
Originariamente Scritto da
Giò
In realtà, il nazionalsocialismo con la Gleichschaltung eliminò qualsiasi autonomia residua dei Länder, i cui governatori iniziarono a venire designati dal Ministero dell'Interno. I Gaue erano circoscrizioni amministrative guidate da funzionari di partito (i famosi Gauleiter). L'idea di un Terzo Reich nazionalsocialista "comprensivo" verso le autonomie locali è priva di qualsiasi fondamento storico. D'altronde, l'opposizione a qualsiasi forma di federalismo fu sin dal principio nei programmi del NSDAP, soprattutto per timore delle spinte separatiste di alcuni Länder (in particolar modo, la Baviera). Hitler ne parlò diffusamente anche nel "Mein Kampf". Quanto ad Hegel, non dimentichiamo che fu un riferimento culturale ufficiale del nazionalsocialismo più di quel che non si creda.
Il fascismo italiano nacque in un contesto del tutto diverso da quello del nazionalsocialismo tedesco. Il Secondo Reich era una federazione di Stati che avevano mantenuto, nel tempo, la loro autonomia e che avevano accettato di riconoscere nel Re di Prussia il loro Imperatore un po' con le buone (diplomazia) ed un po' con le cattive (guerre). La sconfitta nella prima guerra mondiale fece cessare il Secondo Reich e lasciò spazio alla Repubblica di Weimer che ereditò questa situazione articolata che però, in assenza del Kaiser, rischiava definitivamente di segnare la frantumazione della Germania. Fu in quell'occasione che ci fu un primo processo di centralizzazione, attutito solo dal fatto che la Repubblica di Weimar scelse per sé una struttura federale. Il Regno d'Italia, invece, era stato il frutto dell'espansionismo militare e territoriale piemontese e si era articolato sull'esempio francese: abortita l'idea di una confederazione degli Stati italiani e realizzatosi lo Stato unitario sotto la dinastia dei Savoia esautorando i vari sovrani locali, nella scelta tra un modello centralista ed uno federalista la scelta ricadde su quello centralista. Le "identità" degli Stati italiani pre-unitari erano morte ben prima della nascita del fascismo. Ciò che rimase furono le identità locali dei singoli comuni e delle diverse zone d'Italia, che per comodità possiamo chiamare "regioni" analogamente a quelle attuali. Riguardo all'atteggiamento del fascismo nei confronti delle autonomie locali, possiamo ricordare che nel '21 il programma del fascismo prevedeva il decentramento amministrativo (Mussolini stesso nel suo primo discorso parlamentare si dichiarò a favore), ma esprimeva forte contrarietà a qualsiasi forma di innovazione dello Stato in senso federalista o autonomista per timore di favorire, così facendo, spinte separatiste, soprattutto nei territori di confine. Una volta giunto al potere, il fascismo dovette fronteggiare il problema dei molti comuni governati ancora da giunte socialiste, di sinistra o comunque antifasciste. Dopo una serie di provvedimenti, per così dire, "intermedi", si arrivò alla soluzione di abolire completamente quello che fu chiamato l'elezionismo degli enti locali e passare ad un sistema nettamente differente, con la nomina regia dei podestà su proposta del Ministro dell'Interno. Nonostante ciò, i comuni e le province rimasero degli enti autarchici territoriali riconosciuti dallo Stato e non furono assorbiti né nelle strutture del partito né in quelle dello Stato, pur venendo maggiormente assoggettati all'autorità centrale di quest'ultimo.