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È come se — dopo aver fatto un grande sforzo per raggiungere pur importantissimi traguardi sotto il profilo politico, economico, finanziario e sociale — l’Europa si fosse «accontentata» dei risultati raggiunti. Ma non può e non deve essere così. La crisi afghana è solo l’ultima, in ordine di tempo, fra le situazioni internazionali che ci richiamano alle nostre responsabilità. Quante volte, negli anni, di fronte a un problema mondiale abbiamo detto (Kissinger fu tra i primi) che l’Europa deve parlare con una sola voce («non so quale numero di telefono comporre se devo parlare con l’Europa», mi disse una volta il mio amico George Bush, citando proprio una battuta dell’ex segretario di Stato). Quante volte abbiamo detto e pensato che potevamo e dovevamo fare di più ma ci siamo ritrovati in una condizione di sostanziale, rassegnata impotenza.
Questo è accaduto per diverse ragioni, ma la prima e più importante è che abbiamo appaltato forse con un po’ di superficialità e — diciamolo pure, di convenienza — la nostra totale difesa al grande alleato americano, che con il suo ampio ombrello ci ha protetto, difeso e tranquillizzato. Non immagino naturalmente che gli Stati Uniti abbandoneranno l’Europa al suo destino nel futuro prevedibile: forse però agiranno in modo diverso, meno garantito e magari un po’ più distaccato. In una parola: le priorità geopolitiche mondiali si evolvono. Gli Stati Uniti sono costretti a riorientare la loro politica estera, oggi più diretta a fronteggiare il pericolo egemonico ed espansionista cinese. L’Europa e gli europei devono quindi da un lato rendersi conto appieno di questo fenomeno e dall’altro assumere decisioni conseguenti.
Ma tutto ciò non è nemmeno successo, diciamolo con coraggio, perché le troppe diversità di vedute su tanti temi essenziali: la formazione di minoranze di blocco, la costruzione di fronti del nord contro quelli del sud e viceversa (e potrei andare avanti all’infinito) hanno di fatto impedito all’Unione Europea di fare passi avanti concreti e definitivi. Hanno reso impossibile ragionare come una comunità di popoli liberi basata su valori condivisi e non su una continua faticosa negoziazione di interessi dei governi nazionali. Mentre sulla lotta alla pandemia, l’Europa (anche per il nostro intervento) ha saputo essere all’altezza della situazione, prendendo determinanti decisioni comuni, non abbiamo saputo fare altrettanto per esempio sul tema egualmente importante della lotta all’immigrazione clandestina. Su questo tema continuiamo ad invocare, non senza difficoltà e con pochi risultati, il sacrosanto principio della solidarietà, della condivisione e della redistribuzione tra i Paesi dell’Unione.
Sono almeno vent’anni che insisto in tutti i consessi internazionali che ho frequentato sul concetto di difesa comune europea. Se ancora oggi si parla dello stesso tema e finalmente si sono levate molte altre voci chiedendone l’introduzione effettiva, è perché i fatti si sono incaricati di dimostrare dolorosamente la gravità di questa lacuna. La parola d’ordine è sembrata molto spesso questa: andiamo avanti insieme, ma sempre in ordine sparso. Suona come un paradosso, ma è quello che è accaduto. Ben venga, pertanto, e fa benissimo l’Italia ad insistere su questo, una riunione straordinaria del G20 sull’Afghanistan, dove la simultanea presenza di attori fondamentali della Comunità Internazionale con voce in capitolo sul martoriato Paese potrà davvero rivelarsi utile. Lo sarebbe forse meno il G7, per la ristrettezza del formato, ma anche perché l’assenza della Russia — che assurdamente si protrae — ne inficia e ne limita le pur evidenti potenzialità.
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Lanciamo pertanto tutti insieme, noi, Paesi membri dell’Unione, un grande piano europeo per l’Afghanistan. Un grande piano che abbracci iniziative a tutto campo, in tutti i settori essenziali: politico-diplomatico; assistenza umanitaria; difesa e sicurezza; cooperazione economica e sociale. Offriamo speranza ed asilo a chi lo sta cercando affannosamente in questi tragici momenti; lavoriamo per garantire dei corridoi umanitari; condividiamo realmente una solidarietà europea, naturalmente mantenendo sempre alto il livello di allerta contro il rischio terrorismo; facciamo sentire il peso dell’Europa, convocando un Consiglio europeo straordinario; agiamo in tutti i fori internazionali (Onu in testa) con posizioni comuni; soprattutto iniziamo a mettere in cantiere una reale ed effettiva politica di difesa comune dei confini esterni dell’Unione.
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Lavoriamo perché l’Europa non sia marginale ma protagonista nel mondo, quale portatrice dei più alti valori della persona, del rispetto delle libertà e dei diritti umani. Partiamo da questa immane tragedia, per varare un grande Programma europeo di aiuto e sostegno. Cosi l’Europa sarà all’altezza del suo compito e così avremo dimostrato la nostra forza e il peso delle nostre idee.
https://www.corriere.it/esteri/21_se...91560bd6.shtml




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