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Discussione: Casanova... e la magia

  1. #11
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    Anche limitandoci solo agli aneddoti, presumibilmente abbelliti e rimaneggiati, riportati dalla sua testimonianza, Giacomo Casanova, si conferma in ultima analisi come una figura perfettamente inserita in quella galleria di personaggi settecenteschi a metà strada fra impostura e candore, scetticismo e credulità, modernità illuminata e ombroso vecchio mondo, razionalismo e magia, che vede fra i suoi esponenti più celebrati – almeno in questo ruolo – Saint-Germain e Cagliostro. Le apparenti antitesi emergono come complementarità effettive forse utili a tracciare una nuova mappa di quell’Illuminismo la cui immagine ci è probabilmente sempre stata tramandata in modo forzato e incompleto. Come i grandi anticipatori Giordano Bruno e Isaac Newton – se non ci limitiamo ad estrapolare le intuizioni più geniali di alcune loro opere ma li ricollochiamo globalmente nel loro contesto storico, tornano ad apparirci anche come maghi e alchimisti – così gli uomini del “secolo della ragione” finiscono per assomigliare complessivamente più al riluttante e reticente Casanova e ai suoi sodali ambigui che agli illuminati philosophes.

    A differenza di Cagliostro però Casanova sopravvive, dissimula e bara sempre sapientemente: pavoneggiandosi per la sue visite frequenti ed i suoi passati rapporti amichevoli con Voltaire e Rousseau; sminuendo e sdrammatizzando le sue pratiche irrazionali (meglio apparire un truffatore che un credulone); ostentando una quanto mai forzata fedeltà al cristianesimo e alla chiesa cattolica ma contemporaneamente, ancora nel 1797, inneggiando alla Rivoluzione francese (“Viva la Repubblica ! E’ impossibile che un corpo senza testa commetta pazzie”); e riesce a morire in età, per l’epoca, accettabilmente tarda - settantatrè anni - dopo essersi assicurato un impiego dignitoso come bibliotecario nel castello di Dux in Boemia per il conte di Waldstein, dove forse non felicemente ma almeno tranquillamente, può dedicarsi alla letteratura e alla matematica, sue passioni di sempre, e all’edificazione letteraria del suo mito. Valgano in chiusura le sue stesse considerazioni conclusive su se stesso, ad un tempo sincere e ingannevoli come sempre: “Vizio non è sinonimo di delitto, perché si può essere viziosi senza essere criminali. Tale sono stato io durante tutta la mia vita e anzi oso dire che sono stato spesso virtuoso proprio nel momento stesso in cui ero vizioso, perché se è vero che ogni vizio è necessariamente opposto alla virtù, è anche vero che esso non nuoce all’armonia universale. I miei vizi del resto sono sempre stati a mio carico, ad eccezione dei casi in cui mi sono servito delle arti della seduzione, ma la seduzione non è mai stata l’elemento caratterizzante della mia natura, dal momento che ho sempre sedotto senza sapere di farlo ed essendo a mia volta sedotto”.




    NOTE:

    (1) Tutte le citazioni sono tratte da Giacomo Casanova, Storia della mia vita, a cura di Piero Chiara e Federico Roncoroni, Mondadori, Milano 1983-84-89, vol. I-II-III.

    (2) Piero Chiara, prefazione a Giacomo Casanova, Lettere a un maggiordomo, Edizioni Studio Tesi, Trieste 1985, pag. XV

    (3) Piero Chiara, cit. , pag. IX.

    (4) Nella monumentale bibliografia casanoviana pochi sono gli studi dedicati espressamente a questo aspetto minore delle sue molteplici attività: una delle poche eccezioni – purtroppo ormai introvabile – è il testo tedesco di B. Marr, Casanova als Kabbalist del 1913

    (5) Sui rapporti fra Casanova e Saint-Germain esiste un capitolo: Une enigme historique: Casanova et Saint-Germain in Edoardo Maynial, Casanova et son temps, 1910

    (6) Cioè il Sefer ha-Zohar, il ”Libro dello splendore”, classico della Kabbala ebraica



    Walter Catalano – dal sito Airesis: l'Eresia della Scelta, la Scelta dell'Eresia

    Articolo riprodotto per gentile concessione dell'autore, che ringrazio...

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    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 28-11-11 alle 01:30

  2. #12
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    Predefinito Riferimento: Casanova... e la magia

    Ringrazio Silvia (e, naturalmente, Walter Catalano che ha autorizzato la riproduzione del suo articolo) per aver riproposto questo splendido thread... che illumina aspetti poco noti della personalità di Casanova, ancora oggi considerato un esponente significativo della temperie culturale settecentesca ma in termini riduttivi e densi di stereotipi che imprigionano una personalità poliedrica e complessa.

    Voglio dunque aggiungere la descrizione, con le parole usate dallo stesso Giacomo nelle "Memorie", del suo primo incontro con il "soprannaturale".

    I suoi ricordi cominciamo, infatti, dall'età di otto anni e quattro mesi. Fino ad allora, era stato afflitto da frequenti e copiose emorragie che, oltre a conferirgli un aspetto cagionevole, gli avevano impedito di applicarsi a qualsiasi attività e perfino di imparare a leggere; frattanto i medici erano solo riusciti a formulare le ipotesi più bizzarre e infauste, mentre i genitori si aspettavano tacitamente il peggio.

    Ma ecco che...


    Ippolito Caffi, Notturno veneziano - Immagine tratta dal sito Ippolito Caffi - mostracaffi.it

    "Ero in piedi nell'angolo di una stanza, curvo verso il muro, e mi sostenevo la testa tenendo gli occhi fissi sul sangue che, uscendomi copiosamente dal naso, finiva ruscellando a terra. Mia nonna Marzia, di cui ero il beniamino, venne verso di me, mi lavò il viso con acqua fredda e, all'insaputa di tutta la famiglia, mi fece salire con lei su una gondola, e mi portò a Murano. Si tratta di un'isola molto popolosa che dista una mezz'ora da Venezia.

    Discesi dalla gondola, entrammo in una casupola, in cui trovammo una vecchia seduta su un lettuccio, che aveva un gatto nero in braccio e altri cinque o sei intorno a sé. Era una strega. Le due vecchie tennero fra di loro un lungo discorso di cui io dovevo essere il soggetto. Alla fine del loro dialogo in friulano la fattucchiera, dopo aver ricevuto un ducato d'argento da mia nonna, aprì una cassa, mi prese fra le braccia, mi ci mise dentro e mi ci chiuse, dicendomi di non avere paura. Era giusto il modo per farmela venire, se fossi stato almeno un poco cosciente; ma ero inebetito. Me ne stavo tranquillo, tenendo il fazzoletto sul naso perché sanguinava, del tutto indifferente al chiasso che sentivo giungere da fuori. Sentivo ora ridere, ora piangere, gridare, cantare, e battere sulla cassa. Tutto ciò mi riusciva indifferente. Finalmente mi tirarono fuori e il sangue ristagnò. Quella strana donna, dopo avermi fatto cento carezze, mi spoglia, mi mette sul letto, brucia degli aromi, ne raccoglie il fumo in un panno, mi ci avvolge, recita degli scongiuri, poi mi libera dal panno e mi dà da mangiare cinque confetti dal sapore molto gradevole. Subito dopo mi strofina le tempie e la nuca con un unguento che esalava un odore soave, e mi riveste. Mi dice che la mia emorragia sarebbe andata scemando, purché non facessi cenno ad alcuno di ciò che aveva fatto per guarirmi; anzi mi minaccia la perdita di tutto il mio sangue e la morte, se osassi rivelare a qualcuno i suoi misteriosi segreti. Dopo avermi così imbonito, mi annuncia che un'incantevole dama sarebbe venuta a farmi una visita la notte seguente; da lei dipendeva la mia fortuna, se fossi stato capace di non dire ad alcuno di aver ricevuto quella visita. Quindi ce ne andammo per far ritorno a casa.

    Appena a letto mi addormentai, senza neppure ricordarmi della bella visita che dovevo ricevere; ma, risvegliatomi qualche ora dopo, vidi, o credetti di vedere, scendere dal camino una donna meravigliosa con una grande crinolina, splendidamente abbigliata, con una corona sulla testa tutta costellata di pietre preziose che mi sembrava scintillassero come faville di fuoco. Essa avanzò a passi lenti, con aria maestosa e dolce, e si sedette sul mio letto. Trasse di tasca delle scatolette e le svuotò sul mio capo mormorando alcune parole. Dopo avermi tenuto un lungo discorso, di cui non capii niente, e dopo avermi baciato, se ne andò per dove era venuta; e io mi riaddormentai.

    Il giorno dopo la nonna, appena si avvicinò al mio letto per vestirmi, mi impose assoluto silenzio. Mi disse che sarei morto se avessi osato raccontare quello che mi era successo durante la notte. Quella sentenza buttata là dall'unica donna che aveva su di me un ascendente assoluto e che mi aveva abituato a obbedire ciecamente ai suoi ordini, fu certamente la causa per cui ho conservato memoria della visione, che ho sigillato e riposto nel più segreto recesso della mia nascente memoria. D'altronde non ero affatto tentato di raccontare quel fatto a qualcuno. Non sapevo né se poteva essere interessante, né a chi raccontarlo. La mia malattia mi rendeva malinconico, e per niente divertente; tutti mi compativano e mi lasciavano in pace; pensavano che la mia esistenza sarebbe stata breve. Mio padre e mia madre non mi parlavano mai.

    Dopo il viaggio a Murano e la visita notturna della fata, continuavo a perdere sangue, ma sempre meno, e intanto, a poco a poco, la memoria mi si sviluppava; in meno di un mese imparai a leggere. Sarebbe ridicolo attribuire la mia guarigione a quei due strani fatti, ma sarebbe altrettanto sbagliato dire che essi non poterono contribuirvi affatto. Quanto all'apparizione della bella regina, l'ho sempre ritenuta un sogno, a meno che non mi abbiano imbastito apposta quella mascherata; vero è che i rimedi ai mali più gravi non sempre si trovano in farmacia. Ogni giorno qualche fenomeno ci dimostra la nostra ignoranza. Per questo credo che non ci sia niente di più raro di un sapiente che abbia la mente del tutto sgombra da superstizione. Nel mondo non sono mai esistiti maghi; però è sempre esistito il loro potere, grazie a quelli che essi hanno saputo convincere di essere tali.

    Somnio, nocturnos, lemures, portentaque Thessala rides.

    Spesso si avverano realmente cose che prima esistevano solo nell'immaginazione, e di conseguenza molti fenomeno attribuiti alla fede non possono essere sempre miracolosi. Però lo sono per quelli che attribuiscono alla fede un potere senza limiti".
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  3. #13
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    Citazione Originariamente Scritto da Tomás de Torquemada Visualizza Messaggio
    Ringrazio Silvia (e, naturalmente, Walter Catalano che ha autorizzato la riproduzione del suo articolo) per aver riproposto questo splendido thread... che illumina aspetti poco noti della personalità di Casanova, ancora oggi considerato un esponente significativo della temperie culturale settecentesca ma in termini riduttivi e densi di stereotipi che imprigionano una personalità poliedrica e complessa.
    Sì, sono d’accordo. E' davvero un'immagine riduttiva quella che comunemente si ha di Casanova. Il mito erotico ha avvolto il personaggio come una seconda pelle e ha messo in secondo piano l'intellettuale raffinato, oscurandone in parte la personalità eclettica e complessa e l'interesse per i culti esoterici e cabalistici.

    A proposito dell'episodio che hai trascritto, inserisco l'incipit del saggio di Angelo Mainardi, ll demone di Casanova (Tre Editori).





    L’INIZIAZIONE

    Una strega è all'origine della memoria di Giacomo Casanova. È la vecchia dell'isola di Murano presso la quale la nonna materna Marzia lo condusse, a otto anni, per guarirlo dalle sue emorragie nasali. Per Giacomo è il primo ricordo in assoluto. Fino a quel giorno la sua coscienza dormiva: cancellava ogni fatto, non aveva nozione di nulla. Poi d'improvviso, col trauma della cerimonia magica, il risveglio della mente. Il grande avventuriero, che diventerà il più acuto testimone del costume del secolo, riandrà sempre col pensiero a questo episodio come a un inizio. Il bambino che si appoggia alla parete della stanza tenendo gli occhi fissi sul sangue che perde copiosamente; la nonna che gli lava la faccia con acqua fredda; la gondola che scivola silenziosa sulla laguna verso un luogo ignoto in un'afosa giornata di agosto.

    Negli anni più felici e agitati della sua gioventù ripercorrerà tante volte lo stesso tragitto per amore della religiosa di un convento dell'isola, una notte facendosi sorprendere dalla tempesta a cui scamperà per la sua prontezza di spirito. Ma ora ha la testa confusa, non immagina nulla, non sa comunicare. Nessuno si spiega questo silenzio ostinato, né la sua malattia. Dal rito misterioso nel tugurio della megera Giacomo riporta una profonda impressione. Data da questo momento quella straordinaria capacità di registrazione degli eventi che si rivelerà prodigiosa nel memorialista. Fino allora era il buio. Nessuna traccia si era incisa nella mente infantile lungo tutto il periodo che precede la strana gita dell'estate 1733. Casanova stesso pone qui il suo atto di nascita.

    Quando dopo un'esistenza gremita di fatti e di personaggi scriverà nella solitudine di un castello della Boemia l’Histoire de ma vie, confessione impietosa e viva rappresentazione di un'epoca, il grande libertino ne parlerà ancora con una sorta di sacro stupore. E in effetti è un'iniziazione quella che si compie nella misera catapecchia della sorcière; una cerimonia di "pasaggio", da una prima infanzia di cui ha dimenticato o annientato tutto, a un'adolescenza anticipata della quale stupiranno la rapidità di apprendimento e la precocità delle esperienze.

    Il bambino subisce il rito passivamente, rinchiuso in una cassa dove gli giunge l'eco delle formule magiche, o piuttosto delle grida isteriche dell'officiante, alle quali segue l'intimazione a non rivelare a nessuno il segreto, pena la morte. Nella notte successiva, a un risveglio vede una donna maestosa che si siede sul suo letto e gli parla a lungo. L'apparizione gli era stata preannunciata dalla strega, e tanti anni dopo ancora resterà in lui il dubbio se la visita della "bella regina" fosse realtà oppure un sogno. Al mattino riceve dalla nonna una nuova minaccia di morte se riferirà l'accaduto. "Questa sentenza pronunciata dalla sola donna che aveva su di me un ascendente assoluto, e che mi aveva abituato a obbedire ciecamente ai suoi ordini, fu la causa per la quale mi sono ricordato della visione e, apponendovi il sigillo, l'ho conservata nel più segreto angolo della mia nascente memoria". Da quel momento ogni gesto, ogni avvenimento, ogni persona prendono un rilievo eccezionale ai suoi occhi dopo l'ostinata cecità dei primi anni.

    Le due "stravaganze" contribuiscono a guarirlo, o almeno a diminuire le flussioni, come la strega aveva saggiamente previsto. Superstizione? Certo. "Ma i rimedi alle più grandi malattie spesso non si trovano in farmacia. Ogni giorno qualche fenomeno ci dimostra la nostra ignoranza. Credo che sia per questo che nulla è più raro diun sapiente il quale abbia uno spirito interamente esente da superstizione", ammette Casanova. Se le streghe non ci sono mai state al mondo, il loro potere è però sempre esistito per chi vi crede.

  4. #14
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    Predefinito Rif: Casanova... e la magia

    A proposito di suggestioni magiche, letterarie e musicali... ho sempre apprezzato i Rondò Veneziano e, in particolare, questo album...

    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 18-01-13 alle 18:10
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  5. #15
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    Predefinito Rif: Casanova... e la magia

    All’ora convenuta Marcolina, tenuta fino ad allora nascosta nell’armadio della camera di Casanova, fa il suo fantomatico ingresso come Ondina nella sala del rito: consegna un foglio bianco alla marchesa che capisce di dover consultare l’oracolo. Casanova traccia la piramide di numeri e la marchesa la interpreta: “Quel che è scritto nell’acqua non può esser letto che nell’acqua”. Immerge il foglio nella vasca da bagno e legge “in caratteri più bianchi della carta: ‘Sono muto ma non sordo. Esco dal Rodano per farle il bagno. L’ora di Oromasis è giunta’”. Oromasis, il re delle salamandre, sarebbe stato il testimone dell’unione fra il mago e la sua discepola che, fecondata dal Verbo del Sole, avrebbe partorito un’altra se stessa mutata di sesso e sarebbe poi morta...

    Il racconto del rito magico mediante il quale Casanova (con la collaborazione di Marcolina travestita da spirito acquatico) ingraviderebbe la settantenne Marchesa d’Urfé, si basa su un libro di Montfaucon de Villars, molto noto della tradizione rosacruciana: Le Comte de Gabalis, ou entretiens sur les sciences secrètes (1670). Qui sono descritti i rituali astrologico-magici che Giacomo mette in opera. Lo stesso nome scelto da Casanova per il suo spirito cabalistico (Paralis) è probabilmente una sintesi di Paracelso (l'alchimista preferito dalla Marchesa) e Gabalis (Rosacruciano immaginario). Nel racconto della Vita sembra che Giacomo si serva di questi testi non perchè ci creda, ma solo come strumenti per ingannare la marchesa (e farsi regalare i suoi gioielli). Come sappiamo, Casanova non ha rispetto per gli stupidi e i superstiziosi, ma li considera vittime predestinate. Ma quello che colpisce veramente nella scenografia del rito alchemico-magico è la grande abilità di Casanova come regista teatrale della messa in scena.


  6. #16
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    Predefinito Rif: Casanova... e la magia

    La biblioteca di scienze occulte della marchesa d'Urfé era celebre. Cominciata nel secolo XVI dal barone Claude d'Urfé e ingrandita da Renée di Savoia, conteneva testi rari acquistati a caro prezzo. Casanova elenca, oltre le opere di Paracelso predilette dall'eccentrica aristocratica, un manoscritto di Raimondo Lullo, mistico del Duecento, a commento degli scritti alchemici di Arnould de Villeneuve, e fa ancora i nomi dell'arabo Geber o Gabir ibn Haijan, autorità suprema per l'alchimia nel Medio Evo, e del filosofo inglese Ruggero Bacone. Ma l'avventuriero restò stupito soprattutto dal laboratorio della marchesa, dove un ingegnoso meccanismo teneva acceso da quindici anni il fuoco per la «polvere di proiezione», a cui si attribuiva il potere di compiere la trasmutazione dei metalli in oro. Allo stesso scopo era destinato un barile di «platino del Pinto» importato nel 1743, appena due anni dopo che era stato scoperto in Giamaica da Charles Wood, citato in questo punto delle Memorie. Il che dimostra come la d'Urfé fosse all'avanguardia nelle ricerche esoteriche. Fu lei a voler conoscere nel 1757 Casanova per la fama di cabalista che si era acquistato durante il suo primo soggiorno parigino facendo l'oroscopo alla duchessa di Chartres. Il memorialista la descrive «imbevuta di tutte le sublimi dottrine che riguardavano una scienza alla quale mi interessavo molto, sebbene la ritenessi chimerica». […]

    I due si studiano reciprocamente, ma presto l'avventuriero prende il sopravvento. Quando illustra la connessione tra astrologia e operazioni magiche, la d'Urfé deve dichiarare la propria ignoranza. Poco dopo si mostrerà sorpresa della competenza di lui nella teoria delle ore planetarie, secondo cui ogni ora, designata con un nome cabalistico, è governata dagli «angeli» del giorno e dai pianeti a cui questi presiedono. […] Ciò che conquista definitivamente la fiducia della marchesa poche settimane dopo il primo incontro è che Casanova, non solo riesca a leggere un manoscritto cifrato, ma anche ad estrarne la chiave, che è una parola inesistente. Egli non rivela il calcolo crittografico che ha eseguito per ottenere la chiave, ma dice di averla appresa dal proprio Genio. La d'Urfé si convince allora dei suoi poteri occulti. […]


    Scena dal film Casanova di Fellini (1976)


    Un oroscopo eseguito col metodo della piramide completa, infine la fascinazione. «La lasciai portando con me la sua anima, il suo cuore, il suo spirito e tutto quanto le restava di buon senso». Comincia così la lunga impostura che durerà quasi sette anni, sebbene questo termine non rappresenti adeguatamente la relazione speciale che unì l'anziana dama al seduttore, relazione fatta di protezione, confidenza, affetto, tanto che i biografi hanno sospettato ch'egli ne sia stato l'amante. Un'allusione sfuggita alla penna del memorialista circa «altre volte» in cui sarebbe stato in intimo rapporto con lei, mentre racconta l'accoppiamento messo in scena per il rito magico, ne fornirebbe la prova. Presto la marchesa si persuade che Casanova, oltre al possesso della pietra filosofale, abbia la facoltà di comunicare con gli spiriti che, secondo la Cabala, presiedono ai quattro elementi: gli gnomi per la terra, le ondine per l'acqua, le silfidi per l'aria, le salamandre per il fuoco. Convinta che questo privilegio sia riservato ai soli maschi, concepisce il progetto di sottoporsi all'operazione di "rigenerazione", al trasferimento cioè della sua anima nel corpo di un bambino di sesso maschile, nato dall'accoppiamento "filosofico" di un immortale con una mortale o di un mortale con una femmina di natura divina.

    Casanova insiste sulla credulità della d'Urfé, «questa povera donna invaghita della più falsa e chimerica di tutte le dottrine». Tuttavia, quanto alla propria impostura oscilla tra ragioni diverse.«Traevo partito dalla follia di una donna che, se non fosse stata ingannata da me, avrebbe voluto esserlo da un altro», si giustifica in un punto; ma altrove il giudizio è più severo: «Ho abusato del mio potere. Ogni volta che me ne ricordo, mi sento afflitto e pieno di vergogna, e ne faccio penitenza ora nell'obbligo in cui mi sono messo di dire la verità scrivendo le mie Memorie».


    Da: Angelo Mainardi, Il demone di Casanova, Tre Editori, Roma 1998 (pag. 133 e seguenti)

  7. #17
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    Predefinito Rif: Casanova... e la magia

    Coltissimo, ironico, viaggiatore: una mostra a Parigi presenta il vero ritratto di Giacomo Casanova. Molto lontano dalla caricatura dell'edonista erotomane...





    Stenio Solinas

    IL SEDUTTORE IN FUGA DAI LUOGHI COMUNI


    Costruita intorno al manoscritto originale dell'Histoire de ma vie acquistato lo scorso anno dalla Bibliothèque Nationale de France (oltre tremila pagine sopravvissute miracolosamente a due secoli e passa di convulsioni della storia), la mostra «Casanova. La passion de la liberté» (BNF-Site Mitterrand, sino al 19 febbraio) è una festa per gli occhi e una gioia per il cuore. Ci sono i Canaletto, i Guardi, i Longhi e i Tiepolo, le «carceri» di Piranesi, i ritratti di Mengs e le cortigiane di Boucher, gli oggetti di viaggio di un instancabile viaggiatore, abiti, valige, pistole, tabacchiere, gioielli, e gli oggetti per la cura del corpo di un instancabile seduttore, ferri per i capelli, unguenti, pomate, piccola farmacia... Ci sono le carte da gioco e i giochi da tavola, gli oggetti d'arte, arte culinaria compresa, e i tessuti di lusso, di un Settecento allegro e licenzioso, le lettere d'accredito, di raccomandazione e di denuncia, le epistole sentimentali e quelle filosofiche, di un Settecento elitario e crudele. L'insieme è sontuoso, ma non perde mai di vista il soggetto intorno a cui tutto ruota: l'uomo a cui una sola vita non basta, Casanova, appunto.



    Pietro Longhi, Il Ridotto (1740 ca.)
    Accademia di Carrara



    Per gli italiani il rapporto con Casanova è stato a lungo conflittuale. Ci divertiva e un po' ci inorgogliva l'elemento erotico, ma il suo libertinismo amorale strideva in un Paese dove la Chiesa è stata potere temporale e la morale cattolica un codice infranto quanto sbandierato. Chi provò a farne una bandiera libertaria se la vide contestare dal movimento femminista che, non avendo mai letto le sue memorie, lo riteneva un volgare stallone da monta. Federico Fellini, che sessualmente parlando era un provinciale, le tette grosse, la masturbazione, il buco della serratura e quelle cose lì, non si distaccò da quella vulgata e nel suo Casanova cinematografico disegnò il ritratto di quello che definì «uno stronzone fascista»...

    Solo con molta fatica si è cominciata ad accettare l'idea che Casanova sia stato non solo un gigante del suo tempo, dove esercitò un ruolo per nulla marginale, e un grandissimo scrittore, ma altresì una sorta di italiano ante-litteram, colto, ironico, viaggiatore, curioso, vitalista, di cui l'Ottocento delle rivendicazioni nazionali, in cui l'Italia trovò la sua realizzazione statuale, smarrì l'anima che l'aveva reso possibile. Così il termine «avventuriero», il più giusto per definirlo, assunse un moralistico sapore di condanna, il sostantivo che nacque dal suo nome si colorò di una tinta pruriginosa, la straordinaria vita vissuta fu relegata a invenzione, megalomania senza riscontro. Fu un peccato perché, come tipo umano, Giacomo Casanova veneziano avrebbe potuto servire da modello e invece ce ne arrivò solo la sua caricatura. In linea con la migliore revisione storica novecentesca, la mostra ci consegna invece l'immagine di chi, come ha scritto il suo più recente biografo inglese, Ian Kelly, «fu un orgoglioso intellettuale plurilingue, impegnato in molteplici carriere, che accumulò e dissipò patrimoni, fondò una lotteria di Stato, aiutò a introdurre l'oratorio nella musica francese, fu un gourmet e un abile cabalista». Come riassumerà il conte Lanberg: «Conosco poche persone che possano eguagliarlo per cultura, intelligenza, immaginazione». Insomma, l'aggettivo accrescitivo della sprezzante definizione felliniana merita di ricadere implacabile sulla testa di chi lo pronunciò.

    Figlio di attori e figlio naturale di un nobile, Casanova cercò per tutta la vita di ritagliarsi un ruolo in una società quale quella veneziana, dai ranghi gerarchici ben definiti ed entro i quali per lui non c'era posto. Chiusa nella sua decadenza, la Serenissima combattè contro di lui una guerra di retroguardia: l'eliminazione di un corpo estraneo e non la sua intelligente assimilazione. Lo imprigionò, lo costrinse alla fuga e all'esilio, ma non riuscì a domarlo né si rese conto che così facendo intanto perdeva se stessa. Repubblica illustre, scomparirà senza nemmeno abbozzare un gesto di difesa di fronte a un giovane generale, Napoleone, che le detta le condizioni di resa usando un tamburo militare come scrivania. Il cavaliere di Seingalt nasce così, motu proprio di chi si crea da solo i propri titoli di nobiltà. All'imperatore di Prussia Giuseppe II che gli dirà di disprezzare chi dà importanza ai titoli, risponderà sferzante: «E allora, che cosa dovremmo pensare di quelli che i titoli li vendono?».
    Nato in una città di maschere e in maschera, dove niente è certo e ogni cosa sembra permessa, dove i codici delle relazioni umane vengono alterati nel loro ingessarsi e/o inventarsi, Casanova visse in fondo secondo questo spirito, il travestimento e la recita come una seconda natura. È anche per questo che la capitale francese che oggi lo celebra fu il suo luogo deputato, perché «a dispetto del suo scetticismo, Parigi è e sarà sempre una città dove gli impostori avranno successo, una caratteristica che deriva dalla suprema influenza della moda».

    La sua modernità, come uomo e come scrittore, è duplice. Rispetto ai viaggiatori coevi e eurocentrici del Grand Tour si distacca non solo geograficamente, ma anche emotivamente: viaggia con nobili e poveracci, è derubato e fa «l'autostop», lo guida un'idea di esperienza e di conquista, una sorta di insoddisfazione spirituale a rimanere a lungo nello stesso posto. Rispetto ai seduttori o agli ossessi del sesso della sua epoca o di poco posteriori, i De Sade, i Byron, la sua sensualità fa tutt'uno con il resto della sua odissea intellettuale, geografica e professionale, ed è il primo a trattarla in quest'ottica.
    Nelle due camere che furono la sua ultima dimora nell'estremo nord fra Repubblica ceca e Germania, un'iscrizione in italiano sotto l'edizione del 1787 della Histoire de ma fuite de prison de la République de Venise qu'on appelle Les Plombes recita: «Marmo che in San Samuele a Venezia sostenesti i passi di Casanova vivente, testimonia oggi a Dux che per quelli che lo amano Giacomo non è mai morto». Epitaffio felice per chi aveva scritto: «Per l'uomo pensante, niente è più caro della vita, e però il più voluttuoso è colui che esercita al meglio la difficilissima arte di farla scorrere veloce. Non perché sia più breve, ma perché il piacere ne renda insensibile il corso».


    Ultima modifica di Silvia; 27-11-11 alle 17:47

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    Predefinito Re: Rif: Casanova... e la magia

    Cagliostro e Casanova

    Nel 1769, Giacomo Casanova (Venezia, 1725-Boemia, 1798) incontra per la prima volta Cagliostro e la moglie Lorenza ad Aix-en-Provence, mentre è ancora convalescente a causa di una terribile pleurite. Di ritorno da un faticoso pellegrinaggio a San Giacomo di Compostela in Galizia, dove erano giunti viaggiando sempre a piedi e vivendo di elemosina, i coniugi Balsamo (con questo nome, infatti, Casanova li conobbe), si erano fermati in quella città per rifocillarsi e riprendere il cammino verso Torino, dove avrebbero fatto visita al Santo Sudario. L'incontro è narrato nel capitolo CXXX della Storia della mia vita, redatta negli anni 1789-1790 quasi come passatempo terapeutico dopo una grave malattia e divenuta, insieme alle Memorie, uno degli scritti più interessanti per l'attendibile contenuto autobiografico e per la dilettevole vena polemica e satirica: "Un giorno a tavola il discorso cadde sopra un pellegrino ed una pellegrina che erano giunti da poco. Essi erano Italiani e venivano a piedi da San Giacomo di Compostela, in Galizia; e dovevano essere persone di alto rango perché arrivando in città avevano distribuito abbondanti elemosine. Si diceva che la pellegrina doveva essere molto bella, di circa diciotto anni, e che, molto stanca, appena arrivata, era andata a dormire. Il pellegrino e la pellegrina abitavano lo stesso albergo; il che rese tutti molto curiosi. Nella mia qualità di italiano dovetti mettermi alla testa della brigata per andare a fare una visita a quei due personaggi che dovevano essere due fanatici o due bricconi. Trovammo la pellegrina sprofondata in una poltrona con l'aria di una persona affranta dalla fatica. Ella era singolarmente interessante per la giovane età che dimostrava, per la sua rara bellezza velata da una espressione di strana malinconia, e per un crocifisso di metallo giallo, lungo sei pollici, che teneva tra le mani. Al nostro apparire ella posò il crocefisso e si alzò in piedi per farci una graziosa accoglienza. Il pellegrino, occupato ad attaccare delle conchiglie al suo mantello di tela cerata, non si mosse. Posando gli sguardi sulla sua donna, parve volerci dire che non dovevamo occuparci che di lei. Dimostrava ventiquattro o venticinque anni. Era basso, ma ben fatto: sulla faccia, quasi spettrale, aveva i tratti dell'arditezza, della sfrontatezza, del sarcasmo e della bricconeria. Il volto della sua donna, al contrario, rivelava la nobiltà, la modestia, l'ingenuità, la dolcezza, e quel pudore timido che dà tanta grazia alle giovani donne. Quei due esseri, che non parlavano francese se non per quanto era loro indispensabile per farsi capire, respirarono quando rivolsi la parola in italiano. La pellegrina, quantunque non ce ne fosse bisogno perché la sua bella parlata lo rivelava a sufficienza, mi disse che era romana. Il suo compagno mi parve napoletano o siciliano. Il suo passaporto, datato da Roma, lo qualificava col nome di Balsamo. Ella si chiamava Serafina Feliciani, nome che non cambiò mai; mentre il suo compagno lo ritroveremo dopo dieci anni sotto quello di Cagliostro. ... L'indomani il marito di costei venne a chiedermi se volevo salire a colazione con loro e se preferivo che essi scendessero da me. Sarebbe stato scortese rispondergli: né una cosa né l'altra. Gli dissi che mi avrebbero fatto piacere se fossero discesi. Durante la colazione trovai modo di chiedere al pellegrino quale era la sua professione, ed egli mi rispose che era disegnatore a penna, specializzato nel chiaroscuro. La sua arte consisteva nel copiare delle stampe, non nel farne; ma mi assicurò che vi eccelleva, e che era in grado di copiare una stampa in modo da rendere impossibile distinguere la copia dall'originale. ... Mi fece vedere una copia di Rembrandt, più bella, se possibile dell'originale. Malgrado ciò mi assicurò che il suo mestiere non gli rendeva tanto da vivere; ma io non gli credetti. Egli mi faceva l'impressione di uno di quegli uomini di talento poltroni che preferiscono il vagabondaggio alla vita laboriosa".


    Venezia, I Piombi
    Immagine tratta dal sito http://www.viaggiaresempre.it/

    Nel giugno del 1778, Casanova incontrò nuovamente l'avventuriero, giunto a Venezia con la bellissima moglie e l'altisonante nome di conte di Cagliostro. I veneziani, ardenti di curiosità per l'uomo che più di ogni altro era riuscito a conciliare i rudimenti della medicina e della farmacopea con principi alchemici, teorie che affondavano le radici nella cabala ebraica e negli antichi cerimoniali egiziani, rimasero affascinati dal suo carisma e contribuirono ad incrementarne fama e fortuna, aprendogli i salotti più alla moda e più chiacchierati di quegli anni. D'altra parte, lo stesso Cagliostro era riuscito a fomentare l'alone di mistero che lo circondava facendo abilmente credere di provenire da paesi lontani e narrando di viaggi attraverso l'Europa settentrionale, dall'Aia a Berlino, dalla Curlandia a Pietroburgo. Nel 1755, Giacomo Casanova aveva conosciuto il rigore dell'Inquisizione veneziana a causa del suo modus vivendi, considerato libertino ed epicureo. Fu accusato di praticare arti magiche, gioco d'azzardo, truffa e di essere legato alla massoneria e ai Rosa Croce. L'attività di scrittore satirico venne giudicata sconveniente, tendente alla miscredenza, all'irreligiosità e causa della corruzione morale e intellettuale di alcuni partizi. Ne conseguì l'arresto e la reclusione nei Piombi, le terribili carceri veneziane che prendevano il nome dalle lastre di piombo che ne ricoprivano il tetto. Da quel luogo di indicibili sofferenze il Casanova riuscì a fuggire dopo quindici mesi, come egli stesso racconta nella Storia della mia fuga. Solo dopo diciotto anni, nel 1774, ottenne la grazia e il permesso di ritornare a Venezia: quando incontrò per la seconda volta l'avventuriero palermitano, il ricordo dei tormenti della prigionia e dei metodi inquisitori era ancora fervido. Ammaliato dalle grazie della bella Serafina, si prestò a fare da guida alla città di Venezia, avendo espresso i coniugi il desiderio di visitarla. In quell'occasione Casanova sentì parlare Cagliostro in modo irriverente e contrario ai principi religiosi: inutilmente mise in guardia il suo ospite dal pericolo di un'inchiesta dell''Inquisizione e gli consigliò di non recarsi a Roma. Al culmine della notorietà e dell'ascesa sociale, Cagliostro non darà peso ai preziosi avvertimenti; i timori di Casanova prenderanno corpo dieci anni più tardi e diventeranno una terribile realtà con la reclusione a vita nella fortezza di San Leo.

    http://www.stidy.com/ - Cagliostro Casanova
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 18-01-13 alle 18:11
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    Predefinito Re: Casanova... e la magia

    Non c'è dubbio che Casanova abbia giudicato superstiziose le pratiche magiche a cui si lasciò andare per ambizione e per guadagno. Esse gli fruttarono cifre cospicue, che un nipote della marchesa nel 1767 faceva ammontare (come riferisce lo stesso memorialista) almeno a un milione di livres. Resta comunque il grande interesse dichiarato per le «sublimi dottrine» esoteriche allo studio delle quali si dedicò fin dalla prima giovinezza. Lo dimostrano la sua familiarità con i testi di queste dottrine, l'abilità nei procedimenti della cabala, la conoscenza delle formule astrologiche, e quella competenza nella crittografia che gli esperti definiscono stupefacente facendo notare come egli abbia anticipato di un secolo alcune scoperte in materia di scritture segrete (ad esempio il metodo di decifrazione matematica delle cosiddette «cifre polialfabetiche»). La sua formazione risale a un'epoca della sua vita in cui egli non pensava di utilizzare nella pratica queste nozioni. Del resto le occasioni di trarne profitto sono legate perlopiù a circostanze impreviste. A differenza di un Cagliostro o di un conte di Saint-Germain, l'avventuriero veneziano non aveva fatto conto sull'occultismo nei suoi vagabondaggi in Europa; se ne ricavò cospicui guadagni, era su altre fonti che puntava: sulle missioni per conto dei governi e della Massoneria, sulle imprese finanziarie, sul gioco; e l'immagine di sé a cui aspirava non era quella del mago, se a Parigi convinse la d'Urfé della necessità di restare nell'incognito col motivo pretestuoso di evitare un arresto. Voleva essere conosciuto come libertino, uomo di lettere, consigliere di sovrani, esperto di finanza. Quando si trovò nella condizione di cercarsi un impiego, si rivolse a ministri, principi, re, offrendo i suoi servigi politici o le sue competenze scientifiche. Non vendette mai in giro prodotti alchemici, come l’acqua della gioventù o i falsi diamanti fabbricati dal conte di Saint-Germain. Anche i benefici che ricavò dalla cabala gli vennero elargiti spntaneamente dopo che i suoi oroscopi avevano avuto successo. […]





    Poco più che trentenne, circondato dalla gloria della straordinaria fuga dall'inviolabile prigione dei Piombi che tutti vogliono conoscere dalla sua viva voce, amico di potenti, noto nell'alta società per la sua scienza degli oroscopi, Casanova affascina completamente la «folle» marchesa d'Urfé, che è peraltro avara e al contempo abile speculatrice in Borsa. È lei a dichiarare d'essere disposta a spendere tutte le sue sostanze per quell'operazione di rigenerazione alla quale è convinta che sia chiamato soltanto lui, il giovane avventuriero veneziano. Giacomo sta al gioco per calcolo dei vantaggi che ne può ricavare - però rinvia per cinque anni il rito magico. In ogni occasione egli definisce queste pratiche pura superstizione e prende nettamente le distanze dai grandi impostori del secolo: da Cagliostro, uomo dal “volto patibolare” che girava il mondo prostituendo la giovane e bellissima moglie, e dal misterioso conte di Saint-Germain, che conobbe proprio in casa della d'Urfé. […]

    Se il coinvolgimento nelle pratiche occultistiche è sempre accompagnato da drastiche dichiarazioni d'incredulità come si conviene a un razionalista, l'interesse teorico di Casanova per quelle che chiama «dottrine sublimi» appare invece profondo. Esso attesta la sua attenzione alla sfera del sacro, nell'ambito di un orientamento filosofico di tendenza materialistica. Miti e misteri che risalivano alla sapienza dell'antico Egitto si prestavano a interrogare gli enigmi ai quali la spiegazione razionale del mondo non sembrava dare risposta. Per questo scetticismo filosofico sul potere della ragione, che poté trarre dalle sue letture, da Epicuro, da Gassendi, da Montaigne, dai pensatori libertini del Seicento, Casanova fu disposto ad accogliere le suggestioni che la cultura esoterica trasmetteva circa la concezione della natura, il rapporto tra individuo e cosmo, tra volontà e destino, il significato della vita e della morte. Non era solo nella sua curiosità intellettuale. Molti altri nel secolo dei Lumi si rivolgevano all'universo dei simboli — Goethe al patto di Faust col demonio, Mozart al soprannaturale del Flauto magico —; ed è stato notato lo straordinario sviluppo del fiabesco e del meraviglioso nella letteratura del Settecento, come il misticismo delle dottrine massoniche che si diffondono appunto alla metà del secolo.

    Aveva dunque ragione Casanova a rivendicare la propria diversità dagli impostori. Non a caso la sua predilezione andava alla Cabala, disciplina che, se pretendeva di attingere a libri misteriosi e a calcoli misterici, aveva in sé un elemento ludico, di gioco da salotto - innocuo, se non vi aggiungeva fede la credulità dell'interlocutore. Con la d'Urfé esitò. La scena che lo rappresenta riflettere perplesso alla finestra quando la marchesa gli propone il rito di rigenerazione ha un significato preciso. Ma le occasioni tentavano con potere eccessivo la sua mente libertina. Come abbandonare la preda designata nelle mani di individui senza scrupoli? Come rinunciare ai benefici della fortuna amando il genere di vita che conduceva? Un sofisma può servire da giustificazione morale: «Secondando le folli idee di questa signora, mi sembrava di non ingannarla, poiché era impossibile che pervenissi a disingannarla». Ma aspetterà cinque anni, fino al 1762, per mantenere la promessa, forse nel tentativo di evitare il rito magico.


    Angelo Mainardi, Il demone di Casanova, Tre Editori, Roma 1998 (pag. 138 e seguenti)

 

 
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