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Discussione: La corona della paura

  1. #1
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    Predefinito La corona della paura

    Sarà un caso che il panico sia esploso soprattutto in quelle regioni governate dai leghisti, dove da tempo si istiga all’odio, si indica nell’immigrato il nemico pubblico, portatore di ogni morbo?
    Sono in molti a chiederselo. E la domanda sembra trovare conferma nelle recenti uscite dei governatori di turno. Con un colpo di scena l’uno tira fuori una mascherina per coprirsi, «autoisolarsi», dichiararsi a rischio, per sé e per gli altri,
    istillando così di nuovo paura – se non fosse che la mascherina nelle sue mani si muta in maschera e tutto assume contorni pagliacceschi.

    L’altro rilancia le consuete discriminazioni – noi superiori, loro inferiori, noi sani, loro malati, noi puliti, loro sporchi – e questa volta arriva all’iperbole grottesca dei «topi vivi», quella famosa prelibatezza cinese che tutti conoscono.
    Stride un po’ parlare qui di «stato d’eccezione», quel paradigma di governo attraverso cui leggere il mondo attuale, come ce l’ha insegnato magistralmente Giorgio Agamben, il quale lo ha rilanciato su queste pagine (il 26 febbraio scorso).

    Al contrario di quel che qualcuno ha sostenuto, il paradigma resta nella sua validità. D’altronde è ormai prassi quotidiana: le procedure democratiche vengono sospese da disposizioni prese nel segno dell’emergenza. Un decreto di qua e un decreto di là: così cittadine e cittadini finiscono per accettare «misure» che dovrebbero garantirne la sicurezza, ma che in effetti ne limitano fortemente la libertà. I provvedimenti presi negli ultimi giorni da governo e regioni – in ordine sparso – sono emblematici. Si giunge fino a chiudere i luoghi della cultura, a vietare manifestazioni e riunioni. Sono «misure» che hanno – inutile dirlo – un sapore autoritario e un carattere inquietante.

    Ma sembra che lo «stato d’eccezione» non basti per un mondo così complesso come quello globalizzato, dove la paura svolge ormai un ruolo politico decisivo. Paura per l’estraneo, xenofobia, quella che spinge a erigere barriere e muri, insieme, però, anche alla paura per tutto ciò che è fuori, exofobia, che induce a rinserrarsi nella propria nicchia, a immunizzarsi, proteggersi, guardando quel che accade attraverso lo schermo rassicurante.

    La pulsione securitaria è fomentata. Così come fomentata è quella che alcuni scambiano per indifferenza, come se si trattasse di una questione etica, e che è piuttosto una tetania affettiva con tanto di ragion di Stato. È indubbio che si usi biecamente la paura per governare. Proprio per questo il sovranismo, soprattutto quello anti-immigrati, non è una riedizione del vecchio nazionalismo. È un fenomeno nuovo: fa leva sul timore dell’altro, l’allarme per ciò che viene da fuori, l’ansia della precarietà, la voglia di esserne immuni.
    Ma questo è solo un aspetto. Perché il governante, che scherza con il fuoco della paura, finisce per restarne bruciato. Mentre crede di amministrare a puntino l’odio, di gestire debitamente la paura, tutto gli sfugge di mano. Questo è il punto: la governance, che vorrebbe governare all’insegna dello stato d’eccezione, a sua volta è governata da quel che si rivela ingovernabile. È questo rovesciamento continuo che colpisce, impressiona. Il modello qui è quello della tecnica: chi la impiega, viene impiegato, chi ne dispone, viene scalzato.

    La democrazia immunitaria è perciò un’inedita forma di governance dove la politica, ridotta ad amministrazione, per un verso si rimette al dettato dell’economia planetaria, per l’altro si autosospende abdicando alla scienza – «facciamo parlare gli esperti!» – che s’immagina oggettiva, vera, risolutiva. Come se la scienza fosse neutra e neutrale, come se non fosse già da tempo strettamente connessa con la tecnica, altamente tecnicizzata.

    Così lo Stato di sicurezza si rivela uno Stato medico-pastorale che garantisce l’immunizzazione al cittadino-paziente, pronto, dal canto suo, a seguire – tra diritto all’amuchina e divieto di ammucchiata – ogni regola igienico-sanitaria che lo protegga dal contagio, cioè dal contatto con l’altro. Non si sa dove finisce il diritto e dove comincia la sanità.

    Il coronavirus, questo virus sovrano già nel nome, si fa beffe del sovranismo d’eccezione, che vorrebbe grottescamente profittarne. Sfugge, glissa, passa oltre, varca i confini. E diventa metafora di una crisi ingovernabile, di un crollo apocalittico. Ma il capitalismo, lo sappiamo, non è un disastro naturale.
    Donatella di Cesare

  2. #2
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    Predefinito Re: La corona della paura

    Citazione Originariamente Scritto da dasein Visualizza Messaggio


    Ma sembra che lo «stato d’eccezione» non basti per un mondo così complesso come quello globalizzato, dove la paura svolge ormai un ruolo politico decisivo. Paura per l’estraneo, xenofobia, quella che spinge a erigere barriere e muri, insieme, però, anche alla paura per tutto ciò che è fuori, exofobia, che induce a rinserrarsi nella propria nicchia, a immunizzarsi, proteggersi, guardando quel che accade attraverso lo schermo rassicurante.


    Donatella di Cesare

    ma no, niente di tutto questo, la gente desidera solamente che chi entra dal paesi terzi, lo faccia senza i servizi offerti dai mercanti di carne umana; che entrino persone perbene, con relativi documenti per farsi riconoscere e che i numeri siano compatibili, con quello che oggettivamente possiamo permetterci, nell'attuale situazione socio economica. tutto il resto è fuffa ideologia.

  3. #3
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    Predefinito Re: La corona della paura

    La paura c'è.
    E' il principale istinto dell'essere umano, il principale meccanismo di sopravvivenza.
    Ed è potente, se ci giochi puoi farti male, se la ignori ci puoi lasciare le penne, se la sfidi fai sempre una brutta fine.

  4. #4
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    Predefinito Re: La corona della paura

    Citazione Originariamente Scritto da luce allievi Visualizza Messaggio
    La paura c'è.
    E' il principale istinto dell'essere umano, il principale meccanismo di sopravvivenza.
    Ed è potente, se ci giochi puoi farti male, se la ignori ci puoi lasciare le penne, se la sfidi fai sempre una brutta fine.
    E chi l'ha negata ,in quel articolo?
    La paura di certo nn è un buon metodo di governo
    Oltre a cio ,lo scritto della di cesare assume un respiro molto piu ampio ,coinvolgendo società ,economia politica e filosofia del nostro tempo
    te ne posto un altro della stessa autrice ,ancora piu esplicito .esplicito
    Esplicito per quanto puo esserlo un articolo di stampa

    di donatella di cesare,
    un esistenza per sonnanbuli
    Come potremmo descrivere oggi il mondo del capitalismo avanzato? Non come un «palazzo di cristallo», né come un labirinto di passages, le due famose metafore proposte da Dostoevskij e Benjamin. L’immagine è piuttosto quella di un centro commerciale planetario, aperto non-stop, operativo secondo il ritmo inarrestabile del 24/7. L’esterno è stato risucchiato all’interno.

    Tutto è costantemente rischiarato da una narcosi di luce, dove il giorno aspira a diventare permanente. Saltano i limiti: non solo tra esterno e interno, ma anche tra luce e buio, attività e riposo, sonno e veglia. Nella lunga notte del capitale, illuminata a giorno permanente, nessuna pausa è ammessa. L’ambiente artificiale intensamente illuminato favorisce un sonnambulismo di massa.

    La volta è senza astri, senza punti di orientamento. Perché le stelle, se anche ci fossero, non sarebbero più visibili, occultate dall’alta intensità del bagliore che si confonde con i miasmi dell’inquinamento. Sotto quel cielo vuoto opera alacremente il supermarket planetario che consente una varietà infinita di offerte, ma che non ammette la possibilità di un oltre.

    ALTEZZA E PROFONDITÀ sembrano perdute. Il supermarket planetario si estende orizzontalmente, integrando tutto al suo interno, in una piattezza disarmante, che smentisce ogni «fuori».
    Ho chiamato «immanenza satura» il regime di un globo senza finestre, quello del capitalismo in stato avanzato. L’immanenza va intesa nel senso etimologico di ciò che permane in sé, sempre dentro, senza fuori, senza esteriorità. La saturazione è spazio-temporale.

    Il che potrebbe sorprendere. Non è forse questo il mondo dei flussi assoluti, del capitale, della tecnica, dei media? Non è il mondo dell’accelerazione? Certo. Ma a ben guardare la vorticosa economia del tempo descrive le medesime orbite. La rapidità precipita nella stasi, l’accelerazione finisce nell’inerzia. Il sigillo del globo sincronizzato è il cambiamento inerziale.

    Il mondo dell’immanenza satura è quello che ha preteso di immunizzarsi da tutto ciò che è fuori e di scongiurare ogni alterazione. Questo mondo del tardocapitalismo è quello della catastrofe ecologica imminente, di cui troppo spesso si dimentica la responsabilità: l’incandescente sovranità del capitale. Così è ormai più facile figurarsi la fine del mondo che immaginarsi la fine del capitalismo. Il mondo dell’immanenza satura è quello del regime capitalistico-globale dove si oscilla tra il non-evento del fluire liberaldemocratico e l’imminente collasso planetario.

    Qui domina una exofobia, una paura abissale, un freddo panico per ciò che è esterno, per ciò che è oltre e altro. Si resta all’interno, accettando una chiusura spaziale che è anche una prigione temporale. Mancanza di sensibilità, privazione di memoria, riduzione delle facoltà percettive, impossibilità di riflessione caratterizzano il sonnambulismo di massa.

    Quali sono gli effetti di questa exofobia sull’esistenza? Che cosa vuol dire abitare nell’immanenza satura del supermarket planetario?

    Qui non si tratta tanto della questione etica che riguarda l’estromissione dell’altro, quanto piuttosto della questione psicopolitica che investe il sé. Che ne è del sé incapace di protendersi fuori, pronto a condividere tutte le immagini exofobiche? Quelle che lo spingono a paventare perdita di forza di gravità, perdita di identità locale, perdita di luogo e di posto di lavoro, per via di una «invasione» annunciata dall’esterno, di un predominio degli stranieri, di un’invisibile minaccia diffusa ovunque?

    L’exofobia si traduce in una riduzione dell’altro che, considerato come uno spettro nello spazio esterno, non è più il coabitante, reale o potenziale, della sfera comune. Al contrario diventa il rappresentante spettrale di tutto ciò che viene da fuori, che costituisce un’emergenza continua, un pericolo incombente. Di qui la tentazione del sé di essere sempre più stanziale e iperprotetto chiudendosi in una polizia preventiva.

    SCONTATO è il ripiegamento sul proprio ego, in un egoismo divenuto ormai extra-morale, fomentato dal modello dell’incorporazione dettata dal consumo. L’ego del consumatore sovrano, la cui esistenza si misura in potere d’acquisto, la cui libertà si condensa nella scelta fra prodotti diversi, è insieme l’ego dell’elettore sovrano il cui amor proprio è sempre meno l’amore di sé, sempre più l’amore del proprio e della proprietà.

    Si intuiscono gli effetti psicopolitici esercitati dal regime dell’immanenza satura. Ciò vale tanto più nell’epoca della sovranità sbandierata, del sovranismo rivendicato dagli Stati, ma anche – non si deve dimenticarlo – dai soggetti. Il sé che si vuole sovrano è paradossalmente quello più assoggettato e soggiogato dalla psicopolitica neoliberista.

    Questo sé egoico è andato inesorabilmente sprofondando in se stesso. Mentre esistere significa emergere da sé, protendersi fuori, il suo esistere è diventato uno sconsolato in-sistere, che grava sul proprio centro. Così, si è caparbiamente fuso in se stesso, senza trovare più il varco verso l’oltre.
    Il presunto soggetto sovrano ha finito per soccombere alla exofobia contemporanea proiettando il negativo all’esterno, in una visione torva e minacciosa, accettata supinamente. Come se tutto dovesse per forza restare all’interno nel segno dell’immunizzazione.

    SU QUESTO SÉ CHIUSO, ripiegato in sé, e solidale solo con se stesso, viene perpetrata una repressione subdola, una pressione distruttiva, che si manifesta come depressione. Con ciò non si deve intendere un disturbo di cui alcuni soffrirebbero, bensì la patologia stessa del mondo senza fuori. La depressione dovrebbe essere intesa non solo e non tanto come avvilimento, ma anche come impossibilità di innalzarsi, e certo anche come incattivimento, cioè quel rendersi captivus, prigioniero.

    Questo sé depresso e sonnambulo che, impassibile, ha visto altri naufragare davanti ai propri occhi, è naufragato in se stesso. D’altronde nel mondo dell’indifferenza postimmunitaria, della voracità bulimica, della pienezza di sé, non può esserci ospitalità. Perché l’ospitalità è interruzione del sé. Qui però i calcoli non hanno funzionato: non si è previsto che la negazione dell’altro sarebbe stata anche autonegazione. Così si è messa in moto una spirale di autodistruttività.

    Abitare è un sinonimo di esistere, nel senso di stare al mondo. Purché il mondo non venga considerato un container. È questo, appunto, il caso del supermarket planetario, un universo sempre più inabitabile.

    Il regime dell’immanenza satura è il globo attraversato e percorso da reti digitali dove è eliminata ogni estraneità, in cui il sé, chiuso nell’alveo dei flussi, che non ammettono interruzione, ha smarrito l’eccentricità, l’uscita dal proprio centro ed è spaesato come mai.

    La risposta non sta però in una iperimmunizzazione reazionaria che idolatra il luogo, che sacralizza la casa, che inneggia alla patria etnica. Il sé che pretende di non poter esistere se non nel luogo dove mette i piedi, di cui immagina di avere la proprietà, e perciò la facoltà di escludere gli altri, è quel sé che è già annegato.
    Rendere il mondo abitabile vuol dire opporre alla exofobia una exofilia, un’amicizia per l’esterno, anche e proprio là dove sembra essere più estraneo, dove intimorisce e spaventa. La polizia preventiva del sé che pretenderebbe di essere stanziale e iperprotetto porta al naufragio. Solo la traumatica leva dell’altro può far uscire dalla narcosi dello stordimento.

  5. #5
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    Predefinito Re: La corona della paura

    Citazione Originariamente Scritto da dasein Visualizza Messaggio


    Ma sembra che lo «stato d’eccezione» non basti per un mondo così complesso come quello globalizzato, dove la paura svolge ormai un ruolo politico decisivo. Paura per l’estraneo, xenofobia, quella che spinge a erigere barriere e muri, insieme, però, anche alla paura per tutto ciò che è fuori, exofobia, che induce a rinserrarsi nella propria nicchia, a immunizzarsi, proteggersi, guardando quel che accade attraverso lo schermo rassicurante.

    Donatella di Cesare
    ops dimenticavo, immaginando la sensibilità per l'ecologia della signora donatella, volevo richiamare la sua attenzione sulla catastrofica situazione ambientale della penisola, coperta per lo più da una coltre di cemento, asfalto, discariche disseminate in ogni dove, fiumi e laghi inquinati oltre ogni limite, suoli e aria idem, etc.
    ora in tale contesto, il nostro territorio nazionale ha una impronta ecologica negativa, che in poche parole significa che per una congrua produzione delle risorse agroalimentari di cui abbisogna la popolazione attuale, dovremo avere un territorio tre volte maggiore nel quale ci troviamo a vivere, o in alternativa, diminuire la popolazione a 25-30 milioni.

    in tale contesto, chiedo alla gentile signora, quanti immigrati potremo permetterci di far entrare.

  6. #6
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    Predefinito Re: La corona della paura

    Donatella Di Cesare dimentica di specificare che la paura esiste ed è fondata.
    Non è una invenzione della Destra.
    La Destra la cavalca soltanto.
    E in parte è stata la Sinistra a crearla, prostituendosi al capitalismo.

  7. #7
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    Predefinito Re: La corona della paura

    Citazione Originariamente Scritto da dasein Visualizza Messaggio
    Sarà un caso che il panico sia esploso soprattutto in quelle regioni governate dai leghisti, dove da tempo si istiga all’odio, si indica nell’immigrato il nemico pubblico, portatore di ogni morbo?
    Poi ci sei tu, al quale evidentemente non frega nulla se un migrante possa essere contagiato in Italia, ma questo già si sapeva.

  8. #8
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    Predefinito Re: La corona della paura

    Citazione Originariamente Scritto da gameover71 Visualizza Messaggio
    Poi ci sei tu, al quale evidentemente non frega nulla se un migrante possa essere contagiato in Italia, ma questo già si sapeva.
    Attribuirmi responsabilità o irresponsabilità tanto presunte quanto fantasiose nn servirà a ridestati

  9. #9
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    Predefinito Re: La corona della paura

    Non la corona ma LA CATENA di S’Antonio, nota per essere stata spesso usata per fare truffe.

  10. #10
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    Predefinito Re: La corona della paura

    Citazione Originariamente Scritto da dasein Visualizza Messaggio
    E chi l'ha negata ,in quel articolo?
    La paura di certo nn è un buon metodo di governo
    Oltre a cio ,lo scritto della di cesare assume un respiro molto piu ampio ,coinvolgendo società ,economia politica e filosofia del nostro tempo
    te ne posto un altro della stessa autrice ,ancora piu esplicito .esplicito
    Esplicito per quanto puo esserlo un articolo di stampa

    di donatella di cesare,
    un esistenza per sonnanbuli
    Come potremmo descrivere oggi il mondo del capitalismo avanzato? Non come un «palazzo di cristallo», né come un labirinto di passages, le due famose metafore proposte da Dostoevskij e Benjamin. L’immagine è piuttosto quella di un centro commerciale planetario, aperto non-stop, operativo secondo il ritmo inarrestabile del 24/7. L’esterno è stato risucchiato all’interno.

    Tutto è costantemente rischiarato da una narcosi di luce, dove il giorno aspira a diventare permanente. Saltano i limiti: non solo tra esterno e interno, ma anche tra luce e buio, attività e riposo, sonno e veglia. Nella lunga notte del capitale, illuminata a giorno permanente, nessuna pausa è ammessa. L’ambiente artificiale intensamente illuminato favorisce un sonnambulismo di massa.

    La volta è senza astri, senza punti di orientamento. Perché le stelle, se anche ci fossero, non sarebbero più visibili, occultate dall’alta intensità del bagliore che si confonde con i miasmi dell’inquinamento. Sotto quel cielo vuoto opera alacremente il supermarket planetario che consente una varietà infinita di offerte, ma che non ammette la possibilità di un oltre.

    ALTEZZA E PROFONDITÀ sembrano perdute. Il supermarket planetario si estende orizzontalmente, integrando tutto al suo interno, in una piattezza disarmante, che smentisce ogni «fuori».
    Ho chiamato «immanenza satura» il regime di un globo senza finestre, quello del capitalismo in stato avanzato. L’immanenza va intesa nel senso etimologico di ciò che permane in sé, sempre dentro, senza fuori, senza esteriorità. La saturazione è spazio-temporale.

    Il che potrebbe sorprendere. Non è forse questo il mondo dei flussi assoluti, del capitale, della tecnica, dei media? Non è il mondo dell’accelerazione? Certo. Ma a ben guardare la vorticosa economia del tempo descrive le medesime orbite. La rapidità precipita nella stasi, l’accelerazione finisce nell’inerzia. Il sigillo del globo sincronizzato è il cambiamento inerziale.

    Il mondo dell’immanenza satura è quello che ha preteso di immunizzarsi da tutto ciò che è fuori e di scongiurare ogni alterazione. Questo mondo del tardocapitalismo è quello della catastrofe ecologica imminente, di cui troppo spesso si dimentica la responsabilità: l’incandescente sovranità del capitale. Così è ormai più facile figurarsi la fine del mondo che immaginarsi la fine del capitalismo. Il mondo dell’immanenza satura è quello del regime capitalistico-globale dove si oscilla tra il non-evento del fluire liberaldemocratico e l’imminente collasso planetario.

    Qui domina una exofobia, una paura abissale, un freddo panico per ciò che è esterno, per ciò che è oltre e altro. Si resta all’interno, accettando una chiusura spaziale che è anche una prigione temporale. Mancanza di sensibilità, privazione di memoria, riduzione delle facoltà percettive, impossibilità di riflessione caratterizzano il sonnambulismo di massa.

    Quali sono gli effetti di questa exofobia sull’esistenza? Che cosa vuol dire abitare nell’immanenza satura del supermarket planetario?

    Qui non si tratta tanto della questione etica che riguarda l’estromissione dell’altro, quanto piuttosto della questione psicopolitica che investe il sé. Che ne è del sé incapace di protendersi fuori, pronto a condividere tutte le immagini exofobiche? Quelle che lo spingono a paventare perdita di forza di gravità, perdita di identità locale, perdita di luogo e di posto di lavoro, per via di una «invasione» annunciata dall’esterno, di un predominio degli stranieri, di un’invisibile minaccia diffusa ovunque?

    L’exofobia si traduce in una riduzione dell’altro che, considerato come uno spettro nello spazio esterno, non è più il coabitante, reale o potenziale, della sfera comune. Al contrario diventa il rappresentante spettrale di tutto ciò che viene da fuori, che costituisce un’emergenza continua, un pericolo incombente. Di qui la tentazione del sé di essere sempre più stanziale e iperprotetto chiudendosi in una polizia preventiva.

    SCONTATO è il ripiegamento sul proprio ego, in un egoismo divenuto ormai extra-morale, fomentato dal modello dell’incorporazione dettata dal consumo. L’ego del consumatore sovrano, la cui esistenza si misura in potere d’acquisto, la cui libertà si condensa nella scelta fra prodotti diversi, è insieme l’ego dell’elettore sovrano il cui amor proprio è sempre meno l’amore di sé, sempre più l’amore del proprio e della proprietà.

    Si intuiscono gli effetti psicopolitici esercitati dal regime dell’immanenza satura. Ciò vale tanto più nell’epoca della sovranità sbandierata, del sovranismo rivendicato dagli Stati, ma anche – non si deve dimenticarlo – dai soggetti. Il sé che si vuole sovrano è paradossalmente quello più assoggettato e soggiogato dalla psicopolitica neoliberista.

    Questo sé egoico è andato inesorabilmente sprofondando in se stesso. Mentre esistere significa emergere da sé, protendersi fuori, il suo esistere è diventato uno sconsolato in-sistere, che grava sul proprio centro. Così, si è caparbiamente fuso in se stesso, senza trovare più il varco verso l’oltre.
    Il presunto soggetto sovrano ha finito per soccombere alla exofobia contemporanea proiettando il negativo all’esterno, in una visione torva e minacciosa, accettata supinamente. Come se tutto dovesse per forza restare all’interno nel segno dell’immunizzazione.

    SU QUESTO SÉ CHIUSO, ripiegato in sé, e solidale solo con se stesso, viene perpetrata una repressione subdola, una pressione distruttiva, che si manifesta come depressione. Con ciò non si deve intendere un disturbo di cui alcuni soffrirebbero, bensì la patologia stessa del mondo senza fuori. La depressione dovrebbe essere intesa non solo e non tanto come avvilimento, ma anche come impossibilità di innalzarsi, e certo anche come incattivimento, cioè quel rendersi captivus, prigioniero.

    Questo sé depresso e sonnambulo che, impassibile, ha visto altri naufragare davanti ai propri occhi, è naufragato in se stesso. D’altronde nel mondo dell’indifferenza postimmunitaria, della voracità bulimica, della pienezza di sé, non può esserci ospitalità. Perché l’ospitalità è interruzione del sé. Qui però i calcoli non hanno funzionato: non si è previsto che la negazione dell’altro sarebbe stata anche autonegazione. Così si è messa in moto una spirale di autodistruttività.

    Abitare è un sinonimo di esistere, nel senso di stare al mondo. Purché il mondo non venga considerato un container. È questo, appunto, il caso del supermarket planetario, un universo sempre più inabitabile.

    Il regime dell’immanenza satura è il globo attraversato e percorso da reti digitali dove è eliminata ogni estraneità, in cui il sé, chiuso nell’alveo dei flussi, che non ammettono interruzione, ha smarrito l’eccentricità, l’uscita dal proprio centro ed è spaesato come mai.

    La risposta non sta però in una iperimmunizzazione reazionaria che idolatra il luogo, che sacralizza la casa, che inneggia alla patria etnica. Il sé che pretende di non poter esistere se non nel luogo dove mette i piedi, di cui immagina di avere la proprietà, e perciò la facoltà di escludere gli altri, è quel sé che è già annegato.
    Rendere il mondo abitabile vuol dire opporre alla exofobia una exofilia, un’amicizia per l’esterno, anche e proprio là dove sembra essere più estraneo, dove intimorisce e spaventa. La polizia preventiva del sé che pretenderebbe di essere stanziale e iperprotetto porta al naufragio. Solo la traumatica leva dell’altro può far uscire dalla narcosi dello stordimento.
    non ti vorrei deludere però, ho anora dei parenti a milano e in lombardia come parecchi amici , ne ho sentiti tanti in questi giorni ma nessuno era spaventato neppure quelli con figli piccoli.
    Al limite molti incazzati per il clima creato e perchè il governo ha sbagliato i primi interventi per la sicurazza sanitaria, con cui "forse" una parte di problema si poteva evitare.
    sembra che i più spaventati sono i "fancazzisti", quelli che non hanno voglia di lavorare e quelli le cercano tutte per stare a casa e i meridionali (quindi più o meno...).

 

 
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