Ferrari credo sia un "eterodosso", a metà tra sraffiani e keyenesiani, vicino alla vecchia sinistra del PSI di cui faccio parte, ma la sua analisi mi sembra molto buona
Le vere fragilità della Fiat...
di Sergio Ferrari e Roberto Romano*
Siamo proprio sicuri che siano in gioco solo i diritti del lavoro nel conflitto aperto tra Fiat e sindacati? E se il conflitto sui diritti fosse la foglia di fico per giustificare la pianificazione della cessione della stessa Fiat a soggetti terzi? La Fiat non sembra molto competitiva. Non per i costi variabili, come quelli del lavoro, ma in ragione degli alti costi fissi e delle scarsa economie di scala, problemi alimentati dalla crescente dispersione produttiva senza pari in Europa. Se compariamo la Fiat con le principali società del settore a livello europeo, si capisce subito che la Fiat non è adeguata al mercato. E poiché esiste un problema di sovrapproduzione mondiale, non è fuori luogo pensare che qualche soggetto più debole debba sparire o cambiare mestiere o trovare un acquirente. La principale differenza del settore dell’auto europeo rispetto alle altre aree economiche è il minor grado di concentrazione, mentre gli alti costi fissi e i bassi margini di profitto sono analoghi. Inoltre, il settore non si limita all’assemblaggio e alla produzione di motori, ma si occupa anche di testing, distribuzione e vendita, manutenzione, riciclo e smaltimento dei mezzi. L’aspetto più rilevante è che i componenti dell'automotive sono realizzati in strutture verticalmente intergrate con la casa madre.
Il confronto tra i principali Paesi-competitor tra il 2002 e il 2008 del settore (Germania, Francia e Italia) per occupazione e produzione sollecita alcune considerazioni. La produzione in Francia e Italia è crollata, rispettivamente, del -29,15% e del -28,87%, mentre la produzione in Germania è salita del 9,23%. Questo trend ha modificato la divisione europea del lavoro. Infatti, la produzione industriale dell'automotive si è redistribuita: la Germania passa dal 29,93 al 32,50%; la Francia scende dal 20,45% al 14,44%; l’Italia dal 7,81% al 5,54%. L’analisi dei brevetti del settore automotive, cioè la tutela legale per le nuove produzioni, conferma questo andamento: i brevetti europei (Germania) sono pari al 55 per cento, il Giappone è al 22,8 per cento, il Nord America al 16,0%. La Germania è l’unico Paese che è riuscito a mantenere l’utilizzo degli impianti sopra alla soglia critica del 79%, cioè la “typical profitability zone”, sia prima della crisi e sia durante la crisi. La sua produzione di 6.040.582 veicoli, contro i 659.221 dell’Italia, ci dice chi sarà il protagonista della riorganizzazione del settore, almeno in Europa.Tra i grandi concorrenti, la Fiat è senza dubbio la meno attrezzata. Utilizzando i dati Mediobanca sul valore dell’attivo, escludendo i beni immateriali, si palesa la debolezza (strutturale) della società rispetto agli omologhi tedeschi e giapponesi. L’assenza di una politica capace di agire sui costi fissi e la maggiore attenzione della Fiat ai costi variabili (lavoro in primis), sono un tratto caratteristico della gestione di una società prima della sua “privatizzazione-cessione”. In particolare è il crollo del ROE (indice di redditività del capitale proprio) tra il 2008 e il 2009 a impressionare. Tutte le principali società hanno perso “redditività”, ma il -26% della Fiat è una riduzione di oltre il doppio rispetto agli altri gruppi. Toyota ha registrato meno 2,4%, Volkswagen meno 12,9%, Daimler meno 12,5%, Honda motor meno 3,1%. Forse il conflitto non è solo nei diritti, piuttosto nell’assenza del soggetto “capitale”....
* economisti
(Il Fatto Quotidiano di Venerdi 22 Ottobre 2010)





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