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    Avamposto
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    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    Drieu La Rochelle: il mito dell’Europa

    27 aprile 2009

    Autore: Adriano Romualdi



    Qualche anno fa un libro di Paul Serant, Romanticismo fascista, rivelava al distratto pubblico italiano l’opera e la figura di Pierre Drieu La Rochelle, lo scrittore collaborazionista morto suicida nel 1945. Quasi contemporaneamente in Francia si cominciava a dare alle stampe gli inediti di Drieu: Les chiens de paille, Recit secret, Histoires deplaisantes etc. Sulla scia di questa « riscoperta » in Italia venivano tradotte alcune delle opere più significative: Gilles, La commedia di Charleroi, Fuoco fatuo, mentre recentemente l’editore Volpe ha pubblicato una importante raccolta di scritti politici.

    Diciamo subito che Drieu non è il solito scrittore che ci si decide a « riscoprire » per impinguare congiunture librarie o booms editoriali. Non è uno di quei minori che ogni tanto vengono levati dall’oblio per illustrare questo o quell’aspetto particolare di una letteratura. Drieu è una forte personalità, uno scrittore di grande temperamento, un romanziere, un polemista, un saggista come pochi ne ha prodotti l’Europa negli ultimi cento anni.

    A questo punto ci si può chiedere il motivo della (relativamente) scarsa notorietà di Drieu all’infuori dello ambiente francese. Il fatto è che Drieu è stato uno di quelli che hanno compreso che non si possono servire due padroni, la verità e la notorietà, e che hanno preferito essere compresi poco e male nel loro tempo per dire cose la cui validità si manifesta intera a distanza di decenni. « Inattuale », come già Nietzsche lo era stato, Drieu ha lasciato che la sua attualità si dispiegasse gradualmente nel tempo.

    Scegliendo la verità Drieu ha contemporaneamente scelto l’impopolarità. Istintivamente, infallibilmente egli si è ribellato alle menzogne del momento dicendo contro di esse le verità più aspre e più spiacevoli.

    Valoroso combattente della Grande Guerra, ferito a Charleroi e a Verdun, urta i sentimenti della censura patriottica con i suoi primi versi, pubblicati nel 1917 :

    «A voi Tedeschi — con la mia bocca per lungo tempo muta per ordine militare — io parlo. Mai vi ho odiato. — Vi ho combattuto con volontà inflessibilmente tesa ad uccidervi. — La mia gioia è sboccata nel vostro sangue. Ma voi siete forti. — Non ho potuto odiare in voi la forza, madre delle cose».

    Nell’immediato dopoguerra, quando il suo paese esulta per la revanche e manda truppe sul Reno e nella Ruhr, Drieu scrive quella terribile Mesure de la France dove lucidamente afferma che 40 milioni di Francesi non rappresentano più nulla di fronte ad 80 milioni di Tedeschi, 150 milioni di Americani, 180 milioni di Russi. Scriverà più tardi: « Non credevo alla vittoria. Troppi Americani, troppi negri».

    Dopo la crisi del ’29, quando l’Europa è presa nella ineluttabile stretta politica che sboccherà soltanto in una nuova guerra, egli darà ancora maggiore scandalo. Mentre i suoi amici degli anni ’20, i Malraux, gli Eluard, gli Aragon si schierano dalla parte del comunismo egli si proclama apertamente fascista: «.Sono diventato fascista perché ho visto i progressi della decadenza. Ho veduto nel fascismo il mezzo per frenare ed arrestare questa decadenza ».

    Nel 1936 entra nel partito di Doriot, nel ’40 si impegna a fondo nella collaborazione. Ancora egli vede più in là dei Francesi del suo tempo. Nel romanzo Les chiens de paille, scritto nel 1943, il protagonista Constant si beffa dei «patrioti» e dei resistenti: « Voi volete conservare un patriottismo provinciale all’epoca degli imperi, all’epoca in cui gli aerei varcano gli oceani in poche ore. Siete liberi di farlo. Perseverare nel proprio essere fino alla decomposizione è una fatalità alla quale ben pochi possono sfuggire… Nel 1940 né la Francia è stata vinta ne la Germania ha vinto. Tutto questo non aveva gran che a che fare con la Francia e la Germania. La Germania non è che uno strumento, come l’America e la Russia, uno strumento molto meno brutale e schiacciante di queste ultime due… Io vedo folle immense, mostruosamente armate, in marcia per ‘il mondo per costruire imperi di dimensioni continentali. Questi imperi saranno atrocemente barbari perché l’estrema civilizzazione genera l’estrema barbarie».

    Infine, l’ultimo scandalo e il più grande, egli si separa non solo dai Francesi del suo tempo ma da tutti gli uomini del suo tempo, anche i fascisti, che non sono stati abbastanza rivoluzionari, anche i Tedeschi, che non hanno saputo colpire con sufficiente intelligenza, e, attraverso una serrata meditazione metafisica, si rifugia nel suicidio : «Ho bisogno di appartenere contemporaneamente a questo mondo e all’altro, dì vivere nell’azione e nella contemplazione, dentro e fuori dai confini della creazione».

    * * *

    Questo libro vuole offrire una immagine succinta ma completa dell’opera e della figura di Drieu la Rochelle. Esso è diviso in tre parti, ciascuna di autore differente, ciascuna dedicata ad un particolare argomento, ma tutte collegate e comunicanti.

    La prima parte tratta della figura di Drieu, dalle origini normanne (« v’è in lui qualcosa di un farmacista normanno che abbia letto Gobineau invece di Voltaire e sogni dei suoi antenati vichinghi in villaggio velato di spuma marina ») alla partecipazione alla guerra (« questo reame d’uomini alle porte di Parigi: foresta delle Argonne, deserto dello Champagne, paludi di Piccardia…»), dalla vita brillante del dopoguerra all’impegno politico («Voi morirete democratici o risorgerete trasformandovi in fascisti…»), dalla collaborazione al suicidio.

    La seconda parte analizza l’evoluzione del pensiero di Drieu dall’ambiente familiare al conflitto mondiale (Abbiamo restaurato la guerra – questo gioco da adolescenti crudeli…), dal nazionalismo al federalismo europeo («L’Europa si federerà o sarà divorata»), dall’adesione al fascismo all’accettazione dell’Europa fatta dalla Germania («soltanto la Germania può assumere una funzione egemonica europea»).

    La terza parte esamina gli elementi di pensiero che affiorano nel complesso dell’opera di Drieu, i suoi legami con Nietzsche, la sua meditazione sulla decadenza dello Occidente, l’aspirazione ad una disciplina del corpo e dell’anima, la religiosità di tipo pagano.

    Drieu non è uno di quegli autori che si studiano per arricchire la propria conoscenza di un periodo storico. Il suo pensiero non è per nulla superato, anzi sta conquistando la sua più profonda attualità proprio in questi anni. Non è un caso che il libro più bello e più vivo su Drieu lo abbia scritto Jean Mabire, un reduce della guerra algerina, un esponente della nuova generazione. Quali sono le affermazioni fondamentali di Drieu, quelle destinate a diventare patrimonio spirituale di quanti vogliono ancora lottare contro la decadenza dell’Occidente?

    In primo luogo l’idea europea. Già nel primo dopoguerra, in un’epoca di nazionalismo cieco e trionfante, Drieu vedeva con inesorabile chiarezza che l’Europa doveva pervenire all’unità politica per non diventare una colonia della Russia o dell’ America. Ricco, amato dalle donne, circondato da una aureola di scintillante notorietà parigina Drieu non volle diventare il solito comunista da salotto ma il primo dei militanti europei:

    Noi siamo uomini d’oggi.
    Noi siamo soli.
    Non abbiamo più dei.
    Non abbiamo più idee.
    Non crediamo né a Gesù Cristo né a Marx.
    Bisogna che immediatamente,
    Subito,
    In questo stesso attimo,
    Costruiamo la torre della nostra disperazione e del nostro orgoglio.
    Con il sudore ed il sangue di tutte le classi
    Dobbiamo costruire una patria come non si è mai vista.
    Compatta come un blocco d’acciaio, come una calamita.
    Tutta la limatura d’Europa vi si aggregherà
    per amore o per forza.
    E allora davanti al blocco
    della nostra Europa
    l’Asia, l’America e l’Africa
    diventeranno polvere.

    Coerentemente, Drieu comprese che questa Europa poteva organizzarsi solo intorno al blocco degli 80 milioni di Tedeschi cui il Nazismo aveva dato forza, unità, disciplina. Egli accettò lucidamente l’Europa fatta dalla Germania perché vedeva in essa l’ultima chance del nostro continente, minacciato dagli imperialismi d’Oriente ed Occidente: « In ogni caso il Nazismo mi è parso e mi pare… l’ultima diga di qualche libertà in Europa, di quella poca libertà che può essere salvata dalla calata dei Russi e dalle distruzioni irreparabili provocate da un conflitto finale tra Russia e America». La disperazione di Drieu all’alba del tragico 1945 è anche la disperazione di tutti i veri europei: «Povera Europa sconvolta e perduta. Hai chiamato da un lato gli Americani e dall’altro i Russi. E ora sei calpestata e spinta al peggiore degli (qui sul manoscritto c’è una parola illeggibile), ai peggiori sradicamenti irrimediabili. Europa— Grecia».

    In secondo luogo Drieu è il profeta di una nuova disciplina sociale e razziale. La sua Europa non è una Europa neutra, l’aborto esangue ed intellettuale dei federalisti di Strasburgo o di altri democratici mentecatti. L’Europa di Drieu è un blocco di forza che detta la sua legge ponendo un’alternativa tra capitalismo e comunismo, democrazia anglosassone e bolscevismo russo, individualismo liberale e collettivismo marxista. Essa è una sintesi fascista dei valori di libertà e autorità, di lavoro e di capitale. Questa Europa deve fare rinascere un uomo nuovo, temprato nel corpo e nell’anima: «La rivoluzione che sta avvenendo in Europa è totale perché è la rivoluzione dei corpi, la rivoluzione dei valori nati dal corpo, e, nello stesso tempo, è la rivoluzione dell’anima che si scopre di nuovo, ritrova i suoi valori attraverso il corpo. Coraggio, pazienza, sacrificio, forza, non sono forse le virtù del corpo come quelle dell’anima?»

    Drieu sottolinea poi il carattere razziale che sta alla base della sua idea d’Europa. L’Europa è la patria originaria della razza ariana che in epoca preistorica si è irradiata verso la Persia, l’India, il Mediterraneo, l’Asia Minore creando le grandi civiltà dell’antichità.

    Nelle poesie scritte durante la guerra col titolo di «Runes» egli esalta l’Ordine Nuovo come il blocco della razza europea realizzato all’ombra della rossa bandiera crociuncinata:

    La race des Aryens retrouve son union
    Et reconnâit son dieu à l’encolure forte.
    Trois cents millions d’Humains chantent dans un seul camp.
    Un seul drapeau rouge à la cime des Alpes.
    Voici les temps sacrés remontant des enfers.

    Ma anche qui Drieu ha voluto spingere il suo sguardo più in là di quelli che gli stavano intorno. Egli vedeva che accanto all’Europa, patria originaria della stirpe ariana, si erano venute formando altre due grandi aree di razza bianca: la Russia slava e l’America anglosassone di lingua e d’origine germanica. L’8 giugno 1944, due giorni dopo lo sbarco in Normandia, egli scriveva nel suo diario: «Ieri guardavo i giovani S.S. sfilare lungo gli Champs Elyseès sui loro carri armati. Ho sempre amato questa razza bionda alla quale io stesso appartengo ma ad essa appartengono anche gli Inglesi, gli Americani e i Russi». L’Europa di Drieu deve diventare la Nazione guida dell’umanità di razza bianca, non in urto ma in collaborazione con l’America e la Russia in un’opera comune di sfruttamento dei beni della terra e di coordinamento dei popoli di colore.

    C’è poi una terza fondamentale esigenza che si rinviene nell’opera di Drieu: l’esigenza di trovare una nuova forma di religiosità che possa animare dal di dentro quella disciplina totale necessaria per la resurrezione dell’uomo occidentale. Drieu ha sentito la crisi del Cristianesimo che, nel suo processo di umanizzazione del Divino, ha finito col renderlo incomprensibile alla maggioranza degli uomini: «Io dico Dio per abitudine occidentale. Ma questa parola per me non ha niente a che fare con la nozione grossolana e ridicola del Geova ebraico. Non esiste tanto Iddio quanto il divino, quel che gli Indiani chiamano il Sè, l’Atman o, con altra espressione, il Brahman». Conseguentemente Drieu ha cercato una forma di religiosità più vasta che egli trovava sia nelle opere di Guénon, del quale era appassionato lettore, sia nello studio de «gli spiriti che sempre vegliarono sulle vette, al di sopra dei due versanti del pensiero ariano: quello indiano e quello occidentale».

    La religione intraveduta da Drieu non era quella semitica del Dio personale creatore e punitore ma una forma spirituale che abbracciava l’intero mondo ariano in tutta la sua latitudine, dall’India alla Norvegia, e che alimenta la sua tradizione con le Upanishad e con le Enneadi, con l’Edda e la Baghavad Gita, con Platone e con Buddha, con Seneca e con Meister Eckhart. E’ una posizione religiosa che si può chiamare «paganesimo» quando con questo termine si intende un ritorno agli orientamenti metafisici dell’Europa ariana e precristiana. Essa è molto vicina a quella di un Evola (un altro grande misconosciuto, al quale prima o poi si dovrà attribuire tutta la sua importanza), le cui opere Drieu avrebbe sicuramente tenute in gran conto, o a quella del Günther di Frömmigkeit nordischer Artung. Anche in questa ricerca spirituale Drieu non ha lavorato solo per se stesso ma per una nuova coscienza europea.

    Ma quanti hanno occhi per l’Europa che Drieu intravedeva, quella per la quale è morto? I fascisti europei hanno lungamente esitato su sterili posizioni nazionalistiche prima di essere spinti quasi a forza nella direzione di una rivoluzione continentale dalla inesorabile iniziativa di Adolfo Hitler. E’ stata questa iniziativa rivoluzionaria totale a fondere in un solo fronte le forze disperse dei fascismi. L’Europa di Drieu è quella distesa tra Brest e l’Elbruz, tra Narvik e Creta, risoluta a difendere la sua rivoluzione contro il capitalismo yankee e il bolscevismo asiatico.

    E’ quella dei volontari francesi e scandinavi accorsi a difendere Berlino. E’ quella delle S.S. danesi, olandesi, belghe che preferirono l’annientamento alla resa nella tragica sacca di Korsun.

    Questa Europa viveva chiara e distinta nella visione di una minoranza. Ma questa minoranza ha testimoniato nel suo tempo con maggiore autorità dei molti e dei troppi. Da un superiore punto di vista storico, il sacrificio di poche centinaia di migliaia di S.S. internazionali è più significativo di quello dei milioni caduti per le vecchie concezioni nazionali. Questi hanno testimoniato per le vecchie patrie, donando l’ultimo guizzo di luce al nazionalismo morente, quelli si sono sacrificati per la nuova patria ariana del fascismo europeo. La loro testimonianza è inconfutabile. Se vi sarà ancora un fascismo esso non sarà quello della vecchia scuola ma quello di un Drieu, di un Evola, dei precursori.

    Qualcuno potrà trovare importuno l’uso continuo che in questo libro si fa della parola fascismo. Potrà giudicare sbagliato legare una battaglia europea ad un programma fascista, una causa viva e affascinante a una parola vecchia e mal vista. Ma la verità, la cruda verità è che non può esservi una Europa unita senza che in qualche modo non risorga un fascismo. Sono trascorsi vent’anni dalla fine della guerra. L’Europa democratica e liberale, quella dei De Gasperi, degli Schumann, degli Spaak non si è ancora vista. E non si vedrà mai perché è assurdo che dai partiti della sconfitta, dai fiduciari e dai prefetti dei barbari di Oriente e d’Occidente, dei Russi e degli Americani, venga anche un solo atto di libertà e d’indipendenza politica.

    Guardiamoci in faccia: questo antifascismo del quale si parla continuamente non è la libertà, non è la democrazia, non è il socialismo è, prima di tutto questo, la conservazione dello spirito di Yalta sul continente europeo che deve garantirne la pacifica soggezione. E’ la garanzia politica destinata a prevenire la rivolta degli Europei contro i loro padroni russi e americani. L’antifascismo è la rinuncia, è la viltà, e l’accettazione della sconfitta del 1945. In nome dell’antifascismo la coscienza dei vecchi partiti è insorta contro il tentativo dell’OAS di mantenere le posizioni europee nel Nordafrica, è per paura della accusa di Fascismo che i governi europei hanno vergognosamente abbandonato l’Africa ai negri e al caos. E’ in nome dell’antifascismo che sì continuerà a tradire, ad abbandonare, a rinnegare i valori e gli interessi dell’Europa.

    Quindi, niente Europa senza Fascismo. Per ardua e difficile che possa sembrare una simile strada, essa è la unica che si possa percorrere. Scriveva Drieu che la Francia sarebbe morta democratica o sarebbe guarita diventando fascista. Noi ripetiamo che l’Europa risorgerà fascista o si spegnerà lentamente nel benessere e nella democrazia finché, nell’ora immancabile del giudizio storico finale, sarà travolta dalla rivolta mondiale dei popoli di colore guidati da una Cina fanatica e inesorabile. E’ l’Apocalisse che Drieu ha veduto venire da lontano, le «folle mostruosamente armate in marcia attraverso il pianeta per costruire imperi continentali». «D’abord les films americaines et après la fin du monde».

    Noi, che non siamo né democratici né massoni, né ebrei né comunisti, vogliamo che l’Europa risorga. Agli scettici e ai critici possiamo sempre rispondere con le parole di Guglielmo il Taciturno: «Non occorre riuscire per perseverare né sperare per intraprendere ».

    * * *

    Questo brano costituisce l’Introduzione al volume M. Prisco – G. Giannettini – A. Romualdi, Drieu La Rochelle: il mito dell’Europa, Edizioni del Solstizio, 1965, pp. 101-136.




    Drieu La Rochelle: il mito dell'Europa | Adriano Romualdi

  2. #12
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    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    Contestazione controluce

    24 novembre 2008

    Autore: Adriano Romualdi




    Il movimento studentesco è ormai divenuto il fenomeno caratteristico di questa fase senile della democrazia italiana. […] Raggruppa solo un’esigua parte di tutta la popolazione universitaria italiana. È un fatto però che la gran maggioranza è perfettamente apatica e passiva, sì che questa maggioranza si pone come la punta avanzata della confusione, del traviamento e della mistificazione dilaganti in tutto il mondo giovanile. […] Documenta la profondità a cui è penetrata in animi immaturi un tipo di retorica sinistrosa diffusa dalla televisione, dal cinema, dalle grandi case editrici, da tutte le centrali ideologiche occulte accampate nel cuore del sistema […] Il problema che il movimento studentesco ci pone è quello d’ una contestazione contro un sistema che […] simpatizza col contestatore; e, insieme del perché la contestazione si inserisca nella retorica democratica del sistema anziché urtarsi contro di essa.

    [...]

    “Potere studentesco” è la parola d’ordine con cui i comunisti e i loro utili idioti hanno cominciato a occupare le università italiane al principio del ’68. Uno slogan chiaramente ricalcato su “ potere negro” , e, infatti, uno dei contro-corsi verteva appunto sul black power, mentre altri ne seguivano sulla rivoluzione culturale cinese […], sui benefici della droga e sui rapporti tra repressione sessuale e autoritarismo. […] “Potere studentesco” è una grossolana formula demagogica con cui i comunisti tentano di speculare sui gravi scompensi che affliggono le università italiane. […] Vogliono il “potere studentesco” , ossia la dittatura di quell’esigua frangia di studenti rosi dal marxismo che introduce nelle università la demagogia permanente e impedisce quella selezione dei quadri, quell’approfondimento degli studi, che sono garanzia di maggior serietà nella vita pubblica e di una maggiore efficienza nazionale. […] “Potere studentesco” è una formula mitica che s’inserisce in un certo mito generale della vita, un mito di cui fan parte il “potere negro” e la LSD, Fidel Castro e la pillola, Ché Guevara, Marcuse e la zazzera.

    [...]

    Gli occupanti pretendono di lottare contro la società, ma i loro miti, il loro costume, il loro conformismo sono precisamente quelli di questa società contro cui dicono di battersi. Dicono di essere contro lo stato, e la televisione di stato gli adula e li vezzeggia, dicono d’ essere contro il governo, e i socialisti al governo li proteggono, dicono di costituire un’alternativa ai tempi, ma le loro chiome, gli abiti, gli atteggiamenti, i loro folk-songs, le loro donnine beat, sono quanto di più consono allo spirito dei tempi si possa immaginare. Si atteggino ad “antiamericani” , ma sono marci di americanismo fino al midollo: le loro giacche, i loro calzoni, i loro berretti, sono quelli dei beatniks di San Francisco, il loro profeta è Allen Ginsberg, la loro bandiera la LSD, il loro folk-songs quelli dei negri del Mississipi, la loro patria spirituale il Greewich-Village. Sono marxisti, ma non alla maniera barbarica dei russi o dei cinesi ma in quella particolare maniera in cui è marxista un certo tipo di giovane americano frollo di civiltà. Proclamano il “collegamento con la classe operaia” , la “giuntura tra la semantica della rivendicazione studentesca e la dialettica del mondo operaio” , ma nulla più del loro snobismo è remoto dall’animo dei veri operai e contadini, nessuno più di questi pulcini usciti dall’uovo d’una borghesia marcia è lontano dalla mentalità di chi deve lottare con le più elementari esigenze. Il loro problema è la droga; quello degli operai il pane.

    [...]

    È piuttosto la sommossa d’una minoranza d’intellettuali da salotto, di giovani e ricchi borghesi che rompon la noia di un’esistenza troppo facile giocando ai cinesi o ai castristi. Le roccaforti della rivolta studentesca sono state proprio le facoltà snob, come la facoltà di architettura di Roma dove- di fronte ai muri su cui era scritto “guerriglia cittadina” – stazionavano in doppia fila le eleganti auto sportive degli occupanti. [… ] È la rivolta di una minoranza di borghesi comunisti allevati nelle serre calde di alcune facoltà tradizionalmente rosse come Lettere, Fisica, Architettura. È la rivolta dei capelloni, degli zozzoni, dei bolscevichi da salotto, di una gioventù che, più che bruciata, si potrebbe chiamare stravaccata. [… ] Ecco che all’operaio, integrato nella società borghese e indisponibile per le chiassate marxiste, si sostituisce il giovane blasé, il figlio di papà con la spider e il ritratto del Ché sul comodino.

    [...]

    Per un colmo di ironia, la rivolta studentesca, che ha il marxismo scritto sulle sue bandiere, smentisce proprio la teoria marxista del fondamento economico d’ogni moto politico. La rivolta studentesca è una tipica sommossa ideologica, libresca, sfornata dalle riviste impegnate, dalla libreria Feltrinelli, come i distintivi di protesta e i ritratti del Ché venduti nei grandi magazzini come tappezzeria. Questa rivolta che polemizza con la civiltà dei consumi, è una tipica espressione del “consumo culturale” , di un boom librario impiantato sul sesso e sul marxismo, sulla droga e Ché Guevara, su Fidel Castro e sulle donne nude. Da un punto di vista di mercato, il militante del “movimento studentesco” è il tipo medio del consumatore della cultura di protesta, che trangugia ogni giorno la sua razione di quella letteratura marxista, sessuomane, negrafila, che le grandi case editrici gettano sul mercato in quantità sempre maggiori. Il consumatore culturale è progressista, cinese, antirazzista, per lo stesso motivo per cui indossa i blue-jeans e beve Coca-Cola, consuma il romanzo cochon o il diario di Ché Guevara come si “ consuma” una scatola di fagioli o un rotolo di carta igienica, consuma la rivolta giovanile che oramai si fabbrica e si vende come una qualunque merce.

    [...]

    Il problema che si pone a questo punto è il seguente: come mai una “ rivoluzione” così sfacciatamente inautentica è riuscita a imporsi alla gioventù, e non solo a quella più conformista, ma anche a quella più energica e fantasiosa? La risposta è semplice: perché dall’altra parte non esisteva più nulla. Seppellita sotto un cumulo di qualunquismo borghese e patriottardo – sotto il perbenismo imbecille della garanzia “sicuramente nazionale, sicuramente cattolica, sicuramente antimarxista” – la destra non aveva più una parola d’ordine da dare alla gioventù. [… ] In un’epoca di crescente eccitazione dei giovani, essa diceva loro “statevi buoni”; in un’epoca di offensive e confronti ideologici, essa dormiva tranquilla perché le percentuali FUAN nei “parlamentini” restavano stazionarie. Fossilizzata nelle trincee di etroguardia del patriottismo borghese, incapace di agitare il grande mito di domani, il mito dell’Europa, le organizzazioni giovanili ufficiali vegetavano senza più contatto alcuno col mondo delle idee, della cultura, della storia.
    È bastato un soffio di vento a spazzare questo immobilismo che voleva essere furbesco, ma era soltanto cretino. Bastarono le prime occupazioni per comprendere che dall’altra parte – quella della destra – non c’era più nulla. La cosiddetta classe giovanile si lasciò sommergere in pochi giorni, senza fantasia e senza gloria. Quando le bandiere rosse sventolarono in quelle università che avevano costituito fino a pochi anni prima le roccaforti della destra nazionale, molti guardarono a destra, attesero un segno. Ma il segno non venne: mancarono, più che il coraggio, e i giovani che erano pronti, l’iniziativa e le idee. Maturata nei corridoi di partito, in un clima furbesco e procacciatore, questa cosiddetta classe dirigente giovanile ormai rarefatta a tre o quattro nomi non aveva assolutamente niente da dire di fronte alla formidabile offensiva ideologica delle sinistre. Ne era semplicemente spazzata via. Si riuscì a farsi rinchiudere nel ghetto della banalità più retriva.

    [...]

    Mentre le sinistre, con tutta una rete di circoli politici e culturali, agitavano, con sempre maggiore fantasia, tutta una serie di temi rivoluzionari, la gioventù di destra era castigata a montar la guardia al “dio- patria- famiglia” . Si parlava un po’ di Gentile, il cui patriottismo generico era abbastanza scolorito e tranquillizzante, ma si evitavano con gran cura le tesi antiborghesi d’uno Julius Evola. La parola d’ ordine era di amare la patria e la conciliazione, di odiare il divorzio, il cinema pornografico e la Süd TirolerVolkspartei . Fascisti si, ma con moderazione; dei nazisti, neppure parlarne. Ci si deve meravigliare se molti dei migliori giovani di destra siano diventati “cinesi”? Per un giovane di temperamento veramente fascista, le parole estreme, la violenza, le bandiere dei “cinesi” venivano a surrogare quel che la destra ufficiale, tiepida e invecchiata, non poteva più dare. Ci si può meravigliare se per reazione, sorse il fenomeno dei nazimaoisti? [… ] Molti di questi nazi-maoisti erano soltanto dei signorini che cercavano di tenersi alla moda. Ma anche quelli che sinceramente speravano di creare un nuovo fronte rivoluzionario, disparvero nella selva di bandiere rosse dei loro “alleati” . La loro incerta tematica fu risucchiata dal gergo marxista. Crearon dei dubbi, di cui solo il comunismo si avvantaggiò. [… ] Esso sta a dimostrare come una visione di destra rivoluzionaria e antiborghese avrebbe per lo meno disorientato i contestatori, e come la contestazione avrebbe potuto essere loro strappata di mano se solo si fosse avute alle spalle una tematica meno bolsa e convenzionale. Ciò che non ha compreso la destra, la necessità di ringiovanire la sua tematica, lo ha ben compreso il PCI.

    [...]

    Il PCI ha coscientemente coltivato tutta una certa mitologia mediante associazioni culturali, politiche, artistiche, alle quali vien garantita la massima libertà critica nei confronti del partito, ma che portano avanti un certo di discorso atto a condurre i giovani nell’area del comunismo. [… ] Il PCI ha compreso anche che un certo comunismo da cellula, alla russa, è ormai qualcosa di troppo austero coi tempi che corrono, e ha puntato le sue carte sui comunismi esotici, romantici, tropicali, sui poteri negri e gialli, sui comunismi barbutelli, pidocchiosi, fantasiosi, il comunismo del Ché e del cha-cha-cha, di Luther King e di Halleluja. E’ questo il comunismo alla moda, il comunismo che piace ad una gioventù sempre più sbracata. Il centro d’infezione di questo nuovo comunismo è la casa editrice del miliardario comunista Giangiacomo Feltrinelli (per gli amici “Giangi” ), il Giangiacomo Rousseau della nuova rivoluzione. [… ] È dalle librerie di Feltrinelli che escono a migliaia i libri sulla droga e sulla Bolivia, sui negri e su Fidel Castro, è là che si possono comprare i distintivi di protesta, è là che fu tenuta a battesimo la rivista «Quindici», organo del “movimento studentesco” . Poco importa che le avanguardie cinesi e castriste snobbino il PCI. Esse seminano pur sempre un grano che non sarà mietuto nelle lontane Avana e Pechino, ma dal comunismo nostrano. Il “movimento studentesco” attira i giovani in un ordine d’idee che – placatisi i giovani bollori- farà di loro dei bravi elettori comunisti. Il PCI ha sempre controllato l’agitazione studentesca. Nessuno crederà che le occupazioni di facoltà protrattesi per mesi interi siano state possibili senza l’apparato logistico del partito comunista, senza i rifornimenti della FGC. I pacchi-viveri che furono distribuiti a Roma nella facoltà di Lettere occupata, erano involti in carta elettorale del PCI. I professori alla testa della rivolta erano i soliti Chiarini, Amaldi, Asor-Rosa. I parlamentari alla testa dei cortei del “movimento studentesco” erano parlamentari comunisti.

    [...]

    Quali risultati politici si aspetta il partito comunista da quest’agitazione? Innanzi tutto, creare un clima di frontismo giovanile, un fronte comune di giovani cattolici e giovani comunisti contro il governo e, chissà, domani, utili idioti “nazionali” e giovani comunisti contro la NATO. Logorando la preclusione anticomunista nei giovani democristiani, esso pone le premesse per il superamento dell’anticomunismo DC. In secondo luogo, esso ricatta i socialisti, costringendoli ad una “corsa a sinistra” all’interno del centro-sinistra. In terzo luogo, esso pone la sua candidatura alla partecipazione al governo, della quale -a parte l’alleanza atlantica- esistono già tutte le premesse. Di fronte a questo lucido disegno del PCI, che si serve della gioventù universitaria come d’una forza d’urto, sta l’inettitudine dell’attuale classe dirigente della destra giovanile a dire una parola nuova alla gioventù. È quest’inettitudine che ha condotto a quelle defezioni e a quelle confusioni che si sarebbero potute evitare.

    [...]

    [… ] Questa mitologia d’una borghesia putrefatta che spera nella “rivoluzione”, per conquistare sempre nuovi paradisi di libertà e sudiciume, non è in nessun modo un’antitesi al sistema, ma solo l’evoluzione interna del sistema verso la sua inevitabile conclusione: la putrefazione dei popoli di razza bianca e il tramonto dell’occidente. […] Il fatto è che il partito comunista ha compreso da anni una verità che nel nostro ambiente non è ancora entrata in testa a nessuno, e cioè che un partito estremista, in un momento non rivoluzionario, con una situazione internazionale statica e un certo sonnacchioso benessere all’interno, può portare avanti solo un’offensiva ideologica, appoggiata a minoranze imbevute di un certo mito della vita e che vengon gettate avanti per conseguire effetti psicologici. [… ] Perché è chiaro che si può respingere un certo trito linguaggio benpensante senza cadere per questo nella retorica viet-cong o guevarista. Che si può alzar la bandiera del nazionalismo europeo senza dimenticare le garanzie necessarie alla sicurezza dell’Europa. Che ci si può battere nelle università contro “ l’ordine costituito” ma, contemporaneamente contro i comunisti. Poiché la destra, il fascismo, pur nella loro crisi attuale, rappresentano pur sempre l’unica alternativa rivoluzionaria per la gioventù.

    * * *

    Brani tratti da Contestazione Controluce, in «Ordine Nuovo», a. I, n. s. 1, marzo-aprile 1970.





    Contestazione controluce | Adriano Romualdi

  3. #13
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    I capelli biondi nella Grecia antica

    8 settembre 2008

    Autore: Adriano Romualdi




    E’ stato Reche a osservare che mai i Greci avrebbero adoprato la parola “arcobaleno” (iris) per designare l’iride della pupilla (come i Tedeschi: Regenbogenhaut = iride) se avessero avuto occhi scuri. Solo un popolo con occhi azzurri, o grigi, o verdi può chiamare l’occhio “arcobaleno”: il prisco ceppo degli Elleni apparteneva perciò alla razza nordica.


    Frequenti nelle fonti greche sono gli aggettivi xanthòs e xoutòs “biondo”, pyrrhòs “fulvo” e chrysoeidés “aureo”, riferiti ai capelli di uomini o Dei, aggettivi che corrispondono perfettamente al latino flavus, fulvus e auricomus. Diffuse anche espressioni come chrysokàrenos “testa bionda”, o chrysokóme “chioma d’oro”. Lo stesso progenitore degli Ioni e degli Achei sarebbe stato Xoutòs, “il biondo”, fratello di Doro e figlio di Elleno, mitico capostipite della stirpe greca. Che xanthòs significhi veramente “biondo” è rilevabile da Pindaro che chiama xanthos il leone, Bacchilide il colore del grano maturo (III, 56) mentre Platone nel Timeo (68 b) ci spiega che xanthòs (il giallo) si ottiene mescolando “lo splendente col rosso e col bianco” e Aristotele (Dei colori, I, I) afferma che il fuoco e il sole van detti xanthòs.

    Che i bambini dei Germani ai Greci già snordizzati apparissero “canuti” non sorprenderà se si tiene presente quel biondo platino quasi bianco di cui sono spesso i capelli dei bambini di pura razza nordica. Il significato di xanthòs come “biondo” ci è dato da qualunque dizionario greco. Come è stato spesso notato, gli eroi e gli dei d’Omero sono biondi: Achille, modello dell’eroe acheo, è biondo come Sigfrido, biondi sono detti Menelao, Radamante, Briseide, Meleagro, Agamede, Ermione. Elena, per cui si combatte a Troia, è bionda, e bionda è Penelope nell’Odissea. Peisandro, commentando un passo dell’Iliade (IV, 147), descrive Menelao xanthokòmes, mégas én glaukòmmatos “biondo, alto e con gli occhi azzurri”.

    Karl Jax ha osservato che tra le dee e le eroine d’Omero non ce n’è una che abbia i capelli neri. Odisseo è l’unico eroe omerico bruno, ma l’abitudine a ritrarre gli eroi biondi è così forte che in due passi dell’Odissea (Xlll, 397, 431) anche lui è detto xanthòs. E, d’altronde, Odisseo si differenzia anche per i suoi caratteri psicologici, segnatamente per la sua astuzia: Gobineau vedeva in lui l’eroe “nella cui genealogia il sangue dei guerrieri achei si è fuso con quello di madri cananee”. In genere però, il disprezzo dei Greci d’epoca omerica per il tipo levantino, è scolpita dal loro disprezzo per i Fenici, bollati come “uomìni subdoli”, “arciimbroglioni” (Iliade XIX, 288). Tra gli dei omerici, Afrodite è bionda, come pure Demetra. Atena è, per eccellenza, “l’occhicerulea Atena”. Il termine adoperato è glaukopis, che certo è in relazione anche col simbolismo della civetta, sacra alla dea (glaux = civetta: occhi scintillanti, occhi di civetta), ma che in senso antropomorfico vale “occhicerulea”: Aulo Gellio (Il, 26, 17) spiega glaucum con “grigio-azzurro” e traduce glaukopis con caesia “die Himmelbluaugige“. Pindaro completa il ritratto omerico della dea chiamandola glaukopis e xanthà. Apollo è phoibos “luminoso, raggiante” e anche xoutòs. Era, sposa di Zeus e modello della matrona ellenica, è leukòlenos, “la dea dalle bianche braccia”, tipico tratto della bellezza femminile della razza nordica.


    Bianche braccia, piedi d’argento, dita rosate, e altri caratteristici aggettivi che rimandano a un colorito chiaro, sono frequenti nei poemi omerici. Anche Esiodo ci parla d’eroi e di dei biondi: biondo è Dioniso, bionda Arianna, bionda Iolea. La connessione dei canoni estetici d’età arcaica con l’ideale nordico si ricava anche dall’importanza attribuita all’altezza: kalos kai mégas sono due aggettivi che van sempre insieme. Nella descrizione di Nausicaa e di Telemaco nell’Odissea, si sente che l’alta statura è quasi sinonimo di nobile nascita. E’ lo stesso modo di sentire del nostro Medioevo, che ha dipinto tutte le donne bionde e che poneva come condizione della loro bellezza la grandezza della persona (“grande, bianca e fina”), anch’esso per l’influenza d’una aristocrazia d’origine nordica, germanica. In epoca classica, nomi come Leukéia, Leukothea, Leukos, Seleukos (da leukòs “Bianco”) alludono al colorito chiaro, così come Phrynos e Phryne a pelli bianche e delicate, come anche i nomi Miltos, Miltìades, e Milto. Galatéia (da gàla-gàlaktos =latte) è “quella dalla pelle di latte”. Rhodope e Rhodopìs quelle dalla “pelle di rosa”. Non rari i nomi Xanthòs, Xuthìas, Xanthà, come anche Phyrros “fulvo” (da pur = fuoco) e Pyrrha sposa di Deucalione e mitica progenitrice del genere umano.

    Verosimilmente le stirpi doriche, ultime venute dal settentrione, e in particolare gli Spartiati, rigorosamente separati dal popolo, dovettero serbare a lungo caratteri nordìci. Ancora nel V secolo, Bacchilide loda le “bionde fanciulle della Laconia”; due secoli prima Alcmane, nel famoso frammento (54) aveva cantato la fanciulla spartana Agesicora “col capo d’oro fino e dal volto d’argento”. Anche le abitudini sportive delle Spartane, il loro costume di fare ginnastica insieme con gli uomini, ci parlano d’una femminilità acerba e atletica che meglio s’immagina in fanciulle di razza nordica che in quelle di razza mediterranea. Eustazio, (IV, 141) vescovo di Salonicco, commentando un passo dell’Iliade, ricordava come la biondezza avesse fatto parte dell’essere spartano. La cosiddetta “fossa dei Lacedemoni” ci ha restituito gli scheletri di 13 Spartani appartenenti alla guarnigione messa in Atene alla fine della guerra del Peloponneso: tre sono quelli di uomini molto alti (1,85; 1,83; 1,78), gli altri di statura superiore alla media, il più piccolo misura 1,60. Breitinger, che ha studiato questi resti scheletrici, rinviene in essi, “almeno una forte impronta nordica”. Ricorderemo che Senofonte segnalava l’alta statura dei Spartani.

    Anche le stirpi ioniche, nonostante risiedessero da più tempo sulle rive del Mediterraneo – fatto che aveva condotto a una notevole mescolanza dell’elemento nordico con quello occidentale-mediterraneo – dovettero serbare, specie nell’aristocrazia, un certo ideale nordico. Nel cimitero del Dypilon, in età geometrica, si nota un incremento di brachicefali centroeuropei a spese dei dolicocefali mediterranei. Non si dimentichi che il geometrico nasce in Attica, esattamente come il gotico nasce in Francia, e così come sarebbe incauto affermare che la Francia non sia stata germanizzata solo perché la lingua è rimasta latina, così sarebbe azzardato sostenere che la migrazione dorica non abbia penetrato l’Attica. Nel VII secolo Solone ci parla d’un Crizia – antenato di Platone – coi capelli biondi, xantothrix, e Platone stesso nel Liside e nella Repubblica ci parla della biondezza come qualcosa di non particolarmente raro. I tragici d’età classica, e particolarmente Euripide, ci mostrano una quantità d’eroi e d’eroine bionde. Nelle Coefore di Eschilo (v. 176, 183, 205) la bionda Elettra rinviene un capello biondo presso il sepolcro del padre, e, poco più in là, ravvisa un’orma del piede particolarmente grande e ne deduce che debba trattarsi di suo fratello. Ridgeway per primo suppose che la saga d’Elettra serbasse un’eco della contrapposizione d’una aristocrazia nordica molto più alta delle plebi mediterranee . Nell’Elettra di Euripide (v. 505 e sgg.) apprendiamo che la biondezza è caratteristica degli Atridi, e nell’Ifigenia in Tauride Ifigenia (52/53) ricorda il padre Agamennone “col crine biondo ondeggiante sul capo”. Lo stesso Euripide ci mostra biondi Eracle, Medea, Armonìa.

    Il Sieglin ha notato che nei livelli dell’Acropoli inferiori alla distruzione persiana si trovano costantemente statue con capelli dipinti d’ocra gialla o rossa e occhi in verde pallido: è noto il famoso “efebo biondo”. In genere, in tutta l’epoca classica, si mantenne l’usanza di dipingere di biondo i capelli delle statue: Filostrato, nel suo libro sulla pittura (Eikones), scrive che “la pittura dipinge un occhio grigio, l’altro azzurro o nero, i capelli gialli, o rossi, o fulvi”.


    Anche la grande Athena Parthenos che sorgeva accanto al Partenone era bionda, ed è stato osservato che l’arte crisoelefantina sorge per ritrarre un’umanità fondamentalmente chiara. Il tipo ritratto dalla plastica ellenica è essenzialmente nordico: “Nelle figure maschili, la grandezza d’animo (megalopsychìa) d’un tipo umano superiore e capace d’una contemplatività spassionata, in quelle femminili il nobile ritegno, l’acerba e pudica ritrosia d’un’anima nobile di razza nordica”. Anche le statuette di Tanagra, analizzate dal Sieglin, si rivelano bionde al 90%, il che non ci sorprenderà gran ché se Eraclido Critico ancora nel III secolo scriveva delle donne della beotica Tebe: “Sono per la grandezza dei corpi, l’andatura e i movimenti, le donne più perfette dell’Ellade. Hanno capelli biondi che portano annodati sul capo” (Bios Hellados, 1, 19).

    Una particolare biondezza delle tebane non meraviglia se si considera la penetrazione tracia nell’area eolica, successiva alla migrazione dorica e connessa all’introduzione della cavalleria, le cui tracce linguistiche si avvertono anche oltre l’Adriatico, tra gli Iapigi. Teodorida di Siracusa (Antologia Palatina, VII, 528 e) ci descrive le fanciulle della beotica Larissa che si tagliano le bionde chiome per la morte d’una concittadina. Anche la colonizzazione eolica avrà diffuso caratteri nordici se si pensa che Saffo chiama la figlia Cleide chryseos (frammento 82). La stessa Saffo è chiamata da Alceo (framm. 63) ioplokos, “col crine di viola”, che viene comunemente tradotto “bruna”. In realtà, come ha mostrato il Sieglin, prima del IV secolo, epoca che segna il disseccamento dell’Ellade e la scomparsa dei boschi, in Grecia esisteva solo la specie gialla della viola (viola biflora), quella stessa che oggi cresce in Baviera e in Tirolo. Ióplokos va tradotto perciò con “bionda”: che Saffo fosse “piccola e nera” (mikrà kai mélaina) è una tarda leggenda.

    Che anche la grecità di Sicilia avesse con sé caratteri nordici potrebbero suggerirlo quelle fonti che ci descrivono Dionigi, tiranno di Siracusa, biondo e con le lentiggini. In genere, la menzione di tanti biondi tra le figure d’un certo rango, convalida l’idea del Sieglin che blond galt als vornehm. In genere, nel V secolo la biondezza doveva esser ancora sentita come qualcosa di tipico per il vero elleno se Pindaro, nella nona Ode Nemea (v. 17), rivolto agli Argivi presenti, celebra i “biondi Danai”. D’altronde. ancora Callimaco (Inni V, 4), due secoli dopo, poteva esortare le donne di Argo: “affrettatevi, affrettatevi o bionde pelasghe!”. Bacchilide, nell’ode a un vincitore degli stessi giochi nemei, loda i mortali, uomini dell’Ellade tutta, che “con la triennale corona velano le teste bionde”. Lo stesso Bacchilide, in un frammento (V, 37 e sgg.), menziona dei “biondi vincitori” xanthotricha nikasanta.

    La grande arte classica, che data da questo secolo, ha ritratto quel tipo alto, con tratti fini e regolari, che è proprio della razza nordica, e quale oggi si può trovare compattamente solo in alcune regioni contadine della Svezia. Anche la razza mediterranea ha tratti regolari, ma è di piccola statura, e quell’impronta più fiera, quel modellato più energico del naso e del mento che fanno la fisionomia classica, sono da ricondursi alla razza nordica: “Ancora Aristotele scrive nella sua Etica Nicomachea che per la bellezza si richiede un corpo grande, di un corpo piccolo sì può dire che sia grazioso e ben fatto ma non propriamente bello. Questo corpo piccolo e grazioso è essenzialmente quello mediterraneo, come appare a uomini di sentire nordico. Per la sensibilità nordica il contenuto fisico e spirituale della razza mediterranea non è sufficiente ad attingere la vera ‘bellezza’, perché qui per la bellezza si richiede una certa gravità interiore, una grandezza d’animo che dai Greci di sensibilità nordica fu sintetizzata nel concetto della megalopsychìa… La figura mediterranea agli occhi dell’uomo nordico apparirà sempre troppo leggera e troppo inconsistente perché i suoi tratti fisici siano ammirati come “belli”.



    Nordiche sono la metriótes, la misurata dignità, la enkrateia, la padronanza di sé, la sofrosyne, la coscienziosa ragionevolezza, in cui lo spirito greco ravvisò la sua essenza profonda. L’apollineo e il dionisiaco, questi due poli della civiltà ellenica esplorati da Nietzsche, altro non sono che l’anima nordica delle élites indoeuropee e la sensibilità spumeggiante delle plebi mediterranee.

    Dionisiaco è l’entusiastico, lo spumeggiante, il piacere chiassoso e l’indomita ferocia dell’antico Mediterraneo; apollineo il tono sublime, la saggia ponderazione, la pronta decisione del Nord. Ma è proprio nel V secolo, estremo equilibrio dello spirito greco, che la bilancia s’inclina. La crisi delle aristocrazie maturava già da almeno un secolo e Teognide – che in un frammento ricorda la sua gioventù, quando “i biondi riccioli gli cadevan dal capo” – aveva già maledetto la mescolanza del sangue, rovina delle antiche schiatte. Il ceto dirigente ateniese andava incontro alla snordizzazione per l’afflusso di sangue meteco, plebeo, levantino. La conseguenza ne era il volgersi dei migliori ateniesi al modello spartano. Senofonte addirittura si trasferì a Sparta. Platone laconeggiava nella sua Repubblica, dove l’élite dei capi è educata come gli Spartiati, e dove il nuovo stato poggia sull’eugenetica (unire i migliori ai migliori, sopprimere i minorati, etc.) sì che l’ideale finale si configura come allevamento di fanciulli secondo il modello dell’uomo perfetto, e guida dello Stato da parte di un gruppo scelto per un tale compito.


    Ma anche Sparta non superò indenne il conflitto peloponnesiaco, che ferì a morte la sua nobiltà guerriera non meno di quel che la seconda guerra mondiale non abbia logorato quella tedesca. E’ un fatto facilmente constatabile che all’eliminazione del sangue più nobile – e da parte lacedemone era il sangue, preziosissimo, dei nordici Spartiati – abbia considerevolmente contribuito la guerra del Peloponneso. Alla battaglia di Leuttra, gli Spartiati finirono col dissanguarsi completamente, sì che quello spartano poteva rispondere ai soldati tebani entrati in Sparta che chiedevano “Dove sono dunque gli Spartani”: “Non ve ne sono più, se no voi non sareste qui adesso”. Il IV secolo è ancora un’epoca di splendore. Ma c’è nella sua luce qualcosa di più caduco e raffinato che sta come la grazia morbida dell’Hermes di Prassitele alle figure acerbamente eroiche dell’arcaismo e a quelle maturamente solari del secolo V. In esso è l’elemento mediterraneo che torna a parlare. In tutti questi caratteri, è stata giustamente ravvisata la presenza di una specie umana più leggera e più leggiadra.

    Di fronte a un’Ellade così fortemente snordizzata, non meraviglia che alla fine del IV secolo l’egemonia sia passata alle regioni periferiche, alla Macedonia. I Macedoni, consanguinei dei Dori, il cui nome dovrebbe significare “gli alti”, dovevano conservare, accanto a una monarchia e a un contadinato patriarcali, l’acerbità nordica delle origini. Alessandro, coi suoi occhi azzurri scintillanti, con la pelle così rosea e delicata che lo si poteva vedere arrossire anche sul petto, è una figura nordica. I Macedoni costituirono l’estrema riserva della grecità, che permise nella fase declinante della sua cultura – di espandere la sua civilizzazione per tutto l’Oriente. Una certa fisionomia nordica dovette conservarsi a lungo nell’aristocrazia macedone. Stratonica, figlia di Demetrio Poliorcete e moglie di Seleuco I, era bionda, biondo era Tolomeo Filadelfo, come pure la sorella Arsinoe, “simile all’aurea Afrodite”. In tutta l’epoca ellenistica, l’ideale femminile continuò ad incentrarsi sulla xanthótes, sulla biondezza. Ce lo ricordano i poeti (Apollonio Rodio, l’Antologia Palatina etc.), il famoso epigramma “Eros ama lo specchio e i biondi capelli”, come pure il fatto che tutte le etere d’alto rango d’epoca ellenistica (Doride, Calliclea, Rodoclea, Lais) erano bionde. La frase… ‘i signori preferiscono le bionde’ vale anche per il mondo maschile delle città ellenistiche.

    Wilhelm Sieglin, che si è preso la pena di andare a scovare tutti i passi delle fonti greche dove si parli del colore degli occhi e dei capelli, ha potuto dimostrare che dei 121 personaggi della storia greca di cui gli autori ci descrivono i caratteri fisici, 109 sono biondi, e solo 13 bruni. Lo stesso Sieglin ha raccolto le descrizioni dei personaggi della mitologia: delle divinità, 60 hanno capelli biondi, e solo 35 capelli scuri (di cui 29 numi del mare o degli inferi); degli eroi delle saghe, 140 sono biondi e 18 han capelli neri; dei personaggi poetici, 41 biondi e 8 neri. Da tutto ciò sarebbe eccessivo dedurre che in tutte le epoche della storia greca i biondi siano stati in così schiacciante maggioranza. Certo è però che erano numerosi e, soprattutto, davano il tono alla classe dirigente.


    Che un certo ideale nordico contrassegnasse il vero elleno fino ai tempi più tardi, potrebbe confermarlo questa notizia del medico ebreo Adimanto, vissuto all’epoca dell’Impero Romano. Egli scrive (Physiognomikà, 11, 32): “Quegli uomini di stirpe ellenica o ionica che si son conservati puri, sono di statura abbastanza alta, robusti, di corporatura solida e dritta, con pelle chiara e biondi… La testa è di media grandezza, la pelosità corporea inclinante al biondo, fine e delicata, il viso quadrato, gli occhi chiari e lucenti … “. E tuttavia, il romano Manilio ormai ascriveva i Greci alle coloratae gentes. Con la scomparsa della biondezza naturale, erano divenuti di moda i mezzi artificiali di colorazione dei capelli, i xanthìsmata. Il verbo xanthìzestai, “tinger di biondo”, passò ad indicare l’adornarsi, il “farsi belli” per eccellenza. Ma non eran questi mezzi che potevano arrestare il processo di snordizzazione del mondo ellenico. Il tipo dell’elleno si avviava ormai ad estinguersi. Ad esso succedeva il graeculus, lo schiavo astuto o lo scaltro retore, il trafficante o la guida turistica, segnato dal marchio di quella furbizia levantina che lo fecero sentire dai Romani come “inferiore”.

    * * *

    Tratto dal libro Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni, Edizioni di Ar, Padova 1978. Pubblicato sul sito La Discarica dei Benpensanti






    I capelli biondi nella Grecia antica | Adriano Romualdi

  4. #14
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    Italia arcaica: le origini


    1 gennaio 2000

    Autore: Adriano Romualdi



    Quando la Grecia si avviava ormai alla denordizzazione, l’altro serbatoio accumulato dall’ondata indoeuropea del 1200 era appena intaccato, e l’Italia successe alla Grecia nella leadership della civiltà classica.

    Che le lingue italiche – e tra esse il latino – siano state diffuse da un tipo razziale relativamente «chiaro», appare verosimile, data la loro provenienza dall’area centroeuropea. Nonostante le proteste del buon Sergi alla fine del secolo («i veri Italici sono gli indigeni neolitici mediterranei»), la più recente antropologia ha riconosciuto la connessione tra i linguaggi italici e il tipo xantocroico (dal greco xanthòs = biondo e chròes = colorazione). Già il Livi, il medico militare che eseguì i primi rilievi antropologici in Italia sulle classi 1867-70, aveva notato due zone di biondismo, una nell’Italia settentrionale (in particolare nella Lombardia occidentale), che egli metteva in relazione con la migrazione longobarda, l’altra più tenue, lungo l’arco dell’Appennino, riconducibile alle più antiche migrazioni italiche.

    Scrive il Sera, nell’Enciclopedia Italiana: «Ma il fatto più singolare che le due grandi carte del Livi pongono in luce, … è la presenza di una forte componente xantocroica in tutta l’Italia centrale e soprattutto orientale: Umbria, Toscana, Abruzzo e parte settentrionale e orientale dell’Italia meridionale, Molise, Beneventano, Puglia settentrionale, parte settentrionale e orientale della Lucania. Da questa zona si irradierebbero le propaggini disperse del tipo che si riscontrano nelle altre parti della penisola e nella Sicilia… La localizzazione della maggiore massa di questo tipo fa pensare a una provenienza dal Nord e dall’Oriente, cioè che esso sia disceso in Italia seguendo la costa adriatica, senza penetrare addentro nella pianura padana, ma – deduzione assai più importante – sembra che a mano a mano che si discende verso il Sud, esso abbia sede tra i monti. Si può pensare a una preferenza originalmente data a questo ambiente per una minore resistenza del tipo stesso al clima caldo del mezzogiorno italiano, o anche perché il tipo, un tempo esteso alla costa, sia ivi scomparso per fatti di selezione eliminativa. A ogni modo… è chiaro che detto tipo dovette respingere perifericamente una popolazione bruna e branchíoide, che si ha ragione credere fosse autoctona nella regione… E’ probabile che questo tipo xantocroico sia disceso in Italia all’epoca del ferro, se non prima, e che sia stato il portatore del linguaggio ariano. La serie preistorica di Alfedena dovrebbe contenere abbondantemente tale tipo».

    Che i popoli italici – e tra essi i Romani – si distinguessero per una maggiore impronta nordica da quelle genti che affondavano le loro radici nella preistoria mediterranea, potrebbe mostrarlo lo stacco esistente tra il carattere nazionale latino-italico da una parte, e quello etrusco dall’altra, stacco tanto più considerevole se si tien conto della vicinanza reciproca e della comunanza di civiltà. Agli Etruschi, con la loro cultura piena di vivacità e di colore, con la loro intuizione sensuale del mondo, ora cupa ora gioiosa, si contrappone la severità rigida, scabra, quiritaria delle genti latine e sabelliche, prolificazioni di un ethnos differente.

    Così un grande interprete dell’antichità ha sintetizzato il carattere nazionale etrusco: «Etrusca era la gioia ai piaceri dell’esistenza, ai conviti, alle donne e ai begli adolescenti, ai giochi scenici, crudeli o comici, alla lotta dei gladiatori, al circo e alla farsa, all’indolenza, amabile e contemplativa… Ma etruschi erano anche l’eroe cavalleresco e il combattente individuale, che agognavano all’avventura e alla fama, profondamente diversi dagli ubbidienti e disciplinati soldati di formazione romana. E come la vita etrusca si svolgeva nell’opposta tensione di riso e crudeltà, di piacere sensuale ed avventura, di indolenza svagata ed affermazione eroica, non diversamente nell’opposizione di cavaliere e dama: la donna dominava sull’uomo e nella casa e prendeva parte anche alla vita pubblica. Una visione femminile del mondo s’esprime in Etruria dovunque…».

    E’ l’elemento «dionisiaco», lo «schiumante entusiasmo, il piacere e la sfrenata crudeltà dell’antico Mediterraneo», da Schuchhardt contrapposti all’apollineo «alto sentire, accorto agire e misurato decidere del Nord»: come in Grecia l’orfismo, così in Italia gli Etruschi rappresentano il polo «anticlassico».

    Di fronte alla sensuale vivacità delle genti indigene, sta l’ethos dei popoli discesi dal Nord. Sono i duri Sabini (Properzio, 1, 1, 32, 47) con le rigidae Sabinae (Ovidio, Amores, 11, 4, 15), fortissimi viri, severissimi homines (Cicerone, pro Ligario 32; in P. Vattinium 15, 36), avi di forti generazioni di soldati e contadini (rusticorum militum). Sono i Romani con la loro tenuta asciutta, severa, impersonale, le generazioni latine d’età repubblicana che presero le armi contro Annibale prima ancora che la «bionda peluria – flava lanugo - imbiondisse loro le gote» (Silio Italico, Punica, 11, 319), i militi romani dalle «teste bionde» (xanthà kàrena), di cui l’eco è negli “Oracoli Sibillini” (XIV, 346): «Nel senato dell’epoca repubblicana e del quinto fino al primo secolo l’essenza nordica ha sempre dimostrato di essere la forza preponderante e deterrninante: audacia illuminata, attitudine dominata, parola concisa e composta, risoluzione ben meditata, audace senso di dominio. Nelle famiglie senatoriali, anzitutto nel patriziato, e poi nella nobilitas, sorse e cercò di realizzarsi l’idea del vero romano, come una particolare incarnazione romana della natura nordica. In tale modello umano valsero le virtù etiche di impronta nordica: la virilità, virtus, il coraggio, fortitudo, la saggia riflessione, sapientia, la formazione di sé, disciplina, la dignità, gravitas, e il rispetto, pietas… in più quella misurata solennità, solemnitas, che le famiglie senatoriali consideravano come qualcosa di specificamente romano».

    Che questi caratteri spirituali fossero sostenuti da una ben precisa sostanza razziale, è stato affermato dal Sieglin e dal Günther. L’onomastica latina attesta una certa frequenza di caratteri nordici. «Ex habitu corporis Rufos Longosque fecerunt», «dal fisico chiamavano Rufo uno coi capelli rossi, e Longo uno di alta statura»: così Quintiliano ricorda della origine dei nomi propri.

    Il Sieglin dà una lunga serie di Flavii, Flaviani, Rubii, Rufi, Rufini e Rutilii. Questi nomi sembrano esser stati tradizionali nelle genti Giulia, Licinia, Lucrezia, Sergia, Virginia, Cornelia, Junia, Pompeia, Sempronia: ossia nella più gran parte della classe dirigente romana. La famiglia degli Ahenobarbi (barba di rame) faceva risalire la sua denominazione a una leggenda secondo la quale due giovinetti, messaggeri d’una divinità, avevano toccato la barba d’un guerriero romano che era diventata rossa. L. Gabriel de Mortillet suppone che rutilus, col significato d’un biondo infuocato, sia stato usato soprattutto pel sesso maschile, flavus, un biondo più mite, per le donne. Per l’azzurro degli occhi l’aggettivo comune è caesius donde nomi come Caeso, Caesar, Caesulla, Caesilla, Caesennius e Caesonius.

    Ancora la Historia Augusta (Aelius Verus, 2, 4) spiega Cesare con caesius. Per gli occhi grigi l’aggettivo era ravus o ravidus, donde nomi come Ravilia o Ravilla:

    Raviliae a ravis oculis, quemadmodum a caesiis Caesullae.

    Ad alte stature si riferiscono ì nomi Longus, Longinus, Magnus, Maximus, e anche Macer, Scipio (bastone). Albus, Albinus, Albius indicano colorito chiaro. In appendice all’Incerti auctoris liber de praenominibus, d’epoca tiberiana, si legge che nomi di fanciulla come Rutilia, Caesella, Rodocilia, Murcula e Burra designano capelli e compressioni chiare. Murcula viene da murex, porpora, Rodacilla dal greco rhodax, rosellina, Burra – come anche Burrus – dal greco pyrròs: tutte a colore ductae.

    Che il tipo fisico dei Romani, almeno in epoca repubblicana, dovesse essere abbastanza settentrionale, può mostrarlo anche quel detto tramandato da Orazio:

    hic niger est, hunc tu, Romane, caveto!

    «quello è nero, guardati da lui, Romano!», che esprime una diffidenza spontanea verso l’individuo troppo scuro di pelle che non ha perduto neppure oggi la sua attualità. D’altra parte, la credenza che al momento della morte Proserpina staccasse al moribondo il capello biondo che ognuno doveva portare sul capo (Eneide, IV, 698: nondum illi Ilavom Proserpina vertíce crinem abstulerat), non può che esser sorta in un’epoca in cui i capelli biondi erano comuni tra i Romani.

    Il Sieglin, che ha passato in rassegna le fonti sui caratteri fisici degli antichi Italici, scrive che accanto a 63 biondi sono menzionati solo 17 bruni. Ancora nelle pitture dì Pompei il 75% delle immagini ritrae individui chiari. Sempre secondo il Sieglin, 27 divinità romane sono descritte come bionde, e solo 9 come scure. In particolare, Giove, Marte, Mercurio, Minerva, Proserpina, Cerere, Venere, e anche divinità allegoriche come Pietas, Victoria, Bellona, vengono spesso ritratte come bionde. 10 personaggi delle antiche leggende sono biondi, nessuno bruno. Così delle personalità poetiche: 17 bionde e due brune.

    Caratteri nordici ci sono tramandati di diversi personaggi della storia romana. Rosso di capelli e con gli occhi azzurri era Catone il Censore, questa personalità in cui parvero incarnarsi tutte le più antiche virtù del romano. Biondo e occhiceruleo era Silla, il restauratore. Coi capelli biondi e lisci, occhi chiari, flemmatico e composto nella persona, ci appare Augusto, il fondatore dell’Impero. Cesare aveva occhi e capelli neri, ma complessione bianchissima e alta statura.

    L’ideale fisico d’un popolo s’esprime nell’ideale dei suoi poeti. Tibullo canta una Delia bionda, Ovidio una bionda Corinna e Properzio una bionda Cinzia. Una fanciulla troppo nera non doveva essere molto pregiata se Ovidio (Ars Amandi, 11, 657) suggeriva si nigra est, fusca vocetur. Le lodi maggiori van sempre alla candida puella. Giovenale ci parla della flava puella Ogulnia di nobile stirpe.

    Importante è l’Eneide, per quel suo carattere celebrativo delle origini che fa di Virgilio un poeta «archeologo»,in una specie di passione per lo stile degli antichi Romani, in una esaltazione della latinità. Nell’Eneide tutti i personaggi sono biondi. Così Lavinia (Eneide, XII, 605: filia prima manu flavos Lavinia crinis et roseas laniata genas: flavos è preferibile a floros); Enea, spirante nobiltà nel volto e nelle chiome come avorio cinto d’oro (En. I, 592: quale manus addunt ebori decus, aut ubi flavo – argentum Pariusque lapis circundatur auro); il giovinetto Iulo; Mercurio nella sua apparizione (Eri. IV, 559: et crinis Ilavos et membra decora iuventa), mentre tra i guerrieri è un fulvus Camers di nazione ausonia (X, 562), tanto più notevole in quanto di nessuno dei guerrieri o degli altri personaggi dell’Eneide si dice che abbiano capelli neri. Persino la cartaginese Didone è bionda (IV, 590: flaventisque abscissa comas), così forte è l’inclinazione a vedere antichi eroi ed eroine circonfusi in una nube di biondezza originaria. Anche nei Fasti d’Ovidio, composti con uno stesso intento archeologico e celebrativo, eroi ed eroine dell’antichità romana ci appaiono biondi. Bionda è Lucrezia quando piacque a Tarquinio (forma placet, niveusque color flavique capilli, 11, 763), biondi Romolo e Remo, marzia prole:

    Martia ter senos proles adoleverat annos et suberat flavae iam nova barba comae
    (III, 60).

    Ha scritto il Sieglin: «Gli invasori elleni e italici erano, secondo le non poche testimonianze che possediamo, biondi. Bionda è la maggioranza delle persone di cui ci viene descritto l’aspetto fisico; in particolare erano gli appartenenti alle famiglie nobili che si distinguevano per il colore chiaro della loro pelle e dei loro capelli. In tutte le epoche dell’antichità classica, biondo ebbe il significato di distinto».

    L’epoca aurea della romanità «nordica» va dalle origini alla fine delle guerre puniche. E’ l’epoca della repubblica aristocratica, sorta dal patriziato e dai migliori elementi della plebe. E’ l’epoca in cui Ennio poté scrivere moribus antiquis res stat romana virisque, in cui i valori romani poggiavano ancora su di un’adeguata base razziale. L’ideale della probitas, dell’integritas, quello del vir frugi, del vir ingenuus, in cui simplex suonava ancora come una lode, è difficilmente riducibile a uno standard meridionale: «L’essenza del “vero romano”, del vir ingenuus non si spiega alla luce dell’anima “meridionale”, delle popolazioni preitaliche di razza mediterranea, che dovettero invece formare la maggioranza dell’antica plebe, o almeno la plebe della capitale (plebs urbana)» .

    Questo prisco ideale repubblicano d’una severità di contegno derivante non da astratti precetti, ma da una nobile natura di sangue nordico, l’ha espresso Properzio nella figura di Cornelia figlia dell’Africano:

    Mihi natura dedit leges a sanguina ductas
    (IV, 11)

    Già nel Il secolo a.C. son visibili tracce di decadenza. E’ lo spopolamento delle campagne, in seguito alla speculazione e al tasso di sangue troppo alto estorto dalle continue guerre. Di qui, le lotte per la riforma agraria, i Gracchi, e le difficoltà sempre crescenti in spedizioni militari di second’ordine, come a Numanzia, o in Numidia. All’epoca di Pirro, e anche a quella d’Annibale, i Romani avevano potuto mettere in campo quante truppe avevano voluto: «I Romani, scrive Plutarco, colmavano senza fatica e senza indugio i vuoti nelle loro truppe come attingendo da una fonte inesauribile». Nel II secolo già il contadinato italico dava segni d’esaurimento. Ma con la scomparsa del contadinato italico, delle forti generazioni contadine che avevano fatto argine contro Annibale «prima ancora che la bionda peluria vestisse le loro guance», incominciava la denordizzazione della romanità.

    Contemporaneamente, i contatti con la grecità decaduta, con l’Oriente levantino, portavano i primi germi di disfacimento in Roma. Syria prima nos victa corrupit, rìconosceva Floro (Epitome, 1, 47). Già alla metà del II secolo il numero degli schiavi eguagliava quello degli Italici, con conseguenze incalcolabili pel tralignamento del carattere nazionale romano. Il tipo del levantino portato schiavo e emancipato, del liberto di razza ignobile ma ricco e potente, diventa sempre più frequente sulla scena romana per dominarvi incontrastato nei secoli dell’Impero. Siri, greculi, ebrei - nationes natae servituti - secondo il severo giudizio romano, diventavano sempre più numerosi, con l’influsso dissolvente della brillante civilizzazione ellenistica. «I nostri cittadini sembrano schiavi della Siria – diceva il nonno di Cicerone – tanto meglio parlano il greco, e tanto più sono corrotti». «Tacciano codesti, cui l’Italia non fu madre, ma matrigna», aveva detto Scipione Nasica di fronte alla turba tumultuante nel foro, una turba d’importazione.

    Al tipo del romano di ceppo italico succedeva una massa anonima sempre più mediterranea e levantina. Anche la ritrattistica permette di osservare l’avvento di tipi sempre più nettamente levantini – specialmente banchieri e uomini d’affari – che si contrappongono al romano nobile d’impronta nordica o nordico-dinarica. Il tipo fortemente scuro e così scarsamente europeo che caratterizza ancora oggi tanta parte della popolazione dell’Italia – color iste servilis, diceva Cicerone – si può far risalire all’invasione di schiavi orientali, Asiatici Graeci, dell’ultima età repubblicana e di quella imperiale. Che questa massa non potesse offrire sostegno alle vecchie istituzioni aristocratiche repubblicane, e avesse bisogno d’un padrone, spiega il trapasso dalla repubblica all’Impero.

    L’ordine imperiale romano era destinato a reggere ancora alcuni secoli – anche perché la Roma repubblicana aveva già sgombrato il campo da tutti i possibili competitori – in un quadro di splendore ma anche nella coscienza d’una crescente putrefazione della società. I confini di Augusto non dovevano più essere ampliati o quasi in quattro secoli d’Impero. Una fioritura culturale non si ebbe più dopo la fine del I secolo d.C. e si perpetuò un accademismo alessandrino. La filosofia dell’epoca è lo stoicismo, l’individualismo orgoglioso e disperato d’un’anima nordica che si chiude in sé stessa di fronte a una società orinai snordizzata che non le può offrire sostegno.

    Malos homines nunc terra educat atque pusillos, lamentava Giovenale (XV, 70). In effetti, la statura minima dell’esercito imperiale era scesa fino a 1,48 e sempre più la Romanorum brevitas contrastava con la Germanorum proceritas (Vigezio, 1, 1). Nonostante che le ultime genti che potevano far risalire le loro origini ai Latini dei Colli Albani, tra cui i Giulii, si fossero estinte agli albori del principato una certa impronta nordica doveva continuare a tralucere tra i membri della classe dirigente dell’Impero. Si potrebbe fare una lunga lista di Cesari biondi: da Augusto a Tiberio, da Caligola a Nerone, da Tito a Traiano, da Claudio a Probo, da Costantino a Valentiniano. I capelli biondi erano sempre pregiati nella bellezza femminile – Poppea era bionda – e le donne romane se li tingevano (summa cum diligente capillos cinere rutilarunt, Valerio Massimo, 11, 1, 5) o mettevano parrucche di capelli tagliati alle prigioniere germaniche. Ma la sostanza era che l’Impero Romano andava lentamente soggiacendo a una totale orientalizzazione.

    La capacità dell’impero di reggersi nei secoli si dovette alla forza della forma politico-spirituale creata da Roma. Una forma spirituale è creata da un certo tipo razziale, ma almeno in parte gli sopravvive, almeno finché trova una materia umana segnata anche da una minima parte di quel sangue. Ma una volta che anche l’ultima parte del sangue originario è perduta, non resta che una forma vuota, incapace di influenzare una materia umana totalmente recidiva. L’arco della romanità è compreso tra le due affermazioni – moribus antiquis res stat romana virisque - in cui l’età repubblicana aveva orgogliosamente affermato la disponibilìtà d’un’adeguata sostanza razziale, e quell’altra – mores enim ipsi interierunt virorum penuria - con cui la romanità ammetteva l’incapacità di perpetuarsi in un ambiente umano ormai levantino.

    Al vecchio contadinato italico d’impronta nordica, quasi estinto (la desolazione e lo spopolarnento dell’Italia, la vastatio Italiae, è un tema comune della pubblicistica d’età imperiale) poté surrogare, fino al II secolo d.C., la romanità dei coloni delle provincie, delle guarnigioni periferiche. Poi, estinto anche questo flusso d’italicità provinciale da cui erano usciti Traiano, Adriano, Marc’Aurelio, l’orientalizzazione procedette inarrestabile con una rapidità di cui testimoniano il diffondersi dei nomi greci e i successi del cristianesimo. Il cristianesimo, uscito dalle viscere della nazione ebraica – multitudo iudaeorum flagrans nonnunquam in contionibus, civitas tam suspiciosa et malefica – viene dall’Oriente, si afferma nelle province orientali, e incontra resistenza nella parte europea dell’Impero, tranne nelle regioni marittime conquistate dal cosmopolitismo orientalizzante. Col cristianesimo si diffonde anche un nuovo ideale fisico orientale, presto visibile nei mosaici e negli ipogei. Il cristianesimo nell’Impero Romano, una fede di individui politicamente, economicamente e spiritualmente poveri, era la religione dello strato più basso della popolazione, di immigrati d’origine orientale e africana, i quali non erano sensibili né allo spirito ellenico né all’arte politica di Roma.

    L’ultima resistenza nordica ed europea contro l’orientalizzazione del mondo classico – la penetrazione eccessiva di elementi estranei nell’impero Romano mediante la diffusione della concezione della vita e della religiosità dell’Oriente – viene da parte degli Illirici, questa gente di soldati bionda e grande, che darà a Roma Aureliano, Decio, Diocleziano. E’, sotto il segno del Sole Invitto, la reazione dei provinciali, degli europei, dei legionari, contro la levantinizzazione dell’Impero e la civiltà cristiano-cosmopolitica. E’ l’estremo baluardo del paganesimo contro i demagoghi dell’Oriente e, insieme, la difesa del danarium romano e della piccola borghesia italica contro l’oro dell’Oriente. La svalutazione, e il trasferimento della capitale a Costantinopoli, nel cuore dell’Oriente cristiano e antiromano, segnano la fine della romanità europea di ceppo nordico. Invano il poeta Prudenzio doveva mettere in versi la speranza che l’Impero si rinnovasse e che i capelli della Dea Roma «divenissero di nuovo biondi» (rursus flavescere): la Roma indoeuropea non era più.

    Paradossalmente, l’Impero dovette ancora un secolo di vita ai suoi più acerrimi avversari, i Germani. Come alla romanità italica d’epoca repubblicana era succeduta la romanità italico-provinciale del principato, come a essa era succeduta, alla metà del II secolo, la romanità illirica dei legionari e delle guarnigioni, così nell’ultimo secolo di Roma prese forma una romanità-germanica la cui eco giunge fino a Teodorico.

    L’esercito romano del IV secolo è già completamente germanizzato, germanici i suoi generali, da Stilicone a Ezio, mentre sui vessilli delle legioni conservatici dalla Notitia Dignitatum stanno le rune del sole, del cervo: i primordiali simboli della Valcamonica ritornano, per un attimo ancora, nella luce morente dello splendore romano. E’ significativo come per questi Germani la parola «romano» abbia acquistato il significato di «imbelle», «malfido». Il «romano» è ormai, nell’accezione corrente, un tipo umano piccolo, nero, gesticolante, accorto e abile, ma anche vile e falso, esattamente come era apparso il graeculus ai Romani d’età repubblicana, e come Platone, a sua volta in una Grecia non ancora snordizzata – aveva descritto Siri ed Egiziani. Questo trapasso di significati può illustrare meglio di ogni altro esempio la parabola discendente della civiltà classica. I popoli parlanti greco e latino nel secolo V d.C., serbavano l’eredità linguistica (Sprachenerbe) degli Elleni e degli Italici indoeuropei, non quella del sangue (Blutserbe).

    I Germani si stanziarono dapprima entro la cinta dell’Impero come coloni e federati. Presero possesso delle campagne ormai spopolate e schiave dei pochi centri urbani e marittimi dipendenti dall’Oriente (Roma, Ravenna). Si fecero accogliere come soldati, coloni, contadini, poi quando l’esaurimento biologico e spirituale della romanità fu troppo grande per restar loro velato dal residuo mito di Roma – si imposero come condottieri, difensori, padroni. Ma con i Germani tornava a penetrare nel bacino mediterraneo quello stesso elemento nordico che già nella preistoria aveva indirizzato in senso «europeo» l’Europa del Sud. La Scandinavia è di nuovo madre di popoli – Scandia insula quasi vagina populorum velut officina gentium: Goti del Vástergótland, Burgundi di Bornholm (Burgundholmr), Vandali del Vendsyssel. Di nuovo la Germania è madre di bionde nazioni: ai biondi Indiani, Persiani, Elleni, Italici, succedono i biondi Franchi, Lombardi, Goti, che vanno a rinsanguare l’esausta Romània.

    Nasce un nuovo cielo di civiltà, la civiltà romanica-germanica dell’Occidente: romanica, non più romana, perché anche i popoli latini sono trasformati nella loro sostanza dall’apporto germanico. Una nuova élite nordica rinsangua l’Europa col suo «sangue azzurro» – sangre azul, come apparve alle popolazioni scure della Spagna la pelle rosea e mostrante le vene dei loro signori visigoti. Sono i «figli dei biondi» – i beni asfar, come apparvero agli Arabi quei crociati che, paradossalmente, rovesciavano il movimento Oriente-Occidente invertito da Costantino ottocento anni prima, e colpivano nell’Islam quella cultura arabomagica che proprio col cristianesimo era mossa alla conquista dell’Europa. Sono i cavalieri tedeschi – decor flavae Germaniae - che col Sacro Romano Impero di nazione germanica rialzano il simbolo imperiale dell’Occidente.

    * * *

    Articolo tratto dal libro Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni, Edizioni di Ar, Padova 1978.






    Italia arcaica: le origini | Adriano Romualdi

  5. #15
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    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    Bagattelle per un massacro

    1 gennaio 2000

    Autore: Adriano Romualdi




    C’è però un punto sul quale non è ammessa nessuna bagattellizzazione. Nessun dubbio, nessuna incertezza, nessun dialogo. I Tedeschi di là dal muro possono andarsene definitivamente a quel paese, così come i Belgi nel Congo, i Francesi in Algeria, gli Italiani in Libia. Ma quelli non si toccano. Quelli sono santi, inviolabili, intoccabili.

    Come toccano quelli, come la fiamma della guerra fredda incomincia a scottare nei paraggi del loro sedere, l’intero Occidente insorge. Insorgono Ricciardetto e Montanelli. Tuonano “La Stampa”, “Il Corriere della Sera”, “La Voce Repubblicana”. Tuona a destra “Il Tempo”, da sinistra “L’Umanità” risponde. Come una colomba spaventata, Golda Meir vola negli Stati Uniti. A New York, i correligionari la omaggiano. Il patto è stretto. Si abbracciano, si baciano, si annusano. Che biblica visione! Che profili! Che effluvii! Che nasi! Ed ecco, Nixon accorre nel Mediterraneo. La VI Flotta è sul piede di guerra. I marines aspettano con l’arma al piede. Tutto è pronto. L’ala marciante della stampa americana, quella stessa che conduce un’assidua campagna contro la guerra del Vietnam, diventa improvvisamente bellicista, militarista. Il senatore Mitchell, il noto pacifista, vuole improvvisamente armi, e armi, più armi … per Israele. I Kohn, i Davidson, i Lyons, i Rabbinovitch, i Sulzberger, i Blumberg, i Gottlieb, i Weil, gli Isaacs -i giornalisti kennedyani dai grossi nasi e dalle spesse lenti- si scoprono d’un tratto più guerrafondai del Pentagono. Le colombe si mutano in falchi. Anzi, in leoni. Anche la stampa nostrana riscopre palpiti sconosciuti. Ha appena finito di spiegare ai suoi lettori che, dopotutto, se gli Italiani vengono cacciati dalla Libia, è colpa del fascismo, che – comunque – non è il caso di prendersela, ed ecco, all’improvviso, fa fuoco e fiamme. La quarta sponda (quella tra Haifa e Tel Aviv) non si molla! Anche la destra dal suo angolino agita la sua piccola bandierina israeliana. Ma si sa, la destra è coccardiera … Una coccarda, una bandiera qualunque, non importa quale .. Una coccarda e un evviva: viva il Duce! Viva De Gaulle! Viva De Lorenzo! Viva la Polizia! Viva i Pompieri! Viva i Prefetti! Viva Mosè Dayan!

    * * *

    E intanto si compie il massacro della politica occidentale nel Mediterraneo.

    La politica di appoggio ad Israele ci ha aizzato contro 100 milioni di Arabi.

    L’incendio si è propagato dalla Palestina all’Egitto, dall’Egitto all’Irak, dall’Irak all’Algeria, dall’Algeria alla Libia. (…) Ma noi siamo rapiti in ammirazione. Come sono bravi gli Israeliani! Come sono buone le loro arance! Come sono belli i loro nasi! E Golda Meir, che cara vecchietta delle favole … E Mosè Dayan, che stratega! Altro che Rommel! Altro che Giulio Cesare!… E intanto il mondo arabo prende fuoco. Contro l’Occidente. Contro l’Europa. (…) Ma noi siamo per quelli. Al fianco di quelli. Fino alla morte. Fino al suicidio. Siamo con quelli perché la nostra propaganda, il nostro cinema, i nostri libri ci han convinto per l’eternità che quelli sono i buoni, i santi, i martiri per eccellenza. Essi soli sono stati perseguitati. Essi soli sono morti. Certo, è vero, ci sono stati anche tre o quattro milioni di Tedeschi annientati tra il Memel e l’Elba, una ventina di milioni di vittime della rivoluzione russa, un quattro o cinque milioni di borghesi liquidati nei paesi dell’Europa Orientale, e poi ci sono gli Estoni, i Lettoni, i Lituani, i Tartari della Crimea, i Tedeschi del Volga etc. Ma questi non contano. Perché i morti di quelli sono più morti. Due o tre volte magari, perché li ricontassero. E poi, cosa saremmo noi, poveri goijm, senza quelli? Tutto ci han dato quelli: Siegmund Freud e Gesù Cristo, Carlo Marx e Carlo Levi, Charlie Chaplin e Arnoldo Foà e Shylok, Süss l’Ebreo, Einstein, Oppenheimer, i Rotschild, i Finzi Contini, il lamento di Portnoy, il diario di Anna Frank, il padre di Anna Frank, e lo zio di Anna Frank, e l’amministratore del padre di Anna Frank…

    Quelli si che ci san fare! I loro aranci sono più buoni dei nostri. I loro morti sono più morti dei nostri. I loro nasi sono più belli dei nostri.

    * * *


    Certo, adesso anche per quelli va maluccio. (…) E anche nell’Europa Orientale le cose volgono al peggio. Finiti i tempi del primo dopoguerra, dove in Ungheria, Romania, Polonia, ebreo e comunista erano sinonimi, e la Russia dava il suo appoggio alla creazione dello Stato d’Israele. Anche là adesso tira una brutt’aria. Gli sforzi dei Daniel, dei Ginzburg, dei Garaudy per la creazione di un nuovo socialismo non han sortito l’effetto sperato. Si voleva un socialismo più cosmopolita, più aperto a taluni fermenti etnici, a talune correnti intellettuali, un socialismo ispirato più a Leone Davidovic Bronstein, detto Trotzski, che non a Giuseppe Djusgavili, detto Stalin. Un socialismo con un orecchio per le poesie di Allen Ginsberg e uno per l’economia di Ota Sik… Un socialismo col volto umano. Un socialismo col naso umano… Ma è andata male. In Polonia e altrove è subentrata la “repressione antisionista”. Gli intellettuali se la passano male adesso. E anche il Blitzkrieg del ’67 si va rilevando, col passare degli anni, una brutta trappola. L’esercito israeliano affonda nelle sabbie mobili di un milione di profughi. Finiti i tempi degli assalti convenzionali alla Nasser, è cominciata la guerra strisciante, le piraterie di Arafat, di Habache, dei giovani turchi della guerra rivoluzionaria.

    Tempi duri per Israele. Bene o male, anch’essa è un pezzo d’Occidente. Un pezzo d’Europa o d’America costruito sulle rive orientali del Mediterraneo. È una posizione avanzata dell’Occidente. Un avamposto dell’uomo bianco. Ma gli avamposti dell’uomo bianco oggi vacillano. Ma, guarda caso, quando questa posizione avanzata si chiamava Algeria, nessuno si scomodava. Anzi, ci chiamavano fascisti, complici dei torturatori, dell’OAS. Che il FLN sgozzasse migliaia di francesi e di algerini andava loro benissimo. Benissimo che un milione di Francesi fosse espulso dalla quarta sponda. Ma adesso è un’altra cosa. Ben altri interessi sono in gioco che non la povera pelle di poveri Europei. Ora sono in gioco le sorti del popolo eletto. E, per quelli, Ricciardetto e Montanelli, il “New York Times” e il clan dei Kennedy, la jena ridens Willy Brandt e i facoceri socialdemocratici di casa nostra sarebbero pronti persino alla guerra. Alla guerra mondiale. Per l’Ungheria no. Per l’Algeria no. Per la Cecoslovacchia no. Per Berlino no. Ma per quelli sì. Son pronti alla morte. Pronti a morire per quelli. A morire per il naso di quelli.




    Bagattelle per un massacro | Adriano Romualdi

  6. #16
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    Mussolini il rivoluzionario

    1 gennaio 2000

    Autore: Adriano Romualdi



    Mussolini il rivoluzionario è il primo solido pilastro di un’opera in quattro volumi che ha in cantiere il giovane storico Renzo De Felice. Essa abbraccia la vita di Mussolini dalla nascita al 1920 e descrive la formazione e le battaglie del futuro Capo del Fascismo dagli anni della giovinezza socialista a quelli del primo squadrismo. Un fascio di luce gettato su di un periodo decisivo della vita di Mussolini e un contributo prezioso ad intendere la sostanza profonda di questa genuina natura di ribelle e di lottatore.

    Purtroppo, a distanza di vent’anni dalla morte, un discorso serio su Mussolini aspetta ancora di essere fatto. Da una parte ci sono la ingiuria, la diffamazione, la calunnia contro un avversario la cui ombra non dà pace e tregua. Dall’altra la patetica e casalinga rievocazione dei fedeli che rischia di deformare in una oleografia borghese la personalità del più spregiudicato rivoluzionario della storia d’Italia. Questo libro del De Felice può essere la prima pietra per la ricostruzione della viva immagine di Mussolini. Un libro serio, documentato, ponderato, scritto, per quanto possibile, senza pregiudizio. È, diciamolo subito, una sorpresa, perché l’editore del volume è il famigerato Einaudi e il prefatore il viscido, sfuggente, Delio Cantimori. Evidentemente qualcosa si sta muovendo nel complesso fazioso e retrivo della storiografia antifascista e, dopo l’orgia di banalità e di calunnie, qualcuno tra i più seri e tra i più colti sente il bisogno di incominciare ad usare un linguaggio più onesto e più pulito.

    Non sappiamo se nei prossimi volumi dell’opera (“Il fascista”, “Il duce”, “L’alleato”) De Felice riuscirà a conservare la misura e l’equilibrio di cui fa sfoggio in questo primo libro, ma l’inizio è senza dubbio soddisfacente.

    Mussolini il rivoluzionario è un’opera che pone le basi della ricostruzione della personalità di Mussolini. Perché Mussolini è stato soprattutto, innanzitutto, una figura di rivoluzionario. Un rivoluzionario: cioè un uomo dotato della istintiva capacità di agire in modo profondo ed incisivo sulle situazioni e sugli stati d’animo, non subendoli ma trasformandoli con un azione violenta, sconvolgitrice, imprevedibile. Un rivoluzionario: ossia una personalità capace di estrarre l’essenziale da un’idea, da una realtà, da un sentimento, e di rendere visibile a tutti, in un momento, ciò che è vecchio e ciò che è nuovo, ciò che è vivo e ciò che è morto, quel che va abbandonato e quel che va conquistato.

    Non un politicante, un mercanteggiatore di voti e di consensi, ma un creatore di fatti irrevocabili, un suscitatore di miti, l’evocatore di tutte le energie sane di un popolo e di una società.

    Questa fondamentale natura rivoluzionaria di Mussolini spiega tutte le sue scelte. Egli ha militato nel socialismo nella speranza di poter sconvolgere con la violenza delle masse proletarie l’assetto di una meschina società borghese. Coerentemente, all’interno del partito socialista ha esecrato e combattuto il riformismo, cioè la tendenza ad inserire il socialismo nel “sistema”. Successivamente, accortosi che il pacifismo socialista confluiva nella grande palude democratica e umanitaria, ha salutato nella guerra lo strumento capace di indirizzare la storia verso la rivoluzione totale. Da questa scelta deriva l’ulteriore rifiuto del socialismo. In questa scelta ne era già contenuta un’altra: fallito il socialismo come strumento di rottura rivoluzionaria, occorreva cercare in un’altra direzione, quella in cui si muoveva la gioventù in armi delle nazioni europee: il fascismo. Nell’apparente contraddizione delle ideologie e degli atteggiamenti c’è una perfetta logica dell’azione.

    La lettura del libro del De Felice ci fa scorrere davanti agli occhi questa coerente successione. Esso si pone più come un racconto obiettivo che come un’interpretazione generale, ma le conseguenze che si traggono si impongono da sole. Innanzitutto in che cosa consisteva essenzialmente il famoso “socialismo” si Mussolini? Esso era eminentemente rivoluzionarismo. Era la lotta spietata, aggressiva, violenta contro l’ordine costituito della borghesia per la creazione di una nuova realtà storica, di un nuovo ordine eroico. In questo Mussolini è discepolo di Sorel, il padre del sindacalismo rivoluzionario, che malediceva il mito del progresso, inveiva contro la “platitude” umanitaria, predicava lo sciopero generale e la violenza come elementi di un mito totale destinato a preparare l’avvento di una umanità eroica.

    Come ognuno può vedere si tratta di prospettive lontanissime da quelle del socialcomunismo contemporaneo il cui fine altro non è che il graduale imborghesimento delle masse con la pace e la bistecca, il burro e le riforme, la coesistenza e la televisione. È un socialismo passato al vaglio di Nietzsche, di cui Mussolini fu attento lettore e che fu, si può dire, l’unico filosofo che studiò veramente. C’è un importante saggio giovanile di Mussolini su Nietzsche apparso su Il Pensiero Romagnolo nel 1905 che De Felice riporta ampiamente. Non è inutile citarlo per comprendere gli orizzonti mentali di questo strano “socialista”.

    Scrive Mussolini: “Il superuomo, ecco la grande creazione nietzscheana. Quale impulso segreto, quale interna rivolta hanno suggerito al solitario professore di lingue antiche dell’università di Basilea questa superba nozione? Forse il taedium vitae, della vita quale si svolge nelle odierne società civili dove irrimediabile mediocrità trionfa a danno della pianta-uomo. E Nietzsche suona la diana di un prossimo ritorno all’ideale. Ma un ideale diverso fondamentalmente da quello in cui hanno creduto le generazioni passate. Per comprenderlo verrà una nuova specie di spiriti liberi fortificati nella guerra, nella solitudine, nel grande pericolo, spiriti che conosceranno il ghiaccio e i venti, le nevi dell’alta montagna e sapranno misurare con occhio sereno tutta la profondità degli abissi, spiriti dotati di un genere sublime di perversità, spiriti che ci libereranno dall’amore del prossimo della volontà del nulla ridonando alla terra il suo scopo e agli uomini le loro speranze – spiriti nuovi, liberi, molto liberi che trionferanno su Dio e sul Nulla!”

    È, lo vede ognuno, la profezia del fascismo. Del resto, della eterogeneità di Mussolini alla mentalità del socialismo corrente si era accorta la Kuliscioff che in quel tempo diceva di lui: “non è un marxista e neppure un socialista. È un poetino, un poetino che ha letto Nietzsche”. Una definizione che si potrebbe accettare se si sostituisse quel “poetino” col termine più appropriato di “rivoluzionario”. Purtroppo esigenze di spazio non ci consentono di discutere i molti temi affrontati dal De Felice in questo libro. Ci limitiamo a lodarne lo sforzo verso un’autentica obbiettività. Esso mette in chiaro le grandi qualità umane, morali, intellettuali di un uomo di cui vent’anni di storiografia antifascista si voleva liberare etichettandolo come “avventuriero” o “demagogo”.

    Soprattutto, quel che traspare dalle righe scarne ed asciutte del De Felice è la superiorità personale di Mussolini, la sua chiarezza intellettuale, la maggiore energia, la capacità lavorativa, l’alta, lungimirante praticità. Mussolini il rivoluzionario è e resta il libro di un antifascista, ma di un antifascista che, cercando, ha trovato le prove e le testimonianze della sua fede e del suo disinteresse e non le ha occultate o nascoste.

    Per noi, per cui Mussolini non è solo un oggetto di studio ma un maestro d’azione politica, esso rappresenta un invito a liberarsi del feticcio del “duce” che dovrebbe avallare certo conformismo borghese e patriottardo da epigoni e da rassegnati e un invito a ritrovare il vero Mussolini: il ribelle, lo spregiudicato, l’anticonformista, l’uomo che ha disperso e bastonato i pavidi e i buffoni di casa nostra per diventare, per oltre vent’anni il terrore e lo spauracchio dell’Europa dei socialisti, dei democratici, dei vigliacchi.

    * * *

    Tratto da Il Secolo d’Italia, (data sconosciuta), 1965.

    Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario




    Mussolini il rivoluzionario | Adriano Romualdi

  7. #17
    Avamposto
    Ospite

    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    Le origini dei Latini

    1 gennaio 2000

    Autore: Adriano Romualdi




    Fin dal secolo scorso la linguistica comparata è giunta al concetto della unità indoeuropea, ossia alla scoperta che le lingue germaniche, italiche, elleniche, celtiche appartengono ad un unico gruppo linguistico di cui fan parte anche l’antico indiano e l’antico persiano.

    Un esame più attento delle lingue indoeuropee permette di rinvenire termini comuni che designano l’orso, il lupo, il castoro, la quercia, la betulla, il gelo, l’inverno, la neve, – ci rimanda cioè ad originarie sedi settentrionali. La presenza del nome del faggio – albero che non cresce ad Est della linea Konigsberg-Odessa – e del salmone, pesce che vive nel Baltico e nel Mare del Nord, ma non nel Mar Caspio o nel Mar Nero, ci permettono di collocare l’antica patria indoeuropea in un territorio compreso tra il Weser e la Vistola, esteso a Nord fino alla Svezia meridionale e a Sud fino alla Selva Boema e ai Carpazi. Effettivamente, da questo territorio si irradiano, a partire dal 2500 a.C., una serie di culture preistoriche che dilagano dapprima nelle valli del Danubio e del Dnjeper, e di qui raggiungono l’Italia, la Grecia, la Persia, l’India.

    Di qui l’origine nordica delle civiltà indiana, persiana, greca, ma anche quella di quei prischi Latini che si stanziarono sui Monti Albani e fondarono Roma. Poiché gli Italici – e tra essi i Latini – in Italia ci sono venuti, presumibilmente, in diverse ondate, mentre l’antica popolazione mediterranea veniva lentamente sommersa da queste invasioni finché ne emergevano, come isole staccate, Liguri, Etruschi, Piceni, Sicani.

    Le affinità europee della lingua latina

    La parentela delle lingue indoeuropee è un fatto acquisito. Più complesso è il problema del legame dei singoli linguaggi tra loro. Esistono dei criteri generali di raggruppamento sui quali più nessuno discute: ad esempio una distinzione tra un gruppo occidentale kentum (del quale fanno parte il greco, il latino e il germanico ma anche l’ittita) ed un gruppo orientale satem, o anche l’unità originaria del sanscrito e del persiano in una comunità “aria” che si può ricercare archeologicamente fino a Nord del Caucaso. Spesso tuttavia i contatti tra le varie lingue sono così diversi e molteplici da rendere impossibile un preciso raggruppamento per gradi di parentela. Tutto ciò rispecchia uno stadio originario in cui i territori dei vari popoli erano incerti e i loro rapporti intrecciati da flussi e riflussi di ondate migratorie.

    Il latino è stato dapprima collocato in una supposta unità italo-celtico-germanica, ossia si è immaginato che gli antenati dei Celti, dei Germani e dei Latini abbiano formato una unità particolare in seno alla grande famiglia indoeuropea. E’ dubbio però se una tale unità sia esistita o se non si debba cercare una unità ancora più larga comprendente anche il veneto e l’illirico, con caratteristiche affinità col baltico. Questo ci introdurrebbe al problema della vera natura del “veneto”, e dell’”illirico”, e a quello della lingua dei popoli dei campi d’urne.

    In effetti, tutte queste lingue possiedono dei termini sicuramente indoeuropei – ma che non si ritrovano in sanscrito o in greco. Esempi di questo “indoeuropeo occidentale” sono il gallico mori, latino mare, antico tedesco meri, lituano mares, antico slavo morje; l’antico irlandese tuath “popolo”, osco touto, antico tedesco diota e antico nordico thiod (“deutsch“), lituano tautà e illirico teutana (“regina”). Comuni a questi popoli sono poi una serie di nomi per i corsi d’acqua che nell’Europa Centrale rappresentano il più antico strato toponomastico analizzabile, mentre in Spagna e in Italia furono importati. Valga come esempio Ala in Norvegia, Aller in Germania, Alento in Italia, Alantà in Lituania – spiegabili col lettone aluots = fonte; Aube in Francia, Alba in Spagna, Elba in Germania, Albula nell’antico Lazio, illuminabili con l’antico nordico elfr fiume e l’antico tedesco elve “letto fluviale”. Questa unità linguistica – per la quale il Krahe ha creato la definizione di alteuropaisch, “europeo antico” – sarebbe quella dello indogermanisches Restvolk, ossia di quegli Indoeuropei rimasti più a lungo nelle antiche sedi.

    In genere, si deve pensare che mentre alcune stirpi indoeuropee, spintesi precocemente nell’area della civiltà egea e medio-orientale, già nel secondo millennio possedevano una lingua ben definita, le altre stirpi, rimaste nella patria originaria, parlavano dialetti appena differenziati l’uno dall’altro. Dai documenti di Pilo e di Hattusas noi sappiamo che intorno al 1400 a.C. nel Peloponneso si parlava già una lingua greca e che nell’alta Mesopotamia lo stato di Mitanni scriveva i suoi documenti in una specie di sanscrito. Ma è presumibile che nella stessa epoca gli antenati dei Latini e dei Germani storici parlassero dei dialetti allo stato fluido e, per così dire, sfumanti l’uno nell’altro.

    Il vocabolario settentrionale del latino

    Molte forme latine si lasciano agevolmente confrontare con forme celtiche, altre con forme celtiche e germaniche. Al latino piscis corrisponde il gotico fisks (tedesco moderno Fisch) e l’irlandese iask. Il latino salix trova riscontro nell’antico alto tedesco salaha e nell’antico irlandese sailech. Oltre alla parentela genealogica c’è un tipo di affinità linguistica che potremmo definire ambientale. Il latino, oltre ad essere stretto parente del germanico e del celtico ha tutto un vocabolario di termini che hanno riscontro non solo in queste lingue ma anche nel baltico e nello slavo. E’ il nome del vento del Nord: in latino carus, in gotico skura, in lituano sziaurè, “Nord” e “vento del Nord”, nell’antico slavo severu, “Nord”. Ecco una serie di parole che designano il freddo: antico alto tedesco kalt e kuoli; lituano galmenis freddo intenso; antico slavo goloti, ghiaccio e zledica; latino gelu e glacies. Questo vocabolario ci parla di un’epoca in cui gli antenati dei Latini e dei Germani e degli Slavi vivevano in un ambiente gelido e settentrionale. Ancora più interessante è un altro termine geografico. Il gotico marei, il lituano mares, l’antico slavo morje, il gallico mori, il latino mare designano di volta in volta il mare, ma anche lagune e bacini chiusi e paludosi. Il tedesco moderno Moor, come il latino muria non indicano il mare, ma la palude. Anche qui si postula una condizione ambientale presente nell’Europa settentrionale preistorica: un paesaggio di acquitrini, di stagni e di lagune disteso intorno ad un mare semichiuso qual’è il Baltico.

    Se si vuol collocare nel tempo questa stretta comunità celtico-germanica-italica-illirica-baltica, bisogna risalire alla età del bronzo – ossia al secondo millennio a.C. – epoca nella quale i Celti non avevano ancora passato il Reno, né gli Italici le Alpi, né gli Illiro-Veneti il Danubio mentre i Germani vivevano nelle loro sedi scandinave e tedesco-settentrionali. In quanto ai popoli baltici, essi occupavano ancora la Prussia Orientale e confinavano coi Veneti alla foce della Vistola (sinus Veneticum). La partecipazione dello slavo a questa comunità linguistica è forse solo apparente, e sorge dal fatto che lo slavo dovette assimilare in Polonia gran parte del vocabolario venetico. E’ solo all’alba dell’età del ferro che i Celti invadono la Gallia, gli Italici l’Italia, e gli Illiri la penisola balcanica. Ciò porterà ad una graduale espansione dei Germani in tutto il territorio tra il Reno e la Vistola.

    Latino e germanico

    In questa unità indoeuropea nord-occidentale, si lasciano isolare numerosi vocaboli comuni soltanto al latino e al germanico. Si pensi a termini designanti parti del corpo come collus (poi collum) e Hals; lingua (antico dingua) e inglese tongue, tedesco Zunge; caput e Haupt. Vi sono poi termini indicanti oggetti della natura come latino limus e tedesco Lehm; gramen (da grasmen) e Gras; acer e Ahorn; saxum e antico alto tedesco sahs “coltello”; far e antico nordico barr “grano”.

    Ancora di più pesano particolarità grammaticali che solo latino e germanico hanno in comune. Entrambi creano avverbi numerali e distributivi con un suffisso no: latino bini (da *duisno) e nordico tvennr (germanico *twizna), “doppio”. Entrambi rispondono alla domanda “dove”? con avverbi di luogo terminanti in ne: gotico utana (“da fuori”, “von aussen“) e latino superne, (“da sopra”). Entrambi formano sostantivi astratti con un suffisso tu: latino iuventus, “gioventù”, e tedesco Altertum, “antichità“. Queste particolarità, e altre che sarebbe lungo citare, han fatto affermare al Krahe che latino e germanico sono stati parlati un tempo da due popoli strettamente confinanti: “In quella fase arcaica che si rispecchia nelle affinità linguistiche qui elencate, gli antenati degli “Italici” han vissuto tra i Celti e i Germani in modo da tener separati questi due popoli. Perciò la comunità linguistica italogermanica è più antica di quella celtico-germanica. La prima risale all’età del bronzo, poiché la parola per bronzo (latino aes-aeris, gotico aiz, antico nordico eir, antico alto tedesco er, da cui il nostro ehern “bronzeo”) è comune solo al germanico e all’italico. Solo dopo che gli “Italici” migrarono al Sud, i Celti giunsero a diretto contatto con i Germani e condividono appunto con loro la parola per “ferro”: gallico isarno, irlandese iarnn e gotico eisarn” (Hans Krahe, Germanische Sprachwissenschaft, Berlin 1969). Ma, ancora più interessante, il latino presenta una serie di parole che han riscontro solo nello scandinavo, cioè nell’antico nordico. Al latino os corrisponde il nordico oss “bocca di fiume”; al latino sanctus il nordico sattr; al latino longaevus il nordico longaer; e altri esempi si potrebbero addurre. Rudolf Much, che ha sottolineato questo fatto, ha messo in rilievo come il latino auster e il norvegese austr indichino entrambi il Sud, e non l’Est, come nelle altre lingue indoeuropee, il che in Norvegia si spiega col particolare orientamento delle valli. Egli ha ricordato come tra gli Eruli di Odoacre fossero anche dei Rugii originari della Norvegia – e si è chiesto se nella preistoria non si sia verificato alcunché dì simile. D’altronde, gli stessi Goti erano originari della Svezia.

    La cultura dei campi d’urne e lo indogermanisches Restvolk

    Le affinità europee della lingua latina e il suo vocabolario settentrionale si lasciano spiegare col cosiddetto “indoeuropeo nord-occidentale” del Devoto, ossia con quella caratteristica affinità che si rinviene tra italico, celtico, germanico, illirico ma anche baltico e slavo. Questa affinità, secondo il Krahe è quella dell’indogermanisches Restvolk, ossia di quegli Indoeuropei rimasti nelle antiche sedi centro e nordeuropee. Non è qui il caso di ripercorrere tutte le complesse vicende della formazione dell’ethnos indoeuropeo e della sua progressiva dispersione. Mi limito a rimandare alla mia Introduzione a Religiosità indoeuropea di Hans F. K. Guenther, dove, chi lo volesse, potrà trovare un’ampia discussione del problema indoeuropeo.

    Basterà accennare che l’espansione indoeuropea è legata a due grandi movimenti migratorii. Il primo è quello della ceramica cordata e delle asce di combattimento strettamente intrecciato con quello delle anfore globulari che raggiunge sia la Grecia che l’Anatolia, sia il Volga che il Caucaso. A questo primo movimento, databile tra il 2300 e il 2000 a.C., si deve il distacco dal ceppo comune di Greci e Ittiti, Traci e Arii. Il secondo, più recente, si colloca intorno al 1250-850 a.C.. E’ quello dei cosiddetti campi d’urne (Urnenfelder). Il focolare della Urnenfelderkultur è la Lusazia, e, in genere, il paese tra l’Elba e l’Oder. Verso il 1400 a.C. la cultura lusaziana si trasforma nella cultura dei campi d’urne, che prende il nome dai sepolcreti a fior di terra dove le urne si allineano le une accanto alle altre. L’usanza di bruciare i morti ha antiche radici nell’Europa centrale, ma solo ora assume un carattere organico e totalitario. E’ una nuova espressione di quel culto del cielo e del fuoco che sta all’origine della religiosità indoeuropea.

    Il simbolismo della Urnenfelderkultur si tocca con quello delle incisioni rupestri scandinave. Verso il 1250 la cultura dei campi d’urne – estesa ormai a tutto il territorio tra Reno, Vistola e Alpi – esplode violentemente. Tutta una serie di armi di foggia centroeuropea, i sepolcreti d’urne, monili, fogge, utensili di fabbricazione austriaca, tedesca, boema, ungherese, si diffondono rapidamente verso il Sud. Ma anche all’Ovest è lo stesso. I campi d’urne dilagano nella regione francese, nelle isole britanniche, fino in Catalogna. La migrazione dei campi d’urne porta alla dispersione dell’indogermanisches Restvolk: Celti ad Ovest, Italici verso Sud, Illiri verso Sud-Est. In Grecia, le città micenee crollano sotto l’urto della Emigrazione dorica”.

    I campi d’urne in Italia

    In Italia, l’incinerazione fa la sua comparsa poco prima del 1300 a.C. nel comasco, nel milanese e sul Garda. I bronzi connessi con queste tombe sono spiccatamente mitteleuropei. Che l’incinerazione fosse presente già in questa epoca nelle terramare – le stazioni su pali dell’Emilia – è probabile. Certo, i modelli ceramici richiamano da vicino esemplari lusaziani. Ma è dopo il 1250 che il fiotto dei campi d’urne trabocca nella penisola appenninica. Dapprima, abbiamo caratteristiche manifestazioni nella pianura Padana e solo avanguardie nell’Italia Centrale (Forlì-Poggio Berni, Lamoncello in val di Fiora). Poi i sepolcreti di Pianello del Genga (Fabriano), delle acciaierie di Terni, di Palombara Sabina, Tolfa e Allumiere forniscono l’evidenza d’una penetrazione delle genti incineratrici lungo la valle del Tevere. Queste manifestazioni vengono comunemente attribuite ad un’epoca intorno al 1050-1000 a.C.. Di poco posteriori sono i sepolcreti ad incinerazione che popolano fittamente i Colli Albani. Nel Veneto, sui Colli Berici, compare la cultura atestina. Tra il Veneto e il Lazio, nel bolognese, a Tarquinia, Vetulonia, e in tutta l’Etruria, fiorisce la cultura detta – dal nome d’una località presso Bologna – “villanoviana”.

    Ma gli incineratori non si sono fermati nel Lazio. Noto da quasi un secolo è il sepolcreto di Timmari, presso Matera. E tuttavia solo dopo l’ultima guerra si son messi in luce nuovi sepolcreti a incinerazione a Torre Castelluccia (Taranto), a Pontecagnano (Salerno), a Torre dei Galli (Pizzo Calabro), a Milazzo. Essi sono destinati a mutare molte delle idee correnti sulle origini dei popoli italici.

    Gli incineratori trovano l’Italia Centrale occupata dalla cosiddetta “cultura appenninica”, le cui origini si lasciano ricercare fin verso il 1800 a.C. Substrato mediterraneo e superstrato mitteleuropeo si mescolano e si condizionano l’un l’altro. Sui Colli Albani, dove l’appenninico non esiste, possiamo attenderci di cogliere con maggiore purezza il superstrato nordico. Altrove, dove il substrato è ricco e tenace, l’elemento protoitalico è assorbito. Questo è appunto il caso dell’Etruria. La moderna archeologia ha fatto giustizia della favola erodotèa d’una provenienza del popolo etrusco dalla Lidia. V’è, sì, in epoca già tarda, una “moda orientalizzante”, ma non dei precisi ritrovamenti che possano provare un’origine dall’Asia Minore. Il popolo etrusco, e la lingua etrusca, sono indigeni. Ciò significa però che la cultura appenninica dell’età del bronzo non può essere indoeuropea. Quegli elementi della cultura delle asce di combattimento penetrati fino in Toscana (Rinaldone), fino in Campania (Gaudo), non possono essere stati niente dì più che avvisaglie d’indoeuropeismo. Poiché – se la cultura appenninica fosse già italica – donde sortirebbero l’etrusco, il piceno di Novillara, e tutti gli altri tenaci residui mediterranei testimoniati fin in epoca recente? L’origine dell’”italico”, o almeno del latino, non può non essere ricollegata ai campi d’urne. La nascita dell’ethnos latino dalla cultura incineratrice dei Colli Albani è lì a dimostrarcelo.

    I Colli Albani e Roma

    Quattro sono le principalì culture incineratrici nella prima età del ferro (1000-650 a.C.). La prima è quella atestina, sui Colli Euganei, matrice della nazionalità veneta. La seconda è quella di Golasecca, nella Lombardia Occidentale e nel Canton Ticino. La sua identificazione etnica è incerta. Sulla base di alcune iscrizioni, si può parlare d’una parziale indoeuropeizzazione dei Liguri. Ancora più complesso è il caso della cultura villanoviana, estesa dal bolognese alla Maremma attraverso l’Umbria, e sul cui impianto si sviluppa la fiorente civiltà etrusca. Per la zona toscana si può pensare ad un assorbimento delle correnti italiche da parte del ricco substrato appenninico. L’etrusco ne conserva tracce nel vocabolario: etrusco usil, “sole”, si riconnette ad un indoeuropeo *sauwel, italico auselo, (nel nome della gens Aurelia “a sole dicta”). Etrusco aisar si riconnette al veneto aisus e ai germanici Asen. Per la zona umbra bisognerà credere che correnti transadriatiche – attraverso le Marche meridionali – abbiano sommerso un’area protovillanoviana affine a quella veneta e a quella latina. Le differenze e le affinità tra umbro e latino verrebbero spiegate da questa ipotesi.

    Nel Lazio a Sud del Tevere, gli incineratori trovano un paese pressoché deserto. I Colli Albani – coperti di foreste -, le bassure del Tevere, le paludi Pontine non sembrano avere attratto coloni dell’età del bronzo. Gli insediamenti degli incineratori si depositano particolarmente fitti sui Monti Albani: intorno, è la bassura paludosa. I sepolcreti di Marino, Albano, Grottaferrata, Frascati, Rocca di Papa, Castel Gandolfo, Lanuvio, Velletri, Ardea, Anzio ci forniscono un quadro esauriente della più antica cultura latina. Il rito è quello mitteleuropeo dell’incinerazione. Fibule, rasoi, armi, rimandano agli esemplari austriaci e tedeschi. L’urna a capanna è stata spesso spiegata con influenze indigene. Ma le urne a capanna dello Harz e della bassa Vìstola, il nome stesso del Lat-ium, identico a quello della Lettonia (Lat-via), e lo stesso nome Roma, così frequente nella Prussia Orientale per designare un “luogo sacro” (Rom-uva, Rom-inten), ci rimandano ad un area “venetica” non troppo lontana dal golfo di Danzica (“sinus Veneticum“). Niente meno che Giacomo Devoto ha calcato l’accento sulla menzione di Venetulani nell’elenco pliniano degli antichi popoli del Lazio, e ha spiegato il nome Rutuli come “i biondi”.

    * * *

    Passi tratti dal libro Gli Indoeuropei.





    Le origini dei Latini | Adriano Romualdi

  8. #18
    Avamposto
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    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    Finis Europae


    1 gennaio 2000

    Autore: Adriano Romualdi

    Ogni anno, quando aprile volge alla fine e il vento di primavera impolvera le strade, la rumorosa celebrazione del 25 Aprile ci strappa dagli abituali pensieri per richiamare alla nostra coscienza la tragica fine della guerra. Il crollo politico e spirituale dell’Italia e dell’Europa. In verità nessuna occasione è più propizia per consentirci di valutare adeguatamente l’entità morale della catastrofe: le bandiere alle finestre per celebrare una sconfitta militare, il giubilo concorde del partito russo e di quello americano che, alla distanza di tanti anni, continuano a rappresentare gli interessi dei loro padroni contro l’interesse nazionale europeo, l’apologia e la celebrazione del 25 Aprile ci strappano dagli abituali pensieri e ci portano a quelli del massacro e dell’odio civile.

    Ma, al di là dell’agiografia commemorativa, rimane la drammatica importanza dell’anniversario. Poiché la guerra la cui fine si celebra non fu solo guerra civile e mondiale ma la tragedia storica che ha portato alla detronizzazione dell’Europa e ha trasferito le insegne del comando del territorio del nostro continente alla Russia e all’America. Con questa tragedia il tramonto dell’Occidente, profetizzato da Spengler nel 1917, diviene una schiacciante, evidente realtà.

    Vi sono epoche nella storia, spesso concluse nel breve giro di mesi o di anni, che ardono da lontano di inestinguibile chiarore, come isolate da un cerchio di luce sull’opaca scena della storia del mondo. Recinti da questa magica cintura di fuoco uomini ed avvenimenti riappaiono con irreale lentezza e ricchezza di particolari come l’estremo profilarsi di costruzioni inghiottite da un incendio che divampa all’orizzonte in una notte serena. Sono le epoche cruciali, quelle in cui l’angelo della storia batte con le sue grandi ali a sollievo o a terrore dei popoli e in cui, nel volgere di pochi, turbinosi eventi, si decidono i destini delle civiltà.

    A queste epoche appartiene la seconda guerra mondiale, che segna la lotta estrema dell’Europa contro la morte politica e si conclude con la sua lunga, disperata agonia. In essa ogni breve episodio si cristallizza nella memoria dei secoli, ogni figura subisce una stilizzazione eroica, ogni battaglia diventa epopea e mito.

    L’agonia dell’Europa è lunga. Essa incomincia all’alba del 6 giugno 1944 quando il mare di Normandia, d’un tratto, nereggia di navi. È un’armata navale immensa e paurosa, la più grande flotta di tutti i tempi radunata per rovesciare sulle difese del Vallo Occidentale una marea di uomini e di armi. L’America, con le sue forze intatte ed il suo poderoso potenziale industriale scaglia centinaia di migliaia di soldati contro i bastioni della madrepatria europea. E’ la Nemesi storica che si volge contro il vecchio continente colpevole di non aver saputo garantire adeguate possibilità di vita a milioni di suoi figli e di averli lasciati fuggire oltre l’Oceano ad alimentare la forza della grande repubblica materialistica dei deracinés. La lotta divampa crudele sul bianco nastro costiero della penisola di Cotentin. Ogni minuto, ogni ora rimbomba di paurosi boati, di schianti mortali: è il giorno più lungo della guerra, come Rommel lo aveva chiamato. La difesa è impari ma disperata: «Gli uomini della SS – racconterà un superstite di parte americana – si gettavano sui nostri carri armati come lupi sulla preda. Ci costringevano ad ucciderli anche quando ci saremmo accontentati di prenderli prigionieri». È il momento decisivo della guerra: se gli Americani vengono ributtati a mare, se le difese del Westwall tengono, la grande invasione del continente potrà essere ritentata tra due, tre anni. In quel tempo tutto potrebbe cambiare. Ma la schiacciante superiorità delle forze e il totale dominio dell’aria decidono la lotta.

    Se il pensiero ripercorre quegli avvenimenti si fissa su alcuni ossessivi dettagli che portano il segno della fatalità. Così la mancata utilizzazione della segnalazione del controspionaggio tedesco che aveva individuato la parola d’ordine dell’invasione diffusa in linguaggio cifrato dalle emittenti inglesi; così l’assenza di Rommel, in visita alla moglie per il compleanno di lei. Ma, due giorni prima dello sbarco di Normandia, ben altro presagio si era mostrato a segnalare sciagura e fine per l’intero continente: la caduta di Roma. Roma la città creatrice della civiltà dell’Occidente il 4 giugno era stata occupata dalle truppe alleate. Pure, sulla via di Roma, dal lontano gennaio in cui erano sbarcati nel porto di Anzio, gli Americani avevano lasciato caterve di morti. E su questo medesimo fronte si erano verificati alcuni oscuri fatti d’armi, piccoli nella cronaca generale della guerra, ma gravidi di significato per l’onore del nostro popolo: per la prima volta dopo l’otto settembre soldati italiani avevano combattuto in prima linea contro l’invasore.

    In aprile, dopo l’incontro con Hitler a Klessheim, Mussolini aveva visitato le divisioni italiane addestrate in Germania. Con giubilo indescrivibile Mussolini era stato accolto da un unico grido levatosi dalle bocche di quei dodicimila uomini: «A Nettuno! A Nettuno!». Ora quella prima invocazione alla lotta e al sacrificio aveva trovato conferma nel sangue. Il battaglione Barbarigo, insieme ai volontari delle SS italiane, aveva tenuto valorosamente il fronte tra Borgo Piave e il lago Fogliano. Di mille ne rimasero meno di 400. Ad Ardea e a Pratica di Mare i giovanissimi della Folgore compirono prodigi di valore. Anch’essi si fecero uccidere fino all’ultimo uomo muovendo all’assalto dei cari nemici col moschetto e, all’occorrenza, anche col pugnale. Di 980 andati in linea il 31 maggio, il 3 giugno non ne rimanevano che 30. E questi trenta eroici disperati, ritirandosi verso Roma col cuore pieno d’angoscia per la scomparsa dei loro camerati, ancora trovavano la forza di fermarsi, di piantare le mitragliatrici, di scagliare le ultime, rabbiose raffiche contro il nemico.

    Il crollo del Vallo Atlantico e la occupazione della Francia, portata a termine per i primi di settembre, costituirono il primo esempio di “liberazione” in grande stile e, conseguentemente, la grande prova generale del nuovo costume “liberatorio”. L’Europa, che ancora non aveva avuto modo di impratichirsi nella nuova moda politica, trattenne il respiro di fronte ai nuovi orrori, di marca prettamente democratica. «Oh libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome!»: queste parole che Madame Roland pronunciò salendo alla ghigliottina costituiscono il miglior commento alla sanguinosa carneficina con la quale si tentò di distruggere tutti quei francesi che avevano collaborato con la Germania per la creazione di un nuovo ordine europeo. Le vittime, secondo le dichiarazioni ufficiali di un ministro francese del dopoguerra, ascendono a oltre centocinquemila. Altri, innumerevoli, vennero stipati nelle prigioni rigurgitanti di uomini e di donne. I volontari antibolscevichi, che hanno bagnato del loro sangue la terra di Russia per difendere l’Europa dal comunismo, subiscono la crudele vendetta dei copartigiani rossi che li braccano, li massacrano, li seviziano. È un’immensa tragedia che prelude a quella che dilagherà in tutta Europa pochi mesi più tardi.

    Tra le vittime della “libertà” sono alcuni dei migliori ingegni francesi: gli scrittori Céline e Chateaubriand, costretti all’esilio, Charles Maurras, che paga con l’ergastolo la sua battaglia contro il farisaismo democratico, Drieu La Rochelle, suicidatosi per la incapacità di sopravvivere in un mondo crollato, Brasillach, fucilato nel febbraio del ’45 dopo che, nel settembre dell’anno precedente, si era costituito per far liberare la madre. Brasillach non aveva mai svolto una vera e propria attività politica, non era mai stato iscritto a nessun partito. Ma aveva messo la sua opera di poeta e di scrittore al servizio di quella che riteneva la causa della gioventù europea. Nel carcere egli verga ancora gli ultimi scritti, i versi degli indimenticabili poemi di Fresnes: «Sento il dolore del mio paese con le sue città in fiamme – le sofferenze inflittegli dai suoi nemici e dai suoi alleati – sento l’angoscia del mio paese lacerto nel corpo e nell’anima – chiuso nella ferrea trappola della sofferenza».

    * * * * *


    Intanto, nella torrida estate che vede la liberazione della Francia, gli alleati risalgono la penisola italiana verso la Linea Gotica. Al Nord la Repubblica Sociale si prepara alla lotta più aspra e disperata. L’invasione del territorio nazionale, l’intensificarsi del terrorismo comunista richiedono una mobilitazione nazionale delle forze combattenti. Gli iscritti al partito, dei 18 ai 60 anni, vengono armati. Nascono così le Brigate Nere. L’anima di questa resistenza accanita, di questo nuovo Fascismo che ritrovato lo spirito e l’audacia delle squadre d’azione, è Pavolini. Giovane, dinamico, interessato ai problemi della cultura e scrittore egli stesso, Pavolini, che proviene da una delle migliori famiglie fiorentine, incarna l’energia disperata dell’ultima battaglia, la volontà della lotta ad oltranza. È lui che organizza i fascisti di Firenze per l’estrema resistenza nella città. A Firenze, sgomberata dai Tedeschi, i franchi tiratori fascisti resistono per una settimana. Uomini, donne, fanciulli, sparano dai tetti sugli alleati e sui comunisti. Dopo la fine della guerra un ufficiale americano, chi gli chiede quale città italiana gli sia piaciuta di più, risponderà: «Firenze, perché è l’unica città dove ho veduto degli italiani che hanno avuto il coraggio di spararci addosso». Malaparte dedicherà un’indimenticabile pagina de La Pelle alla descrizione della fucilazione di franchi tiratori e franche tiratrici fiorentine, ragazzi e ragazze di quindici o sedici anni che muoiono beffandosi dei loro carnefici gridando: «Viva Mussolini!». È l’unica pagina pulita e luminosa in quel libro così tetramente sudicio e opaco, l’unica nella quale il nome italiano esca onorato.

    Ma la grande, paurosa minaccia incombe da Oriente. Dalle tragiche giornate di Stalingrado il bolscevismo ha continuato la sua inarrestabile marcia verso Ovest. Nell’estate del ’44 esso forza le porte orientali d’Europa e dilaga nei Balcani. Il tradimento della Romania e delle Bulgaria permette ai sovietici di congiungersi con le bande di Tito e di entrare a Belgrado il 22 ottobre. Pochi giorni prima, il 15, mentre i Russi forzavano i passi dei Carpazi, Horthy aveva chiesto un armistizio. Fulmineamente i Tedeschi ristabiliscono la situazione formando un governo capeggiato dal maggiore Szalazy, il condottiero delle Croci Frecciate, sostenitore della resistenza all’ultimo sangue contro le orde sovietiche che dilagano in tutta l’Ungheria, bruciando, saccheggiando, stuprando. Contemporaneamente le truppe sovietiche hanno continuato la loro avanzata nel settore nord del fronte orientale. Ad agosto hanno occupato il sobborgo orientale di Varsavia, Praha, separato dalla Vistola dal resto della città. Nella capitale polacca divampa la rivolta. Essa sarà miseramente schiacciata dai Tedeschi sotto lo sguardo impassibile dei Russi che, di là dal fiume, assistono con soddisfazione al massacro delle ultime forze “borghesi” polacche. In settembre e in ottobre si compie la tragedia dei paesi baltici, rioccupati dai Russi. Ben trecentomila profughi seguono la ritirata delle armate tedesche mentre le forze superstiti della Wehrmacht si trincerano in una sacca in Curlandia.

    La guerra divampa ormai alle frontiere della Germania mentre le città tedesche ardono, notte e giorno, in un continuo rogo di bombe. Ma la volontà di resistenza è incrollabile. Gli alleati insistono nell’offrire l’inconditional surrender. Dall’altra parte i Russi hanno eloquentemente chiarito le loro intenzioni massacrando fino all’ultima donna e all’ultimo bambino la popolazione del primo villaggio tedesco caduto nella loro mani. La risposta a tutto ciò sono le V1 e le V2, le micidiali armi nuove che portano il nome della vendetta (Vergeltung 1 und 2) e che volano oltre la Manica come frecce di fuoco. Di fronte alla minaccia d’invasione del suolo della Patria si decreta la mobilitazione totale. Nasce così il Volksturm, l’“uragano di popolo” nelle cui fila combattono vegliardi e giovinetti. Il 2 ottobre gli Americani giungono davanti alla prima città tedesca, Aquisgrana. All’intimazione di resa il comandante della piazza risponde che «una città dove sono stati incoronati 14 imperatori tedeschi non si arrende senza l’onore di un combattimento». La lotta divampa per venti giorni. Nel centro della città le SS si sacrificano fino all’ultimo uomo per permettere la ritirata dei difensori e la ricostituzione di un fronte sulla Roer che reggerà per ben 4 mesi. Dalle città arse, dalle vie ingombre di cariaggi e di feriti, dalle profonde foreste germaniche si leva ancora l’inno dei giovani hitleriani: «Tremano le fradice ossa del mondo – di fronte alla grande guerra – ma noi continueremo a marciare – anche quanto tutto ci cadrà intorno in pezzi».

    Pure, nel tumulto della guerra, la fine del 1944 arreca un poco di sollievo, un momento di tranquillità insperata, di nuova speranza. La fortezza europea è stata invasa ma sul fronte della Vistola, sulla linea Sigfrido, sulla Gotica, in Ungheria la situazione tende a stabilizzarsi. Il mondo si copre di un manto di neve che, come il cielo nebbioso che impedisce il volo ai bombardieri alleati, sembra distendersi a sollievo e protezione dell’Europa. Sono ancora possibili giornate di speranza, di euforia, come quella in cui Mussolini parla a Milano, al Teatro Lirico. All’uscita, una folla indescrivibile gli è intorno, lo saluta col braccio levato, si accalca gridando enfaticamente “Duce, Duce!». È l’ultimo discorso di Mussolini e l’ultimo trionfo. Egli ha parlato con moderazione e fermezza, ha illustrato le realizzazioni della Repubblica, ha polemizzato coi Tedeschi. L’eco è immensa in tutta l’Italia che deve ammettere che il Fascismo è riuscito è riuscito a superare la crisi del 1943, che ha ancora uomini e chances, e che, soprattutto, può ancora affascinare i giovani.

    Ma ben altra speranza viene dal fronte occidentale. Un giorno di dicembre l’esercito tedesco, che tutti danno per spossato e boccheggiante, passa violentemente all’offensiva. Le SS escono dalle loro buche nevose e travolgono le sorprese ed impreparate difese americane. È la battaglia delle Ardenne, il canto del cigno della Wehrmacht. Obbiettivo, Anversa, il grande porto belga senza il quale gli Americani non potrebbero continuare l’offensiva contro la Germania. È la estrema, geniale mossa di Hitler, che tenta di ripetere la manovra del 1940, la frattura del fronte nemico e l’insaccamento di una parte di esso. Per quest’ultima, disperata sorpresa si è provveduto al possibile e all’impossibile. Skorzeny, il leggendario liberatore di Mussolini, passa le linee con soldati travestiti da americani cambiando i cartelli stradali e creando lo scompiglio nelle retrovie nemiche. Per un istante il sole della vittoria risplende ancora sulla rossa bandiera crociuncinata. Ma è l’ultimo barbaglio di un astro cadente. Presto la schiacciante superiorità nemica ristabilirà l’equilibrio.

    È così che, al principio del 1945, si leva il sipario sull’ultimo atto della tragedia europea. Simbolicamente la prima città martire è Budapest, circondata il 24 dicembre e assediata fino al 20 febbraio. Le Croci Frecciate versano il loro sangue a fianco dei militi tedeschi. È da quel sangue che nascerà la scintilla della rivolta del 1956. Poi è la volta delle provincie orientali tedesche, raggiunte dall’offensiva sovietica del 12 gennaio 1945. Il Gauleiter slesiano Hanke aveva battezzato i lavori difensivi apprestati contro i Russi “Unternehmen Barthold”, l’operazione Barthold, dal nome del leggendario margravio tedesco che fermò i Mongoli in Slesia. Ora sono veramente le nuove orde di Gengis Khan quelle che vengono avanti. La guerra sembra ritornata ai tempi primordiali, quando lo stupro e il saccheggio erano il premio del vincitore. «Soldati dell’Armata Rossa! – scrive in un proclama propagandistico il raffinato letterato ebreo Ilija Ehrenburg – prendete le donne tedesche, umiliate il loro orgoglio razziale!». Mai nessun invito fu più fervidamente preso sul serio. Anche le bambine vengono ripetutamente violentate da dieci, venti soldati fino a morire di dissanguamento. Di fronte ad un così efferato nemico ogni viltà, ogni ritirata, è un crimine intollerabile.

    In Italia il terrore slavo infuria sul Carso. Militari e civili vengono seviziati, uccisi gettati nelle cupe voragini dette foibe. Ancora adesso quella terra restituisce gli scheletri dei “giustiziati”, l’uno incatenato all’altro col filo spinato, il vivo accanto al morto che col suo peso trascinava il compagno nell’abisso. È alla Repubblica Sociale che spetta l’orgoglio di aver compiuto l’estrema difesa dell’italianità della Venezia Giulia. Negli ultimi giorni di sfacelo i militi fascisti si dirigono verso il fronte orientale per tentare di salvare il diritto dell’Italia in quelle terre.

    Siamo ormai all’epilogo. Il 20 aprile, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, Adolf Hitler ha preso la drammatica decisione di rimanere a Berlino fino alla fine. I manifesti annunciano alla popolazione, ignara della sua presenza in città, che «il Führer è a Berlino, il Führer rimarrà a Berlino, il Führer difenderà Berlino fino al suo ultimo respiro». Il 23 tutte le sirene suonano: i Russi sono penetrati nei quartieri orientali della città. Incomincia l’ultima battaglia. I giovani hitleriani, in calzoni corti, si gettano sui carri nemici. Particolare significativo: gli ultimi difensori della Cancelleria del Reich non sono tedeschi ma i norvegesi della divisione SS Nordland e i francesi della Charlemagne. Il 30 aprile Hitler si uccide. Il rogo divampa nel cortile della Cancelleria mentre gli ultimi fedeli alzano il braccio nel saluto. Il giorno seguente lo seguirà Goebbels con la moglie e i figli. Lascia scritto: «Credo che in un momento come questo la nostra causa abbia bisogno di esempi più che di uomini».

    Anche per l’Italia è giunta l’ora della sua più grande tragedia storica. Gli alleati dilagano ormai oltre la Linea Gotica, invano contrastati dai soldati repubblicani sul Senio e sul Reno. Le bande partigiane possono finalmente scendere al piano per mietere i frutti dell’altrui vittoria. Frutti di sangue. La parola d’ordine è “Uccidete il fascista ovunque lo trovate”. Lo sterminio dei fascisti è sempre legittimato anche quanto si tratta dei 120 allievi diciassettenni della Guardia Repubblicana di Oderzo, arresisi pattuendo di aver salva la vita, o dei prigionieri di Schio, uccisi a tradimento all’interno del carcere. Non è disordinato tumulto o ira di popolo ma una sistematica, precisa disposizione del partito comunista che vuole sbarazzarsi per tempo di tutti gli uomini che possano ancora lottare per impedirgli di prendere il potere. Gli ultimi difensori della Repubblica Sociale, sorpresi dalla catastrofe e dal tradimento dei comandanti tedeschi in Italia, che si arrendono separatamente agli alleati, vengono catturati, disarmati, fucilati. Nel caos finale risplende il miraggio della ridotta in Valtellina, dell’ultima battaglia combattuta tra le nevi eterne delle Alpi. Ma il destino ha deciso le sorti dei capi fascisti e del Duce. Essi condividono il martirio degli oscuri 60.000 assassinati in questa settimana di passione. «Mirate al petto!»: queste le ultime parole di Mussolini trapelate dal silenzio ufficiale imposto dai dirigenti comunisti agli esecutori materiali della fucilazione.

    * * *

    Brano tratto da Le ultime ore dell’Europa, Edizioni Ciarrapico, Roma 1976.






    Finis Europae | Adriano Romualdi

  9. #19
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    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    poteva essere un buon intellettuale per una destra non clericale/borghese se la stessa madre del genere umano non lo avesse richiamato a sè cosi presto,come studioso di miti e religioni indo-europee lasciava molto a desiderare per la sua visione assolutamente ideologizzata e un pò troppo solare delle cose,c'è da dire anche che il materiale su cui poteva studiare al periodo era quello che era,poi si sentiva troppo l'ingombro evoliano e una decisa propensione verso la turris eburnea.

  10. #20
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    Predefinito Rif: Adriano Romualdi - Idee per un'altra Europa

    Citazione Originariamente Scritto da Arthur Machen Visualizza Messaggio
    poteva essere un buon intellettuale per una destra non clericale/borghese se la stessa madre del genere umano non lo avesse richiamato a sè cosi presto,come studioso di miti e religioni indo-europee lasciava molto a desiderare per la sua visione assolutamente ideologizzata e un pò troppo solare delle cose,c'è da dire anche che il materiale su cui poteva studiare al periodo era quello che era,poi si sentiva troppo l'ingombro evoliano e una decisa propensione verso la turris eburnea.
    Hai ragione,vuoi mettere con Faye e Del valle?

    ostridicolo:

 

 
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