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    Predefinito Omaggio a Robert Brasillach






    Tratto dall’archivio di “Nuovi Orizzonti Europei”


    BIOGRAFIA


    Nato a Perpignan il 31 Marzo 1909, orfano a 5 anni del padre, ufficiale caduto in combattimento nella battaglia di El Herri (a Parigi gli venne dedicata una strada) Brasillach, dopo il rinomato Liceo Louis-Le-Grand e la prestigiosa Scuola Normale Superiore, entrò giovanissimo nel mondo delle lettere. Iniziò così per lui una carriera letteraria di prim’ordine, disseminata di romanzi, poesie, testi teatrali, memorialisti, saggi, traduzioni. Attratto anch’egli, come gran parte delle giovani generazioni, dall’acceso nazionalismo predicato da L’Action Francaise, dal 1931 Brasillach comincia a scrivere sull’organo, omonimo, del movimento. Ed è nel novembre del medesimo anno che datano le due prime collaborazioni a Je suis partout, settimanale incandescente dai toni forti di cui, sei anni dopo, diverrà redattore capo. Qui darà vita a quell’équipe giornalistica che rimarrà caratterizzata per il grande senso di cameratismo, di complicità, di autentica amicizia che l’animava. Sarà però proprio all’opera di Brasillach in seno a Je suis partout, che Maurice Bardeche, prima amico, poi cognato ed infine apologeta del giovane redattore del giornale, farà risalire l’inizio delle sue disavventure. Dopo una breve sospensione delle pubblicazioni, con l’occupazione tedesca, Je suis partout diviene il giornale più oltranzista, il simbolo degli ultras parigini della Collaborazione. La testata di Je suis partout come la maggior parte dei suoi collaboratori nasce maurrasiana per spostarsi in seguito verso l’estrema destra. Brasillach ne diventa redattore capo solo pro forma, poiché chi guida veramente il settimanale e ne firma i fondi è Pierre Gaxotte, che sovrasta per età e rinomanza i Per due anni Robert scrive soltanto la rubrica “Lettres a une provinciale”, semplici articoli di polemica letteraria. Nasce tuttavia il pericoloso equivoco che, in un giornale tra i più violenti dei tempi dell’occupazione, dove ciascuno agisce di sua testa, il responsabile sia colui che, in effetti, è soltanto un segretario di redazione. L’indirizzo effettivo è quello esercitato da Gaxotte, che trova comodo delegare firma e responsabilità ad altri. Quando Robert vorrà chiarire l’equivoco di un’autorità senza potere nel Settembre 1943, sarà la rottura, che segna il suo passaggio ad altro settimanale, “Revolution nationale”, dove la sua firma si affianca a quella di Drieu La Rochelle, e non è certo una cauzione per il futuro. Ciò che durante l’occupazione poteva essere un merito, dall’Agosto del 1944, con la caduta di Parigi, diventa un marchio, e nelle diverse gradazioni dell’infamia primeggia quello di “collaborazionista”. Robert è nella lista. Ricattato moralmente tramite l’arresto della madre, il 14 Settembre 1944 poco dopo l’ingresso degli alleati di Parigi, Brasillach si consegna ai “liberatori”. Il 19 Gennaio inizia il suo processo; uno dei primi a carico degli intellettuali collaborazionisti. Al solito odi, invidie, gelosie letterarie e professionali, con conseguente desiderio di far fuori – in qualsiasi maniera – i confreres più dotati o più seguiti, non furono affatto estranei alle frenesie epurative, molto spesso scatenate proprio dagli intellettuali della controparte; sebbene non mancassero spaccature nei pubblici atteggiamenti da assumere nei confronti delle inquisizioni contro le intelligenze “vendute”. E mentre da una parte comunisti, quali Luis Aragon o Jean Paul Sartre proclamavano la linea dura ed intransigente (dimentichi forse entrambi di come, nonostante le idee avverse, fosse stato loro concesso di pubblicare tranquillamente libri o rappresentare commedie nella Francia “nazistificata”), dall’altra antifascisti quali Francois Mauriac o Jean Paulhan si adoperavano per una pacifica ricomposizione di quella guerra civile nella guerra civile. Scontato il verdetto che scaturì dal breve affrettato processo a Brasillach: condanna a morte. Viene fucilato il 6 Febbraio 1945 .

    VERTEX TEATRO

    Quando alcuni mesi or sono ci è stato chiesto di collaborare ad una serata in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Robert Brasillach, abbiamo accettato con entusiasmo di evocare le vicende della sua vita, il senso del suo impegno politico e soprattutto della sua tragica morte. Ma dovendo parlare delle sue scelte ideali che lo portarono a sentirsi idealmente vicino ai movimenti fascisti e, dopo la sconfitta della Francia nel secondo conflitto mondiale, al collaborazionismo e, a fine guerra, davanti al plotone d’esecuzione, non vorremmo provocare una lettura parziale della sua opera, fra le cui righe si sono solo cercati gli aspetti (sia da parte dei detrattori che degli apologeti) polemici, politici, militanti, lasciando in secondo piano la sua qualità artistica ed umana. Pensiamo invece a quello che gli avrebbe fatto piacere in una occasione come questa. Innanzitutto crediamo nella necessità di bandire ogni retorica e tristezza. Per chi ha una visione tradizionale della vita, la morte non è la fine assoluta, è la fine dell’esistenza in un certo stato per iniziarne una in uno stato diverso, dunque l’anniversario della morte corrisponde in un certo senso ad una festa di compleanno. Come rendere omaggio ad un amico in occasione del suo compleanno? Offrendogli cose che ama. Una delle grandi passioni di Brasillach fu il teatro, egli stesso ci racconta in Notre avant-guerre che, ancora studente squattrinato, imparò a saltare la cena della domenica sera per permettersi il biglietto d’ingresso a Teatro. A quegli anni risale l’amicizia con Georges e Ludmilla Pitoeff, che lo fecero entrare nel magico mondo del Teatro come macchinista di scena e come traduttore dell’Amleto. Dal mondo del teatro non si staccò mai, fu uno dei più acuti critici teatrali del suo tempo e a sua volta scrisse un’opera, Domremy, inedita in Italia, dedicata a Giovanna D’Arco e due atti unici. Proprio la lettura di uno di questi atti unici ci è sembrato un degno omaggio a Robert. Infatti abbiamo deciso di proporvi “I FRATELLI NEMICI” , perché è il dialogo fra due fratelli che il destino ha posto ai lati opposti della barricata ideologica; si tratta del dialogo prima dello scontro, dialogo che cerca un’impossibile conciliazione, che serve ad accettare la reciproca diversità e la necessità di diversità. Questo dialogo fu scritto negli ultimi giorni della vita di Brasillach, quando le vicende della guerra civile che aveva infiammato l’Europa stavano per avere un drammatico epilogo, e se in queste parole, come in ogni vera opera d’arte, vi è molta attualità, sta a noi scoprirla .


    “I FRATELLI NEMICI”

    dialogo tragico di R. Brasillach

    TIRESIA : Non c’è più nulla da fare, tutti vengono arrestati, i portinai riempiono i formulari per la delazione che vengono distribuiti nelle strade, ma io mi sento tranquillo, sono sempre sicuro di avere l’ultima parola. Sono Tiresia; nessuno oserà mai arrestare Tiresia. Si è mai sentito parlare dell’arresto di un importante ecclesiastico? Sono stato io a celebrare la cerimonia per l’incoronazione di Laio e di Edipo, come anche quella di Eteocle, e domani canterò nel tempio per Polinice se Polinice diventa il capo del governo. Penso che soltanto gli spiriti mediocri e poco abituati alle sottigliezze e agli improvvisi cambiamenti politici possano sentirsi turbati. Risponderà loro forse proprio oggi il destino? Sono sempre stato qui per indovinare, contemplare, e per benedire le crisi governative. Quando è morto il re Laio, sono stato io a dichiarare legittimo re Edipo, e sono stato sempre io a farlo riconoscere dalle potenze straniere. Quando egli abdicò fui io ad immaginare quell’ingegnoso compromesso che dava per un anno il potere al figlio maggiore Eteocle, rimettendolo l’anno successivo a Polinice. Da allora ne sono successe di cose. Ecco il tempo in cui i fratelli si battono gli uni contro gli altri. Eteocle ha voluto conservare la corona, si è appoggiato all’armata di occupazione spartana, ai suoi carri, alle sue disciplinate formazioni pesanti, egli ha accettato di firmare proclami per l’unità della Grecia. Ma il popolo non l’ama, perché il popolo non ama gli spartani. Il popolo vuole Poliniceche, fuggito, sta ora sbarcando con l’esercito di Argo, e reclama il ritorno alle antiche leggi di Tebe, e chiama a raccolta dalle campagne e dalle città combattenti oscuri e senza uniforme. La battaglia decisiva è per questa notte, i posti di blocco sul mare sono stati forzati, ma la Chiesa veglia e ha potuto stabilire la tregua di Dio. Polinice e Eteocle, prima dello scontro, si incontrano. In questo indeterminato luogo di tragedie, senza preparazione, senza motivazione, isolati nella pace di un istante come in un’isola deserta, il capo della patria vinta e il capo dell’esercito d’occupazione, due fratelli, si stanno incontrando dopo tanti mesi di distacco. Non mi resta altro che allontanarmi, ma l’occhio e l’orecchio di Dio e dei suoi servitori non sono lontani quanto si crede. .

    ETEOCLE : Salve, Polinice, ti ricevo nella tua patria che abbandonasti

    POLINICE : Salve Eteocle, ritorno nella mia patria che mi hai interdetto

    ETEOCLE : Siamo in tregua, Polinice, e non per aizzarci l’un contro

    POLINICE : Ci troviamo qui, come due figlioli prodighi che si trovano dopo un viaggio piuttosto lung, e che evocano la loro adolescenza dicendo : “Ricordi

    ETEOCLE : Lo vorrei. Ah come lo vorrei, per cominciare, almeno! Si, cancellare con il nostro incontro questi anni così deludenti, così duri, questi anni d’uomo e ritornare ai giorni luminosi della nostra infanzia, a quando marinavamo la scuola nella periferia di Tebe, ai nostri litigi e alle nostre amicizie, a quando ci scambiavamo i nostri sacchetti di biglie e a quando, un po’ più tardi, cominciavamo a correre dietro alle ragazze nelle feste…

    POLINICE : Anch’io durante quei mesi passati lontano dal mio paese, dalla mia famiglia, lontano da tutto, anche io pensavo a quei giochi. Qualche volta, solo, nella notte, nel fondo di un rifugio di fortuna, dopo aver cambiato dieci volte domicilio e identità in una settimana, ero braccato, sfinito, pronto a lasciarmi prendere, ad affrontare le armi all’alba, le torture degli interrogatori, e subito una strana pace scendeva dentro me, Eteocle. Tu forse non ci crederai. Ma pensavo a te. A te che eri fortunato, che regnavi, che dormivi nel tuo letto protetto dalle guardie, a te di cui ero geloso. Pensavo al piccolo Eteocle che era mio fratello ed amico, ma subito, non so perché, davanti a quest’immagine di ragazzino con le ginocchia nude, mi sentivo riempire di una forza straordinaria, e ritrovavo la speranza e la felicità.

    ETEOCLE : Ed era allora che fermavi i veicoli sulle strade, assassinavi le mie guardie fedeli e facevi entrare lo straniero sul nostro suolo? E a questo che ti serviva la mia antica immagine?

    POLINICE : Forse

    ETEOCLE : Dovrei alzare le spalle, Polinice, infischiarmene di te e di me, mio povero ragazzo. Ma chi ti dice che anch’io non ti abbia pensato, sperduto nella gelida macchia, a quest’ora della notte quando ci si risveglia improvvisamente chiedendosi cosa non va, e rispondendo: non c’è niente che vada, la polizia tradisce, i ministri non sono sicuri, gli alleati ci sfruttano, i vincitori ci mentono, il popolo insorge e non comprende nulla, il clero traffica, la gioventù è pervertita, e i vecchi combattenti si addormentano… Sì, pensavo a te, vecchio mio, e, di certo, non mi dicevo che tu eri più felice di me, ma pensavo che, per quanto duro, il tuo ruolo fosse più facile del mio, e non te ne volevo, e avrei voluto averti presso di me, e stringerti fra le mie braccia, e parlarti…

    POLINICE : Dopo questo tu facevi arrestare i miei amici, giustiziare all’alba ragazzi di quattordici anni, deportare donne, e mettevi una taglia sulla mia testa

    ETEOCLE : A mia volta ti rispondo : Forse

    POLINICE : Ho accettato questa tregua prima del combattimento, ma non nella speranza che culla tanta gente abile ed amante dei compromessi, bensì per capire, vedi, per capire chi sei, quello che hai fatto

    ETEOCLE : Ed è così difficile da capire? Noi ci siamo lasciati, Polinice, durante i peggiori torbidi della patria, o di quello che noi immaginavamo che fosse il momento più triste (da allora abbiamo visto di peggio). Il paese completamente invaso, il regime crollato, Edipo; nostro padre, perduto e disonorato, con nessuna speranza che brillasse all’orizzonte. Non c’era altra salvezza possibile che restare qui dicendo si a ciò che era

    POLINICE : Ho pensato che non poteva esserci altra via d’uscita che dire no, andarsene e un giorno ritornare in segreto per cambiare ciò che era

    ETEOCLE : Ciononostante, Polinice, oggi ci troviamo qui, attorniati dai nostri ricordi, dalle nostre illusioni morte e forse non pensi che potremmo trovare nel nostro passato e nella nostra infanzia tanto affetto da ridurre questo no e questo si a una comune speranza? So che sei deluso dei tuoi alleati , dei tuoi amici, di quelli che ti sono fedeli. Argo cerca un modo per fare di Tebe una colonia, e Argo è tua alleata, e Argo pagava i tuoi soldati ed è il suo esercito oggi ad assediare Tebe. Poi ci sono i banditi d’ogni risma che tu hai radunato sotto le tue insegne ed anche i giovani del sangue ardente, come anche i conservatori, i rivoluzionari e gli eroi di rivolta. E tutto ciò ti piace quanto a me piacciono i poliziotti corrotti, i traditori pronti a seguire chi li paga, i paurosi che si credono dalla parte del più forte. Ognuno di noi, in un momento della propria storia è stato ingannato. Abbiamo forse qualcosa di più solido del sentimento dell’inganno per costruire l’avvenire?

    POLINICE : Ci ho già pensato. Ma non sono sicuro, Eteocle, che tu abbia capito ciò che ci ha separato così profondamente, quando nel crollo del solstizio d’estate, molto tempo fa, le rovine della patria si sono accumulate sulle vie della fuga e della sconfitta. Non sono stati soltanto un si e un no, un’accettazione ed un rifiuto a renderci diversi. E’ qualcosa di più grave e di più tragico.

    ETEOCLE : La ragione era dalla mia parte. Tutto era perduto, io sapevo che bisognava vivere per anni a fuoco lento, rinunciare alla gloria, subire, scendere a compromessi. Io l’ho fatto, con l’intima convinzione di essere capace, di essere il solo capace a compiere quest’ingrato compito. E’ per questo che non ho voluto renderti la corona, ti conosco da tanto, tu sei troppo vivace, impetuoso, non avresti potuto fare quello che ho fatto io.

    POLINICE : La ragione, è questa la parola che volevo farti pronunciare. Tu avevi la ragione, io l’istinto, ecco tutto. In quell’estate in cui tutto sembrava perduto c’erano due voci che si levavano, la tua e la mia, la voce della ragione e quella dell’istinto. Come potevi credere che fosse la ragione a trionfare?

    ETEOCLE : Ma io ho servito anche il tuo istinto! Ma se la mia ragione non ci fosse stata, se non avesse mantenuto in questo paese una parvenza d’ordine, una parvenza di pace, mai tu avresti potuto condurre la tua azione, preparare il gran giorno in cui esplode la luce del tuo istinto come una bomba all’alba. Senza me, i tuoi seguaci braccati inesorabilmente fin dalla prima ora, i tuoi uomini deportati, i tuoi quadri distrutti, il paese in fiamme e insanguinato, mai tu avresti potuto salvaguardare la piccola candela vacillante sulla quale soffiavano tanti uragani

    POLINICE : Non lo dirò ai miei uomini, forse non lo dirò neanche alla storia, ma so, Eteocle, che è vero

    ETEOCLE : Ai tuoi uomini, tu dì loro che sono un traditore. Quanto alla storia, viene scritta da chi vince, chiunque egli sia. Il suo giudizio non deve preoccupare gli uomini del presente

    POLINICE : E tu, che cosa dici di me?

    ETEOCLE : Siamo pari, Polinice, minacciandoci a vicenda e ingiuriandoci l’un l’altro; e nel cuore, quando la notte ci svegliamo, la piccola immagine dei fratelli che siamo stati e che continuano ad amarsi

    POLINICE :Che importa amarci? Non è a uomini come noi che bisogna parlare di amarsi, noi abbiamo altre cose da fare, siamo uomini divenuti molto più che noi stessi, simboli di un atteggiamento e di un universo. Non abbiamo il diritto di amarci

    ETEOCLE : Siamo dunque così lontano l’un l’altro? Mi appoggio a Sparta come tu ad Argo, e ciascuno di noi tuttavia spera che un giorno Tebe riesca a recuperare la sua passata indipendenza. Ci dobbiamo fidare di alleati o di vincitori dai quali molte cose ci separano, servirci di schiavi o di uomini prezzolati che tutti e due disprezziamo, utilizzare mezzi non del tutto onorevoli, coprire assassini e crimini, o almeno ignorare quelli che tra noi sono i migliori, non esserne informati, e passare oltre perché questa è la necessità! Noi siamo uguali

    POLINICE :Non siamo uguali perché il popolo non sbaglia mai. Detesta Sparta che gli ha ucciso senza dubbio meno uomini di quanto abbiano fatto gli attacchi e le incursioni di Argo; esso dice che tu sei schiavo di Sparta, non crede che io sia altro che un alleato di Argo. Al di là di ogni ragionamento è l’istinto a parlare in lui. Ti ho già detto che il mio unico merito è quello di essere la voce dell’istinto

    ETEOCLE : Ah! Polinice, lasciami fare un ultimo sforzo per la causa della ragione. Se ci troviamo qui non è per affrontare le nostre concezioni dello Stato e neanche per chiederci chi di noi due ha avuto ragione nelle calde giornate di giugno quando si è compiuto il destino di Tebe, ma per cercare, prima della battaglia finale, di riunire le nostre forze ed il nostro amore. Se volessi, Polinice, farei entrare fra noi nostra madre Giocasta che piangerà per te come per me, ma non voglio utilizzare anche per lo scopo più nobile, il suo dolore e la sua tragedia. Ma tu sai bene che se, in questo supremo momento non ci accorderemo, a guadagnare saranno Argo e Sparta, e quel che ancora è peggio saranno Tiresia Creonte, il partito dell’intrigo e dell’esitazione, e tutti i seguaci di Polinice e di Eteocle si saranno uccisi per niente, per il profitto del denaro e del più sporco degli affari

    POLINICE : Sei stato tu ad accettare la sconfitta di Tebe, tu a scacciarmi dalla patria, ed ancora tu che mi hai fatto lacerare la veste dell’unità

    ETEOCLE : Ti ripeto, Polinice, che non bisogna discutere, non è più tempo. Sento che una clessidra con la sua sabbia ci conta i minuti : ben presto sarà troppo tardi, affrettiamoci . Non ti ho giudicato capace di governare Tebe, ho creduto che bisognasse accordarsi con Sparta, ho detestato Argo che tante volte ci aveva tradito. Ma che cosa importano oggi Sparta e Argo? Gli uni e gli altri hanno le loro difficoltà, la loro cancrena. Mi interessa Tebe, è ad essa solo che dobbiamo pensare

    POLINICE : Che cosa vuoi da me? Che ci presentiamo abbracciati, con Giocasta benedicante dietro, davanti al popolo, proclamando che la guerra è terminata e che gli eserciti stranieri devono solo ritornare al loro paese? Non vorranno e si batteranno sul nostro suolo e nulla sarà cambiato

    ETEOCLE : Siamo della razza di Edipo, Polinice, e tanti litigi e crimini non bastano agli dei? Non bisogna finire di rivaleggiare col sangue più nero della Grecia, il più carico di sventure? Non è possibile fermare sulla nostra generazione la maledizione che pesa su di noi? Fare in modo che la piccola Antigone e la piccola Ismene abbiano la loro parte di felicità, e dopo di loro i nostri figli, se avremo figli?

    POLINICE : Lo vorrei, eccome!

    ETEOCLE : E’ così difficile? Queste guerre che tu temi, potrebbero scoppiare, potrebbero farci soffrire se Eteocle e Polinice apparissero, come tu dici ironicamente, abbracciati davanti al popolo? Non possiamo accordarci, non credere che io voglia il potere. L’ho voluto perché Sparta dominava ed ero il solo ad intendermi con lei. Ma oggi questo giovane fratello impetuoso di cui avevo paura è stato reso maturo dall’esilio, dalla lotta contro i suoi alleati, da quell’esistenza sotterranea attraverso le fughe e i nascondigli. E’ degno di regnare, lo so bene. Saprà tenere l’equilibrio con Argo come io ho fatto con Sparta. Non gli chiedo altro se non capire quel che ho fatto e quel che ho voluto

    POLINICE : Lo vorrei, Eteocle, ma è troppo tardi

    ETEOCLE : Non è mai troppo tardi. Se tu rifiuti è l’insurrezione, è il massacro della città in rivolta da parte delle legioni spartane, è la follia rivoluzionaria

    POLINICE : Peggio ancora. Perché tu non conosci i miei uomini, mentre io si. Per mesi ho vissuto con loro, mesi in cui ho conosciuto la differenza che passa tra la sofferenza reale e quella immaginaria o compiacente, il desiderio di vendetta, la viltà e l’amore del sangue. Non appena sarà dato il segnale di rivolta, i fratelli si getteranno sui loro fratelli, gli invidiosi si uccideranno sulla soglia di casa, le dimore dei ricchi saranno saccheggiate, senza processo e senza ragione, e un’onda di odio sommergerà Tebe

    ETEOCLE : E allora perché non fermare quest’onda? Perché non mi aiuti a costruire la diga?

    POLINICE : Perché è troppo tardi, ti dico. Perché io parlo in nome dell’istinto, e tu in quello della ragione, e l’istinto è il corteo di donne sventrate, di fanciulli incatenati, di vecchi uccisi nei loro letti, di vergini mescolate a puttane, è ciò che si chiama una rivoluzione. Ho avuto bisogno di assassini e di banditi, come tu lo hai avuto di poliziotti e di venduti. Tanto peggio per coloro che da ambedue le parti si sono battuti con onore, nel momento della vittoria non si va tanto per il sottile

    ETEOCLE : Allora Tebe è perduta

    POLINICE : Resta il domani. Resta il giorno in cui il popolo che ne ha abbastanza del sangue delle esecuzioni ne avrà abbastanza delle rappresaglie e di vedere le prigioni sempre piene alternativamente di un flusso continuo di cittadini innocenti

    ETEOCLE : E sarà quando tu ti separerai dai tuoi alleati? Quando vorrai la pace e la giustizia che ora disdegni? Quando ti sentirai forte per pacificare, per conciliare?

    POLINICE : Sarà la mia ora, Eteocle. L’ora in cui mi riuscirà quello che a te è stato impossibile sotto il nero sole della sconfitta.

    ETEOCLE : E’ la mia volta di dire è troppo tardi, Polinice. Essi ti uccideranno. I tuoi amici ti uccideranno. I tuoi alleati ti uccideranno. Hai scatenato forze che nessuno e nulla riuscirà a controllare

    POLINICE : Devo correre il rischio, come te

    ETEOCLE : Allora, Polinice, addio?

    POLINICE : Addio

    ETEOCLE : Dammi la mano

    POLINICE : Eccola, per l’ultima volta. Tra breve indosseremo le armature da combattimento, inveiremo e lotteremo l’uno contro l’altro, fino alla morte. Uno di noi due morirà. Forse ambedue. E’ necessario. I nostri popoli adunati ci guarderanno come la più prodigiosa immagine dell’odio, ritti eternamente l’un contro l’altro, braccia fraterne armate sin dalla culla. Essi non sapranno la verità

    ETEOCLE : I secoli non conosceranno la verità. Non sapranno che ci siamo amati. Che eravamo uguali e parimenti accaniti nel salvare la terra paterna, ma obbligati ad indossare l’un contro l’altro questa maschera di collera e di ingiustizia. Crederanno che ci siamo odiati, disprezzati, quando invece il nostro cuore era pieno di immenso amore e della più totale comprensione. Addio, Polinice. Prima di farti del male, prima – lo giuro – di usare ogni mezzo per abbatterti e strapparti la vita, lasciati abbracciare, fratello

    POLINICE : Addio, Eteocle, addio o mio doppio, addio o me stesso nemico

    TIRESIA : Non sarebbe stato giusto vederli intendersi. Sono io che devo fare i compromessi e i trattati di riconciliazione e non è desiderabile che i combattenti si immischino in queste faccende. Dove si andrebbe a finire se si permettesse ai guerrieri, dal fondo delle trincee o davanti alle loro tende, di accorgersi subito di essere eguali? No, così è tutto in ordine, e mi si può lasciare la cura di stabilire per la storia che Eteocle e Polinice si detestavano sin dalla culla, dando agli uomini un’immagine d’un odio abominevole e contro natura. Si uccideranno, è fuor di dubbio. Non credo che vada peggio per Tebe. La nazione ha avuto il suo eroismo, è tempo che ti riposi . Si faranno dei bei funerali all’uno, si getterà il corpo dell’altro alle ortiche e ai cani, a seconda del partito vincente. Io sarò sempre presente per regolare i funerali, è la mia specialità. E riprenderemo il corso d’una esistenza nazionale senza pericoli, come conviene ai sottili disegni che rappresento e agli interessi del ramo cadetto. Bisogna sotterrare per sempre questo nefasto bisogno di grandezza. Non dobbiamo più sentirne parlare. Sotto questo riguardo sono tranquillo con il popolo, che è stufo di tutte queste storie. Diffido soltanto – bisognerà vigilare – della piccola Antigone

    [ continua ]





    Omaggio a Robert Brasillach (prima parte)

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Omaggio a Robert Brasillach

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    BRASILLACH ED IL CINEMA

    Un’alta delle passioni di Brasillach fu il cinema, quando incominciò a frequentare le fumose sale, il cinema era già uscito dallo stadio primitivo, si era trasformato in un’arte, si stava trasformando in industria. L’interesse per il cinema ci è dimostrato dalla monumentale Storia del Cinema, pubblicata con la collaborazione dell’amico fraterno Maurice Bardeche nel 1935, ma soprattutto in uno dei più bei capitoli del romanzo “La Ruota del Tempo” dove si rievoca il cinema degli esordi, il cinema bambino, spensierato, incosciente e infallibile, leggero perché, come dice lo stesso Brasillach :”La gravità non è tutto nella vita, anzi è molto meno importante della leggerezza”.

    Da R. Brasillach : LA RUOTA DEL TEMPO

    (…) Alla stazione di Bruxelles, l’amico di Matricante aspettava con due roulottes. Ida, che aveva una certa esperienza di quei viaggi, le esaminò con diffidenza e concluse che, dal momento che non ci avrebbero dormito, potevano andar bene. Una di esse, che conteneva alcuni scenari già polverosi e alcune tavole mal dipinte (ma si sarebbe recitato soprattutto davanti a scenari naturali) fu subito consacrata ai bagagli e ai pacchi di costumi. L’altra sarebbe servita da alloggio a Mitchell, forse a Zelnick e ai suoi strumenti, e avrebbe trasportato sulle strade fiamminghe l’insieme della corporazione. Non un cavallo, ma due, due vigorosi normanni, avrebbero trascinato il tutto. Mitchell gli diede dello zucchero, gli guardò i denti, ed approvò con la testa per dimostrare a Matricante che non l’avevano preso in giro. Dopo una colazione vicino alla stazione, partirono subito, non volendo aspettare. Renè avrebbe sentito a lungo, nel resto della sua vita, quel gaio scalpitio dei cavalli sulla strada, a lungo avrebbe rivisto nel paesaggio monotono quel primo viaggio in roulotte. Faceva bel tempo, avevano lasciato aperte le piccole finestre. Mitchell conduceva a Matricante, in costume a quadri, aveva preso posto accanto a lui, faceva dei gesti e teneva lunghi discorsi, che il colosso puntualizzava con cenni del capo. Ad una delle finestre seduta su una poltrona stile Rinascimento, a meno che non fosse Carolingio, la signora Venerone sferruzzava un maglione per la nipotina. Alla finestra opposta, ridente, ingenua e spettinata, Bessie parlava a Jean Personne. Il signor Buttafocci, gli occhi chiusi, recitava a mezza voce una tirata di melodramma, e Renè era seduto in fondo, davanti alla porta aperta, da dove vedeva salire e scendere l’altra roulotte a ogni sobbalzo, con le gambe penzoloni vicino ad Elsa. Quest’ultima, splendidamente vestita con un tailleur scuro che le stava a pennello, la gonna lunga fino ai piedi, si teneva diritta, un po’ estranea, malgrado tutto, a quel cameratismo già stabilito, ma sorridente. Era il corteo della giovinezza e le sue immagini più classiche, più attese su una strada di primavera. Ad un certo punto, Bessie si mise a cantare. La sua voce era esile e pura come lei, la vecchia Ida l’accompagnava in sordina dondolando la testa, e Arcangelo interruppe la sua tirata per seguire la canzone a bocca chiusa. E il corteo avanzava sulle strade, un’erba pazza all’orecchio dei cavalli, mentre Mitchell faceva schioccare la sua frusta ad ogni ritornello. La vita di Renè non sarebbe forse ormai trascorsa nel percorrere strade con il suo carico di personaggi sempre nuovi? Quando arrivarono a Bruges, la notte era scesa. Condussero le roulottes sulla piazza del Bourg, sotto la guardia di Mitchell, e raggiunsero l’operatore all’hotel Saint-George, le cui finestre danno sulla cappella del Precieux-Sang e sul mercato dei fiori. Zelnick era un vecchio impiegato in un negozio di pelli e pellicce che il caso aveva condotto da Pathè. Serio, sveglio, non apriva quasi mai bocca. Sembrava giovane pure lui, rotondo e agile, con dei lunghi capelli neri sul naso camuso. Alla sera, Renè lasciò la compagnia e vagò per la città. Per la prima volta si trovava in viaggio e si abbandonava al piacere di scoprire una città straniera di notte. In una Bruges senza luce, passeggiò fra l’odore dei canali morti, inciampando sul pavé e guardando salire nella notte nebbiosa delle forme alte, dei campanili, dei palazzi. Splendeva nell’ombra, come un gioiello barocco la cappella del Precieux-Sang, dove è conservato il sangue di Gesù. Sulla più bella piazza delle Fiandre, la più pura torre campanaria sovrastava le case addormentate, le acque verdi, la pianura lontana, al di là delle porte lunghe e spesse. Egli respirava l’aria calda e umidiccia, sentiva attorno a lui il silenzio e l’amicizia per la vita. Quando si coricò, la campana suonava. Il cielo era sereno. Il signor Matricante svegliò tutta la compagnia verso le sette del mattino. Per quanto lo riguardava, egli aveva già ispezionato le roulottes con Zelnick e Mitchell. “ Ho diviso i vestiti in due mucchi, annunciò a colazione. Quelli del primo li potremo utilizzare così come sono, a parte alcuni strappi a cui rimedierà la nostra affezionata Ida. Per quanto riguarda l’altro, ho bisogno dell’aiuto di ciascuno, affinché il nostro lavoro sia presto finito. Ma credo che lo potremo cominciare subito. Mi servono soltanto le tinture del nostro amico Renè”. Estrasse dalla tasca un foglietto e lesse con gravità : “ Il rosso e il nero provocano macchie nere alla proiezione, il blu e il viola macchie bianche. Non bisogna vestire gli attori in giallo o in verde. Non bisogna adoperare vestiti nuovi. Tutto ciò che è bianco, stoffe, tovaglioli, tovaglie, deve essere grigio: allo stesso modo i vestiti bianchi per le scene antiche. Le stoviglie devono avere disegni rossi o verdi. L’ideale è una stoffa a mezza tinta, ravvivata di nero e di grigio per indicare i ruoli”. Tossì e fece girare il suo sguardo sull’uditorio.”Sono i consigli che mi hanno dato i migliori direttori e registi dell’epoca: i signori Gaumont, Pathé, Melies sono d’accordo su questi punti. Forse non arriveremo alla perfezione. Avremo però la coscienza a posto. Fa bel tempo, il sole asciugherà rapidamente i vestiti bagnati. Se volete, passeremo la mattina ad effettuare alcune tinture. Le donne saranno adibite alla tintura grigia, che è più delicata, gli uomini a quella nera. Quando i vestiti saranno asciutti provvederemo ai ritocchi necessari. Per ciò che mi riguarda, signori, vado a trovare il borgomastro.” Si coprì maestosamente il capo con un cappello grigio ed uscì. Si era infatti reso conto che forse non sarebbe stato autorizzato ad accamparsi sulla piazza del Bourg e produrvi i suoi travestimenti.
    Ma parlava nobilmente, e il borgomastro era un uomo eccellente. Gli promisero di mostrargli uno spettacolo cinematografico, cosa che egli non aveva mai visto, e in nome dell’arte, dopo alcuni momenti di diffidenza, la compagnia Matricante ricevette tutte le autorizzazioni. Per tutto questo tempo, in mezzo agli abitanti di Bruges, che erano sbalorditi, la compagnia tingeva instancabilmente in nero e in grigio alcuni chili di vestiti. Nel pomeriggio cominciarono a girare le prime scene de LA FIGLIA DEL CAMPANARO, sulla piazza del Beffroi. Il colossale Mitchell si incaricò di tenere a buona distanza, con l’aiuto di alcuni grugniti intelligibili e con la sola vista dei pugni, la folla dei curiosi che si era ammassata attorno agli attori. Tuttavia vennero reclutati sei sfaccendati, sufficientemente pagati dalla gioia di dover portare gli abiti usati messi da parte da Matricante. D’altronde non si imbarazzarono affatto per l’eccessiva verosimiglianza e per il colore locale. Matricante affermava che bisognava saper lavorare nell’eterno. Era poco probabile che degli stivaletti a bottoni fossero ben visibili sullo schermo. Una giubba rimpiazzava una giacca, un cappello a piume un berretto o una bombetta moderne, e il resto del costume veniva conservato. Per le prime inquadrature non c’era uno scenario da installare. Zelnick fece allontanare tutti, drizzò la macchina da presa e cominciò a riprendere la torre campanaria. Poi si avvicinarono alla torre e cominciarono a segnare il campo. Mitchell e lui afferrarono due cordicelle ai piedi della macchina da presa, e le prolungarono a destra e a sinistra fino alla muraglia. Le fissarono con dei chiodi: rappresentarono le frontiere della scena. Poi Mitchell avanzò verso l’operatore che gridò: “In piedi”. Allora Mitchell si abbassò e dispose un’altra funicella per largo e parallelamente alla muraglia del fondo. Quest’altra frontiera indicava il limite che non bisognava superare se si voleva figurare interamente sullo schermo. Inchiodò la cordicella e riprese il suo cammino verso l’apparecchio. In capo a un istante, si fermò ancora e piazzò una seconda cordicella parallela, che indicava il limite fino al quale si poteva essere visti fino alle ginocchia, poi avanzò ancora e con una terza cordicella segnò infine la zona in cui si compariva con il busto. Certi produttori non amavano i primi piani, temendo che il pubblico prendesse gli attori per persone prive di gambe, ma Matricante si era subito schierato fra gli spiriti arditi disposti a utilizzare immediatamente tutte le risorse della nuova arte. Ben inteso, tutti conoscevano già il copione de LA FIGLIA DEL CAMPANARO, una tetra avventura di due famiglie, i Capuleti e i Montecchi, fiamminghi in un rinascimento fantastico. Matricante, che per recitare aveva indossato il più sontuoso costume nero della collezione, lesse le prime scene ad alta voce, e la rappresentazione cominciò davanti alla macchina da presa. Era stato convenuto che avrebbero recitato due volte, una volta “in bianco”, per prepararsi, e un’altra “per davvero”. Le cose non dovevano andare per le lunghe. Si videro dunque, per alcuni minuti, Renè togliersi il cappello a piume davanti a Matricante e mettere un ginocchio per terra; Matricante abbandonarsi furioso a un gesticolare spregevole; sua figlia Elsa apparire ed essere rinchiusa nella torre; Renè suonare una chitarra stridente vicino alla torre campanaria; due spadaccini inseguirlo; una furiosa mischia iniziare. Tutto questo, senza l’ombra di una parola, non era probabilmente molto chiaro, ma era l’epoca in cui il cinema esigeva grandi sforzi intellettuali. Si lavorò con ardore fino alle quattro circa del pomeriggio, ora in cui il sole si abbassò. Allora, le cose vennero rimandate al giorno seguente, essendo già terminato un quarto di film, cosa che costituiva già una bella riuscita. La compagnia restò quattro giorni a Bruges, città che Renè doveva ricordarsi con un piacere pieno di ammirazione. Vennero girate varie scene sui canali morti e ricoperti di verde, nelle barche, una benedizione nuziale nei giardini di Gruthuse e nella cattedrale di Saint Sauveur. Tutto questo era affascinante e grottesco, e di un’allegria ingegnosa. Ida, che parlava sempre della ella sua arte, aveva cercato di introdurre un po’ di dignità nelle ripetizioni, sostenuta in questo da Matricante. Poiché gli attori non erano abituati alle patronimie, non potevano impedire a loro stessi di parlare. Matricante, a cui la nobiltà di linguaggio era spontanea, improvvisava senza difficoltà delle tirate maestose e delle aristocratiche imprecazioni. Ida lo imitava con minor scioltezza. Ma gli altri, approfittando con gioia del mutismo dell’apparecchio, si lasciavano subdolamente andare a delle facili buffonate, discutevano del menu dell’hotel, e organizzavano tutti i classici scherzi che, nelle sale oscure, costituivano in quel momento la gioia dei sordomuti, abituati a leggere sulle labbra. Tutto ciò offriva dei risultati singolari, soprattutto per gli spettatori di quelle giostre oratorie, i quali presero abbastanza presto gli attori per dei pazzi. “Ventre di Saint Gris!” gridava Matricante. “Questo giovanotto ha osato posare gli occhi su mia figlia. Guardie, prendetelo!” Elasa si gettava ai suoi piedi e, con tono supplichevole: “Non trova, mio caro Matricante, che le camere di questo hotel siano veramente scomode? L’espressione dialettale di stamberghe, usata nei bassifondi parigini, sarebbe loro molto più consona” – Per quel che mi riguarda, è soprattutto per il cibo che mi lamenterei, rispondeva Jean Personne tentando di prendere con la forza Renè. Il numero delle calorie che libera non è sufficiente alle esigenze di un uomo normale. – Queste parole mi trafiggono il cuore, gemeva Ida. Figlia mia, figlia mia, perché non ascolti tuo padre… – Perché è un vecchio rudere, concludeva Renè con allegria. Con tutto il rispetto che le devo, mio caro professore”. Questo nostro omaggio a Brasillach si sta avviando alla conclusione, dobbiamo fare ancora un regalo al nostro amico, il più grande, quello che rievoca il suo più grande amore : la poesia. Brasillach sapeva che il miglior approccio al testo poetico è quello diretto, è lasciar parlare la poesia stessa, per questo, alcuni brani dai POEMI DI FRESNES, fra le ultime cose fatte da lui in questa vita, poco prima di entrare in quell’altra di cui celebriamo il cinquantenario. Buon compleanno Robert.

    [ continua ]






    Omaggio a Robert Brasillach (seconda parte)

 

 

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