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Discussione: Cuties (Mignonnes)

  1. #31
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    Predefinito Re: Cuties (Mignonnes)

    Citazione Originariamente Scritto da acquazzurra Visualizza Messaggio
    Illeggibile.
    Sito zeppo di pubblicità.
    Ah, scusa. Io ho adblock, quindi non la vedo.

    Te lo incollo qui:

    Se frequentate i poco raccomandabili meandri di Twitter, e se lo fate troppo spesso vi consigliamo di provare anche altri hobby più salubri tipo il collezionismo di francobolli o l’ikebana, vi sarete certamente imbattuti nell’hashtag #CancelNetflix, che invoca la censura e il boicottaggio della piattaforma per la sua scelta di distribuire Mignonnes – Donne ai primi passi, (noto come Cuties negli USA), film d’esordio di Maïmouna Doucouré che racconta una parabola di crescita semi-autobiografica e contemporaneamente denuncia l’ipersessualizzazione delle minorenni amplificata dai social e prova a spiegare quali siano le cause sociali (degrado, abbandono, scontro culturale) che stanno dietro a certi eccessi e che stanno accorciando l’infanzia di intere generazioni incoraggiandone una crescita troppo rapida e sregolata.
    La polemica è esplosa a fine agosto con l’uscita del poster ufficiale del film, e si è rinfocolata negli ultimi giorni con l’uscita dello stesso su Netflix – e il fatto che certi attacchi si siano ripetuti anche ora che il film è a disposizione di chiunque voglia vederlo e farsi un’opinione indica come #CancelNetflix sia soprattutto una questione di principio e abbia poco a che fare con la sostanza di quello di cui stiamo parlando.

    Capitolo uno: Maïmouna Doucouré
    Maïmouna Doucouré è una regista francese figlia di immigrati senegalesi, cresciuta in una famiglia poligama ma altrimenti tradizionalista, religiosa e conservatrice e che con Mignonnes ha esordito nel mondo dei lungometraggi vincendo anche un premio come miglior regista al Sundance, uno degli ultimi grandi eventi pre-apocalisse del 2020. Nel suo film ha voluto raccontare la sua personale esperienza di crescita in un contesto non semplicissimo, e il suo rapporto con le prime cose “da adulte” con le quali una bambina di undici anni si trova prima o poi a confrontarsi; e l’ha modernizzata e adeguata ai nostri tempi grazie a un lungo lavoro di confronto con le sue attrici, girando un film in parte improvvisato (la sceneggiatura esisteva, ma le protagoniste non l’hanno mai vista e sono state incoraggiate ad andare a braccio il più possibile, per rendere la messa in scena il più naturale possibile) e figlio dell’ispirazione collettiva e non solo di una sua personale visione.

    Per questo suo lavoro di ricerca antropologica e cinematografica (il genere di lavoro sul quale Larry Clark ha costruito una carriera fatta di elogi e adorazione critica, per non parlare di Thirteen di Catherine Hardwicke), Doucouré si è beccata le immancabili minacce di morte da quella parte di pubblico che si è convinta che Mignonnes fosse un film fatto da pedofili e per pedofili, un equivoco gigantesco che basterebbe vedere il film per risolvere e che è in parte colpa di…

    Capitolo due: Netflix
    L’argomento è già stato sviscerato qui ma vale la pena ripeterlo: a fronte di un film che tutto vuole fare tranne che glorificare l’ipersessualizzazione delle minorenni odierne, Netflix ha pestato la proverbiale montagna di escrementi, pubblicizzando un’opera di denuncia come se fosse uno di quei concorsi di ballo per minorenni che vengono citati e criticati proprio in Mignonnes. Al di là dell’inopportunità del poster in sé – a meno di non volerci vedere un improbabile intento meta-critico che sfrutta un’immagine discutibile con intento critico e non celebrativo, ma siamo sicuri che Netflix ha già abbastanza avvocati del diavolo senza bisogno del nostro aiuto –, è ingiusto nei confronti di Doucouré vendere il suo film in questo modo, banalizzandolo, travisandolo e puntando tutto su quella che è solo una goccia nel mare di spunti che è il film.

    Diverso è il discorso produttivo: parecchie critiche sono state rivolte non tanto al prodotto-film, quanto alla macchina che ci sta dietro, a quei quasi 700 provini di undicenni che ballano che hanno preceduto il casting definitivo, all’opportunità di far lavorare bambine così giovani, e con scene così forti, di fronte a uno stuolo di occhi adulti che le studiano nei minimi dettagli. Sarebbe quasi un discorso comprensibile se non fosse che, fino a prova contraria, tutte le persone coinvolte sono state protette e messe nelle condizioni di lavorare in tranquillità e di capire quello che stavano mettendo in scena; e i racconti di un set gonfio di gente pervertita che spia i fondoschiena delle protagoniste mentre ballano suonano più come la fantasia erotica di chi vuole demolire il film che come la realtà.

    Tutto questo, vale la pena ripeterlo, al netto di quanto sappiamo: dovessero venire fuori storie tremende dal set di Mignonnes anche la valutazione sul film dovrebbe necessariamente cambiare, ma lo ribadiamo ancora una volta, stiamo parlando di nulla che è stato spinto su Twitter come se fosse qualcosa, e il sospetto che se a fare la stessa cosa fosse stato un affermato regista maschio bianco (o non necessariamente bianco, citofonare Kechiche per informazioni) e non una donna esordiente di colore, all’utenza di Twitter non sarebbe mai venuto in mente di mettere in discussione un intero processo produttivo, soprattutto non a seguito della visione dell’opera intera.

    Capitolo tre: il film
    Perché poi, al netto di tutte le considerazioni para-cinematografiche, ci sarebbe da discutere del contenuto di questo film presunto pedofilo/pizzagate/soros/colonie marziane. Che c’entra con la pedofilia quanto La vita è bella c’entra con l’antisemitismo: certo, ne parla, ma direste mai che lo glorifica? Mignonnes è la storia di Aminata detta Amy, figlia di immigrati senegalesi che vive in un quartiere povero di Parigi dove condivide la stanza con il fratello minore e la casa con la madre e la vecchia zia, nell’attesa del ritorno del padre che è andato in Senegal a prendere la sua futura seconda moglie per riportarla in Francia e sposarla ufficialmente.

    Un contesto eufemisticamente inquadrabile come “complicato”, nel quale quello che manca è prima di tutto l’attenzione genitoriale, non per cattiveria ma per mancanza di tempo ed energie: nel tentativo di tenere inquadrata Amy, mamma e zia la immergono fino al collo nelle loro tradizioni religiose (la famiglia è musulmana) sperando che siano sufficienti a tenerla lontana da generici guai e a trasformarla in una donna modesta e rispettabile. Ovviamente, avendo 11 anni e un gruppetto di compagne di scuola che passano le loro giornate sotto un ponte disastrato a ballare ed emulare le gesta di anonime ballerine twerkanti su Internet, Amy prende tutt’altra strada, e dopo essersi conquistata la fiducia delle Mignonnes si unisce a loro e comincia ad allenarsi per un importante “concorso di ballo per bambine troppo minorenni per fare queste cose” che ciononostante viene comunque organizzato da un gruppo di adulti e pubblicizzato come se fosse un grande evento e non un gigantesco spot a favore dell’ipersessualizzazione delle minorenni.

    Dai presupposti dovrebbe essere già chiara la parabola narrativa del film, per cui tanto vale tornare a concentrarsi sull’oggetto delle polemiche: è vero, le cinque (poi quattro) protagoniste sono spesso vestite in maniera, diciamo così, inappropriata ed eseguono mosse di danza altrettanto inadatte alla loro età – in questo senso alcune delle sequenze di Mignonnes dovrebbero turbare chiunque, non però, ed è questo il distinguo fondamentale, in senso erotico. Non c’è nulla di sensuale nel vedere un gruppo di undicenni che si muovono come se di anni ne avessero il doppio e che, come il film ci tiene più volte a ribadire, non hanno i realtà alcuna idea del perché lo fanno, del motivo per cui le loro mosse e il loro twerking è inappropriato e fuori posto, o anche del perché chi le guarda dovrebbe essere attratto da loro. Sono undicenni abbandonate a loro stesse che ripetono gesti e pose senza comprenderle davvero (si vedano un paio di scene che coinvolgono una un bagno dei maschi e un’altra un preservativo), e nei loro sguardi teoricamente sensuali si legge solo lo smarrimento e il muoversi a tentoni di chi, per dirla con Gigliola Cinquetti, non ha l’età, né una struttura familiare di supporto alle spalle che la guidi e la orienti.

    Doucouré gira tutto questo con un’energia straordinaria e con un’attenzione estrema a come tratta i corpi delle sue attrici: anche nelle scene più teoricamente provocanti non c’è mai uno sguardo di troppo, un soffermarsi su un dettaglio per sessualizzarlo; la regista francese non usa le sue attrici ma lavora con loro, guarda sempre il mondo con i loro occhi, anche quando farlo richiede una certa dose di vestitini attillati e mosse da Rihanna. Quegli stessi balletti che nel primo trailer ufficiale avevano fatto gridare allo scandalo e al disgusto sono, una volta inseriti nel contesto del film, effettivamente disgustosi, e volutamente tali: sono una denuncia, non un endorsement, e per non accorgersene bisogna aver visto il film da un’altra stanza e con il volume al minimo.

    https://www.badtaste.it/2020/09/12/m...taggio/446906/

    Teniamoci stretti, che c'è vento forte.

    Io sono per la chirurgia etica: bisogna rifarsi il senno.

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  2. #32
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    Predefinito Re: Cuties (Mignonnes)

    L'argomento è assai interessante, merita di essere discusso, ma sinceramente mi pare fuori posto in questo settore.
    C'est le temps que tu as perdu pour ta rose qui fait ta rose si importante

  3. #33
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    Predefinito Re: Cuties (Mignonnes)

    Per esprimere un parere fondato bisognerebbe aver visto il film. Altrimenti il discorso riguarderà la pedofilia in generale e come viene vista attualmente (anche in senso politico).
    C'est le temps que tu as perdu pour ta rose qui fait ta rose si importante

  4. #34
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  5. #35
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    Predefinito Re: Cuties (Mignonnes)

    Citazione Originariamente Scritto da acquazzurra Visualizza Messaggio
    Hai letto l’articolo?
    Cosa pensi del Pnvd?
    L'ennesima conferma che l'olanda è un paese di buffoni. Dopo i coffee shop, il dumping fiscale per attirare evasori da tutta europa, mentre fanno i rigorosi con gli altri, ci mancava solo il partito a favore dei reati di pedofilia e pornografia infantile.

    E' solo tutta pubblicità per quella serie o film, che probabilmente è mediocre e noiosa, senza nulla di interessante a livello sessuale. Non sarei stupito se il pnvd avesse dei membri con interessi economici legati al film.
    Fondatore e Presidente onorario di Italia Morta. Pro Italexit e Unione Terroni d'Europa (UTE).
    Nostra proposta per emergenza Ucraina -----> La nato invade i paesi dell'est e li consegna alla Russia. Guerra finita e pace per tutti.

  6. #36
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    Predefinito Re: Cuties (Mignonnes)

    Citazione Originariamente Scritto da Indra88 Visualizza Messaggio
    che schifo..
    ...bidet.

  7. #37
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    Predefinito Re: Cuties (Mignonnes)

    Citazione Originariamente Scritto da Noumeno Visualizza Messaggio
    Il colosso non ha perso miliardi. Ha un profitto di quasi 2 miliardi e vale 150 miliardi quindi quello è solo un minimo calo temporaneo in borsa. Il guadagno in visibilità è molto di più.

    Il film è solo una stupidata. Non c'è nulla di progressista, è solo frutto di affaristi.
    Fondatore e Presidente onorario di Italia Morta. Pro Italexit e Unione Terroni d'Europa (UTE).
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  8. #38
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    Predefinito Re: Cuties (Mignonnes)

    secondo me, se i pedofili leggono questa discussione si pisciano addosso dal ridere.
    Presidente fan Club Moderatrice Viola.

  9. #39
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    Predefinito Re: Cuties (Mignonnes)

    Gridiamo allo scandalo per Cuties, ma in Italia questa è la realtà
    La verità è che ci è scappata di mano la situazione: l’infanzia ormai è solo un regno di mezzo che dura una manciata di anni, i bambini sono vittime quotidiane di bombardamenti stereotipati e fagocitano qualsiasi tipo di minestra ipersessualizzata venga loro allungata.

    Un gruppo di undicenni che sembrano delle ventenni. E, come si confà all’età di riferimento, ballano, fanno del corpo quello che vogliono, si mostrano come meglio credono in abiti microspici e a colpi di twerking.

    Eppure, hanno undici anni e ci sbattono in faccia una molteplicità di cose, come forse la regista stessa di “Cuties” – film francese lanciato su Netflix il 9 settembre, contestato in modo bipartisan negli USA e in mezzo mondo – ha, più o meno consapevolmente, desiderato.

    A firmare la pellicola è Maïmouna Doucouré, giovane regista francese insignita per la pellicola al Sundance Film Festival del World Cinema Dramatic Directing Award e già distintasi per il cortometraggio Maman(s), che nel 2016 ha vinto il premio della giuria al Sundance Festival per il cortometraggio di fiction internazionale e il Cesar Award per il miglior corto.

    L’autrice ha spiegato di aver girato “Cuties” per denunciare l’ipersessualizzazione infantile. Questo però non è bastato per placare il boicottaggio - con migliaia di cancellazioni di abbonamenti alla piattaforma sostenuto dall’hashtag #cancelnetflix -, un buco in borsa che è costato al colosso americano 9 milioni di euro e l’infamante marchio di “incentivare la pedofilia”.

    Ecco, ma di cosa stiamo parlando?

    La trama del film è piuttosto fragile: la piccola Amy si trasferisce in una città francese e, affascinata da un gruppo di ballerine di twerking, fa tutto per entrare nell’esclusivo gruppo, sperando così di riuscire a scappare dalle pressioni famigliari (padre poligamo in procinto di un nuovo matrimonio, fratello piccolo da custodire, madre depressa).

    La regia è una sorta di esercizio che si tiene in bilico fra talent show patinati (con la retorica di inseguire il proprio essere e i propri sogni) e la storia di formazione. Facile dunque che spicchino l’oggetto di una denuncia che si esprime in modo acritico, focalizzandosi sui corpicini di queste bambine minuscole, che si comportano, si muovono e ambiscono a una vita adulta. Corpicini mostrati – secondo una prassi sempre più comune – svestiti, con minuscoli pantaloncini e attillati top (così erano ritratte anche nel primo manifesto del film, poi prontamente cambiato dopo le prime rappresaglie degli utenti).

    La riflessione si sposta dunque su più piani. Oltre a domandarsi tout court se sia corretto mostrare l’oggetto della propria denuncia in modo acritico come accaduto in questo caso (mostro delle bambine in atteggiamenti ipersessualizzati per criticarle, intanto e comunque le mostro), dovremmo forse interrogarci sul presente che stiamo vivendo.

    Rischiamo infatti, colpevolizzando la pellicola e ancora di più la piattaforma che ospita il film, di perdere lo sguardo dal fulcro della questione. Ovvero: continuiamo ad accanirci sugli shorts di un film, ma non sul fatto che a indossarli siano delle ragazzine che ogni giorno su piattaforme social e per strada si mostrano in uguale posa.

    La verità è che ci è scappata di mano la situazione: l’infanzia ormai è solo un regno di mezzo che dura una manciata di anni, i bambini sono vittime quotidiane di bombardamenti stereotipati e fagocitano qualsiasi tipo di minestra ipersessualizzata venga loro allungata. Loro non si rendono conto dei rischi e di cosa stanno perdendo, ma noi sì. Eppure, neanche noi facciamo niente.

    Le bambine di oggi sono oggetto quotidiano di scomposizione in piccoli frammenti, esattamente come accadeva negli anni Novanta con le teenager e ancor prima con le donne. Adesso una coscia, adesso uno sguardo allungato dal mascara, adesso un fondoschiena (la figlia di Totti e di Ilary Blasi è un caso per tutte).

    Le bambine di oggi sono vittime inconsapevoli di un mondo – quello della pubblicità e della televisione – che le utilizza come protesi del patriarcato, innalzandole a oggetti: se le donne non sono più controllabili come un tempo, le bambine sono inermi e facilmente manipolabili. Se le donne stanno imparando a dire no, le bambine ancora non lo fanno.

    Mentre ci scagliamo su una pellicola di pessimo gusto - che dal mio personale punto di vista mai avrebbe dovuto trovare spazio per l’acriticità dello sguardo, e per il modo in cui delle minori sono presentate in atteggiamenti tutto sommato osceni e certamente deprecabili -, dimentichiamo che l’Italia produce lo stereotipo di cosa sia una bella bambina (spesso ipersessualizzata) grazie al business della moda che viene poi esportato in tutto il mondo.

    E lo stereotipo della bellezza è un gancio fortissimo che si ancora nell’immaginario, e che alla ragazzina che oggi guarda la televisione o sfoglia una rivista fa credere che tutto passi attraverso la sessualità del corpo, la bellezza e la disponibilità. Non dimentichiamoci che le bambine di oggi saranno le donne di domani. Ecco, noi, che cosa stiamo costruendo?


    https://www.huffingtonpost.it/entry/...b65fd7b8579c7f
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  10. #40
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    Predefinito Re: Cuties (Mignonnes)

    Basta con le polemiche su ‘Mignonnes’: le vostre figlie su TikTok fanno di peggio

    Conosciuto anche come ‘Cuties’, è il film accusato di pedopornografia che ha fatto perdere 9 miliardi a Netflix. E se invece fosse solo una storia molto verosimile che non sappiamo (o vogliamo) accettare?

    Non sapevo nulla di Mignonnes (noto negli Stati Uniti come Cuties, da noi malamente tradotto anche con Donne ai primi passi), diretto dalla franco-senegalese Maïmouna Doucouré. Finché non ho intercettato le storie pubblicate una decina di giorni fa da Evan Rachel Wood sul suo profilo Instagram. Wood si scagliava contro Netflix inneggiando alla pedofilia e alla pedopornografia, invitando i follower a boicottare la piattaforma e a disdire l’abbonamento, tutto per colpa di un film – Mignonnes, per l’appunto – reo di sessualizzare delle ragazzine (o forse dovrei dire delle bambine?) undicenni. Wood, lo ricordo per gli smemorati, è la stessa che aveva interpretato Thirteen – 13 anni, la discesa agli inferi della tredicenne Tracy tra furti, droga, fumo, alcol, sesso promiscuo, bugie, botte, varie ed eventuali: mi sembrava la classica situazione del bue che dà del cornuto all’asino, ma avevo nettamente sottovalutato la portata dell’indignazione generale. Da Instagram sono rimbalzata su Twitter: da lì su centinaia di articoli e post scritti sia in difesa (pochi) che d’accusa (troppi, da parte di esponenti della destra trumpiana e della sinistra democratica e progressista); poi su diverse petizioni su Change.org, che macinano centinaia di migliaia di firme al giorno; infine sulla notizia più recente: a causa di Mignonnes, Netflix ha perso 9 miliardi di dollari in borsa nel giro di ventiquattr’ore.

    Trama ridotta all’osso: Aminata detta Amy, undicenne parigina di famiglia senegalese nonché musulmana osservante, sogna di emanciparsi e si unisce a un gruppo di ballerine coetanee (le Mignonnes) che si agitano, sculettano, twerkano e abusano di mossette e faccette, sentendosi delle piccole Nicki Minaj. A scatenare l’offesa – in particolare del pubblico americano – non è stata tanto la storia in sé, quanto la locandina destinata al mercato internazionale, che vede le protagoniste (s)vestite in abitini striminziti e atteggiate in pose «provocanti», insieme alla scena da cui è tratta, un ballo descritto come «inopportunamente sensuale», «allusivo». Alle critiche s’aggiunge la voce secondo la quale, durante i casting, 650 ragazzine hanno dovuto twerkare in reggiseno davanti (pare) a una crew di (presunti) uomini, una situazione giudicata al limite del criminale. Gli offesi ovviamente se la sono presa con Netflix, e nessuno ha avuto l’ardire di tirare in ballo la regista: Maïmouna Doucouré d’altronde è donna (venti punti sulla scala dell’intoccabilità), Maïmouna Doucouré è nera (la scala dei punti è impazzita).

    Maïmouna Doucouré, a un certo punto, s’è pure sentita in dovere d’intervenire, di dire no, aspettate un attimo, il problema non è il poster, guardate che combattiamo la stessa battaglia, voi ed io: il mio film denuncia l’iper-sessualizzazione dei bambini che vediamo sui social, mica la esalta, dobbiamo proteggere i nostri figli, è sacrosanto, se però non creiamo un dibattito non andiamo da nessuna parte, non trovate? Ma ormai era tardi, la frittata s’è spiaccicata a terra e io ora non so bene da dove cominciare. Partiamo dalla domanda più importante: Mignonnes è un bel film? Sì. Non a caso, ha vinto il World Cinema Dramatic Directing Award al Sundance Film Festival tenutosi lo scorso febbraio: lì nessuno si scandalizzò e la cosa depone a favore di chi frequenta i festival cinematografici, ma non divaghiamo. Mignonnes rappresenta queste minorenni in maniera morbosa, al limite del pedopornografico? No, mai. Nemmeno la scena del balletto incriminato arriva a quel punto, anzi: sono gli stessi giudici a indignarsi e a storcere il naso, perché la performance delle protagoniste è a metà strada tra il tenero e il ridicolo. Le quattro bambine sul palco imitano passi, gestualità e coreografia di un qualunque video di Elettra Lamborghini o di Cardi B, senza capire fino in fondo che stanno scimmiottando movenze sessuali: non accettano di essere ancora delle bambine, vogliono sembrare “grandi”, nessuno s’è premurato di avvertirle che il risultato – nonostante siano bravissime – è al limite del grottesco.

    segue su

    https://www.rollingstone.it/opinioni...peggio/531864/
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