È questo un nuovo capitale però senza i capitalisti, senza quei padroni che abbiamo imparato a conoscere, che erano poi le Famiglie e le Dinastie che si insediavano su un territorio. Non ci sono più a Torino gli Agnelli e nemmeno i Falck a Sesto S. Giovanni che, come i Pirelli, poi li trovavi nel CdA del Corriere della Sera, orgogliosi di disporre del palco di famiglia alla Scala. A Milano, come altrove, non ci sono più i grandi capitalisti. Le auto, gli acciai, le gomme però si producono ancora, ma le antiche linee un tempo concentrate in grandi stabilimenti sono state esplose, per singoli componenti, in più parti del mondo e particolarmente laddove il lavoro costa meno. A tal riguardo, per le politiche salariali praticate dai Governi italiani tutti, non contrastate dal Sindacato, oggi il costo del lavoro italiano si è talmente abbassato da risultare competitivo con quello delle economie più povere e Calenda, che è un prodotto costruito nei laboratori della superclasse, quando è stato Ministro (è successo anche questo) ne fu compiaciuto. Ma, ancora ci si domandi, qual è la forza motrice che ha mosso e tutt’ora muove le trasformazioni impressionanti o, più concretamente, qual è il motore che fa funzionare i settori oggi più innovativi delle telecomunicazioni, delle nanotecnologie e quella farmaceutica che è balzata in questi mesi al centro dell’attenzione mondiale?
Ma se lo Stato ci mette i soldi perché «tutti i profitti provenienti da un rischio collettivo finiscono ai privati?». Così è, più o meno, negli USA, un po’ meno in Germania, un po’ di più in Giappone e in Corea del Sud. Sarebbe così anche in Italia se l’Italia investisse, non così in Cina. In Occidente non ci saranno più le classi ma quella superclasse utilizza i fondi dei Governi, e quindi dei cittadini, per interessi privati. In sintesi: le classi non ci sarebbero più ma c’è la lotta di classe e qualcuno la sta vincendo alla grande.
E non sono i popoli.
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