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Discussione: Ritratti.

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    Ritratti. Roger Coudroy, il nazionalista europeo eroe (dimenticato) della Palestina


    A Ibrahim Abu Thurayeh, Fadi Abu Saleh, Razan Najjar, e tutti coloro il cui nome fu scritto sull’acqua



    Cinquant’anni di oblio

    Roger Coudroy è un nome nel vento, un’ombra che da cinquant’anni percorre le fantasie di chi almeno una volta ha sognato di lasciare ogni cosa alle spalle e vivere la pienezza di un ideale. Del primo caduto europeo in terra palestinese noi non conosciamo altro che la leggenda postuma, o quasi.

    Si sa che fu un ingegnere belga cresciuto in Francia, che lavorò per la Peugeot in Kuwait prima di unirsi alla resistenza palestinese, che aveva 33 anni al momento della morte, sopraggiunta il 3 giugno 1968.

    Nemmeno l’avvento di Internet ha dissipato la coltre di oblio che ne circonda il ricordo. Basti dire che di lui si trovano una sola fotografia e una manciata di riferimenti su Google, perlopiù in francese e in italiano. Come ha ricordato Giorgio Ballario nel ritratto più completo dedicato al militante di Jeune Europe, comparso proprio su Barbadillo, non esistono memoriali né testimonianze da parte di altri combattenti di Al Fatah o di familiari e compagni di fede politica che ne ricordino la figura.

    La fama di Coudroy è così andata incontro a un destino singolare: ignorato per ragioni di opportunità dalla galassia dei gruppi di solidarietà con la Palestina, da sempre egemonizzata a sinistra, ha scontato a destra la difficoltà di instaurare su questo eroe sconosciuto un culto della memoria simile a quelli che l’ambiente ha prodotto in innumerevoli altri casi. Nessun presente, per il camerata Coudroy.

    A pesare di più in questo senso è probabilmente la parabola della formazione di cui faceva parte, interrottasi solo pochi mesi dopo la sua morte. Jeune Europe rimarrà un’esperienza unica nel suo genere, quella di un movimento transnazionale che in nome del patriottismo europeo invita a far piazza pulita dei nostalgismi e a sostenere le lotte di liberazione del Terzo Mondo in chiave antiamericana e antisovietica.

    Il belga Jean Thiriart, fondatore dell’organizzazione, giunge addirittura a vagheggiare un improbabile sostegno militare alla causa palestinese, da concretizzarsi con la formazione di “brigate europee” di volontari pronti ad accorrere tra il Mediterraneo e il Giordano così come era accaduto in Spagna nel 1936. Thiriart ne parla ai dirigenti dell’Olp con cui è in contatto, propone l’idea ai baathisti in Iraq e al presidente egiziano Nasser cui fa visita in quel fatidico 1968. Non troverà alcun seguito.

    “Ho vissuto la resistenza palestinese”. Un testamento politico

    Roger Coudroy intanto ha già incontrato il suo destino. A testimonianza dei pochi mesi da lui trascorsi nelle file della resistenza resta un breviario, a metà fra il diario personale e il saggio storico, dove il giovane ingegnere annota i resoconti delle sue esperienze e le sue vive impressioni sui combattenti palestinesi, ma anche alcune descrizioni molto intense sulle donne con “le guance dolci, il naso fine e le labbra tenere”, sui bambini dei campi profughi che “della Palestina ne fanno un’ode alla dolcezza che viene loro negata, al canto e alla fiducia, che li rende al contempo felici e senza speranza, in delle piccolissime tende bruciate dal sole e scosse dal vento, verso questo Paese fatto di latte e miele di cui hanno tanto sentito parlare e per il quale, forse, moriranno domani”.

    Questo volumetto viene pubblicato a Beirut nel 1969 per opera del Centro Ricerche dell’Olp, con il titolo J’ai vécu la résistance palestinienne. Se ne conosce una traduzione tedesca, ormai altrettanto introvabile, denominata Widerstand in Palästina. In Italia solo pochi mesi fa una benemerita iniziativa della casa editrice Passaggio al Bosco ha finalmente consentito l’uscita di Ho vissuto la resistenza palestinese. Un militante nazionalrivoluzionario con i Fedayin.

    Dopo i primi abboccamenti a Beirut con Al Fatah, il cammino dell’autore porta a Damasco, poi ad Amman, infine al campo profughi di Baqa’a dove Coudroy è divenuto il fedayin “As Saleh” (Il Giusto). Le ultime pagine, vergate dal 23 al 27 maggio 1968, riferiscono in modo sempre più scarno delle operazioni militari congiunte tra Al Asifah (l’ala militare di Fatah, di cui egli fa parte) e l’Olp. Poi il racconto si interrompe.

    roger coudroyCe n’è comunque abbastanza per cogliere qualcosa dell’uomo al di là del suo mito frammentario. Nelle pagine dell’opuscolo traspare il volontarismo che anima le sue scelte, la fiducia fin troppo ingenua in un prossimo rovesciamento di fronte all’indomani del disastro della guerra dei Sei Giorni: lo conforta l’esito della battaglia di Karamè, che nel marzo 1968 ha segnato una prima battuta d’arresto per gli israeliani.

    Coudroy sa che la sua causa è giusta e tuttavia sa che essa non appartiene davvero a lui: “È vero che conosco il Paese e gli abitanti da quasi quattro anni, che parlo la loro lingua e che rispetto i loro costumi, che ho imparato a dire fin dall’inizio le parole più frequenti. Ma come si fa a far loro comprendere che nonostante la mia amicizia per gli uomini e la simpatia per la loro causa, io non ho dimenticato il mio Paese e la mia presenza non è del tutto disinteressata?”.

    Il nemico canterà le nostre imprese

    Non ci sarà tempo per rispondere a questi interrogativi. Nella notte del 3 giugno, a quasi un anno esatto di distanza dalla guerra dei Sei Giorni, un commando di Al Asifah tenta di penetrare in Palestina per una nuova operazione militare. Una pattuglia di Tsahal lo intercetta: tra le vittime dello scontro a fuoco c’è un giovane europeo, il cui corpo viene gettato in una fossa comune insieme a quelli degli altri fedayin e, per quanto è dato sapere, mai riesumato.

    Sull’episodio in verità si avanzeranno illazioni infamanti. Un giornale inglese parla di una possibile esecuzione da parte degli stessi miliziani di Fatah, che lo avrebbero sospettato di essere un infiltrato del Mossad. Un’altra versione accredita l’ipotesi di un tragico incidente durante un’esercitazione.

    A cinquant’anni di distanza, il nome di Roger Coudray resta per i pochi che ne conservano memoria la testimonianza di un sacrificio assoluto nel suo disinteresse. Nel silenzio che lo circonda, echeggiano le parole di un altro grande dimenticato come Jean Cau, autore con Il cavaliere, la morte e il diavolo di uno dei libri più straordinari del Novecento: “Se è vero che la causa è perduta questo significa, sì o no, che bisogna rinunciare a battersi per lei? Del resto, che vuol dire «causa perduta»? Quando tutto è perduto, si muore per una causa o per l’idea che questa morte ti dà di te stesso? Del resto, noi, «i vinti», avremo la nostra vittoria: un giorno, il nemico canterà le nostre imprese e si domanderà inquieto se la nostra morte, così alta, non è un segno, sotto uno sguardo eterno, della sua sconfitta. Penserà nel suo cuore: noi abbiamo bruciato le loro bandiere ma dov’è la nostra vittoria davanti alla loro ultima affermazione? «Sono fanatici». Davvero, sì. Sono usciti dal Tempio, la testa piena di oracoli, e sono stati travolti dallo zelo per il loro dio. Travolti: è la parola”.

    «Non giocheranno più con i ragazzi, quegli agili, piccoli ragazzi arabi con gli occhi di velluto castano sulle loro teste tonde.

    Non li vedranno più crescere nei campi di rifugiati, alla mercé della carità delle Nazioni Unite. Non li vedranno più seguire le lezioni di scrittura seduti per terra sotto le tende e non conosceranno più l’angoscia di vederli crescere, senza Patria, senza istruzione, senza spirito. E la sera, non siederanno più sulle terrazze delle pasticcerie per guardare le ragazze passare, fini e diritte sotto i veli bianchi e i lunghi abiti rossi o blu, la brocca sulla testa o i quaderni di scuola sotto il braccio.

    Quando una pallottola o una baionetta li avrà colpiti, nel momento in cui saranno caduti – sanguinanti, bruciati e straziati – avranno gridato “Viva la Palestina” con uno slancio d’odio verso il nemico che avrà resistito una volta di troppo, un’ultima volta. O hanno pensato alla famiglia che li aspetta, in casa o sotto una tenda, alla fidanzata fiera e un po’ spaventata, alla madre che prega mentre il figlio muore sulla sabbia.

    O magari hanno sorriso, immaginando il proprio volto sui manifesti?»

    Roger Coudroy, “Ho vissuto la resistenza palestinese. Un militante nazionalrivoluzionario con i Fedayin”

  2. #2
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    Predefinito Re: Ritratti.

    https://www.barbadillo.it/75164-ritratti-roger-coudroy-il-nazionalista-europeo-eroe-dimenticato-della-palestina/

  3. #3
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    Predefinito Re: Ritratti.

    Ritratti. Radetzky tra demonizzazione e rivalutazione

    Inizio questo articolo con un ricordo personale. Una ventina di anni fa mi trovavo, per servizio, a dover trascorrere un periodo a Roma. Una domenica pomeriggio d’estate, al cambio della guardia in Piazza del Quirinale, di fronte ad uno dei luoghi simbolici della nostra Nazione, la breve cerimonia era seguita da un concerto della Banda Musicale dei Carabinieri. Ottima iniziativa, sia per i residenti romani, sia per i turisti, assai apprezzata. Ma, con mia sorpresa, il primo brano interpretato fu la famosa Marcia di Radetzky, la composizione di Johann Strauss (padre), scritta nel 1848, in onore al vincitore di Custoza, contro i piemontesi di Re Carlo Alberto, durante la Prima Guerra d’Indipendenza, il feldmaresciallo asburgico conte Josef Radetzky von Radetz.

    Sapevo naturalmente che la marcia, festosa ed avvincente, ebbe nell’800 gran popolarità quale espressione del nazionalismo austriaco, che era rimasta come una sorta d’inno non ufficiale della Repubblica Austriaca (suonata pure prima degli incontri di calcio di quella Nazionale), che era il brano di chiusura del Concerto di Capodanno dell’Orchestra Filarmonica di Vienna, che si svolge ogni anno nella Große Saal della Musikverein, trasmesso in tutto il mondo per una udienza potenziale di almeno 1000 milioni di spettatori… Che Radetzky nell’Impero fu celebre e festeggiato. Avevo letto il romanzo di Joseph Roth, Radetzkymarsch, del 1932, la saga dei von Trotta che anima pure l’ultima opera dell’ebreo nostalgico, Kapuzinergruft, pubblicata en 1938. Ma tutto ciò detto, io non potevo dimenticare quanto appreso alle elementari sul reazionario forcaiolo nemico, odiato per i suoi metodi militareschi ed oppressivi, per le “pubbliche bastonature” ed altre persecuzioni comminate ai nostri patrioti; la lettura del libro Cuore; le cerimonie del Centenario ed “Italia ’61”, con l’arrivo in treno, a Torino–Porta Nuova, di Elisabetta II in tailleur giallo, tra altri Capi di Stato…

    Ora, sebbene di acqua sotto i ponti ne fosse già passata parecchia, se l’Europa aveva rinunciato a sterili e sanguinosi nazionalismi, non mi sembrava, tuttavia, il caso di dimenticare dove affondavano le radici della nostra (fortunata o meno) unità nazionale del 1861. Forse che a Buckingham Palace, davati a Sua Graziosa Maestà, le guardie con l’alto colbacco di pelo d’orso avrebbero interpretato la canzone degli Stukas (Stukalied) o la canzone in onore del comandante dell’Afrika Korps (Unser Rommel)?

    La debole identità italiana e Radeztky

    Sapevo, già allora, che se l’identità italiana è debole, per taluni inesistente, non era colpa di Radeztky, che sul campo di battaglia sconfisse le truppe del Re di Sardegna, Carlo Alberto, che erano entrate in Lombardia e che Johann Strauss lo celebrò giustamente come il più popolare eroe dell’Impero, dopo il principe Eugenio, paradossalmente un altro Savoia o il Montecuccoli, un altro italiano… Ma, insomma, era troppo! Non mi sembrava opportuno, proprio perchè i nostri “miti fondanti” sono troppo evanescenti, che la Banda dei Carabinieri, i vincitori di Pastrengo, suonassero addirittura la Marcia di Radetzky in quel luogo. Contattai al riguardo l’Ufficio del Consigliere Diplomatico presso la Presidenza della Repubblica, espressi le mie perplessità e… presumo che non allungai la lista delle persone che mi avevano in simpatia!

    Recentemente, in occasione del decesso di Enzo Bettiza, è stata ripubblicata una sua intervista concessa ad Aldo Cazzullo de “Il Corriere della Sera” nel 2010. Enzo Bettiza, il giornalista più raffinato d’Italia, lo scrittore mitteleuropeo, confessava di votare la Lega,”la Lega di Bossi, con il Carroccio, Alberto da Giussano, lo spadone, Pontida come un mito immaginario, come i druidi, i celti e le bevute dell’acqua del Po”. Per Bettizza la Lega non era “figlia della battaglia di Legnano, condotta dai lombardi contro un imperatore germanico. Al contrario: la Lega discende dal Lombardo-Veneto asburgico. Gli antenati di Bossi sono Maria Teresa, Giuseppe II, il lato umano di Radetzky. Il suo antecedente è la buona amministrazione austriaca”. Altro che il mostro descritto dalla propaganda risorgimentale!

    Incuriosito, cercai poi altri giudizi, conscio che un certo revisionismo storiografico pareva ormai aver condannato la mia Torino (e non solo la risorgimentale, pure quella della Fiat, Juventus ed Agnelli!), la sua classe dirigente liberale illuminata, simbolizzata dal Cavour, che, assieme ad una dinastia lungimirante io, da bambino, avevo orgogliosamente percepito come crogiuolo e culla di avvenimenti eroici, gloriosi, scolpiti nel cuore degli uomini e nelle pietre e bronzi dei posteri…

    Radeztky per Indro Montanelli e Sergio Romano

    Già Indro Montanelli in L’Italia del Risorgimento 1831-1861, del 1972, aveva descritto con una certa empatia il

    grande soldato che non aveva mai conosciuto sconfitte e a ottant’anni suonati conservava intatte prestanza fisica ed energia morale. Come tutti i militari credeva soltanto nella spada e nella disciplina. Ma non somigliava affatto all’immagine che di lui ci ha tramandato la storiografia risorgimentale: quella del crudele impiccatore, del caporalaccio ottuso, grossolano e brutale. Era al contrario un gran signore, di tratto ruvido, ma generoso….una specchiata onestà gl’ impediva di profittare della sua carica… Era soltanto un fedele servitore del suo Paese, di cui non discuteva la causa. E soprattutto era un vecchio lupo di guerra coraggioso, astuto e risoluto.

    Sergio Romano nel gennaio 2011, sempre dalle colonne del “Corriere”, riprendeva brevemente l’analisi del personaggio, l’imperial-regio Governatore Generale del Lombardo- Veneto Radetzky,

    dai tratti molto meno feroci di quelli che gli sono stati attribuiti dalla vulgata risorgimentale. È un eccellente soldato (ha combattuto contro i francesi a Marengo, Austerlitz e Lipsia), è pronto a prendere decisioni spietate (le condanne all’impiccagione degli insorti del 1853), ma ama Milano, le partite a carte, la buona tavola, le osterie popolari e una lavandaia-stiratrice milanese, Giuditta Meregalli, che gli dette quattro figli e gli fu accanto sino alla morte.

    Romano accennava ad un volume allora di recente pubblicazione (2008), Le cinque giornate di Radetzky. La vita felice, di Giorgio Ferrari, revisionista, “ma non troppo”.

    In tale opera, l’autore parte dal presupposto che le “Cinque giornate di Milano (18-23 marzo 1848)” siano state prevalentemente narrate dalla parte del vincitore, cioè dei milanesi:

    Decenni di incrostazioni retoriche, di inevitabile patriottismo risorgimentale ne hanno fatto un’epopea gloriosa, ma ricca di ombre. Oggi – a centosessant’anni di distanza – è forse possibile far rivivere quei giorni senza dover dimostrare alcuna tesi o dover proteggere la memoria di chicchessia. Depurate da ogni retorica celebrativa, le carte dell’epoca ci restituiscono un eloquente quadro a chiaroscuri, in cui si muovono forze disomogenee: i patrizi e i grandi proprietari terrieri lombardi da un lato, gli insurrezionalisti radicali e la parte più autenticamente suggestionabile dei cittadini dall’altra. Certamente non fu un moto spontaneo come tanta letteratura patriottica tende a voler credere: la cospirazione fu lungamente preparata e per questo in buona misura prevista dalle autorità austriache. Nondimeno le circostanze storiche ed economiche congiurarono perché quel moto milanese avvenisse: in ritardo rispetto ai piani dei cospiratori, ma con un effetto a valanga che nessuno verosimilmente aveva immaginato. E su tutti domina un protagonista incontrastato: Joseph Radetzky.

    Si tratta di un saggio curioso, garbatamente revisionista, scritto alla maniera di una fiction, eppur storicamente puntuale. L’autore simpatizza con il feldmaresciallo, l’ottuagenario servitore degli Asburgo, ma non è maldisposto verso il suo avversario più agguerrito, il federalista e repubblicano Cattaneo. Non è tenero nei confronti dei tanti tentenna del momento. Fra gli ambrosiani innanzitutto il podestà, conte e barone Gabrio Casati, rampante e indecisionista. Identica allergia egli mostra per molti aristocratici filosabaudi. Fuori dalle mura ambrosiane, l’eroe negativo è Re Carlo Alberto di Savoia, l’italico Amleto, le cui croniche titubanze trasformano la Prima Guerra d’Indipendenza in rovina politica e militare:

    Si sa che per gli Asburgo il vecchio Lombardo-Veneto era il gioiello di famiglia e insieme il “polmone finanziario” dell’impero. Il dotto e lungimirante Carlo Cattaneo ne aveva netta coscienza tanto da scrivere, in tempi non sospetti, che i “sudditi italiani della Casa d’Austria ebbero a pagare un terzo delle gravezze dell’imperio, benché facessero solo un ottavo della popolazione”. Niente di strano quindi che a Milano soggiornasse stabilmente un campione della tradizione militare imperiale quale l’anzianotto ma tutt’altro che moscio maresciallo Joseph Wenzel Radetzky. Un personaggio e all’incirca un meneghino di riporto. Poco aitante, “il collo tozzo e breve” incastrato su “un tronco sproporzionato ed esagerato per la statura che aveva, il capo rotondo e precocemente sguarnito… non ne facevano un bell’uomo”. Si aggiunga “un naso importante e camuso”, una propensione agli “accessi d’ira e agli eccessi della tavola” e così “avremo il ritratto di un ufficiale bonario e un po’ caricaturale, destinato a farsi seguire e amare per il suo coraggio, non certo per suo aspetto”. Ad arricchire il ritratto del personaggio ci pensava poi una eleganza così così (tipo “certi paletot meglio adatti a un impiegatuccio delle imperial regie poste che a un maresciallo generale”), oltre a molteplici disavventure famigliari: una consorte sciocchina e pretenziosa, una schiera di rampolli piuttosto scriteriati. Guasti privati, leniti in età matura da un’appagante relazione con una ‘prosperosa stiratrice di Sesto San Giovanni’, Giuditta Meregalli, che, in soprassoldo, gli sfornerà ben quattro creature.

    In effetti, il conte Radetzky, più che dell’ottocento, fu uomo del settecento, senza però riuscire a cogliere di quel secolo le innovazioni del pensiero illuminista, corrente politica e filosofica, la quale pur aveva portato, in Austria, alle riforme teresiane. Avviato giovanissimo alla carriera militare, conservò, per tutta la vita l’atavica fede nel suo sovrano, allora ancor Imperatore del Sacro Romano Impero, e nel suo braccio armato, l’esercito. Le sue idee, le sue aspirazioni, i suoi punti di riferimento, furono sempre semplici ed elementari: fede e devozione per Dio e l’Imperatore, culto per la disciplina, il dovere e l’abnegazione. Un codice morale nobile, ma di ristrette vedute. Egli amava l’Italia, ma non riusciva a capire gli italiani ed ancor meno il crescente fastidio verso l’Impero asburgico.

    Anche la moglie del futuro feldmaresciallo era italiana, Francesca Romana di Strassoldo–Gräfenberg, sposata il 5 aprile 1798, dalla quale ebbe cinque maschi e tre femmine. I conti Strassoldo erano friulani, insediati da secoli nell’odierna Cervignano del Friuli, una famiglia altolocata ed “austriacante”: il suocero del Radetzky, conte Leopoldo, fu solo uno dei molti feldmarescialli dati all’Austria. La moglie morì il 12 gennaio 1854, all’età di settantaquattro anni. Come normale per l’epoca, non fu matrimonio d’amore e il feldmaresciallo ebbe modo, in vecchiaia, di conservare quale fedele amante la milanese Meregalli. Tuttavia i legami con la famiglia della moglie rimasero sempre molto stabili. Il generale austriaco Frimont si era ritirato nel 1831 e Radetzky (ormai stabilmente residente a Milano, nel palazzo Arconati di via Brisa) gli succedette come comandante dell’Esercito austriaco in Italia. Il 17 settembre 1836, all’età di settant’anni, venne, finalmente, promosso feldmaresciallo.

    Dalla lunga relazione con la Meregalli, di 40 anni più giovane, ebbe quattro figli, i quali non furono mai giuridicamente riconosciuti, anche se il padre si proccupò di loro. Solo in Monza pare ci siano ora oltre 300 Meregalli che discendono dal Radetzky. Il rapporto con Giuditta (con la quale formava una famiglia sui generis) favorì il suo affetto per Milano ed i suoi abitanti, specie delle classi più umili. Forse, fu anche per l’influenza della donna che il feldmaresciallo si rifiutò di utilizzare le potenti artiglierie, delle quali disponeva, contro gli insorti del 1848. Alla partenza dell’esercito austriaco dalla città, l’amante del generale fu catturata, ma non le venne torto un capello. Infatti la ritroviamo, nel 1850, quale titolare di un’osteria, sita in via Borgospesso.

    Continua il Ferrari:

    Sempre alla Meregalli, si deve la predilizione di Radetzky per la cucina milanese e lombarda in genere. Incline alla buona tavola, il generale non disdegnava le frequentazioni gastronomiche più disparate. Alle comode mense di guarnigione, alternava cene con l’alta società meneghina, non disdegnando, inoltre, la frequentazione di antiche e celebri trattorie milanesi. Il feldmaresciallo fraternizzava anche con gli ufficiali di grado più infimo. Tra le mura domestiche, Giuditta gli preparava i piatti dei quali era più goloso. Poi, dopo i suoi pantagruelici pasti, il generale sprofondava in un sonno profondo, russando sonoramente, anche alla presenza di ospiti. Restando in campo gastronomico, a Radetzky, si deve anche una parziale soluzione della diatriba, la quale ha sempre diviso i viennesi dai milanesi, in merito della primogenitura, tra la wiener schnitzel e la cotoletta alla milanese, piatti simili, basati sull’impanatura della carne. Il feldmaresciallo, in una lettera al suo aiutante di campo, conte Atterns, indica, nella ricetta milanese, una sua “personale scoperta”, ammettendo, implicitamente, in tal modo, la priorità temporale della cotoletta meneghina su quella viennese, di carne di maiale.

    Detto della sua vita ed aneddoti privati, fu egli lo spietato repressore descrittoci dalla storiografia risorgimentalista ufficiale, o solo un soldato fedele che compì il suo dovere verso la sua Patria ed il suo Imperatore (nato quando egli già aveva 64 anni)?

    In medio stat veritas, credo.

    Senza lasciarsi avvolgere dai peana dei neolegittimisti d’oggi, occorre riconoscere ch’egli fu un grande soldato, assai amato dalle sue truppe; il Vater Radetzky fu, tuttavia, poco capace a gestire l’autorità civile, dopo il 1849, preferendo l’epurazione e la repressione ad amnistie ed indulti. Il suo destino fu in fondo identico a quello della sua Nazione. L’Austria, fu apprezzata, in Italia, per la sua buona amministrazione, per l’ordine e l’efficiente burocrazia, ma odiata per lo stato di polizia che instaurò nei territori a lei sottoposti e per la pervicacia con la quale non volle mai rinunciare alla centralizzazione del potere. Altrettanto accadde a Radetzky, che amò Milano, ma non ne fu riamato, se non da una minoranza dei ceti più umili.

    In Austria, già dopo Custoza, il feldmaresciallo venne insignito della Gran Croce dell’ordine di Maria Teresa. Gli onori raggiunsero il culmine dopo Novara: l’Imperatore d’Austria lo insignì dell’Ordine del Toson d’Oro. Lo Zar Nicola I lo fece maresciallo di tutte le armate russe. Soprattutto Radetzky assunse “il governo militare e civile delle province” del Lombardo-Veneto, aggiungendo alla piena autorità militare anche la piena autorità civile. Mantenne la nuova posizione per un lungo periodo: dal 1848 al 1857. Radetzky si insediò come Governatore Generale, civile e militare, e comandante supremo della 2ª Armata Austriaca, entrambe le cariche essendo basate in Verona. Il passaggio fu tanto simbolico (in quanto si rinunciava alla figura del Viceré e dal Governatore venne a dipendere sia l’Esercito sia la direzione civile e politica), quanto sostanziale (le competenze del Governatore rimasero sempre alquanto vaghe e il feldmaresciallo si arrogò molte competenze civili, oltre a quelle di polizia). Lo stesso giorno, il 25 ottobre ’49, il Radetzsky stese un proclama significando che “l’imperatore pose nelle mie mani questo duplice potere per congiungere alla forza ed alla santità della legge anche i mezzi onde farla valere”: da quel giorno egli fu l’autocrate del regno dei “cattivi sudditi”.

    Sin da prima della vittoria definitiva, Radetzky si dedicò all’amministrazione del Lombardo-Veneto, ma non seppe mai svincolarsi da un atteggiamento strettamente repressivo, assai simile a quello che, all’inizio del 1848, aveva spinto all’esasperazione le popolazioni soggette. A giudicare dai molti proclami, si direbbe che il ricorso alla “mano dura” costituisse per Radetzky non un rimedio temporaneo, ma una pratica naturale all’attività di governo. Egli non agiva come un uomo disperato, ma credeva nell’efficacia di tale politica. Tanto da farne insistente vanto. Oltre all’ubbidienza alla volontà dell’Imperatore ed alla fiducia nella forza repressiva, v’è un’altra ragione con la quale è possibile spiegare la politica del Governatore Generale: la convinzione che i patrioti rappresentassero solo una minoranza, contrapposta ad un popolo fedele alla Corona. L’uomo era fermo nelle proprie convinzioni e cercò, quindi, di guardare altrove: la sua unica reale politica per ottenere un poco di consenso consistette, infatti, in un abortito tentativo di appoggiarsi alle classi contadine, in opposizione alle città. Non occorre molta intelligenza politica a comprendere quanto sciocco potesse essere immaginare di tenere due grandi regioni ricche ed avanzate (che insieme rappresentavano il maggior contribuente al fisco austriaco) senza il consenso dei nobili e dei borghesi.

    La repressione eccedette spesso in generalizzata violenza. E, soprattutto, non avrebbe dovuto prolungarsi negli anni successivi. Lo stato d’assedio, con la connessa subordinazione dei giudici civili all’autorità militare, rimase in vigore fino al 1º maggio 1854: certamente la gran parte dei sudditi italiani si erano opposti alla potenza occupante ed avevano avuto un ruolo nell’insurrezione del 1848. Nessuno accettava più un’amministrazione interamente diretta da funzionari designati da Vienna e difesa da un Esercito composto quasi interamente da tedeschi, ungheresi e croati. Certamente, a fare eccezione erano solo poche famiglie “austriacanti”, oltre a qualche alto prelato. Proprio per questo, sarebbe stata necessità assoluta del Governatore Generale rimediare allo stato di cose, ricostruire un po’ di quel consenso di cui la potenza occupante aveva goduto, sia pure in misura calante, dal 1814 al 1848. Se questo non accadde, molte delle responsabilità vanno addebitate direttamente al Radetzky. Egli ebbe mano libera per nove anni e, ad esito del suo governo, l’intera Lombardia non ebbe alcun dubbio ad accogliere con entusiasmo il figlio di Carlo Alberto e la conferma del plebiscito di annessione al Regno di Sardegna nel 1859, dopo Villafranca: i nove anni di governatorato non possono essere giudicati che come un immenso fallimento politico. Fu proprio il tragico e sanguinoso insuccesso della sua politica di ‘pacificazione’ del periodo 1848-57 che pose le basi del successo del Cavour e del trionfo finale del Risorgimento italiano.

    Il condottiero invitto da sette decenni, che i soldati asburgici idolatravano, non era solo un repressore, beninteso. Aveva acume politico e l’arte della diplomazia non gli era per nulla sconosciuta. Metternich l’aveva voluto quale prezioso collaboratore al Congresso di Vienna, nel 1815. E ne aveva dato prova dopo la brillante vittoria di Novara, nel 1849. Carlo Alberto abdicò e Radetzky trattò la resa sarda a Vignale con il di lui figlio, il nuovo ReVittorio Emanuele II. Nella gestione dell’intera partita, Radetzky godette di notevole autonomia: la pubblicistica italiana ebbe buon gioco a narrare di un giovane Re sabaudo sdegnoso abbastanza da impressionare il vecchio feldmaresciallo. In realtà Radetzky seppe saggiamente valutare come il proprio trionfo a Novara avesse infine deciso della supremazia in Lombardia. Ora il nuovo sovrano sardo era costretto a concentrarsi sulla caotica situazione politica interna e l’esercito del Lombardo-Veneto dedicarsi a rimettere ordine nei molti Stati italiani ancora in ebollizione (Venezia si arrese solo il 23 agosto 1849).

    Gli austriaci furono generosi nelle condizioni di pace per non gettare Vittorio Emanuele tra le braccia della Francia o dei rivoluzionari. Essi avevano soprattutto bisogno di appoggiare il Re contro i radicali in Parlamento. Vittorio Emanuele assicurò privatamente il suo ex nemico ch’egli era deciso a schiacciare la corrente liberale del Parlamento. L’armistizio di Vignale spiacque tanto a Vienna quanto al Piemonte. Il principe Felice Schwarzenberg, che avrebbe voluto vedere le sue truppe sfilare a Torino, esclamò: “Il nostro vecchio maresciallo sa battere il nemico, ma non sa negoziare con lui”, ed il consiglio dei ministri austriaco riprovò l’operato del Radetzky. A Torino si profilò un conflitto tra la Corona e il Parlamento. Risolto a fatica nel 1850, dopo due dissoluzioni della Camera dei Deputati.Vittorio Emanuele era figlio e marito di archiduchesse d’Austria; la nuova Regina di Sardegna, Maria Adelaide, figlia dell’arciduca Ranieri, già Viceré del Lombardo-Veneto, era cugina dell’Imperatore Francesco Giuseppe.

    Paradossalmente il congedo del feldmaresciallo intervenne poi a causa proprio del suo buon fiuto diplomatico: nel 1855 Francesco Giuseppe gli provocò una fatale delusione; abbandonando la neutralità, sino ad allora seguita nella Guerra di Crimea, occupò i Principati danubiani di Moldavia e Valacchia, in aperta opposizione agli interessi della Russia. Si trattò di un immenso errore politico: l’Austra non poté più contare sull’asse strategico con l’alleato che le aveva garantito fermo e stabile sostegno sin dai tempi di Lipsia (1813) e dovette affrontare isolata le successive guerre del 1859 e del 1866. Con la Russia avversaria, fino al tragico 1914: la rovina degli Asburgo in Italia, in Germania, in Europa. Radetzky comprese bene tutto ciò. Lo fece sapere ed a Vienna qualcuno la prese male. Nel novembre 1856 Francesco Giuseppe venne in visita a Venezia e Milano, incontrando a Verona il feldmaresciallo, ormai novantenne; lo giudicò “terribilmente cambiato e rimbambito” e decise di congedarlo. Il conte Radetzky non l’accettò di buon grado, ma il 28 febbraio 1857 si ritirò a riposo. Per speciale disposizione gli venne concesso di perpetuare l’uso della Villa Reale di Milano. Al Radetzky successe il fratello di Francesco Giuseppe, l’arciduca Ferdinando Massimiliano, il futuro Imperatore del Messico, portatore di una amnistia, del ritorno all’amministrazione civile e, soprattutto, desideroso di offrire un volto meno inviso del suo predecessore. Senza successo per l’ostruzionismo di Vienna.

    La fine dell’egemonia austriaca in Italia

    Radetzky morì alle ore 8 del 5 gennaio del 1858, nella sua casa, in seguito ad una caduta. Con la scomparsa di Radetzky – l’ultimo schwarzgelber (nero–oro, dai colori della bandiera imperiale) – ebbe praticamente fine l’egemonia austriaca in Italia. Il successivo 19 gennaio i suoi resti vennero tumulati nel mausoleo militare di Klein-Wetzdorf, in Bassa Austria. L’Imperatore aveva eccezionalmente offerto la Cripta dei Cappuccini.

    *già ambasciatore in El Salvador e Paraguay

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    Predefinito Re: Ritratti.

    Effemeridi. Ion Mota e Vasile Marin patrioti caduti “per Dio, la Romania e la Spagna”.

    3 gennaio 1937. A Majadahonda, nella regione di Madrid, durante i combattimenti per la capitale spagnola, cadono due volontari romeni, i dirigenti della Guardia di Ferro, Ion Mota (35 anni), e Vasile Marin (33 anni).
    Ambedue con formazione da giuristi, avevano studiato in Francia, Ion Mota si era laureato a Grenoble e Vasile Marin a Bucarest con una tesi sul fascismo.
    Ambedue si erano accostati alla scuola dell’Action Française e nella loro formazione intellettuale avevano avuto un ruolo importante gli autori reazionari francesi.
    Nel movimento della Legione dell’Arcangelo Michele (sciolta dal Governo nel 1930 e rifondata con il nome di Guardia di Ferro) avevano un ruolo dirigente, Mota era addirittura il vice di Corneliu Codreanu, il capo del movimento legionario, e nell’organizzazione era responsabile del Cuib Axa (il cuib, “nido” in romeno, era la cellula di base del movimento), importante circolo culturale; nel dicembre 1934 aveva partecipato all’incontro della cosiddetta “internazionale fascista” di Montreux, in Svizzera come rappresentante della Guardia di Ferro.
    Durante la Guerra civile spagnola, come è noto, accorsero da tutto il mondo volontari che entrarono nelle Brigate Internazionali dalla parte “repubblicana”, è meno noto l’apporto, numericamente di gran lunga superiore, di volontari stranieri dalla parte “nazionale”, perché, a parte i contingenti tedeschi, italiani, irlandesi e portoghesi, per volontà (e timori) di Francisco Franco, ai volontari stranieri accorsi fu impedito di formare reparti su base nazionale e furono inquadrati, diluiti il più possibile, nelle formazioni militari del Tercio (la Legione Straniera spagnola), della Falange, dei Carlisti e dei reparti dell’Esercito golpista.
    In questo contesto dalla Romania migliaia di guardisti chiesero di poter partire per la Spagna in una Bandera romena. Codreanu si oppose perché nella guerra spagnola, in nessuna delle due parti in lotta c’era necessità di uomini e inoltre il movimento romeno non poteva rischiare di perdere importanti quadri militanti in previsione dell’importante appuntamento elettorale previsto nello stesso anno 1937 che per la Guardia di Ferro si rivelerà un successo (16% dei voti, 66 deputati e 4 senatori eletti, terzo partito del Paese dopo il Partidul Natjonal Liberal governativo monarchico e il Partidul National Taranesc, nazionalcontadino).
    Fu quindi deciso di inviare una rappresentanza simbolica ma qualificata composta da nove membri, oltre a Mota e Marin, Georges Clime, capo del Corpo degli Operai Legionari, il principe Alexandre Cantacuzène, il generale Georges Cantacuzène (nessun rapporto di parentela con il precedente), eroe della Prima guerra mondiale, gli avvocati Nicolae Totu e Danica Dobre; inoltre, senza portare armi ma solo assistenza spirituale, il prete ortodosso Dumitrescu-Borsa.
    Il gruppetto raggiunse la Spagna dopo un viaggio attraverso Polonia e Germania e da Amburgo via nave verso il Portogallo. Giunti nel Paese in guerra furono inseriti nella VI Bandera del Tercio e inviati sul fronte di Madrid, Ion Mota al comando di una compagnia in una unità d’assalto. Dopo la morte, i corpi dei due dirigenti guardisti furono riportati in patria in treno attraverso la Francia.
    A Parigi gli emigranti romeni resero omaggio in massa alla stazione. Poi il convoglio passò per il Belgio e la Germania, dove, alla frontiera, un reparto militare rese gli onori militari. Folle attesero il passaggio del treno in Romania lungo tutto il percorso fino a Burcarest dove l’11 febbraio le esequie avvennero alla presenza di rappresentanti spagnoli, del Portogallo, della Polonia e della Germania.

    Il funerale dei due patrioti rumeni
    Il funerale dei due patrioti rumeni
    Due giorni dopo, in occasione della sepoltura si tenne una manifestazione di massa nella quale 50.000 donne e uomini della Guardia di Ferro sfilarono a Bucarest davanti ad una folla valutata in oltre duecentomila persone.
    Lo storico delle religioni Mircea Eliade, a quel tempo militante guardista celebrò con alcuni importanti scritti la morte dei due amici e accostò la loro morte al mito romeno di Mastro Manole che era stato oggetto di un suo seminario nell’anno accademico 1936-1937, mito che svilupperà poi in un libro che pubblicherà nel 1943.
    Il nome dei due caduti romeni, ormai mitizzati e celebrati come martiri sarà dato ad una formazione paramilitare composta da membri scelti del Movimento, composta da 10.000 membri, l’élite militante ma anche mistica della Guardia di Ferro, i cui comandanti nella chiesa di Saint-Ilie di Gorgani giureranno su Mota e Marin di “vivere una vita aspra e severa” e di “sacrificarsi continuamente per la nostra terra”.
    In quel gennaio 1937 nel quale i reparti spagnoli e internazionali della parte franchista si avvicinavano a Madrid, sull’altro fronte arrivava in Spagna il primo contingente di volontari americani, perlopiù composto da comunisti. Ne facevano parte anche cubani e portoricani ma soprattutto era composto da afroamericani ed ebrei. Con questi volontari ai quali furono aggregati anche alcuni irlandesi che si erano rifiutati di combattere in una formazione britannica, fu formato un battaglione al quale fu dato il nome di “Abraham Lincoln”.
    Nel suo documentato studio sulle Brigate Internazionali, il giovane studioso Niccolò Capponi rileva, rispetto ai volontari europei, che gli americani “erano più giovani e solo pochi avevano servito nella prima guerra mondiale”; complessivamente erano carenti di quadri qualificati, anche perché, come abbiamo visto nell’esclusione della massa dei volontari romeni, il Partito Comunista americano “non volle privarsi di alcun dirigente esperto ed autorevole. Il risultato fu la mancanza di una struttura di comando efficiente” e al comando del reparto fu posto un ex sergente americano, James Harris la cui conduzione si dimostrò subito squalificata (anche per le frequenti sbornie….) e a fine gennaio il comando fu affidato a Robert Merriam, giunto direttamente da Mosca ma ex studente dell’Università del Nevada, il quale riuscì nel compito che gli era stato affidato dal Comintern e nonostante le arrabbiature di André Marty, francese, Segretario dell’Internazionale Comunista e organizzatore ad Albacete delle Brigate Internazionali, il quale accusava gli americani di essere dei “bambini viziati”.
    Nonostante tutto ciò i 400 volontari del Battaglione combatterono bene lasciando presto delle tremende perdite nella battaglia del Jarama al punto che il reparto fu riformato solo al prezzo di immissioni di spagnoli e di altri arrivi dagli USA.

    Alla memoria dei due caduti romeni Ion Mota e Vasile Marin, nel 1970, la comunità di esuli romeni in Spagna eresse un monumento sul luogo della loro morte a Majadahonda ai due “caídos por Dios, España y Rumania”. (dal gruppo Fb Effemeridi del giorno)

 

 

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