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Discussione: Guardia di ferro

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    Predefinito Guardia di ferro

    di Julius Evola

    Tratto da “La Vita Italiana“, XXVI, 309, dicembre 1938

    Bucarest, marzo 1938

    L’automobile ci conduce fuor dai sobborghi della città, per una lunga, squallida strada provinciale, sotto un cielo grigio e piovoso. Essa svolta d’un tratto a sinistra, s’inoltra in un viottolo di campagna, si arresta dinanzi ad una nitida palazzina – la «Casa Verde», il centro della «Guardia di Ferro». «L’abbiamo costruita con le nostre stesse mani» – ci dice il capo che ci accompagna, non senza un certo orgoglio. Entriamo, attraversiamo la sala di una specie di corpo di guardia, raggiungiamo il primo piano. Un gruppo di legionari ci fa largo, e verso di noi viene un giovane alto, slanciato, con una espressione poco comune di nobiltà, di franchezza e di energia impressa nel volto: occhi grigio-azzurri, fronte aperta, autentico tipo romano-ariano: e, mescolati ai tratti virili, qualcosa di contemplativo, di mistico nell’espressione. Questi è Cornelio Codreanu, il capo e fondatore della «Guardia di Ferro» romena, colui che viene qualificato «assassino», «assoldato da Hitler», «cospiratore anarchico», dalla stampa mondiale venduta, perché egli fin dal 1919 ha gettato il guanto di sfida contro Israele e contro le forze più o meno in combutta con esso in atto nella vita nazionale romena.

    Fra i molti capi di movimenti nazionali che abbiamo incontrato nei nostri viaggi in Europa, pochi, per non dir nessuno, ci hanno fatta un’impressione così favorevole, come Codreanu. Con pochi abbiamo potuto parlare con un’aderenza così perfetta di idee come con lui, in pochi abbiamo riscontrato la capacità di elevarsi così decisamente dal piano delle contingenze e di riportare a presupposti di natura autenticamente spirituale una volontà di rinnovamento politico-nazionale. E Codreanu stesso non ha nascosto la sua soddisfazione di incontrare qualcuno, con cui potesse dir finalmente qualcosa di più che non la formula stereotipa «nazionalismo costruttivo», formula, alla quale sfugge l’essenza interna del movimento legionario romeno.

    Si era, allora, al tempo della caduta del gabinetto Goga, dell’intervento diretto del Re, della promulgazione della nuova costituzione, del plebiscito. Eravamo al corrente di tutti i retroscena di siffatti rivolgimenti. E Codreanu, con una lucida sintesi, completò la nostra visione in proposito. Egli era pieno di fede nell’avvenire, anzi nella prossima vittoria del suo movimento. Se questo non aveva reagito e manifestato alcuna opposizione, ciò procedeva da precise ragioni tattiche: «Se ci fossero state delle elezioni regolari, come Goga aveva pensato, ci saremmo imposti con una maggioranza schiacciante» – ci disse testualmente Codreanu. «Ma messi di fronte all’alternativa di dir sì o no ad un fatto compiuto, quale la costituzione, opera ispirata dal Sovrano, abbiamo conquistata la prima linea di trincee, poi la seconda, poi la terza, e l’avversario, chiusosi in un ridotto, nella sicurezza che questo gli offre, tira su di noi, non sapendo che noi altro non vorremmo, che venirgli in aiuto contro il suo vero nemico». E ricordiamo ancora quest’altra frase di Codreanu, in relazione ad una nostra domanda circa il suo atteggiamento di fronte al Re. «Ma noi tutti siamo monarchici; solo non possiamo rinunciare alla nostra missione e venire a compromessi con un mondo sorpassato e corrotto».

    E quando con la sua stessa automobile volle riaccompagnaci fino al nostro albergo, non badando al lato sensazionale della cosa e, noi, ancor meno all’avvertimento, fattoci alla nostra Legazione, che chi vedeva Codreanu veniva espulso dal Regno entro le ventiquattro ore, congedandosi e sapendo che noi continuavamo per Berlino e per Roma, ci disse: «A tutti coloro che combattono per la nostra stessa causa, rechi il mio saluto e dica, che il legionarismo romeno è e sarà incondizionatamente al loro fianco nella lotta antiebraica, antidemocratica, antibolscevica».

    Nella Collezione Europa Giovane (Casa Editrice Nazionale, Roma-Torino, 1938) è recentissimamente uscita la traduzione italiana, che già ci era stata annunciata a Bucarest del volume del Codreanu che ha per titolo appunto: La Guardia di Ferro. Si tratta della prima parte di un’opera, che è simultaneamente l’autobiografia del Codreanu e la storia della sua lotta e del suo movimento, naturalmente intrecciata con l’esposizione della sua dottrina e del suo programma nazionalistico. Si può mettere in confronto questo libro con la prima parte del Mein Kampf di Adolf Hitler, senza tema che in un tale confronto esso ne resti diminuito. Infatti è la forza stessa, anzi la tragedia stessa, delle cose, a far sì che la narrazione del Codreanu si presenti con una particolare potenza suggestiva, e noi crediamo che ogni fascista debba prender conoscenza, attraverso di essa, delle tragiche e vicende di una lotta, che in suolo romeno ha ripetuto quella stessa delle nostre rivoluzioni antidemocratiche e antiebraiche. Ed è ora che, circa quest’ordine di cose, si conosca la verità, nascosta o deformata da una stampa tendenziosa: né può farsi una esatta idea dei possibili sviluppi futuri della Romania, chi trascuri il fattore in essa rappresentato dal movimento legionario, oggi represso ma non certamente estinto.

    Per la sua stessa natura, il libro di Codreanu non si lascia riassumere. Qui potremo solo indicare qualche punto generale e dottrinale, atto a caratterizzare la natura del movimento di Codreanu. Il quale già nel 1919 e nel 1920, essendo poco più che ventenne, prima con la parola, con l’azione squadrista si lanciò contro il pericolo comunista, in nome della nazione romena, battendosi contro gli operai in rivolta, strappando le bandiere rosse che essi avevano issato sulle loro officine e sostituendole con bandiere nazionali. Discepolo di A.C. Cuza, decano dell’idea nazionale romena e antesignano della lotta antisemita, Codreanu già in quel periodo aveva saputo riconoscere che cosa avrebbe significato veramente la vittoria del comunismo: non una Romania guidata da un regime proletario romeno, bensì al suo asservimento, a partire dal secondo giorno, da parte «della più sporca tirannide, la tirannide talmudica, israelitica». Ma Israele non perdona a chi sappia togliergli la maschera. E Codreanu già in quel periodo divenne la bestia nera della stampa da Israele finanziata, l’oggetto di una campagna feroce di diffamazione e di odio, rivolta non solo contro di lui ma, allora, contro la fede nazionale di un popolo intero.

    Codreanu scrive di quel periodo: «In un anno ho imparato tanto antisemitismo, quanto mi può bastare per tre vite di un uomo. Perché non puoi colpire le sacre convinzioni di un popolo, ciò che il suo cuore ama e rispetta, senza ferire nel profondo e senza che la ferita fatta non goccioli di sangue. Sono diciassette anni da allora, e la ferita sanguina sempre». Allora Codreanu si batteva contro coloro che inneggiavano all’Internazionale rossa e i suoi seguaci frantumavano le topografie dei fogli ebraici nei quali si insultava il Re, l’Esercito, la Chiesa. Ma più tardi esattamente in nome del Re, dell’Esercito, dell’ordine, una stampa romena, maestra in fatto di trasformismo, doveva continuare la stessa campagna contro Codreanu, gettando a piene mani odio e disprezzo sul suo movimento …


    Il capitano Codreanu con la moglie Elena Ilinoiu (1925)

    Codreanu scrive: «Non potrei definire come sono entrato in lotta. Forse come un uomo che, camminando per la strada con le preoccupazioni, i bisogni e i pensieri suoi propri, sorpreso dal fuoco che divora una casa, getta la giacca e balza al soccorso di quelli che sono preda alle fiamme. Io col buon senso di un giovane ventenne, ho capito solo questo di tutto quel che vedevo: che perdiamo la Patria, che non avremo più la Patria: che, col concorso incosciente degli infelici lavoratori romeni immiseriti e sfruttati, ci travolgerà dominatrice e sterminatrice l’orda ebraica. Ho cominciato per impulso del cuore, per quell’istinto di difesa che ha anche l’ultimo dei vermi, non per istinto di conservazione personale, ma di difesa della stirpe della quale facevo parte. Per questo ho sempre avuta la sensazione che alle nostre spalle stia la stirpe intera, coi vivi, col suo corteo di morti per la Patria, con tutto il suo avvenire, che la stirpe lotta e parla per mezzo nostro, che la folla nemica, per quanto grande, di fronte a quest’entità storica, non è che un pugno di briciole umane che disperderemo e vinceremo … l’individuo nel quadro e al servigio della sua stirpe. La stirpe nel quadro e al servigio di Dio e delle leggi della Divinità: chi comprenderà queste cose, vincerà anche se sarà solo. Chi non comprenderà, cadrà vinto».

    Questa era la professione di fede del Codreanu nel 1922, alla fine degli studi universitari. Come presidente dell’Associazione nazionalista degli studenti di legge, egli individuava simultaneamente i capisaldi della campagna antisemita nei seguenti termini: «a) identificazione dello spirito e della mentalità giudica, infiltratisi insensibilmente nel modo di sentire e di pensare di una parte considerevole dei romeni; b) la nostra disintossicazione, l’eliminazione del giudaismo introdotto nel nostro pensiero per mezzo dei libri scolastici, attraverso i professori, il teatro, il cinematografo; c) la comprensione e lo smascheramento dei piani israelitici, mascherati sotto tante forme. Poiché abbiamo partiti politici diretti da romeni, attraverso i quali parla il giudaismo romeni; giornali romeni, scritti da romeni, per mezzo dei quali parla l’ebreo coi suoi interessi; conferenzieri romeni, pensanti, scriventi e parlanti ebraico in lingua romena». Parallelamente a ciò, il problema pratico politico, nazionale, sociale: problema di vasti territori romeni letteralmente colonizzati da popolazioni esclusivamente ebraiche; problema del controllo ebraico dei centri vitali delle maggiori città; problema dell’allarmante percentuale ebraica nelle scuole, percentuale spesso di decisa maggioranza, equivalente alla preparazione di una corrispondente egemonia ed invasione nel campo professionale della nuova generazione. E, infine, azione spicciola di smascheramento: come già nel periodo comunista Codreanu rivelava che i dirigenti del presunto movimento proletario romeno erano esclusivamente degli ebrei, così più tardi, come deputato in Parlamento, egli non esitò a documentare come la maggioranza degli uomini allora in carica di governo ricevessero «danaro in prestito» dalle banche ebraiche.

    All’avvento di Mussolini, Codreanu riconobbe in lui «un portatore di luce, che c’infonderà speranza: sarà per noi la prova, che l’idra può esser vinta. Una prova delle nostre possibilità di vittoria». Ed egli aggiunge: «Ma Mussolini non è antisemita. Invano vi rallegrate, mormorava la stampa ebraica alle nostre orecchie. Ed io dico: Non si tratta del perché ci rallegriamo noi: si tratta del perché v’inquietate voi della sua vittoria, se non è antisemita, della ragione degli attacchi mondiali della stampa ebraica contro di lui». Codreanu vedeva giustamente che il giudanesimo è riuscito a dominare il mondo con la massoneria e la Russia col comunismo: «Mussolini, ha distrutto comunismo e massoneria – dice Codreanu – ha implicitamente dichiarato battaglia anche all’ebraismo». E il nuovo rivolgimento antisemita del fascismo ha dato pienamente ragione a Codreanu.

    Per finire di lumeggiare l’attitudine antisemita del Codreanu, vale riportare il seguente passo del suo libro, che dimostra una particolare esattezza di visione: «Chi s’immagina che gli ebrei siano dei poveri disgraziati, venuti qui per caso, portati dai vento, condotti dalla sorte, ecc., s’inganna. Tutti gli ebrei che esistono sulla faccia della terra formano una grande collettività, legata dal sangue e dalla religione talmudica. Essi sono inquadrati in un vero e proprio Stato severissimo, avente leggi, piani e capi che formulano questi piani e li conducono ad effetto. Alla base di tutto sta il Cahal. Cosicché noi non ci troviamo di fronte ad ebrei isolati, ma di fronte ad una forza costituita, la comunità israelitica. In ogni nostra città o paese, dove si riunisce un dato numero di ebrei, si forma immediatamente il Cahal, ossia la comunità israelitica. Questo Cahal ha propri capi, giustizia separata, ecc.. E in questo piccolo Cahal, di città o di paese, si stabiliscono tutti i piani: come cattivarsi gli uomini politici locali, le autorità; come introdursi nei diversi circoli ove sarebbe utile entrare, per esempio, fra i magistrati, gli ufficiali, gli alti funzionari; quali piani debbono adoperarsi per togliere un certo ramo di commercio dalle mani di un romeno; come potrebbesi eliminare un onesto rappresentante di una autorità opposta agli interessi giudaici; quali piani applicare quando, oppressa, la popolazione si ribella e scoppia in movimenti antisemiti».

    Oltre a ciò, piani generali di lunga portata: «1) Cercheranno di rompere i legami del Cielo con la terra, adoperando la diffusione, in larga scala, delle teorie ateiste e materialiste, riducendo il popolo romeno, o magari soltanto i suoi capi, un popolo separato da Dio e dai suoi morti: uccidendolo, non con la spada, ma recidendo le radici della sua vita spirituale; 2) Spezzeranno, poi, i legami della stirpe col suolo, sorgente materiale della sua ricchezza, attaccando il nazionalismo ed ogni idea di patria e di terra; 3) Perché questo riesca, cercheranno di impadronirsi della stampa; 4) Adopereranno ogni pretesto perché nel popolo romeno vi siano discordie, malintesi, contese, e, se possibile, lo divideranno anche in più partiti antagonistici; 5) Cercheranno di accaparrarsi sempre più i mezzi di esistenza dei romeni; 6) Li spingeranno sistematicamente sulla via della dissolutezza, annientando la famiglia e la forza morale e non trascureranno l’avvelenamento e lo stordimento per mezzo di bevande e di altri veleni. E invero chiunque vorrà uccidere o conquistare una stirpe, potrà farlo adottando questo sistema». Con ogni mezzo, dall’immediato dopoguerra fino ad ieri, il movimento di Codreanu ha cercato di combattere in ogni settore quest’offensiva ebraica condotta in Romania sulla base dei due milioni e mezzo di israeliti che vi sono presenti e delle forze ad Israele affiliate o da esso finanziate.

    La piaga dei politicanti e la necessità di creare un «uomo nuovo» sono altri punti centrali del pensiero di Codreanu. «La specie uomo che vive oggi nella politica romena – scriveva Codreanu – l’ho già incontrato nella storia: sotto il suo dominio sono morte le nazioni e si sono distrutti gli Stati». Per lui, il più gran pericolo nazionale sta nell’aver deformato e sfigurato il puro tipo della razza dacio-romana e di averlo sostituito col «politicante», con questo «aborto morale che non ha più nulla della nobiltà della nostra razza, che ci disonora e ci uccide». Finché esisterà il politicante, le forze oscure antinazionali troveranno sempre degli strumenti adatti, potranno sempre creare degli intrighi, da far servire al loro giuoco. Se la Costituzione romena del 1938 ha posto fine al sistema dei partiti, già da anni Codreanu aveva preso, nel riguardo, una attitudine così radicale, da fargli dire: «quel giovane che passerà per la porta di un partito politico sarà un traditore della sua generazione e della stirpe».

    Non si tratta di partiti o di formule nuove, bensì si tratta di un uomo nuovo. Da questa veduta è sorto il legionarismo di Codreanu, che vuol dire, anzitutto, una scuola di vita, la fucina per un tipo nuovo, nel quale si trovino «sviluppate, fino al massimo, tutte le possibilità di grandezza umana che sono state seminate da Dio nel sangue della nostra stirpe». «Legione dell’Arcangelo Michele» si chiamò la prima fondazione legionaria, e già nella scelta di questa designazione è visibile il lato mistico, religioso e ascetico di un tale nazionalismo. La creazione di questo tipo nuovo, secondo Codreanu, è l’essenziale: il resto è l’accessorio, il consequenziale, per un processo naturale e fatale, da un tale uomo rinnovato sarà risolto il problema ebraico, sarà trovata una nuova forma politica, sarà destato quel magnetismo, che è capace di trasportar le folle, di propiziare la vittoria e di condurre la stirpe sulla via della gloria.


    Ion Moţa, caduto nella Guerra di Spagna il 13 gennaio 1937

    Questo è un aspetto speciale e caratteristico del movimento legionario romeno: che esso nella sua stessa articolazione secondo i cosiddetti «nidi», aveva come massima preoccupazione il creare una nuova forma comune di vita, intonata a rigidi criteri etici e religiosi. Così, potrà stupire il fatto, che Codreanu avesse imposta la disciplina del digiuno per due giorni della settimana a tutti gli aderenti del suo movimento, e potrà anche interessare conoscere questi suoi pensieri sulla forza della preghiera, pensieri, che sembrerebbero essere formulati ti più da un religioso, che da un capo politico: «La preghiera è un elemento decisivo della vittoria. Le guerre le vincono coloro che hanno saputo attrarre dall’etere, dai cieli, le forze misteriose del mondo invisibile e assicurarsene il concorso. Queste forze misteriose sono le anime dei morti, le anime di nostri antenati che furono, anche loro, un tempo, legati alle nostre zolle, ai nostri soldati, che morirono per la difesa di questa terra e che sono anche oggi legati ad essa dal ricordo della loro vita e da noi, figli, nipoti e pronipoti loro. Ma, più sù dell’anima dei morti, sta Dio.

    Una volta attirate queste forze, esse pesano sulla bilancia, difendono, ci danno coraggio, volontà, tutti gli elementi necessari alla vittoria e ci fanno vincere. Introducono il panico e lo spavento fra i nemici, ne paralizzano l’attività. In ultima analisi, le vittorie non dipendono solo dalla preparazione materiale, dalle forze materiali dei belligeranti, ma dalla loro facoltà di assicurarsi il concorso delle forze spirituali. La giustizia e la moralità delle azioni e l’appello fervido, insistente ad esse nella forma di rito e di preghiera collettiva, attirano tali forze». Ed ecco un altro passo caratteristico del Codreanu: «Se la mistica cristiana col suo fine, l’estasi, è il contatto dell’uomo con Dio per mezzo di un salto dalla natura umana alla natura divina, la mistica nazionale non è altro che il contatto dell’uomo o delle folle con l’anima della loro stirpe per mezzo di un salto che queste fanno nel mondo degli interessi personali e materiali al mondo esterno della stirpe. Non con la mente, perché questo qualunque può farlo, ma vivendo con l’anima loro». Altro aspetto tipico del legionarismo delle «Guardie di Ferro» è una specie di impegno ascetico dei loro capi: essi debbono astenersi dal frequentare balli, cinematografi o teatri, debbono evitare ogni esibizione di ricchezza o anche di semplice agiatezza. Un corpo speciale d’assalto, di diecimila uomini, che si chiamava con i nomi di Moza e Marin, i due capi delle «Guardie di Ferro» cadute in Spagna, aveva, per i suoi membri, quasi come certi antichi ordini cavallereschi, la clausola del celibato, finché essi avrebbero fatto parte di tale corpo: poiché nessuna cura mondana o familiare doveva diminuire la loro capacità di votarsi ad ogni momento alla morte.

    Segue nella seconda parte
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia dell'Europa del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito Re: Guardia di ferro

    NAZIONALISMO E ASCESI – LA GUARDIA DI FERRO

    Come già accaduto negli anni passati, a fine mese di novembre ritagliamo sempre uno spazio per ricordare, in occasione dell’anniversario del suo Sacrificio, la figura archetipica del grande capitano Corneliu Zelea Codreanu, fulgido esempio di capo carismatico, combattente esemplare, Esempio e guida spirituale per i suoi uomini ed il suo popolo. Quest’anno lo facciamo riproponendo l’articolo con cui Julius Evola parlò del Capitano e del suo movimento sulle colonne del “Corriere Padano” nell’aprile del 1938, dopo aver fatto altrettanto poche settimane prima, su “Il Regime Fascista”. Il tutto, a corollario del celebre viaggio del barone a Bucarest proprio nel marzo del 1938, dove ebbe modo di conoscere di persona Codreanu e di scoprire dal vivo la natura del suo movimento legionario.

    Come tante volte abbiamo sottilineato, Evola ne rimase profondamente colpito ed affascinato: negli occhi, nei lineamenti, nella parola secca e concisa, nella maestosa calma, nella virtuosa eleganza di Codreanu, vide incarnarsi e riverberarsi tutta la forza, la potenza e la luce di un grande Capo, di un grande Uomo della Tradizione.

    Presso la Libreria Raido di Roma, in Via Sciré 21/23, Sabato 30 Novembre, verrà ricordata la figura di Codreanu con pensieri, parole e musica da vivo. Un evento cui vi invitiamo a partecipare, per celebrare insieme, in modo sano e comunitario, l’Esempio luminoso ed immortale del Capitano.

    ***

    di Julius Evola

    Tratto dal “Corriere Padano”, 14 aprile 1938

    Bucarest, aprile

    È un fatto, che fra i nuovi movimenti nazionali fanno apparizione motivi vari, presentano delle analogie con le concezioni proprie agli Ordini medievali. È innegabile, per esempio, che in Italia e in Germania si miri a formare la migliore gioventù secondo uno stile di vita, avente simultaneamente carattere guerriero e carattere ascetico, e su queste colonne abbiamo avuto occasione di riferire sulle iniziative, che il nazionalsocialismo cerca, a tale riguardo, di realizzare sistematicamente con l’istituzione dei cosiddetti «Castelli dell’Ordine». Ordensburgen – con corrispondenti discipline per la selezione di un nuovo gruppo di futuri capi.

    Una realizzazione integrale in un tale senso incontra, tuttavia, in Italia e in Germania, delle difficoltà, dovute al fatto, che non sono più presenti le condizioni di una civiltà, quale quella medievale. I nuovi ordini nascono sotto il segno di un deciso nazionalismo, provvisto di una mistica che non va, senz’altro, a coincidere con la religione dominante, per sua natura universalistica e supernazionale. In Germania la situazione è ancor più difficile sia per lo scisma religioso, vale a dire per la pluralità delle confessioni religiose, sia per le tendenze razzistico-pagane che avversano il cristianesimo, senza però poter disporre di veri principi e di una autentica tradizione spirituale.

    Un movimento che, in queste tendenze verso un nuovo «ordine», si presenta molto interessante ed è, sotto questo riguardo, relativamente poco conosciuto, è il movimento legionario romeno delle cosiddette «Guardie di Ferro», capitanate da Corneliu Codreanu. Esso è nato nel 1927, ha dato luogo a vari partiti politici, l’ultimo dei quali, chiamato «Tutto per la Patria», è stato sciolto dallo stesso Codreanu, recentemente, per ragioni che accenneremo. La caratteristica di tale movimento sta nelle sue premesse essenzialmente religiose. Esso si presenta come un movimento di rinnovamento nazionale, e in pari tempo, come una tendenza a riprendere, in una forma vivente, la spiritualità propria alla religione Ortodossa. E in quanto questa religione è articolata nazionalmente, simili tendenze non incontrano gli ostacoli propri alle condizioni di altre nazioni. Vi è solo da notare che i rappresentanti ufficiali della religione romena, come spesso avviene, non conservano di essa che la forma e si trovano spesso scissi da coloro che invece, ne vivono lo spirito; e l’esempio più caratteristico sta nel fatto che l’attuale Patriarca preside un gabinetto, voluto dal Re, l’ostilità del quale per la «Guardia di Ferro» è a tutti nota.

    In ogni modo, l’elemento religioso, innalzato fino all’esigenza di creare un uomo nuovo e connesso a precise forme di pratica ascetica, costituisce il nucleo centrale del legionarismo romeno. Così, per molto riuscirà sorprendente il fatto, che oltre seicentomila uomini – poiché a tanto, più o meno, ammontano i seguaci di Codreanu – pratichino sistematicamente non solo la preghiera, ma altresì il digiuno: i legionari sono tenuti a osservare tre volte alla settimana il cosiddetto «digiuno nero», che significa, non mangiare, né bere, né fumare.

    Lo stesso Codreanu, in un colloquio che abbiamo avuto con lui, ci ha spiegato il senso di tale disciplina nei seguenti termini; occorre assicurare l’assoluta supremazia dello spirito sul corpo e il digiuno è uno dei mezzi più efficaci a ciò: allentando i vincoli costituiti dalla parte naturalistica dell’essere umano, esso crea, inoltre, la condizione più favorevole per l’evocazione di forze invisibili, di forze dall’alto, evocazione ce si realizza mediante la preghiera e il rito. E queste forze – ha sostenuto Codreanu – checché ne pensino gli «spiriti positivi», hanno in ogni prova e in ogni lotta una parte almeno altrettanto decisiva di quella delle forze visibili, materiali puramente umane.


    Ion Moţa, caduto nella Guerra di Spagna il 13 gennaio 1937

    All’interno del movimento legionario di Codreanu di è una specie di milizia d’assalto, che comprende circa diecimila uomini e ora s’intitola Mota-Morin, questi essendo i nomi dei due capi legionari romeni caduti nella lotta antibolscevica in Spagna. Per questo corpo, vige la clausola del celibato – nuovo tratto comune con gli antichi orini cavallereschi. La spiegazione che, anche qui, Codreanu ha voluto darci, è, anzitutto, che chi deve essere pronto ad affrontare in ogni momento la morte, è bene che non abbia vincoli di famiglia; in secondo luogo, egli ha distinto coloro, la cui vocazione deve essere la vittoria e la gloria, da coloro, che appartengono propriamente al mondo ed hanno di mira la prosperità, il benessere e il piacere. Per cui – altro lato caratteristico – i capi del legionarismo romeno fanno anche il voto di povertà, essi non frequentano né riunioni, né teatri, né balli, né cinematografi.

    Un elemento specifico, che il movimento di Codreanu ha desunto dalla religione ortodossa e che ha già tratti anche politici, si riferisce all’ideale «ecumenico»: si tratta di un sentimento speciale di comunità, che non è soltanto quello di una connessione organica fra gli uomini di un dato popolo, ma anche di un sentirsi, in ciò uniti con i propri morti e con Dio. Soprattutto l’idea della presenza delle forze dei morti, in special modo di quelle degli eroi, presso ai viventi, è particolarmente viva nel movimento legionario, riflettendo indubbiamente forme della spiritualità precristiana (rapporti fra la gens, gli avi e gli «eroi» archegeti). Ciò conduce ad un rito corrispondente a quello che si pratica in certe cerimonie fasciste, ma, qui, con una speciale e quasi diremmo tecnica intenzione evocatoria. I legionari si trovano periodicamente insieme in piccoli gruppi, che hanno il nome di «nidi»: questi convegni mirano alla formazione spirituale dei singoli, alla reciproca comprensione, in via subordinata hanno lo scopo di mantenere le connessioni, di trasmettere notizie, di assolvere vari scopi pratici, secondo le circostanze. I convenuti dei «nidi» praticano in comune riti e preghiere. Il rito con cui si apre ogni riunione è quello dell’evocazione degli eroi morti. I loro nomi vengono letti e ad ognuno di essi i convenuti, allineati e sull’attenti, rispondono con «presente». Il nome portato dalla prima organizzazione del movimento è, anche esso, caratteristico: «Legione dell’Arcangelo Michele». In pari tempo, tutti questi sono uomini di parte, uomini che lottano per un ideale politico e che sono pronti ad ogni sacrificio in nome del rinnovamento e della costruzione in senso nazionale e «fascista» del popolo romeno.

    Corneliu Codreanu, personalmente, ci è apparso come una figura fra le più chiare, le più leali, le più compenetrate di un profondo idealismo e di una nobile indifferenza per la propria persona, che noi abbiamo avuto modo di conoscere in movimenti analoghi di altri paesi.

    Per il fatto che, dinanzi al brusco intervento autocratico di Re Carol e per non essere costretto a combattere una battaglia, le cui condizioni erano state fissate dall’avversario, Codreanu ha creduto opportuno di operare una «ritirata strategica» dissolvendo il partito «Tutto per la Patria» e limitando l’azione del movimento, a quella, invisibile, di una formazione e di una preparazione spirituale dei fin troppi elementi a lui venuti negli ultimi tempi. Questo fatto non toglie che il movimento di Codreanu sia, forse, l’unico decisivo per un migliore avvenire della Romania: e la soluzione più felice sarebbe certo quella, in cui anche il re si rendesse conto di ciò e, superando il proprio alquanto pronunciato personalismo, accettasse una collaborazione delle «Guardie di Ferro», dato che esse stesse sono per il regime monarchico.

    Si sa che i romeni, in genere, non godono, come si suol dire, di una «buona stampa», per quanto riguarda il carattere e la dirittura morale. Quale sia pure la misura in cui ciò è vero, resta in ogni modo certo che Codreanu, nel porre la base del suo programma di ricostruzione nazionale il compito di una rigenerazione spirituale e lo stile di vita di una «milizia» asceticamente potenziata e compenetrata di religiosità, ha dimostrato di saper riconoscere il punto, nel quale deve concentrarsi ogni sforzo e che metterà alla prova le possibilità vitali e morali più profonde della stirpe romena.
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia dell'Europa del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

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    Predefinito Re: Guardia di ferro

    La “notte dei vampiri”: persecuzione e morte di Corneliu Codreanu
    Di Corrado Soldato -30 Novembre 2021





    Ripubblichiamo questo articolo sulla vita di Corneliu Zelea Codreanu a 84 anni dalla sua morte

    Roma, 29 nov – «Il Capitano volse un poco la testa verso di me, sussurrandomi: “Permettimi di parlare ai miei camerati”. Ma in quell’istante […] il maggiore Dinulescu salì sul predellino dell’auto e […] ordinò tra i denti: “Esecuzione!” A quel punto i gendarmi gettarono le corde…». Questo resoconto non è tratto da un articolo di cronaca nera, bensì dalla deposizione di un gendarme di fronte alla commissione militare chiamata a indagare su uno degli assassinii politici più atroci commessi in Europa nella prima metà del Novecento: l’omicidio per strangolamento di Corneliu Zelea Codreanu e di tredici suoi legionari, avvenuto in quella che i romeni battezzarono, con macabra metafora, «la notte dei vampiri» del 29-30 novembre 1938.

    Codreanu e la comunità legionaria
    La figura di Codreanu, il Capitano del legionarismo romeno, ucciso a soli 39 anni di età, non ha mai goduto in Italia di buona stampa. Considerato esponente di un fascismo balcanico, fanatico e violentemente antisemita, egli, al pari delle sue camicie verdi, è stato costantemente denigrato, se non apertamente demonizzato, sia dalla storiografia divulgativa sia, seppure con le dovute eccezioni, da una buona parte di quella accademica. A prescindere dai cliché negativizzanti, il legionarismo romeno fu in realtà, sotto la leadership di Codreanu (e anche dopo di lui), un fenomeno complesso e sfaccettato.


    Le camicie verdi del Capitano furono certamente affini, sotto molti aspetti, ai movimenti e regimi fascisti contemporanei (includendo tra essi, con qualche forzatura, anche il nazionalsocialismo tedesco), sebbene non mancassero loro tratti di palese eccentricità. Il movimento codreanista infatti, prima sotto il nome di Legione dell’arcangelo Michele (fondata nel 1927) e poi, dal 1930, sotto quello di Guardia di ferro, presentava, in primis nella figura del Capitano (come ben si evince dalle note da lui vergate in carcere tra l’aprile e il giugno del 1938), una carica di misticismo e di religiosità (cristiano-ortodossa) del tutto singolare, al punto che lo si è definito più un «ordine religioso-militare» che un movimento politico vero e proprio. La comunità legionaria, dopo tutto, aveva poco a che vedere sul piano organizzativo con un partito tradizionale, sia pure di stampo fascista. Essa, come scrive Maurice Bardèche, era articolata in due distinte catene di comando: quella delle funzioni amministrative (con la frequente rotazione delle cariche) e quella della gerarchia militante, che dal legionario semplice saliva all’élite del movimento (la Confraternita della Croce) e al suo Capitano, e in cui erano ricompresi alcuni “corpi scelti” formati dagli elementi più devoti e fanatici.

    Questa duplice struttura, il cui ritualismo ricordava le società segrete del primo Ottocento (per essere accolti tra i legionari occorreva sottoporsi a un duro tirocinio e a prove iniziatiche, mentre un rito di sangue dal sapore quasi magico era celebrato dagli aspiranti membri della Confraternita della Croce), si modellava sulla cellula base del Nido (Cuib), che riuniva fino a dodici membri (camarazi) sotto la guida di un Capo del Cuib (carica che diede titolo anche ad un libro scritto dallo stesso Codreanu). Eppure, questa “setta” dalla fisionomia così arcaica ed esoterica era anche un autentico movimento di massa, in grado di mobilitare, a metà degli anni Trenta, almeno 200mila militanti (quasi tutti giovanissimi), organizzati in oltre 30mila Nidi, con un forte radicamento tra le masse contadine (e in parte operaie), il clero ortodosso e gli intellettuali, capace inoltre di svolgere un’azione di insospettabile modernità in un Paese arretrato come la Romania di allora, fatta di iniziative sociali a partecipazione volontaria quali i campi di lavoro per opere di pubblica utilità e un commercio legionario articolato in cooperative, officine e ristoranti con prezzi di calmiere.

    Il legionarismo tra violenza e persecuzione
    Ovviamente, ad alimentare la “leggenda nera” su Codreanu e il legionarismo hanno contribuito l’enfasi sul carattere violento dell’organizzazione e sull’antisemitismo che ne permeava l’ideologia e la prassi. Si rimanda, per ragioni di spazio, alla bibliografia specifica sulle motivazioni dell’avversione di Codreanu per gli ebrei (in cui confluivano istanze religiose ed economico-sociali, più che razziali in senso stretto) e sui dettagli della partecipazione legionaria ai pogrom romeni della seconda guerra mondiale (avvenuti, peraltro, quando il Capitano era già morto e che ebbero come protagonisti soprattutto militari e gendarmi del regime di Ion Antonescu).

    Concentriamoci, invece, sulla vexata quaestio della violenza codreanista. Che la Legione, poi Guardia di ferro, avesse una propensione all’uso della forza è innegabile, sebbene gli attacchi fossero mirati a colpire figure ben individuate, dai nemici dichiarati ai traditori del movimento, così come è indubbio che tale ricorso alla violenza fosse da inquadrare nel peculiare contesto della Romania dell’epoca.


    Il Paese era una monarchia (che dal 1929 aveva a capo re Carol II), liberale di facciata ma autoritaria nei fatti, repressiva verso ogni forma di dissidenza e con la radicata consuetudine al broglio elettorale. La nazione balcanica, per di più, aveva un sistema sociale ed economico arretrato, in cui alla miseria delle masse contadine e operaie e alla fragilità del ceto medio faceva da contraltare una classe di latifondisti e speculatori che del governo rappresentava un sicuro puntello. Il regime monarchico (come si vedrà meglio più avanti, nella ricostruzione del “calvario” giudiziario di Codreanu) colpì con costante durezza il legionarismo al punto che, secondo Marco Fraquelli, a fronte di undici omicidi politici imputabili ai codreanisti tra il 1924 e il 1937, nello stesso lasso di tempo «almeno 500 militanti della Guardia di ferro furono uccisi, soprattutto dalla polizia», senza contare i circa 1200 legionari massacrati nel 1939, nel corso delle “purghe” governative che fecero seguito all’assassinio del Capitano (alcuni storici, i più imparziali, non a caso ammettono che l’aggressività legionaria dovrebbe essere considerata anche come risposta alla violenta persecuzione poliziesca).

    Forse anche per sottrarsi a questo clima intimidatorio, che si rifletteva pure sul piano simbolico (nel 1931, con la costituzione della Guardia di ferro, l’icona dell’arcangelo Michele fu sostituita da un nuovo emblema: sei linee stilizzate che ricordavano le sbarre di una prigione), i legionari percorsero, accanto alla via del radicalismo extraparlamentare, anche quella della partecipazione alle competizioni elettorali. Un’opzione, questa, che si concretizzò prima nel 1931, con una lista intitolata allo stesso Codreanu, poi nel 1935 sotto l’etichetta di Tutto per la Patria, un movimento che aveva di fatto assunto la rappresentanza politica dell’organizzazione legionaria.

    Il “calvario” del Capitano
    Si è prima accennato al “calvario” di Codreanu, che culminerà nel “martirio” per mano dei gendarmi, e queste metafore non sono scelte a caso se è vero, come alcuni biografi del leader romeno hanno notato, che la vicenda politico-giudiziaria del Capitano fu anche una sorta di imitatio Christi, modellata però più sul Gesù della passione e della crocifissione che su quello della glorificazione.

    L’inizio di questa odissea risale al 1923, quando Codreanu, allora figura di spicco della LANC (Lega di difesa nazionale cristiana), subì un primo arresto in seguito ai disordini scoppiati per la decisione del governo di concedere la cittadinanza romena agli ebrei. Seguirono, dopo la sua scarcerazione, arresti di altri membri della LANC, disordini e un secondo fermo per Codreanu e i suoi compagni, tutti in seguito prosciolti, nel marzo 1924, dall’accusa di avere ordito un complotto antigovernativo. Uscito dal carcere, nel maggio di quell’anno il Capitano fu fatto arrestare di nuovo dal prefetto della città di Jassy, per avere organizzato con alcuni studenti della LANC un campo di lavoro finalizzato alla costruzione di un pensionato universitario. Sul trattamento inflitto a Codreanu e ai suoi concordano sia Bardèche, il quale riferisce che «gli studenti furono schiaffeggiati in pubblico, gli ispettori caricarono di botte Codreanu […] e lo trascinarono coperto di sputi e ammanettato per le vie di Jassy», sia Fraquelli che, più sinteticamente, accenna a «torture e sevizie» subite dagli arrestati. Ne seguì, a fine ottobre, una causa intentata da uno degli studenti della LANC nel corso della quale Codreanu (che rappresentava il giovane in tribunale) uccise il prefetto a colpi di rivoltella, sembra per difendersi da un’aggressione di poliziotti guidata dallo stesso funzionario. Fu dunque, nonostante alcune testimonianze in contrario, un atto di legittima difesa, come venne riconosciuto dai giudici i quali, «mentre in tutto il Paese si tenevano manifestazioni e mobilitazioni popolari in favore dell’omicida» (Fraquelli), assolsero Codreanu nel maggio 1925. Nel 1931 si ebbe un’altra incarcerazione, questa volta per “complicità morale” nel tentato omicidio di un giornalista ebreo che aveva orchestrato una campagna di stampa contro i legionari, ma anche in questo frangente Codreanu venne rilasciato. Nel 1932, dopo che la lista elettorale legionaria aveva conquistato cinque seggi in Parlamento, la persecuzione governativa andò inasprendosi. Nel 1933 si ribadì lo scioglimento della Guardia (già messa fuorilegge due anni prima) e migliaia di legionari furono arrestati (e in alcuni casi uccisi), scatenando una nuova rappresaglia che culminò nell’attentato del dicembre 1933 contro Jon Duca, il capo dell’esecutivo, ucciso da un commando di legionari soprannominati Nicadori (Codreanu, rinviato a giudizio insieme ai dirigenti del movimento, venne poi assolto in tribunale).


    Dopo un periodo di relativa tregua, che vide la Guardia di ferro riacquistare la legalità e crescere in termini sia di militanti sia di consensi elettorali (giungendo a conquistare 60 seggi in Parlamento), la situazione tornò tesa a partire dal 1937, a causa della svolta autoritaria di re Carol. Il monarca, infatti, creò un’organizzazione unica della gioventù sul modello fascista (la Guardia della patria) con il proposito di sottrarre al codreanismo il suo bacino di reclutamento tradizionale, abolì il pluralismo istituendo un partito unico filogovernativo e indisse nel 1938 un referendum che approvò una nuova Costituzione la quale «consentiva la creazione di una dittatura monarchica e la conseguente esautorazione del Parlamento» (Fraquelli). Forte dei pieni poteri, il re ebbe allora mano libera nella resa dei conti con l’opposizione legionaria. Vi furono ondate di arresti, chiusure di esercizi commerciali e di campi di lavoro, licenziamenti di funzionari pubblici simpatizzanti della Guardia (che venne di nuovo sciolta) e, quando il Capitano protestò indirizzando una lettera dai toni veementi al consigliere reale Nicolae Iorga, fu arrestato con l’accusa di vilipendio e quindi, nell’aprile 1938, condannato a sei mesi di carcere.

    L’epilogo di questa vicenda riporta alla mente le fasi più cupe delle coeve “purghe” staliniane in Unione sovietica. Contro Codreanu si montarono nuovi e infamanti capi di imputazione, tra cui quelli di attività terroristica, tentata insurrezione e spionaggio; accuse a cui il Capitano reagì con sdegno e che però gli costarono la condanna a dieci anni di lavori forzati. Era il maggio 1938 e al leader guardista restavano pochi mesi di vita poiché alla fine di novembre, come anticipato, fu brutalmente ucciso insieme ai suoi camarazi per ordine del procuratore reale, che organizzò anche un goffo e macabro tentativo di insabbiamento ordinando, per simulare una fuga, la fucilazione dei cadaveri (i quali, come ennesimo oltraggio, vennero poi dissepolti e cosparsi di vetriolo).

    L’omicidio di Codreanu e il discusso ruolo di Hitler
    Tra i capi di accusa mossi a Codreanu, si è detto, vi era quello di spionaggio o, più precisamente, di «contatto con uno Stato straniero per provocare la rivoluzione sociale in Romania». Questa potenza straniera era, a quanto pare, la Germania di Adolf Hitler a cui il Capitano, in occasione dell’Anschluss austriaco (marzo 1938), aveva inviato un telegramma di felicitazioni. L’imputazione era grave, per quanto basata su prove gracili, ma la sua menzione consente di gettare un po’ di luce sui rapporti tra il movimento legionario e il Terzo Reich come sul ruolo ambiguo che i vertici nazisti giocarono nella vicenda della «notte dei vampiri».

    Che Codreanu, fin da giovane, avesse ammirato Hitler è un dato di fatto, come accertati sono i contatti del legionarismo, a partire dai primi anni Trenta, con le SS di Heinrich Himmler. Con la Germania, potenza emergente in Europa, doveva però fare i conti anche re Carol, preoccupato di preservare il Paese dalle ingerenze tedesche. Una svolta vi fu, a questo riguardo, dopo l’annessione dell’Austria, che avvicinò il Reich alla frontiera romena, e non è un caso che Fraquelli metta in relazione all’Anschluss l’inasprimento delle «misure antilegionarie » menzionate in precedenza. Christopher Hale, dal canto suo, nel capitolo romeno di un saggio sul collaborazionismo filonazista tra il 1940 e il 1945 (fenomeno che in realtà con Codreanu, se non altro per ragioni cronologiche, non ebbe molto a che fare), scrive che dopo la condanna del leader legionario nel 1938 si ebbe un incontro tra Carol e Hitler, nel corso del quale il Führer tentò di convincere il re a rilasciare il prigioniero e «a formare un “governo guardista”», e insinua che fu proprio la pressione tedesca a indurre il monarca a sopprimere Codreanu.


    Esiste però anche un’ipotesi alternativa, ovvero che sia stato il Führer a convincere Carol a sbarazzarsi del Capitano. La congettura, sebbene non verificabile, conserva una certa plausibilità nella misura in cui alcuni ambienti tedeschi vedevano con favore l’eliminazione di Codreanu e del legionarismo, visti come elementi di destabilizzazione politica in un Paese che la Germania intendeva attirare nella propria sfera d’influenza. Gli eventi successivi allo scoppio del secondo conflitto mondiale, con l’abdicazione di Carol, l’ascesa al potere del generale Antonescu e l’adesione romena all’Asse, sembrano corroborare, a posteriori, tale ipotesi. Il regime hitleriano, infatti, non fu mai troppo propenso a supportare il radicalismo sociale legionario e, infatti, la precaria collaborazione tra Antonescu e la rediviva Guardia inaugurata nel 1940 si infranse già nel gennaio 1941, con un putsch legionario la cui repressione ebbe l’appoggio tedesco. Tutto ciò non deve stupire più di tanto. La Realpolitik nazionalsocialista, soprattutto durante la guerra, poteva anche implicare la soppressione violenta di movimenti radicali, sacrificati sull’altare di una cooperazione con regimi autoritari e conservatori (come quello di Antonescu in Romania) «più affidabili dal punto di vista della capacità di governare la “macchina” statale» (Fraquelli), ovvero in grado di meglio garantire, con la stabilità interna, una più efficace collaborazione allo sforzo bellico del Reich.

    Bibliografia

    M. Bardèche, I fascismi sconosciuti, Ciarrapico 1969
    C.. Z. Codreanu, Diario dal carcere, Edizioni di Ar 1982
    M. Fraquelli, Altri duci. I fascismi europei tra le due guerre, Mursia 2014
    C. Hale, I carnefici stranieri di Hitler. L’Europa complice delle SS, Garzanti 2012

    Corrado Soldato
    "Sarà qualcun'altro a ballare, ma sono io che ho scritto la musica. Io avrò influenzato la storia dell'Europa del XXI secolo più di qualunque altro europeo".

    Der Wehrwolf

 

 

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