"Solo nella comunità diventa dunque possibile la libertà personale" Marx-Engels

Di quale Partito abbiamo bisogno?



di Sven Tarp *


Il tema del Partito Comunista è sempre rilevante, oggi forse più che mai. I fattori fondamentali che più di 150 anni fa hanno accompagnato la nascita dei primi Partiti Operai, di tendenza marxista, continuano ad esistere: lo sfruttamento e l’oppressione della classe operaia. La lotta per il socialismo, cioè la lotta per farla finita con il capitalismo e trasformare le nostre società in maniera profondamente rivoluzionaria, è oggi non solamente una lotta per garantire i diritti politici, economici, sociali e culturali dei lavoratori, ma è anche – a causa della profonda crisi e del potere distruttivo del capitalismo nella sua fase attuale - una lotta per la salvezza degli ecosistemi e delle condizioni materiali necessarie alla stessa sopravvivenza della nostra specie.

Fino a pochi anni fa, specialmente a partire dalle grandi manifestazioni di Seattle nel 1999 e con la formazione del cosiddetto movimento “anti-globalizzazione”, era di moda parlare dei “movimenti” come di forme di organizzazioni che storicamente dovrebbero sostituire i partiti come soggetti della trasformazione verso un “altro mondo possibile”. Oggi, questo discorso si è attenuato un po’, ma continua a creare confusione ideologica nelle file del movimento alternativo.

Il problema dei Partiti Comunisti è acuto specialmente nei centri imperialisti dove, nella maggioranza dei casi, i Partiti precedentemente legati alla Terza Internazionale Comunista sono passati per un processo o di indebolimento e di perdita di militanti, o di degenerazione politica e ideologica, o semplicemente, di distruzione o dissoluzione organizzativa. Questo processo regressivo si deve tanto a fattori obiettivi – perché i partiti non sono immuni ai cambiamenti che avvengono attorno a loro – quanto a fattori soggettivi, tra questi il tradimento, l’opportunismo e la mancanza di capacità teorica e pratica per trovare soluzioni ai problemi.


Nella vecchia Europa, con la eccezione della Grecia e del Portogallo dove esistono ancora importanti Partiti Comunisti, di tipo marxista-leninista e con influenza di massa, i comunisti che rimangono - a volte separati in varie organizzazioni – stanno discutendo il tema al centro di questo Forum cioè:

Che fare per tornare a creare grandi Partiti Comunisti aggiustati alle condizioni del nostro tempo e capaci di sfidare l’egemonia borghese e giocare un ruolo decisivo nella lotta per abbattere lo Stato capitalista-imperialista e costruire una società senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo?

La risposta a questa domanda é complessa e varia, come é naturale, da paese a paese, però ha anche molti elementi comuni che permettono uno scambio fruttifero tra i comunisti del nostro continente. Nonostante non esistano né ricette universali né un modello unico di Partito Comunista, questo scambio combinato con gli studi sulla realtà in cui viviamo, delle esperienze storiche e delle riflessioni teoriche dei nostri predecessori ci permetterà, senza alcun dubbio, di trovare risposte e soluzioni ai problemi attuali. Non c’è dubbio sul fatto che in questo aspetto occorre citare Lenin quando, nella sua opera maestra, il Che fare?, scrive:

“L’esperienza rivoluzionaria e la capacità nell’organizzazione sono cose che si acquisiscono col tempo. L’unica cosa di cui c’è bisogno è la volontà di voler sviluppare le qualità necessarie. L’unica cosa di cui c’è bisogno è di avere coscienza dei difetti, cosa che all’interno di un lavoro rivoluzionario equivale a più della metà della correzione degli stessi”

La costruzione di un Partito Comunista si deve intendere come un compito dalle molte facce che include la costruzione sui piani ideologico-teorico, politico e organizzativo. E’ evidente che senza costruzione politica, che oltretutto dipende dalla costruzione ideologico-teorica, non ci può essere costruzione organizzativa del Partito.

Contrariamente all’opinione espressa da vari autori marxisti, e tra questi da Rossana Rossanda nel suo famoso testo Partito e classe del 1969, in cui si nega che Marx ed Engels abbiano mai formulato una teoria sul Partito, troviamo nelle loro opere – principalmente in quelle sulla Lega dei Comunisti, sulla Prima Internazionale, sul Partito Social Democrático Tedesco e, nel caso di Engels, sulla Seconda Internazionale – numerosi commenti e affermazione sul Partito e sul funzionamento che, nella loro totalità, costituiscono ottimi apporti teorici.

Tra gli elementi fondamentali di questa teoria di Marx ed Engels sul Partito Comunista possiamo rilevare la necessità di costruire:

· un Partito politico della classe operaia (in questo senso, sostengono l’idea del predominio della lotta politica su tutte le altre forme di lotta );

· un Partito indipendente della classe operaia (cioè, né un Partito interclassista né una frazione di un altro Partito borghese o piccolo borghese);

· un Partito con un obiettivo strategico ben definito (cioè, la conquista del potere e la instaurazione di la dittatura del proletariato);

· un Partito di avanguardia (idea già espressa nel Manifesto del Partito Comunista);

· un Partito guidato da una teoria avanzata (idea che permea tutte le loro pubblicazioni);

· un Partito Internazionalista;

· un Partito centralizzato (idea formulata principalmente nella lotta contro i bakuniani all’interno della Prima Internazionale);

· e un Partito con una ampia democrazia interna (idea espressa in varie occasioni, ad esempio dar Engels con riferimento alla situazione interna del Partito Social Democratico Tedesco).

Tutti questi elementi – dispersi nelle opere di Marx ed Engels – sono stati in seguito sistematizzati e incorporati da Lenin all’interno di quella teoria leninista del Partito che include anche altri elementi rilevanti per il nostro lavoro di oggi. Tra gli apporti più importanti di Lenin vi sono le sue riflessioni sulla relazione tra il fattore cosciente e il movimento spontaneo, sulla disciplina volontaria, sulla lotta per l’egemonia, idea poi sviluppata da Gramsci, oltre alle sue numerose riflessioni sull’organizzazione e il funzionamento del Partito, principalmente sulla necessità di applicare i principi del centralismo democratico e subordinare il lavoro organizzativo ai compiti politici che il Partito deve realizzare a corto termine. L’organizzazione comunista non può essere considerata un fine in sé stesso, ma un mezzo per conseguire gli obiettivi tattici e strategici posti.

Pertanto, e così come in Marx ed Engels, neanche in Lenin troviamo né ricette valide per sempre e in ogni luogo né un modello unico del Partito Comunista. Le forme di Partito che Lenin ha sostenuto nella Russia precedente al 1905, durante la Rivoluzione del 1905-1906, e dopo la sua sconfitta, prima e dopo la Rivoluzione d’Ottobre, sono molto diverse. Prima del 1905 abbozzò una forma-Partito cospirativa, composta da rivoluzionari di professione; nel 1905 raccomandò che il Partito aprisse le sue porte alle grandi masse proletarie; dopo la sconfitta sostenne l’unificazione di tutte le tendenze in uno stesso Partito, vista la scarsa militanza; durante la Prima Guerra Mondiale reclamò l’espulsione degli opportunisti e dei revisionisti; immediatamente prima e dopo la Rivoluzione d’Ottobre tornò ad aprire le porte del Partito; poi venne l’epurazione degli elementi indesiderati etc.

Questa varietà di forme in funzione dell’evoluzione della realtà richiede che ogni lettura delle opere di Lenin si realizzi con gli occhiali della prospettiva storica. Nel suo prologo di Dodici Anni, una raccolta di testi scritti da Lenin tra il 1895 e il 1906, lo stesso autore richiama l’attenzione su questo problema e interviene sulle raccomandazioni concrete incluse nel suo famoso Che Fare?:

“L’errore principale di quelli che oggi polemizzano con il Che Fare? consiste nel fatto che disgiungono completamente quest’opera da una situazione storica determinata, da un periodo concreto dello sviluppo del nostro Partito ormai passato da molto tempo. Il Che Fare? é il compendio della tattica iskrista e della politica iskrista in materia di organizzazione durante gli anni 1901 e 1902. Un compendio, né più né meno... Quindi neanche nel II Congresso ho pensato di erigere a qualcosa di “programmatico”, al livello di principi speciali, le mie formulazioni raccolte nel Che Fare?”.

Il fatto che esista una grande varietà di forme di organizzazione, non significa, comunque, che non esistano alcuni principi basilari che possano orientare il lavoro di costruzione del Partito in ogni momento. Nello stesso Che Fare? si trovano idee e riflessioni che trascendono il momento storico nel quale furono scritte e fanno di questo libro un’opera di grande attualità e valore scientifico e filosofico.

Gli apporti teorici, tanto di Lenin quanto di Marx ed Engels, non sono stati realizzati in un laboratorio isolato dalla lotta di classe, dal movimento reale. Sono invece il risultato della loro osservazione, dello studio della loro esperienza vivida, e delle loro proposte per trovare soluzioni ai problemi posti nelle diverse situazioni. Pertanto, per assimilare la teoria leninista del Partito occorre abbracciare Lenin nella sua totalità e, in questo senso, é specialmente interessante studiare il Lenin “maturo” e le raccomandazioni, basate sulla lunga e ricca esperienza del Partito Bolscevico, che offre ai Partiti di “tipo nuovo” organizzati nella Terza Internazionale Comunista. A tal fine vale la pena di rileggere il suo famoso libro L’Estremismo, malattia infantile del comunismo che quest’anno compie 90 anni.

Il concetto di Partito di nuovo tipo fu introdotto per distinguere tra i Partiti della nuova Internazionale e i “vecchi” Partiti Social Democratici della Seconda Internazionale che si erano schierati a fianco delle ‘loro’ borghesie durante la Prima Guerra Mondiale. Senza dubbio, la critica completamente giusta e necessaria alla degenerazione e al tradimento di questi vecchi Partiti non giustifica un approccio nichilista che gli tolga ogni merito nella loro lunga traiettoria. Questi Partiti riuscirono a portare il marxismo tra le masse, a trasformarsi in Partiti di Massa e a conquistare importanti posizioni nei parlamenti borghesi, condussero grandi lotte che sfociarono in importanti conquiste politiche e sociali per i lavoratori, ottennero l’instaurazione del 1 maggio e dell’8 marzo come giornate Internazionali di lotta, alzarono la bandiera della giornata lavorativa di 8 ore, etc.

Ciò che non furono capaci di fare fu prender una posizione corretta e di classe allo scoppio della Prima Guerra Mondiale e approfittare della situazione rivoluzionaria che si produsse per condurre la classe operaia alla conquista del potere politico. E questo peccato di omissione non fu solo il frutto di una deviazione ideologica e dell’opportunismo politico, ma anche della loro forma di organizzazione che si era adattata alle condizioni relativamente “pacifiche” della lotta parlamentare ormai da vari decenni. Per questo, ai nuovi Partiti Comunisti urgeva correggere non solo le deviazioni socialdemocratiche sul piano politico e ideologico, ma anche su quello organizzativo, e lo stesso si può dire delle deviazioni di tipo settario, “estremiste” e “infantili” – tutto ciò con l’obiettivo di “bolscevizzarsi” completamente e trasformarsi in Partiti di “nuovo tipo” sotto l’orientamento di Lenin e della Internazionale Comunista.

Da uno sguardo a posteriori é evidente che i Partiti in campo nel 1919 e 1920 erano Partiti strutturati per l’azione rivoluzionaria di Massa e la presa del potere in un momento in cui ancora si pensava che la Rivoluzione Mondiale era dietro l’angolo. Poi, quando il picco rivoluzionario si è esaurito, occorreva adattare i Partiti Comunisti ai nuovi tempi e condizioni di lotta. A questo proposito sono di grande importanza le riflessioni di Gramsci sulla lotta politica come guerra di posizione e sul compito che deve giocare il “principe moderno” in questo nuovo tipo di guerra. E lo stesso dicasi per le idee sul compito dei comunisti nella formazione dei fronti popolari esposte da Dimitrov nel VII Congresso della Internazionale Comunista nel 1935, cioè in un momento caratterizzato dal pericolo del fascismo e dalla minaccia di una nuova Guerra Mondiale.

Nella Seconda Grande Guerra che ebbe inizio poco tempo dopo, i Partiti Comunisti che seppero adattarsi alle nuove condizioni diedero dimostrazione di grande eroismo e capacità di lotta ed ebbero insieme all’Unione Soviética un ruolo decisivo nella sconfitta del nazi-fascismo.

Una volta terminata la Guerra, il mondo capitalista entra in una epoca eccezionalmente lunga di prosperità economica caratterizzata da un crescente consumismo e sviluppo, per lo meno nei paesi imperialisti dell’Europa, la cosiddetta società del benessere, o Stato sociale, che – non senza lotta e competizione ideologica con il campo socialista – garantisce ai lavoratori diritti politici e sociali mai visti prima nel contesto del sistema capitalista. In questa fase si formano grandi e influenti Partiti Comunisti in molti paesi europei, Partiti che con le loro idee e capacità di azione e mobilitazione contribuiscono in modo considerevole alla conquista dei diritti sopra menzionati.

Senza dubbio, ad un certo punto la maggioranza di questi Partiti entrano in crisi e cominciano a debilitarsi e a perdere militanti e influenza fino, in alcuni casi, a convertirsi in piccoli gruppi, a dividersi o semplicemente ad auto-dissolversi. E anche nei casi nei quali i Quadri e i militanti si oppongono coraggiosamente alle deviazioni ideologiche, si nota una mancanza di capacità di risposta di fronte alle nuove condizioni create con la crescente Internazionalizzazione del Capitale, i cambiamenti nei processi produttivi, le modificazioni nelle strutture sociali e di classe, e l’offensiva reazionaria iniziata da Reagan e dalla Thatcher nel 1980-81 e intensificata dopo la caduta del campo socialista e dell’Unione Soviética nel 1989-91.

I fatti mostrano che questa mancanza di capacità di risposta ha interessato i partiti sia nelle dimensioni ideologica e politica sia in quella organizzativa. In alcuni aspetti - e solamente alcuni - accade loro qualcosa che era accaduto già ai Partiti della Seconda Internazionale che, adagiatisi eccessivamente alle condizioni relativamente “pacifiche”, per lo meno all’interno dei loro paesi, dopo alcuni decenni non erano più in grado di fare i conti con i tempi nuovi condizioni imposte dalla dialettica della storia.

Oggi stiamo vivendo qualcosa che possiamo considerare un cambiamento epocale con l’esplosione della crisi strutturale del capitalismo che - insieme con le altre crisi energetica, ambientale, alimentare, militare, sociale, urbana e morale – acquista sempre più la forma di una crisi della stessa civilizzazione borghese. Come indicano i recenti fatti in Grecia, la profondità di questa crisi fa si che si acutizzino sempre più i conflitti sociali e non possiamo escludere che nei prossimi anni si producano situazioni oggettivamente rivoluzionarie all’interno delle quali possa essere posta, anche nel nostro continente, la presa del potere da parte della classe lavoratrice diretta dal suo Partito di avanguardia. Dobbiamo prepararci a questa possibile situazione.

Nel suo libro L’estremismo, malattia infantile del comunismo, Lenin analizzò l’esperienza della Rivoluzione russa e della lotta in altri paesi europei e ne trasse due conclusioni di trascendentale importanza:

“La prima é che la classe rivoluzionaria, per realizzare la sua missione, deve saper utilizzare tutte le forme e aspetti, senza la minima eccezione, dell’attività sociale…; la seconda é che la classe rivoluzionaria deve essere disposta a rimpiazzare in modo rapido una forma con un'altra.”

E Lenin aggiunse:

“Tutti converranno che sarebbe insensato se non criminale la condotta di un esercito che no si disponesse a usare ogni arma a disposizione, tutti i mezzi e metodi di lotta in suo possesso. Ma questa verità può essere applicata alla politica più ancora che all’ arte militare. In politica non è possibile sapere, in anticipo, quali metodi di lotta saranno applicabili e vantaggiosi per noi nelle circostanze future. Senza dominare tutte le forme di lotta, possiamo correre il rischio di subire un’enorme sconfitta, forse decisiva, se cambiamenti indipendenti dalla nostra volontà nella situazione delle altre classi pongono all’ordine del giorno una forma di azione nella quale siamo particolarmente deboli. Se dominiamo tutti i metodi di lotta, il nostro trionfo é assicurato”

Il dirigente della Rivoluzione d’Ottobre ci insegna a dominare tutte le forme di lotta, a saperle combinare e sostituire una forma con un’altra in modo rapido quando cambiamenti nelle condizioni oggettive - a volte brusche e esterne alla nostra volontà – lo richiedono. E’ evidente che questo dominio di tutte le forme dell’attività sociale no solo richiede uno sforzo teorico per comprendere la nuova situazione e formulare una tattica e una politica adeguate, ma che richiede anche una forma di organizzazione dello stesso Partito Comunista che gli permetta di espletare i propri obiettivi storici di fronte alla propria classe di riferimento, tra questi quelli Internazionalisti per il fatto di essere all’interno di uno dei centri dell’imperialismo globale.

Infine: Che tipo di Partito richiede la nuova situazione? Che tipo di organizzazione richiede?

Deve essere una organizzazione al servizio della funzione politica stabilita. Ma non dobbiamo ripetere gli errori di certi Partiti che avevano un gran successo nel subordinare la propria organizzazione ai compiti politici immediati, ma dimenticando poi i compiti a lungo termine non sono stati capaci di adattare la propria organizzazione quando si posero nuovi obiettivi. Si tratta di Partiti che non avevano ben compreso le raccomandazioni di Lenin.

A livello generale si è sviluppato storicamente una dibattito sull’alternativa tra Partito di Quadri e Partito di Massa che continua fino ai nostri giorni. E’ una dibattito estremamente interessante e ricco ma non privo di dottrinarismo, perché i due concetti non sono necessariamente alternativi ed escludenti e non corrispondono neanche a forme-Partito specifiche, ma a caratteristiche generali che, a loro volta, si possono esprimere in molte forme concrete in funzione delle condizioni concrete esistenti.

Per essere realmente un Partito Leninista di Avanguardia guidato da una teoria avanzata é evidente che il Partito Comunista, in ogni momento, deve essere un Partito con un gran numero di Quadri ben preparati senza i quali non può portare avanti i propri compiti storici. Se il Partito non crea un ambiente fertile per la preparazione e lo sviluppo dei suoi Quadri fallirà senza dubbio nel medio o nel lungo periodo.

Però questa necessità di avere una colonna vertebrale di Quadri altamente qualificati non esclude che il Partito in un momento storico dato – ad esempio nei paesi a democrazia borghese, in situazioni di tipo insurrezionale o dopo una Rivoluzione vittoriosa – adotti anche la forma del Partito di Massa, cioè simultaneamente di Partito simultaneamente di Quadri e di Massa. Per ottenere i propri obiettivi il Partito Comunista non ha infatti solo bisogno di Quadri, ma anche di una ampia militanza che possa condurre le propria politica e le proprie idee a tutti i settori della classe lavoratrice e del popolo. Come é naturale, questo concetto di Partito pone nuove sfide in materia di organizzazione: come evitare che il Partito si organizzi e lavori sulla base del denominatore comune più basso impedendo così che i Quadri si sviluppino e svolgano il loro compito decisivo dentro e fuori dal Partito?

In relazione a questa questione vi è il dibattito sui tipi e sulle forme delle cellule o organizzazioni di base che deve avere il Partito. Nel concetto leninista del Partito, queste organizzazioni hanno un compito fondamentale essendo il punto di incontro tra teoria e pratica. E’ nella organizzazione di base che i membri del Partito si formano come militanti comunisti, assimilano il programma e la linea politica del Partito, apprendono a fare un analisi concreta di una situazione concreta, a trasformare in comportamenti pratici le decisioni democráticamente adottate e a valutarne i risultati in maniera critica e autocritica. Le organizzazioni di base sono il punto di relazione tra il Partito e le masse all’interno della loro area di azione. Il loro compito é costruire il Partito al livello di base, diffondere le sue idee e la sua linea politica, mobilitare e organizzare le masse, reclutare nuovi militanti e convertirsi in una forza egemonica, cioè politicamente e ideologicamente dirigente all’interno della sua area di intervento. Le organizzazioni di base di tipo leninista si caratterizzano per un alto gado di dinamismo e fervore rivoluzionario. Per espletare la propria funzione, devono avere un approccio ben definito strutturandosi nei luoghi di lavoro, nei luoghi di formazione, nei quartieri e nelle aree di interesse per il Partito.

Non è quindi strano che l’attacco revisionista ai Partiti di tipo leninista si sia dato anche sul piano organizzativo, principalmente contro le cellule di impresa, per debilitare la loro natura di classe o neutralizzare i Quadri e i militanti di provenienza operaia che si opponevano alla deviazione opportunista. Il defunto dirigente del Partito Comunista Portoghese Alvaro Cunhal – per il quale la natura di classe del Partito si esprime in 1) la sua ideologia, 2) i suoi obiettivi, 3) la sua composizione sociale, 4) la sua struttura organica e 5) il suo lavoro di Massa – così commentava questo sviluppo negativo nel suo eccellente e raccomandabile libro Il partito con le pareti di cristallo:

“La natura di classe del Partito si rivela... nella struttura organica, una volta che le organizzazioni nei luoghi di lavoro, specialmente le cellule d’impresa, costituiscono una forma fondamentale e prioritaria dell’organizzazione di base del Partito. L’esperienza Internazionale offre numerosi casi nei quali le decisioni di sostituire le cellule d’impresa con quelle di quartiere, le cellule di luogo di lavoro con quelle basate sulla residenza, attribuendo a volte a organizzazioni politiche o sociali unitarie la direzione delle attività nelle imprese, ha significato l’indebolimento ideologico e l’abbandono degli obiettivi di classe dei rispettivi Partiti.”

Un esempio in questo senso è dato dal Partito Comunista Francese, Partito “eurocomunista” per eccellenza, che nel 1989 aveva ancora 27.000 organizzazioni di base, delle quali circa 9.000 erano cellule d’impresa. Otto anni dopo, nel suo 29° Congresso, non rimanevano che 900 cellule di impresa e solo un quinto delle altre organizzazioni di base poteva contare su una attività regolare, e nel suo 30° Congresso del 2000, il Partito ha finito col liquidare completamente le cellule e le organizzazioni di base. In Spagna, l’ “eurocomunista” ma in altri tempi glorioso Partito Comunista di Spagna, ha deciso all’ultima riunione clandestina del suo Comitato Centrale realizzato a Roma nel 1976, di sostituire le cellule con gli amorfi circoli territoriali. Due anni più tardi ha rinunciato formalmente al leninismo come base ideologica del Partito. Oggi questo Partito è ridotto all’ombra di sé stesso.

Non è casuale che Raúl Martínez e Julio Mínguez, del Partito Comunista dei Popoli di Spagna, scrivessero nel primo numero della Revista Comunista Internacional:

“L’abbandono del marxismo-leninismo no fu solo una questione formale. Portò con sé la distruzione di alcuni Partiti Comunisti che eliminarono il centralismo democratico per cercare di diventare macchine elettorali di tipo socialdemocratico, smantellando la struttura leninista, distruggendo il carattere rivoluzionario della militanza comunista e rinunciando alla dittatura del proletariato... I fatti hanno confermato che la classe operaia ha bisogno di una struttura capace di organizzare e dirigere la lotta per il socialismo. Una struttura di partito che, basata sui principi del centralismo democrático, sia capace di combinare le diverse forme di lotta in funzione delle condizioni mutanti della lotta di classe. Una struttura capace di dotare il movimento operaio e popolare di una strategia diretta alla conquista del potere che parta da un’analisi rigorosa, scientifica, della realtà. Una struttura classista, organizzata in Partito...”

Oggi, con la crescente Internazionalizzazione del Capitale, la transizione dalla produzione fordista a quella flessibile, con la delocalizzazione di molte industrie nei paesi della periferia e con le conseguenti modifiche alle strutture di classe, vediamo come si sono ridotte considerevolmente le grandi concentrazioni operaie nei nostri paesi e come le fabbriche che rimangono sono di dimensioni molto più ridotte che in passate e hanno smesso di giocare, generalmente, quel ruolo di avanguardia nella lotta di classe che avevano fino a solo 20 o 30 anni fa. Questa realtà pone nuove sfide per il nostro lavoro organizzativo.

In primo luogo dobbiamo localizzare le imprese, private o pubbliche, e i settori della classe operaia che possono ancora avere un ruolo di avanguardia – seppur parziale – nelle nuove condizioni e tentare di organizzare il Partito all’interno di queste imprese e di questi settori. Senza dubbio il fatto che i luoghi di lavoro, come regola generale, siano di dimensioni più ridotte che in passato – spesso con un organico di poche decine di lavoratori – rende molto più difficile organizzare cellule al loro interno. Dobbiamo farlo dove possiamo, ma dobbiamo anche trovare altre forme di organizzazione possibili.

Ma quello che non dobbiamo mai fare é abbandonare il principio dell’organizzazione diretta della classe operaia nel Partito come classe e optare invece per una soluzione pragmatica e “facile” che si limiti unicamente a costituire organizzazioni di base di tipo territoriale e lasciare il lavoro politico nelle imprese alle “organizzazioni unitarie” come direbbe Álvaro Cunhal. Tale “soluzione” porterebbe all’indebolimento del lavoro verso le imprese e la creazione di organizzazioni di base con una composizione eterogenea, cioè di organizzazioni in cui convivono diversi approcci non in grado quindi di orientare con successo i militanti. In quel caso il concetto di “militante comunista” perderebbe il suo valore e il Partito vedrebbe ridotta la propria capacità di mobilitazione e intervento nella lotta di classe. Una soluzione alternativa potrebbe essere sperimentare organizzazioni di base con un approccio specifico verso determinati settori della classe lavoratrice, in funzione delle caratteristiche nazionali e locali.

Sono sfide che dobbiamo affrontare. Ce ne sono anche altre poste dalla flessibilità della vita sociale e dello sviluppo personale ai giorni nostri, i quali sicuramente richiedono altre risposte organizzative, ad esempio una distinzione tra militanti e affiliati in funzione delle rispettive forme di adesione e di partecipazione nelle strutture del Partito.

Che significa questo? Significa cercare formule per incorporare nel Partito compagni che per una o l’altra ragione non possono, o non vogliono, sviluppare un impegno organico militante con il Partito, ma sì un impegno di politico e ideologico. Significa offrire altre forme di relazione con il Partito che no siano le organizzazioni di base, ad esempio assemblee annuali o incontri di attivisti in alcuni momenti all’interno di campagne di massa ecc. Significa avvicinare il Partito al suo Capitale Politico e stabilire vincoli più stabili con esso, il che permette anche di poter creare una base per il reclutamento di nuovi militanti che, questi sì, si caratterizzano per il loro impegno organico più forte e attivo con il Partito e il loro ingresso nella struttura dell’organizzazioni di base. In questo modo si evita anche che le organizzazioni di base perdano il loro carattere leninista e diluiscano la qualità del loro lavoro politico perché non devono adattarsi al denominatore comune più basso, e si garantisce che possano rimanere organizzazioni attive, dinamiche e capaci di adattarsi alle condizioni sempre mutanti. Si evita così anche di diluire il concetto di militante sostituendolo con quello più soft di “membro” senza un impegno organico e attività di Massa. Le esperienze che si conoscono, ad esempio in Brasile e in Belgio dove alcuni Partiti hanno adottato questo tipo di distinzione tra militanti e affiliati nei loro statuti, sono, fino ad oggi, interessanti e promettenti.

Per tornare al tema del Partito di Massa, un Partito può considerarsi tale solo se possiede i seguenti requisiti: 1) che sia un’organizzazione alla quale i rivoluzionari possano aderire senza essere quadri; 2) che sia un’organizzazione grande con un ampia militanza; 3) che abbia un’attività permanente tra le Masse; e 4) che abbia una influenza di Massa.

Però questi requisiti non devono essere considerati in forma schematica, come una serie di quattro scalini nel quale si inizia con il punto uno e si finisce felicemente col punto quattro. Il Partito, per essere comunista nel senso leninista – anche se le sue dimensioni sono piccole, o per ragioni storiche concrete, sia solo di Quadri – deve sempre avere una stretta relazione con le Masse e i movimenti sociali, deve cioè dotarsi di una attività e di un carattere di Massa. La nostra esperienza modesta in Danimarca mostra che anche un Partito piccolo, che incorpora sia Quadri sia militanti non Quadri (ma tutto cambia in base alla diversa definizione che si può dare di questi concetti), può giocare un ruolo di Massa importante, e a volte decisivo, in situazioni specifiche. Ma questo richiede:

· che il Partito compia uno sforzo teorico e formuli una politica e una tattica adeguate;

· che si impegni massicciamente nella battaglia ideologica;

· che si rivolga direttamente alle Masse come Partito;

· che lavori verso e all’interno dei movimenti e delle organizzazioni sociali, principalmente i sindacati;

· che sia capace di costruire un ampio sistema di alleanze con altre forze politiche e sociali;

· e che sappia, in ogni momento, mettere al centro del dibattito i punti che, da un lato, siano i più avanzati possibile e che, dall’altro, permettano di aggregare le forze necessarie per ottenere un obiettivo specifico e vincere quindi una battaglia concreta.

Noi comunisti in Danimarca abbiamo degli esempi di questo tipo nel movimento sindacale, nel movimento popolare contro l’Unione Europea e, recentemente, nel movimento che preparava le attività alternative contro il vertice dell’ONU sui Cambiamenti Climatici celebrato nella Capitale danese nel dicembre del 2009.

Per terminare, la costruzione di un Partito Comunista di avanguardia e di tipo leninista, adattato alle condizioni odierne, é un compito urgente e una sfida con noi stessi, tanto in Danimarca quanto in Italia e negli altri paesi europei. Dobbiamo trovare delle soluzioni ma non possiamo neanche aspettare, per agire, finché non avremo pronte tutte le risposte. L’importante é rafforzare il nostro lavoro rivoluzionario anche con il rischio di commettere errori che possiamo sempre correggere se abbiamo la volontà di farlo. Non dobbiamo aver paura di sperimentare nuove forme. E non dobbiamo neanche dimenticare che una cosa é avere un’idea abbastanza chiara del tipo di organizzazione necessaria in un momento storico dato, e altra cosa é trovare le forme transitorie che permettano di sviluppare tale organizzazione. Come già si è detto, non ci sono né ricette universali né un modello unico di partito a disposizione. E’ la situazione concreta in ogni paese che ci deve indicare come intraprendere e dirigere questo lavoro. In alcuni paesi i comunisti possiedono il vantaggio di poter realizzar il proprio lavoro basandosi sui Partiti che già esistono; in altri paesi dove ci sono vari Partiti o gruppi comunisti occorre realizzare uno sforzo per unificarli tutti i compagni disposti ad accettare la nuova soluzione; e nei paesi nei quali non esiste altra opzione occorre formare nuovi Partiti basati sui principi del marxismo-leninismo, perché senza Partito Comunista non ci sarà rivoluzione. Come direbbe Lenin, tutto dipende dall’analisi concreta della situazione concreta.

* responsabile esteri del Partito Comunista Danese. Intervento svolto al convegno della Rete dei Comunisti su "Organizzazione e partito" a febbraio




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