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In un discorso nella sua San Pietroburgo, Vladimir Putin ha avvertito che «se qualcuno intende intervenire dall’esterno negli eventi in corso in Ucraina, creando minacce inaccettabili per noi, allora dovrebbe sapere che la nostra risposta sarà fulminea». Il presidente della Federazione Russa ha sottolineato di possedere «strumenti (armi) che nessuno può vantare e che noi siamo pronti a usare all’occorrenza». Le sue parole sono rimarcate dal ministero degli Esteri attraverso la portavoce Maria Zakharova: «L’Occidente chiede apertamente a Kiev di attaccare la Russia utilizzando le armi fornite; sconsigliamo di mettere alla prova la nostra pazienza».
Alzare i toni è tipico dei decisori politici delle grandi potenze che si concepiscono come impero reale o potenziale. Compresa la Russia, superpotenza nucleare da anni in affanno economico, strategico e culturale. Mosca non è ancora né disperata né ha fretta di ottenere risultati maggiori sul campo di battaglia ucraino: la penuria di carburante, munizionamento e personale combattente tra le fila di Kiev gioca a suo favore. Almeno nel teatro del Donbas, quello più lontano dall’oblast’ di Leopoli, la porta d’ingresso delle armi occidentali.
Ciò che irrita il Cremlino al punto da paventare un’escalation militare oltre i confini dell’ex paese sovietico sono le continue promesse occidentali a Kiev di armi quantitativamente e qualitativamente superiori, finalizzate non alla rapida vittoria del paese aggredito bensì al lungo perdurare del sanguinoso conflitto ai danni della Russia. Mosca vede un’evoluzione della guerra per procura in cui a morire sono gli ucraini, a soffrire i russi, a esultare gli americani, a vincere i cinesi. Nessuno di questi esiti può essere facilmente digerito.
La minaccia di Putin sull’impiego di armi non convenzionali è percepita nelle cancellerie occidentali come un disperato bluff. Esattamente come nel 2021 l’ammassamento costante di truppe e mezzi militari in prossimità dei confini dell’Ucraina era percepito come un’altisonante leva negoziale, salvo poi scoprirne gli effetti operativi il 24 febbraio 2022. Il presidente russo non gioca (quasi) mai d’azzardo. Contrariamente alla vulgata imperante, è uno scacchista con qualche pezzo spendibile, non un pokerista a corto di fiches.
L’arma cui allude Putin potrebbe non essere un missile nucleare intercontinentale (come il Sarmat appena testato con successo) bensì Poseidon 2m39, drone sottomarino sperimentale con testata al cobalto-60 in grado di generare tsunami con onde alte decine di metri. Questo sistema d’arma innovativo è prettamente concepito come antiamericano. Gli Stati Uniti sviluppano infatti la loro potenza economica primariamente sulle coste oceaniche, lasciando l’“America profonda” sguarnita sotto il profilo demografico e industriale.
Scatenare scientemente maremoti in grado di spazzare tutto per decine di chilometri nell’entroterra nordamericano potrebbe piegare il Numero Uno: sarebbe difficile comprovare la genesi artificiale e il mandante della catastrofe, mentre i danni riportati dalle altre nazioni sarebbero sensibilmente minori. Non solo: se anche l’Occidente possedesse armi equiparabili sarebbe impossibilitato a esercitarle contro la vastissima potenza tellurocratica (Russia), che si affaccia sull’oceano Artico e sviluppa gran parte della propria economia sullo sfruttamento delle risorse interne.
Le coste oceaniche degli Stati Uniti sono due, mentre la Russia potrebbe possedere solo un prototipo di Poseidon (produzione in serie prevista per il 2027). Pokerista incosciente rischia di essere chi cerca di vedere il bluff.




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