

Il sonno della ragione genera mostri.
Divergevano due strade in un bosco, ed io...io presi la meno battuta, e di qui tutta la differenza è venuta.


Probabilmente sarebbe il caso che ti leggessi le carte prima di dire certe cose...non ti sembra.
Essere indagati significa semplicemente che a fronte di un reato accertato si cerca di trovare tutte le connessioni fra le persone e i soggetti che emergono come probabili rei. Ovviamente le indagini partono ad ampio raggio, perchè devono prendere visione di TUTTO quello che accade. Andare dritti su un'unica strada è quanto di più sbagliato ci possa essere. Man mano che le indagini avanzano, e che le persone indagato CHIARISCONO eventualmente le loro posizioni, vengono stralciate e si arriva pian piano a localizzare i colpevoli. Ovvio che NON tutti i colpevoli si riescono a prendere e spesso personaggi probabilmente colpevoli riescono a "salvarsi" perchè le prove a loro carico non sono sufficienti a provare SENZA OMBRA DI DUBBIO la loro colpevolezza. Ma da li a dire che sono innocenti ce ne passa....innocenti sono solitamente quelli che in meno di niente riescono a dimostrare la propria estraneità agli eventi.
"La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile" (Corrado Alvaro)
È così che muore la libertà: sotto scroscianti applausi










Giusto per dare risalto alla SFRACELLO DEL PM PEGGIORE D'ITALIA, Gigetto 0' Flop, ancor detto Luigi De Magistris, riporto un articolo che riguarda il "Parolaio spento" altro azzeccato soprannome dell'esibizionista ex PM dell'IDV...
«Why not»: la fine di un’inchiesta elefante rivelatasi un topino
Sembrava la madre di tutte le inchieste quella condotta da De Magistris; una nuova Tangentopoli destinata a far tremare il palazzo; un’inchiesta che paventava sovrastrutture, spectre, affari loschi e politica in un intreccio che avrebbe fatto impallidire il creativo Ian Fleming (autore di James Bond). Insomma, un vero e proprio vaso di Pandora che il nuovo «eroe» aveva scoperchiato con grande coraggio e ammirazione da parte di certi giustizialisti e manettari di nostra conoscenza.
Gli stessi che poi gli hanno offerto una poltrona da europarlamentare e un posto assicurato nei salotti televisivi di tutte le reti e nelle colonne di noti giornali schierati.
E invece… invece si è rivelato il più grande bluff giudiziario degli ultimi anni. Con centocinquanta persone indagate, trentaquattro rinviate a giudizio, otto condannate. Una vera bufera che si è tramutata in una brezza velenosa che ha fatto i suoi porci danni: ludibrio mediatico per gli indagati, tra cui l’ex ministro della giustizia Mastella, e una decina di milioni di euro di spese giudiziarie che naturalmente – stante l’inesistenza della responsabilità civile, amministrativa e penale dei magistrati – pagheremo noi come contribuenti e non i diretti responsabili.
A questi v’è da aggiungere l’impietosa immagine che la magistratura ha dato di sé con la nota guerra delle procure di Salerno e Catanzaro.
A fare la ricostruzione non è però il solito giornalista di Panorama o di Il Giornale, né quello di Libero, quanto un giudice per l’udienza preliminare che nella sua disamina di ben 944 pagine dell’inchiesta «Why not» ha detto alcune cose davvero significative.
In primo luogo ha stigmatizzato – e non tanto velatamente – il «risalto mediatico che il procedimento ha avuto soprattutto nella fase delle indagini preliminari e che ha portato alla ribalta nazionale i suoi principali protagonisti divenuti nel frattempo veri e propri personaggi pubblici televisivi di grande notorietà». Un risalto che ha determinato «una distorta e infedele rappresentazione dall’esterno delle reali e obiettive risultanze delle fonti di prova».
Il che, ha portato in secondo luogo, a offuscare la legittima finalità dell’inchiesta che mirava a denunciare un sistema politico, il cui obiettivo era «la realizzazione dei propri interessi» collegati all’accaparramento illecito di fondi regionali. In questo senso, l’offuscamento è consistito nell’aver seppellito «sotto una miriade di dichiarazioni, propalazioni, coraggiose rivelazioni volte a rappresentare la molto più avvincente, inquietante “televisiva” realtà di associazioni segrete, logge deviate, congiure di palazzo, accordi clandestini che dapprima operavano occultamente per monopolizzare la gestione degli appalti e delle risorse e che poi, a indagine avviata, tramavano per distruggere ed annientare da un punto di vista economico e di credibilità chi aveva avuto invece il coraggio di denunciare la realtà del malaffare».
Praticamente viene messo in discussione, e non certo leggermente, il teorema di un’associazione segreta del malaffare su cui si basava l’inchiesta «Why Not» e il cui unico risultato tangibile – alla luce di quanto emerge dalle motivazioni del GUP – è stato quello di rendere il suo protagonista, Luigi De Magistris, un volto noto della cronaca giudiziaria prima e della politica poi, posto che le responsabilità penali e i suoi autori erano facilmente identificabili e accertabili già all’inizio dell’inchiesta.
Fa davvero impressione leggere il resto del prolisso e lungo testo del giudice per l’udienza preliminare. In particolare vi sono palesi sconfessioni dell’opera di De Magistris. Personalmente ho trovato sconcertante il punto in cui il giudice mette in discussione la sostanziale utilità delle intercettazioni per dimostrare il reato associativo ex-art. 416 bis. Il giudice afferma: «Le risultanze captative non forniscono alcuna prova dell’esistenza del sodalizio descritto al capo uno [il riferimento è all’associazione per delinquere], non ricavandosi dai colloqui intercettati la dimostrazione degli elementi costitutivi oggettivi di una qualsivoglia associazione dotata dei requisiti minimi strutturali previsti dall’articolo 416 bis».
Alla luce di questo, appare evidente come sia oggigiorno necessaria una riforma seria della magistratura che impedisca per il prossimo futuro simili situazioni e simili spese.
La magistratura oggi chiede maggiori risorse, ma se la prospettiva è vederle bruciate in questo modo, allora prima appare necessario razionalizzare il sistema giudiziario affinché certi sprechi non si verifichino.
È oltremodo necessario evitare il più possibile che il magistrato sfrutti il risalto mediatico dell’inchiesta che sta seguendo per mettersi in primo piano e attrarre a sé consenso politico improprio e inopportuno per chi è al servizio della legge e non già di un partito o di una specifica fazione politica. Una limitazione dei contatti con la stampa e un divieto assoluto di frequentare salotti televisivi durante un’inchiesta delicata sarebbe sicuramente necessaria; così come sarebbe necessario un codice deontologico molto più severo e pregnante, proprio alla luce della delicata funzione che ricopre.
iango:
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Impossibilia nemo tenetur




Comunque al di là della mia non simpatia per De Magistris
invece si è rivelato il più grande bluff giudiziario degli ultimi anni. Con centocinquanta persone indagate, trentaquattro rinviate a giudizio, otto condannate. Una vera bufera che si è tramutata in una brezza velenosa che ha fatto i suoi porci danni: ludibrio mediatico per gli indagati, tra cui l’ex ministro della giustizia Mastella, e una decina di milioni di euro di spese giudiziarie che naturalmente – stante l’inesistenza della responsabilità civile, amministrativa e penale dei magistrati – pagheremo noi come contribuenti e non i diretti responsabili.
"150 persone indagate" non vuol dire niente,si indaga appunto per constatare se ci sono indizi ragionevoli per il rinvio a giudizio o se l'indagato non ha commesso reati , 8 condanne su 34 rinviati a giudizio può essere un dato a favore di chi parla di bluff giudiziario ma bisognerebbe conoscere le statistiche sul rapporto rinviati a giudizio/condannati e sapere quanti di questi sono stati prescritti .
Più che altro secondo me è un boomerang per tutti quei quotidiani che appena si parla di un politico indagato ci costruiscono sopra settimane di articoli ,e come ormai avete notato non lo fanno solo Repubblica o l'Unità ma anche Libero e Il Giornale.
Regressista amante della pucchiacca.