
Originariamente Scritto da
Platone
Va innanzitutto tenuto presente lo sfondo teorico all'interno del quale si inserisce la prospettiva speculativa kantiana, altrimenti capiamo ben poco di quali siano i problemi filosofici in auge e di quale clima tematico ci si stia principalmente occupando, dunque il senso stesso da cui scaturisce e si sviluppa la Critica della ragion pura.
Dai Greci alla tradizione scolastica medievale, il rapporto tra certezza (percezione del mondo) e verità (essenza del mondo) è in equazione, la filosofia greco-cristiana è cioè realista, ritiene che la realtà indaganda sia esterna al pensiero e che ciò non costituisca un problema, inoltre ritiene che l'apparire del mondo alla mente sia l'apparire del mondo così come esso è essenzialmente. Cartesio mette in dubbio tutto ciò, proprio perchè l'apparire del mondo è anzitutto un'apparire a "me", ogni cosa è anzitutto un cogitatum, un'idea, chi lo dice che il cogito non sia il produttore stesso del mondo e di tutto ciò che percepisco? Chi può dire che il percepito abbia autonomia ontologica? L'idealismo, chiudendo la stagione della filosofia moderna, tira le somme e risponderà positivamente alla domanda cartesiana, nel senso che il pensiero trascendentale diviene il produttore dell'Essere medesimo. La proposta cartesiana è già idealistica, anche se non rigorosa e coerente, nel senso che (in un modo che non sto qui a riassumere) Cartesio giunge a porre l'identità di cartezza e verità del conosciuto pur tenendo ferma l'esternità della realtà al pensiero grazie al sostegno divino. Da Cartesio scaturisce il grande problema di conciliare certezza e verità, interiorità o esteriorità della realtà rispetto alla mente, che occuperà i due grandi filoni del pensiero filosofico rinascimentale pre-critico (pre-kantiano), cioè empirismo e razionalismo. Gli empiristi (Locke, Hume, una ricca tradizione anglosassone che sopravvive tuttora) ritengono che il dato empirico immediato, l'esperienza fenomenologica sia l'unico discrimine che consenta di risolvere il problema e che non si dia una conoscenza innata che permetta di farlo, mentre i razionalisti (Leibniz e Spinoza in particolare rappresentano le due grandi forme di compimento del razionalismo post-cartesiano) ritengono fondamentale il carattere aprioristico della ragione rispetto alla datità-fattualità dell'esperienza. Kant eredità questo problema di fondo, proponendo una sintesi delle due esperienze filosofiche attraverso una formulazione teoretica poderosa.
Per Kant il contenuto del conoscere, il conosciuto, differisce da ciò che sta indipendentemente dal conoscere: l'attività conoscitiva deforma ciò che intende conoscere nel conoscere stesso, ciò che appare è appunto fenomeno, faineszai, cioè il manifestarsi al mio intelletto e alla modalità con cui l'intelletto si attiva di ciò che E' in se stesso il fenomeno, qualcosa dunque che viene trasfigurato nell'atto percettivo: ciò che appare è per definizione apparenza, manifestazione, ma appunto apparenza e manifestazione devon essere apparenza DI qualcosa e manifestazione DI qualcosa. In quanto rappresentazione del dato, al di fuori degli schemi concettuali in cui viene elaborato dall'intelletto esso è un niente, cioè è una mera manifestazione soggettiva. Una conoscenza universale è possibile a priori, non a posteriori: altrimenti avremmo pura constatazione della datità della realtà, ma proprio in quanto a priori il sapere universale esclude di poter pervenire all'essenza della cosa, nel senso che il carattere apriorico si manifesta nei modi trascendentali del conoscere che mi diranno sempre e comunque come verranno a mostrarsi le cose dell'esperienza, cioè attraverso spazio e tempo, sul cui fondamento si costituiscono i giudizi sintetici a priori delle scienze esatte, della matematica e della geometria. So sempre e comunque che la realtà si darà nello spazio e nel tempo, come se fossero lenti colorate che filtrassero l'autenticità della cosa deformandola ai mie occhi. La cosa in sè è dunque necessariamente posta e richiesta dal sapere che si voglia porre come epistèmico: per essere epistèmico non può rivolgersi alla totalità e se vuole rivolgersi alla totalità non può essere coerente, tutto ciò rievoca lontanamente il motto di Godel percui il sapere epr essere coerente deve essere parziale e per essere totale deve rinunciare alla coerenza (teorema di incompletezza), non a caso la storia della filosofia del novecento si biforca in chi, attraverso l'analisi del linguaggio e la scienza, tenta di pervenire ad un sapere rigoroso ma empiricamente o comunque settorialmente delimitato e definito, e dall'altro lato le forme filosofiche legate al pensiero continentale che in un certo senso sacrificano il rigore analitico pur di continuare a rivolgersi alla totalità direi che da Heidegger in poi le cose siano andate così..filosofia analitica anglosassone da una parte ed ermeneutica continentale dall'altro lato..suddivisioni a grandi linee ovviamente..