istorica e geografica. Su matessi in sa limba, chi sa limba italiana, divènnita ufficiale puru pro nois Sardos, est importata, e pro tantu, « furistera ».

    A pustis de Eleonora, Antoni nata e iscriete, francu e craru, sa paraula infamata - chi paret siat semper gai in sos pòpulos serbitores e coloniales - Sardigna Indipendente, chi solu in Issa si deven chircare - e sunu - sos fattores de sa rinàschita in manera secura e duratura. Solu, finas solu, in sa marea generale de sa zente, chi cundannat custa « filosofia » comente antistorica, Simon Mossa nde àchete su credo politicu e de custu si àchete defensore e banditore.

    Istudiat Malta i sos Bascos, sa Corsica e i s'Altu Adige, sa Provenza e i s'Irlanda, sas Comunitates Etnicas ispartinatas in sa terra, e acàtat in ìssas sas matessis bideas, in sa diversitate, e sas matessis aspiraziones de s'Isula Sua; pro poter affirmare, a sa fine, chi su Sardismu, sutta de àteru lùmene, s'acàtat sentitu, indestruttivile, in totus sos pòpulos de sa terra. Un'opinione dominante, sicùndu nois non sincera pro non narrer una prova de vilesa: cust'ideologia e custa «filosofia» conduit a s'isolamentu e a su nichilismu e a s'impossibilitate de àcher parte, zente e territoriu, de sas prus mannas relaziones tra sos hòmines de sa terra, de iscambios e de ischire cun su restu de su mundu.

    Simon Mossa - comente pro milli e millioner de vias er natu e iscrittu in sa duttrina sardísta - hat lessu in sos libros de donzi Paese, dimustrande, prezisamente, chi su Sardismu tènete a funnamentu sas relaziones e i s'ischire chene frontieras; e partinde, non dae una Sardigna serrata comente est semper istata ed er galu oje, ma de una Sardigna libera e abbèrta a sos iscambios de zente, da mercese e de ideas.

    « Chin s'autonomia politica, non hata a cùrrere securamente, in sos rios nostros, latte e mele. Ma non b'hata àtera via pro hàere su latte e i su mele ».

    Est totu una trèma de bìnchere e de superare: s'indifferenzia, sa passivitate. Hàer sa voluntate dezisa de risorgere chin su traballu, chin s'istudiu, chin su sacrifiziu.

    « Ma sa Sardiana non potet bíver dae sola ».
    Nessunu Paese potet bíver dae solu. Cala si siat Nazione, ricca e potente cantu siat, non potet bìver dae sola. Sa legge de s'autarchìa, custa si ch'est antistorica e contra sa natura. Custu hat natu Simon Mossa e si a custu li nana « separatismu », eddùcas, de su separatismu - o, menzus, de l'indipendentismu - nde àchet, sa pròpia bandera.

    Un'Ideologia e un'Utopia - custa - troppu reale, ma troppu lontana pro sos Sardos de oje. In donzi modu Antoni hat ghettatu su sèmene chi àteros han'a coltivare. E àteros hana a gollìre e a godíde sos fruttos da cuddu sèmene ispartinatu dae Simon Mossa: de una Sardigna Indipendente, ricca, civile e digna.

    Grazia, Antoni! S'Utopia Tua hata a èsser sa nostra, comente sa bandera Tua, chi T'hamus imbolicatu in su baùle, pro la tenner in artu, semper prus in artu, oje e crasa, comente l'has tènnita Tue.

    Salvatore Leoni
    pastore


    NOTE: «Ispartinàtas» = sparse; «lessu» letto; «trèma» = diga, barriera.

  6. #6
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    L’ARCHITETTO
    La rivincita della fantasia

    L'amico Costantinof P. Nedelco, di Sòfia, un lontano giorno del 1938 venne ad annunciarmi che era giunto da Firenze, per frequentare il terzo anno della facoltà romana, un altro sardo di nome Mossa. Risposi con manifesto scetticismo, perché i Mossa quanto gli architetti o aspiranti-architetti in Sardegna erano allora molto pochi: che lui, pervia della lingua, certamente ave. va capito male; ma insistette, sicuro di sé. Fu così che conobbi, di li a qualche giorno, Antonio Simon-Mossa, tramite il collega straniero. Diventammo subito amici e mi confidò che gli piaceva avvicinare gli stranieri, « come questo caro pastore bulgaro ».

    Trasferitosi, l'anno successivo, nuovamente all'università di Firenze, andai a trovarlo un po' prima che mi laureassi e mi mostrò uno dei suoi primi progetti: una casa unifamiliare, asciutta, all'uso toscano. Sembrava quasi un programma per lui, che sin da allora prediligeva l'architettura domestica, in scala umana, e detestava quella piacentiniana, monumentale, tutta archi e colonne. Disprezzava anche l'urbanistica, che era solito definire «la pseudo-scienza». Ci saremmo incontrati presto a Sassari - dove lo mi sarei recato per la prima volta - naturalmente, guerra permettendo. Era davvero cosa singolare che, entrambi non sassaresi, quasi coetanei, con un cognome in comune, ci saremmo incontrati a Sassari per svolgere una professione allora presso a poco sconosciuta in Sardegna (io e lui fummo, rispettivamente, il terzo ed il quarto sardi a laurearci in architettura). Abbiamo svolto assieme diversi lavori e partecipato a concorsi. Molta gente, perciò, ci scambiava con facilità.

    In quegli ami, non si batteva un chiodo, e pertanto facevamo di tutto un po'. Egli stette anche per breve tempo al Genio civile, ove continuò a detestare l'architettura « fascista », che sopravviveva burocraticamente al fascismo; e irrideva a quanti scambiavano per moderno la semplificazione di forme in architettura.

    Qui in Sardegna, ove gli architetti per vivere sono costretti a fare un po' di tutto: gli urbanisti, gli architetti, gli arredatori, gli scenografi, gli insegnanti e via dicendo, Simon voleva in principio dedicarsi all'arredamento, che era congeniale alla sua fantasia e al suo gusto. Ma quando si risolse a pubblicare un'inserzione sul quotidiano locale, la gente dei paesi bussava alla porta di casa, ché voleva vedere « le camere » e i letti a due piazze...

    Si finisce, cosi, per fare le cose che piacciono meno, o meglio, non si fanno quelle cose che piacerebbero di più. All'infuori della" « l. Mostra regionale dell'artigianato, delle piccole industrie e delle materie prime della Sardegna » - che allestimmo insieme a Sassari, nel 1950, e di una Mostra di vini e dolci sardi promossa dalla Camera di commercio, non ne ricordo altre curate da lui (che si era in quelle occasioni. divertito un mondo); e ricordo una sua grande, magnifica scenografia da pueblo espanol, allestita al giardini pubblici per il più splendido festival di Ferragosto, voluto dal sindaco Pieroni.

    Il folklore lo affascinava come esiti di civiltà: dall'entusiasmo per le prime cavalcate di maggio nacque, infatti, il Museo del costume di Nuoro. Affiorava in lui di quando in quando la passione giovanile per il cinematografo: più che per la scenografia, per la regia, il pretesto, cioè, per far muovere tanta gente. Era un impareggiabile accompagnatore di registi e cinematografari per i films di ambiente girati nell'Isola, Gli piaceva mettere in subbuglio i paesi, per scuotere un po' gli abitanti « addormentati ».

    * * *
    Agivano in lui architetto una componente razionale - spinta talvolta alla estreme conseguenze - ed una componente di tutt'altra origine, che determinò il lavoro suo più apprezzato. Amava incommensurabilmente la nostra gente, ogni sua manifestazione: le attribuiva, anche qualità che i Sardi non hanno mai avuto o che da secoli hanno perduto, come per esempio quella di grandi costruttori. Quando pubblicai i due volumi sull'architettura minore isolana, fu preso da una sorta di eroico furore (cfr.: «La Nuova Sardegna» del 26 gennaio 1958, III pag.). Da allora, si preoccupò di trovare modi autoctoni di espressione.

    All'amore per la Sardegna aggiunse l'amore per la Spagna, in particolare per la Catalogna. Credette di soddisfare a questi due amori facendo sovente ricorso ad elementi comuni forse soltanto In apparenza o per puro fenomeno di convergenza, quali l'uso dei loggiati con l'arco a pieno centro, il patio fiorito e l'irrorazione del latte di calce. Affascinato dagli azulejos, fu certamente l'architetto che in Sardegna impiegò maggiormente le formelle maiolicate. Creò una formula compositiva, che piacque per la naturalezza con cui la applicava.

    I modi razionali (Scuola di S. Gavino Monreale, Brefotrofio di Sassari, Ospedale marino di Alghero, sede dell'Automobile Club di Sassari, Aerostazione di Alghero-Fertilia, ecc.) venivano da lui stesso sopraffatti da quei modi che per intenderci meglio chiamiamo folkloristici, attinti alla tradizione del Campidani, sempre presenti in quei temi in cui doveva trasparire una maggiore sardità, ossia nella casa unifamiliare e in quella per ospitare i forestieri, ossia l'albergo.

    Questa sua apparente contraddizione è chiaramente leggibile in una delle opere più note e fra le più compiute: il primo, piccolo Hotel El Faro, presso la Torre di Porto Conte, era ispirato a puro razionalismo; allorché ebbe l'incarico dalla Società della Parabola d'Oro di ampliarlo e di modificarlo, segui la via della caratterizzazione secondo quanto gli era più congeniale: ispirandosi a partiti costruttivi delle «Lolle» di Assemini, sortì un edificio razionale e accogliente, che piacque agli ospiti del primo vero boom turistico di Alghero: era un albergo che si attagliava alla cittadina « catalana ».

    Da allora, i complessi ricettivi con questi modi andarono moltiplicandosi: a Santa Teresa, oltre tre alberghi, complessi di villette; ad Alghero, la sua città prediletta; dove aveva iniziato con l'albergo « La Lepanto », a « El Faro) » seguirono l'Hotel di Capo Caccia (ed il complesso residenziale), la modifica all'Hotel dei Pini, quello di Punta Negra, ed altri; a Platamona, il villaggio Enal e l'Hotel del Golfo.

    Fra le numerose villette sparse lungo il litorale, la più notevole è la Villa Risso, in località Lazzaretto, nella rada algherese. Di inspirazione decisamente spagnolesca è l'edificio condominiale in Alghero, battezzato Palau de Valencia, non ha fatto in tempo a vedere ultimata una delle ' opere più impegnative, l'aerostazione di Alghero-Fertilia: con sottili elementi caratterizzanti, senza far ricorso a forme e materiali particolari, la si direbbe immaginata per un aeroporto andaluso. Per il ministero dell'Aviazione civile che la ha costruita, costituisce non solo la prima, ma il modello della serie in programma.

    Chissà l'Autore, con la sua scalpitante fantasia, quanti voli si era ripromesso di effettuare, tanto si divertiva viaggiando, alla scoperta di paesi singolari, di cose caratteristiche, bizzarre. Di profonda cultura, aveva la curiosità propria dell'uomo colto. Ha calalato le sue esperienze dei viaggi nelle architetture, soprattutto in qualità di capo équipe, per lo studio del comprensorio turistico orientale dell'Isola, promosso dal Centro di programmazione regionale.

    Io lo esortavo continuamente, dato che aveva la penna facile e brillante, a scrivere un libro diverso da tutti gli altri sulla Sardegna o, in via subordinata, sulle curiosità bizzarre scoperte in lontani paesi, come si divertiva a raccontare agli amici. Ma il romanzo dell'Isola egli ha voluto anziché scriverlo, disegnarlo con le sue creazioni architettoniche: incentrato su i Sardi contemporanei, che si riaffacciano finalmente al mare dopo secoli, con un volto moderno e antico insieme, puro come il bianco di calce.

    Allorché, una volta, gli feci notare che al posto delle campane, sui campanili delle chiese, oggi è invalso l'uso di far azionare gli altoparlanti, mi rispose che era cosa obbrobriosa, tuttavia meno grave dello stesso artificio messo in atto su i ripiani dei minareti delle moschee, per surrogare l'insostituibile, pigro muezzin. Egli, che aveva fiducia nell'avvenire. si rattristava quando scompariva qualcosa che aveva caratterizzato il passato. Si divertiva, perciò, presso quei popoli di antiche civiltà che, degradati al presente, come gli Arabi e gli Indios, conservano per tradizione cospicui esiti di quelle civiltà. In Africa settentrionale, ad esempio, si divertiva pazzamente assistere al negozio per la compravendita d'un asino, fra beduini senza fretta, o camminare gomito a gomito con la gente che affolla i bazars.

    « Fin che si faranno le corride, ci sarà vita », soleva ripetere, pensando agli spettacoli della plaza de toros, per lui i più begli spettacoli del mondo. Le architetture: il minareto, la moschea, il suk, il caravanserraglio, la casbah o la plaza de toros erano per lui solo i supporti o le quinte per la gente che si agita nella preghiera, nel mercanteggiare, nell'utilizzo del tempo libero.

    Il caleidoscopio dei paesi e dei popoli pittoreschi era sempre presente nei suoi discorsi e nel suoi scritti, nei suoi paradossi. E la Sardegna ed i Sardi finiva per inserirli sempre. La dialettica introduttiva con gli esigenti clienti o la polemica più aperta quando i clienti erano amministratori od uomini politici, sfociava sempre in una piacevole conversazione sulle esigenze distributive e funzionali del futuro edificio: costituivano il piacevole viatico di ogni fabbrica, che non si esauriva all'atto dell'incarico, ma continuava man mano che la costruzione avanzava, sulla scelta dei materiali di rifinitura e sul temi dell'arredo.

    * * *

    Non ha avuto la soddisfazione di vedere finalmente realizzato il borgo che aveva anni fa progettato per il Consorzio della Costa Smeralda, lui che si batté affinché venisse adottata quel tipo di architettura domestica, che chiamo smeraldina perché è difficile classificarla sarda.

    Gli imitatori di quei ritmi arcuati sono andati via via moltiplicandosi, senza peraltro cogliere lo spirito che anima quelle forme. E' auspicabile, per il buon ricordo dell'artista che le creò, che non si espandano ulteriormente in total guisa, onde non finisca per risultare stucchevole quanto fin ora è stata una trovata originale e gentile, d'un singolare mondo da favola. Poiché anche le belle favole occorre saperle raccontare.

    Vico Mossa

  7. #7
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    IL PUBBLICISTA
    Un uomo di idee


    Ho ancora nel cuore il semplice, virile elogio funebre di Antonio Simon-Mossa, pronunziato di Titino Melis: « sono un tronco piantato nella roccia », cosi gli aveva detto, mentre la morte gli era già accanto. Ala la gente non bada più a come si muore; perché non bada più, affatto, a come Si è vissuto.

    Un artista di genio, una intelligenza di statura ben più alta della provincia in cui s'era condannato a vivere. Come per altri valorosi amici scomparsi - uomini d'arte, di pensiero, d'idee - ci risentiamo d'un rammarico duplice: d'averli perduti come amici, e d'essere stati privati di quel che avremmo avuto di più, se avessero continuato a vivere, a maturare, a produrre.

    L'impoverimento paurosamente crescente dell'intelligenza, in Sardegna, è un evento attuale, come ieri l'altro l'emigrazione degli ingegni migliori. Tuttavia, la parentesi del dopoguerra, nel groviglio dei suoi problemi umani, aveva regalato all'isola almeno questo, una trancia generazionale che aveva piantato radici in casa, che aveva aperto - più o meno consapevolmente - l'impegno all'organicità dell'opera intellettuale, lucidamente teorizzato da Antonio Pigliaru. Entro questa parentesi di non emigrati, collochiamo Antonio Simon-Mossa, il quale pur appartenendo ad una famiglia che aveva dato lustro all'isola nel continente - ha spinto quelle radici al limite esasperato d'una sardità di coscienza, non solo di scelta intellettuale. Ma, la sua, è ancora una bara che si è chiusa senza lasciare scuola, emuli fedeli, responsabile impegno di continuatori. Povera Sardegna.

    Povera Sardegna, ha detto e scritto Antonio Simon-Mossa - sardista di radicale estrema - nella breve, accesa stagione del suo impegno politico. Ma lo diceva da cittadino del mondo, consapevole della universalità di questa condizione minoritaria della sua Isola, dotto in lingue diverse e viaggiatore collo, aperto alla non dissimile proble-matica di altre minoranze e regioni subalterne, attento e sensibile dovunque l'esser sé stessi implicasse sofferenza di popolo.

    Avrebbe potuto limitarsi a portare al suo partito - come oggi fattivamente accade nelle compagini politiche ove la demagogia non soffoca le idee - il contributo della sua alta competenza di architetto, di urbanista, di studioso dei problemi dell'insediamento umano. Volle fare molto di più: raccolse la bandiera polverosa di Camillo Bellieni, con gesto provocatorio e con linguaggio moderno, e non ebbe paura di essere giudicato un « Cavallo Pazzo », un sardo pellita. Capiva certamente l'inattualità pratica d'un federalismo radicale nel mondo politico d'oggi, ma ancor meglio capiva che non si portano avanti idee conie quella sardista senza guardare lontano, senza delineare orizzonti, senza pronunziare le parole che saranno operanti per le generazioni avvenire. I sardisti - aveva scritto con intelligenza Angelo Giagu De Martini durante un'accesa campagna elettorale degli anni passati - sono cavalieri antichi. E' verissimo, non c'è ironia. Antonio Simon-Mossa non ha avuto paura d'essere idealista sino in fondo, perché il suo raziocinio gli diceva che era quello il suo ruolo: ed ha saputo pagarne il prezzo,

    E' stato un impegnato, nel senso fecondo ed ormai essenziale della cultura moderna, che questa parola assume. La sua penna è trascorsa agilmente, con eleganza, dalle tavole in cui schizzava armoniose, personalissime umanissime ed oggi largamente imitate forme architettoniche, alle cartelle del discorso politico, o dello studio socio-economico. Vario, anche incostante, estemporaneo e personalissimo sempre nella multiforme aderenza ai più diversi interessi culturali, come pubblicista su argomenti d'arte, di costume, di letteratura, d'economia, riusciva sempre a sorprendere il lettore, e a farlo sostare, almeno un momento, nella riflessione. E quando piegò l'estro tiranno all'analisi dei problemi della sua terra, ne trasse puntualmente quel miracolo che talora si avvera - e non inutilmente - anche in politica: la fantasia.

    Aveva la rarissima dote di riuscire a fare, con naturalezza, quel che ad altri poteva costare anni di esercitazione e di studio; nessuna forma d'arte gli era estranea, aveva un rarissimo gusto ed orecchio musicale. Ma questo eclettismo da uomo del settecento non pativa momenti sterili, perché al fondo d'ogni suo interesse di cultura c'era l'umanista.

    Buono e modesto, perché intelligente. Semplice ed accessibile, goliardico spesso
    nel tratto, perché era uno di quegli uomini fortunati che, negli anni maturi, conservano la moralità e la generosità degli anni giovanili; e giovane sarebbe rimasto, fino a vecchiaia, se avesse continuato a vivere.

    In certe sue posizioni estrose, ed anticonformiste, assai raramente è stato capito dalla gente; più spesso, è stato frainteso, ed anche snobbato, dai soliti sacerdoti della filosofia dei « piedi in terra ». Ma son certo che non se ne è doluto. Sapeva bene che avere delle idee è un lusso, un impegno che si paga giorno per giorno, con la fatica del conoscere sempre più, con l'amarezza dell'incomprensione altrui; spesso, è una specie di colpa. Sapeva soprattutto questo, ed è questa - tutto sommato - la sua lezione più viva.


    Giuseppe Melis Bassu

  8. #8
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    NASCITA DI UNA VOCAZIONE
    (OVVERO LA VOCAZIONE DEL CINEMA)

    Si era nell'ottobre del '29. Antonio Simon Mossa studiava allora alla facoltà di architettura di Firenze. Nei tiepidi pomeriggi di autunno, quando si era liberi da lezioni e da esercitazioni pratiche, era facile incontrarlo seduto sulle panchine di piazza San Marco, in compagnia di un inseparabile gruppetto di amici: una minuscola colonia di sardi che allora frequentava le più diverse facoltà dell'ateneo fiorentino: dalle leggi, alla filosofia, alle scienze naturali.

    Spesso tenevano compagnia a questi amici anche un fiasco di buon Chianti e un cartoccio dì caldarroste; ma la presenza di questi ingredienti aveva un valore puramente strumentale: serviva a dare alimento alla loro vena poetica. Le ottave in perfetto logudorese si elevavano, cantate da questo o da quello, proprio di fronte all'aerea rinascimentale struttura del portico dell'Accademia. Ed era nelle strofe di Antonio Simon Mossa che risonava, più che in quelle di ogni altro, l'amore incondizionato per l’isola natia, l'orgoglio di appartenere ad un ben precisato ceppo etnico.

    Ben presto però il periodo delle ottave e del vino ebbe termine; il gruppo quasi naturalmente si sciolse. ognuno forse chiamato da altri interessi, assorbito in un nuovo giro di conoscenze e di amicizie. E la vecchia comunità si ridusse a due sole persone: Antonio Simon Mossa, studente «anziano» di architettura, ed una giovane matricola, un sassarese un po’ timido ed ancora spaesato in quell'ambiente, che era stato immediatamente attratto dalla straordinaria eclettica personalità di questo ventenne che sapeva avvicinare con la massima disinvoltura i più diversi ambienti, lasciando sempre dietro di sé una impressione di cordialità e di simpatia, che sapeva inoltrare con la più grande naturalezza, tenere lunghe conversazioni, nella loro lingue, con gli studenti spagnoli che gli capitava di incontrare nei corridoi dell’università, che una volta, addirittura, aveva saputo comunicare e comprendersi (e non ho mai capito in che modo) con un giovane turco completamente digiuno di italiano.

    Fu in questo periodo che ebbe origine, quasi casualmente, la breve avventura cinematografica di Firenze. Lo spunto fu dato da un di, scorso che nacque all'improvviso, forse suggerito dalla necessità di utilizzare in qualche modo quelle riserve di energia e di entusiasmo così tipiche di quell'età: «Sai che qui all'università si può fare anche del cinema? C'è il "Cineguf ". Potremmo realizzare un piccolo film a soggetto o qualcosa di simile »,

    E così la sera stessa Antonio Simon Mossa, in compagnia del giovane amico, diventato tutto d’un colpo il suo potenziale discepolo, il suo « aiuto », varcava il Portone di via dei Serri, sede allora del Guf. « Vorremmo interessarci di cinema », egli dice all'« addetto alla cultura ».

    Ben presto viene loro affidata la realizzazione di un documentario. Per giorni e giorni, in un clima di entusiasmo, si discute sul tema, sull'argomento da scegliere.

    Era il periodo in cui le giovani leve degli appassionati di critica cinematografica si dissetavano alle colonne di « Bianco e nero », una rivista che sotto la guida di Chiarini e di Barbaro, in un periodo che secondo gli intendimenti del partito doveva esser, caratterizzato dall'autarchia culturale, aveva avuto il merito di avvicinarci alla grande cinematografia russa, all’estetica di di Kulesciov e di Pudovkin, alle teorie del montaggio creativo e del realismo sociale.

    Piano piano, grazie soprattutto all'azione dì questi fermenti, l'idea nasce: si farà un documentario sul lavoro e la vita degli addetti alla nettezza urbana, sugli spazzini di Firenze. Il titolo sarà (quasi a nascondere sotto un velo di lirica enfasi la realistica concretezza del tema) « L'armata grigia ».

    Nel giro di tre quattro settimane la sceneggiatura è pronta e viene presentata al « fiduciario » del Cineguf. Il quale ne è subito entusiasta: ne loda l’efficacia e la stringatezza del linguaggio cinematografico, ma soprattutto ne apprezza - è fin troppo chiaro dalla sua aria soddisfatta - la coraggiosa scelta del tema. Egli appartiene a quella non numerosissima ma ben agguerrita schiera di giovani intellettuali che nutrono un senso di insofferenza verso la retorica e le mortificanti pastoie imposte dal regime imperante, e in questo documentario intuisce fin troppo chiaramente l'occasione che forse attendeva per una sfida, per un atto - sia pur solo formale - di ribellione alle disposizioni o alle circolari dei gerarchi.

    E intanto la figura di Antonio Simon Mossa diventa sempre più nota e consueta negli ambienti culturali del Guf. Non poteva certo passare inosservato un personaggio cosi caratteristico, cosí dinamicamente invadente come lui: tutte le sere lo si vede imboccare con passo deciso, col suo tipico basco a sghimbescio, immancabilmente accompagnato dal suo inseparabile discepolo, il portone di via dei Servi,. Si reca ora nell’ufficio dell'addetto alla cultura, ora nella redazione del giornale universitario « Rivoluzione » (a cui collabora con disegni ed articoli), ora nell'umido scantinato dell'Ospedale vecchio, sede e ricettacolo delle attrezzature tecniche del Cineguf, che egli ha immediatamente e pomposamente ribattezzato «gli studios di via degli Alfani». Sta ancora attendendo a questo primo incarico cinematografico, che già un nuovo lavoro lo assorbe: intende concorrere ai « littoriali della cultura e dell’arte» con un soggetto per film spettacolare.

    Chi ha conosciuto Antonio Simon Mossa in quel periodo, lo ricorda come tutto proteso, divorato da una passione febbrile che sembrava non dargli sosta: in qualsiasi ora del giorno lo si andasse a trovare, egli era lì, chiuso nella sua camera della piccola pensione di via San Gallo, davanti alla macchina da scrivere, a battere fogli e fogli, improvvisando le azioni, le battute, correggendo, stracciando e ribattendo ancora.

    Con la sigaretta eternamente pendente dal labbro, con l'occhio sinistro istintivamente semichiuso per difendersi dalle spirali del fumo, i fogli si ammucchiavano l'uno sull'altro sul tavolino.

    Lavorava ad un soggetto la cui azione si svolgeva in un piccolo porto di mare, fra banchine, corde, botteghe di attrezzi, ecc., e i cui personaggi erano gente dai sentimenti semplici. Si intitolava « Vento di terra ». Egli diceva che nello scrivere questo soggetto Si era ispirato ad Alghero, e certo, anche se la sua era forse una Alghero un po' mitizzata e trasformata dalla sua fantasia, in questo soggetto egli riuscì a trasfondere tutto l'entusiasmo, l’amore e la nostalgia che nutriva per la piccola città catalana, che già da allora sentiva come una sua seconda patria.

    Per concorrere ai littoriali del « soggetto cinematografico » bastavano una ventina di cartelle in cui per sommi capi si descrivesse l'azione del film. Ma Antonio Simon Mossa, con un lavora accanito durato non più di trenta-quaranta giorni, buttò giù la descrizione dettagliata di ogni singolo episodio del film, meticolosamente diviso sequenza per sequenza e inquadratura per inquadratura, con l'indicazione esatta delle postazioni della macchina da presa, delle panoramiche, delle carrellate, dei campi e dei controcampi, degli effetti di luce da raggiungere, e corredato inoltre di tutti i dialoghi fino all’ultima battuta. In altre parole egli scrisse quella che allora i teorici di « Bianco e nero » definivano una « sceneggiatura di ferro », un copione quale allora nemmeno il cinema professionale, almeno in Italia, usava preparare per la realizzazione dei suoi film. A questo copione egli allegò inoltre una serie di tavole da lui disegnate, in cui definì con esattezza tutti gli ambientamenti esterni in cui doveva svolgersi l'azione e le scenografie da ricostruire in teatro di posa, e fornì poi, per maggior chiarezza, una serie di schizzi per indicare la traduzione visiva di molte inquadrature.

    Con questa sceneggiatura Antonio Simon Mossa si presentò ai littoriali e, con grande facilità, li vinse: il suo soggetto fu ritenuto il migliore tra quelli presentati da tutti gli atenei italiani.

    Fu chiamato a Roma per il conferimento dei premio, ebbe l'onore di essere intervistato alla radio: parlò del suo soggetto, ma soprattutto della « sua » Sardegna e della « sua Alghero ». A Firenze, al suo rientro, trovò molti telegrammi di sardi che entusiasticamente gli rivolgevano rallegramenti ed auguri.

    A questo punto il destino artistico di Antonio Simon Mossa, la sua vocazione e la sua via sembravano segnati per sempre. E forse, se non vi fosse stata la parentesi della guerra a interrompere, a modificare tante cose, a costringere l'esistenza di tutti entro nuovi argini, altra sarebbe stata la sua vita e il suo destino (spero che non me ne vogliano gli estimatori della sua esemplare, impareggiabile opera di architetto). In effetti Antonio Simon Mossa possedeva tutte le migliori qualità per diventare un eccezionale uomo di cinema: la vivacità intellettuale accompagnata ad una molteplicità di interessi pressoché enciclopedica; la capacità di saper spaziare con gusto e competenza nell'ambito delle più diverse arti: dalla letteratura alla pittura, alla musica, alle arti popolari; la prontezza, infine, con cui sapeva afferrare il senso concreto dei problemi e trovare una pratica soluzione ad ognuno di essi.

    E di queste sue qualità seppe del resto dare chiara dimostrazione quando, poco più tardi, nel 1949, affrontò l'attività cinematografica su un piano professionale. Trasferitosi a Roma, fu aiuto regista di Augusto Genina per il film « Bengasi », poi regista dell’edizione italiana di un film italo-tedesco interpretato da Viveca Lindfors.

    Gli amici di allora lo ricordano instancabile lavoratore, sempre primo ad arrivare sul set, brillante nel risolvere le più disparate difficoltà che potevano sorgere nel corso delle riprese, vero animatore del «tono » della troupe, a cui sapeva sempre trasfondere la sua volontà di lavoro e il suo entusiasmo.

    Ma il richiamo alle armi (già precedentemente, negli anni '40-'41 aveva prestato servizio militare a Pistoia e a Caserta) lo costrinse a interrompere la sua attività ormai avviata sulla via di un impegnato professionismo.

    Terminata la guerra e riaperti i rapporti col continente (aveva nel frattempo prestato servizio militare in Corsica, nel « Genio cinematografisti»), egli compie. nel 1946, il tentativo di riprendere l'attività sospesa. Ma tante cose sono nel frattempo cambiate: l’attività cinematografica in Italia è ridottissima, si producono solo alcune decine di film all’anno e molte persone dell’ambiente cinematografico da lui conosciute si sono definitivamente ritirate.

    L’attività di architetto. frattanto, lo attira e lo assorbe sempre di più, e pian piano il sogno di tornare al cinema, sua prima vera grande vocazione, passione febbrile che, come nessun'altra forma d'arte, lo aveva infiammato negli anni della giovinezza, si fa sempre più flebile e lontano, diventa ogni giorno di più un dato di memoria, il ricordo di una felice stagione, solo appena increspato da un brivido di nostalgia.


    Fíorenzo Serra





    Questo inserto speciale de « La Nuova Sardegna » è stato realizzato con la collaborazione di Giampiero Marras.

    Giampiero Marras e Michele Columbu, due tra i più stretti collaboratori di Antonio Simon Mossa, stanno curando la raccolta in volume, quale contributo alla battaglia dei Sardi, degli scritti più importanti di Simon. L'opera verrà pubblicata col contributo della Regione sarda.

  9. #9
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    UN ESEMPIO ANCHE NELLA MORTE


    MILANO, agosto

    Gli affetti prevalgono. Per me non è venuto il tempo di commemorarlo serenamente. Dire di lui, della sua cultura e del versatile ingegno, dell'operosità, la passione che metteva in ogni cosa, la bontà, il coraggio, la sincerità, il disinteresse generoso... Ma com'è possibile a così breve tempo dalla morte, quando ancora tanto ci opprime la viva pena di quel giorno? Com'è possibile oggi parlare di lui col distacco e il disincanto che domandano gli uomini della storia? Troppo ci è presente lo strazio delle sue ultime ore, troppo siamo noi stessi dolenti personaggi della sua vita stroncata.

    Ma pure, nel compianto e nel pianto, dobbiamo avere la forza di ricordare qualche tratto della sua personalità. Altri parleranno del giornalista brillante o del critico d'arte o dell'artista; altri diranno del grande architetto, dell'urbanista e dello studioso di lingue; io mi richiamerei piuttosto al suo pensiero politico, al suo chiaro e fervidissimo sardismo che ripulendo e rinverdendo il vecchio « separatismo» vedeva nella indipendenza la più sicura e anzi l'unica via dei nostro riscatto dalla condizione di colonia, lo strumento per abbattere ogni feudo nuovo o antico, per rimuovere ogni forma di oppressione, interna o esterna, vedeva la via più certa per il socialismo sardo, civile e dignitoso nella libertà.

    Egli non era un politico di mestiere, uno che cerca i voti degli elettori come che sia e un posto di governo; egli sapeva di essere un teorico e non si illudeva circa un possibile successo immediato delle sue tesi. Consapevole che non si può fare una Sardegna nuova per il popolo sardo senza che il popolo sardo prenda piena coscienza di sé stesso, dei diritti e dei doveri, delle sue risorse, della forza di lavoro, della sofferenza collettiva delle ingiustizie patite, della sua cultura, egli predicava con ferma fIducia ma senza quella fretta che talvolta incattivisce anche gli uomini buoni e li distoglie dalla meta o li confonde.

    Spesso, in questo Giornale, firmava «Fidel», con ovvia allusione; e gli ignoranti, i mediocri, i furbi, gli scettici contenti del proprio scetticismo, o sorridevano dall'alto, come a compatirlo, o si indignavano, ipocriti e farisei, in difesa della «cara patria italiana» e del supino conformismo dei libri di scuola. Qualcuno si indignava forse in buona fede; perché l'ingenuità dei sardi è immensa.

    E c'erano, come ci sono, i presuntuosi e gli ammalati di paura del provincialismo, anzi di provincialismo - che è poi la stessa cosa - i quali inorridiscono all'idea di una Sardegna libera, perché sarebbe troppo piccola e resterebbe isolata dal mondo ' chissà come, e non potrebbe, svilupparsi e ricadrebbe nella barbarie. Bene, egli continuava il suo studio paziente delle comunità etniche di Europa e viaggiava molto, in Italia e all'Estero, dalla Svizzera all'Olanda, alla Germania, dalla Provenza ai Pirenei, dalla Bretagna al Galles e alla Scozia, vi portava i problemi e il nome della Sardegna e dovunque era conosciuto amato stimato; e ne tornava sempre più convinto che l'avvenire della Sardegna, se avrà un avvenire, se presto non sarà totalmente spopolata di sardi, se non diventerà, come c'è da temere, un'area di servizio e di riposo per l'Italia capitalista e per l'Europa, passa necessariamente per la via del sardismo a oltranza. Quale che sia l'opinione delle maggioranze, colte e incolte, questo è il discorso politico più serio che oggi si possa fare in Sardegna.

    Egli, dal letto dell'ospedale, ne parlava agli amici ancora negli ultimi giorni della sua vita e fìn nelle ultime ore; con mente lucidissima parlava dei suoi viaggi e di linguistica e della sua traduzione sarda del Vangelo, e di storia, di economia e d'arte. Della sua morte imminente non parlava mai e dissimulava ogni sofferenza; e così davanti a lui non potevano piangere e neppure rattristarsi né gli amici né i famigliari, la moglie la madre i figli la sorella il fratello i parenti tutti, che disperatamente lo contornavano d'amore. Soltanto ascoltare, discutere, sorridere.

    Così fu anche quando lo vidi l'ultima volta al Policlinico di Pavia. Come stai, Anto'? Sto lottando, mi disse, e ho quasi vinto. Non so se per vincere intendesse la coraggiosa accettazione della morte o lo stesso morire. Soffriva, ma conversava e scherzava. Quando uscimmo dall'ospedale, io e mia moglie, avevamo il cuore stretto stretto, e ce ne tornammo a Milano senza parlare.

    Antonio Simon Mossa ci ha dato, oltretutto, un mirabile esempio di virtuoso morire; e come di Socrate nel Fedone staremmo per esclamare che non per lui piangiamo ma per noi che abbiamo perduto un così grande amico, uomo nobilissimo, un sardo gentile, buono e forte.

    Ma la vita continua, che è frase quasi rituale, e abbiamo tanti doveri e più di tutti il dovere di operare sul cammino della sua illuminata onestà.


    Michele Columbu

  10. #10
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    Predefinito Re: Antonio Simon Mossa

    L’EUROPA DELLE COMUNITÁ



    SAN TEODORO, agosto

    «Regionalismo è anzitutto antitesi d'isolamento».
    « Noi concepiamo la Regione come entità umana, economica, etnica, in una parola; politica, inserita in un contesto mediterraneo europeo ed universale. Dobbiamo aprire i nostri porti le nostre strade, i nostri mercati ma soprattutto la nostra cultura all'Europa ed al mondo liberandoci dalle attuali strettoie e condizionamenti. Solo così avremo realizzato il sardismo.

    « Non contestiamo - cosi continuava Antonio Simon Mossa nel suo appassionato discorso quando nell'ottobre del 1969 parlando a Strasburgo con l'insigne europeista Guj Heurod, lanciava l'idea di una costituente delle etnie europee minacciate di estinzione -, non contestiamo l'economia o la cultura italiana, ne apprezziamo anzi i valori ma esigiamo il diritto di contribuire al suo civile evolversi dando l'apporto della nostra capacità creativa.

    « Se saremo assorbiti ed inglobati nell'etnia dominante e non potremo salvare la nostra lingua, usi, costumi e tradizioni e con essi la nostra civiltà saremo inesorabilmente assorbiti ed integrati nella cultura italiana e non esisteremo più come popolo sardo. Non avremo più nulla da dare, più niente da ricevere. Né come individui né tantomeno come comunità sentiremo il legame struggente e profondo con la nostra origine ed allora veramente per la nostra terra non vi sarà più salvezza.

    « Senza sardi non si fa la Sardegna ».
    «I fenomeni di lacerazione del tessuto sociale sardo potranno così continuare senza resistenza da parte dei sardi che, come tali, più non esisteranno e cosi continuerà con l'alienazione etnica lo spopolamento, l'emarginazione economica. Ma questo discorso è valido nella misura in cui lo fanno proprio tutti i popoli parlanti una propria originale lingua e stanzianti in un territorio omogeneo; costituenti insomma, secondo il concetto mazziniano, una nazione che sia assoggettata ed inglobata in uno stato nel quale l'etnia dominante parli una lingua diversa. Se anch'essi avvertono questo anelito di libertà che noi chiamiamo sardismo vuol dire che il sardismo è idealità universale e non fatto e fenomeno provinciale come i proconsoli e servitori del potere statuale si compiacciono di affermare ».

    Ed è così che Antonio Simon Mossa fra gli alsaziani ed i lorenesi che, entusiasti dell'idea, erano convenuti a Strasburgo per ascoltarlo e sentire le sue parole; fra i provenzali ed i bretoni che lo erano velluti a sentire a Parigi; fra i catalani in esilio ed in particolare con il loro capo politico Battista j Roca, fervida figura di combattente elle da Cambridge ove siamo stati a trovarlo, guida la resistenza del suo popolo alla dittatura di Franco che lo ha condannato a morte in contumacia e gli ha fucilato il fratello; l'incontro coi baschi che è stato particolarmente teso e drammatico data la particolare situazione in cui vive la nazione basca e la sua fiera resistenza, non solo alla dittatura franchista, ma anche e soprattutto all'invadenza alienante della dominazione castigliana, essi credono nella forza liberatrice della lotta armata ed in questa confidano ed a questa si preparano.

    « In Europa siamo oltre 50 milioni i componenti le etnie minacciate di estinzione dagli Stati che fra il 7 e 800 sono andati costituendosi in Europa. Siamo una forza irresistibile se lotteremo uniti. Noi non vogliamo distruggere ne prevaricare alcuno. Vogliamo creare l'Europa delle regioni nella quale la parola libertà non sia il bianco sepolcro dell'ipocrisia farisaica ma abbia pienezza di significato in tutta la sua capacità espansiva.

    « L'Europa degli Stati è solo l'Europa dei Rotschild dei Krupp, degli Agnelli, dei fratelli Michelin in una parola dei grandi operatori finanziari ed industriali che dominano i beni di produzione e l'economia. Nell'Europa degli Stati non comanderanno i politici, ma i consigli d'amministrazione che, appunto a livello europeo, vanno unendo e fondendo le loro forze in un mostruoso processo di verticalizzazione del potere economico.

    « L'Europa degli Stati sarà un'Europa di tipo aziendalistico dominata dalla legge del profitto. Le grandi masse popolari saranno escluse dalle capacità decisionali e con la concentrazione del potere economico avremo la concentrazione della produzione proprio come la buona economia aziendale consiglia. Ma in questa Europa disumanata dalle mostruose megalopoli sardi o bretoni, scozzesi o irlandesi saremo sempre più emarginati. All'Europa degli Stati dobbiamo contrapporre l'Europa delle Regioni, delle libertà, l'Europa dei popoli legati da un vincolo di solidarietà nuova e politica che sappia contemperare la crescita economica con quella umana e civile.

    « Un' Europa socialista permeata di sardismo ».
    Né Antonio Simon-Mossa si lasciava cogliere da crisi di sfiducia per le difficoltà cui si andava necessariamente incontro. Lo ricordo a Londra con il rappresentante alla Camera dei Comuni dei partito Nazionalista Gallese difendere l'Europa delle Regioni dalla diffidenza dell'interlocutore che gli osservava come qualunque Europa sia questa delle Patrie o degli Stati o infine quella delle Regioni sarebbe stata pur sempre condizionata e dominata dall'alleanza del capitale inglese e tedesco. Alla disponibilità dei gallesi, irlandesi, scozzesi per una comune lotta di liberazione delle etnie oppresse e minacciate di emarginazione ed assorbimento assieme da parte di quelle dominanti nei rispettivi stati, Antonio Simon Mossa osservava che ci si doveva pur dare un traguardo e questo altro non poteva essere che l'Europa delle Regioni.

    Egli credeva nella Regione, credeva profondamente nella forza morale insita in ogni popolo, nella sua capacità di attingere al patrimonio di tradizioni, di cultura, di civiltà realizzate nel passato nell'inarrestabile empito per conquistare l'avvenire.

    Ed a questo febbrilmente lavorava, alla grande costituente europea che, sotto l'egida del sardismo idealità universale, doveva portare a Nuoro in una assemblea di liberi gli uomini, che per questa idealità lottano in Patria o, come Guiu Sobiela, Battista j Roca, Giordan e tanti tanti altri da noi conosciuti, in un esilio fervido ed esaltante.

    Ed lo che gli sono stato compagno in questo pellegrinaggio gliene rendo testimonianza e riprendo con i compagni di fede la bandiera che egli, con tanta nobiltà ha saputo tenere per continuare la nostra lotta.


    Mario Melis

 

 
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