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  1. #221
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    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Gli ustascia ebbero il potere in Croazia per pochissimi anni e furono molto condizionati dal contesto bellico. Non sono realmente giudicabili come esperimento (nazional)rivoluzionario.
    Sicuramente quella stalinista fu una rivoluzione radicale, ma fu una rivoluzione sovversiva e disumana tanto nei fini quanto nei metodi.
    Sul nazionalsocialismo tedesco se n'è già parlato in precedenza ed anche in altre discussioni: a mio avviso, c'è poco da aggiungere a quanto s'è detto.
    Consideri tanto disumano lo stalinismo? In fondo la Russia era abituata all'assolutismo degli Zar e tra Ivan Il Terribile e Stalin non vi è molta differenza....

  2. #222
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    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Socialismo fascista, quello sconosciuto



    di



    Francesco Lamendola



    La dottrina sociale del fascismo raggiunge l’assetto definitivo nell’ultima fase della sua vicenda storica, quella della Repubblica che, spregiativamente, si suole chiamare senz’altro “di Salò”, per non doverla chiamare con il suo legittimo nome, ossia Repubblica Sociale Italiana, e ciò per non dover riconoscere ad essa la benché minima dignità politica e morale.

    Tanto, si dice, nei due anni scarsi che vanno dalla caduta del 25 luglio 1943 al sanguinoso epilogo del 28 aprile 1945, Mussolini non è stato altro che un specie di fantasma politico, artificialmente riportato in vita dai Tedeschi; e la sua Repubblica Sociale non è stata altro che uno Stato fantoccio della Germania hitleriana, senza alcuna effettiva libertà di azione.

    Ora, a parte il fatto che entrambe queste affermazioni andrebbero debitamente argomentate, e non date per scontate, come se non fosse necessario prendersi il disturbo di dimostrarle; resta il fatto che, quand’anche fossero vere entrambe, ciò non esclude affatto che Mussolini possa aver cercato di interpretare il proprio ruolo di redivivo e di burattino nelle mani di Hitler, non solo per mitigare la furia tedesca verso la nazione ex alleata, ma anche, e soprattutto, per lasciare in eredità all’Italia post-bellica, in cui egli sapeva benissimo di non poter trovare posto, delle riforme politiche e sociali di tale entità, che la nuova classe dirigente avrebbe dovuto comunque fare i conti con esse, né avrebbe potuto semplicemente ignorarle.

    Queste riforme andavano nella duplice direzione del repubblicanesimo e della socializzazione: e non ci sembra affatto casuale che entrambe fossero presenti, «ab origine», nel pensiero politico di Mussolini, sia negli anni della sua militanza socialista, sia nelle linee programmatiche del nuovo movimento, da lui fondato con la famosa riunione di Piazza San Sepolcro.

    Ma, si obietta da parte della Vulgata democratico-resistenziale, è evidente che il “ritorno” alle sue origine socialiste fu, per Mussolini e per i cosiddetti «uomini di Salò», un espediente per ingraziarsi le masse, una concessione demagogica a talune istanze della Resistenza, per giocare d’anticipo sul terreno dell’avversario, specialmente della componente più robusta e agguerrita dello schieramento antifascista, ossia quella comunista.

    Ma siamo sicuri che questa spiegazione regga?

    Proviamo a considerare i fatti.



    Se è vero che Mussolini, da quando venne liberato a Campo Imperatore, sul Gran Sasso, non fu che un’utile pedina nelle mani di Hitler (testi estremista, ma che qui vogliamo prendere per buona, per meglio evidenziare l’insufficienza della storiografia di parte democratica e resistenziale), allora perché mai egli avrebbe dovuto imboccare la via della socializzazione, che certo non piaceva ai Tedeschi e che rischiava di creare acute insofferenze proprio fra coloro i quali costituivano l’unico serio sostegno al suo traballante regime?

    Vogliamo dire: se Mussolini, nel 1943-45, fu solo un uomo di paglia di Hitler, ci si aspetterebbe che egli - al quale nessuno, neppure gli avversari, ha mai negato doti di intelligenza - si regolasse in modo da non irritare il Führer, dal cui buon volere dipendeva il suo destino personale, così come la sorte che sarebbe stata riservata al Paese, reo del “tradimento” dell’8 settembre, quando Badoglio, nonostante le molte solenni promesse in contrario, piantò in asso la Germania e firmò un armistizio separato con gli Alleati, indugiando peraltro alcune settimane prima di dichiarare guerra alla Germania, fino al 13 ottobre (il che, sia detto per inciso, mise le nostre Forze Armate in una posizione non solo materialmente e moralmente, ma anche giuridicamente insostenibile, come è illustrato dalla tragedia della divisione «Acqui» a Cefalonia).

    Ancora.

    Se si vuole squalificare la politica di socializzazione dell’economia del 1943-45 al livello di puro espediente, si può anche ricorrere ad un argomento di carattere più generale, ossia che il fascismo non ebbe mai, neppure in principio, e tanto meno durante il Ventennio, una vera e propria ideologia; quindi, non ebbe neppure un pensiero sociale degno di questo nome. Del resto, si aggiunge, quando mai un totalitarismo ha avuto bisogno di perseguire il consenso attraverso una politica sociale EFFETTIVAMENTE favorevole alle masse lavoratrici?

    Al primo argomento, si può rispondere che esso può configurarsi, semmai, come il punto d’arrivo di una ricerca e di un ragionamento, non come il punto di partenza: chi lo dice che il fascismo non ebbe una ideologia e che non ebbe un proprio pensiero sociale?

    Qui si confondono gli effetti con le cause. Siccome il fascismo, nella fase della presa del potere, venne largamente sovvenzionato dalle classe abbienti, particolarmente dai banchieri, dagli industriali e dagli agrari, ciò lo portò, inevitabilmente, a spostarsi su posizioni ideologiche sempre più conservatrici: questo è innegabile. Ma da qui ad affermare che il fascismo era sempre stato di destra; che altro non fu se non un docile strumento del capitalismo e che mise insieme i cascami di diverse e confuse ideologie, senza averne mai elaborata una propria, ce ne corre assai.

    Piuttosto, questa è la versione propagandistica dei vincitori della guerra civile: i quali, avendo bisogno di far dimenticare l’atrocità del sangue fraterno versato, vollero screditare totalmente il vinto avversario, negandogli qualsiasi dignità intellettuale e morale e dipingendolo come un’orda di picchiatori, armati solo di manganello e olio di ricino, rozzi, ignoranti, vandalici, costretti a mendicare presso altre tradizioni politiche quel minimo di ideologia di cui avevano comunque bisogno, una volta giunti al potere.



    Ha scritto A. James Gregor nella sua opera «L’ideologia del Fascismo» (titolo originale: «The Ideology of Fascism: the Rationale of Totalitarism»; traduzione italiana di Giovanna Tentori Montalto, Milano, Edizioni del Borghese, 1974, pp. 268-74):



    «La socializzazione rappresentava, in realtà, una maturazione di tendenze già insite nelle formulazioni fasciste originarie, e manifestatesi chiaramente al tempo del Secondo Convegno di Studi Sindacali e Corporativi tenutosi a Ferrara nel maggio 1932. I fondamenti per la socializzazione erano forniti dalla impostazione socialista e antiborghese del sindacalismo nazionale, unita alle tendenze totalitarie del neo-idealismo. Al Convegno del 1932, se ne era fatto portavoce Ugo Spirito, uno dei più noti allievi di Giovanni Gentile. […]

    Se non si vuole provocare il caos in una nazione industrializzata non è possibile modificare integralmente l’ordine sociale ed economico in un batter d’occhio. Il fascismo rappresentava una rivoluzione conservatrice, ma, comunque, sempre una rivoluzione. Nel definire in tal modo la rivoluzione fascista, Spirito riecheggiava io giudizi espressi da Mussolini nel corso di tutta la sua vita politica. Nel 1919, Mussolini sosteneva che “una rivoluzione politica si fa in ventiquattr’ore, ma in ventiquattr’ore non si rovescia l’economia di una Nazione, che è parte dell’economia mondiale. Noi non intendiamo, con questo, di essere considerati una specie di “guardia del corpo della borghesia…. Parlando della trasformazione economica della società, Mussolini sosteneva che qualsiasi importante riforma economica “Presuppone una elaborazione preliminare degli istituti e delle coscienze”. Nel 1944 egli confidava a Rahn: “Sono sempre stato molto cauto in materia economica… e già altre volte ho espresso l’opinione che se in campo politico si possono spesso applicare soluzioni chirurgiche, in quello economico occorre adottare metodi medici, se non addirittura omeopatici”. All’inizio dell’impresa fascista, questi sentimenti si accompagnavano alla convinzione che il capitalismo, come sistema produttivo, conservasse ancora la vitalità richiesta dal programma produttivistico richiesto dal nazionalismo italiano. Soltanto nel novembre 1933 Mussolini si convinse che a crisi che aveva attanagliato il fascismo negli ultimi quattro anni, non era una crisi “nel” sistema ma una crisi “del” sistema. Nella stessa occasione, egli parlò di”un completo regolamento organico e totalitario della produzione”, di un’economia regolata” e “controllata” che abolisse il capitalismo. […]

    Incuranti delle euforiche dichiarazioni degli apologeti del Fascismo durante tutto il periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale, i fascisti responsabili ammettevano che il meccanismo vigente per la collaborazione tra le classi e le categorie non RISOLVEVA il problema sociale. I sindacalisti fascisti, ad esempio, si lamentavano per le continue violazioni agli impegni contrattuali da parte degli imprenditori. Il fatto è che i fascisti intelligenti riconoscevano che il meccanismo della conciliazione istituito dallo Stato non riusciva a risolvere effettivamente la disparità esistente tra le classi produttrici. Alla fine, Mussolini rese di pubblico dominio questo fato. Nel gennaio 1944, egli scrisse che venti anni di esperienza avevano insegnato ai fascisti che “lo Stato non può […] limitarsi a una funzione puramente mediatrice tra le classi , poiché la maggior forza sostanziale delle classi capitalistiche rende vana ogni parità giuridica stabilita attraverso un meccanismo sindacale tra le categorie. […] questa maggior fora delle classi capitalistiche riesce a dominare e a volgere a proprio vantaggio tutta l’azione dello Stato…”. […]

    Una radicale identità di interessi si sarebbe potuta ottenere soltanto istituendo un’unica corporazione integrale che abolisse la distinzione tra imprenditori e lavoratori. Spirito sosteneva che si poteva arrivare a questo soltanto rendendo ciascuna impresa di proprietà di tutti coloro che vi lavoravano. I lavoratori sarebbero così divenuti proprietari ed i loro sforzi non sarebbero stati ricompensati soltanto da salari, ma anche dagli utili sulle loro quote di capitale. In tal modo, essi potevano partecipare direttamente al processo industriale eleggendo il consiglio di gestione delle loro imprese. La produzione si sarebbe così svolta “nei limiti di un programma economico unitario e nazionale”, mentre i Consigli Nazionali delle Corporazioni si sarebbero trasformati da organi di conciliazione di classe in organi direttivi della produzione. Il corporativismo sarebbe in tal modo divenuto tecnico, organico, razionale e totalitario.

    Spirito chiedeva un programma economico nazionale unificato, la partecipazione diretta dei lavoratori alla gestione e alla direzione dell’azienda, la eliminazione delle distinzioni azionali tra le classi e la conseguente abolizione dee classi stesse. Ammetteva che le sue proposte programmatiche erano socialiste, che rappresentavano un certo tipo di nazionalsocialismo. Egli sosteneva che “non …si rende un buon servizio al Fascismo quando lo si contrappone in maniera affatto antitetica al bolscevismo, come il bene al male o la verità all’errore… Se oggi le energie in cui si esprime il nuovo orientamento politico sono il Fascismo e il bolscevismo, è chiaro che il domani non sarà di uno di questi due regimi in quanto avrà negato l’altro, ma di quello dei due che avrà saputo incorporare e superare l’altro n una forma sempre più alta… Il Fascismo ha il dovere di far sentire che esso rappresenta una forza costruttrice che va storicamente all’avanguardia e si lascia alle spalle, dopo averli riassorbiti, socialismo e bolscevismo”. […]

    In tal modo, i fascisti radicali avevano precisato quello che secondo oro, era il “corporativismo integrale” implicito da sempre nel Fascismo. Non è difficile ritrovare queste intenzioni nelle proposte programmatiche avanzate dal Partito già nel 1921. La massima part dei fascisti aveva accettato la necessità dio giungere a un compromesso con le forze operanti nell’ambiente italiano dopo la Marcia su Roma, ma dopo dieci anni di potere, dopo dodici anni di monopolio politico, i sindacalisti e i neoidealisti stavano diventando sempre più insofferenti. […]

    Nel 1934 Mussolini ripeté che il capitalismo, come sistema economico, non era più valido. L’economia fascista doveva fondarsi non sul profitto individuale, ma sull’interesse collettivo. La riorganizzazione doveva fondarsi sulla premessa della “autodisciplina della produzione affiata ai produttori”, proposta programmatica che riguardava non soltanto gli industriali e i datori di lavoro, ma anche i lavoratori. Mussolini sosteneva che questo “significa che gli operai, i lavoratori, devono entrare sempre intimamente a conoscere il processo produttivo e a partecipare alla sua necessaria disciplina… se il secolo scorso fu il secolo della potenza del capitale, questo ventesimo è il secolo della potenza e della gloria del lavoro”.

    Nello stesso anno, Mussolini abbozzò un piano di collaborazione col socialista Emilio Caldara e il periodico socialista “Il Lavoro”, che durante tutto questo periodo aveva avuto il permesso di continuare le pubblicazioni. Un gran numero di socialisti si strinsero intorno ai gagliardetti fascisti e persino Arturo Labriola, , il sindacalista rivoluzionario con ci Mussolini aveva collaborato da giovane in Svizzera, rientrò in questo periodo in Italia dall’esilio.

    A cominciare da questo stesso periodo, fecero la loro comparsa in Italia i primi enti di programmazione. Gli istituti corporativi, che inizialmente erano soprattutto enti intesi ad appianare i contrasti di interesse tra le varie classi e categorie, cominciarono ad assumere gradualmente funzioni consultive e di programmazione. […]

    Nel 1937 Mussolini approvò i vasti provvedimenti di intervento statale nelle industrie estrattive e produttive. Egli disse Anche che le banche sarebbero state trasformate in istituti di diritto pubblico e che la loro politica sarebbe stata sempre più indirizzata dal Ministro delle Finanze, dal Ministro delle Corporazioni e dallo stesso Partito Nazionale Fascista. Gli istituti di credito caddero sempre più sotto l’egida della volontà governativa, e il loro controllo fornì allo Stato fascista il più efficace strumento per il controllo dell’economia. i crediti italiani al’estero vennero posti sotto il controllo del sottosegretariato per il credito e gli Scambi che, di conseguenza, assunse anche il controllo del flusso delle importazioni ed esportazioni italiane.»





    A tutto questo si potrebbe obiettare che le parole sono parole e che i fatti sono un’alta cosa; che il fascismo, fino al 25 luglio del 1943, non realizzò che in minima parte il programma del corporativismo integrale, ossia, in pratica, della socializzazione; e che, durante il periodo della Repubblica Sociale, non vi fu la possibilità materiale di passare a quelle più energiche riforme e trasformazioni, che pure venivano ormai apertamente varate, per cui non è possibile dare alcun giudizio in proposito.

    Tuttavia, crediamo che vi siano indizi più che a sufficienza per aprire una nuova ipotesi di lavoro davanti agli storici che ne abbiano la voglia e la necessaria imparzialità: e cioè che il fascismo non fu solo olio di ricino e manganello e, soprattutto, che non fu solo il braccio armato della reazione padronale; anzi, che non fu ESSENZIALMENTE questo, ma lo divenne, se lo divenne, per ragioni storiche e contingenti, non ideologiche; e che in esso rimase sempre viva la componente socialista, sempre, da Piazza San Sepolcro a Piazzale Loreto.



    Dopo il 1945, la Vulgata democratica e resistenziale, egemonizzata dal Partito Comunista, ma con la volonterosa collaborazione di tutte le altre forze presenti nei Comitati di Liberazione, ha voluto accreditare e stabilire irrevocabilmente una interpretazione del fascismo in chiave biecamente reazionaria e far sparire, per quanto possibile, ogni traccia che avrebbe potuto condurre l’interpretazione storica verso un’alta, e meno gradita, direzione.

    I fatti, però, sono - appunto - fatti.



    Ed è un fatto che socialisti e comunisti della prima ora, come Nicola Bombacci, rimasero fino all’ultimo accanto a Mussolini; che sindacalisti come Tullio Cianetti, prima della marcia su Roma, non esitavano a far distribuire bastonate non solamente ai “rossi”, ma anche agli agrari; che molti fascisti “di sinistra”, nel 1936, si dolsero che le circostanze internazionali spingessero Mussolini a schierarsi con Franco e contro la Repubblica spagnola, poiché le loro intime simpatie andavano da tutt’altra parte; che lo stesso Mussolini, proprio alla vigilia del 25 luglio 1943, stesse pensando seriamente a varare la socializzazione dell’industria; che filosofi del fascismo come Ugo Spirito sostenessero che il fascismo non era la negazione, ma il superamento e l’inveramento dell’autentico socialismo: ciò che, fra l’altro, spiega il loro avvicinamento al comunismo dopo la guerra ed il loro interesse per l’azione politica di Kruscev e di Mao Tze Tung.



    Si potrebbe continuare a lungo.

    Non è chi non veda come la parabola del fascismo sia stata fortemente condizionata dalle forze conservatrici arroccate intorno alla monarchia - e che, più tardi, una improvvida storiografica di parte ha voluto presentare come “antifasciste” per… amore della libertà - e, soprattutto, dalla chiusura pregiudiziale dei socialisti, che respinsero le offerte di dialogo e di partecipazione al governo dopo la marcia su Roma e presero a pretesto il delitto Matteotti (da Mussolini non voluto e per lui sommamente dannoso) per adottare la linea di un rifiuto totale e irriducibile.

    Una volta stabilito, in maniera dogmatica, che il fascismo era stato “il male” e Mussolini un pazzo o un voltagabbana, non restava che dipingere l’ideologia economica del fascismo come una serie di mezze misure, dilettantesche e contraddittorie, volte a gettare fumo negli occhi dei lavoratori, per nascondere la sostanza dell’assoluto predomino del capitale. Il fatto che molti sindacalisti rivoluzionari abbiano creduto nella natura sociale del fascismo e abbiano condiviso il suo disegno complessivo, diventa irrilevante: illusi o venduti pure loro, non c’è altra spiegazione.



    Quanto a Mussolini, che cosa aspettarsi da un uomo che, nel 1914, “tradì” in maniera così clamorosa gli ideali socialisti a proposito della guerra? Nemmeno una parola, però, sul fatto che un analogo “tradimento” era già stato consumato da tutti gli altri leader socialisti europei e perfino da non pochi vecchi anarchici, a cominciare dal principe Kropotkin.

    Ecco: il punto è questo.

    Fino a quando la storiografia, specialmente italiana, non ritroverà un atteggiamento più obiettivo e distaccato nei confronti di quella vicenda, non sarà mai possibile valutarne serenamente la reale natura, le effettive tendenze e il significato complessivo all’interno della società italiana moderna, specialmente nelle sue prospettive economiche.

    Perché non si ha il coraggio di riconoscere, per esempio, che il tanto decantato New Deal roosveltiano prese molto del proprio armamentario ideologiche e molte delle sue decisioni pratiche proprio dalla dottrina sociale e dalla concreta esperienza del fascismo – che, guarda caso, resistette molto meglio di altri Paesi al terribile scossone del 1929?

    Gli Stati Uniti ebbero bisogno del secondo conflitto mondiale per far riprendere completamente la loro economia, con le commesse di guerra; l’Italia, al contrario, venne trascinata in guerra da un preciso disegno della Gran Bretagna, anche allo scopo di porre fine ad un esperimento economico-sociale che minacciava di diventare contagioso a livello mondiale.



    E non parliamo del giudizio che avrebbero dato gli storici “progressisti” se il patto russo-tedesco del 1939 fosse rimasto in vigore fino alla sconfitta delle potenze plutocratiche.

    Una cosa ci sembra chiara: se fosse vero che le classi abbienti, in Italia, furono le vere ed uniche beneficiarie della politica economica del fascismo, non si capisce perché, a partire, appunto, dal 1932, quando Ugo Spirito teorizzava il “corporativismo integrale”, cominciarono a prendere le distanze dal fascismo; e perché, a partire dal giugno del 1940, fecero del loro meglio per rovesciarlo e favorire la vittoria degli Alleati, sino alle oscure manovre di palazzo del 25 luglio 1943, alla vigilia della socializzazione dell’industria….

  3. #223
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    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Citazione Originariamente Scritto da IlWehrwolf Visualizza Messaggio
    Consideri tanto disumano lo stalinismo? In fondo la Russia era abituata all'assolutismo degli Zar e tra Ivan Il Terribile e Stalin non vi è molta differenza....
    Lo stalinismo ha fatto fuori, direttamente o indirettamente, milioni di persone ed eradicato intere fasce sociali. In confronto Ivan il terribile era un agnellino.
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  4. #224
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    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Citazione Originariamente Scritto da IlWehrwolf Visualizza Messaggio
    Cosa ne pensi del sindacalismo nazionale di Olivetti
    Sicuramente quella di Olivetti è stata una figura interessante (non a caso fu uno dei protagonisti della fase che ho descritto nei post precedenti sul sindacalismo nazionale), ma non ho mai avuto l'occasione di leggerne direttamente gli scritti.
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  5. #225
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    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Citazione Originariamente Scritto da IlWehrwolf Visualizza Messaggio
    Ci fu una destra di stampo cattolico?
    Citazione Originariamente Scritto da IlWehrwolf Visualizza Messaggio
    LA MONARCHIA TRADIZIONALE UNICA SOLUZIONE GLOBALE ALLA CRISI DEL MONDO MODERNO

    Giovanni Cantoni

    Il testo nasce come prima parte dell’intervento svolto al convegno promosso dal FMG, il Fronte Monarchico Giovanile, dell’Emilia-Romagna, a Monteombraro, in provincia di Modena, dal 24 al 26 settembre 1971, sul tema La monarchia tradizionale, organica, rappresentativa, come alternativa globale al sistema partitocratico e repubblicano. È comparso in monarchia. Mensile contro-rivoluzionario del Fronte Monarchico Giovanile dell’u.m.i., anno I, [n. 2], Modena marzo 1972, pp. 2-4. Il titolo e i sottotitoli sono della redazione della rivista. La seconda parte dello stesso intervento era la Circolare riservata CR 4, del 25 maggio 1971, raccolta inPer la buona battaglia, Cristianità, Piacenza 1991, pp. 35-47.

    Rispetto all’originale è stato variato il modo della citazione e sono state aggiunte le note relative alle citazionidirette.

    «Minacciati nella nostra esistenza da un radicalismo erede di tutti gli errori e di tutti gli odii contemporanei, da un radicalismo che vuole spegnere la fede, i costumi, la famiglia, l’autorità, tutte le istituzioni da cui dipende l’ordine sociale, noi non potremo essere salvati che da un altro radicalismo, erede delle tradizioni antiche che furono la nostra gloria e la nostra vita» [(1)]. Queste parole decise, pronunciate esattamente cento anni or sono dal R. P. Monsabré O.P., in Notre Dame, durante una predica per la Quaresima del 1872, non hanno perso nulla della loro puntualità. Le assumiamo perciò a definire la prospettiva alla quale intendiamo attenerci.

    Forse vi è stato un tempo in cui i termini «tradizione», «tradizionalismo», «tradizionale», «tradizionalistico» hanno avuto un significato univoco, al riparo da ogni possibile fraintendimento. Ugualmente forse è accaduto per «Contro-Rivoluzione», «contro-rivoluzionario», «reazione» e «reazionario». Se vi è stato questo tempo, oggi è finito, non soltanto per l’uso che si fa di questi termini nella comune conversazione, ma anche per l’abuso che se ne fa a tutti i livelli in quell’area sociologica denominata Destra nazionale.

    Oggi è perciò pressoché impossibile servirsi di queste parole al riparo da ogni equivoco, ed è di conseguenza indispensabile tentare una explicatio terminorum, dalla quale non si può prescindere perché ogni rapporto umano, e soprattutto ogni conversazione, non cada soggettivamente nel soliloquio, oggettivamente nel vaniloquio.

    Nell’evidente impossibilità di esaminare e rifondare ex novo concettualmente tutti i termini, sempre che ne avessimo la capacità, ci limitiamo a situarli culturalmente, cioè attraverso un riferimento esigente da parte del lettore una certa informazione, che diamo assolutamente per scontata, almeno argumentandi causa, come si dice, almeno per poter parlare, per poter cominciare un discorso. Quindi i suddetti termini saranno da noi usati nel senso che hanno all’interno del pensiero contro-rivoluzionario dell’Ottocento e della sua continuazione nel nostro secolo ad opera dei viventi Plinio Corrêa de Oliveira, Francisco Elías de Tejada, Rafael Gambra Ciudad, Marcel De Corte, Léon de Poncins e Gustave Thibon. Si tratta di un senso sufficientemente univoco e dichiaratamente cattolico, quindi libero da ogni suggestione magistica, esoteristica, orientalistica e ancor più occultistica.

    Dopo aver risposto al quesito «Chi fur li maggior tui» [(2)], veniamo al tema.

    Società tradizionale e società moderna

    Con il termine «tradizione» si intende sia l’atto di trasmettere qualche cosa sia la cosa trasmessa, tanto la traditio quanto il traditum; esso indica cioè due realtà: lo sforzo soggettivo di trasmettere qualche cosa e questo qualche cosa oggettivo che si vuole trasmettere, preesistente allo sforzo stesso e sostanzialmente da esso indipendente.

    Con il termine «società tradizionale» si indica una comunità, un insieme di famiglie, che vive di una realtà oggettiva che sta a monte di essa e attorno a cui si ordina, per la quale la verità è un dato da tradurre e da trasmettere ma non da inventare, per la quale esiste una veritas divinitus tradita, una verità rivelata attraverso la natura — rivelazione seconda, come dice Pio XII — e attraverso la Rivelazione in senso stretto. Questa comunità è cioè sociata, è iuncta da uno jus naturale, da un diritto naturale divino e dalle conseguenze sociali e giuridiche del depositum fidei: è quindi una sacra societas, una società sacrale.

    «Società moderna» è al contrario una collettività, un insieme di individui della specie umana uniti da un modus, da una volontà, da un timore, comunque da un contratto, una sorta di impresa collettiva che non ha a monte una verità, ma che produce verità temporanee, cioè mode, figlie del tempo, della violenza e di altro, comunque accidentali. Si tratta di una societas profana, che non ha al proprio centro un fanum, un templum, un territorio delimitato e sottratto all’uso economico, che non vive una vita liturgica, cioè un tempo anch’esso sottratto all’impegno economico: è dunque una società secolarizzata.

    «Società contemporanea» è semplicemente la comunità con cui ogni essere umano è in rapporto, di cui ogni uomo fa parte nell’arco della sua vita terrena. Si può dire anche «odierna», «di oggi», ma non ha alcuna valenza qualitativa e può essere tradizionale oppure moderna a seconda dei casi e indifferentemente. Non è certo un tertium genus, ma come «società antica» indica la relazione temporale che abbiamo con essa, di compresenza o di non presenza.

    Queste definizioni si potrebbero anche sostanziare introducendo i termini Civitas Dei, civitas diaboli e civitas humana. La civitas humana è la società contemporanea, la città degli uomini, mentre la società tradizionale è il risultato dello sforzo della civitas humana di modellarsi secondo i caratteri della Civitas Dei; e la decadenza della società contemporanea a società moderna è la sua caduta a livello di civitas diaboli.

    Società tradizionale e società moderna sono dunque due termini indicanti una qualità e possono essere assunti come categorie, come possibilità offerte alla libertà dell’uomo, alla sua capacità e alla sua volontà di scelta, al suo dovere di scelta. Il modo di essere della società tradizionale, il suo status, che fonda la sua stabilità, la sua permanenza, il suo resistere all’usura del tempo, comporta l’esercizio dell’autorità spirituale, che nella ecclesia, nell’adunata all’appello militare per l’annuncio della buona novella, dello euanghélion, ne detta la legge morale e spirituale come esegesi del depositum fidei. Comporta inoltre la potestas, l’esercizio del potere temporale per proteggerla dal nemico esterno con la guerra, dal nemico interno con la giustizia e per amministrarne e regolarne la vita economica. E la potestas, l’esercizio del potere temporale, nella sua massima espressione, in tesi universale, è sacrum imperium, non conosce nemico esterno ma solo nemico interno, e definisce il luogo della libera e totale evangelizzazione.

    Il Regno

    Analogo all’imperium, ma non identico, il regnum è definito dall’esercizio del potere temporale in modo non universale neppure in tesi, ma generale; non per tutti gli uomini, non erga omnes, ma erga nationem, relativamente cioè a un gruppo storico culturalmente determinato.

    Il regnum è, in quanto Stato, societas perfecta, ed è compimento di questa perfezione perché è retto da una regiminis forma praestantiorrispetto ad aristocrazia e a democrazia, cioè dal regime monarchico. È strutturato quindi in modo tale da riprodurre al suo vertice con una dinastia, e perciò nella sua versione ereditaria, il tipo della famiglia, cellula elementare della società e al dire di Cicerone «fundamentum civitatis et quasi seminarium rei publicae» [(3)].

    La monarchia tradizionale è dunque una società tradizionale retta a regime monarchico ereditario, cioè una società che vive della tradizione ed è retta da una famiglia. Appare dunque chiaro che nel concetto di monarchia tradizionale, così come in quello di società tradizionale, dal punto di vista sostanziale l’accento cade sull’aggettivo, ed è perciò legittimo parlare di una aristocrazia tradizionale e di una democrazia tradizionale, cioè di diverse forme di regime della società tradizionale, anche se meno perfette della monarchia tradizionale a cui conclude la prima società naturale autosufficiente. In analogia, purtroppo, si può anche parlare di un impero moderno, di una Repubblica Universale, di cui la Società delle Nazioni e l’attuale Organizzazione delle Nazioni Unite sono tragiche prefigurazioni.

    Alla stessa definizione di monarchia tradizionale si può giungere osservando che cosa racchiude la monarquía tradicional dei teorici carlisti. Ci aiuta il lemma carlista nella sua completezza. Esso recita: «Dios, Patria, Fueros, Rey». Il Rey è cioè custode della Santa Tradición, cioè della fede, della integrità nazionale e dei diritti acquisiti. Al Rey viene richiesta non solo la legittimità di diritto, cioè dinastica, ma anche la legittimità di esercizio, cioè il rispetto e la difesa della Santa Tradición, che fa sì che la monarquía tradicional sia non soltanto social e representativa ma anche limitada dalla legge divina e naturale e dai legittimi diritti acquisiti.

    Monarchia tradizionale non è dunque termine atto a indicare una realtà sociopolitica caratterizzata dalla presenza di un capo denominato Re o comunque da una carica suprema ereditaria, ma descrive il regnum christianum fondato sulla religione cattolica, apostolica e romana, e ordinato nei suoi stati con un clero, una nobiltà, un popolo e al di sopra l’Imperatore e quindi il Sommo Pontefice. DESCRIVE CIOÈ UNO STATO IN CUI AI SUDDITI E AL RE È UGUALMENTE CHIARO CHE OGNI AUTORITÀ VIENE DA DIO.

    Quanto abbiamo cercato di descrivere in termini assolutamente teorici, si è presentato in Occidente senz’altro fino all’oltraggio di Anagni [1303], e in misura minore fino alla Rivoluzione francese [1789]. Entrambi gli avvenimenti sono emblematici e tollerano sopravvivenze parziali posteriori.

    Decadenza della Monarchia tradizionale

    Proseguiamo ora indicando i passaggi della decadenza della realtà «monarchia tradizionale», sempre in termini teorici.

    La monarchia tradizionale, dunque, in quanto tradizionale, è una società che traduce nelle contingenze storiche la verità naturale e le norme sociali derivanti dalla Rivelazione, interpretata dal Magistero della Chiesa. Finché il regime politico-sociale è quello del regnum, il tipo umano in esso educato e che quindi lo caratterizza è quello del suddito, dell’uomo cioè sottoposto alla legge di Dio e sottomesso alle leggi della comunità. Il suddito non conosce alternativa al suo stato, se non come deviazione, insubordinazione, peccato. Solo in casi molto rari è consapevole del bene costituito dal Regno e così solo in casi molto rari è esplicitamente monarchico; nella generalità dei casi lo è solo implicitamente.

    Quando la Rivoluzione, continuazione nella storia del non serviam di Lucifero, dopo aver attaccato la Chiesa con la PseudoRiforma e aver compromesso l’Impero servendosi anche dl prevaricazioni regali, investe il Regno, talora non lo abbatte sic et simpliciter, ma lo svuota delle sue realtà strutturali, cioè tradizionali, e spesso lo lascia sopravvivere a coprire con le sue forme istituzionali una sostanziale democrazia rivoluzionaria, in evoluzione verso la democrazia totalitaria. L’aristocrazia viene ridicolizzata e vanificata allontanandola dalle sue funzioni, i corpi intermedi abbattuti e al suddito si sostituisce il cittadino: è la monarchia liberale, in cui sopravvivono i monarchici impliciti, paghi delle forme o che non colgono cosa lavora sotto le forme, mentre cominciano a manifestarsi i monarchici espliciti, cioè caratterizzati da una consapevole scelta non solo istituzionale ma soprattutto di regime, preoccupati che venga mantenuto il legame tra la monarchia e la tradizione, e che non vengano infranti i diritti acquisiti sia nei rapporti fra Stati che nei rapporti fra individui. L’Italia ha conosciuto con il conte Clemente Solaro della Margarita un eccezionale esempio di questo tipo di monarchico «sveglio».

    Quando poi anche le forme del Regno cadono, dopo che la Rivoluzione ha tentato l’ultimo inganno, quello costituito da una ipotetica monarchia socialista, il cittadino ha la meglio sul suddito e all’usura del tempo sopravvivono soltanto monarchici espliciti, mentre il coro dei monarchici impliciti si affievolisce, fino a scomparire, dopo essere passato attraverso la fase del puro legittimismo, della semplice fedeltà a una dinastia.

    Come dall’arte per Dio si passa, attraverso l’arte per l’uomo e l’arte per il popolo, all’arte per l’arte e quindi alla morte dell’arte in pro della funzionalità tecnica, così dalla monarchia tradizionale, attraverso la monarchia liberale e la monarchia socialista, si giunge alla monarchia per la monarchia e quindi alla difesa del l’istituto monarchico perché funzionale rispetto a un regime tecnocratico.

    Il monarchico esplicito

    La società, nella sua forma di democrazia totalitaria, non è più seminarium di uomini tradizionali, di sudditi e quindi di monarchici, se non in modo marginale, come si direbbe in gergo sociologico, se non come scarti del ciclo di produzione del cittadino, un po’ come gli anarchici. La prospettiva tradizionale, e quindi monarchica, diviene una prospettiva minoritaria, patrimonio di persone che ricordano un Re e una bandiera, che hanno assistito da un molo alla partenza per l’esilio, ma destinate per leggi biologiche fatali a scomparire. Ed è patrimonio anche di pochi altri che desiderano, sulla base di quel ricordo riflesso che è la cultura.

    Finché i due gruppi umani convivono — e il tempo regola la durata di questa convivenza — in questa realtà sociologica marginale si manifestano due linee, due correnti, il cui scontro è inevitabile, anche se pubblicamente attenuato. Il primo gruppo ricorda l’ultima espressione del Regno, il secondo gruppo desidera inevitabilmente la sua prima incarnazione, più carica di prestigio e di significato, quel principio che non è solo primo tempo ma anche norma.

    QUALE DELLE DUE LINEE HA LA MEGLIO? SENZA DUBBIO LA SECONDA, E, MI PARE, NON SOLO DI FATTO MA ANCHE DI DIRITTO.

    Non si tratta, sia ben chiaro, di uno scontro di generazioni nel senso corrente del termine, ma di inevitabili diversità di consapevolezza, di modi diversi di essere monarchici sulla base di diverse situazioni esistenziali. Inoltre per il primo gruppo è impensabile non unire alle proprie scelte, non sposare ai proprio atteggiamenti elementi di nostalgia; per il secondo gruppo questa nostalgia non si può dare, se non in modo patologico, cioè come ricordo di realtà non conosciute.

    Viene infine un giorno in cui i monarchici di desiderio sono gli unici monarchici, e questo giorno ha le sue specifiche necessità, i suoi caratteri che richiedono di essere studiati, e non solo per completezza teorica, MA PERCHE’ QUESTO GIORNO CI PARE VICINO? È FORSE QUESTO CHE STIAMO VIVENDO?

    Abbiamo qualificato i monarchici nelle tre fasi di Rivoluzione latente, di Rivoluzione operante e di Rivoluzione trionfante, come impliciti e poco consapevoli del bene posseduto, quindi come sempre più espliciti e sempre più consapevoli del bene in pericolo e infine scomparso. La crescita della consapevolezza è crescita della coscienza del bene costituito dall’Antico Regime, nelle sue forme e soprattutto nei suoi elementi strutturali, nelle sue istituzioni visibili e soprattutto nella sua sostanza di regime intrinsecamente legittimo in quanto conforme ai principi del diritto naturale divino e della Rivelazione, confermati dall’esperienza sociale e storica.

    La crescita nel monarchico del tradizionalista, di colui che desidera divenire uomo tradizionale, uomo di principi, è crescita che passa attraverso l’attaccamento alle istituzioni e alle forme, cioè attraverso il conservatorismo, per quindi cogliere di dette istituzioni e dette forme l’anima, le ragioni più profonde e le condizioni di vitalità. E quando il monarchico tradizionalista decide di passare all’azione per restaurare quest’anima e queste condizioni, che sole possono permettere il rifiorire di istituzioni e forme, in lui è nato il controrivoluzionario.

    Il controrivoluzionario

    «Allo stato attuale — insegna Plinio Corrêa de Oliveira — controrivoluzionario è chi conosce la Rivoluzione, l’Ordine e la Contro-Rivoluzione nel loro spirito, nelle loro dottrine, nei loro rispettivi metodi.

    «— Ama la Contro-Rivoluzione e l’Ordine cristiano, odia la Rivoluzione e l’anti-Ordine.

    «— Fa di questo amore e di questo odio l’asse attorno al quale gravitano tutti i suoi ideali, le sue preferenze e le sue attività» [(4)].

    A questo punto il sostenitore della monarchia tradizionale è tout court un controrivoluzionario e si guarda bene — insiste il de Oliveira — dal «[…] presentare la Controrivoluzione come fosse una semplice nostalgia (non neghiamo d’altra parte [è chiaro,] la legittimità di questa nostalgia) o un puro dovere di fedeltà personale, per quanto santo e giusto sia. Tutto ciò sarebbe presentare il particolare come fosse il generale, la parte come fosse il tutto, sarebbe un mutilare la causa che si vuole servire» [(5)].

    Egli sa che l’antiOrdine è il luogo geometrico di concezioni erronee e di verità parziali impazzite e sterili, elevate alla dignità di verità assolute e feconde. Combatte quindi la concezione immacolata del singolo e della maggioranza, dello Stato e del capo carismatico, della nazione, della razza e della classe; e combatte anche, in se stesso, la concezione immacolata del Re e della dinastia. Sa che la maggioranza non ha sempre ragione, così come non hanno sempre ragione né lo Stato, né il capo carismatico, né la nazione, né la razza né tanto meno il proletariato, e quindi sa anche che neppure il Re ha sempre ragione. Gli pare evidente la follia di un mondo «illuminato», pieno di oracoli «infallibili», mentre l’infallibilità autentica, l’autentica vox Dei è circondata da tante legittime cautele. Perciò, come da buon cattolico, secondo le leggi della Chiesa, presta il suo assenso a quanto in certe forme e a certe condizioni è proclamato da Pietro, così da buon monarchico grida alto il suo Viva il Re, nonostante tutto! e continua nella sua lotta, per l’ordine naturale e cristiano, certo che esso, rispettoso com’è di ogni legittimo diritto, ordinariamente conclude alla monarchia.

    Poiché vuole la monarchia tradizionale, vuole anzitutto le istituzioni che la sostanziano, non una esclusa. La regalità, certo, ma anche il riconoscimento dell’autorità dello Stato, ma anche il continuo rinnovamento dell’aristocrazia, ma anche la pacificazione del rapporto fra le classi attraverso la corporazione, ma anche l’esistenza della proprietà privata come espressione economica della libertà ma anche, alla base, la famiglia, perché alla base della società tradizionale sta la famiglia e al vertice della società tradizionale perfetta sta la famiglia reale.

    * * *

    Diceva De Maistre: «Qualcuno afferma: “Non vi è più mezzo per ristabilire l’antico ordine di cose: gli elementi stessi non esistono più”. Ma gli elementi di tutte le costituzioni sono gli uomini: non vi sarebbero per caso assolutamente più uomini in Francia?» [(6)].

    E IN ITALIA?

    «La tecnica moderna [doma le acque, rende fertili i deserti;] costruisce un grattacielo in qualche settimana; ma per far maturare una semplice spiga di grano è necessario tutto il sole di una estate. E quanti anni necessitano per formare e far maturare un uomo?» (Paul Ryckman, ex governatore generale del Congo belga) [(7)].

    QUALCUNO CREDE DI POTER ANCORA RIMANDARE?

    Giovanni Cantoni

    Note:

    [(1) Cit. in monsignor Henri Delassus, Il problema dell’ora presente. Antagonismo fra due civiltà, trad. it. sulla 2a ed. francese corretta e aumentata, Desclée e C., Roma 1907, reprint Cristianità, Piacenza 1977, vol. II, epigrafe a p. 1.]

    [(2) Dante Alighieri, La Divina Commedia. Inferno, canto X, v. 42.]

    [(3) Cit. corretta: «principium urbis et quasi fundamentum rei publicae», «il nucleo primo della città e quasi il semenzaio dello Stato» (Marco Tullio Cicerone, De officiis I, 17, 54, trad. it., in Idem, Opere politiche e filosofiche, vol. I, Lo Stato, Le leggi, I doveri, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino 1974, ristampa 1986, p. 613).]

    [(4) Plinio Corrêa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, parte II, capitolo IV, 1; come per la citazione seguente, la trad. it. non è né quella della 1a ed., Edizioni dell’Albero, Torino 1964, né quella della 2a, Cristianità, Piacenza 1972, allora in preparazione e che sarebbe uscita solamente nel mese di giugno.]

    [(5) Ibid., parte II, capitolo VII, 1.]

    [(6) Meglio: «Si dice: “Non vi è più modo di ristabilire il vecchio ordine di cose; anche gli elementi non esistono più”.

    «Ma gli elementi di tutte le Costituzione sono gli uomini; non vi sarebbero per caso più uomini in Francia?» (Joseph de Maistre, Lettera al Visconte de Bonald, del 29-5-1819, in Idem, Corrispondence, vol. V, 1817-1821, in Idem, Ouvres Complètes, Vitte et Perrussel, tomo XIV, Lione 1886, pp. 168-169).]

    [(7) Cit. in Jacques Ploncard d’Assac, A batalhas das ideias, trad. portoghese, Companhia Nacional Editora, Lisbona s.d. ma 1959, p. 135.]
    Mi sembra un po' ridondante porre una domanda del genere e poi postare un articolo come quello di cui sopra
    Credere - Pregare - Obbedire - Vincere

    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  6. #226
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    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Per destra cattolica intendeva anche Forza Nuova ad esempio....

  7. #227
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    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Gottfried Feder e il programma della Nsdap

    Autore: Luca Leonello Rimbotti

    In occasione del congresso del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi del 1926, Gottfried Feder – ingegnere e studioso di economia finanziaria, tra i primi compagni di lotta di Hitler – ricevette l’incarico di dare l’avvìo ad una serie di pubblicazioni a larga diffusione, in grado di coprire tutti gli aspetti ideologici e di portarli alla conoscenza del grande pubblico. Questa operazione iniziò l’anno seguente con l’uscita del primo dei numerosi quaderni divulgativi previsti, che riguardava l’illustrazione dei 25 punti con cui la NSDAP aveva steso il proprio programma politico sin dal febbraio 1920. Si contava, così, di affrontare nel modo migliore e più chiaro la questione della sostanza ideologica nazionalsocialista, specialmente in riferimento a quella che veniva considerata una specie di “rivoluzione copernicana”, cioè l’accento posto sulla funzione distruttiva che l’interesse sui prestiti di capitale aveva presso vaste fasce popolari, a cominciare da quelle del ceto contadino. Il problema del progressivo indebitamento dei rurali tedeschi era di antica data. Esso costituì un vero caso sociale di grandi proporzioni, e non fu secondario in quel fenomeno di inurbanesimo e abbandono delle campagne in cui uomini come Spengler avevano visto una delle cause dello sbriciolamento sociale della Germania e del suo sradicamento dalla cultura locale tradizionale. In effetti, il meccanismo in base al quale molti piccoli e medi proprietari fondiari, una volta chiesto il necessario credito per reinvestire nella produzione e vistoselo gravare dal tasso esorbitante di interesse, applicato in forme a crescita esponenziale, non riuscivano a sottrarsi altrimenti a questo cappio se non vendendo la terra e declassandosi a proletariato urbano, fu alla base di mutamenti sociali di vasta portata. Essi ingeneravano disperazione sociale e destabilizzazione economica, sottraevano famiglie e poderi all’agricoltura già in crisi dall’epoca guglielmina e mettevano in moto il fenomeno della speculazione fondiaria, un settore in cui le banche e le imprese finanziarie – spesso a guida ebraica – agirono da elemento di scompaginamento socio-economico.

    Ciò che, negli anni Venti del Novecento, fu ad es. alla base del costituirsi di organismi come la Landvolksbewegung, intesi a proteggere la categoria dei contadini proprietari dal crescente esautoramento cui era sottoposta. In determinate zone della Germania, quella organizzazione, sostenuta dal nazionalismo rivoluzionario, espresse fenomeni di combattivo antagonismo (fino a cruenti episodi di terrorismo) nei confronti dei vari governi di Weimar, incapaci di porre un freno alla disintegrazione del ceto contadino.

    Non desta meraviglia, pertanto, che il fulcro del programma della NSDAP, incentrato sull’opposizione all’usura secondo la celebre formula, stesa dallo stesso Feder, della “liberazione dalla schiavitù dell’interesse”, torni nella pubblicazione del 1927 – poi parecchie volte riedita negli anni seguenti – come centrale rivendicazione di carattere sociale. Adesso, la dinamica Editrice Thule Italia pubblica il libro di Gottfried Feder per la prima volta in traduzione italiana nella sua edizione del 1933, Il Programma del NSDAP e le sue fondamenta ideologiche. I testi comprendono, oltre all’originario programma, anche agili ed esaustivi commenti, stesi da Feder in epoche diverse, intorno alle singole questioni, in una maniera che doveva servire da chiara illustrazione per la massa dei membri del Partito e per quanti erano interessati a conoscere la posizione della NSDAP in materia politico-sociale.

    Feder dovette insistere in modo particolare sul fatto che la NSDAP non pensava a sopprimere la proprietà privata e che il punto in cui il programma prevedeva l’esproprio riguardava unicamente i casi di cattiva gestione, di proprietà ebraica o di acquisto illegale. Dal punto di vista storico, è interessante questa puntualizzazione, poiché da svariate fonti all’epoca si attribuiva al Nazionalsocialismo una volontà espropriatrice di tipo quasi “bolscevico”. Al contrario, scriveva Feder, «la proprietà dei terreni acquisita legittimamente dai cittadini tedeschi sarà riconosciuta come bene ereditario. Questo diritto di proprietà sarà però subordinato all’obbligo di utilizzare il suolo a beneficio di tutto il popolo. Il controllo del rispetto di tale obbligo sarà competenza dei tribunali corporativi». Questi punti, a Terzo Reich insediato, divennero legge dello Stato e furono alla base di quel fenomeno di protezione della fattoria contadina – conosciuta come Erbhof, il podere ereditario – che voleva evitare la frammentazione fondiaria e incrementare la consistenza sociale del ceto rurale, nel quale il regime vedrà il bastione della società sotto tutti profili: nazionale, familiare, razziale, produttivo.

    In ogni caso, queste misure andavano nel senso di favorire un uso non privatistico del bene personale, ma di incentivarne la produttività come elemento di diffusione del benessere generale, secondo il principio fondamentale in base al quale “il bene comune viene prima i quello individuale”. Spiegando i 25 punti programmatici nel dettaglio, Feder affrontava il suo fiore all’occhiello, la lotta all’interesse usurario, spiegandolo come la «liberazione dello Stato e così del popolo dal suo indebitamento tributario di fronte ai grandi capitali usurai». Ciò avrebbe comportato alcune misure senz’altro rivoluzionarie e del tutto sovversive dello Stato liberale: «Nazionalizzazione della Reichsbank e delle banche di emissione; finanziamento di tutte le opere pubbliche, evitando il ricorso al prestito pubblico mediante l’emissione di certificati fruttiferi del Tesoro senza interessi; introduzione di una valuta fissata su base coperta; creazione di una Banca per l’edilizia e l’industria (riforma monetaria) per concedere prestiti a tasso zero; modificazione radicale del sistema fiscale secondo il principio dell’economia comunitaria». Attorno a queste misure, si sarebbe dovuta quindi cementare quella comunità nazionale e sociale svincolata dai poteri forti della finanza internazionale, che costituì uno dei punti di maggiore originalità ideologica del Nazionalsocialismo, ciò che ha spinto gli storici ha considerare la politica sociale hitleriana un rivoluzionamento degli assetti capitalistici, anche per il fatto che agli imprenditori, pur lasciando loro la proprietà nominale, come ha scritto Zitelmann, veniva tolto di fatto «il potere di disposizione sui mezzi di produzione», secondo una linea manifestata da Hitler che era intesa a «perseguire i suoi obiettivi anche contro la resistenza di settori dell’industria pesante».

    Leggendo questo importante testo di Feder noi quindi, oggi che il mondo va a passo di carica nella direzione opposta, quella dell’abbattimento di ogni contrasto sulla via del potere assoluto della finanza cosmopolita, verifichiamo lo sforzo attuato in Germania per abbinare il sentimento nazionale e la giustizia sociale, nella direzione della concezione organica della comunità popolare, sia nella sfera del mondo della produzione agricola sia in quello della produzione industriale e del commercio. In questo modo, infatti, come sottolinea Maurizio Rossi nella sua introduzione ai testi di Feder, «l’individuo diventava membro a tutti gli effetti di un corpo organico e integro, ma differenziato, a seconda delle proprie capacità e funzioni, partecipando così allo sviluppo di una esistenza qualitativamente superiore fondata su una realtà di popolo finalmente concepita come una comunità socialista organica».

    E di organicismo per l’appunto si parlava, e al senso di ordine platonico si riferisce Feder, come di un insieme di parti armonicamente funzionanti, essendo ognuna al proprio posto e tutte partecipanti al fine del benessere comune. Sembra incredibile, ma l’ideale dello Stato ben ordinato vagheggiato da Platone, se mai fu vicino ad essere eretto da qualche parte e in qualche epoca, lo fu nella Germania nazionalsocialista del Novecento.

    * * *

    Tratto da Linea del 5 marzo 201

  8. #228
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  9. #229
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    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Aspetti del neofascismo in Francia: i movimenti social razzisti di Rene’ Binet

    “ Le sette neo-fasciste si sono formate molto presto, molto più presto di quanto in generale lo si immagini. Si sono costituite come delle bande nel turbine della disfatta e della persecuzione. Un uomo deciso piantava il suo stendardo da qualche parte ed un pugno di camerati si riuniva intorno a lui. Altre volte è accaduto che un gruppo si sia formato nella clandestinità. Erano bande di soldati perduti che si riconoscevano nelle tenebre dell’ingiustizia e dell’odio; erano dirette da sconosciuti, da uomini senza gradi, che per la loro oscurità avevano potuto sfuggire alla rete tesa su tutta l’Europa …”Maurice Bardeche “Che Cosa è il Fascismo?”Volpe, Roma, 1980, pag.72.


    Proseguendo le nostre ricerche sul “neofascismo” francese possiamo qui dedicarci Ad un altro suo esponente, un militante che dedicò tutta la su vita, finché non fu troncata da un incidente d’auto, alla fondazione di un “socialismo europeo” antimarxista e alla difesa della Razza Bianca: Renè Binet. (16X1913-16X1957) Qui ci si occuperà soprattutto della vita e delle attività politiche del Binet rimandando a un altro articolo l’esame delle sue opere ancor oggi non prive di interesse. Per queste note, come già per quelle su Charles Luca, seguirò, soprattutto, le tracce del libro di Joseph Algazy “La Tentation Nèo-Fasciste en France 1944-1965”.
    Nato il 16 X 1914, nella sua gioventù, negli anni 30, il Binet partecipò a Le Havre alle attività della Gioventù Comunista, espulso da questa organizzazione si avvicinò ad ambienti della IV Internazionale trotzkista partecipando alla fondazione del Parti Communiste Internationaliste nel marzo 1936, per poi passare al Parti Ouvrier Internationaliste.
    Scoppiata la seconda guerra mondiale, il Binet chiamato sotto le armi fu fatto prigioniero dai tedeschi e internato in un campo, evidentemente l’esperienza gli giovò(!) perché in codeste circostanze passò dall’estrema sinistra al Fascismo fino a militare (pare) nella Divisione Charlemagne delle Waffen SS! Scriveva il Milza (“Fascisme française…”pag.284) “Ancora un fascista proveniente dalla sinistra, anzi dall’estrema sinistra. È codesto..un itinerario che è possibile percorrere anzi è anche a livello di dirigenti” (il maggior esempio lo abbiamo avuto in Italia, ma non per questo si dovrebbero dimenticare i casi del Doriot, del Deat, di Sir Oswald Mosley e via elencando…)
    Finito il conflitto, il Binet iniziò a mettere in piedi una lunga serie di piccole riviste e di micro partiti per elaborare e diffondere la sua visione del mondo,nel febbraio 1946 incontrò lo scrittore Marc Augier destinato a diventare famoso con lo pseudonimo di Saint Loup,e poco dopo da vita al periodico “Combattant Européen” (riprendendo il titolo del foglio della Legion Français contre le Bolchevisme). Di codesto periodico che rimase semiclandestino, uscirono solo 6 numeri.. Il primo numero apparve nel Marzo 1946-

    Il programma che il foglio si sarebbe proposto avrebbe compreso l’unità di lotta contro il capitalismo internazionale servito dagli ebrei e dagli stalinisti internazionali; e l’epurazione della “razza francese” da negri, ebrei e mongoli ’che la inquinavano, la conquista della centrale operaia CGT e la costruzione del Partito della rivoluzione socialista nazionale; mete senz’altro ambiziose per un gruppuscolo. Il “Combattant…” tirava, infatti, solo circa 2000 copie, anche se talvolta era “accompagnato” da bollettini destinati agli studenti, agli operai delle fabbriche ai contadini e ad altre categorie sociali, Le forze dell’ordine non gradirono e ne seguì qualche arresto e lo stesso Binet dovette scontare una pena di prigione. ( 1)

    Nell’ estate del 1946 il Binet fondò un altro gruppo il Parti Rèpublicain d’Unité Populaire P.R.U.P che raccolse qualche adesione tra gli ex iscritti ai disciolti partiti collaborazionisti e gli ex combattenti sul Fronte dell’Est. Il nuovo movimento esprimeva la sua ostilità sia all’URSS sia agli USA e chiedeva la riabilitazione degli ex collaborazionisti. Oltre al Binet, tra i suoi dirigenti figuravano Robert Weber, Jean Flaust, Marcel Delain e .Maurice Plais, tra di loro alcuni erano ex iscritti al P.C.F.o a gruppi trotzkisti . Il P.R.U.P. chiedeva un’Europa indipendente sia dagli USA sia dall’URSS, delle riforme sociali e la riabilitazione degli ex collaborazionisti.
    L’anno seguente il P.R.U.P. si alleò con altre due piccole organizzazioni. Le Forces Françaises Rèvolutionnaires che avrebbero finito per fondersi con il P.R.U.P.e il Rassemblement Travailliste Français, Questo movimento era stato fondato da Julien Dalbin amico personale del Generale Peron che tentava di formare un movimento ispirato al giustizialismo argentino. Alle elezioni municipali del 1947 qualche elemento del P.R.U.P. si presentò nelle liste del R.T.F con risultati alquanto scoraggianti e il P.R.U.P. si dissolse.

    Ma il Nostro non era certo un tipo da arrendersi, non l’aveva piegato la disfatta europea del 1945 e non lo piegarono tutte le difficoltà che dovette affrontare. Nel settembre del 1948 René Binet fondava un nuovo gruppuscolo, il Mouvement Socialiste d’Unitè Française, il capo, gli aderenti e il programma erano gli stessi del P.R.U.P. Il simbolo la ruota solare e un bastone, organo il foglio “l Unité” affiancato talvolta da “L’Unité Populaire”. Come nota l’Algazy “La Tentation Neo-fasciste en France…” (pag.77) è difficile orizzontarsi nel labirinto di sigle e di testate che ”si sovrappone alle vicende del Binet.(2.)
    Il foglio aveva come sottotitoli i motti “Pain et Liberté” e uno slogan attribuito al Blanqui che era stato ripreso anche da Mussolini “Qui porte la glaive a du pain” (“Chi ha del ferro ha del pane”) “L’Unité” invocava l’unità europea contro URSS e USA, chiedeva l’amnistia per gli epurati e iniziando un tema destinato a diventare sempre più importante col passare degli anni chiedeva il ritorno immediato di tutti gli immigrati nord africani ai loro paesi d’origine. Già allora vi era chi prevedeva i pericoli che avrebbero minacciato l’Europa e il profilarsi della catastrofe definitiva per l’Europa: la sua conquista da parte dei popoli africani e asiatici. Denunciato dagli avversati come “pro-hitleriano”, il M.S.U.F. venne sciolto dalle autorità nel marzo 1949. Si calcola che avesse 200-300 militanti circa.
    Infaticabile il Nostro nello stesso anno dava vita al foglio “La Sentinelle” che apparve, sia pure in modo irregolare per qualche anno, mentre nel 1950 creò un altro periodico “Le Nouveau Prométhée” che ebbe un anno circa di vita.
    Scrive l’Algazy (cit.pag.77) “La Sentinelle .. si presentava come un <organo di difesa nazionale> e fece propaganda per un <socialismo nazionale> e un <razzismo scientifico>” La maggior parte dei testi che apparvero su questo bollettino erano opera dello stesso Binet, ma vi collaborarono anche Maurice Plais, M.Achart, Jean André Faucher, Michel Dessaillon, il tedesco Karl-Heinz Priester e lo svizzero Gaston A.Amaudruz. (3)
    Proseguiva l’Algazy (pag.78) “Il numero di marzo 1951 da “La Sentinelle” fu interamente dedicato a un solo articolo di René Binet intitolato “Facciamo il punto”.Tale scritto pretendeva di fare un bilancio della Francia e delle altre nazioni europee a sei anni dalla fine della guerra. Vi si attaccava Roosevelt, Churchill e De Gaulle per aver dato il loro accordo al fatto che <Stalin si è impadronito di più di metà dell’Europa>” La democrazia vi era presentata come la fonte di tutti i mali che affliggevano la Francia “I poteri esorbitanti lasciati a un Parlamento irresponsabile incontrollabile- scriveva il Binet- rendono impossibile ogni attività che perduri nel tempo e ogni misura atta a raddrizzare il paese.”. Al posto della democrazia, il Binet proponeva: “un socialismo nazionale(unico sistema) che possa permettere
    1) un reale controllo da parte del popolo sui settori di sua competenza
    2) la responsabilità degli specialisti negli altri settori.
    Il sistema dei referendum permetterà al popolo di dire se approva la politica seguita e le realizzazioni da essa ottenute rendendo così i capi responsabili della politica da essi attuata,
    in tal modo si potrà costituire un regime forte capace di condurre il popolo alla sua liberazione.”
    Il Binet avversava i partiti politici in quanto giudicava che essi si sottraessero alla “necessità di assicurare la….sopravvivenza delle razze che hanno fatto l’Europa e edificato una civiltà unica”(4) Inoltre i partiti si sottraevano anche alla “soluzione del problema sociale che non può essere che la ricostituzione dell’unità e della solidarietà assolute di tutto il popolo” Egli rimproverava ai comunisti di tradire la classe operaia dividendola e logorandola in scioperi inutili, di tradire il socialismo e la Patria mirando a sottometterla all’imperialismo sovietico; d’altra parte rimproverava i gollisti di essere, allora, vassalli degli USA e della Gran Bretagna, “di ignorare completamente gli urgenti problemi legati alla protezione della razza bianca, e, in quanto sostenitori del sistema capitalistico di dividere e impoverire la Nazione. Contro di essi si sarebbe dovuto costituire un partito che avrebbe dovuto essere il partito di tutta la nazione e non di un determinato gruppo sociale. I militanti di codesto movimento avrebbero dovuto lottare contro la cara vita, per un aumento del valore reale dei salari e per il rimpatrio nelle terre di origine degli extra europei Una Francia rinnovata avrebbe dovuto, poi, mettersi a capo di un “sindacato delle nazioni proletarie dell’Europa” in opposizione alle due super potenze”.
    Qui possiamo trovare quelle che dovrebbero essere le fondamenta della politica di ogni movimento nazionale in Europa: lotta per radicali riforme sociali, difesa dell’identità etnica delle popolazioni europee, indipendenza dell’Europa unita nei confronti degli Stati Uniti d’America.

    Di solito le concezioni del Binet vengono definite come <social razziste>.il Cadena (“La Ofensiva neo-Fascista” pag.35) sintetizza “Justicia social para la raza aria…”.Per il Nostro (Algazy pag.80) l’URSS non era un vero stato socialista ma il dominio di una burocrazia, spesso etnicamente estranea, che controllava l’immenso paese a suo vantaggio, naturalmente colà il problema razziale non veniva neppure preso in considerazione anche se poi ’incrementi demografico degli asiatici e il declino delle popolazioni slave sarebbe stato una delle cause della disgregazione dell’Unione Sovietica, Gli Stati Uniti venivano considerati un “ regime di sfruttamento del popolo all’interno, un regime di sterminio dei popoli all’interno e all’esterno”. Oggi è fin troppo facile prevedere che entro pochi decenni la “nuova Cartagine” d’oltre oceano apparterrà etnicamente al cosiddetto “terzo mondo”.

    A causa della sua principale preoccupazione: quella della difesa della Razza Bianca il Binet era favorevole all’indipendenza dei paesi colonizzati con cui gli Europei avrebbero dovuto conservare solo gli indispensabili legami economici, per il resto gli Europei, coscienti della superiorità della loro razza, non avrebbero avuto nulla da temere da una concorrenza con gli altri popoli, il che oggi, di fronte all’emergere di Giappone e Cina. potrebbe apparire un po’ “incerto”
    Il Binet, inoltre, già allora auspicava il riarmo della Germania membro della futura alleanza degli Stati nazionali d’Europa
    Il, citato articolo “Faisons le point” si concludeva : “ABBASSO L’EUROPA DI STRASBURGO, ABBASSO L’EUROPA DEI FEDERALISTI, ABBASSO L’EUROPA DEI LACCHE’ DELL’IMPERIALISMO RUSSO O AMERICANO. ……Ognuno deve operare a stringere tra gli elementi nazionali di tutta Europa quei legami che permetteranno di creare l’ALLEANZA DEGLI STATI NAZIONALI OPERAI D’EUROPA, nel rispetto e nell’ indipendenza di ciascun popolo” (Cfr J.Plumyene e R.Lasierra “Les Fascismes…”pag.207 e .A Del Boca e M:Giovana “Fascism Today “Randon House,USA,1969,pag,175)
    Coerentemente a quanto scriveva il Binet partecipò a vari tentativi di creare una alleanza tra i movimenti nazionali delle varie nazioni europee, nel maggio 1951 partecipò alla famosa conferenza europea che si tenne a Malmoe in Svezia da cui nacque il Movimento Sociale Europeo, ma ben presto fu deluso dalla moderazione di codesto raggruppamento nei confronti della questione razziale e qualche mese dopo, con altri, abbandonò il MSE per partecipare alla fondazione a Zurigo del Nouvel Ordre Européen. (5) Nell’ambito di tale organizzazione partecipò alla direzione del Bureau Européen de Liason che avrebbe dovuto coordinare i vari gruppuscoli europei. Nell’ambito francese egli animò anche un Comptoir National du Livre per la pubblicazione di testi social-razzisti. Si deve peraltro ricordare che, a quanto riporta il Duprat, il settarismo del Binet e la sua volontà di primeggiare avrebbero causato la fine dell’alleanza dei gruppi francesi che facevano riferimento al Movimento Sociale Europeo
    Si può anche ricordare che Maurice Bardeche ebbe a organizzare un incontro tra il Binet e Francis Parker Yockey fondatore dell’ European Liberation Front. L’incontro peraltro non ebbe risultati positivi, i due neofascisti ambivano entrambi di essere i capi della più o meno fantomatica “internazionale neo fascista” e su codesto problema non riuscirono, naturalmente, ad intendersi!(Cfr K.Coogan “Dreamer of the Day” pagg,214 e segg , Alfonso De Filippi “F.P.Yockey ed il Destino dell’Europa” Idee in Movimento, Genova, 2000).
    La rivista, forse più interessante, tra i vari fogli animati dal Binet sarebbe stato il “Nouveau Prométhée di cui tra il luglio 1950 e l’agosto 1951 apparvero dieci numeri, a differenza delle altre pubblicazioni “d’area” del periodo era stampata e non ciclostilata riportava il nome e l’indirizzo del direttore e della redazione. Il suo motto era “Pour la defense de la culture française” e cercava di rivolgersi a un pubblico colto. Il motto nella testata era tratto dal “Prometeo” del Goethe “Io sono assiso a questo posto e modello degli uomini secondo la mia immagine. Una razza che sia simile a me”; fu soprattutto nelle pagine di codesto foglio che il Binet sviluppò le sue concezioni “social razziste”. Sul numero 7 del Maggio 1951, così il Binet riassumeva le sue concezioni “..la cultura nasce dal popolo, dalla razza, essa gli appartiene, essa condiziona la sua sopravvivenza. Ma essa è un prodotto della razza prima di esserne un titolo di gloria e uno strumento. Nessuna razza ha il potere di imporre la sua cultura agli altri. Nessuna potrebbe senza perire ricevere una cultura che non sia conforme al suo genio o da lui scaturita da esso.” Si potrà dedicare un prossimo articolo alle opere del Binet approfondendo le concezioni razziali che vi espose.
    Delle pagine della rivista molte erano dedicate alla recensione di libri, segnalando favorevolmente opere di Maurice Bardeche , Alphonse de Châteaubriant, Paul Rassinier, L.F. Celine, etc, oltre alle opere dello stesso Binet. Non mancavano peraltro gli articoli trattanti temi di attualità, Nel numero dell’Aprile 1951 apparve uno scritto del Binet “Le mythe de la culture” in cui il nostro ribadiva le sue concezioni razziali. “Il voler imporre, come si fa oggi la Coltura dell’Occidente a tutti i popoli della terra, porta all’indebolimento degli uni e alla corruzione degli altri….Vuol dire preparare …..popoli imbastarditi, nazioni di declassati, Razze di meticci e di ribelli …….Non la cultura, ma la Razza è tutto. Essa condiziona tutto .compresa la cultura”
    Sul numero del Maggio 1951 nell’articolo di Jean De Tavannes “Le racisme devant l’Union Française” si leggeva “Diffondendo i germi spirituali francesi e occidentali nell’Africa nera, corromperete quei popoli fino alla sterilità, farete una caricatura dell’anima dei Negri,e rischiate di creare solo delle scimmie e, a diventarlo anche voi stessi al solo contatto con loro”
    “Le Nouveau Prométhée” ospitò spesso i comunicati degli altri gruppi nazionali francesi e, in occasione delle elezioni legislative, del1951 appoggiò una lista in cui confluiva la maggioranza di tali gruppi l’Unité Nationale et des Indépendants Républicains.(6)
    Come si è visto il razzismo occupava un posto centrale nella visone del mondo del Binet, lo si rileva soprattutto da tre dei suoi libri ancor oggi più o meno facili da trovarsi “Théorie du Racisme” -“Contribution a une Éthique raciste” e “Socialisme National contre marxisme””.
    All’inizio del primo di codesti volumetti si legge “ Da qualche anno, una bandiera è stata innalzata sul mondo. Non è la bandiera di una nazione né di un partito, ma è la bandiera di un nuovo tipo di uomini armati di una conoscenza nuova e che appartengono a tutte le nazioni bianche: questi uomini sono i razzisti.”
    Per il Binet, dunque, il fattore razziale è quello di maggior importanza nella vita e nella storia e la razza bianca è superiore alle altre per lui sarebbe evidente e incontestabile che gli Europei siano superiori alle altre razze umane “i creatori di tutte le culture, i fondatori di tutte le civiltà” (il che può certo apparire un poco esagerato! (7)) In “Contribution a une étique raciste” si legge “La consapevolezza del potere del fattore < razza> non scaturisce solo da ragionate constatazioni di natura culturale ma nasce da una certezza evidente e sufficiente, congenita E’ un sentimento interiore di superiorità , una fede nella potenza del sangue. La presa di coscienza totale della realtà della razza conduce e deve condurre al sentimento del partecipare coscientemente alla forma più perfetta del divenire umano e del divenire del mondo stesso. Il più grande insulto che possa essere fatto alla razza nella sua interezza, e indirettamente alla personalità di un individuo appartenente alla razza superiore, è incontestabilmente il dubbio o il rifiuto opposto alla realtà razziale o all’idea della superiorità dell’ uomo europeo in quanto creatore e legislatore, in quanto partecipe di un tipo unico, mitico, divino. Non è che in questo modo che si sviluppa il senso di superiorità assoluta della razza di cui si eredita il capitale razziale, e allo stesso tempo che, il senso della responsabilità riguardo a tale apporto che deve venire trasmesso, accresciuto, alla razza nuova che viene continuamente creata in ogni uomo che vi appartenga”.
    Di fronte alla superiorità dell’uomo europeo le altre razze non erano, per il Binet che una “ganga semitica mongoloide o negroide” Popoli “immersi da millenni nell’apatia fisica, nel nulla intellettuale, nella stagnazione morale e nel degrado sociale” Il che era certamente esagerato ed ingiusto.
    In “Socialisme National contre marxisme” si riteneva probabile che “1) solo certe razze siano capaci di stabilire delle leggi morali, 2) che solo certe razze siano capaci di stabilire leggi civili 3) che solo certe razze siano capaci di produrre creazioni intellettuali.e perciò anche creazioni materiali che per noi uomini dell’Occidente europeo sono accessibili a tutti. Non basterà perciò dire che l’appropriazione di ciò che esse stesse hanno creato assicura il loro dominio, ma bisognerà ammettere che è la loro attitudine a creare tali realizzazioni che assicura loro il dominio”.
    Anche qui uno studio spassionato ed approfondito dovrebbe verificare quanto di vero vi possa essere al di là delle estremizzazioni del Binet il quale, peraltro, si limitava a dare come evidente la “superiorità” degli Europei senza ricorrere a citazioni di testi a carattere scientifico. Logico poi che il Binet incitasse gli Europei a vigilare gelosamente sulla purezza del loro sangue a rifiutare ogni mescolanza e tutti modi di vita che potessero sminuirla e ogni scala di valori e ogni insegnamento che potessero portare al suo indebolimento. (8)
    Nell’ambito della missione della preservazione della razza un ruolo di primo piano veniva e riservato alla donna. In “Théorie du Racisme” si legge che “i nemici della razza europeo“ con la loro propaganda per l’aborto e per la cosiddetta emancipazione della donna, non ne hanno fatto che delle squilibrate, betes a plasir, o delle bambole . inutili, giocattoli nelle mani dei satrapi del regime. Al contrario i razzisti, vogliono rendere loro, assieme all’equilibrio fisico del loro sesso, la dignità del loro ruolo sociale. La donna guardiana del sangue, madre della razza e dello Stato, sorgente di ogni vita nella Nazione, consigliera e guida delle nuove generazioni”
    Con buona pace del femminismo trionfante tutto ciò pare alquanto sensato (si può ricordare che i Nazionalsocialisti tedeschi, e non solo loro, progettavano il ripristino della poligamia per la difesa e il miglioramento della razza!)
    Logico che il Binet invocasse una guerra senza quartiere contro gli antirazzisti (“Thèorie..”) “Tra coloro che mirano a ricostruire la purezza del loro sangue e i privilegi che ne derivano e coloro che, rinunciando a tutto ciò, si fanno i difensori e gli adepti delle razze inferiori, è aperta una lotta implacabile. Essa non potrà terminare che con il trionfo finale di coloro che avranno salvaguardato la purezza del loro sangue e, con ciò, il valore della loro cultura. Ormai, i confini dei due campi sono tracciati, la lotta non può consentire né tregua né attenuazione.”(9)
    Oggi quando noi sappiamo che l’unica speranza risiede nel “rigenerare la Storia” ritornando per quanto possibile, (almeno a livello di elites) all’ originario modello indo-europeo, anche sul piano della razza ”del corpo”, le parole del Binet assumono un significato ancora più pregante e categorico.
    Citiamo ancora dall’Algazy (pag.87) “L’apostolo del <social razzismo> esprimeva la sua certezza che, in fin dei conti, <una gerarchia delle razze si stabilirà per la forza stessa delle cose allo stesso modo che una gerarchia sociale si stabilirà in senso a ciascuno razza>, che <i nomadi semiti ritorneranno a poco a poco al loro nomadismo e i Mongoli ritorneranno alle loro yourte .Noi non abbiamo nulla da temere da tale netta delimitazione del dominio di ciascuna razza. Essa, sarà, al contrario, il modo di manifestare più nettamente che mai la superiorità dell’Occidente. E per questo che i Semiti, i negri e i Mongoli vi si oppongono tanto accanitamente, con l’aiuto della banca ebraica e dello Stato mongolo staliniano>”(Cfr.Contribution….)(10)
    Il Binet mirava a una “rivoluzione razzista” che portasse alla ”presa di coscienza dell’ineguaglianza delle razze” e alla “dittatura della Razza” il che voleva dire (Theorie du Racisme ) che “Lo Stato dovrà spezzare con la violenza tutto ciò che si opporrà al dominio della razza superiore, dominio che essa non dovrà condividere con nessun altro. Lo Stato dovrà allontanare dagli spazi appartenenti tradizionalmente alle razze superiori tutti gli appartenenti a quelle inferiori e fare in modo che essi vadano a reintegrasi nei loro spazi d’origine”.
    In effetti, per il Binet, lo Stato era un “organo di dominio della razza conquistatrice su quella conquistata, un organo di difesa della minoranza conquistatrice e civilizzatrice contro la maggioranza arretrata soggiogata” (“Socialisme National contro marxisme)
    Rigettando la presunta eguaglianza tra le razze egli rifiutava anche l’uguaglianza dei diritti “L’ineguaglianza opera anche tra le nazioni, i popoli più dotati e che resteranno tali, sono chiamati a dominare gli altri”(11)
    Sempre in “Socialisme National contre marxisme” si legge “Lo Stato dovrà, per adempiere il suo ruolo, essere uno strumento di dominio e di protezione al servizio del popolo che esso rappresenterà e, conseguentemente, dovrà nello stesso tempo vigilare sull’eliminazione di tutti i fattori di indebolimento fisico e morale presenti nel popolo e alla trasformazione e all’elevazione continua del popolo che esso dovrà rappresentare e difendere. Lo Stato avrà per meta di fare del popolo tutto intero una elite etnica sul piano internazionale.”
    Nessuna rivoluzione senza un partito rivoluzionario e il Binet in “Contribution …) scriveva “in una parola sola, il razzismo esige l’unità di comando nella lotta sociale come unico modo di ottenere la vittoria, rimanendo sempre unico criterio l’interesse superiore del popolo e della razza. I capi, o meglio il capo del partito dovrà dunque, nello stesso tempo, avere piena coscienza della sua responsabilità e dei suoi doveri per non lasciarsi andare a una qualche preferenza d’ordine sentimentale per una qualche tendenza (interna al partito), ma dovrà sempre aver chiaro, nello stesso tempo, l’interesse del partito, quello del popolo e quello della razza.
    Naturalmente, tale capo sarà pur esso un uomo e perciò non potrà mai essere totalmente imparziale, ma se saprà circondarsi dei consiglieri adatti, potrà evitare molti errori. D’altra parte l’errore commesso rimarrà non eccessivamente grave nelle sue conseguenze se l’unità rigida dell’organizzazione potrà consentire di porvi riparo. L’unità e la disciplina sono i due poli viventi dell’organizzazione che permettono sempre di porre riparo a tutti gli errori, e spesso di utilizzare gli errori stessi per il maggior interesse del partito e del popolo.
    Ciò che assicurerà l’unità e la continuità del movimento vale a dire del socialismo riunificato sulla base dell’elemento razziale e popolare, sarà la sua attitudine a selezionare dei capi che siano capaci di veder lontano e profondamente l’interesse del popolo e della razza; la cui vita sia un modello per ogni razzista di quale possa e debba essere la vita di un militante. Ciò che assicurerà la durata dell’azione sarà l’attitudine, in ogni dato momento storico, ad assicurare risolvere qualsiasi problema e darvi una risposta che sia conforme al destino razziale del popolo. ……
    L’unità assoluta di comando e la rigida disciplina permetteranno in qualsiasi circostanza una continuità sicura e una vitalità senza smarrimenti per ogni organizzazione. La condizione per accettare codesta disciplina e codesta unità è solo la sottomissione volontaria allo scopo da raggiungere. Il nostro è tanto importante, grande ed elevato perché ogni razzista dedichi la sua vita a tale imperativo”.
    In “Theorie du Racisme”, il Binet formulò un piano di azione per i militanti razzisti dei paesi occidentali:
    “Sul piano biologico: leggi di protezione della razza e segregazione–ritorno degli allogeni ai loro paesi di origine–organizzazione sanitaria e protezione dei giovani, della madre e del bambino–protezione e garanzia del lavoro
    Sul piano economico: restituzione alla Nazione dei mezzi di produzione di cui è stata arbitrariamente privata –pianificazione della produzione e gestione dell’economia da parte di sindacati professionali–politica dell’habitat e dei salari concepita non come dei mezzi per solamente sostentare la forza lavoro, ma come mezzi per lo sviluppo di una razza sana e forte.
    Sul piano culturale: possibilità per tutti di accedere alla cultura senza distinzioni sociali. Studio diffuso a livello popolare delle conoscenze biologiche ed etnologiche che sono la base di una concezione scientifica della storia del mondo e del socialismo.
    Sul piano politico: organizzazione di un partito forte, avanguardia e stato maggiore della razza; per un regime forte mandatario della razza; creazione di una società socialista e razzista”
    Ritornando all’esperienza del Nouveau Prométhée scriveva ancora il Duprat (“Les Mouvements..” pag53) “Fu su il numero del giugno 1951 che comparve nel vocabolario del Binet il termine <progressista>…. Da quel momento egli si mise a predicare un < nazional progressismo> cercando nel contempo di prendere contati con alcuni gruppi di sinistra. Ben inteso, codesti contatti, che si sarebbero poi ripetuti …..e la cui tentazione non è scomparsa neppure oggi …, andranno a urtarsi a dei rifiuti da parte degli elementi di sinistra, ai quali il razzismo del Binet faceva rizzare i capelli. Il Nostro prese ben presto la sua tribuna del <Nouveau Prométhée>, che cessò di venire stampato, dopo il N.10 nell’agosto-settembre 1951- Malgrado una qualità redazionale certa, il foglio non aveva potuto superare una tiratura di 5.OOO esemplari, di cui circa 2OOO venivano venduti. Gli fu dunque impossibile, per mancanza di mezzi e di diffusione, di proseguire la sua azione. Il Binet dovette allora limitarsi al modesto foglio <Sentinelle> che sopravvisse fino al 1952, limitando la sua udienza a quegli elementi che avevano partecipato all’esperienza del Movimento Sociale Europeo”.
    Il che non vuol dire che il Binet desistesse dal suo attivismo, si hanno poche notizie sugli anni che seguirono, si sa che fu in contatto con il movimento Jeune Nation, ma non sarebbe riuscito a influire sull’ideologia di questo movimento di coraggiosi militanti, che, a dire del Duprat, sarebbe rimasta alquanto sommaria e incentrata solo sulla grandezza nazionale e la difesa di ciò che restava dell’impero coloniale.(12)
    Il Binet sarebbe stato, inoltre, animatore di un’altra iniziativa sulla quale non sono riuscito a trovare molta documentazione. il Mouvement National Progressiste, cito ancora dall’Algazy (pagg.211-e segg.) “Nation et Progrès (noto in seguito come Mouvement National Progressiste M.N.P. era un gruppo di intellettuali fascisteggianti che organizzavano delle giornate di studio …. Il principale animatore del Nation et Progrès fu Charles de Jonquières, che pubblicò i primi saggi razzisti del dopo guerra <Actes des Apôtres>… Nell’estate 1952 Nation et Progres pubblicò un resoconto di conferenze con il titolo <Peuple, Race et Nation>”
    Charles de Jonquières fu candidato alle elezioni parziali del 1952. Scriveva il Coston (“Partis ,Journaux et Hommes Politiques..”pag 540) ,,,: “I nazional progressisti chiedevano <Uno Stato nazionale, uno Stato popolare, uno Stato forte (che ) si leghi al suolo, al sangue, alle tradizioni> Essi respingevano <il cosmopolitismo, le naturalizzazioni veloci e la doppia cittadinanza> e chiedevano <una disciplina nazionale, che escluda l’egoismo distruttivo e l’egoismo dei clan>. Il loro appello elettorale terminava <Né Russi, né Americani, votate francese …”
    Non sono riuscito, purtroppo, a trovare documentazione sugli anni seguenti.
    Il 16 X 1957 il camerata Rene Binet periva in un incidente d’auto, anche in questo caso non mancarono le voci secondo le quali l’incidente era “opera” di gruppi rivali, voci che non ebbero mai conferma. Elementi a lui legati passarono soprattutto al Mouvement National Communautaire fondato agli inizi del 1959 su posizioni razziste ed antidemocratiche (Cfr F.Leoni “I Movimenti Neo-Fascisti in Europa” pagg75-76)
    Nella sua riunione del 1969 a Madrid il Nuovo Ordine Europeo creò un Institut Superieur des Sciences Psycosomatiques Biologiques et Raciales con sede a Montreal ( Canada) a cui fecero capo le Editions Celtiques che avrebbe riproposto, tra l’altro, anche le opere del Binet.
    Chi scrive ritiene che ci sia ancora da imparare anche dal Binet: dalla sua posizione ideologica, sfrondata da certe esagerazioni ed estremismi, si potrebbero trarre ancora elementi per la elaborazione di un “Fascismo dorico” imperiale, gerarchico, razziale e socialista.(non si vede come si potrebbe costituire una alternativa di civiltà non egualitaristica senza una certa “dose” di razzismo biologico) . Soprattutto potremmo imparare dall’esempio che ci ha dato di una vita dedicata completamente ad una causa che è anche la nostra.
    ALFONSO DE FILIPPI


    NOTE

    (1) Nota Secondo il Lebourg “Le Monde vu de la plus Extreme Droite”(pag.20)il Binet era stato condannato a 6 mesi nel 1947 per la sua militanza nelle Waffen SS. In seguito il Binet e 29 dei suoi seguaci vennero indagati per aver organizzato un meeting alla Mutualité nel 1948 in occasione del quale vennero accusati di complottare contro la sicurezza dello Stato e incitamento alla guerra civile. Sarebbero stati tutti ex militanti di formazioni collaborazioniste: 9 furono condannati per ricostituzione di movimenti proibiti e 3 tra cui lo stesso Binet per aver costituito dei depositi d’armi.
    (2) Il Bardeche ebbe a definire il Binet un “fascista di tipo puritano,che passava la vita a fondare partiti e a pubblicare fogli ciclostilati”(cit da ;F,Duprat “Les Mouvements d’Extreme Droite en France depuis 1944” pag.23.Di lui lo stesso Duprat scriveva (ibidem pag.23 )“…Binet era un militante coraggioso e devoto. Fino alla sua morte in un incidente d’auto nel 1957,si presentò sempre se non come il capo, almeno come l’animatore di piccoli gruppi fascisti”
    (3) Karl Heinz Priester (1913-1960) militò nella Gioventù Hitleriana, corrispondente di guerra e combattente venne gravemente ferito in combattimento. Nel dopo guerra militò in diversi gruppi nazionalisti e nel 1951 fondò un Deutsche Soziale Bewegung. Operando per un’alleanza dei movimenti nazionali europei partecipò alle conferenze di Roma (Ottobre 1950), ma il governo svedese non gli permise di partecipare a quella di Malmoe. In seguito collaborò col Binet ed ebbe anche a chiedere l’espulsione del Movimento Sociale Italiano dal Movimento Sociale Europeo a causa della disponibilità del partito italiano a collaborare con i sistemi democratici!Operò a lungo nei tentativi di unificare lo schieramento nazionale della Germania occidentale.
    Gaston Armand Amaudruz (nato il 21 XII 1920) collaborò, prima della seconda guerra mondiale,con il Colonnello Fonjallaz noto esponente fascista elvetico (capo della Federation Fasciste Suisse).Nel dopo guerra fece parte del Partito Popolare Svizzero di E.Wollenweider, fu uno dei primi a impegnarsi nella lotta revisionista. Distaccatosi dal Movimento Sociale Europeo fu uno dei fondatori del Nuovo Ordine Europeo N.O.E. di cui per anni organizzò le riunioni in vari paesi europei.
    (4) “La comparsa di una razza adultera in una nazione è il vero genocidio moderno e le democrazie lo favoriscono sistematicamente” M.Bardeche “Che cosa è il Fascismo? ”pag.130
    (5) Alla fondazione del Movimento Sociale Europeo aderirono varie organizzazioni francesi tra cui il gruppo “la Citadelle”di C:Luca,il Parti National Français di Jean Roy,il Front des Forces Françaises etc (Cfr,Duprat “Les Mouvements..”pag.50). Riguardo al N.O.E.,una sua dichiarazione del 1958 enunciava “La gerarchia tra le razze non può essere fondata che sul loro confronto e per ciò sul rispetto delle particolarità e delle tradizioni di ciascuna di esse….Spetta a noi 1) di affermare la nostra volontà di restituire alle loro proprie tradizioni le razze dei paesi colonizzati dall’Europa. 2) di sostituire all’attuale regime coloniale un regime di associazione nel rispetto delle tradizioni proprie di ciascuna razza, accompagnato da una severa segregazione razziale nell’interesse di ciascuno dei partecipanti.3) di reclamare e di realizzare il ritorno dei gruppi allogeni nei loro spazi tradizionali.”Ciò mentre altri si battevano ancora per la difesa di ciò che restava degli Imperi coloniali europei.(a partire dall’Algeria francese!) Citiamo dal discutibile “Fascism Today” di A del Boca e M. Giovana( pag.85) “Il primo atto di fede della nuova internazionale che vide la luce a Zurigo il 28 IX 1951 sottola presidenza del francese René Binet e dello svizzero Guy Amaudruz, fu decisamente razzista.<Noi proclamiamo> si può leggere nella “risoluzione” del primo congresso del NOE, <la necessità di un razzismo europeo che consegua questi obiettivi: a)i matrimoni fra europei e non europei debbono essere sottomessi a regolamento;b)misure mediche e scientifiche miglioreranno le qualità ereditarie dei nostri popoli>” E poco oltre “Richiamandosi, oltre che all’Europa di Hitler, ai miti del sangue, alle teorie di Nietzsche sul superuomo e a quelle del Bachofen sul contrasto tra le <civiltà telluriche> e quelle <olimpiche>, il Nuovo Ordine Europeo conosce un certo successo fra il 1955 e il 1961, specialmente fra i giovani neo-nazisti che sognano di Ordini, di Iniziazioni, di Aristocrazie e di civiltà Solari. In Italia, per questo motivo, vengono rispolverate le opere di Julius Evola:…”(ibidem pag.86) Come si sa al NOE si riallacciava anche il nostro Ordine Nuovo ed è assai spiacevole che esponenti di questo abbiano abbandonato le posizioni di allora vuoi per “sistemarsi” nell’ambiente democratico, vuoi per passare ad un vago nazional popolarismo per cui non varrebbe certo la pena di impegnarsi e lottare. Ricordo che ancor oggi il valoroso Amaudruz, nonostante la sua veneranda età, continua a pubblicare il bollettino “Courrier du Continent” (Case postale 5694-1002-Lausanne-Suisse)
    (6)L’Union del Nationaux Indépedants U.N.I.R. formata da seguaci, alquanto moderati, del Maresciallo Petain e capeggiata dall’Avvocato Isorni difensore del vincitore di Verdun, ottenne un qualche successo alle elezioni del giugno 1951 riuscendo ad avere alcuni eletti al parlamento.
    (7) Il dominio del “politicamente corretto”e di lobbies fautrici dell’imbastardimento finale dei popoli bianchi ha reso quasi impossibile le discussioni sulle differenze tra le razze umane, tuttavia, .ogni tanto sui può udire qualche voce non conforme. “Per la valutazione quantitativa dell’intelligenza si sono sviluppate tecniche statistiche altamente complesse che non hanno mancato di confermare che le razze dalla pelle scura- i negri in particolare sui quali esistono numerose rilevazioni statistiche- dimostrano una capacità intellettiva drasticamente inferiore non solo a quella degli europei, ma degli asiatici, degli indiani d’America, eccetera. Questi risultati appaiono tanto più significativi quando si ricordi che la maggior parte dei dati relativi ai negri sono stati ottenuti negli Stati Uniti, dove i negri sono in realtà dei mulatti. I risultati riguardanti i negri africani indicano un’intelligenza ancora minore che presso i negri americani; nell’Africa Meridionale in particolare dove la popolazione negra risulta meticciata con elementi capoidi (boscimani ed ottentotti) essi segnalano un’intelligenza di grado ancora inferiore.” Silvio Waldner “La Deformazione della Natura”AR, Padova, 1997, pag. 22). Sarebbe tempo di concentrasi su codesti argomenti, non ne abbiamo più per fare dell’accademia, bisogna dedicarsi a quegli argomenti che motivino il rimanere su posizioni che, per ora, appaiono sempre più senza speranza, questo è il nostro compito!
    (8)”L’unico <peccato> in cui crediamo e che non perdoneremo a nessuno è il peccato contro il sangue e la stirpe, il peccato di meticciato che fa di noi un mischmaschvolk” Carlo Terracciano “La Volontà e la Via. Perchè?” in “Orion” n. 2l-anno II n. 6 giugno 1986.)
    (9) “Dir sì o no al razzismo non è un divario intellettuale, non è cosa soggettiva e arbitraria. Dice sì al razzismo colui nel quale la razza ancor vive: si oppone invece a lui e cerca in ogni campo degli alibi che giustifichino la sua avversione e che discreditino il razzismo, colui che è stato interiormente vinto dall’anti- razza, colui nel quale le forze originarie sono state soffocate da detriti etnici, da processi di incrocio e di degenerazione ovvero dallo stile di una vita borghese fiacca e “intellettualoide” che ha perduto da generazioni ogni contatto con ciò che è veramente originario.”.Julius Evola “Indirizzi per una Educazione Razziale” AR,Padova,1979,pag.27
    (10) K.Schwiderzky, G. Heber e G. Kurth in<Antropologia> (Feltrinelli, Milano, 1966, pag. 62-63.) scrivevano riguardo alle “Società a stratificazione etnica.”: “La stratificazione è più facilmente riconoscibile dove coesistono popolazioni di razza diversa…..per grandi parti dell’Africa un individuo è di pelle tanto più chiara e si avvicina tanto più al tipo razziale europoide quanto più alto è lo strato sociale a cui appartiene…..,questo è il risultato della continua pressione demografica esercitata dalle popolazioni europoidi dell’ Africa Settentrionale, pressione che provocò una sovrapposizione di gruppi a carattere più marcatamente europoide a gruppi di caratteri prevalentemente negroidi. ….Probabilmente origine analoga hanno le differenze somatiche tra le varie caste in India, con statura relativamente alta, naso sottile e pelle chiara a favore delle caste superiori: qui conquistatori indoariani provenienti dal nord si sovrapposero ad una società indide- veddide probabilmente già stratificata. L’etnologia conosce numerosi casi di sovrapposizione a popolazioni contadine di popoli nomadi, che di norma sono più leptosomi e più intelligenti.”
    (11) Qui si può ricordare la conclusione di un noto libro scritto da un famoso uomo politico austro- tedesco “Uno Stato, che nell’epoca dell’avvelenamento delle razze, si prende cura dei migliori elementi della propria razza, deve diventare un giorno signore della Terra. Questo non devono mai dimenticare gli aderenti al nostro movimento, se la grandezza del sacrificio li inducesse a disperare del successo” (Adolf Hitler “Mein Kampf”AR, Padova, 2009, pag.387)
    (12) A proposito di J.N. si può citare da J P. Gautier “Les Extremes Droites en France”pag.38 “Jeune Nation è un movimento gerarchizzato di tipo fascista, a direzione collegiale. L’organizzazione si caratterizza per l’antidemocraticismo e l’antiparlamentarismo, il corporativismo, la difesa delle colonie, la denuncia dei partiti, il sostegno all’esercito…..l’antiamericanismo, l’anticomunismo, l’anticapitalismo, il razzismo, l’antisemitismo/antisionismo e le sue azioni violente. Il gruppo si dichiara per uno Stato totalitario di tipo fascista” In effetti “Gli obiettivi del movimento erano dichiarati chiaramente: la costituzione di uno Stato nazionale autoritario, popolare e gerarchizzato”.
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    Lebourg Nicolas e Beauregard Joseph”F.Duprat L’homme qui inventa le Front National”Denoel,Paris,2012
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    Rees Philip “Biographical Dictionary of the Extreme Right since 1890”Simon & Schuster,New York,1990
    Rossiello Antonio “Fascismo immenso e rosso:René Binet” Italia Sociale



    https://www.ereticamente.net/2012/04...ene-binet.html

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    Predefinito Re: Cosa è per voi la Destra?

    Citazione Originariamente Scritto da Giò Visualizza Messaggio
    Sì e no.
    Il fascismo è stato un fenomeno che, ponendosi in antitesi con la democrazia liberale, cercò di superare la dialettica e la dicotomia fra destra e sinistra, che era tipica dei sistemi parlamentari dell'epoca. Se dovessimo classificarlo, esso fu un fenomeno indubbiamente di destra, nella misura in cui intendiamo per "destra" quello schieramento che storicamente nacque dall'opposizione alla Rivoluzione francese e ai suoi principi. Non parliamo ovviamente di una destra moderata o liberale o meramente conservatrice, anche se in realtà all'interno del fascismo vi fu chi rivalutò in termini positivi la destra storica risorgimentale (mi riferisco a Giovanni Gentile), che era chiaramente liberal-conservatrice. Ad ogni modo, se per "destra" intendiamo uno schieramento politico in cui i valori spirituali e politici predominano su quelli materiali ed economici, il fascismo, persino nelle sue componenti più sociali o addirittura socialiste, va considerato di destra. Questo non toglie che il fascismo, pur di destra, ebbe una sua sinistra interna (una sorta di "sinistra della destra", si potrebbe dire), dal momento che al suo interno vi furono numerose persone che tentarono di portare avanti forti istanze di rinnovamento sociale e cercarono di promuovere ardite sperimentazioni in ambito socio-economico e teorizzazioni corporative estreme (molto discutibili, quando non addirittura sbagliate: ma questo è un discorso a latere). Non mancarono coloro che videro nel fascismo una specie di alternativa "nazionalista" ed "umana" al comunismo, ma sul medesimo piano rivoluzionario.
    Ottimo come sempre, Giò.
    Purtroppo oggi, in quest'epoca di rosso-brunismo, va molto di moda questionare un poco a vanvera su cosa è veramente di destra o veramente di sinistra, talvolta degradando verso l'imbecillismo semantico post-moderno, in cui si definisce come destra quello che è "cacca-pupù" per poi concludere "vedi? quello lì non era affatto cacca-pupù". E ovviamente viceversa.
    Sicuramente l'afflato spirituale, sia del fascismo italiano che del nazismo tedesco, pongono i due sistemi al di fuori del recinto della sinistra, che notoriamente ha sempre denunciato questa propulsione anti-materialistica come inganno reazionario volto al contenimento delle forze proletarie per impedire loro il raggiungimento di un maggior benessere economico. Perchè poi, sempre lì si va a parare: anche gli attivisti politici di sinistra più accaniti, che fanno della "lotta" la loro dimensione ultima, in ultima istanza combattono soltanto affinchè smartphone e netflix siano disponibili per tutti. Si perde decisamente molto di verve romantica. E soprattutto, il capitalismo ha dimostrato di poter distribuire smartphone e netflix con maggior efficacia. L'altra ragione per cui nazismo e fascismo si possono definire di destra è la stessa ragione per cui anche i liberali vengono considerati di destra: la disuguaglianza. Meglio ancora, la disuguaglianza equa. Certo, la DR ha sempre incentivato un discorso di disuguaglianza spirituale, mentre il liberalismo soltanto economico, però un vago e comune concetto di ordine gerarchico rimane, sebbene il secondo non sia nient'altro che il ribaltamento del primo.
    In ultima analisi, un sistema spirituale e gerarchico, come furono sia il nazionalsocialismo che il fascismo, non può proprio essere minimamente profilato come "sinistra", fossanche che non si caratterizzano per essere movimenti spiccatamente reazionari monarchico-cattolici. Talvolta i più stramboidi-socialisto-rivoluzionariodi tendono a raccontarsi che il fascismo (o il nazismo) in veritànon è di destra perchè non è come la restaurazione di inizio XIX. Baggianate, ovviamente.
    Dicono che viaggiare sviluppa l'intelligenza. Ma si dimentica sempre di dire che l'intelligenza bisogna averla già prima.-.G. K. Chesterton

 

 
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