In questo confronto, le differenze col Kosovo riguarderebbero proprio le istanze di legittimità dell’intervento statunitense e della NATO. Se l’occupazione militare della Crimea e il referendum del 16 marzo vengono visti come una violazione del diritto internazionale e dell’integrità di uno stato sovrano,
su questo aspetto la NATO e i paesi europei che appoggiarono il bombardamento della Jugoslavia sembrano comportarsi in maniera più ipocrita,
rifacendosi dunque al diritto internazionale solo nel momento della tutela di interessi particolari. L’intervento NATO di 15 anni fa alimentò l’idea di “guerra umanitaria”, giustificata come unico mezzo possibile per la tutela della popolazione albanese. Mentre è ampiamente documentato che le stesse forze NATO colpirono molti obiettivi civili serbi, nonché albanesi, in quello che è stato il primo intervento dell’alleanza atlantica compiuto nei confronti di un paese sovrano e che non comprometteva la sicurezza e la stabilità di nessuno stato membro dell’organizzazione, gli Stati Uniti d’America si fecero portavoce delle istanze indipendentiste del piccolo e lontano Kosovo, invocando il principio all’autodeterminazione degli albanesi appoggiando quello stesso Uck, che fino a poco prima rientrava nella lista delle organizzazioni terroristiche internazionali per via dell’ingente traffico di droga e organi e che più tardi contribuirà alla costruzione dello stato kosovaro.
L’intervento “umanitario” della NATO, portato avanti contro il diritto internazionale e senza avallo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, non solo non comportò la pace e la stabilità nella regione, a causa anche della distruzione di numerose infrastrutture civili, ma fu seguito dalla costruzione della più grande base americana in Europa, Camp Bondsteel, nella regione del Kosovo.
A differenza di Camp Bondsteel, la base navale russa di Sebastopoli, in Crimea, esiste dal 1783 ed ha sempre rappresentato una chiave geostrategica fondamentale per la superpotenza prima sovietica e poi russa. In quest’ottica, la difesa degli interessi russi in Crimea sembra, dal punto di vista prettamente geopolitico, più legittimo di quanto non lo sia stato invece il bombardamento della Repubblica Federale di Jugoslavia
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