Pasquinate


(nella foto: il Professor Claudio Moffa)

Quest’oggi, su quel campionario della bufala senza pudore che è il quotidiano Repubblica, è tornato il tradizionale articolo di Marco Pasqua contro i malvagi negazionisti che allignano, impuniti, tra noi. Dev’essere tornato l’autunno. Ogni anno, quando dagli alberi cadono le foglie, anche Marco Pasqua cade dal pero e si accorge, con immutabile sbigottimento, dell’esistenza di un largo settore dell’umanità che non vuole più saperne di prendere per buona la versione falsificata della Storia che Repubblica e il suo padrone – l’ebreo sionista De Benedetti – vorrebbero piantare a martellate nelle cervici dell’umanità. Ogni anno, con indefessa pervicacia, Marco Pasqua ripete la sua straordinaria scoperta. E ogni anno la sconcertante rivelazione lo fa incazzare come fosse la prima volta. Così ringhia, ulula e abbaia alla luna, protetto dalla staccionata del cortile mediatico del padrone, come è sacrosanto dovere di ogni bravo cane. Alla fine, compiuta la sua opera, torna ad accucciarsi buono buono fino all’autunno successivo, quando l’istinto lo condurrà nuovamente a scagliare i suoi latrati contro occasionali passanti e a scoprire filoni d’acqua calda nuovi di zecca. L’anno scorso era toccato ad Antonio Caracciolo, che, colto di sorpresa da tutta quella cagnara, lì per lì si era preso un bello spavento. Quest’anno tocca al professor Claudio Moffa, docente di Storia e Diritto presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Teramo, fondatore e direttore del Master Enrico Mattei in Vicino e Medio Oriente (qui il suo sito). Solo che Moffa non passa da quello steccato per la prima volta, sa cosa attendersi e non è dunque un tipo che si lascia facilmente cogliere impreparato.
Non so quanto valga la pena prendere in esame le fesserie incommensurabili che Pasqua sciorina nel suo rendiconto annuale. Più che di un articolo, si tratta infatti, com’è logico aspettarsi, di una sguaiata sequela di furiosi e impotenti latrati, il cui scopo è quello di spaventare a morte l’uditore, non certo quello di argomentare. Uno che crede sul serio che centinaia di persone possano essere riunite in una stanza chiusa e poi gasate con l’acido cianidrico, infatti, difficilmente potrà produrre argomentazioni fondate di quanto sostiene, almeno fino a quando i fumetti di Capitan America e la saga di Star Wars non saranno anch’essi annoverati tra le fonti documentali attendibili. Poiché, tuttavia, mi piacciono le sfide e le manifestazioni naturali mi interessano in tutta la loro caleidoscopica complessità, cercherò di analizzare alcuni dei guaiti di Pasqua, nella speranza di fondare una nuova branca della linguistica, la latratologia, e di rendere un servizio ai futuri passanti soprappensiero, col descrivere ciò che delle improvvise esplosioni di bailamme canino suscita maggior soprassalto nell’uditore. Per farlo, citerò alcuni brani del putiferio abbaiato da Pasqua su Repubblica. I lettori delicati d’orecchio, abbassino il volume delle casse stereo e non me ne vogliano. E’ la scienza che lo esige.
Ordunque, come avviene in ogni forma di comunicazione umana e animale, anche per la cagnara è l’incipit il momento più importante del messaggio, quello in cui si cattura l’attenzione del ricevente per ottenerne l’attenzione desiderata. L’articolo di Pasqua inizia col pre-titolo “Il prof negazionista”, che rappresenta la fase d’impatto dell’attacco, in cui l’ignaro e pensoso passante viene repentinamente ricondotto alla brutale realtà di un possibile assalto e messo sull’avviso che è stato preso di mira. “Negazionista” non è soltanto un termine idiota. E’un termine completamente privo di significato, contro il quale è dunque impossibile difendersi con significanti di senso compiuto e che dunque dovrebbe – nelle intenzioni del botolo che lo proferisce – lasciare la vittima completamente indifesa. Infatti, gli studiosi come il prof. Moffa non negano un bel nulla. Essi, invece, affermano una serie di proposizioni che non piacciono a Pasqua e ai proprietari del suo villino e che ineriscono alla messa in discussione di una serie di verità dogmatiche (le camere a gas, i 6 milioni di morti, la natura sterminazionista dei lager, il reale significato dell’espressione “soluzione finale”, l’attendibilità dei processi postbellici all’establishment nazista, ecc.). E lo fanno non solo sulla base di ricerche e prove documentali che a tutt’oggi nessuno è stato in grado di confutare, ma inserendo la loro indagine in un più ampio discorso sull’attuale situazione geopolitica e sulle cause storiche e culturali della sua configurazione. Poiché non si può davvero ribattere storicamente ad una mole di studi che è ormai sterminata, l’unico tentativo possibile è quello di ricondurla ad un lemma “nonsense”, ad un’etichetta posticcia che unifichi le teste solide e pensanti di decine di storici revisionisti in un’unica testa di comodo, avente la consistenza evanescente di un neologismo orwelliano e che sia pertanto più facile da tagliare. E questa è solo la prima offensiva.
E’ da notare che, nella sua versione web, l’articolo di Pasqua è stato disabilitato ai commenti dei lettori, che sono pure così frequenti nelle altre pagine del sito. Un cane che abbaia, mira, tra le altre cose, a scatenare lo schiamazzo di tutti gli altri cani del vicinato, per sentirsi spalleggiato nella sua iniziativa. Solo che aprire ai commenti un articolo del genere, avrebbe rischiato di generare non solo l’auspicata moltiplicazione dei latrati, ma anche l’ingresso nella contesa degli inviperiti abitanti del quartiere, che avrebbero sedato il putiferio a suon di bastonate. Così, per prudenza, si è scelto di non consentire alle molte persone pensanti di commentare i deliri di Pasqua. La ragione, per quanto esigua, esce sempre vittoriosa dal conflitto con lo strepito, per quanto assordante; nessun cane nel pieno delle sue facoltà oserebbe portare un conflitto col postino sul piano dell’argomentazione dialettica.
Si entra poi nella fase clou, quella in cui si cerca di far sentire isolato il malcapitato bersaglio, seppellendolo sotto un diluvio di “auctoritates” che ne proclamano all’unisono l’inappellabile esecrabilità. Si tratta di una fase particolarmente delicata. Nessun bersaglio, infatti, è mai veramente isolato. Per dieci cani che abbaiano, ci sono sempre almeno venti passanti pronti a zittirli a suon di sassate per restituire il quartiere alla quiete della ragione. Per dieci storici come Maddalena Carli e Umberto Gentiloni, che – secondo Pasqua – vorrebbero vedere Moffa ridotto al silenzio, ci sono venti Carlo Mattogno e Andrea Caracciolo che gradirebbero invece che lo si lasciasse parlare in pace e magari lo si ascoltasse con attenzione. Occorre dunque selezionare attentamente le “auctoritates” da citare, scegliendo solo quelle che fanno comodo per simulare – non tanto agli occhi dell’aggredito, quanto a quelli degli spettatori – l’esistenza di un deserto in cui lo sventurato passante si troverebbe a vagare da solo, privo di qualunque via di fuga. Ciò porta a risultati decisamente comici. Tra le autorevoli voci di censura, spiccano quelle della massima autorità vivente in tema di ebraismo e storia della II Guerra Mondiale, Mariastella Gelmini, nei confronti della quale, in segno di gratitudine per la sua generosa partecipazione al linciaggio, Repubblica ha sospeso per un giorno le critiche e gli anatemi consueti. A merito della Gelmini va tuttavia ascritto l’utilizzo di un’espressione felicemente ambigua, che se non si conoscesse la levatura culturale del soggetto parrebbe quasi scientemente selezionata per significare l’esatto contrario di ciò che sembra. "Le parole pronunciate [da Moffa, NdR]”, ha detto il ministro, “sono inaccettabili, offendono profondamente la memoria degli ebrei morti nelle camere a gas". Il che equivale a dire che non offendono la memoria di nessuno. Sto attribuendo alla Gelmini una sottigliezza espressiva troppo raffinata per la sua caratura? Probabilmente sì.
Non trovando nulla di meglio, si è andata poi a ripescare perfino Ombretta Colli, la quale, commossa per l’inattesa riesumazione, ha dichiarato con sdegnato ipercorrettismo congiuntivale: “E' assurdo che ai nostri tempi ci sia ancora qualcuno che neghi l'orrore della Shoah”. Le assurdità dei nostri tempi sono, in effetti, numerose. Ad esempio che un’ex soubrette e attrice di varietà, informatasi probabilmente sulla scioà attraverso i rotocalchi e i blockbuster spielberghiani, pretenda di saperne sull’argomento più di un docente universitario. Ma quando si ha fame di supporter, non ci si può permettere di andare tanto per il sottile. Così vengono citati tra i vibranti di sdegno anche Walter Veltroni ed Emanuele Fiano, i quali si riferiscono a Moffa con l’appellativo “il sedicente professore”. In realtà, Moffa non è sedicente, ma professore e basta. Il suo più che invidiabile curriculum accademico è visionabile QUI. “Sedicenti” sono semmai Veltroni e Fiano, che ardiscono ciarlare con tonitruante prosopopea di faccende di cui non sanno una mazza di nulla.
Nell’acme della gazzarra canina, arrivano poi altre due immancabili etichette che non possono mancare nei processi per eresia contro i miscredenti: quelle di “odio razziale” e “apologia del nazismo”. Anche in questo caso, si tratta di espressioni prive di oggetto, pure sequele di suoni senza un referente nella realtà concreta. “Odio” è un concetto astratto non quantificabile né penalmente rilevante; “razziale” rivela che è il fautore di tale accusa, più che l’accusato, a ritenere plausibile un concetto astruso come quello di “razza”; “apologia” è sostantivo che andrebbe usato con estrema cautela sul piano penale e di cui invece gli adoratori dell’Ebreo a Gas vorrebbero estendere i referenti fino ad annoverarvi la lettura di testi specifici o la ricerca impregiudiziale; “nazismo” è un movimento politico stramorto da oltre mezzo secolo, le cui spoglie putrescenti sono gelosamente conservate sotto sale dagli adepti del culto olocaustico, al solo scopo di essere scaraventate con ira addosso all’apostata di turno. Così l’insigne Fabio Mussi può permettersi di affermare, serio serio: "Qui non c'entra niente la libertà d'espressione: c'entra l'odio razziale e l'apologia del nazismo, che fino a prova contraria sono reati”. Anche la diffamazione lo è, fino a prova contraria. Fabio Mussi spieghi quale diavolo sarebbe, nella sua barbara lingua, il significato esatto dei due ircocervi che cita; e poi mostri al mondo in quale punto specifico degli scritti o delle affermazioni di Moffa essi sarebbero riscontrabili, se è in grado di farlo. E se invece non ne è in grado, si scusi con Moffa per le insolenti stupidaggini che ha detto e per il futuro abbia nei confronti dell’universo mondo la cortesia di tenersi la ciabatta chiusa.
Il pezzo da novanta dell’assalto di Pasqua contro il lume della ragione è rappresentato comunque dall’accusa di profanazione della par condicio che egli rivolge a Moffa tra adirazione ed incredulità. Moffa è infatti reo di aver tenuto presso l’Università di Teramo una lezione sulla santa scioà “priva di contraddittorio”. E’ noto infatti che ogni insegnante che si rispetti, se intende spiegare ai suoi allievi che due più due fa quattro, deve portarsi in aula anche uno Sgarbi o una Mussolini che gli facciano da controcanto strepitando “non è vero, fa cinque, brutto retrogrado figlio di puttana!”, permettendo così agli allievi di formarsi un’opinione a 360 gradi. E’ davvero incredibile che un qualsiasi professore universitario pretenda di tenere lezione come se si trovasse in un’università, anziché nel salotto di Vespa o di Santoro. La par condicio, in un paese che voglia definirsi davvero democratico, va estesa ad ogni ambito del vivere civile. Tranne, naturalmente, che a Repubblica e ai suoi scribacchini, i quali, nel nome della libertà d’opinione, devono rimanere liberi di sparare le loro enormità senza che nessuno possa replicare.
C’è poi il richiamo pastorale alla santità dei luoghi della passione, che produce sempre un certo effetto sulle menti dei fedeli. Così l’ANPI Teramo invita “tutti, soprattutto gli studenti, a studiare e a visitare i luoghi dello sterminio". Tutti, tranne gli storici e gli studiosi. I quali possono sì visitare, ma hanno poi il dovere morale di tacere sulle piscine di Auschwitz spacciate per vasche antincendio, sulle “camere a gas” ricostruite dopo la guerra ad uso e consumo dei turisti, sulle ricerche condotte sul posto che hanno rivelato l’assenza dei fori necessari per introdurre lo Zyklon B nel “Krematorium 2” di Birkenau, sull’assenza di corpi delle presunte vittime e degli strumenti d’uccisione... Visitate, visitate. Basta che le vostre visite non si traducano in indagini e se ciò dovesse accadere, che siano almeno indagini prive di divulgazione.
Tutti questi accorgimenti, fino a qualche tempo fa, rendevano l’assalto dei mastini della stampa olocaustica temibile ed inauspicabile per chiunque avesse a cuore pelle e carriera. Oggi, grazie a ciò che negli anni abbiamo appreso e possiamo apprendere da internet, rischiano di essere un’arma rivolta contro chi la impugna, rivelando la pochezza umana e argomentativa di chi vorrebbe imporre al mondo una mitologia dello sterminio ebraico ormai decrepita. “Solo Forza Nuova difende Moffa”, abbaiano i titoli pasquali, ammiccando al lettore ancora credulo ma titubante, per convincerlo che è ancora in buona compagnia e che non serve convertirsi alla religione degli infedeli per rimanere nel grembo sicuro della maggioranza. Naturalmente è una balla anche questa. Tre quarti abbondanti del mondo, con una parte sempre più sostanziosa di opinione pubblica occidentale, hanno ormai capito benissimo che la narrativa olocaustica – così come ci è stata propinata – è una bufala che ha il solo scopo di tutelare gli interessi dello stato ebraico e dei suoi complici statunitensi. Senza una legge sul modello della Fabius-Gayssot che proibisca anche in Italia - come già avviene in Francia, Austria, Germania, Belgio e molti altri paesi europei - le ricerche storiche sull’olocausto e che ne cristallizzi i connotati quantitativi e qualitativi con un novello Concilio di Nicea, la mitologia pagana della shoah è destinata a dissolversi in pochi anni sotto il peso dei suoi buchi, delle sue contraddizioni, delle sue persecuzioni oscurantiste, delle sue plateali assurdità. I botoli della stampa filosionista lo sanno bene. Per questo abbaiano periodicamente e con accanimento sempre più disperato le loro ringhiose pasquinate.


Pasquinate, Gianluca Freda