Ma infatti ...
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Fininvent
di Marco Travaglio
3 LUGLIO 2020
Se un vecchio malvissuto come B. è ancora a piede libero, in politica e perfino nei sondaggi, è grazie all’orchestra mediatica di tv e giornali che da 26 anni suona quotidianamente il suo spartito. Ma anche grazie a tutti gli altri media che, l’uno dopo l’altro, si sono accomodati su posizioni “terziste”, come se l’imparzialità fosse l’equilibrio fra guardie e ladri: i soliti Mattia Feltri su La Stampa e Pigi Battista sul Corriere, ma anche la new entry di Repubblica modello Sambuca Molinari che, tradendo 44 anni di storia, l’altroieri ha taciuto in prima pagina l’ultimo scandalo della Banda B. (il giudice morto che parla) e ieri ha dato l’ultima parola sul caso indovinate a chi? A B., con un’intervista senza domande che imbarazzerebbe pure Sallusti. Intanto, mentre tutti disertano, il Premiato Bufalificio di Arcore seguita a sfornare balle a reti ed edicole unificate, come nell’ultimo quarto di secolo: non per provare l’onestà del padrone (non esageriamo), ma almeno per tentare di sputtanare i suoi giudici.
1994. B. è indagato per le mazzette Fininvest alla Guardia di Finanza. Il Giornale, appena finito in mano a Vittorio Feltri, parte all’assalto di Piercamillo Davigo, pm dei processi “Fiamme Sporche”: lo accusa di essere socio occulto del generale corrotto Giuseppe Cerciello; e di ricattare il giudice Romeo Simi de Burgis su vecchie accuse del pentito Epaminonda (poi archiviate). De Burgis sta giudicando alcuni stilisti per altre tangenti alla Gdf: se salta quel processo, B. si salva nel suo. Il secondo scoop viene ripreso da Paolo Liguori a Studio Aperto e rilanciato da Sgarbi quotidiani con una sigla-cartoon che mostra due maiali con la toga insanguinata e un coltello in mano danzanti sulle note di Ci vorrebbe un amico. Per la doppia bufala, Il Giornale&C. verranno condannati per diffamazione.
1995. Il Giornale insinua che il procuratore Francesco Saverio Borrelli cavalchi su un sauro di Giancarlo Gorrini, assicuratore condannato ed ex amico di Di Pietro. Balla sesquipedale: la sigla “G.G.” sulla sella è del proprietario Giuseppe Gennari. Ma B. teme pure l’entrata in politica di Antonio Di Pietro e chiama il comune amico costruttore Antonio D’Adamo: “Si prepari, siamo nelle sue mani!”. Promette aiuti finanziari in cambio di calunnie all’ex pm (5 miliardi dal banchiere-corruttore Pierfrancesco Pacini Battaglia tramite D’Adamo), che lui stesso registra e consegna ai pm di Brescia. Il Giornale dà una mano titolando a tutta prima: “Dal Messico gravi accuse a Di Pietro. Raggio dice che Pacini Battaglia ha dato una valigetta con 5 miliardi a Lucibello perché la consegnasse a Di Pietro”. Il gup di Brescia accerta poi che sono tutte balle e proscioglie Di Pietro, che farà causa al Giornale e a Feltri. Il quale nel 1997, non avendo uno straccio di prova, si scusa in prima pagina col Di Pietro “immacolato” per quella che lui stesso definisce “bufala”, “ciofeca”, “smarronata”. Titolo: “Il tesoro di Di Pietro non c’è”. Svolgimento: “Tonino, ti stimavo e non ho mai cambiato idea”.
1996. Il Foglio di Giuliano Ferrara pubblica un’intercettazione raccolta dal Gico, in cui Pacini Battaglia dice che Di Pietro e l’avvocato Giuseppe Lucibello “mi hanno sbancato” e che “per uscire da Mani Pulite abbiamo pagato”. Segue una lunga campagna contro Di Pietro corrotto (“scespiriana baldracca”, “troia dagli occhi ferrigni”, “trafficante”, “protettore di biscazzieri”, “golpista”, “fa vomitare”). Poi si scopre che “sbancato” era “sbiancato” e soprattutto che il Gico aveva tagliuzzato altre frasi di Pacini che scagionavano l’ex pm, tipo questa: “Io a Di Pietro (i soldi, ndr) non glieli ho dati”. Anche perché da Mani Pulite il banchiere non era mai uscito: era stato regolarmente arrestato e condannato. Seguono le solite condanne per diffamazione.
1997. Vittorio Sgarbi e gli house organ berlusconiani accusano Gherardo Colombo di aver falsificato il pass d’ingresso del deputato FI Massimo Maria Berruti a Palazzo Chigi, che prova il ruolo di B. nel depistaggio delle indagini sulle mazzette alla Gdf. Invece il pass è vero e Berruti sarà condannato, come pure i diffamatori di Colombo. Intanto B. denuncia il pool Mani Pulite a Brescia per “attentato a organo costituzionale” (cioè a lui) per l’invito a comparire per corruzione della Finanza recapitatogli il 21 novembre ’94 durante un convegno internazionale a Napoli. A sostenere il golpe corrono a testimoniare due marescialli dei carabinieri, Giovanni Strazzeri e Felice Corticchia: raccontano che il famoso invito a comparire fu una manovra orchestrata dal pool con Luciano Violante per rovesciare il governo B. con un avviso di garanzia “a mezzo stampa”. In allegato a Panorama, diretto da Ferrara, esce un pamphlet del giornalista Giancarlo Lehner: Articolo 289 Cp. Attentato a organo costituzionale. Strazzeri e Corticchia vengono poi arrestati e patteggiano per calunnia. Si scopre che Corticchia era amico intimo di Emilio Fede, non aveva mai una lira ed era inseguito dai pignoramenti: finché, dopo vari incontri col direttore del Tg4 e uno con B. ad Arcore per concordare la testimonianza fasulla, era diventato ricco sfondato (nuovo appartamento a Milano, villa a Santo Domingo e 250 milioni di lire versati in banca in contanti). Lehner verrà puntualmente condannato per diffamazione.
(1 – continua)...Seconda puntata:
Merdaset
di Marco Travaglio
4 LUGLIO 2020
1996. Stefania Ariosto rivela a Ilda Boccassini che B. e gli avvocati Previti e Pacifico compravano giudici e sentenze. Giornale e Panorama accusano la Boccassini di aver offerto 500 milioni a un pentito per incastrare l’ex pm e deputata FI Tiziana Parenti in un traffico di droga: tutto falso. Allora Renato Farina, sul Giornale di Feltri, scrive che la Boccassini ha arrestato ingiustamente una somala, Sharifa, sottraendole il marito e due bambini (“Quella Procura che rapisce i bambini”): balle anche quelle.
1998. L’Avanti! pubblica un falso dossier sulla Ariosto agente dei servizi segreti. E i media berlusconiani la accusano di essere prezzolata dalla Finanza: altra maxi-balla, con le solite condanne per diffamazione. Ma ecco due nuove campagne sulle testate di B. (Rai inclusa) contro la Boccassini e Gherardo Colombo: i due pm avrebbero manipolato con lo Sco l’intercettazione dei giudici romani Renato Squillante e Francesco Misiani al bar Mandara (tutto falso, appurerà il gup di Perugia). E occultato le prove dell’innocenza di B. e Previti nel fascicolo segreto 9520/95, negato illegalmente ai difensori (tutte balle, stabilirà il gup di Brescia).
2001. Mentre il governo B. è impegnato ad abolire le rogatorie che incastrano il premier e Previti e a opporsi al mandato di arresto europeo, Panorama e Giornale pubblicano uno scoop di Lino Jannuzzi (“Il gioco dei quattro congiurati”) che racconta nei dettagli un incontro segreto in un hotel di Lugano fra la Boccassini e i colleghi Carlos Castresana, Carla Del Ponte ed Elena Paciotti per architettare l’arresto del presidente del Consiglio. Poi i congiurati dimostrano che quel giorno si trovavano in quattro città diverse e piuttosto lontane: Boccassini a Milano, Castresana a Madrid, Paciotti a Bruxelles, Del Ponte in Tanzania. Jannuzzi, anziché andare a nascondersi, giura di avere “le prove”. Il Cda di Panorama chiede lumi al direttore Carlo Rossella. Che difende Jannuzzi perché, vertice o non vertice, “il problema esiste”. Sarà condannato per diffamazione. Jannuzzi si farà eleggere al Senato e nominare al Consiglio d’Europa, con doppia immunità.
2003. La Cassazione sta per decidere sulla richiesta di B. di traslocare i processi a Brescia per “legittimo sospetto”. La triade Tg1-Studio Aperto-Giornale spara un nuovo scoop. In una bacheca della IV sezione del Tribunale di Milano, quella del processo Mondadori, i giudici avrebbero affisso foto di Previti sotto una frase di Platone contro i tiranni: la prova del nove che tutti i giudici milanesi sono prevenuti. Ma è una bufala. Le foto, ritagliate dai giornali, non sono nell’ufficio dei giudici, ma dietro una colonna della stanza di una cancelliera. E la frase di Platone non c’entra: è lì appesa da 12 anni e non è contro i tiranni, ma contro i governi troppo corrivi con i moti di piazza.
2009. Il giudice civile Raimondo Mesiano condanna la Fininvest e B. a risarcire con 750 milioni di euro Carlo De Benedetti per lo scippo della Mondadori col famoso verdetto comprato e definisce il premier “corresponsabile nella corruzione” del giudice Vittorio Metta. E viene linciato da tv e giornali berlusconiani e pedinato dalle telecamere di Mattino 5 dal barbiere e al parco zoomando sui suoi calzini turchesi. “Tra la stravaganza del personaggio e la promozione del Csm, qualcosa non funziona”, denuncia il direttore Claudio Brachino. E Sallusti: “Non è solo stravaganza fisica, ma anche professionale”. Brachino verrà sospeso dall’Ordine dei giornalisti per due mesi.
2011. B. è indagato per la prostituzione minorile di Ruby e le chiamate in Questura per farla rilasciare. Il Giornale di Sallusti contrattacca con “Gli amori privati della Boccassini”, che nel lontano 1981 fu sorpresa da un “addetto alle pulizie del tribunale” nientemeno che a “baciare un cronista di Lotta Continua”.
2013. Il processo Mediaset (B. condannato in I e II grado a 4 anni per frode fiscale) arriva in Cassazione. Il Giornale blandisce il presidente Esposito e i giudici Franco, D’Isa, Aprile e De Marzo: “toghe moderate e di lungo corso”. Ma, appena questi condannano B., per i suoi house organ diventano dei farabutti. Tranne Franco, risparmiato chissà perché dal linciaggio, sebbene abbia firmato la sentenza come gli altri. Il Giornale accusa Esposito di aver definito B. “grande corruttore” e “genio del male” in una cena privata a Verona nel lontano 2009. Lui smentisce. Libero e Panorama gli scagliano addosso le accuse più fantasiose: persino una cena con l’attore Franco Nero, oltre al solito fango su tutti i parenti fino al terzo grado. Anche i giornali “indipendenti”, Corriere, Sole 24 Ore, La Stampa e Messaggero, sdraiati sul governo Letta Pd-FI, attaccano la sentenza e invocano l’amnistia o la grazia. Il Mattino intervista Esposito, che risponde solo su questioni generali senza entrare nel processo, ma poi gli infilano una domanda mai fatta sulla condanna di B. Un assist al Pdl, che scatena il putiferio, ricorre a Strasburgo, chiede la testa del giudice e la revisione della sentenza. Esposito viene trascinato dinanzi al Csm, dove ovviamente sarà prosciolto da tutto. Intanto il suo collega Franco sta spifferando i segreti (peraltro falsi) della camera di consiglio al neopregiudicato armato di registratore. Ma questo ancora nessuno lo sa: se ne riparlerà soltanto sette anni dopo, su Rete4 e sul Giornale. Nella migliore tradizione della casa.
(2 – fine)![]()






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