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Giolitti reagì abilmente con argomenti convincenti e vinse la partita. Aveva probabilmente commesso qualche errore, soprattutto per difendere la monarchia, ma era pur sempre l’uomo che aveva aperto una fase nuova nella storia del sistema bancario nazionale. La domanda a cui dovremmo rispondere, caro Boschetto, è quindi un’altra: che cosa sarebbe accaduto del partito socialista se Bettino Craxi fosse tornato dalla Tunisia per difendersi in Italia?
https://www.corriere.it/romano/08-08-01/01.spm








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Ieri, per dire, La Stampa lacrimava perché “il Pd sarà l’unico assente ad Hammamet” alle “celebrazioni” del pregiudicato latitante e così “consegna Craxi alla destra” (testuale). E l’altroieri il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, che non sembra ma è del Pd, ha pubblicato sul Foglio una pompa funebre a Craxi. Il titolo “E adesso diamo a Craxi quel che è di Craxi” ne ricorda uno celeberrimo di Cuore su Previti: “Diamo a Cesare quel che è di Cesare: la galera”. A 16 anni, invece di pensare alle ragazze, Gori stravedeva per Craxi “innovatore coraggioso” e “fu grazie a lui che divenni – e tuttora sono – un socialista liberale”. Il terzo fratello Rosselli. Poi purtroppo nel ’92 “arrivò la bufera”, detta anche “rivoluzione dei giudici” (meglio non parlare di Tangentopoli e di tangenti) e Craxi finì “all’indice come il peggiore dei ladri” (infatti rubava). E il piccolo Gori che fece? “Vacillai”. Perbacco: “non seppi leggere la torsione della democrazia nascosta dietro lo scontro tra i poteri” (cioè i processi per le mazzette che Craxi si faceva portare sul letto o versare sui tre conti svizzeri personali Northern Holding, Constellation Financière e Arano). Ora però ha capito e vuole “restituirgli un po’ di quello che da lui ho ricevuto” (il verbo “restituire”, applicato a Craxi, è decisamente affascinante). “Se ho le idee che ho”, tipo sulla “redistribuzione della ricchezza, lo devo a Bettino”. Che purtroppo di ricchezza ne redistribuì pochina, a parte i 40 miliardi nascosti in Svizzera e redistribuiti fra il barista Raggio, la contessa Vacca, il figlio Bobo (villa a Saint Tropez), il fratello Antonio, un’amante e soprattutto sé medesimo.
Insomma “Berlinguer aveva torto e Craxi aveva ragione” (Berlinguer, colpevolmente, non rubava). Che ideone “l’elezione diretta del presidente della Repubblica” (da un’idea di Licio Gelli), “la battaglia per salvare Moro” (trattando sottobanco con le Br), “quella della scala mobile” (abolita per scendere l’inflazione a spese dei lavoratori), “il no agli Usa sulla consegna dei terroristi dell’Achille Lauro a Sigonella” (con l’impunità al capo del commando Abu Abbas, mandante dell’omicidio di un ebreo paralitico, sottratto alla giustizia e spedito in omaggio a Saddam). E soprattutto “l’apertura alle tv private”: così Gori chiama pudico i due “decreti Berlusconi” per legalizzare l’illegalità delle tv Fininvest contro i sequestri dei pretori e la legge Mammì, tagliata su misura del monopolio berlusconiano e imposta da Craxi mentre B. gli sganciava 23 miliardi sui conti svizzeri di cui sopra. Ma Gori non ne parla, forse perché di quelle tv illegali fu per 17 anni dirigente e poi amministratore, con lauti stipendi pagati dal noto corruttore. Delle condanne di Craxi, invece, non s’è accorto: parla di “inchieste”, peraltro “strabiche” perché – tenetevi forte – “tutti sapevano, ma solo alcuni sono stati colpiti”, ergo Mani Pulite “fu un’operazione di giustizia politica”. Non male, come alibi: è come se un rapinatore di banche colto in flagrante pretendesse di non essere processato perché in giro è pieno di rapinatori a piede libero. Una minchiata che nessun rapinatore serio userebbe mai a sua discolpa: infatti la usa il compagno Giorgio Gori.
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