L’eco rivoluzionaria della Vittoria
«I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza»
Così tuonano le ultime righe del bollettino della vittoria del quattro novembre millenovecentodiciotto, così tuonano sulla carta, così tuonano dall’altezza di palazzo Moroni sopra i nomi dei caduti padovani per la patria e sotto la bronzea immagine della vittoria.
PRESENTE
Poche persone passando le leggono, pochi padovani fissano quegli allori dorati tenuta in mano della Vittoria e ancor meno rileggono i nomi dei padri, che potrebbero essere definiti della patria. Questo fino all’arrivo di un giorno all’inizio di novembre, proprio quando quelle parole furono per sempre scolpite nella storia d’Italia, ed allora alcuni, forse troppo pochi per la dignità dell’evento, si stringono al cuore quelle lettere ed altri si fermano a commemorarle, magari sventolando una bandiera, altri ancora solo le leggono, ed infine vi è chi ci passa davanti come nulla fosse, ignavo della giornata. Ovviamente quest’articolo non è scritto per quest’ultimi, così come per coloro che osano sputare e dissacrare i morti, i quali non sono e non saranno qui presi in considerazione per la bassezza del loro animo, anche alla luce di ciò che sarà detto.
Questo articolo vuole infatti non solo elogiare ed onorare l’evento ma ne vuole proporre un’interpretazione che maggiormente ne rispecchi l’importanza e il ruolo nel passato e nel futuro della patria.
Innanzitutto, però, colla speranza che chiunque abbia iniziato la lettura dell’articolo riconosca, anche solo dalle parole riportate, l’argomento di tale scritto e sia a conoscenza dei fatti d’armi, s’inizierà col ricordare, per l’amore che si prova per essi e per l’onore che ad essi si vuole infondere, quella giornata e quelle giornate anteriori ad essa ed i mesi precedenti.
Per la terza volta sulle trincee fangose scavate da ambo le parti, ritorna l’autunno, il suo vento freddo e tagliente irrigidisce i volti ed i corpi dei soldati, i quali nuovamente osservano il lento cader delle ingiallite foglie sulle acque e sulle sponde di un fiume. Tuttavia non è più l’Isonzo che ammirano ma un altro rivolo ora ode lo scattar dei pugnali ed il fischio della mitraglia: il Piave. Presso di lui, ogni soldato rannicchiato nelle trincee rimembra, ora con la fermezza di una parvenza di tranquillità, i fatti dell’Isonzo, le undici battaglie, le undici cariche, rimembra la presa di Gorizia e l’apparir da lontano di Trieste, di Trento, e poi rimembra il ventiquattro ottobre. Quella notte triste, quel fosco evento, ogni fante ricorda, ricorda l’intero fronte colpito dall’artiglieria, ricorda le divisioni nemiche strisciare come serpi tra i varchi montani e prendere di sorpresa quelle italiane stordite dal bombardamento, ricorda queste ultime totalmente catturate o costrette a fuggire e ricorda la fuga più di tutto, fuga dei camerati dalle postazioni, fuga della popolazione che cinquant’anni prima aveva giurato di non sottomettersi mai al giogo straniero. Fuga veloce, disordinata, disperata, che inizia da ogni parte del fronte. I soldati, inseguiti dagli Austriaci e dagli altri popoli che si riversano sull’Italia inquadrati nell’esercito imperiale, molti a schiere abbandonano le armi e corrono alleggeriti nella pianura ed altri in piccoli nuclei tentano di resistere ma la confusione nel fronte e l’impeto acquisito dal nemico sono così irresistibili che si viene respinti in pochi giorni oltre l’Isonzo, oltre il Tagliamento e si passa il Livenza. E mentre si stringe all’uniforme nel primo vento freddo d’autunno, rimembra la resistenza: i fanti hanno un’unica speranza di infrangere l’assalto nemico, rimane un unico fiume dove poter montare una difesa efficace: il Piave. Che Piave sia allora, si decide tra i generali e tra le truppe, l’ultimo fiume veneto dopo l’Adige, il quale tuttavia, se si dovesse trovare come fronte della guerra, porterebbe il nemico definitivamente all’interno della pianura padana e, dove dal Po dista pochi chilometro, permetterebbe il suo facile superamento rendendo al nemico possibile il dilagare in Romagna e poi fino a Roma; “l’aquila d’Austria non garrirà per i cieli di Roma” risuona nei pensieri dei fanti. Rimane così il Piave l’unico bastione per la salvezza della patria, e di difenderlo giurano i fanti. Ogni fante ricorda di averlo giurato. Perciò al grido di “O il Piave o tutti accoppati” si resiste lungo le sue sponde, sul Grappa e sull’altopiano di Asiago, dove anche i fratelli alpini rimangono inamovibili per il giuro. Allora tutti uniti, come unico corpo, si resiste dal tredici al ventisei novembre, e, al sopraggiungere della primavera e dell’estate, durante quella che da D’Annunzio sarà nomata “battaglia del solstizio”, dal quindici al ventiquattro giugno, consumando l’estrema salvezza della patria. Così terminano i ricordi d’ogni fante, ma nuovi ne saranno forgiati nelle imprese successive.
Ora infatti, col ritorno d’autunno, dopo mesi in assenza di grandi scontri armati, con la sostituzione del precedente generale con Armando Diaz, alla visione della grande rinascita dello spirito dell’esercito grazie alla vittoria nella difesa del Piave e dopo mesi di riorganizzazione e d’invigorimento del morale patriottico delle truppe, si prepara la vendetta alle note della “Canzone del Piave”. Ogni Italiano sul fronte è pronto, i garretti fremono nell’attesa della carica. Alle ore tre del ventiquattro ottobre scatta l’ora della riscossa d’Italia quando viene dato l’ordine di colpire il fronte nemico con un bombardamento d’artiglieria e poche ore dopo, al sibilare del fischietto dei capitani tra i rombi dei cannoni, anche i fanti si lanciano all’assalto. Gli Italiani si lanciano tutti contro il nemico, avidi di liberare il patrio suolo e di affrancarvi le regioni sorelle; dal Grappa e dai monti al di sopra del Garda gli alpini irrompono sull’altopiano di Asiago e si spingono fino a Trento e poi Bolzano; la fanteria oltrepassa il Piave al grido “avanti Savoia!” e scatta con gli Arditi che orgogliosi portando la fiamma nera nelle posizioni prima perdute ed ora ricatturate, e seguendo l’esempio dato loro dal loro inno, scavalcano i monti e divorano il piano sino ad arrivare a Trieste dove su San Giusto garrisce e garrirà adesso in eterno il tricolore.
“La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato”, così viene descritta sul bollettino, da Domenico Siciliani, la battaglia, e nessuna descrizione più adatta poteva essere fatta dello scontro che costituisce una delle pagine più gloriose della storia d’Italia.
Questi sono i fatti, in eterno immutabili, tuttavia, come in ogni altra azione osservata all’interno del mondo empirico, essi sono costretti a penetrare nella mente umana e da essa ad uscire non prima però d’aver lasciato nell’uomo un’interpretazione e a volte venendo mutati da quest’ultima. Così la Vittoria si divide in tre o più vittorie differenti a seconda del gruppo da cui viene recepita: per prima vi è la vittoria vista come schietto fatto storico, da guardare quindi da una prospettiva passatistica; la seconda è la vittoria recepita come grande atto conservatore, la terza è la vittoria conseguita per il futuro d’Italia.
La prima si riduce ad una serie di dati e statistiche sterili, la seconda si riduce ad una commemorazione non completa per la mancanza di una completa visione spirituale e sociale della Vittoria, la terza invece è quella che qui verrà considerata come il sentiero su cui devono muoversi le forze della patria. Sebbene la prima visione sembri la più lontana da quella consona, anche la seconda si incammina per un’infima strada, poiché, nel suo “restare indietro” dirimpetto alla forza rinnovatrice della Vittoria, questa viene tradita e viene resa inutile.
Dal quattro novembre non s’affrancano le regioni sorelle, non viene calato sul mondo un nuovo status quo utile per i politicanti e prezioso per i mercanti, perché si ricominci con i ballottaggi ed i brogli elettorali, non ritornano i soldati nelle loro dimore felici di continuare la loro vita nel l’Italia dell’entrata in guerra.
Dal quattro novembre nasce la Nuova Italia.
La nuova Italia che, da un punto di vista spirituale e morale, era stato il sogno di Mazzini negli anni del risorgimento: un’Italia unita e forte nella quale i suoi figli si riconoscono fratelli ed appartenenti ad un destino comune. Ed è proprio l’Italia di Mazzini, di Mameli e di Corridoni che viene forgiata nelle trincee del Carso. L’unità che la patria aveva perso nella divisione politica in partiti e nell’avvento del marxismo in Italia, è con la Vittoria riconquistata: ogni fante s’affratella con altri fratelli italiani come nell’assedio di Venezia o quello di Roma del 1849, e proprio Roma con questa unità ridiviene il simbolo dell’unione. Con la Vittoria non prevalgono più le forme di regionalismo e separatismo locale ma s’avvera ciò che sperava Mazzini: “Unità della Patria sia dunque la vostra fede; non dite Roma e Toscana, Roma e Lombardia, Roma e Sicilia, ma dite: Roma e Firenze, Roma e Siena, Roma e Livorno, e così per tutti i comuni d’Italia.
Successivamente quindi nelle trincee si riscopre un altro senso di patria: non solo comunanza di lingua e costumi ma anche – e soprattutto – un comune destino, alla cui realizzazione tutti devono essere rivolti.
Così infatti diceva Mazzini: “Senza Patria voi non avete nome, né segno, né voto, né diritti, né battesimo di fratelli tra i popoli […] dove non è Patria, non è Patto comune al quale possiate richiamarvi: regna solo l’egoismo degli interessi”.
Egoismo degli interessi che avrebbe colpito coloro che rimasero al di fuori del fronte di battaglia: gli operai, che in massa alzarono al cielo le bandiere rosse del marxismo, fatta eccezione per alcuni gruppi d’operai, come quelli di Dalmine, dove nacque anche in quel luogo la Nuova Italia. Gli operai, che s’unirono al comunismo, vi furono attirati da una visione atea e materialista della vita, visione fortemente osteggiata da Mazzini e che proprio, con la riscoperta di un sentimento più alto di patria e con l’esaltazione di valori superiori, come la lealtà, invade ogni fante della guerra.
Ed i fanti riconoscono all’interno delle trincee anche un altro principio mazziniano, il quale si sarebbe dimostrato vitale per la Nuova Italia: la supremazia del dovere sul diritto.
I diritti, sebbene Mazzini ne riconosca l’utilità, diventano sterili ed inutili quando una parte politica o una parte della popolazione ne ha già ottenuti abbastanza per governare e magari opprimere le altre parti, senza quindi combattere anche per i diritti di queste parti restanti. I doveri, al contrario, sono riconosciuti essenziali per il bene del popolo e della patria perché eterni e comuni a tutto il popolo. E chi mai avrebbe potuto imparare ciò se non i combattenti del Piave che, appunto sacrando i loro doveri, cadevano arrossando il fiume sacro d’Italia?
La spada, la lancia della Nuova Italia, coloro che più di tutti incarnarono i principi elencati furono, non solo tutti i fanti del fronte, ma gli Arditi. Ardirti che avrebbero portato quei principi, quella forza rigeneratrice a Fiume, concretizzando così la nascita della Nuova Italia. Arditi che successivamente, insieme ai fratelli che avevano condiviso con loro gli ardimenti della guerra, forti di questa nuova forza e questo nuovo spirito italiano, furono il fondamento di una più completa e italiana visione politica. La visione politica nata a San Sepolcro infatti, poggiando sul completo compimento di parte del destino italiano, si mosse definitivamente alla continuazione di ciò che nacque dalla Vittoria, non solo sulla base, con minimi cambiamenti, mazziniana, che costituisce, come visto, la sua essenza, ma anche innestando al suon interno la monarchia e l’impero di Dante, la slancio veloce e violento di Marinetti e successivamente lo sguardo alla tradizione di Evola. La visione politica che così nasce può essere definita la sintesi completa di tutto ciò che nella civiltà italiana fu grande e glorioso.
Questo è il motivo per cui guardare la vittoria come mero fatto storico o come semplice vittoria patriottica acceca da ciò che significò realmente ed nega ad ogni italiano di intraprendere quella strada seguita da molti compatrioti, sotto la guida di Mussolini, e che donò all’Italia glorie che non erano visibili sul patrio suolo da secoli.
E allora che gli italiani riguardino la Vittoria! Ricordino i fatti, ricordino i morti, e sui principi che loro riportarono in Italia, il dovere, il destino comune, la visione spirituale della vita, l’etica guerriera contro il materialismo borghese, si ricostruisca la patria, come per vent’anni gloriosi si fece!
https://laconteapadova.wordpress.com...ella-vittoria/