Risultati da 1 a 3 di 3
  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    13 May 2009
    Messaggi
    30,192
     Likes dati
    0
     Like avuti
    11
    Mentioned
    2 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Torri Gemelle e Governo Mondiale: ancora uno sforzo!

    PREMESSA
    I gravissimi fatti accaduti in settembre a
    New York ci inducono a far mente ai temi
    trattati lo scorso anno in occasione di questo
    Convegno, a quanto già è stato detto e scritto.
    Si era allora cercato di dimostrare, col
    conforto di opportuna documentazione, che la
    dottrina islamica, per sua intrinseca natura, da
    14 secoli spinge i suoi fedeli alla conquista
    del mondo. Intendiamo l’Islam puro, in particolare
    la corrente sunnita wahhabita che fa
    capo alla stessa monarchia dell’Arabia
    Saudita e che troviamo attivissima e protagonista,
    assieme al salafismo puritano, nelle
    zone oggi alla ribalta delle cronache.
    Avevamo illustrato i tentativi di penetrazione
    dell’Europa attraverso l’immigrazione
    che - è fatto macroscopico sotto gli occhi di
    ciascuno - privilegia nella sua quasi totalità
    popolazioni di religione islamica.
    Avevamo richiamato la prospettiva di
    Samuel Huntington, quella dello “scontro
    delle civiltà”, così bene inserito nel disegno
    massonico di Repubblica Universale, che
    vede, dopo le ormai note fasi della caduta
    delle monarchie con la prima guerra mondiale,
    dei grandi nazionalismi affogati nelle sanguinose
    stragi della seconda, della formazione
    dei due grandi blocchi transcontinentali
    americano e russo, della subitanea scomparsa,
    200 anni esatti dopo la Rivoluzione francese,
    dell’impero sovietico, con la sua terrificante
    coda di stermini e genocidi, ad opera degli
    stessi Grandi Burattinai che nel 1917 l’avevano
    fatto sorgere, del vuoto istituzionale e politico
    conseguentemente subentrato in A s i a
    centrale e riempito con l’Islam, finalmente -
    la fase conclusiva che stiamo vivendo - il suo
    compimento negli ultimi atti che dovrebbero
    condurre a un mondo unipolare, allargato alle
    grandi civiltà che massonicamente riconoscono
    il proprio fondamento spirituale in una
    religione comune, quella della New Age.
    Avevamo pure osservato che lo scontro
    fra civiltà non avrebbe in alcun modo dovuto
    condurre alla supremazia di una particolare
    civiltà, ma piuttosto alla confusione e alla
    distruzione di tutte, quella islamica inclusa.
    Una distruzione che, essendo di dimensioni
    mondiali - argomentavamo - per essere tale,
    avrebbe dovuto fondarsi su armi di distruzione
    di massa, come preconizzava ancora nel
    1993 il Brzezinski, personaggio che in questa
    sede non ha bisogno di presentazioni 1.
    Avevamo inoltre posto in evidenza, citando
    casi concreti, l’utilità dello strumento
    “fondamentalista” in mano ai reggitori occulti
    che si servivano - e si servono - della
    potenza militare ed economica degli Stati
    Uniti per la realizzazione dei loro fini 2.
    La Tradizione
    Cattolica 7
    Pubblichiamo il testo della relazione del Prof. Paolo Taufer, tenuta al 9° Convegno di Studi
    cattolici di Rimini il 27 ottobre u.s.
    L’attualità dell’argomento richiede questo “anticipo” sul volume degli Atti che sarà pubbli -
    cato in seguito.
    del prof. Paolo Taufer
    Torri Gemelle e
    Governo Mondiale:
    ancora uno sforzo!
    LASITUAZIONE PRIMA
    DELL’11 SETTEMBRE
    La situazione prima dell’11 settembre era,
    occorre dirlo, stagnante. Putin con pugno di
    ferro, nonostante le martellanti censure occidentali
    ispirate dal mondo anglosassone,
    aveva ripreso in Cecenia il controllo delle vie
    del petrolio caspico e con politica spregiudicata
    nel 1996 era riuscito a riunire nel Patto
    economico-militare di Shanghai i principali
    attori dell’Asia, ovvero Cina, Russia,
    Kazakhstan, Tagikistan e Kirghizistan (ai
    quali il 15 giugno scorso si è aggiunto
    l’Uzbekistan), in attesa dell’ingresso di Iran e
    India, un’organizzazione regionale in grado
    di porsi come un polo geopolitico rivale degli
    USA.
    Nel contempo Putin gettava le basi di una
    collaborazione col Giappone al quale la
    Russia, attraverso i progettati oleodotti e tunnel
    sottomarini fra l’isola Sakhalin e le isole
    giapponesi, faceva balenare la possibilità in
    prospettiva di sganciarsi dalle fonti energetiche
    del Medio Oriente e quindi dal controllo
    americano. Una situazione che avrebbe potuto
    ricacciare indietro i piani testé descritti
    verso un temutissimo blocco economicomilitare
    antiamericano e verso un energico
    contenimento di quelle forze dell’Islam fino a
    quel momento impegnate nella destabilizzazione
    dell’area.
    Gli Stati Uniti, che, non lo si dimentichi,
    rappresentano il mondo anglosassone, culla
    dei centri occulti tesi alla Repubblica
    Universale, si sono ben presto trovati in Asia
    centrale in uno stato di progressiva emarginazione,
    una regione da essi dichiarata, immediatamente
    dopo il crollo sovietico, area di
    assoluta primaria importanza strategica.
    Scriveva il “Turkish Daily News” del 17
    luglio scorso, citando l’analisi di un membro
    dell’Istituto per gli Studi Strategici e Politici
    Avanzati di Washington:
    “Gli Stati Uniti avevano calcolato che la
    Russia era troppo debole e la minaccia agli
    stati dell’Asia centrale troppo insignificante
    perché valesse la pena di affrontare i costi e
    gli sforzi necessari a costituire la propria
    cornice di sicurezza mantenendo i regimi
    delle repubbliche dell’Asia centrale. Questo
    calcolo errato fu uno dei motivi centrali che
    spiegano perché Stati Uniti e Turchia hanno
    perduto a tutti gli effetti l’Asia centrale,
    relegata quindi in una posizione nella quale
    ambedue, Cina e Russia, potevano estendere
    le loro sfere di influenza attraverso vaste
    regioni culminando nella cre a z i o n e
    dell’Organizzazione del Patto di Shanghai” 3.
    L’attentato dell’11 settembre con la sua
    altissima carica emotiva suscitata dalla barbarie,
    dalla cinica ferocia e dalle sataniche
    modalità di attuazione - genuina espressione
    del “mistero di iniquità già in atto” (2a Ts 2,
    7) - ha rimesso tutto in movimento proiettando
    le forze americane direttamente su quei
    territori per il cui controllo l’URSS aveva
    scatenato una sanguinosissima guerra, regolarmente
    perduta grazie al massiccio appoggio
    americano.
    Ed è sintomatico che l’attenzione americana
    si sia spostata sull’Afghanistan, il paese
    più povero e primitivo dell’area, ma strategicamente
    rilevante per i paesi che formano i
    suoi quattro confini, ossia Russia, Cina - possibili
    potenze concorrenti degli USA - Iran e
    Pakistan, paesi chiave del mondo musulmano.
    Chi controlla l’Iran, infatti, controlla la
    porta principale di accesso all’Asia centrale,
    soprattutto all’area caspica con le sue gigantesche
    fonti energetiche4 e anche al Caucaso.
    Segnala in proposito una fonte indiana5
    che Putin agli inizi di giugno di quest’anno,
    nel corso di un incontro a Mosca con i capi
    delle repubbliche centro asiatiche ex sovietiche,
    aveva accennato ad un’azione militare
    congiunta da scatenare contro i taliban che
    miravano al controllo di vaste aree ricche di
    petrolio e di gas di tali repubbliche, tentando
    di insediare i loro uomini al potere.
    L’Afghanistan, con la sua ostilità e instabilità,
    impediva inoltre all’Iran di sviluppare
    il piano congiunto con Russia e India peril
    trasporto del petrolio e del gas del Caspio
    verso i paesi dell’Asia meridionale, condizione
    alternativa assai auspicata oltre che
    dalle parti in causa, anche dai paesi del
    Sudest asiatico ansiosi di rompere la loro
    dipendenza dal petrolio del Golfo, e quindi
    dal controllo USA. Ancora nell’autunno del
    2000, infatti, Russia, Iran e India avevano firmato
    un patto intergovernativo per l’apertura
    di un corridoio commerciale via ferrovia e
    via mare verso il Sudest asiatico in grado di
    La Tradizione
    Cattolica 8
    ridurre da 2 a 3 volte il tempo di percorrenza
    delle merci dall’Europa verso quei paesi
    necessario in caso di passaggio attraverso il
    Canale di Suez. Il programma prevedeva la
    realizzazione del contenuto del patto entro il
    2010, anno in cui si prevede che la produzione
    di petrolio del Caspio dovrebbe eguagliare
    quella del Golfo.
    Con tali premesse solo un evento eccezionale
    avrebbe potuto catapultare rapidamente
    gli americani in quelle contrade per battere
    sul tempo i russi e porre un freno alle loro iniziative,
    dilaganti e ricche di successo e, in
    ultima analisi, per affermare la propria egemonia
    sui ricchi giacimenti di petrolio del
    Caspio e del gas del Turkmenistan.
    Ma occorre tornare a quel martedì 11 settembre.
    * * *
    Al di là della giusta pietà cristiana che una
    strage siffatta di vittime civili inermi suscita,
    della speranza che Dio, nella Sua grande
    misericordia si sia servito di quei momenti
    spaventosi per salvare le anime di quella
    povera gente, viene da chiedersi come possa
    collocarsi un episodio di così gravi dimensioni
    nel disegno della Repubblica Universale.
    Esistono in proposito dei precedenti, storicamente
    accertati anche se ufficialmente sottaciuti
    e ignorati dai mass-media.
    Iniziamo dall’episodio del Lusitania della
    prima guerra mondiale.
    PRECEDENTI STORICI: ILLUSITANIA
    Alle 14.10 del 7 maggio 1915 la più grande
    nave britannica che solcasse i mari, il
    “Lusitania”, salpata da New York il 1° maggio,
    veniva colata a picco al largo dell’Irlanda
    da un sommergibile tedesco e 1200 dei suoi
    passeggeri perirono fra i flutti.
    L’orrore suscitato nell’opinione pubblica
    americana per la morte di tante persone inermi
    e la subitanea campagna giornalistica contro
    la “barbarie” tedesca6, contribuirono grandemente
    a condizionare gli americani - fino
    ad allora assolutamente contrari ad una partecipazione
    al conflitto in corso in Europa - in
    modo da creare lo stato d’animo indispensabile
    a suscitare il ricercato consenso a scendere
    in guerra a fianco dell’Inghilterra contro la
    Germania.
    La partecipazione USA, infatti, sarebbe
    l’indispensabile garanzia degli esiti che le
    logge intendevano trarre dalla guerra, attraverso
    la pace successiva.
    Negli anni Settanta si resero disponibili
    documenti e testimonianze dell’Ammiragliato
    britannico, americane, di giudici inquirenti
    inglesi e del comandante del sommergibile,
    che prese assieme, offrivano un quadro del
    “Lusitania” e del suo viaggio affatto diverso
    della tranquilla nave passeggeri insidiata da
    un sommergibile assassino, per sostituirlo
    con l’immagine di una nave di linea armata
    (aveva a bordo diversi cannoni) e destinata al
    trasporto truppe, nelle cui stive giacevano
    centinaia e centinaia di tonnellate di materiale
    bellico7, mentre nelle cabine aveva preso
    posto un numero insolitamente elevato di
    passeggeri, ignari della natura del carico,
    mandati perciò a morte sicura. Fra passeggeri
    ed equipaggio erano in totale a bordo 1959
    persone.
    La ricca documentazione emersa dimostrava
    infatti che:
    -già nel 1914 gli inglesi conoscevano il
    cifrario tedesco usato per comunicare con le
    unità da guerra della Kriegsmarine ed erano
    quindi al corrente, grazie alla fitta rete costiera
    di intercettazione posta in essere, delle
    mosse dei sommergibili al punto che potevano
    disporre di una mappa che veniva continuamente
    tenuta aggiornata con le posizioni
    delle rispettive unità dei due schieramenti nei
    mari prospicienti l’Inghilterra;
    -nelle sue memorie l’eminenza grigia del
    Presidente Wilson, il Colonnello House, 33°
    grado del RSAA e membro delle società di
    vertice dell’area del Potere, narra come, nel
    corso di un’udienza concessagli dal re
    Giorgio V poco prima dell’affondamento, il
    re gli ponesse inaspettatamente la domanda:
    “Colonnello, che farebbe l’America se i tede -
    schi affondassero il “Lusitania””8? Ora
    House si era imbarcato per l’Europa sul
    “Lusitania” il 30 gennaio 1915 e vi sarebbe
    rimasto fino al 1° giugno, col compito di portare
    nelle principali capitali europee un “messaggio
    di pace” da parte del massone Wilson,
    docile strumento, in realtà, nelle mani dello
    stesso House. Anche se la dichiarazione di
    guerra sarebbe giunta solo il 2 aprile 1917, il
    30 maggio, poche settimane dopo l’affonda-
    La Tradizione
    Cattolica 9
    mento del “Lusitania”, House nel suo giornale
    poteva scrivere: “Sono arrivato alla con -
    clusione che la guerra con la Germania è ine -
    vitabile… mia ferma intenzione è di insistere
    presso il Presidente perché non si faccia una
    guerra all’acqua di rose”9;
    -la comunità tedesca di New York, avendo
    avuto sentore che gli Stati Uniti sarebbero
    prima o poi entrati in guerra e che erano
    attenti a cogliere tutto quanto poteva essere
    suscettibile di provocazione da parte tedesca,
    tentò di correre ai ripari allestendo un avviso
    da pubblicare su 50 giornali americani onde
    scoraggiare i viaggiatori alla traversata atlantica.
    Ma nessun giornale, salvo uno, e solo il
    giorno della partenza del “Lusitania” da New
    York, il 1° maggio, procedette alla pubblicazione;
    -il comando della Kriegsmarine fu messo
    al corrente da “qualcuno” che “un grande tra -
    sporto di truppe inglesi sarebbe giunto da
    ovest e dalle coste sud dell’Inghilterra” e
    provvide all’invio in quelle acque di tre sommergibili;
    -l’incrociatore britannico “J u n o”, che
    avrebbe dovuto scortare il “Lusitania”, ricevette
    misteriosamente l’ordine di rientrare nel
    porto di Queenstown mentre era in mare
    lasciando che il “Lusitania” entrasse nelle
    acque dove il sommergibile tedesco U20
    attendeva in agguato dal 5 maggio.
    All’esplosione dell’unico siluro lanciato - uno
    dei pochi lanci coronati da successo dati i
    vistosi difetti dei siluri del tempo e che normalmente
    su un battello di quella stazza
    avrebbero dovuto causare danni limitati - se
    ne aggiunse una seconda, inattesa e catastrofica,
    che fece affondare il transatlantico in
    soli 18 minuti;
    -contrariamente al “Lusitania”, il “Saint-
    Paul”, salpato dall’Inghilterra alla volta degli
    Stati Uniti il 1° giugno con il Colonnello
    House a bordo, venne scortato lungo tutto il
    percorso dalla Marina britannica;
    -Lord Mersey, il giudice a capo della
    commissione d’inchiesta, a conclusione della
    stessa scrisse: “La responsabilità della tragi -
    ca perdita di vite umane in questa catastrofe
    ricade interamente su coloro che idearono il
    crimine e su coloro che lo perpetrarono”.
    Chiese poi di essere sollevato dal suo incarico
    di giudice, aggiungendo che “il caso del
    “Lusitania”… è stato una cosa maledetta -
    mente sporca”10;
    -il capo dei servizi segreti britannici negli
    Stati Uniti, sir William Wiseman, membro
    dei cenacoli superiori che avevano deciso la
    guerra e che si era occupato in prima persona
    a fianco di Churchill dell’affare Lusitania,
    alla fine della guerra venne associato alla
    potentissima banca ebraica Kuhn & Loeb di
    New York, la stessa che coi suoi finanziamenti
    aveva reso possibile la rivoluzione
    russa11.
    PRECEDENTI STORICI:
    PEARL HARBOR
    Un attacco sul quale oggi si conoscono
    ormai molti aspetti. Dalle provocazioni al
    Giappone mediante il congelamento dei suoi
    beni negli USA, alla chiusura del canale di
    Panama al transito di naviglio giapponese,
    all’embargo sulle esportazioni vitali giapponesi,
    fino all’invio di un ultimatum il 26
    novembre 1941, 11 giorni prima dell’attacco
    a Pearl Harbor, nel quale gli USA chiedevano,
    come prerequisito per riaprire i commerci
    al Giappone, il suo ritiro dalla Cina,
    dall’Indocina e dal Patto Tripartito con la
    Germania e con l’Italia.
    Ancora nel 1940, all’indomani dell’elezione
    di Franklin Delano Roosevelt, un sondaggio
    Gallup rivelava che l’88% degli americani
    era contrario ad un coinvolgimento
    degli USA nella guerra, in totale contrasto,
    quindi, con la volontà di Roosevelt di entrare
    in guerra a fianco dell’Inghilterra. Quello
    stesso anno l’ammiraglio J.O. Richardson,
    comandante della flotta del Pacifico volava a
    Washington per protestare contro gli ordini di
    Roosevelt che imponevano alla flotta di
    restare agli ormeggi nelle isole Hawaii, invece
    di pattugliare la costa occidentale americana.
    Egli era infatti ben conscio della vulnerabilità
    di Pearl Harbor, facilmente raggiungibile
    da ogni direzione, priva di reti e di protezioni
    contro l’eventuale azione degli aerosiluranti,
    difficile da rifornire e mantenere in
    stato di prontezza operativa. La risposta fu la
    rapida sostituzione di Richardson col più duttile
    Kimmel.
    I servizi americani erano abilmente riusciti
    a decrittare il codice usato dai giapponesi
    per comunicare con le loro ambasciate
    La Tradizione
    Cattolica 10
    ancora nel 1940, e leggevano perciò apertamente
    il traffico delle comunicazioni da e per
    Tokyo. Copia del codice di decifrazione
    venne dato ai comandi superiori, Marina
    inclusa, alle massime autorità americane e
    britanniche, ma, stranamente, non fu inoltrato
    a Pearl Harbor, che pure era un obiettivo ad
    alto rischio.
    Il 9 ottobre 1941 il Dipartimento della
    Guerra aveva intercettato un dispaccio da
    Tokyo destinato al console giapponese di
    Honululu in cui si chiedeva di dividere il
    porto di Pearl Harbor in cinque aree specifiche
    e di fornire per ciascuna di esse l’esatta
    posizione delle navi all’ancora.
    Un’informazione mai giunta al comandante
    della flotta americana, l’ammiraglio Kimmel,
    accuratamente tenuto all’oscuro da
    Washington.
    Il 18 novembre un’intercettazione avvisava
    che Tokyo avrebbe emesso uno speciale
    comunicato radio per indicare l’approssimarsi
    delle ostilità. Il messaggio che sarebbe stato
    ripetuto tre volte alla radio nel corso di un normale
    bollettino meteorologico era “Higashi no
    kaze ame”, che significava: “vento dell’est,
    pioggia”, dove “vento dell’est” stava per Stati
    Uniti e “pioggia” per rottura delle relazioni
    diplomatiche. Il 4 dicembre il messaggio veniva
    trasmesso dalla radio giapponese e larg amente
    raccolto dagli americani.
    Ma non solo il codice di comunicazione
    diplomatico fra Tokyo e le ambasciate era
    noto agli americani, ma anche quello adottato
    nei dispacci della Marina da guerra giapponese.
    Ciò è stato portato a conoscenza l’anno
    scorso da Robert B. Stinnett, un veterano
    della Marina americana che combatté nella
    seconda guerra mondiale, sulla base di numerosi
    documenti ufficiali declassificati in virtù
    di una recente legge americana sulla libertà di
    informazione12.
    Il 26 novembre 1941 gli americani potevano
    così leggere a libro aperto il messaggio
    inviato da Yamamoto alla flotta in navigazione:
    “il gruppo da battaglia, mantenendo il suo
    movimento strettamente segreto ed esercitan -
    do una stretta vigilanza contro gli attacchi di
    aerei e di sommergibili, avanzerà nelle acque
    hawaiane e all’apertura delle ostilità attac -
    cherà la forza principale della flotta degli
    Stati Uniti infliggendogli un colpo mortale.
    La prima incursione aerea è pianificata per
    l’alba del giorno x. L’esatta data sarà forni -
    ta con ordine successivo”.
    In mano americana era caduta poi, fin dall’inizio
    del 1941, di una mappa strategica
    giapponese che provava con chiarezza l’intenzione
    di un attacco a Pearl Harbor.
    Scriveva il Segretario della Guerra Henry
    Stimson il 25 novembre, il giorno che precedette
    l’ultimatum USA al Giappone:
    “La domanda era come noi avremmo
    dovuto manovrarli (i giapponesi, N.d.R.) in
    modo che sparassero il primo colpo”.
    Il 2 dicembre il comando americano
    seguiva da vicino i movimenti della flotta
    giapponese in navigazione, partita il 25
    novembre dalla madrepatria verso le Hawaii,
    come testimonia l’addetto navale olandese
    che aveva accesso all’Office of Naval
    I n t e l l i g e n c e americano. Quello stesso 25
    novembre la marina americana vietava alle
    proprie navi, al traffico commerciale americano
    e alleato, incluso il naviglio russo ancorato
    nei porti americani, la navigazione nel
    Pacifico settentrionale, dove avrebbero dovuto
    transitare le portaerei giapponesi. Il motivo
    dell’estensione del divieto al traffico commerciale
    era l’eventualità di imbattersi nel
    gruppo da battaglia giapponese e quindi lanciare
    l’allarme a Pearl Harbor. Il contrammiraglio
    Richmond K. Turner, addetto alla pianificazione
    della guerra sul mare, nel 1941 lo
    aveva dichiarato con franchezza:
    “eravamo preparati a deviare il traffico
    quando credemmo che la guerra fosse immi -
    nente. Deviammo il traffico a sud attraverso
    lo Stretto di Torres in modo che il passaggio
    della task force giapponese sarebbe stato
    libero da ogni traffico”13.
    La settimana che precedette l’attacco i
    servizi segreti americani avevano dato
    all’ammiraglio Kimmel “un avviso di guerra”
    in cui si diceva che era prevedibile un eventuale
    attacco giapponese da sud ovest.
    Kimmel inviò gli aerei a pattugliare inutilmente
    più di due milioni di kmq di oceano,
    senza trovare traccia alcuna di naviglio da
    guerra nemico.
    Di più: quando Kimmel si rese conto che
    le relazioni diplomatiche erano critiche, alla
    fine del novembre 1941 fece quello che tradi-
    La Tradizione
    Cattolica 11
    zionalmente ogni marina compie in questi
    casi, cioè far prendere il mare alle proprie
    navi inviando, all’insaputa di Washington, 46
    unità da guerra nel nord del Pacifico. Non
    appena però Washington fu messa la corrente
    dell’iniziativa di Kimmel, impartì l’ordine del
    rientro immediato giustificandolo con il motivo
    che la presenza di navi da guerra americane
    poteva essere interpretata dai giapponesi
    come una provocazione. In aggiunta il
    comandante in capo della Marina, l’ammiraglio
    Harold Stark (CFR), ordinò l’allontanamento
    delle portaerei destinandole alle
    M i d w a y, sguarnendo in tal modo Pearl
    Harbor dall’ombrello aereo.
    Il 7 dicembre 1941 allo stesso Stark, capo
    delle operazioni navali, venne inoltrato un
    messaggio urgente da cui risultava l’imminenza
    di un attacco a Pearl Harbor e l’importanza
    di procedere ad una comunicazione
    immediata all’ammiraglio Kimmel. Ma Stark
    rifiutò e non fece nulla. Anni dopo egli
    dichiarò alla stampa che la sua coscienza era
    tranquilla per quanto accadde, dal momento
    che le sue azioni erano state dettate da
    “un’autorità superiore”14. E l’unica “autorità
    superiore” sopra Stark era il 33° grado del
    R S A A Franklin Delano Roosevelt (CFR,
    Pilgrims Society), lo stesso che nel corso
    della seconda guerra mondiale avrebbe tranquillamente
    dichiarato:
    “in politica nulla accade a caso. Ogni
    qualvolta sopravviene un avvenimento si può
    star certi che esso era stato previsto per svol -
    gersi in quel modo”15.
    Pearl Harbor si risolse per gli americani in
    18 navi affondate (di cui 8 navi da battaglia),
    188 aerei distrutti, più di 2.000 morti.
    L’inazione americana era a quel punto
    superata, l’indignazione dell’opinione pubblica
    fu enorme e l’ingresso degli Stati Uniti
    nella seconda guerra mondiale venne approvato
    in soli 33 minuti dal Congresso americano
    all’indomani stesso dell’attacco di Pearl
    Harbor16, permettendo così agli Stati Uniti,
    per il gioco delle alleanze, di entrare in guerra
    contro la Germania a fianco
    dell’Inghilterra.
    PRECEDENTI STORICI: CUBA
    La notizia è recente, riportata da un organo
    di informazione che fa capo a Lyndon
    LaRouche, personaggio vicino alla Sinarchia
    europea dei Rothschild, che intende proporre
    la propria candidatura alla presidenza degli
    Stati Uniti per il 2004, sembra assai bene al
    corrente delle penombre e dei risvolti meno
    noti della politica americana.
    Narra in sostanza il LaRouche che, in
    virtù di una speciale commissione creata da
    Clinton per la revisione dei documenti raccolti
    sull’assassinio di Kennedy, nel 1998-
    1999 ne vennero declassificati alcuni che
    invece non dovevano esserci, dal momento
    che qualcuno aveva dato l’ordine di distruggerli
    40 anni or sono. Un giornalista investigativo
    di nome James Bamford, ha raccolto
    tale documentazione in un libro pubblicato la
    scorsa primavera col titolo “Body of Secrets:
    Anatomy of Ultra-Secret National Security
    Agency” (“Massa di segreti: anatomia del -
    l’ultrasegreta National Security Agency”)17.
    Secondo tale fonte, nel 1962 - ben prima
    della famosa crisi di Cuba dell’ottobre -
    venne proposto al governo americano di
    “lanciare una guerra segreta e sangui -
    nosa fondata sul terrorismo contro il pro -
    prio paese per convincere il popolo america -
    no a supportare una guerra non accetta che
    si avrebbe voluto scatenare contro Cuba”.
    Si trattava della “Operation Mongoose”,
    affidata al Dipartimento della Difesa dopo la
    cattiva prova data dalla CIA con l’invasione
    alla Baia dei Porci del 17 aprile 1961 per
    rovesciare Castro.
    Responsabili dell’operazione erano stati
    nominati un alto funzionario della CIA,
    Edward Lansdale, direttore dell’Uff i c i o
    Operazioni Speciali del Pentagono, e il generale
    Lyman Lemnitzer, membro del CFR.
    Quest’ultimo propose, fra le altre, le
    seguenti azioni:
    - “una serie di incidenti coordinati” attorno
    alla baia di Guantanamo, consistenti in
    rivolte, scoppi di munizioni, di incendi e
    sabotaggi agli aerei da parte di elementi
    indossanti uniformi cubane;
    - “far saltare in aria una nave americana
    nella baia di Guantanamo e accusare i cuba -
    ni”, dal momento che: “una lista di incidenti
    nei giornali americani causerebbe un’utilis -
    sima onda di indignazione nazionale”;
    - “sviluppare una campagna di terrore da
    addossare alla Cuba comunista nell’area di
    La Tradizione
    Cattolica 12
    Miami, in altre città della Florida e anche a
    Washington”… “affondare una nave carica di
    cubani in rotta per la Florida (reale o simu -
    lata)”;
    - “far esplodere alcune bombe al
    plastico” e arrestare quindi “agenti cubani”
    come pure “dirottare aerei e mezzi di superfi -
    cie civili”.
    Un’altra proposta, riferisce il LaRouche,
    era di abbattere un aereo civile americano
    nello spazio aereo cubano, anche se poi non
    se ne fece nulla per la sopravvenuta crisi di
    Cuba dell’ottobre successivo.
    CRONACA DI IERI E DI OGGI:
    I TALEBANI
    È un tema sul quale ci siamo già soffermati
    lo scorso anno, dicendo quello che oggi
    è pacificamente ammesso da tutti i massmedia
    cioè che i talebani sono una creatura
    suscitata dai servizi segreti congiunti americano,
    dell’Arabia Saudita e britannico18, servendosi
    strumentalmente dell’ISI (I n t e r
    S e rvice Intelligence agency), il servizio
    segreto pakistano, cresciuto in seguito a
    dismisura attorno ad essi: i talebani stanno
    infatti all’ISI come il figlio sta al padre.
    Bin Laden fu uomo di tali servizi e la logica
    suggerisce che a tutt’oggi potrebbe essere
    rimasto un uomo controllato dagli stessi interessi.
    Inquietante in proposito l’articolo
    apparso il 31 ottobre sul notissimo giornale
    francese “Le Figaro” dal titolo: “Luglio 2001:
    Bin Laden incontra la CIA a Dubai”, chiaramente
    ispirato dai circoli governativi francesi.
    Vi si apprende che dal 4 al 14 luglio Bin
    Laden sarebbe stato in trattamento dialitico
    presso il moderno ospedale americano di
    Dubai (fu inaugurato nel 1995), proveniente
    da Quetta, in Pakistan. Accompagnato da
    quattro guardie del corpo, dal fedelissimo
    vice Ayman al-Zawahiri e da un’infermiera
    algerina, Bin Laden dopo essere stato immediatamente
    sottoposto alle terapie del caso,
    ricevette i suoi familiari e, in data 12 luglio,
    anche “l’agente della CIA locale”.
    La notizia, subitamente smentita da un
    portavoce della CIA e liquidata come “una
    totale assurdità”19, il giorno seguente veniva
    tuttavia rilanciata dall’emittente governativa
    “Radio France Internationale”, che, a supporto
    della sua autenticità, forniva anche il
    nome dell’agente, tal Larry Mitchell20, indicato
    come specialista del mondo arabo, e circostanziando
    che il giorno successivo alla partenza
    di Bin Laden costui era volato senza
    indugio a Washington. Significativo il totale
    silenzio dei medici interpellati, che avevano
    avuto in cura l’uomo più ricercato del mondo.
    In un articolo di accompagnamento “Le
    Figaro” faceva poi tutta la storia dei contatti
    fra Bin Laden e i circoli militari e dello spionaggio
    americano a partire dal 1979. Si
    apprendeva così che l’esplosivo usato nell’attentato
    all’ambasciata americana di Nairobi
    dell’agosto 1998 era parte di un lotto fornito
    dagli americani agli afghani nel corso della
    guerra contro i russi. “Le Figaro” osservava
    quindi che l’FBI: “…proseguendo nelle sue
    indagini aveva scoperto “strutture” svilup -
    pate per anni dalla CIA assieme ai suoi
    «amici islamici». L’incontro di Dubai - concludeva
    il giornale - è quindi nulla più che il
    logico seguito di una «certa politica ameri -
    cana»”21.
    Il senso di tale articolo e il momento scelto
    per la sua pubblicazione sono forse riposti
    nella cruda opposizione mossa da quasi un
    secolo dai circoli della Sinarchia europea alle
    massonerie anglosassoni, queste ultime
    ormai sul filo di lana del traguardo del compimento
    della Repubblica Universale secondo
    i disegni concepiti in Gran Bretagna a
    cavallo fra i secoli XIX e XX.
    L’ISI venne costituito dal generale Zia ul
    Haq nel corso degli anni ’80 come organizzazione
    idonea a trasmettere capillarmente in
    territorio afghano i sei miliardi di dollari
    americani e sauditi in armi e forniture militari
    destinate ai mujaheddin afghani. Esso si
    affiancava all’Intelligence Bureau - quest’ultimo
    peraltro posto sotto il controllo del
    Primo ministro del Pakistan - in compiti di
    organizzazione di operazioni clandestine sia
    sul territorio nazionale che all’estero. Fu tuttavia
    il generale pakistano Hamid Gul, “ideo -
    logo dell’Islam all’interno dell’esercito di
    Islamabad”22, vero padre dell’ISI, a favorire,
    a partire dal 1995, l’ascesa dei taliban. Essi,
    sotto la guida dell’emiro Omar, e grazie ai
    fondi di Bin Laden e ai finanziamenti
    dell’Arabia Saudita, si assicurarono ben presto
    il controllo della quasi totalità
    La Tradizione
    Cattolica 13
    dell’Afghanistan, lasciato, all’indomani della
    sconfitta dei russi, in preda alle lotte fra le
    varie fazioni.
    Negli stessi anni l’ISI crebbe fino ad
    avere 20.000 addetti e quando nel 1989 la
    Russia fu costretta ad abbandonare
    l’Afghanistan e di conseguenza il flusso di
    dollari americano subì un sostanziale rallentamento,
    l’ISI continuò invece stranamente a
    dilatarsi e ad assumere un ruolo via via più
    indipendente dai poteri centrali, una specie di
    stato nello stato, fino a contare oggi 40.000
    collaboratori finanziati con un bilancio
    annuale di un miliardo di dollari “di origine
    totalmente incontrollabile”23 da impiegare in
    operazioni speciali in Afghanistan e nel
    Kashmir.
    In quest’ultima regione l’ISI ha suscitato
    quasi 10.000 giovani combattenti della
    “jihâd” dediti al terrorismo, addestrati nei
    campi (sono 55) che esso gestisce in
    Afghanistan24. In India l’ISI è stato pesantemente
    coinvolto negli attentati di Nuova
    Delhi del 12 marzo 1993, quando tredici
    bombe esplosero in due ore e mezzo causando
    317 morti, e dell’aprile 1996 in collaborazione
    con i Sikh - i separatisti del Punjab -
    con la conseguenza di innescare una “sporca
    guerra” da parte indiana nel Kashmir a base
    di esecuzioni sommarie, incendi di villaggi,
    sequestri, massacri di civili inermi che contribuiscono
    vieppiù ad alimentare un odio su
    base religiosa fra popolazioni autoctone
    musulmane e minoranza indù.
    È interessante accostare a questi dati il
    pensiero del pragmatico Brzezinski sull’atteggiamento
    che gli Stati Uniti, soltanto due
    anni or sono, avrebbero dovuto tenere nei
    riguardi del terrorismo caucasico di origine
    islamica:
    “Il governo americano - sosteneva - […]
    non deve cadere nella politica del «tutti uniti
    contro Bin Laden»”25, concetto fatto proprio
    dalla “Military Review”, prestigiosa rivista
    dell’esercito americano, dove si sosteneva, a
    proposito dei mujaheddin ceceni, la necessità
    di “integrare i terroristi nella strategia ame -
    ricana”26.
    E non solo i terroristi ceceni, bensì anche i
    radicali talebani, a motivo dell’imprescindibile
    esigenza americana di controllare, sia pure
    indirettamente, la cosiddetta “H e a rt l a n d” ,
    ovvero l’Asia centrale, avviata a diventare in
    pochi anni il secondo grande polo planetario
    delle risorse energetiche fondate sugli idrocarburi.
    Vale la pena citare qui la rivista italiana
    di geopolitica “L i M e s” :
    “L’affermazione dei taleban corr i s p o n d e -
    va ad un disegno strategico degli Stati Uniti.
    Washington voleva un Afghanistan normaliz -
    zato sia pur sotto il tallone dei taliban per
    c re a re un asse con il Pakistan e pro b a b i l m e n -
    te con l’Uzbekistan. L’obiettivo era costr u i re
    una p i p e l i n e che dai giacimenti petroliferi del
    Mar Caspio convogliasse il greggio nei port i
    pakistani, nel contempo evitando l’Iran ed
    e m a rginando definitivamente la Russia
    dall’Asia centrale. Infatti l’oleodotto avre b b e
    bypassato le condotte russe nella regione, al
    momento le sole esistenti. Nota il giornalista
    pakistano Hamid Mir, del quotidiano A u s a f d i
    Islamabad, che un ulteriore obiettivo ameri -
    cano sarebbe stato quello di utilizzare
    l’Afghanistan dei taliban come re t rovia logi -
    stica e di addestramento per i ribelli islamici
    uiguri dello Xinjiang in funzione anticine -
    s e”2 7.
    Non si tratta tuttavia solo di petrolio o di
    indurre instabilità entro i confini cinesi, pur
    sempre interessante per i mondialisti, ma è
    soprattutto il disegno di lungo termine di
    smantellare la Russia (e quindi l’Europa) e
    impadronirsi delle sue ricchezze l’obiettivo
    primario: abbiamo infatti già illustrato la strategia
    USA dell’accerchiamento della Russia
    mediante una cintura “verde” islamica che,
    partendo dai Balcani, attraverso la Turchia e il
    Caucaso dovrebbe saldarsi con le repubbliche
    dell’Asia centrale. Sulla “Grande Scacchiera”
    ai talebani era riservato il ruolo di lievito
    regionale del rigore sunnita, da esportare nei
    paesi limitrofi, che a loro volta avrebbero
    dovuto fungere da basi di partenza per la
    destabilizzazione della Russia. La carta talebana
    sembra peraltro aver suscitato solo un
    profondo odio nella popolazione afghana e
    manifestato la propria sostanziale incapacità
    di superare il duro scoglio dell’Alleanza del
    Nord, supportata e controllata dai russi. Non
    per questo gli americani hanno fatto mancare
    alla loro creatura il sostegno, e ciò fino alla
    vigilia quasi dell’undici settembre. Riferiva in
    proposito il giornale “T h e Washington Post”
    del 25 maggio 2001:
    La Tradizione
    Cattolica 14
    “L’amministrazione Bush non si è scorag -
    giata. La settimana scorsa essa ha promesso
    un altro versamento di 43 milioni di dollari di
    aiuti all’Afghanistan, che fa salire il totale
    degli aiuti di quest’anno a 124 milioni di dol -
    lari, rendendo in tal modo gli Stati Uniti il
    maggior sostenitore umanitario di questo
    paese”.
    11 SETTEMBRE 2001
    Con tali premesse veniamo all’attentato
    dell’11 settembre.
    Innanzitutto un fatto che sembra andare
    oltre la mera coincidenza.
    Fu l’11 settembre del 1990, infatti, che
    Bush padre, rivolgendosi ad una sessione
    congiunta del Congresso americano, dichiarò
    la necessità di addivenire ad un “nuovo ordi -
    ne mondiale” trattando dell’invasione del
    Kuwait da parte di Saddam Hussein. In quel
    discorso, dopo breve descrizione dei quattro
    obiettivi da conseguire nella guerra che si
    annunciava contro l’Iraq, Bush aggiunse:
    “al di là di questi tempi travagliati può
    emergere il ns. quinto obiettivo - un nuovo
    ordine mondiale… oggi vediamo le Nazioni
    Unite assolvere i compiti per i quali le volle -
    ro i fondatori ”. Fondatori che, come è noto a
    chi ci ha seguiti in questi anni, provenivano
    senza eccezione tutti dagli alti cenacoli mondialisti,
    gli stessi che oggi hanno premuto sull’acceleratore
    della Repubblica Universale.
    La dichiarazione di Bush padre è avvenuta
    esattamente undici anni or sono, ditalché il
    numero 11 si ripeterebbe tre volte, 11 settembre,
    11 anni di distanza, di nuovo 11 settembre.
    Confermiamo il nostro disgusto ad imitare
    i cabalisti che traggono auspici e conclusioni
    dalle combinazioni e dagli accostamenti
    dei numeri, ma è un fatto che l’essenza della
    massoneria risiede nella cabala e che la cabala
    si fonda a sua volta sulle valenze magiche
    attribuite ai numeri.
    Nella “teologia” cabalistica, infatti, dieci
    sono le Sephiroth (Sephirot in ebraico significa
    n u m e r i) che costituiscono l’A d a m
    Kadmon, o Uomo Primordiale, e tutte dieci
    sono emanazioni dell’Infinito, o Ensoph, da
    cui tutto deriva ciò che è esistito, esiste ed esisterà.
    Un universo costituito perciò da 11 elementi,
    parodia che alla Trinità divina e ai
    “sette angeli che sono sempre davanti al
    trono di Dio” (Ap 1, 4) contrappone le 10
    Sephiroth dominate dall’Ensoph - l’11° elemento
    - rappresentazione di Dio. Ecco cosa
    dice in proposito il “Dizionario massonico”
    del Troisi:
    “Nel simbolismo massonico (il numero
    11, N.d.A.) ha un posto di grande importan -
    za: 11 sono gli Eoni maggiori e dalla loro tri -
    nità nasce il Trentatrè, il simbolo del
    Perfettissimo, del Pleroma dei Pleromi dello
    G n o s t i c i s m o”2 8. Dove il Perfettissimo è
    l’Ensoph, che abbiamo visto essere la versione
    cabalistica di Dio. In realtà siamo di fronte,
    dice Mons. Meurin 2 9, al mistero
    dell’Angelo decaduto riproposto in forma
    arcana e rivelato solo ai gradi superiori delle
    gerarchie gnostiche.
    Nel numero dell’aprile 1974 della rivista
    del CFR “Foreign Affairs”, Richard Gardner,
    esponente di spicco della comunità ebraica
    americana, ex ambasciatore americano in
    Italia, membro del CFR, della Trilaterale,
    della Pilgrims Society, del Rhodes Group -
    queste ultime due società superiori dell’area
    del Potere - scriveva che “la casa dell’ordine
    mondiale” doveva raggiungersi con paziente
    gradualismo erodendo pezzo per pezzo la
    sovranità delle nazioni e trasferendola man
    mano all’ONU. Ma accanto a questo modo di
    procedere c’è n’è un altro, ampiamente collaudato
    dalla storia, che consente di bruciare
    le tappe: scatenare crisi improvvise come
    guerre, rivoluzioni, disastri, terrorismo o
    simili per sgomentare la gente e spingerla ad
    accettare un nuovo assetto, un nuovo ordine.
    L’attacco alle Torri dell’11 settembre presentava
    senza dubbio tali caratteri. Quel che è
    accaduto, in fondo, non ha reso il mondo
    molto diverso da prima, come si proclamava
    nei giorni che seguirono l’attentato: ha solo
    chiarito a tutti, in modo definitivo, la necessità
    di un’erosione della sovranità degli stati
    a favore di strutture che si collochino sopra di
    essi in un abbraccio planetario, naturalmente
    per garantire la loro sicurezza.
    NOVUS ORDO SECLORUM
    Il 14 settembre 2001 il CFR teneva un
    incontro a Washington della “Commissione
    Americana sulla Sicurezza Nazionale nel 21°
    La Tradizione
    Cattolica 15
    secolo” - Commissione voluta da Clinton
    (CFR, Bilderberg, Trilaterale), e dal portavoce
    Newt Leroy Gingrich (uomo del vivaio di
    Kissinger, membro del CFR e del Bohemian
    Club, un’emanazione della società superiore
    Skull & Bones) e diretta dai senatori Gary
    Hart (CFR30) e Warren Bruce Rudman (presidente
    della Raytheon - azienda americana di
    punta nella fabbricazione di missili e di elettronica
    militare31 - e direttore, fino all’anno
    scorso, del CFR) - sul tema: “Dopo l’attacco.
    Una nuova urgenza”.
    Nel corso di quel convegno Hart dichiarò:
    “Al Presidente degli Stati Uniti è offerta
    una possibilità di usare questo disastro per
    portare a termine l’opera del padre - (vale a
    dire) una frase che suo padre ha usato, penso,
    una sola volta e che da allora non è stata più
    usata - ossia un nuovo ordine mondiale”32.
    La possibilità, intendeva Hart, di mettere
    al passo gli Stati Uniti e gli stati ribelli col
    Novus Ordo Seclorum che domina il dollaro
    americano.
    Ora è noto che anche George Bush figlio
    è, al pari del padre, 33° grado del RSAA33 e
    membro della società superiore dell’area del
    Potere Skull & Bones (nota anche come “The
    Order”, un vivaio dove sono reclutati coloro
    che un giorno dovranno assumere altissime
    responsabilità) alla quale venne ammesso
    vent’anni dopo il padre, nel 196834. Per non
    parlare del nonno, Prescott Sheldon Bush,
    membro fin dal 1917 della stessa Skull &
    Bones, con una solida frequentazione bancaria
    a Wall Street, associato degli Harriman35
    nel finanziamento di Hitler attraverso Fritz
    Thyssen.
    Giova precisare che tale Commissione si
    inserisce in un progetto più ampio ispirato dal
    Center for Strategic and International
    Studies (CSIS) di Washington e battezzato
    “Defending America: Redefining the
    Conceptual Borders of Homeland Defense”
    (Ridefinizione dei limiti concettuali della
    difesa del territorio). Come è noto il CSIS è
    guidato da mondialisti di gran levatura come
    H. Kissinger e Z. Brzezinski; vi appartiene
    anche Edward Luttwak (CFR), gettonato
    politologo ed economista dello schieramento
    conservatore americano, le cui dichiarazioni
    nel corso della guerra del Kosovo si sono
    distinte da quelle dei politici per equilibrio e
    obiettività. Egli non ha mancato di aggiungere
    la sua voce a quella di Hart:
    “Le bombe del World Trade Center hanno
    creato nuove priorità: la scossa è stata tanto
    violenta da creare un nuovo ordine mondia -
    le”, richiamando quindi l’attenzione sul fatto
    che fra Cina36, Russia, India e Stati Uniti si è
    ben tosto creata “una coincidenza di interessi
    contro l’Islam”37.
    Direttore del progetto di difesa territoriale
    dell’America è F red C. Ikle ( C F R )
    Sottosegretario alla Difesa con Reagan, oggi
    consigliere di Bush. Il suo gruppo di lavoro
    annovera il conte Arnaud de Borchgrave
    (CFR) ex-editore dello “Washington Times”
    di proprietà del “reverendo” Moon e Dov S.
    Zakheim (CFR), direttore amministrativo del
    Dipartimento della Difesa. Uno dei giornali
    di LaRouche riferisce che Ikle aveva previsto
    che “sarebbe stata necessaria una nuova
    Pearl Harbor terrorista” prima che gli americani
    prendessero in seria considerazione l’idea
    della necessità della difesa interna38.
    In realtà, riferisce il giornale britannico
    “The Guardian” sotto il titolo assai eloquente
    “Non possiamo dire che non ce l’avevano
    detto”, il 31 gennaio 2001 la Commissione
    diretta da Hart39 e da Rudman presentò ufficialmente
    al Senato americano un
    “Rapporto” di 150 pagine intitolato “Road
    Map for National Security: Imperative for
    Change” (Carta stradale per la sicurezza
    nazionale: l’imperativo del cambiamento)
    firmato dai 12 componenti la Commissione
    fra cui personaggi del calibro dell’ex direttore
    della CIA l’israelita James Rodney
    Schlesinger (CFR, Atlantic Council), Donald
    Rice (CFR, presidente della Rand
    Corporation), Leslie H. Gelb, attuale
    Presidente del CFR, e, fra gli altri, anche la
    moglie Lynne Ann dell’attuale vicepresidente
    USADick Cheney.
    La conclusione del documento era sensazionale,
    riferisce il giornale britannico:
    “Stati, terroristi e altri gruppi ostili
    acquisiranno armi di distruzione di massa e
    alcuni le useranno. È probabile che ameri -
    cani moriranno su suolo americano, forse
    in gran numero”. Nel suo rapporto Hart
    menzionava poi in modo specifico la mancanza
    di prontezza a rispondere al caso di
    La Tradizione
    Cattolica 16
    impiego di “un’arma di distruzione di massa
    in un edificio a molti piani”.
    Il giornalista prosegue rilevando che sorprendentemente
    i mass-media americani,
    salvo qualche eccezione, ignorarono semplicemente
    il Rapporto. Il “New York Times” e il
    “Wall Street Journal”, portavoci per antonomasia
    dei centri di potere presieduti dai membri
    della Commissione40, singolarmente non
    dedicarono una riga né al Rapporto, né alla
    conferenza stampa tenuta per la sua presentazione.
    Anche le televisioni, salvo la CNN,
    non riservarono spazio alcuno. La stessa Casa
    Bianca, che aveva fissato alla Commissione
    un’udienza per la settimana del 7 maggio,
    successivamente la cancellò adducendo motivi
    di opportunità di politica interna41.
    Nel Rapporto veniva in particolare posta
    in rilievo la necessità della rapida creazione di
    un’Agenzia specializzata contro il nuovo terrorismo,
    in grado di assumere la responsabilità
    della difesa interna del territorio americano
    contro possibili atti terroristici anche non
    convenzionali. Fra l’altro si diceva:
    “La combinazione della proliferazione di
    armi non convenzionali con la persistenza del
    terrorismo internazionale porranno fine alla
    relativa invulnerabilità del territorio ameri -
    cano (US homeland) mediante un attacco
    catastrofico. Un attacco diretto contro citta -
    dini americani su suolo americano è probabi -
    le nel prossimo quarto di secolo. Il rischio
    non è solo morte e distruzione ma anche una
    demoralizzazione che potrebbe minare la
    leadership globale americana. Di fronte a
    questa minaccia la nostra nazione non pos -
    siede stru t t u re governative idonee e
    integrate”42.
    Parole molto chiare che avrebbero trovato
    tragicissima conferma ben prima di un quarto
    di secolo.
    L’ATTENTATO: BIN LADEN O…
    Dopo la comprensibile emozione che tutti
    abbiamo vissuto di fronte a scene che immaginavamo
    confinate ai film di fantascienza…
    sono iniziate le reazioni.
    Reazioni di tutti i tipi, utilissime a tenere
    vivo un rumore di fondo nel quale informazione,
    disinformazione e controinformazione
    potessero confondersi, accavallarsi e intrecciarsi
    depistando, scatenando influssi, emozioni,
    orientamenti secondo le ormai consolidatissime
    tecniche di manipolazione delle
    folle.
    Abbiamo sentito di tutto: dalla stampa
    araba che diffondeva la notizia che 4.000
    ebrei impiegati negli uffici delle Torri sarebbero
    stati avvisati dal Mossad il giorno precedente
    l’attentato di non presentarsi al lavoro43,
    a quella occidentale che, per bocca di
    Bush e di Rumsfeld chiamava alla “crociata”
    contro un nemico non ben definito, adottando
    senza batter ciglio un termine che prima
    d e l l ’ 11 settembre era sinonimo di ottuso
    fanatismo e di sopraffazione al punto che
    Giovanni Paolo II aveva ritenuto di chiedere
    ripetutamente perdono ai popoli musulmani
    per le crociate, a quasi dieci secoli da quelli
    avvenimenti.
    Abbiamo udito Bush invocare ripetutamente
    Dio (certamente, peraltro, non quello
    cristiano, ma quello della massoneria, e quindi,
    come si è visto, dell’ebraismo cabalistico
    - non si dimentichi che ha giurato da
    Presidente su una bibbia del 1767, di proprietà
    della Saint John’s Lodge n. 1 di New
    York, la più antica loggia di rito scozzese
    degli USA4 4) e indicare l’operazione che
    avrebbe dovuto scattare di lì a poco contro le
    fonti indicate del terrorismo col nome di
    “Giustizia infinita”45, ossia ancora Dio, prendendo
    a prestito dal Vangelo il “chi non è con
    me è contro di me” e stravolgendolo, con
    assai poco giudizio, nel “con noi o contro di
    noi”46. Ovvero chi si oppone alla “Giustizia
    infinita” si oppone a Dio stesso. Se non è
    guerra di religione, questa….
    In questo grande tramestio aff i o r a n o
    anche i lucrosi affari che Bush padre e Bush
    figlio avrebbero fatto, a partire agli anni ’60,
    e fino a pochissimi anni or sono, con la famiglia
    di Bin Laden, la quale avrebbe investito,
    assieme alle grandi famiglie saudite, nella
    compagnia petrolifera dei Bush. Del resto i
    Bin Laden erano di casa nel Texas dei Bush,
    dove, negli anni ’70 avevano costituito anche
    una compagnia aerea, la “Bin Laden
    Aviation”. Intrecci con la CIA, alla cui guida
    Bush padre era stato preposto nel 1976, con
    l’alta finanza americana e presenze nel più
    grande scandalo del secolo, quello della
    BCCI di Atlanta, in quegli anni si sovrapponevano
    in una girandola di capitali che anco-
    La Tradizione
    Cattolica 17
    ra nel 1989 giovarono a salvare dal fallimento
    la compagnia petrolifera di Bush, dapprima
    chiamata “Arbusto” (traduzione spagnola di
    “Bush”, che significa, infatti, “arbusto”) indi
    diventata “Harken Energy Corporation”4 7.
    Preoccupazione comune dei media, nella
    fase che ha preceduto l’azione in
    Afghanistan, ma non solo, è stata di esorcizzare
    l’idea della prospettiva di una guerra fra
    religioni, martellando il L e i t m o t i v d e l l a
    necessaria distinzione fra musulmani moderati
    “buoni” e fondamentalisti “cattivi”.
    Stranamente i paesi arabi, vera fonte ideologica
    del fondamentalismo islamico - alludiamo
    in particolare al wahhabismo destabilizzatore
    e intollerante dell’Arabia Saudita -
    non vengono degnati di attenzione e gli
    sguardi si appuntano sempre più insistentemente
    sull’Afghanistan e su Bin Laden indicato
    al mondo come il responsabile principale
    della strage di New York.
    Commenta su “LiMes” Giulietto Chiesa,
    acuto giornalista de “La Stampa” e suo corrispondente
    da Mosca: “L’individuazione di
    Osama bin Laden come unico responsabile è
    però troppo mutuata da James Bond (alludeva
    alla similitudine con un’opera di Fleming
    avente James Bond come protagonista,
    N.d.A.) per essere credibile. Penso che anche
    l’amministrazione americana sia, più o meno
    confusamente, consapevole di ciò, come
    dimostra il discorso di Bush, che parla di una
    guerra globale, di lunga lena. Se fosse solo
    un uomo non occorrerebbe tanto”48.
    BIN LADEN O…: PUNTI DI VISTA
    RUSSI, E NON SOLO
    Nel frattempo dal rumore di fondo emerge
    qualche voce fuori dal coro: è il caso dell’agenzia
    di informazione russa “National
    Information Serv i c e S t r a n a”4 9, prossima a
    posizioni governative, che qualche giorno
    dopo aver rivelato la nazionalità cecena di
    uno dei terroristi kamikaze, il 14 settembre
    pubblica un’intervista ad un personaggio eminente
    dei servizi segreti russi, intervista che
    getta parecchie ombre sul ruolo reale di Bin
    Laden nella faccenda. Si tratta di Andrei
    Kosyakov, vicedirettore nel periodo 1991-
    1993 della Sottocommissione russa per il
    controllo delle attività russe di spionaggio.
    Quello che ne viene fuori è una serie di constatazioni
    logicamente
    fondate:
    - il fatto che
    l’attentato fosse
    stato prog r a mmato
    da mesi
    come dimostrano
    le partenze dei
    quattro aerei d a
    quattro punti diff
    e r e n t i a distanza
    di pochi minuti
    uno dall’altro e
    l’arrivo sugli
    obiettivi a poca
    distanza fra di
    loro: per
    Kosyakov e i
    suoi analisti per
    ottenere un simile risultato la collaborazione
    di uno stato è indiscutibile;
    - la difficoltà oggettiva di trovare tutti quei
    piloti preparati e determinati al suicidio;
    - le telefonate fatte dagli aerei, dove nessuno
    ha in alcun modo accennato a terroristi
    arabi, ad accenti, aspetti o pronunce particolari,
    per cui Kosyakov e i suoi analisti ne
    deducevano che i terroristi non potevano
    essere differenti dagli altri passeggeri;
    - la macchina noleggiata dai terroristi
    prima dell’azione e visibilmente abbandonata
    in un aeroporto, con il baule pieno di
    Corani scritti in arabo e di manuali di volo
    pure in arabo, chiaramente lasciata ritrovare
    per depistare le indagini. Vista tanta professionalità,
    argomenta Kosyakov, come spiegare
    un errore così banale che contrasta invece
    con la cura dei dettagli?
    - il fatto che nessuno abbia rivendicato
    l’attentato. Ciò significa, secondo Kosyakov,
    che gli autori intendono mantenere l’anonimato,
    che siamo di fronte a professionisti che
    nulla hanno tralasciato, giovandosi dell’alta
    tecnologia e dell’appoggio complice di una
    qualche rete. Gli autori materiali dell’attentato
    potrebbero essere fondamentalisti islamici
    americani o europei, mentre le menti - prosegue
    il Kosyakov - se ne starebbero tranquille
    altrove e pronte a colpire ancora - l’America
    in particolare - “fino a giungere alla fase del
    conflitto globale, scopo di tutte queste azio -
    La Tradizione
    Cattolica 18
    ni”. A quel punto, conclude Kosyakov, “essi
    riveleranno il loro volto per ottenere una
    riserva di mobilitazione”;
    - Bin Laden per Kosyakov potrebbe anche
    avere avuto una parte nell’azione dell’11 settembre,
    ma solo in ruolo marginale e secondario.
    Egli infatti: “non è un ideologo, è trop -
    po visibile. Quelli che organizzano tutto que -
    sto sono troppo astuti per mettersi così in
    vista”50.
    In sostanza Kosyakov lascia intendere che
    i piloti suicidi erano dei manipolati da una
    potentissima organizzazione, con caratteristiche
    tipiche di un grande servizio segreto.
    L’attentato sarebbe dunque una drammatica
    espressione del nuovo terrorismo “globalizzato”
    che viaggia, cioè, sopra la testa delle
    nazioni. Per contrastare tali minacce servirebbe,
    allora, una rete organizzativa anch’essa
    stesa al di sopra delle nazioni.
    Si conclude che l’attentato ha richiesto:
    1. grande tecnologia
    2. cooperazione internazionale
    3. logistica di alta complessità
    4. notevole inventiva
    5. alto livello di addestramento dei piloti
    nel quadro di una disciplina di ferro
    6. determinazione perfetta delle modalità
    e della tempistica di azione.
    Con tali premesse sinceramente neppure a
    noi riesce di immaginare come avrebbe, dalle
    sue caverne in Afghanistan il ricercato n. 1
    Bin Laden, potuto coordinare tutto questo,
    giovandosi dei telefonini satellitari e di
    Internet, mezzi gestiti e controllati senza sforzo
    alcuno dagli americani.
    Se fosse stato capace di tanto i suoi uomini
    da tempo avrebbero dovuto conquistare le
    regioni del Caucaso e del Medio Oriente dove
    ora vigerebbe incontrastata la legge coranica.
    Lo stesso 14 settembre il vice presidente
    della Commissione A ffari Esteri del
    Consiglio della Federazione Russa Mikhail
    M a g r e l o v, esperto di spionaggio e bene
    addentro al mondo islamico, a margine dello
    spettacolare attentato contro le Torri Gemelle
    e il Pentagono, formulava alla televisione
    russa NTV alcune osservazioni:
    • nessuna organizzazione islamica dispone
    delle enormi capacità necessarie ad un
    attentato così spettacolare. Almeno 200 persone,
    a suo dire, devono avere collaborato per
    almeno sei mesi;
    • le organizzazioni terroristiche sono
    necessariamente sotto il controllo dei servizi
    segreti, controllo che, anche se magari non si
    allunga ai loro meandri interni, si estende
    almeno al quadro generale;
    • il dirottamento contemporaneo di diversi
    aerei con piloti altamente addestrati, la
    paralisi dei sistemi di controllo del traffico
    aereo durante tutto il tempo dell’azione dei
    terroristi(notizia questa, apparsa qua e là solo
    nelle prime fasi successive all’attentato e
    quindi soffocata, N.d.A.) e la perfezione dell’impatto
    degli aerei per ottenere il massimo
    danno possibile presuppone un’organizzazione
    estesa e specialistica51.
    La conclusione è identica a quella di
    Kosyakov, si tratterebbe più di servizi segreti
    che di organizzazioni “islamiche”. Giova
    aggiungere che questi due personaggi, al
    quale si è accodato, sempre negli stessi giorni
    - si noti - il direttore dell’Istituto Russo per
    le Valutazioni Strategiche A l e x a n d e r
    Konovalov, il cui pensiero per motivi di brevità
    non riportiamo, riflettono un solo concetto:
    i russi - che pure conoscono bene sulla
    loro pelle cosa sia e da dove provenga il terrorismo
    islamico - all’attentato di matrice
    islamica non credono. Opinione autorevolmente
    condivisa dai “s e rvizi segreti di
    Israele” - rincara Konovalov - aggiungendo:
    “gente che il proprio lavoro lo conosce
    bene”52.
    Vale la pena concludere questa parte con
    la lucida opinione del citato Giulietto Chiesa
    riportata sullo stesso numero di “LiMes”:
    “Non credo che questa “cupola” possa
    essere stata costruita da un solo servizio
    segreto di un solo paese islamico. E nemme -
    no dall’alleanza tra più servizi segreti, anche
    senza il consenso formale dei rispettivi
    governi. La possibilità di mantenere la segre -
    tezza in queste condizioni si sarebbe imme -
    diatamente ridotta a zero. Con maggiore pro -
    babilità si può ipotizzare che questa cupola
    contenga alcuni altissimi esponenti di alcuni
    servizi segreti di alcuni paesi… L’identikit
    collettivo di questa cupola sembra essere
    questo: ottimi conoscitori dell’Occidente,
    altrettanto ottimi conoscitori della dispera -
    zione del Sud del mondo, manipolatori bril -
    lanti del fanatismo religioso islamico, straor -
    La Tradizione
    Cattolica 19
    dinariamente ricchi, frequentatori dei più
    esclusivi circoli finanziari internazionali,
    dotati di alta capacità di «insider trading»53,
    con accesso a informazioni riservate di carat -
    tere politico, diplomatico e militare”54.
    * * *
    All’insistente e fastidioso rumore di fondo
    potrebbe appartenere anche la dichiarazione
    del braccio destro del famoso terrorista
    Carlos, Anis Naccache, raccolta dal giornale
    libanese “The Daily Star” secondo la quale
    l’attentato alle due Torri potrebbe trattarsi “di
    un progetto criminale uscito dagli allievi
    della scuola di infiltrazione del fondamentali -
    smo che il Mossad aveva organizzato in
    Marocco negli anni ’80”55.
    “Avvenire” del 21.9.2001 invece riflette
    una notizia pubblicata sul “New York Times”
    secondo la quale dopo l’attentato “sei giovani
    israeliani sarebbero stati sorpresi a festeg -
    giare a bordo di un pulmino, e di conseguen -
    za espulsi”.
    Rumore, rumore, rumore incessante: “è il
    segreto della libera stampa: le informazioni
    non sono nascoste, sono coperte dal rumore
    di fondo. Non ci sono segreti, ci sono notizie
    insignificanti e altre no”56.
    LA POSIZIONE MILITARE
    AMERICANA
    In tempi brevissimi, dopo l’attentato di
    New York, viene definita esattamente anche
    la posizione strategica militare americana a
    riguardo delle fasi successive di supporto alle
    scelte politiche. Il 30 settembre 2001 il
    Dipartimento della Difesa pubblicava sulla
    “Q u a d rennial Defense Review ” (R i v i s t a
    Quadriennale della Difesa) un rapporto di 72
    pagine in cui erano ribaditi gli interessi e le
    priorità americane da perseguire nell’area
    eurasiatica57.
    Vi si apprende che interesse e obiettivo
    primario degli Stati Uniti è “precludere una
    dominazione ostile (agli USA, N.d.R.) delle
    a ree critiche, particolarmente l’Euro p a ,
    l’Asia nordorientale, il litorale orientale
    asiatico, il Medio Oriente e l’Asia sudocci -
    dentale” (p. 10) assicurando nel contempo
    agli USA “l’accesso ai mercati strategici
    chiave e alle risorse strategiche”.
    Il rapporto affronta il problema del sorge -
    re di un possibile competitore militare nella
    regione asiatica dotato “di una formidabile
    base di risorse” (p. 12), constatando come
    “(in Asia) la densità delle infrastrutture fisse
    e mobili U.S. sia più bassa che in altre zone
    critiche”, per cui occorre rapidamente sviluppare
    “sistemi in grado di sostenere operazio -
    ni a grande distanza con un minimo di sup -
    porto di base”.
    Preso quindi atto che “gli Stati Uniti e i
    loro alleati e i loro amici continueranno a
    d i p e n d e re dalle risorse energetiche del
    Medio Oriente, una regione in cui diversi
    stati… stanno sviluppando capacità di
    costruire missili balistici, forniscono suppor -
    to al terrorismo internazionale, espandono il
    loro strumento militare in modo da minaccia -
    re gli stati amici degli USA, e negando alle
    forze americane l’accesso alla regione”. Il
    documento prosegue dichiarando che le stesse
    forze “sotto la guida del Pre s i d e n t e ,
    saranno in grado di sconfiggere un avversa -
    rio in uno o due teatri… imponendo la
    volontà americana e rimuovendo ogni futu -
    ra minaccia che esso potrebbe porre. Tale
    capacità comprenderà l’occupazione del
    territorio o le condizioni da imporre per il
    cambio di regime, qualora richiesto” (p. 29).
    Perfettamente in linea con il pensiero dei
    pianificatori strategici che abbiamo passato
    in rassegna nel Convegno dello scorso anno e
    che oggi sembrerebbe concretizzarsi nella
    La Tradizione
    Cattolica 20
    Zbigniew Brzezinski, autore del libro
    “La grande scacchiera”.
    prospettiva di una presenza militare americana
    e della NATO sul territorio afghano. A tal
    punto non sorprenderebbe neppure un risveglio
    ad opera americana degli “sconfitti” taliban,
    in forma di Esercito di Liberazione da
    lanciare direttamente contro le repubbliche
    centro asiatiche (come sta accadendo per
    l’UCK in Macedonia) per destabilizzarle.
    OGGI L’AFGHANISTAN, DOMANI…
    Dai rumori di guerra spiccano sempre più
    nette voci di un possibile attacco e occupazione
    dell’Iraq, trasversalmente accusato di essere
    il responsabile degli attentati biologici a
    base di antrace58.
    Si tratta di testate autorevoli, come il “The
    Daily Telegraph” del 10 ottobre u.s. che in un
    articolo a firma di Stephen Pollard (membro
    anziano del “Centro per la Nuova Europa” di
    Bruxelles) intitolato: “La vera minaccia è
    l’Iraq - come gli uomini di Bush hanno detto
    per anni”, cita un documento presentato a
    Clinton il 26 gennaio 1998 a firma degli stessi
    personaggi oggi presenti nel governo americano,
    ovvero Rumsfeld, Wo l f o w i t z ,
    Zoellick, Armitage, Perle, Paula Dobrianski
    (vicepresidente del CFR) ed Elliott Abrams
    (CFR).
    I firmatari di detto documento59 accusavano
    Saddam di sviluppare armi NBC (nucleari,
    biologiche e chimiche) e di costituire una
    minaccia permanente per Israele, per gli stati
    arabi “moderati” e per le compagnie petrolifere
    angloamericane. In realtà oltre a queste
    motivazioni ce ne sono altre, non ultima la
    posizione geopolitica dell’Iraq, paese importante
    dell’assetto asiatico che permette, assieme
    all’Afghanistan, di accerchiare l’Iran,
    porta di accesso all’Asia centrale e al petrolio
    del Caucaso.
    La lettura di tale documento è sufficiente,
    scrive quel giornale, “per capire cosa accadrà
    prossimamente”, aggiungendo: “Tutto
    quanto venne scritto nella lettera del 1998
    oggi è reale. L’Iraq sarà il prossimo bersaglio”.
    Non sarebbe più, quindi, questione se
    l’Iraq verrà attaccato, ma quando e come60.
    Curiosamente, agli inizi di settembre, nel
    sultanato dell’Oman 24.000 soldati britannici,
    appoggiati da carri armati pesanti e aerei avevano
    lungamente manovrato, mentre 25 navi
    da guerra della Royal Navy incrociavano nel
    golfo omonimo, di fronte alle coste iraniane.
    Notizia assai recente: l’ex direttore della
    CIA R. James Woolsey, uno dei falchi dell’establishment
    americano, in un discorso
    tenuto il 22 ottobre incentrato sui possibili
    autori dell’attentato dell’11 settembre,
    dichiarava:
    “Ci sono troppe cose, troppi esempi di
    identità trafugate, di documentazione dili -
    gentemente contraffatta, di coordinamento
    attraverso i continenti e fra stati… che non
    conducono molto lontano dalla conclusione
    che qui è coinvolto uno stato e un servizio
    segreto altamente efficiente”61.
    Il 26 ottobre lo stesso Woolsey, da Londra
    dove era stato inviato da Wolfowitz, ribadiva
    una volta di più la determinazione americana:
    “Se il governo prende la decisione fonda -
    ta sulle notizie in suo possesso di intrapren -
    dere un’azione militare contro ogni altro
    stato che non sia l’Afghanistan, credo che il
    mondo vedrà come la nostra reazione sarà
    spietata, implacabile e devastante” e concludeva:
    “…finora non avete visto ancora
    nulla”62.
    Né il cielo sopra la Siria si presenta meno
    cupo: è ancora il “Daily Telegraph” britannico
    che in un articolo datato 20 ottobre dal
    titolo “Syria sponsors terrorism” (La Siria
    sponsorizza il terrorismo) minacciava:
    “…Per il momento gli alleati sono con -
    centrati sulla sconfitta di Osama bin Laden,
    mentre cercano di ravvivare i colloqui di
    pace in Medio Oriente per inserire gli arabi
    nella coalizione contro il terrorismo. Quando
    questa fase avrà termine, la Siria verrà posta
    di fronte alla scelta, secondo la linea presen -
    tata da Israele ad Arafat: o essa procede alla
    chiusura degli uffici islamici di Damasco e
    ammette la presenza dell’esercito libanese
    nel Libano meridionale, o sarà giudicata uno
    stato canaglia (rogue state) e quindi passibi -
    le di azione militare punitiva”.
    Ad ogni buon conto all’indomani dell’11
    settembre gli USA hanno incrementato del
    20% il bilancio della Difesa (che per l’anno
    in corso ammontava già a 375 miliardi di dollari),
    in ciò mossi anche dal fine non secondario
    di stimolare un’economia in affanno a
    causa di un’immensa bolla speculativa che,
    La Tradizione
    Cattolica 21
    sfuggendo sempre più al controllo, rischia di
    far saltare l’intero sistema finanziario mondiale.
    Un aspetto questo poco noto, ma non
    per questo meno reale: basti dire che il banchiere
    israelita Felix Rohatyn (per quarant’anni
    numero uno della Lazard - una delle
    banche d’affari di vertice di New York, che
    cura gli interessi degli Agnelli), ancora il 25
    settembre u.s. scriveva sul “Wall Stre e t
    Journal” che la situazione era tale da richiedere
    un programma immediato da 250 miliardi
    di dollari a sostegno dell’economia.
    Riferisce il LaRouche6 3 che Stephen
    Roach, direttore degli economisti della
    Morgan Stanley, una delle maggiori banche
    d’affari di Wall Street, in un editoriale pubblicato
    sul “Financial Times” del 29 settembre
    osservava che il nuovo paradigma economico
    non sarà più costituito da investimenti “per
    l’aumento della produttività”, bensì per “la
    difesa”.
    Stare al vertice quando si ha la supremazia
    comporta - è risaputo - crisi costanti, tensioni
    e guerre combattute: uno stato di guerra
    protratto in Eurasia, secondo le linee guida
    dello “scontro delle civiltà”, non potrà dunque
    che essere il benvenuto e offrire ai reggitori
    occulti solo vantaggi, anche se - la storia
    recente lo dimostra - i Putin sono sempre dietro
    l’angolo.
    I PERSONAGGI DELLAREAZIONE
    AL TERRORISMO
    I nomi che si rincorrono in questi giorni
    sono quelli dei “falchi” di Washington, in particolare
    Donald Henry Rumsfeld ( C F R ,
    Atlantic Council, Bilderberg), P a u l
    Wo l f o w i t z (CFR, Bilderberg, Tr i l a t e r a l e ) ,
    membro della lobby ebraica del Washington
    Institute for the Near East Policy e
    dell’AIPAC, possente gruppo di pressione
    ebraico sul Senato e il Congresso americani
    che raggruppa 141 associazioni ebraiche fra
    cui la potentissima massoneria del B’nai
    B ’ r i t h6 4, Richard (Dick) Bruce Cheney
    (CFR, Trilaterale), ricco personaggio che ha
    fatto ottimi affari col petrolio a fianco dei
    Bush in Texas, Colin L. Powell ( C F R ,
    Bilderberg, già capo di Stato maggiore ai
    tempi della guerra del Golfo), Condoleeza
    Rice (CFR, Atlantic Council, presente nei
    consigli di amministrazione della Chevron,
    della Morgan & Co., e della Transamerica
    Corp.), gli israeliti Richard Norman Perle
    (CFR), Henry Kissinger (Pilgrims Society,
    CFR, Trilaterale, Bilderberg, Pugwash,
    Aspen Institute, Fondazione Rockefeller),
    l’ex direttore della CIA R. James Woolsey
    (Rhodes Scholar, CFR, Atlantic Council),
    Robert B. Zoellick (CFR, Bilderberg, membro
    del comitato esecutivo della
    Commissione Trilaterale, già presidente del
    CSIS di Kissinger e Brzezinski), George P.
    Shultz (CFR, Trilaterale, Pilgrims Society,
    direttore della banca J.P. Morgan, paladino -
    al pari di Soros - della droga libera), mentre
    Brent Scowcroft, ex generale oggi consigliere
    di Bush per la sicurezza nazionale, è a sua
    volta membro del CFR, della Trilaterale, dei
    Circoli Bilderberg, dell’Atlantic Council, del
    CSIS e della Kissinger Associates - società di
    consulenza per stati e multinazionali presieduta
    da Kissinger - e, incarico non marginale,
    presidente del Consiglio degli Affari turcoamericano
    (Turkish-American Business
    Council).
    Come si vede tutti costoro appartengono
    senza eccezione al CFR, o al Bilderberg o
    alla Trilaterale, o a tutti e tre contemporaneamente,
    conciliaboli dell’area del Potere da
    cui - come è noto - emanano gli ordini operativi
    verso i rispettivi governi orientati alla
    creazione della Repubblica Universale.
    UNO SCONTRO DI CIVILTÀ?
    Uno degli aspetti sui quali i protagonisti
    di questi giorni battono senza posa è la natura
    della “guerra al terrorismo” in corso: giammai
    uno “scontro di civiltà” fra due religioni,
    presentate invece entrambi come altissime e
    di pari dignità, ma solo interventi circoscritti
    miranti a sradicare, il più asetticamente possibile,
    le centrali del terrore.
    Eppure fin dai primi giorni il termine
    “scontro di civiltà” è ricorso molto spesso
    praticamente su tutta la stampa occidentale.
    L’autorevole quotidiano inglese “T h e
    Daily Telegraph” per la penna del suo esperto
    del settore Difesa John Keegan, in un articolo
    dal significativo titolo (sottolineatura
    dell’autore) “In questa g u e rra di civiltà,
    l’Occidente prevarrà”, francamente ammette:
    “Lo “scontro di civiltà” 65 di Huntington
    La Tradizione
    Cattolica 22
    venne (a suo tempo, N.d.R.) a m p i a m e n t e
    discusso, sebbene nessuno lo prendesse in
    seria considerazione. Dall’11 settembre inve -
    ce è stato preso molto sul serio”. Il lungo articolo
    così si conclude:
    “… la risposta all’aggressione islamica…
    non è una crociata. Le crociate furono episo -
    di localizzati nel tempo e nello spazio, nel
    contesto religioso fra Cristianità e Islam.
    Questa guerra si colloca entro lo spettro
    molto più ampio di un conflitto assai più
    vecchio, fra Occidentali stanziali, creativi e
    produttivi e Orientali predatori e distrutti -
    vi”66.
    Il 30 luglio 2001 alla Casa Bianca ci fu un
    incontro riservato sul Medio Oriente fra esponenti
    dell’amministrazione Bush, noti per la
    loro visione geopolitica affine allo scenario
    descritto da Huntington dello “scontro delle
    civiltà”, e, udite, udite… fondamentalisti
    americani cristiani ed ebrei.
    I personaggi presenti per conto dell’amministrazione
    erano il sottosegretario di Stato
    Richard Armitage, direttore della Camera di
    Commercio Americano-Azera, organizzazione
    che punta a fare dell’Azerbaigian il punto
    di forza per il controllo americano del petrolio
    del Caucaso. Nel “Consiglio consultivo
    d’onore” di tale Camera troviamo i soliti
    Kissinger, Brzezinski, l’attuale vicepresidente
    Dick Cheney e il 33 James A. Baker III (CFR,
    Trilaterale, Atlantic Council) - avvocato texano
    amico di famiglia dei Bush - il succo del
    cui pensiero si riassume nel conseguimento
    della supremazia indiscussa anglosassone,
    politico-economico-militare, in Eurasia; Paul
    Wolfowitz, strenuo sostenitore di Israele, il
    ministro della Giustizia americano John D.
    Ashcroft, uomo di riferimento dei “fonda -
    mentalisti cristiani”. Sono costoro una setta
    protestante americana, assai lontana dal cattolicesimo,
    con forti connotazioni ebraicizzanti,
    nata negli anni attorno al 1870, la cui dottrina
    è assai vicina agli esiti preannunciati dallo
    “scontro di civiltà “ di Samuel Huntington.
    Centro di tale dottrina è il ritorno degli ebrei
    in Palestina, la ricostruzione del Tempio e la
    battaglia finale di Armageddon seguita dalla
    sopravvivenza dei soli eletti.
    Da parte “religiosa” erano presenti la
    “Religious Round Ta b l e”, guidata da E d
    McAteer. Nelle fila di questa associazione
    militano personaggi come il 33 Jesse Helms o
    Jerry Falwell, il fondatore della “M o r a l
    Majority” (un’associazione con 20 milioni di
    simpatizzanti) che nel 1982 fu insignito da
    Begin - nel corso di un viaggio in California
    e in Texas che gli era stato organizzato dal
    B’nai B’rith per prendere contatti con la
    destra protestante - del premio Jabotinski
    “per i servizi resi a Israele” e fanatici telepredicatori
    che annunciano l’apocalisse prossima
    ventura.
    Alla “Religious Round Table” si affiancavano
    la “Christian Broadcasting Network”
    (lett. “Rete di Trasmissione Cristiana”),
    l’“Ambasciata Cristiana di Gerusalemme”, il
    cui scopo primario è fungere da canale per i
    finanziamenti ad Israele, la “C h r i s t i a n ’s
    Israel Public Action Committee”, una lobby
    di pressione a favore di Israele,
    l’«Organizzazione Sionista dell’America» e
    l ’ «Americans For a Save Israel»
    (“Americani per la Salvezza di Israele”),
    emanazione americana del Likud israeliano
    che non fa mistero della sua intenzione di
    procedere alla ricostruzione del Tempio. Il
    suo Presidente, Herb Zeibon, presente all’incontro
    alla Casa Bianca, dichiarò ad un intervistatore
    che in America ci sono “70 milioni
    di evangelici” i quali costituiscono “la base
    politica di Bush”, che non avrebbero esitato a
    “devastarlo” politicamente qualora intendesse
    deviare dai loro programmi67.
    Dal fatto che un esponente del Likud
    possa farsi portavoce in tali termini di gruppi
    che si definiscono cristiani, appare evidente
    fino a qual punto il protestantesimo di matrice
    anglosassone si sia allontanato dalla fede
    cattolica dando luogo a una forma più che di
    cristianesimo, di larvato ebraismo.
    Infine vorrei citare un passo del libro
    “Guerra senza limiti”, edito a Pechino nel
    1999 a cura dell’Esercito popolare di liberazione,
    che contiene il pensiero di due colonnelli
    cinesi - chiaramente ispirato e avallato
    dalle sfere superiori - che analizza la guerra
    cosiddetta globale, senza limiti, condotta con
    ogni mezzo, inclusi quelli non convenzionali.
    Il passo recita (si ponga attenzione che siamo
    nel 1999!):
    “Resta da stabilire… se si è pensato o
    La Tradizione
    Cattolica 23
    meno di combinare il campo di battaglia e le
    operazioni non militari, che significa più pre -
    cisamente combinare gli aerei che eludono i
    radar e i missili Cruise, con le organizzazio -
    ni dei killer, la deterrenza nucleare, le guerre
    finanziarie (i due colonnelli equiparano altrove
    Soros a un terrorista finanziario, appioppandogli
    il titolo di “caimano della finanza,
    con un volume d’affari in capitale flottante da
    120 miliardi di dollari”, con esplicito riferimento
    alle conseguenze disastrose dei terremoti
    finanziari che Soros aveva scatenato in
    Inghilterra, in Messico e nel Sudest asiatico),
    e gli attacchi terroristici, o, più semplicemen -
    te, Schwarzkopf + Soros + bin Laden. Questa
    è la partita che si sta giocando”. Passando
    quindi a rilevare la mancanza di prospettiva
    dei comandi americani, i cinesi osservavano:
    “… che si tratti delle incursioni di hacker,
    di una grande esplosione al World Trade
    Center o di un attentato dinamitardo di bin
    Laden, tutto ciò va ben oltre il campo visivo
    degli alti gradi americani…”68.
    * * *
    A questo punto non serve spingere oltre:
    qui intendiamo infatti arrestarci non prima
    però di aver preso atto della nostra impossibilità
    ad affermare con certezza che l’attentato
    dell’11 settembre possa essere stato opera di
    gruppi o personaggi affatto differenti da quelli
    pubblicamente chiamati in causa. Non ci è
    parimenti dato, tuttavia, di ignorare l’esistenza
    di formidabili elementi di dubbio, corroborati
    dall’attuale modo di procedere occidentale,
    che sembra interpretare al meglio quei
    piani e quei disegni di Repubblica Universale
    ripetutamente analizzati in questa sede.
    SCENARI
    Non essendo addetti ai lavori ed avendo
    negata ogni concreta speranza di accesso a
    quegli ambienti dove si forgiano gli avvenimenti,
    ci rimane praticamente soltanto lo
    strumento della logica e le nostre categorie
    cattoliche - di cui andiamo fieri - che nondimeno
    riteniamo ampiamente sufficienti a prospettare
    qualcuno, almeno, dei numerosi scenari
    possibili.
    1. L’autorevolissimo “New York Times”
    del 24 settembre u.s. ospitava a firma di un
    portavoce d’occasione, Robert Wright, ricercatore
    presso l’Università della
    Pennsylvania, un articolo dove veniva affrontata
    la questione della cessione della sovranità
    nazionale USA alle Nazioni Unite, presentata
    come condizione essenziale per la
    prevenzione di attacchi terroristici non convenzionali
    contro il territorio americano.
    Sarebbe stato anzi proprio il senso nazionale
    americano, sosteneva il Wright, ad impedire
    gli sforzi delle Nazioni Unite per il controllo
    della diffusione delle armi di distruzione di
    massa.
    “Stare attaccati alla sovranità nazionale -
    proseguiva il nostro autore - a tutti i costi non
    è esattamente sbagliato, è impossibile. Se i
    governi non rispondono con nuove forme di
    organizzazione internazionale, la civiltà, così
    come la conosciamo potrebbe davvero essere
    finita. Così la domanda non è se cedere la
    sovranità nazionale. La domanda è come,
    cautamente e sistematicamente, o caotica -
    mente e catastroficamente?”.
    Dove si vede che gli americani sono fritti
    al pari di noi e che la marcia verso il vertice
    unico che regna su un’unica organizzazione
    sovrannazionale - si chiami essa ONU o una
    nuova organizzazione sorta dalle sue ceneri -
    sta liquidando, dopo l’attentato dell’11 settembre,
    l’ultima grande nazione, ancorché
    superpotenza, nel grande calderone mondialista.
    2. Nel suo libro dal titolo “F i g h t i n g
    Terrorism” (Lotta al terrorismo) l’ex capo del
    governo di Israele Benjamin Netanyahu, nel
    1995, con sorprendente lungimiranza scriveva:
    “Le organizzazioni terroristiche che
    fanno capo all’estremismo islamico annulla -
    no in larga misura la necessità dell’Islam di
    disporre di una potenza aerea o di missili
    intercontinentali per lanciare attacchi con
    esplosivi atomici. I terroristi stessi saranno il
    sistema attraverso il quale tali attacchi
    saranno sferrati. Nel peggiore di questi sce -
    nari, le conseguenze potrebbero essere rap -
    presentate non da un auto bomba, ma da una
    bomba atomica collocata nel seminterrato
    del World Trade Center”69.
    Sei anni dopo, commentando l’accaduto
    dell’11 settembre, Netanyahu in un’intervista
    La Tradizione
    Cattolica 24
    del mese scorso richiamava quelle parole:
    “In definitiva, l’esplosione e il crollo del
    World Trade Center sono stati provocati da
    300 tonnellate di carburante aereo piuttosto
    che da un ordigno nucleare, e questo signifi -
    ca che il tragico orrore di cui siamo stati
    testimoni questa settimana non è il peggiore
    scenario possibile… Il terrorismo non costi -
    tuirà più una minaccia solo per singoli indi -
    vidui o edifici: intere città potranno venire
    distrutte, interi stati essere tenuti in ostaggio.
    Il mondo è sull’orlo di un abisso… È neces -
    sario intervenire adesso”70.
    Se la fosca visione di Netanyahu deve
    essere presa in seria considerazione, allora è
    lecito pensare che ogni bomba che cade sulle
    teste musulmane contribuisca a creare le premesse
    per l’attuazione di una simile apocalisse.
    Circa la minaccia di terrorismo con armi
    nucleari, è noto che alcuni paesi islamici,
    soprattutto delle ex repubbliche sovietiche71,
    in qualche modo posseggono ordigni di questo
    tipo. La prospettiva di impiego di tali armi
    da parte di vettori umani con vocazione al suicidio
    in luogo di un missile, non sembra in fin
    dei conti così remota: una testata da 150kton
    (più di sette volte quella di Hiroshima), infatti,
    occupa nel corpo di un missile uno spazio
    all’incirca pari a quello di un cilindro alto una
    settantina di centimetri con un diametro di
    base sui 40 centimetri. Come dire che sta in
    uno zaino.
    Solo Kissinger sembra non darsi eccessivo
    pensiero per tali aspetti. In una recente
    intervista al “Turkish Daily News” egli preconizzava
    infatti, in luogo di uno scontro fra
    religioni e civiltà “uno scontro all’interno del
    mondo islamico”.
    “C’è una lotta - diceva - nel mondo isla -
    mico fra coloro che propongono un Islam
    radicale e quelli che propongono invece un
    Islam moderato. O vinceranno i radicali o
    viceversa. La lotta principale è nel mondo
    islamico”72.
    In sintesi: la distruzione dell’Islam
    dovrebbe passare o attraverso una soluzione
    violenta, esiziale per entrambe le religioni, o
    attraverso una via “seduttiva” agente attraverso
    le forti correnti occidentaliste attive all’interno
    dell’Islam, che dissolverebbe man mano
    l’Islam nel gran brodo mondialista, sterilizzandone
    i contenuti indesiderati per ricoagularlo
    come una delle componenti, a fianco
    della chiesa conciliare, nella religione mondiale
    della Nuova Era. Allo stato attuale quest’ultima
    soluzione sembrerebbe la meno
    probabile, in considerazione dei tempi lunghissimi
    di attuazione e dell’incertezza sugli
    esiti finali.
    Occorrerà dunque osservare il comportamento
    americano e capire fino a che punto i
    reggitori vorranno far salire la febbre nel
    mondo musulmano, spingendo i “moderati” -
    già legati agli “estremisti” dal filo dei bombardamenti
    anglosassoni sull’Iraq e
    s u l l ’ A f g h a n i s t a n7 3 e dell’appoggio USA a
    Israele - con effetto domino verso quei lidi
    oltranzisti disposti alle conseguenze ultime
    della grande ecpirosis finale.
    Le opzioni sono molte. Debolezza da
    sfruttare della Turchia, del Pakistan, paesi
    indebitati fino al collo sull’orlo della bancarotta,
    facendone collassare i governi ad es.
    mediante un attacco all’Iraq. L’ i n s t a b i l i t à
    della regione potrebbe far collassare la
    Turchia, concausa non ultima il riacutizzarsi
    della questione curda, ma soprattutto per la
    temutissima pressione già oggi esercitata sul
    governo, guidato dai Bilderberg Bulent
    Ecevit (capo del Governo) e Ismail Cem
    (ministro degli Esteri)74, da parte di un popolo
    sempre più sensibile al richiamo all’Islam75
    e per nulla immemore della propria memoria
    storica. Ciò è particolarmente attuale in considerazione
    della gravissima crisi dell’economia
    turca, rovinata dalle manovre dell’Alta
    Finanza, la stessa che ora - per il tramite della
    Banca Mondiale e del Fondo Monetario
    Internazionale - le nega quel prestito di nove
    miliardi di dollari indispensabili alla pura
    sopravvivenza (l’inflazione del paese è ormai
    prossima al 75%, la svalutazione della lira
    turca si è impennata fino a raggiungere il
    60%, al punto che in data 5 novembre 2001 si
    è resa necessaria l’introduzione di banconote
    da 20 milioni di lire turche, mentre i nuovi
    disoccupati hanno superato il milione e si
    parla di 16.000 imprese fallite76).
    E anche se il celebre columnist israelita
    del New York Times William Safire ipotizza
    una manovra a tenaglia USA-Turchia nel
    nord dell’Iraq per annettersi i campi petroliferi
    di Kirkuk e Mosul, lo scenario potrebbe
    La Tradizione
    Cattolica 25
    essere ben diverso, con una Turchia che
    bascula invece rapidamente in area islamica
    in un improvviso rovesciamento degli schieramenti,
    rendendo più visibile e reale la prospettiva
    di uno scontro di civiltà.
    Altra ipotesi: attacco alla Siria, paese
    chiave del mondo arabo; sfruttamento delle
    vicende interne di Israele al quale qualcuno
    potrebbe dare il via per schiacciare i palestinesi,
    infine il quadro più tetro, quello di un
    attentato distruttivo alla moschea di Omar o
    di al-Aqsa da parte di oltranzisti ebraici in
    vista della ricostruzione del Tempio di
    Gerusalemme, con conseguenze dirompenti
    sul mondo arabo.
    Se pure le ipotesi citate non esitassero
    fino alle loro conseguenze estreme, l’orizzonte
    del Novus Ordo si illumina di quelle prospettive
    che avevamo tratteggiato nel corso
    dei nostri convegni, e che Pascal Bernardin,
    specialista francese dell’ecologismo mondialista,
    così asciuttamente sintetizza:
    “La lotta contro gli stati canaglia, ribelli
    al Nuovo ordine mondiale è naturalmente
    uno dei temi di riflessione dei circoli mondia -
    listi77. Si è riflettuto abbastanza alle sue con -
    seguenze: operazioni di polizia internaziona -
    le sotto l’egida della NATO col sostegno di
    Russia e Cina; accresciuta cooperazione fra
    servizi segreti; sorveglianza stretta di tutte le
    operazioni finanziarie; rafforzamento dei
    corsi internazionali; demilitarizzazione della
    società mondiale sotto il controllo della
    NATO e dell’ONU; imposizione della “cultu -
    ra della pace”, destinata a trasformarci in
    schiavi apatici e felici, soddisfatti del loro
    destino e dei divertimenti televisivi quotidia -
    ni”78.
    3. Fra gli innumerevoli vantaggi offerti
    dall’operazione in corso potrebbe esserci
    anche un giro di vite alle libertà individuali,
    motivato con la necessità di scoraggiare terroristi
    e fiancheggiatori dal compiere azioni
    gravissime. Una necessità, probabilmente, ma
    non esente da “benefici collaterali” secondo
    la collaudata ricetta: “dateci la vostra libertà,
    il vostro spirito e noi garantiremo la vostra
    sicurezza, il vostro benessere”.
    L’occasione sarebbe buona per emarginare
    anche coloro che professano il nome di
    Cristo senza compromessi, che potrebbero
    essere presi di mira per il loro “integrismo”,
    la loro “intolleranza”, il “fanatismo” che li
    animerebbe, additandoli per esempio al pubblico
    ludibrio a causa del loro rifiuto
    dell’Islam, per la loro pervicace ostinazione a
    considerarlo una falsa religione e offrendo in
    tal modo il fianco ad accuse di suscitare un
    clima di odio sociale.
    Non dimentichiamo, amici, che l’Islam è
    solo un obiettivo contingente dei fautori della
    Repubblica Universale e che il loro vero
    nemico rimane sempre Cristo e il Suo
    Vangelo, la Sua Verità e coloro che la professano
    senza cedimenti.
    CONCLUSIONE
    Sono ormai anni che in occasione dei
    nostri convegni vengono affrontati questi
    argomenti, spesso con toni marcati che facevano
    presagire esiti infausti. Purtroppo i fatti
    ci stanno dando ragione.
    Che fare?
    “E quando sentirete parlare di guerre e di
    rumori di guerre,- dice il Signore - badate di
    non turbarvi: perché bisogna che queste cose
    succedano …” (Mt 24, 6): la cattiveria e la
    perfidia umane le avremo sempre con noi,
    macchie indelebili impresse dal peccato originale
    al pari della povertà, delle malattie,
    della morte.
    Quando i niniviti udirono la voce di Dio
    che per bocca del profeta Giona proclamava:
    “ancora quaranta giorni e Ninive sarà
    distrutta” (Gn 3, 4), vi prestarono ascolto e al
    “che fare?” risposero vestendosi prontamente
    di sacco e facendo penitenza, avendo chiarissima
    dinanzi agli occhi la dimensione del
    loro peccato.
    Il Signore Dio, mosso a pietà di un intero
    popolo sinceramente pentito, ritirò il suo
    intendimento.
    Ebbene, commentando quel fatto Gesù,
    nello sforzo di toccare il cuore indurito dei
    suoi ascoltatori, aggiungeva: “ora qui c’è più
    di Giona” (Mt 12, 41), ben altra è la Persona
    che può intercedere per voi presso il Padre.
    Oggi un “Occidente della morte”, che
    uccide i propri figli più inermi, e intanto
    invoca “i diritti del fanciullo”, che protegge i
    delinquenti e gli assassini accusando delle
    loro azioni una democrazia ancora imperfetta,
    che garantisce a tutti diritti inalienabili,
    La Tradizione
    Cattolica 26
    che ottunde la gioventù nelle spirali della
    droga e del rock, che, secondo i dettami del
    catechismo umanitario, ritiene tutti idonei al
    lavoro intellettuale, che riconosce un giovane
    maturo nella misura in cui consegue buoni
    risultati nello sport, sa leggere il giornale
    locale e fare una ricerca sul razzismo, questo
    Occidente moralmente è alle corde. Non
    passa giorno senza che siamo raggiunti dal
    lezzo di una civiltà in via di decomposizione,
    dove quello spirito di sacrificio e di rinuncia,
    comun denominatore anche solo della generazione
    dei nostri padri, oggi non c’è più, spirito
    che traeva linfa dal comune credere, fermo
    e saldo, in Dio e nella sua Provvidenza.
    L’Occidente sembra ignorare che questo
    spirito di sacrificio alligna invece profondamente
    in quel mondo col quale si sta confrontando,
    come è il caso degli afghani, nati in
    mezzo ad avversità di ogni sorta, ed è il motore
    che intrepidamente li spinge finanche alla
    rinuncia drammatica della propria vita. Non
    mi si fraintenda: essi lo fanno per la causa terribilmente
    sbagliata della jihâd: Allah - nonostante
    le insistenti esternazioni di Giovanni
    Paolo II - non è il Dio vero, quello trinitario,
    rivelato dal Signore Gesù e che fonda la
    nostra fede!
    Dopo tanto insulso pacifismo instillato in
    decine di anni di martellamento postconciliare
    sulla dignità dell’uomo e l’esaltazione
    incondizionata, a partire da Paolo VI, ma
    soprattutto ad opera di Giovanni Paolo II,
    della pax massonica ONUsiana, indicata ai
    cattolici come suprema istanza da perseguire,
    di colpo si è riaffacciato il volto inumano e
    atroce di una guerra che si annuncia di dimensioni
    immani. La strombazzata “pace e sicu -
    rezza” universali sotto l’egida dell’ONU non
    si è avverata e la rovina, come profetizzato da
    San Paolo (1 Ts 5, 1-6), si è abbattuta su coloro
    che van gridando “pace, pace! E pace non
    c’è” (cfr. Ger 8, 11).
    È bene dunque por mente al pusillus grex
    delle Scritture, e in questi tempi calamitosi
    ancorarsi all’incrollabile certezza della nostra
    fede, mediante la quale ci volgiamo a Colui
    che è “ben più di Salomone, ben più di
    Giona”, al Figlio di Dio in persona, affinché
    disponga Egli - oggi come all’epoca di Ninive
    - dei tempi della Sua giustizia che l’abisso del
    peccato di tre secoli di liberalismo massonico
    ha richiamato, quasi un’immensa depressione
    che inizia a muovere masse d’aria altrettanto
    immense.
    Il Signore ci raccomanda di non temere
    l’avvicinarsi di rumori di guerra: in fondo,
    amici, tutto ciò che abbiamo a disposizione è
    solo il momento presente e mentre lo affermo
    esso scivola già nel passato, il futuro non ci
    appartiene in alcun modo, al punto che solo la
    Sua volontà ci tiene in vita istante per istante.
    Non ci appartiene, infatti, che un istante alla
    volta, con esclusione di tutti gli altri: è la
    nostra condizione umana, marcata dall’incommensurabile
    distanza fra creatura e
    Creatore, il quale possiede invece la sovranità
    di possesso dell’esistenza al di fuori di
    ogni limitazione di spazio-tempo, proprietà
    tipiche del mondo fisico.
    La vera posta non è, in alcun modo, un
    benessere materiale entro cui il più mollemente
    possibile avvolgerci dalla culla alla
    tomba, destinato - come ci ha inculcato il
    pensiero massonico - a crescere indefinitamente,
    ma la salvezza dell’anima nostra, da
    guadagnare in questi anni di militanza che ci
    sono concessi.
    Possa il Signore illuminare il nostro intelletto
    e donarci in quell’istante che ci appartiene
    un cuore sereno e forte nelle avversità.
    NOTE
    1) Zbigniew Brzezinski nel suo: “Il mondo
    fuori controllo”, ed. Longanesi, Milano, 1993,
    dopo avere indicato l’ovale che va dall’Adriatico
    al Sinkiang come la zona dove nei prossimi anni
    (siamo all’inizio degli anni ’90) si svilupperà la
    massima violenza, a pagina 168 dichiara: “A un
    certo punto, è prevedibile che le armi di distruzio -
    ne di massa vengano usate in alcuni dei possibili
    conflitti che coinvolgono sentimenti etnici e reli -
    giosi”, alludendo chiaramente alla fascia islamica.
    2) Sul numero 17 del settembre 2001 di
    “Analisi Difesa”, un periodico presente solo in
    Internet (www.analisidifesa.it) che riflette le posi -
    zioni governative su questioni militari, si apprende
    che gli USA sono i maggiori finanziatori oltre
    che di Israele, anche dei palestinesi, e che gli
    incontri del Comitato congiunto israelo-palestine-
    La Tradizione
    Cattolica 27
    se avvengono sotto la presidenza della CIA.
    3) Estratto del servizio speciale: “Strategic
    Alliance in Central Asia creates new Eurasian
    power center” (L’alleanza strategica in Asia cen -
    trale crea un nuovo centro eurasiatico di potere).
    Ben diverso è il tenore delle dichiarazioni oggi.
    Scriveva infatti il “Wall Street Journal” in un arti -
    colo a firma di tal Hugh Pope: “La Turchia ha otte -
    nuto la benedizione britannica per la sua offerta di
    mettersi a capo dei pianificatori che dovranno sta -
    bilire la pace qualsiasi sarà la fase postbellica di
    ricostruzione in Afghanistan. L’approvazione dà
    alla Turchia una marcia in più che dovrebbe
    accrescere la sua influenza in Europa…” (riportato
    dal “Turkish Daily News” del 23 ottobre 2001).
    4) Lo stesso servizio cita un simposio tenuto a
    Gerusalemme nel maggio 2001 dal titolo “Acqua
    turca, energia del Caspio: una priorità nazionale
    per Israele e l’Occidente” nel quale si sottolineava
    la necessità della creazione di una nuova struttura
    regionale estesa ad Azerbaigian, Georgia, Armenia
    ed estesa al Mediterraneo meridionale attraverso la
    Turchia, contro il “nuovo atteggiamento” di
    Mosca. In questo disegno l’area caspica dovrebbe
    supplire ai bisogni di petrolio e di gas di Israele e
    Turchia, evitando ogni dipendenza da Russia e
    Iran. In dicembre, infatti, l’Iran comincerà l’invio
    verso la Turchia, via gasdotto, di nove milioni di
    metri cubi di gas al mese.
    5) www.Indiareacts.com/story33.htm
    6) Il settimanale “Ti m e” del 17 febbraio 1936
    scriveva: “Il diritto dei Tedeschi di affondare il
    L u s i t a n i a è stato riconosciuto da uno dei più alti
    ufficiali della marina britannica, l’ammiraglio
    Earl of Cork and Orre ry, Comandante della Home-
    Fleet (1933-1935)… Davanti ad un uditorio londi -
    nese in cui le sue parole cadevano poco a poco nel
    più profondo silenzio, l’ammiraglio dichiarò: “I l
    L u s i t a n i a a v rebbe potuto essere impiegato per tra -
    s p o rt a re in un sol viaggio 10.000 uomini di tru p p a
    americani per combattere la Germania. Se donne e
    bambini ci tenevano assolutamente a navigare in
    zone di guerra dovevano attendersi ciò che poi è
    accaduto. Colando a picco il L u s i t a n i a,
    l’Ammiragliato tedesco era interamente nel suo
    diritto. C’erano inoltre delle munizioni a bordo” ” .
    Riportato da Yann Moncomble in: “Les vrais
    responsables de la troisième guerre mondiale”, ed.
    Faits et Documents, Paris, 1982, p. 67.
    7) Colin Simpson “Il Lusitania”, ed. Rizzoli,
    Milano, 1974, pp. 98-99.
    8) Id., p. 142. La polemica intorno al libro del
    giornalista britannico da parte dei negazionisti
    della tesi del complotto è ancora vivace, ma a
    Simpson si riconosce l’esattezza, e quindi la validità,
    delle fonti di cui si è servito.
    9) Riportato nel libro del suo biografo, il professore
    di storia di Yale Charles Seymour (CFR)
    “The Intimate Papers of Colonel House”
    (“Carteggio intimo del Colonnello House”), ed.
    Houghton Mifflin, Boston, 1926, p. 507.
    10) C. Simpson “Il Lusitania”, cit., p. 231.
    11) Massone d’alto bordo, Wiseman fu una
    delle personalità più in vista del movimento anglosionista,
    favorito dalla maggiore banca di Wall
    Street del tempo, la Kuhn & Loeb (cit. in: “Dope
    Inc.” (= “Droga S.p.A.”), a cura degli editori
    dell’Executive Intelligence Review, Washington
    D.C., 1992, pp. 135, 467, 504).
    12) V. Robert B. Stinnett “Day of Deceit: The
    Truth about FDR and Pearl Harbor” (Giorno di
    inganno: la verità su Franklin D. Roosevelt e
    Pearl Harbor), The Free Press, 2000, ISBN 0-
    684-85339-6. Ha scritto Gore Vidal - uno dei più
    famosi saggisti e prosatori americani della nostra
    epoca (il cui vero nome è Eugene Luther Vidal) -
    a commento di questo libro: “(esso) mostra che il
    famoso attacco “a sorpresa” non fu una sorpresa
    per i nostri decisori della guerra e che i tremila
    militari americani uccisi o feriti quella domenica
    mattina a Pearl Harbor furono, per i nostri gover -
    nanti e per i loro odierni epigoni, un prezzo picco -
    lo da pagare per quell’“impero globale” che oggi
    presidiamo così inettamente”.
    Altri testi di riferimento di fonte americana
    sono: John Toland “Infamy: Pearl Harbor and Its
    Aftermath” (Infamia: Pearl Harbor e sue conse -
    g u e n z e”, Berkley Pub Group, 2001, ISBN
    042509040X; Contrammiraglio Edwin T. Layton
    “And I Was There” (E io ero lì), 2001, ISBN
    1568523475.
    13) Cfr. la rivista conservatrice americana
    “New American”, vol. 17, n. 12, 4 giugno 2001,
    articolo “Pearl Harbor: The Facts Behind the
    Fiction” (Pearl Harbor: i fatti dietro la finzione).
    14) Rileva il Moncomble nel suo pregevole
    “Les vrais responsable de la troisième guerre
    mondiale”, ed. Faits et Documents, Paris, 1982, a
    pagina 123, che il 18 dicembre 1941 venne formata
    una Commissione governativa di inchiesta militare
    e navale (Commissione Roberts) le cui conclusioni
    giunsero rapidamente ancora il 23 gennaio
    1942, indicando come unici responsabili del
    disastro di Pearl Harbor l’ammiraglio Husband E.
    Kimmel, comandante della flotta del Pacifico e il
    generale Walter C. Short, comandante del settore
    delle Hawaii. Assolti in pieno invece il Segretario
    alla Guerra Henry Stimson (CFR, Pilgrims
    La Tradizione
    Cattolica 28
    Society) e alla Marina Frank Knox (CFR), il
    comandante dell’Esercito, il generale massone
    George C. Marshall (CFR) - che nel corso di una
    conferenza stampa nel novembre 1941 aveva confidenzialmente
    pronosticato che la guerra sarebbe
    scoppiata i primi dieci giorni di dicembre - e il citato
    ammiraglio Harold Stark della Marina. Giova
    segnalare che la loro l’assoluzione fu opera del
    giudice Roberts della Corte Suprema USA, alto
    membro degli stessi centri di potere del CFR e
    della Pilgrims Society.
    15) Epiphanius “Massoneria e sette segrete. La
    faccia occulta della storia”, ed. Ichthys, Albano
    Laziale, 1996, p. 217.
    16) V. “Panorama”, 27.9.2001. p. 34.
    17) New York, ed. Doubleday, aprile 2001.
    18) Cfr. “La guerra del terrore” in: “I quader -
    ni speciali di “LiMes””, supplemento al n.4/2001,
    p. 11.
    19) Cfr. “La Repubblica”, 2.11.2001, p. 3.
    20) Ibidem.
    21) V. anche “EIR Strategic Alert”, Vol. 15, n.
    45, 8 novembre 2001.
    22) V. “Panorama”, 27.9.2001, p. 28.
    23) Cfr. “The Christian Science Monitor”, 3
    ottobre 2001.
    24) Cfr. “Crisi del Kashmir: separatismo e
    minaccia islamista” in: “Rivista Italiana Difesa”,
    n. 5/2001, pp. 62 e segg.. Il quotidiano “ The Times
    of India ” in data 30 ottobre 2001 faceva notareche
    “Washington (solo, N.d.R.) ora dice che l’ISI ha
    usato anche i campi di al-Quaeda in Afghanistan
    per addestrare agenti segreti coperti da impiegare
    in una guerra del ter rore contro l’India”.
    25) Zbigniew Brzezinski su “Le Monde”, 18
    novembre 1999.
    26) Articolo a cura di Raymond Finch
    “Chechen Fighter Shamil Basayev” (Il combatten -
    te ceceno Shamil Basayev), giugno 1997.
    27) Cfr. “I quaderni speciali di LiMes: “Nel
    mondo di Bin Laden”, supplemento al n. 4/2001,
    pag. 52.
    28) Luigi Troisi, “ Dizionario massonico”, ed.
    Bastogi, Foggia, 1987, p. 410. Un’ulteriore interpretazione
    massonica del significato del numero 11
    è la seguente: “il numero “undici”… è il cielo
    “infinito” con i “luminari fuori dalla nostra por -
    tata che lo popolano”” (Jules Boucher “La simbo -
    logia massonica”, ed. Atanòr, Bologna, 1990, p.
    375).
    29) Mons. Leone Meurin “La Frammassoneria
    sinagoga di Satana”, ed. Presso l’Ufficio della
    Biblioteca del Clero, Siena, 1895, p. 10.
    30) Richiamiamo per il lettore la gerarchia dell’area
    del Potere, che vede società superiori come
    la Skull & Bones e il Rhodes Trust ai vertici e dalle
    quali emanano potenti strumenti come la Pilgrims
    Society, il CFR, il Bilderberg Group, l’Atlantic
    Council, la Trilateral Commission. Fondato nel
    1921 dai Rockefeller come ramo americano
    dell’Istituto Internazionale Affari Internazionali
    britannico (RIIA), il Council on Foreign Relations
    (CFR) esercita un’influenza determinante sul
    Dipartimento di Stato e sul governo americano
    tanto da guadagnarsi il titolo di “governo ombra”
    USA. Lo stesso CFR fu all’origine dell’ONU, del
    Fondo Monetario Internazionale e della Banca
    Mondiale. Oggi vi fanno parte circa 3.400 membri
    selezionati. La Trilaterale invece, anch’essa fondata
    dai Rockefeller, è una macchina finanziaria e
    intellettuale unica (circa 300 componenti), sostenuta
    dall’Alta Finanza e operante lungo i tre lati,
    atlantico, europeo e giapponese dello schieramento
    occidentale, per spingere le nazioni in direzione
    di un governo mondiale. Molto più riservato ed
    elitario è il Bilderberg Group che, una o più volte
    l’anno, raduna le élites del mondo anglosassone ed
    europeo onde “anticipare” gli avvenimenti.
    31) Il complesso militare industriale americano,
    di cui la Raytheon è significativa componente,
    ha bisogno “di provare sul terreno, ogni sei-sette
    anni almeno, nuove famiglie di dispositivi e meto -
    diche operative: dottrine, armi, tecniche di impie -
    go, etc.” (v. “Rivista Italiana Difesa”, n. 4/2000, p.
    79). In tale ottica si giustificano i bombardamenti
    pesanti contro la Jugoslavia, nel contesto di un’azione
    internazionale di guerra (pudicamente definita
    di polizia internazionale per non turbare le
    sensibili coscienze democratiche), e l’applicazione
    oggi delle nuovissima dottrina “Ricognizione e
    attacco globali (GRS)” (cfr. la stessa “Rivista”, n.
    10/2001, pagg. 34 e segg.) in Afghanistan, ponendo
    in essere un’impressionante potenza di fuoco
    dall’aria (bombardamenti di precisione e massicci)
    e dal mare (portaerei e missili da crociera) colpendo
    in parallelo centinaia di obiettivi, civili e militari,
    in attesa di scatenare forze terrestri leggere e
    micidiali con il compito di costringere l’avversario
    a concentrarsi per quindi distruggerlo nuovamente
    dall’aria.
    32) V. “The New American”, rivista conservatrice
    americana, vol. 17, n. 22, 22 ottobre 2001,
    articolo “The UN is NOT Your Friend” (L’ONU
    NON è vostro amico).
    33) V. “Lectures Françaises” n. 527, marzo
    2001, p. 25.
    34) V. anche “Il Giornale”, 19.4.2001.
    35) Averell Harriman (Pilgrims Society, inizia-
    La Tradizione
    Cattolica 29
    to alla Skull & Bones nel 1913) salvò dalla bancarotta
    il suo amico Prescott Bush che nel grande
    crollo del 1929 aveva perso tutti i suoi averi, prestandogli
    il denaro necessario a mantenere le sue
    quote bancarie e riprendere quindi a guadagnare.
    Gli Harriman metteranno in piedi fra le due guerre
    la più grande banca di investimenti americana del
    tempo, la Brown Brothers Harriman, che diventerà
    la banca americana di quei grandi sostenitori di
    Hitler che furono i Thyssen, i magnati tedeschi
    dell’acciaio (v. Antony C. Sutton “A m e r i c a ’s
    S e c ret Establishment”, Liberty House Press,
    Billings, Montana, 1986, pp. 20-22, 121, 166, 168.
    36) Nella visione di Huntington, tuttavia,
    dovremmo assistere all’emergere di un asse confuciano-
    islamico che sarebbe dovuto diventare presto
    motivo di scontro con l’Occidente (cfr. Samuel
    P. Huntington “Lo scontro delle civiltà e il nuovo
    ordine mondiale”, ed. Garzanti, Milano, 1997, pp.
    353 e segg.).
    37) “Panorama”, 27.9.2001, p. 36.
    38) “Strategic Alert”, Vol. 15, n. 40 del 4 otto -
    bre 2001.
    39) Gary Hart assieme a Walter Fritz Mondale
    (CFR, Bilderberg, Trilaterale), sotto l’ombrello
    della potente lobby ebraica dell’AIPAC, presentarono
    nella primavera del 1984 al Congresso degli
    Stati Uniti l’inaudito progetto di trasferimento dell’ambasciata
    USA in Israele da Tel Aviv a
    Gerusalemme, progetto divenuto realtà nell’ottobre
    1995.
    40) Proprietaria del “New York Times” è la ricchissima
    famiglia israelita dei Sulzberger, i cui
    legami con il B’nai B’rith sono notori (cfr.
    G e o rges Virebeau “…Mais qui gouverne
    l’Amerique?”, Paris, 1991, p. 49), che agli inizi
    degli anni ’90 controllava un gruppo editoriale di
    53 testate, era comproprietaria dello “Washington
    Post” e possedeva diverse catene televisive
    41) Cfr. “The Guardian”, 2 ottobre 2001.
    42) Si veda il sito del CFR: w w w. e m e rgency.
    com/2001/21stcentury_rpt.htm
    43) “ Il Giornale ” di Milano riportava in data
    17 settembre 2001 l’elenco degli 5095 scomparsi
    classificandoli per nazionalità. Secondo tale computo
    Israele avrebbe avuto 2 morti e 2 dispersi, 651
    il Pakistan, 400 la Gran Bretagna e 52 l’Italia.
    44) V. “Lectures Françaises”, n. 527, marzo
    2001, p. 25.
    45) Cfr. “la Repubblica” 19 settembre 2001.
    46) È anche il titolo col quale l’autorevole
    quotidiano israeliano “Ha’aretz” si presentava il
    13 settembre 2001, seguito all’indomani, in un
    articolo sullo stesso tono di R.W. Apple, dal
    “Washington Post”.
    47) V. “Corriere della Sera”, 22.9.2001.
    48) Cfr. “La guerra del terrore” in: “I quader -
    ni speciali di “LiMes””, suppl. al n.4/2001, p. 91.
    49) Il sito Internet di Strana è il seguente:
    www.russianobserver.com .
    50) Tale intervista è stata riportata anche dall’agenzia
    “EIRNS” del citato LaRouche in data
    14.9.2001, v. sito Internet www.larouchepub.com
    51) V. www.russianobserver.com del 14 settembre,
    articolo “Deputies favor a well considered
    approach” (I deputati a favore di un approccio ben
    ponderato).
    52) Articolo del 10.10.2001 pubblicato nel sito
    della nota precedente col titolo: ““The Taliban
    may cause the war spill over to Uzbekistan and
    Pakistan”: Alexander Konovalov” (I Taliban pos -
    sono far sì che la guerra trabocchi in Uzbekistan
    e in Pakistan: Alexander Konovalov).
    53) Consiste nell’utilizzo di informazioni
    riservate e confidenziali circa i possibili sviluppi e
    le tendenze in corso per la compravendita di titoli
    di una società a danno di coloro che non le possiedono.
    L’insider trading è illegale nella maggior
    parte delle piazze finanziarie.
    54) V. “LiMes”, cit., pp. 90-91.
    55) “Il Giornale di Brescia”, 24.9.2001.
    56) Maurizio Blondet “Gli “Adelphi” della
    Dissoluzione”, edizioni Ares, Milano, 1994, p.
    234.
    57) www.defenselink.mil/pubs/qdr2001.pdf).
    58) Non deve sfuggire come l’antrace sia uno
    strumento anzitutto di guerra psicologica. Esso è
    infatti riuscito a creare quei ricercati “etats d’e -
    sprit” (stati d’animo) così utili nelle mani dei reg -
    gitori a rendere docili e reattive al minimo stimolo
    le masse, stanche di vivere in ansia, quando non
    in uno stato isterico di panico. E ciò nonostante la
    minaccia sia limitata e “non esistano evidenze di
    collegamenti con il terrorismo organizzato”, come
    dichiara il direttore dell’FBI Robert S. Mueller III
    (cfr. “Washington Insider”, vol. 11, n. 43, 25 ottobre
    2001).
    59) Disponibile al sito www.newamericancentury.
    org/iraqclintonletter.htm
    60) Qualche lume lo offre David Perlmutter
    quando il 13 settembre, sul “P h i l a d e l p h i a
    Inquirer” (L’informatore di Filadelfia), scriveva
    che stati come Corea del Nord, Siria, Sudan, Iran,
    Libia e Iraq dovranno “prepararsi alla distruzione
    sistematica di tutte le centrali elettriche, di tutte le
    raffinerie di petrolio, di tutti gli oleodotti… di tutti
    gli uffici governativi del paese… vale a dire
    all’affondamento completo della loro economia e
    La Tradizione
    Cattolica 30
    dei loro governi per una generazione”.
    61) “Washington Post”, 24 ottobre 2001, articolo
    “Gli USA sembrano attenuare la retorica
    sull’Iraq” di K. De Young e Rick Weiss.
    62) “The Daily Telegraph”, articolo “Building
    the case against Iraq”, (Costruzione del caso con -
    tro l’Iraq), 26 ottobre 2001. Il citato ex generale
    pakistano Hamid Gul, anima dell’ISI, ha a sua
    volta dichiarato: “L’America in questa campagna
    non ha chiarito quali siano i suoi obiettivi e non ho
    dubbio alcuno che il vero bersaglio sia l’Islam e il
    modello di vita (the way of life) islamico” concludendo:
    “… quando gli USA avranno terminato la
    loro guerra contro l’Afghanistan, colpiranno il
    Pakistan. E anche l’Iraq, l’Iran e l’Arabia Saudita
    saranno parte della loro campagna contro l’Islam”
    (cfr. “The Times of India”, 7.11.2001).
    63) V. “EIR Strategic Alert”, vol. 15, n. 40,
    4.10.2001.
    64) “Il gruppo di pressione meglio finanziato
    in America” a dire del “Wall Street Journal” del
    24.6.1987. Secondo il defunto re di Giordania, il
    33° grado del RSAA Hussein ibn Talal, in Medio
    Oriente “gli Stati Uniti non possono agire che nei
    limiti concessi dall’AIPAC e da Israele” (V. M.
    Blondet “I fanatici dell’Apocalisse”, ed. Il
    Cerchio, Rimini, 1995, p. 119).
    65) In realtà il termine “Scontro di civiltà” non
    è di Huntington, ma dello storico israelita Bernard
    Lewis il quale ricorda l’ovvio dato che l’Islam è
    sempre stato per 1000 anni contro la civiltà cristiana
    mettendola in grave pericolo. “Siamo dinanzi a
    un vero e proprio scontro di civiltà - dichiarava il
    Lewis nel 1990 - alla reazione… di un antico riva -
    le contro la nostra tradizione ebraico-cristiana, il
    nostro presente laico e l’espansione a livello mon -
    diale di entrambi” (riportato in: Samuel P.
    Huntington “Lo scontro delle civiltà e il nuovo
    ordine mondiale”, ed. Garzanti, Milano, 1997, p.
    311).
    66) “The Daily Telegraph”, 8 ottobre 2001.
    67) Fonte: “Washington Insider”, vol. 11, n.
    33-34, 16 agosto 2001.
    68) Riportato in: “I quaderni speciali di
    LiMes: “Nel mondo di Bin Laden”, suppl. al n.
    4/2001, pag. 104.
    69) V. “Panorama”, 27.9.2001. p. 39.
    70) Ibidem.
    71) “Se mi chiedete se il terrorismo nucleare è
    possibile, penso che la risposta più breve sia sì”,
    ammette Ivan Safranchuk, direttore del Centro
    Informazioni della Difesa di Mosca (dal giornale
    canadese “The Toronto Star” del 21 ottobre 2001,
    articolo “P e n s a re l’impensabile: il terro r i s m o
    nucleare è prossimo?”).
    72) “Turkish Daily News”, 4.10.2001.
    73) “Avvenire” del 18.10.2001 riporta la notizia
    secondo cui il Pentagono ha autorizzato i piloti
    USAin azione nei cieli dell’Afghanistan “a sce -
    gliersi da soli i bersagli da colpire”. Quando dei
    militari sono autorizzati ad agire al di fuori di un
    quadro di rigida disciplina diventa difficile distinguere
    la professione militare dalle azioni dei fuorilegge:
    in ogni caso le atrocità sono assicurate.
    74) Ad essi si aggiunge il turco Kemal Dervis,
    chiamato da Ecevit nel marzo di quest’anno a
    fronteggiare la crisi economica turca che si stava
    vieppiù approfondendo. Dervis, fino a quel
    momento vice-presidente della Banca Mondiale a
    Washington, venne nominato ministro al Tesoro,
    alla Pianificazione e alle Privatizzazioni.
    Superfluo rilevare che l’applicazione delle terapie
    ormai standard della Banca Mondiale e del Fondo
    Monetario Internazionale hanno precipitato il
    paese in una spirale di bisogno crescente e latente
    sottosviluppo.
    75) L’attuale guida dell’islamismo “moderato”
    turco, espresso dal partito Giustizia e Sviluppo
    (AKP), è Recep Tayyip Erdogan, personaggio che
    nel 1997, in un discorso tenuto nella città turca di
    Siirt, proclamando la propria, irrinunciabile fede
    islamica, dichiarava: “I minareti sono baionette, le
    cupole elmetti, le moschee caserme e i credenti
    soldati. Nessuno può far tacere la chiamata alla
    preghiera, essi non saranno mai in grado di sotto -
    metterci… non ci volgeremo indietro neppure se i
    cieli e la terra si fendessero e le tempeste e i vul -
    cani ci coprissero. Il mio riferimento è l’Islam.
    Non posso parlare di vita se non porto a compi -
    mento il mio mandato” (v. “Turkish Daily News”,
    23 luglio 2001).
    76) Cfr. “Washington Post” del 15 ottobre
    2001, articolo: “Turkey Faces Dilemma by
    Backing U.S.” (La Turchia di fronte al dilemma
    del sostegno agli USA), dove si annota che il 70%
    della popolazione è contraria ai bombardamenti
    sull’Afghanistan. Nel “Turkish Daily News” del 3
    novembre 2001 si rileva invece che più dell’80%
    della popolazione è contraria all’invio delle truppe
    richieste dagli americani in Afghanistan.
    77) Bernardin cita all’uopo la rivista del CFR
    “F o reign A f f a i r s” numeri di gennaio/febbraio
    2000, p. 45 (articolo di Condoleeza Rice) e di
    maggio/giugno 2001, p. 62.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

  2. #2
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    09 Jun 2010
    Messaggi
    5,367
     Likes dati
    75
     Like avuti
    1,857
    Mentioned
    54 Post(s)
    Tagged
    2 Thread(s)

    Predefinito Re: Torri Gemelle e Governo Mondiale: ancora uno sforzo!

    Quello che dicevo come esempio estremo che rende l’idea in merito alla selezione dell’immigrazione in UK, è che gli attentatori sapevano bene la lingua inglese e guadagnavano piu di 30000 sterline annue.

    Ci sono molti imprenditori di cui anche italiani che sono andati lì, hanno creato aziende e poi hanno escluso gli inglesi nelle assunzioni in modo razzista.

    Tipico modo di fare dei meridionali.

  3. #3
    Forumista assiduo
    Data Registrazione
    09 Jun 2010
    Messaggi
    5,367
     Likes dati
    75
     Like avuti
    1,857
    Mentioned
    54 Post(s)
    Tagged
    2 Thread(s)

    Predefinito Re: Torri Gemelle e Governo Mondiale: ancora uno sforzo!

    Citazione Originariamente Scritto da Der Wehrwolf Visualizza Messaggio
    PREMESSA
    I gravissimi fatti accaduti in settembre a
    New York ci inducono a far mente ai temi
    trattati lo scorso anno in occasione di questo
    Convegno, a quanto già è stato detto e scritto.
    Si era allora cercato di dimostrare, col
    conforto di opportuna documentazione, che la
    dottrina islamica, per sua intrinseca natura, da
    14 secoli spinge i suoi fedeli alla conquista
    del mondo..
    Da evidenziare anche questo.

 

 

Discussioni Simili

  1. Torri gemelle
    Di Ochtopus (POL) nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 21-02-06, 01:17
  2. Torri gemelle
    Di syntesy nel forum Politica Estera
    Risposte: 13
    Ultimo Messaggio: 04-08-05, 23:57
  3. Le nuove Torri Gemelle
    Di Nebbia nel forum Arte
    Risposte: 7
    Ultimo Messaggio: 21-12-02, 19:31
  4. Torri Gemelle e Governo Mondiale: ancora uno sforzo! di P.Taufer
    Di Der Wehrwolf nel forum Politica Estera
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 10-03-02, 16:50
  5. Torri Gemelle e Governo Mondiale: ancora uno sforzo! di P.Taufer
    Di Der Wehrwolf nel forum Destra Radicale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 10-03-02, 15:40

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito