Citazione Originariamente Scritto da fante di denari Visualizza Messaggio
Gli effetti economici, sociali e politici della pandemia saranno duraturi e forse irreversibili. Ci aspetta un lungo periodo di recessione e di cambiamenti.

Si intravede una luce in fondo al tunnel ma potrebbe essere un treno in arrivo anziché il sole. Ci troviamo in piena emergenza e contiamo di uscirne al più presto, esprimiamo la nostra capacità di risollevarci da un’epidemia devastante con quel “ce la faremo” che è molto più concreto di una vaga speranza perché poggia sui sacrifici concreti di ognuno.

Il coronavirus non fa perdere la voglia di ricostruire, risollevarsi e riprendere, anzi la aumenta. Tutti non aspettano altro che il momento in cui la pandemia sarà risolta, il virus debellato e si potrà riprendere a lavorare, a produrre, ad uscire di casa, a rialzare le serrande dei negozi, a viaggiare, a incontrare persone.

Ma non sarà più la stessa vita di prima; alla riapertura ci aspettano molti cambiamenti. Il domani potrebbe essere peggio di oggi, nel senso che avremo conseguenze durature e, forse, permanenti del passaggio della pandemia.

Quel piccolo virus incide sui comportamenti e sui modi di pensare. Sta lasciando il segno su tutta la società, non solo sulla salute ed è probabile che non lascerà nulla come prima. Politica, sanità, economia stanno subendo in tutto il mondo un cambiamento profondo, che non si ferma alle abitudini temporanee di un periodo di contenimento come quello che stiamo vivendo e che potrà durare un mese o due al massimo ma estenderà i suoi effetti per molti anni.

È presto per poter dire se si tratterà di rivoluzione ma alcuni segnali si intravedono già. Innanzitutto, l’economia sarà molto meno solida di prima. Già, adesso, sta entrando in recessione e tutti gli esperti prevedono che sarà lunga, perché colpisce quasi tutti i settori e tutto il mondo. La prostrazione renderà molto difficile il rilancio, non solo in Italia.

Chi ne pagherà le conseguenze? Con il blocco pressoché totale della produzione e degli scambi, le casse pubbliche e private saranno presto vuote; da un mese quasi nessuno sta guadagnando, neanche lo Stato che non può incassare i tributi quando il gettito non viene alimentato dal reddito dei contribuenti.

I lavoratori alla ripresa troveranno le loro aziende fortemente indebolite. Ci saranno produzioni ferme, magazzini pieni di merce invenduta. Gli agricoltori e gli allevatori italiani già lo sanno e stanno vivendo la tristezza di vedere i loro eccellenti prodotti alimentari rifiutati. Diversi mercati faranno una fatica enorme a risollevarsi, se ci riusciranno; turismo e trasporti, ad esempio, porteranno i segni permanenti di questa esperienza. Piazze e navi da crociera, pullman e camion, ristoranti e fabbriche non saranno pieni come prima.

L’Europa non aiuterà l’Italia perché in tempi di crisi profonda ognuno pensa per sé; è bastata una dichiarazione shock del presidente della Bce, secondo cui ogni Paese in difficoltà deve arrangiarsi, per provocare il crollo delle Borse più grande di sempre. Riconvertire le produzioni industriali e riprendere la circolazione di persone e merci sarà difficilissimo. Occorrerebbe farlo insieme, tra Stati e in cooperazione, ma di partecipanti convinti non se ne vedono molti.

Ora, si pensa a rafforzare le istituzioni europee ma la strada intrapresa, stando alle proposte che arrivano in questi giorni – dal Mes agli Eurobond ai Fondi di sostegno – rivela il consueto errore, che è quello di cercare di costruire partendo dalla fredda moneta degli scambi, che arricchisce pochi, anziché dal cuore caldo dei cittadini, che sono molti e, nonostante tutto, ancora fiduciosi di farcela.

https://news.google.com/articles/CBM...T&ceid=IT%3Ait


«Passò il tempo e venne di nuovo l'estate. Nei campi il grano maturava, ma non più abbondante come negli anni precedenti. Non era stato seminato in solchi ben tracciati dagli aratri e lavorati dalla mano dell'uomo, ma sparso solo sulla superficie, e perciò la terra aveva potuto farne germogliare soltanto una piccola parte; siccome poi nessuno lo aveva mietuto, giunto a maturazione, era caduto a terra, e non era più nato niente. Questo era accaduto anche in Emilia; perciò gli abitanti di quella regione avevano lasciato le loro case ed erano trasmigrati nel Piceno, pensando che, siccome quella terra era sul mare, non dovesse soffrire una totale mancanza di viveri. Anche i tusci erano angustiati per la fame... e molti di essi, che vivevano sui monti, macinavano le ghiande delle querce come se fosse frumento, e mangiavano le pagnotte fatte con quella farina. Naturalmente moltissimi caddero vittime di ogni specie di malattie... Nel Piceno, si parla di non meno di 50.000 tra i contadini, che perirono di fame, e molti di più ancora furono nelle regioni a nord del golfo Ionico... Taluni, forzati dalla fame, si cibarono di carne umana. Si dice che due donne, in una località di campagna sopra la città di Rimini, mangiarono 17 uomini... Molte persone erano così indebolite dalla fame, che... si gettavano su di essa [sull'erba] con bramosia, chinandosi per strapparla da terra; ma siccome non riuscivano perché le forze le avevano completamente abbandonate, cadevano sull'erba con le mani tese, e lì perirono... non si accostava neppure un avvoltoio, perché non offrivano nulla di cui essi potevano cibarsi. Infatti tutta la carne... era stata ormai consumata dal digiuno. Così stavano le cose in conseguenza della carestia.»
(Procopio, La Guerra Gotica, II,20.)