La storia si ripeterà?
«Nel momento in cui una comunità non sa più ragionare con il senso della storia, non sarà la storia a sparire, ma quella comunità.»
Romano Ferrari Zumbini, Il grande giudice. Il Tempo e il destino dell’Occidente, Roma, 2019, Luiss University Press, pagina 319.
Lascio parlare le fonti:
”Il popolino, senz’arte né parte, passa la notte nelle bettole oppure dorme sotto quei tendoni che ricoprono gli anfiteatri, che Càtulo per primo, imitando la mollezza dei Campani, fece stendere durante la sua edilità. Oppure con accanimento giocano a dadi e provocano turpi rumori ritirando l’aria nelle strepitanti narici. Infine, e questa è l’attività prediletta, si vede questa gentaglia dalla mattina alla sera, che piova o faccia sole, estenuarsi in dibattiti sui meriti e i demeriti del tale cavallo e del talaltro cocchiere. Ed è incredibile vedere così tanti plebei, invasi da una passione divorante, aspettare solo una corsa di carri. Queste ed altre stupidaggini si fanno a Roma, e nient’altro degno di nota.”
Ammiano Marcellino, Storie, libro XIV, capitolo 6, paragrafi 25 e 26.
A costoro assomigliamo molto. Ecco in quale abisso la hybris e l'accidia li fecero precipitare:
Con queste parole, nel 396, Gerolamo si rivolgeva ad Eliodoro vescovo di Altino:
”Da vent’anni e più, tra Costantinopoli e le Alpi Giulie, ogni giorno si sparge sangue romano. […] I Goti, i Sarmati, i Quadi, gli Alani, gli Unni, i Vandali, i Marcomanni mettono a ferr’e fuoco il nostro impero. Quante matrone, quante vergini votate a Dio, quanti uomini liberi e nobili sono diventati ludibrio di queste belve! Sono stati catturati vescovi e preti e ministri d’ogni culto; sono state distrutte chiese, gli altari di Cristo sono trasformati in greppie per i cavalli. ”Ovunque è lutto, ovunque gemito, ovunque un’immagine multiforme della morte” [Vergilio, Eneide, II, 368-9].”
Epistole, 60, 16.
In un poemetto, contemporaneo agli eventi, il vescovo Orienzio descrive l’invasione della Gallia degli anni 407-9:
”Alcuni giacquero in pasto ai cani; a molti la casa in fiamme tolse la vita e fornì il rogo.
In tutti i villaggi e le ville, in campagna e al mercato,
in tutte le regioni e le strade, nei luoghi più diversi,
c’erano Morte, Dolore, Distruzione, Fiamme e Lutti.
La Gallia intera giaceva su un unico rogo fumante.”
Commonitorium, versi 179-84, ”uno fumavit Gallia tota rogo”.
Gli storici del futuro scriveranno ”Uno fumavit Europa tota rogo”?
Gerolamo, in un’epistola scritta nel 409, racconta:
”Nazioni innumerevoli e ferocissime hanno occupato tutte le Gallie. Tutto il territorio che sta tra le Alpi e i Pirenei, che è racchiuso tra l’Oceano e il Reno, il Quado, il Vandalo, il Sarmata, gli Alani, i Gepidi, gli Eruli, i Sassoni, i Burgundi, gli Alamanni e - oh, impero su cui non resta che piangere! – i nemici pannonici lo hanno devastato. Assur è venuto con loro. Magonza, città un tempo nobile, fu presa e distrutta e nella chiesa furono trucidate molte migliaia di uomini. I Vangioni furono sterminati dopo un lungo assedio, la potente città dei Remi, gli abitanti di Ambiano, e quelli di Atrebato e i più lontani Morini, gli abitanti di Turnaco, Nemeto e Argentorato furono tradotti in Germania; le province di Aquitania e Novempopulana, la Lugdunense e la Narbonense salvo poche città, tutto fu saccheggiato.
Da fuori devasta la spada, da dentro la fame. Non posso menzionare astenendomi dalle lacrime Tolosa, quella città che finora non è crollata grazie all’opera del santo vescovo Esuperio.”
Epistola 123, 16.
Celeberrima la lettera sulla distruzione di Roma, saccheggiata dai Goti di Alarico dal 24 al 27 agosto 410:
”Dall’Occidente ci giunge la terribile notizia che Roma viene assediata, che si compra a peso d’oro l’incolumità dei cittadini, ma che dopo queste estorsioni riprende l’assedio: a quelli che sono già stati privati dei beni si vuol togliere anche la vita. Mi viene a mancare la voce, il pianto m’impedisce di dettare. La città conquistatrice del mondo è conquistata: anzi, cade per fame, prim’ancora che per l’impeto delle armi, tanto che a stento vi si trova qualcuno da prendere prigioniero. La disperata bramosia fa sì che ci si getti su cibi nefandi: gli affamati si sbranano l’uno coll’altro, perfino la madre non risparmia il figlio lattante e inghiotte nel suo ventre ciò che ha appena partorito.”
Epistole, 127, 12.
Il cronista Idazio descrive la spartizione dell’Iberia tra Vandali, Alani e Svevi, avvenuta nel 411, dopo due anni di feroce guerra:
”Dopo che le province della Spagna erano state devastate dai colpi che ho descritto, i barbari si decisero a far la pace, e divisero le province per spartirsele a sorte […] Quegl’Iberici […] sopravvissuti alle calamità si assoggettarono come schiavi ai barbari che dominavano le province.”
Cronaca, sezione 41 [49].
Intorno al 440, Salviano, un prete di Marsiglia, scrisse:
”Perché il Signore ha consentito che diventassimo la più debole e sventurata di tutte le tribù? Perché ha permesso che fossimo sconfitti dai barbari e soggiogati dai nostri nemici?”
Il governo di Dio, IV, 12, 54.
”Dov’è ora lo splendore, la dignità degli antichi Romani? Essi erano potentissimi, noi siamo senza forze. Erano temuti; ora siamo noi che temiamo. I barbari pagavano loro tributi; ora siamo noi i tributari dei barbari. I nostri nemici ci fanno pagare perfino la luce del giorno, e dobbiamo comprare il diritto alla vita. Oh, le nostre sofferenze! Come siamo caduti in basso! Dobbiamo addirittura ringraziare i barbari per il diritto di riscattarci! Cosa c’è di più miserevole e umiliante!?”
VI, 18, 98-9.
”In un tempo in cui lo Stato Romano o è morto o è ormai agli ultimi sussulti, e là dove sembra ancora in vita sta morendo strangolato dalle catene delle tasse come dalle mani di un bandito, in un periodo del genere esistono ancora tanti ricchi, le cui imposte devono essere pagate dai poveri, si trovano cioè tanti ricchi, le cui imposte uccidono i poveri.”
IV, 30.
La prima idea che venne in mente agli abitanti di Treviri, all’indomani del saccheggio dei Franchi, fu la ripresa degli spettacoli:
”Tu, abitante di Treviri, chiedi dunque dei giochi pubblici? E dove li vuoi celebrare, di grazia? Sui roghi e sulle ceneri? Sulle ossa e sul sangue della popolazione massacrata? […]
Non vedi forse il sangue sparso, i corpi sul suolo, le membra strappate dei cadaveri fatti a pezzi?
Ovunque è lo spettacolo della città occupata dal nemico, ovunque l’orrore della prigionia, ovunque l’immagine della morte.
I miseri resti del popolo giacciono sulle tombe dei loro morti e tu chiedi i giochi!
La città è ancora nera d’incendio e tu pretendi di darle una parvenza di festa!”
VI, 69 e 89.
Il Cronista del 452, descriveva così la condizione della Gallia:
”Lo Stato Romano è stato ridotto in una condizione miserevole da questi disordini, giacché non c’è provincia in cui non si siano stanziati i barbari”.
Cronaca del 452, sezione 138, pagina 662.
Lo storico Gildas il Saggio racconta le stragi dei Sassoni, le calamità che nel VI secolo afflissero la Britannia:
”Tutte le principali città vennero abbattute dai ripetuti colpi degli arieti nemici; e abbattuti anche tutti gli abitanti: dignitarii della Chiesa, sacerdoti e gente del popolo senza distinzione, in messo al balenìo delle spade e al crepitare delle fiamme […] Non c’era sepoltura se non tra le rovine delle case o nel ventre delle fiere e degli uccelli.”
La rovina della Britannia, capitolo 24, paragrafi 3-4.
”un certo numero di sventurati sopravvissuti venne catturato sui monti e massacrato. Altri, estenuati dalla fame, si arresero al nemico; erano destinati alla schiavitù perpetua […] Altri fecero vela oltremare; sotto le vele rigonfie si lamentavano a gran voce, cantando un salmo […] : «Tu ci hai abbandonato come pecore al macello, e ci hai dispersi tra i pagani.»”
25, 1.
«Gli Unni si sono sollevati contro gli Alani, gli Alani contro i Goti, i Goti contro i Teffali e i Sarmati. Gli esiliati dei Goti hanno altresì bandito noi dal nostro paese, e cacciati nell’Illiria. E non è ancora finita.»
Ambrogio, Commento al Vangelo di Luca.
Conseguenze della hybris, lodata da Cicerone, Vergilio, Ovidio, Augusto, Claudio, Plinio il Vecchio, Orosio, Rutilio Namaziano.
Lungi dall'essere laudes Italiae, quelle di Plinio il Vecchio sono laudes apolidiae et superbiae:
«e ancora altre erbe da altre zone: erbe che vengono importate ed esportate in ogni parte del globo a beneficio della salute degli uomini, grazie alla sconfinata maestà della pace romana, che fa conoscere tra loro non solo gli uomini di terre e stirpi diverse, ma anche le montagne e le loro cime che sconfinano nelle nubi, e i loro prodotti, e anche le erbe!»
Plinio il Vecchio, Storia naturale, III, 20-7, botanica, Einaudi, 1985.
«La terra [l'Italia] che è figlia e al tempo stesso madre di tutte le altre terre, prescelta dagli dèi per rendere più luminoso il cielo stesso, per riunire imperi divisi, per addolcire i costumi, per unificare, con la diffusione della sua lingua, i linguaggi discordi e rozzi di tanti popoli e portare la cultura all'uomo e divenire in breve tempo l'unica patria di tutti i popoli di tutto il mondo.»
Ibidem, III, 38-40.
Dobbiamo guarire dalla pazzia di Orosio, il quale, subito dopo essere fuggito in Africa dall'invasione visigotica dell'Iberia, nel 414, si dichiarò orgogliosamente apolide:
«L'ampiezza dell'Oriente, l'abbondanza del Settentrione, la vastità del Meridione, le fertilissime e sicurissime sedi delle grandi isole hanno le mie leggi e il mio nome, poiché romano e cristiano giungo tra romani e cristiani. [...] Un unico Dio, che ha voluto quest'unità del regno per i tempi in cui gli è piaciuto manifestarsi, da tutti è amato e temuto; le medesime leggi, sottoposte a un unico Dio, regnano ovunque; dovunque giungerò, sconosciuto, non avrò da temere violenza improvvisa come chi è senza protezione. Tra romani, come ho detto, romano, tra cristiani cristiano, tra uomini uomo, mi appello allo Stato in base alle leggi, alla coscienza in virtù della fede, alla natura in nome dell'uguaglianza.»
Storie contro i pagani, V, 2, 3-6.
Tuttavia, gli Ebrei hanno mostrato quanto vulnerabili siano gli apolidi:
https://www.youtube.com/watch?v=BMcTg_GgPGQ
https://www.youtube.com/watch?v=o_EBeLtCxT0
https://www.youtube.com/watch?v=jNXJj46h1rA
https://www.youtube.com/watch?v=RrYDoc0glXU
https://www.youtube.com/watch?v=XdpBL0_KDCw
L'apostrofe di Rutilio Namaziano, lungi dall'essere un inno a Roma, è un inno all'apolidia e alla hybris.
«Prestami ascolto, bellissima regina del mondo
interamente tuo,
accolta fra le celesti, Roma, volte stellate.
Prestami ascolto, tu madre degli uomini, madre degli dèi:
grazie ai tuoi templi non siamo lontani dal cielo.
Te cantiamo e canteremo, sempre, finché lo concedano
i fati
[...]
non ti fermò, sabbia di fuoco, la Libia,
né ti respinse, armata del suo gelo, l'Orsa:
quanto si estese fra i poli, propizia alla vita, la natura
tanto si aprì la terra al tuo valore.
Hai fatto di genti diverse una sola patria,
la tua conquista ha giovato a chi viveva senza leggi:
offrendo ai vinti l'unione nel tuo diritto
hai reso l'orbe diviso unica Urbe.
[...]
così anche tu, che abbracci il mondo con trionfi
che portano leggi
e fai che tutto viva sotto un comune patto.
Te, dea, celebra te, romano, ogni angolo della terra
portando sul libero collo un pacifico giogo.
Tutte le stelle nelle loro orbite eterne
non hanno visto mai impero più bello.
Ne avevano congiunto uno simile gli Assiri
quando i Medi piegarono i loro confinanti?
I grandi re dei Parti e i tiranni Macedoni
si conquistarono gli uni gli altri con sorti alterne.
Né tu, nascendo, avevi più animi e braccia
ma più saggezza e più discernimento:
per guerre giuste e una pace non superba
la tua nobile gloria ha attinto la più alta potenza.
Tu regni e, ciò che vale ancor di più, meriti il regno:
tutte le grandi imprese superi con le tue.»
Rutilio Namaziano, Sul proprio ritorno, versi 47-92.
Il fardello dell'universalista, col suo immenso peso, fa precipitare in profondissimi e atrissimi baratri.
Orosio e Rutilio Namaziano, nonostante avessero veduto e sofferto le devastazioni dei barbari e la distruzione di Roma, scrissero l’inno all’apolidia.
https://www.treccani.it/enciclopedia/rutilio-namaziano/
Le medicine per guarire dalla pazzia di Orosio sono nella Bibbia.
https://danielediluciano.com/primo-t...trimoni-misti/
https://danielediluciano.com/primo-t...oli-esodo-205/
https://danielediluciano.com/talmud/...ante-concetto/
https://it.wikipedia.org/wiki/Daniel...C3%A7ois_Malan
https://www.treccani.it/enciclopedia...rancois-malan/
https://en.wikipedia.org/wiki/Daughters_of_Zelophehad
https://www.giuntialpunto.it/product...di-baruc-aa-vv
«L'apartheid non è quella caricatura sotto la quale lo si rappresenta. Ma, al contrario, esso significa per i non-Bianchi un'ampia indipendenza, poiché abitua a contare su loro stessi e a sviluppare la loro dignità personale. L'apartheid offre loro, allo stesso tempo, una maggiore possibilità di svilupparsi liberamente, conformemente al loro carattere e alle loro capacità [...] Per le due razze, ciò significa mutue relazioni pacifiche e la cooperazione in vista della prosperità comune. Il governo si impegnerà, con risolutezza e determinazione, a portare alla realizzazione di questo felice stato di cose.»
Daniel François Malan, durante un comizio radiofonico del giugno 1948.
''coloro che prima si sono sottomessi e poi si sono allontanati e si sono mescolati col seme di popoli mischiati, il loro primo tempo è, ma sarà calcolato come vermi. E coloro che dapprima non hanno conosciuto e poi hanno conosciuto la vita e si sono mescolati col seme del popolo che si è separato, il loro primo tempo è calcolato come vermi.''
Libro della rivelazione di Baruc, XLII, 4-5.
''[23] Saremo sempre beati […] perché non ci siamo mescolati ai popoli […] [38] lungo tutti quei tempi essi si erano contaminati e oppressi e ciascuno andava per le sue opere né avevano ricordato la legge del Potente. [39] Per questo il fuoco divorerà i loro pensieri […] Verrà infatti il giudice e non tarderà, [40] perché ciascuno degli abitanti della terra sapeva, quando commetteva scelleratezze, e non conobbero la mia legge per il loro orgoglio. [41] Molti allora piangeranno veramente, sui vivi più che sui morti.''
XLVIII.




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