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Discussione: Il Sufismo

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    Predefinito Il Sufismo

    Il sufismo è il frutto del messaggio spirituale del Profeta Maometto, lo sforzo di riviverne personalmente l'esperienza, tramite un'introspezione del contenuto della Rivelazione coranica.

    « Gloria a Colui che rapì di notte il Suo servo dal Tempio Santo al Tempio Ultimo, dai benedetti precinti, per mostrargli dei Nostri Segni. In verità Egli è l'Ascoltante, il Veggente. »
    Sura XVII, versetto 1 (Sura del Viaggio notturno)

    Il mi'râj, l'«assunzione estatica» durante la quale il Profeta fu iniziato ai misteri divini, rimane il prototipo dell'esperienza che si sono sforzati di realizzare personalmente tutti i sufi.
    Il sufismo è una clamorosa protesta, un'irriducibile testimonianza dell'Islam spirituale contro chiunque tenda a ridurre l'Islam alla religione legalitaria e letteralista. Esso è stato portato a elaborare una dettagliata tecnica di ascesi spirituale, i cui gradi sollecitano una metafisica particolare, designata sotto il nome di 'irfân.

    Il sufismo appare in una luce un pò diversa secondo che esso sia vissuto nell'Iran sciita o nell'Islam sunnita, il quale è di gran lunga il più familiare agli orientalisti.
    I primi ad essere designati con il nome di sufi sarebbero stati i membri di un gruppo di spirituali sciiti di Kûfa - tra la fine del II e l'inizio del III secolo dell'Egira - e fra loro in particolare un certo 'Abdak. A quanto ci viene detto, egli fu un grande shaykh.
    Il nome delle congregazioni sufi prende il nome di tariquât. Il termine tariquât ("via mistica", "metodo") è concettualmente correlato con haqìqat (verità spirituale come realizzazione personale) e con sharì'at (lettera della Rivelazione).

    I grandi temi del sufismo sciita sono: la polarità di sharì'at e haqìqat, di zâhir ("pensiero ricorrente") e bâtin (ciò che è "intimo", "interiore", "occultato"), l'idea del ciclo della walâyat - il carattere propriamente "esoterico" della Profezia stessa; ossia concezione della storia come epifania di un disegno divino, che si snoda lungo un periodismo ciclico caratterizzato da un progressivo allontamento dal Principio e culminante, nel suo punto più basso, in una successione di eventi altamente drammatici a partire dai quali si ricreano le condizioni di originaria fruizione della Luce spirituale. Inoltre, l'idea del Qotb (il polo mistico) e la gerarchia mistica esoterica, al cui vertice sta il polo, l’Imam “nascosto ai sensi, ma presente nel cuore dei suoi seguaci".



    Ho molto pensato alle religioni, per capirle,
    e ho scoperto che sono i molti rami di un’unica Fonte.

    Non pretendere dunque dall’uomo che ne professi una,
    ché così s’allontanerebbe dalla Fonte sicura.

    È invece la Fonte, eccelsa e di significati pregna,
    che deve venire a cercarlo, e l’uomo capirà.

    Tu che biasimi il mio amore per Lui, come sei duro!
    Se sapessi Chi intendo, così non faresti.

    I pellegrini vanno alla Mecca, ed io da Chi abita in me,
    vittime offrono quelli, io offro il mio sangue e la vita.

    C’è chi gira attorno al suo tempio senza farlo col corpo.
    perché gira attorno a Dio stesso, che dal rito lo scioglie.


    (di Al-Hallaj, sufi ucciso nel 922 per le sue affermazioni in materia di spiritualità)

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Il Sufismo

    LA DANZA SUFI

    Il cerchio rimane il più antico simbolo sacro, simbolo di unità, di perfezione e ci rammenta il nostro contatto col Divino, col trascendentale, con la forza creatrice dalla vita. Dietro al cerchio sta l’idea che tutti i fenomeni del mondo siano compresi in un’unica sfera.

    Tutto è rotondo, la terra, le galassie, le stelle, i pianeti e tutto si muove in senso circolare, mondi pianeti, satelliti e sistemi planetari. Il cerchio è la figura dei cicli celesti e del ciclo annuale raffigurato nello Zodiaco. E’ caratteristico della tendenza espansiva ed è il segno del’armonia; per questo le norme architettoniche sono spesso stabilite sulla divisione del cerchio. Il movimento circolare è perfetto, immutabile, senza inizio né fine, né variazione; questo fa si che esso possa rappresentare il tempo, il quale, a sua volta, può essere definito come una successione continua e invariabile di istanti tutti identici gli uni agli altri.

    Per i popoli nomadi il Santuario della divinità era concepito circolare, come la loro tenda od il nurago o il trullo. Per delimitare il santuario essi fissavano un bastone nel terreno e concepivano il bastone come asse del mondo ed ogni punto della superficie terrestre era concepito corrispondente a tale asse. Con un filo legato al bastone ruotando formavano il cerchio, trasfigurazione del cielo e del cosmo. Per i popoli sedentari, invece il santuario, concepito come tempio, era quadrato ed esprimeva la legge definitiva ed immutabile.

    Troviamo il cerchio anche nella ritualità dei nativi americani; essi tenevano consigli e riunioni in cerchio intorno al fuoco, gli sciamani guarivano attraverso le ‘ruote di medicina’, un cerchio di pietre i cui raggi, 4 linee pure fatte di pietre, si incrociano al centro formando un cerchio più piccolo. Anche la capanna sudatoria era una struttura circolare a cupola con al centro un focolare rotondo sul quale vengono poste delle pietre precedentemente arroventate per il rito della purificazione. Spirali e cerchi concentrici si trovano numerosi su molte pietre sacrificali e pietre tombali dell’arte neolitica specialmente in Inghilterra e in Irlanda. Alcuni suppongono che si tratti di simbolismo astronomico, altri le interpretano come simboli di un antichissimo culto alla Madre terra.

    Il cerchio ha un suo parallelo nel buddismo: il mandala, un motivo circolare che racchiude altri cerchi concentrici o una pianta quadrata di un tempio dedicato alla divinità; Il neo-platonismo paragona Dio ad un cerchio, il cui centro è dappertutto e questo tema lo si trova anche nel Sufismo. La danza circolare dei dervisci è ispirata a questo simbolismo cosmico: imtani il giro dei pianeti attorno al sole, il vortice di tutto ciò che si muove, ma anche la ricerca di Dio, rappresentato dal sole. Le rotazioni realizzate dai dervisci sul terreno (o sul palco) individuano i movimenti dei pianeti intorno al sole, impersonato dal Semazen, il leader. Punto di contatto tra l'amore divino e la terra.


    Il Sufismo

    Il termine deriva dall'arabo suf "lana"; originariamente si dava questo nome agli asceti che portavano un vestito di lana ordinaria, in segno di rinuncia alle vanità del mondo.

    L'idea fondamentale del sufismo ha per origine non soltanto alcuni passaggi del Corano, ma anche le numerose tesi più gnostiche, panteistiche, ecc. che circolavano nel mondo bizantino, e anche il buddismo. La dottrina sufista è una dottrina dell'unità: la totalità delle cose create, compreso l'uomo, non è che un'immensa manifestazione della divinità. Questo panteismo condiziona il destino umano. Lo scopo del saggio sufista è quello di raggiungere una completa immersione dell'io individuale nella sostanza universale.

    Questa immersione (fana) si compie passando per tre tappe: l'osservanza della legge, alla quale il sufista obbedisce non per timore, ma per amore di Allah; l'ascetismo, la preghiera e la meditazione (è ciò che il sufismo chiama la Via); infine il raggiungimento della certezza assoluta, paragonabile alla beatitudine del buddista che raggiunge il nirvana.

    Il sufismo ha alimentato - ed alimenta ancora - la filosofia e la poesia dell'islamismo: il filosofo Al-Ghazali (morto nel 1111) ha tentato di effettuare una sintesi dell'islamismo ortodosso e del sufismo; le poesie di Omar Khayyam celebrano l'estasi attraverso la quale il sufista raggiunge la beatitudine divina.


    Immagine tratta dal sito http://farm1.static.flickr.com/

    Jalaluddin Rumi chiamato poi Mevlana (nostro Maestro 1207-1273), saggio nato in Persia, poi stabilitosi a Konya è universalmente noto per aver fondato, verso i quarant'anni d'età, il corpo dei Dervisci Rotanti: vale a dire quei mistici, vestiti di un'ampia tunica bianca, lunga fino ai piedi, che piroettano vorticosamente su se stessi, spesso in stato di trance, per raggiungere l'estasi. Aiutati, in questo, da una musica ipnotica, impalpabile, costantemente uguale a se stessa: che somiglia da vicino a una preghiera. Perché anche questa (non mancava mai di ricordare Rumi, straordinario uomo d'azione e d'inazione, rigoroso fino al parossismo e burlone fino ai limiti della clownerie) "possiede una forma, un suono e una realtà fisica". Tutto ciò che si può esprimere con una parola possiede un equivalente fisico, e tutti i pensieri hanno un'azione".Tra i precetti che di lui si ricordano, ce n'è uno fondamentale per la diffusione dell'insegnamento dei Dervisci, il cui addestramento duro e faticoso: "Molte strade portano a Dio. Io ho scelto quella della danza e della musica."

    Dervisci sono gli appartenenti alla confraternita musulmana dei sufi, che si propongono l'unione mistica con Dio mediante l'ascesi e la danza. Il sufismo invece quella filosofia e disciplina spirituale della cultura islamica, che ritiene possibile il contatto diretto con Dio attraverso l'estasi e la meditazione. Ecco perchè la rappresentazione acquista un rilievo e una suggestione tutti particolari, laddove i confini tra il rituale mistico e l'invenzione di spettacolo agli occhi dei profani si fanno sottilissimi.

    Rare sono le esibizioni in Occidente dei Dervisci di Konya, solitamente invitati attraverso canali ufficiali, sotto gli auspici delle istituzioni culturali del loro Paese. La città santa di Konya, in Turchia, è teatro di un rito che affonda le sue radici nel mistero: il sama estatico dei dervisci mevlevi. Accanto al mausoleo che ospita il sepolcro di Rumi, i dervisci si esibiscono, davanti a un pubblico attonito, nella loro danza folle e vertiginosa.

    Una cerimonia religiosa e insieme uno spettacolo di musica-danza:una tradizione con oltre settecento anni alle spalle, che appare sorprendentemente moderna, nell'austera scansione di sonorità e movenze, che fanno dei Dervisci Rotanti un'entità unica, irripetibile, ogni volta sconvolgente. Mentre il flauto e i tamburi cominciano a suonare, essi depongono la sopravveste nera, simbolo del basso, oscuro mondo in cui l'anima è prigioniera e, candidi come aironi migranti verso una patria lontana, cominciano a ruotare senza posa sul perno di un piede. La mano destra, aperta verso il cielo, è la coppa del cuore che accoglie la grazia divina. La sinistra, aperta verso terra, è la sorgente di vita che comunica il divino influsso al mondo corruttibile di noi poveri mortali.

    Importante segnalare i significati simbolici a cui sono legati i vestiti e la gestualità dei danzatori dervisci: L'alto copricapo a cilindro, nero o marrone, è la pietra tombale che l'Iniziato pone sulle sue passioni terrene. Il cerchio dell'ampia gonna che, roteando, si schiude come una corolla, è la sfera del cosmo che si avvolge all'infinito intorno al centro dell'universo. Lo scopo della danza (dhikr) è generare uno stato di estasi rituale e accelerare il contatto tra la mente del Sufi e la Mente Cosmica di cui egli si considera parte. Tutto l'incedere della musica, l'espressività dei corpi, la postura delle braccia, i volti e gli sguardi assorbiti dal trasporto mistico, suggeriscono una solennità speciale, che incute soggezione e impone rispetto assoluto per la devozione sottesa.

    La musica viene suonata
    soprattutto da flauti verticali nay (Dal IX d.C. il ney è un tra i rari strumenti musicali impiegati nell’incontro cerimoniale sufi detto samâ‘, “ascolto, audizione”, nel corso del quale si ascoltano musica e poesia nell’intento di pervenire a particolari stati interiori, definibili come estasi o, più correttamente, enstasi. Dal XIII secolo il ney assume un particolare ruolo, musicale e simbolico, in seno alla confraternita Sufi) e da piccole percussioni.

    L'aspetto musicale ed estatico del sufismo si chiama Samà. Il Sufi durante il suo rapimento spirituale, rivolge l'attenzione del suo cuore al Beneamato attraverso movimenti particolari, spesso con una musica speciale e ritmica ripetendo lo zekr. In questo stato di ebbrezza spirituale, il sufi è paragonabile all'innamorato per eccellenza che non ha niente altro nella sua mente fuorché Dio. Con tutte le sue facoltà è attento al Beneamato ed è totalmente distratto per tutto il resto e dimentico di sé. Non tutti i discepoli sono autorizzati ad impegnarsi nel Samà. Soltanto la guida spirituale decide dell'opportunità di tale pratica.Può perciò prescrivere il Samà come un vero e proprio rimedio o talvolta proibirlo.

    Una caratteristica rivoluzionaria del gruppo Mevlevi fu che le donne potevano farne parte e stare non velate in assemblea con i ricercatori uomini: anche le donne erano danzatrici vorticose al ritmo lento e circolare della musica, gettando rose allo sceicco fino all'oscurantismo del XVII secolo, che le vide mutilate di questo e in seguito altri diritti. Ed è in nome della libertà, della tolleranza e dell'amore che ancora oggi donne e uomini, ricercatori di ogni dove, possono incontrarsi come allora per danzare insieme e insieme al cosmo questa innocente danza, risultato della gioia e della celebrazione.

    Abakab - La danza Sufi

    Dal sito http://www.abakab.com/index.htm - © 2007. Progetto Ethnica - InternetIDEA
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 25-01-10 alle 22:55
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Il Sufismo

    San Francesco e Jalâl âlDîn Rûmî, ossia:
    Francescanesimo e Sufismo, una meravigliosa parentela spirituale


    di Gabriele Mandel khân (*)

    Una premessa. Dice Dio nel Corano: Né i cieli né la terra Mi contengono, ma Mi contiene il cuore del Mio fedele.

    Il cuore, non la mente; poiché infatti possiamo capire Dio con i sentimenti che simbolizziamo con il termine “cuore”; mai con il ragionamento, la ricerca scientifica, la speculazione razionale.

    Mistico è colui che aspira ad infrangere i limiti terreni della sua carne, per giungere a capire sempre più Dio, per sentirlo nella Sua realtà ineffabile e incommensurabile, anche se, in effetti, secondo il Corano (50ª16), Dio è vicino a ciascuno di noi più della sua stessa vena giugulare.

    Se facciamo cadere una goccia d’acqua in una coppa d’essenza di rose, questa goccia prende il colore e il profumo dell’essenza di rose. Così è l’anima perduta in Dio, annientata nella Sua infinitezza, con la fruizione piena della divinità senza più limiti terreni, nel più alto grado dell’esperienza religiosa.

    Tutte le religioni hanno il loro lato mistico. Due tuttavia si differenziano dalle altre per due punti essenziali: 1) la necessità della Grazia divina, ossia la necessità che sia Dio a chiamare il Suo fedele; 2) la nozione precisa che questa chiamata non annulla né la trascendenza assoluta di Dio né l’individualità spirituale dell’anima che purtuttavia da Dio deriva ed è come goccia dell’oceano senza fine che è Dio. Queste due religioni sono la cristiana e la musulmana.

    È ad ogni modo indubbio che agli occhi di un ricercatore storico delle vie mistiche balzano evidenti le analogie che le profondità del pensiero mistico sia cristiano sia musulmano propongono ad ogni piè sospinto. Si potrebbe facilmente tracciare tutta un’antologia di passi paralleli. Il poco tempo a disposizione in una chiacchierata come questa non lo permette, ma l’approfondimento del misticismo islamico è oramai possibile, grazie alla moltitudine di testi musulmani tradotti oggi nelle lingue occidentali, italiano compreso.

    Così possiamo avvicinare i testi di Rabica, la più grande mistica musulmana, a quelli di santa Teresa d’Avila; i testi di alFarabi (?-950), trattatista di musica e filosofo mistico, a quelli di san Tomaso d'Aquino che appunto ad âlFarabi si ispirò. D’altronde è di norma paragonare san Tomaso d’Aquino – per la qualità del pensiero teologico - ad Averroè, o ad âlGhazzali, o a Îbn alcArabi, i tre più eminenti teologi e Maestri sufi dell’Îslâm.

    Della mistica cristiana troviamo i primi spunti in Clemente Alessandrino e in Agostino, spunti che vennero sistematizzati dallo Pseudo Dionigi l’Areopagita in un Corpus Dionysiacum che, tradotto da Scoto Eriugena nel IX° secolo, ispirò a Bernardo di Chiaravalle un misticismo affettivo cristocentrico, e ad Ugo e a Riccardo di San Vittore un misticismo profondamente psicologico. Da qui derivò il misticismo candido di Francesco, quello colto di Bonaventura, quello apocalittico di Gioacchino da Fiore.

    Citerò in particolare, a mo’ di esempio, due mistici di grande statura: san Francesco, frate, grande mistico della cristianità, e Jalâl âlDîn Rûmî, sufi, grande mistico dell’Îslâm, entrambi molto vicini a Dio, e pertanto molto vicini fra loro. Essi hanno numerosi punti di contatto sia per ciò che riguarda la loro vita terrena, sia per ciò che riguarda la loro visione del divino.

    Entrambi poeti, entrambi fondatori di una loro Confraternita monastica fra le maggiori, san Francesco nel Cristianesimo e Rumi nell’Îslâm. Entrambi vissero nel XIII secolo. Osserviamo allora che questo XIII° secolo fu un periodo fertile di inizi, formazioni e delineazioni sia per il mondo Occidentale che per quello orientale. Varie figure di prua del mondo cattolico e del mondo islamico, ad esempio, si trovarano in parallelo nel corso di questo secolo. Dante è all’inizio della poesia in lingua italiana e Yunus Emre di quella in lingua turca; inoltre nel mondo islamico e in quello cattolico medici, architetti, filosofi in un parallelismo esemplare, come il Vesalio e Îbn Nafis (1203-1288) le cui anatomie vennero in seguito copiate anche da Leonardo da Vinci. Possiamo quindi dire che precipuamente omologo di san Francesco fu Jalal alDin Rumì.

    Anzi: nel 1216 Rûmî fu a Damietta, in visita dal sultano Malik âlKamil, ripartendo subito per la Turchia; e san Francesco fu a Damietta nel 1219. Nel 1216 Rûmî parlò a Damasco con il grande mistico e teologo musulmano Îbn âl`Arabî; e con Îbn âl`Arabî san Francesco si intrattenne a Damietta nel 1219, quando si recò alla corte del sultano, ove incontrò vari sufi, conversando a lungo con loro. Ma non fu questo un primo incontro: già nella primavera del 1214 san Francesco aveva conosciuto dei sufi nella Spagna musulmana e in Marocco.

    San Francesco si formò in gioventù a contatto diretto con trovadori francesi a loro volta educati dai trovatori musulmani in particolare andalusi Sappiamo che san Francesco parlava correntemente il provenzale. Per ciò che riguarda l’ambiente del tempo in cui san Francesco visse, non vanno dimenticati l’imperatore Federico II°, detto per antonomasia «il più musulmano dei re cattolici, il più cattolico dei re musulmani», e il grande Dante Alighieri. La poesia italiana si formò alla Corte di Federco II° per il contatto intenso con i poeti musulmani, di cui il maggiore, nella Sicilia stessa, fu Îbn Hamdîs (1055-1132). Dante Alighieri trasse ispirazione strutturale e figurale per la sua Divina Commedia dal testo musulmano Il viaggio notturno del Profeta Maometto (studio completo del reverendo Miguel Asin Palacios, 1919). Del pari si ispirarono alla poesia musulmana i troubadours provenzali, i poeti spagnoli alla corte di Alfonso el Sabio, e i compagni di Dante detti "I seguaci d'Amore", come possiamo leggere anche nel denso studio di Luigi Valli (Dante e i seguaci d’amore. Roma 1928).

    Ben noti sono a voi i frati e le suore; forse un po’ meno quelli che si sogliono considerare i frati e suore dell’Islam, i sufi appunto. Qualche notizia allora sui sufi, i mistici dell’Islam.

    Secondo Si Hamza Boubakeur (che fu rettore dell'Università islamica di Parigi, rettore della Moschea di Parigi, discendente diretto del primo "califfo ben diretto" Âbû Bakr, nonché mio compianto e venerato maestro) «il Sufismo in se stesso non è né una Scuola teologico-giuridica, né uno scisma, né una setta, anche se si pone di sopra da ogni obbedienza. È innanzi tutto un metodo islamico di perfezionamento interiore, d'equilibrio, una fonte di fervore profondamente vissuto e gradualmente ascendente. Lungi dall'essere una innovazione o una via divergente parallela alle pratiche canoniche, è anzitutto una marcia risoluta d'una categoria di anime privilegiate, prese, assetate di Dio mosse dalla scossa della Sua grazia per vivere solo per Lui e grazie a Lui nel quadro della Sua legge meditata, interiorizzata, sperimentata». (fine citazione)

    I Sufi si dividono in Confraternite, a un dipresso, appunto, come le Confraternite dei frati e delle suore nel mondo cristiano, con la sola differenza che i sufi e le sufi si sposano e vivono nel mondo, o, come essi dicono:. «Nel mondo, ma non del mondo, nulla possedendo e da nulla essendo posseduti.» Le Confraternite dei Sufi si sono sgranate lungo il corso dei secoli, e in tutta la storia della cultura islamica, se si cita un grande scienziato, un grande poeta, un grande musicista, o architetto, o pittore, si cita quasi sicuramente un maestro sufi.

    Punta di diamante dell'Îslâm, dal momento che l'Îslâm non si presenta come un blocco monolitico ma ha varie coloriture, varie sfaccettature e varie istanze a seconda dei luoghi geografici e delle diversificazioni storico-sociali, anche il Sufismo ha vari aspetti, e sette sono le sue grandi Confraternite maggiori. Possiamo dire che la vera origine del Sufismo è situabile nell'Asia turco-iraniana; per ragioni storiche esso ha via via riassunto e inglobato – fra il X° e il XII° secolo, insegnamenti esoterici buddhisti, indù, classico-egizi e cristiani pur scaturendo da una matrice sciamanica non mai sopita; mentre in certe zone dell'Arabia e del Nordafrica - soprattutto nei due ultimi secoli - è andato poi anche degenerando in aspetti folcloristico-popolari. Inoltre, forse sulla scia del New Age, sono comparse in Occidente anche false confraternite sufi che nulla hanno a che vedere con il verbo autentico del Sufismo, anche se del Suismo scimmiottano stupidamente alcuni aspetti esteriori.

    Per essere sufi occorre comunque essere musulmani, ed essere accolti e iniziati in una contraternita tradizionale e autentica. Base imprescindibile del Sufismo è il Corano, correttamente letto, meditato, interpretato, come diceva appunto Si Hamza Boubakeur; e attenendosi strettamente al Verbo del Corano i veri Sufi seguono questi principi base: rispetto per le persone; rispetto per tutte le religioni; amore per la pace; comportamento corretto sulla base dell'etica.

    Su questa base il Sufismo si ricollega a tutte le altre grande tradizioni mistiche anche per il suo rito precipuo, il dhikr, di cui è noto in Europa quello precipuo dei Mevlevi il Semà. I Mevlevi sono noti con il termine di dervisci roteanti. Va tenuto presente che i termini “dervisci”, “sufi” e “faqîr” sono sinonimi; la differenza fra questi termini è una questione di diversità di lingue).

    Con il dhikr i sufi possono giungere a stati estatici, percepire la realtà divina, acquisire consapevolezze non altrimenti raggiungibili; e all’atto pratico possono anche infondere serenità, pace e benessere tramite alcuni aspetti precipui di quelle conoscenze sciamaniche che il Sufismo condivide con il Buddhismo e con certo hinduismo. Non è da tralasciare una conoscenza specifica del Sufismo, la Musicoterapia, dovuta anche al fatto che i più grandi Medici dell’Îslâm, il turco Avicenna ad esempio, erano sufi. La Musicoterapia dei Sufi è utile per la guarigione di malattie fisiche e di devianze psichiche, e anche per infondere nei cuori un senso di pace.

    Fârisî (891 c.-980) disse: «Le condizioni fondamentali del Sufismo sono dieci.» Riassumendo, esse sono: Credere nell’unicità di Dio, imparare, frequentare i confratelli, pregare, viaggiare, aver pazienza, fare voto di povertà, essere umili, pentirsi degli errori commessi, rinunciare.» Questi furono i valori dei sufi nei primi secoli della loro storia.


    Giotto, San Francesco davanti al Sultano (Basilica di Assisi) . Immagine tratta dal sito http://upload.wikimedia.org/

    E i Sufi predicano in modo particolare la Pace. Oggi tutti invocano la pace, ma secondo i concetti di Seyyd Hossein Nasr, sufi e grande filosofo iraniano contemporaneo, «La Pace non è mai raggiunta proprio perché dal punto di vista metafisico è assurdo aspettarsi che una cultura consumistica ed egoistica, dimentica di Dio e dei valori dello spirito, possa darsi la pace. La pace fra gli esseri umani è il risultato della pace con se stessi, con Dio, con la natura, secondo una componente etica che abbia superato false morali, preconcetti, interessi unilaterali e presuntuose ignoranze. Essa è il risultato dell’equilibrio e dell’armonia che si possono realizzare soltanto aderendo agli ideali precipui delle correnti mistiche. In questo contesto è quindi di vitale importanza la pace fra le religioni. (fine citazione)

    Così i Sufi dicono che l'Ebraismo è la religione della SPERANZA, il Cristianesimo è la religione dell'AMORE, l'Islâm è la religione della FEDE. Ed ecco: questo è il terzo polo, equilibrio delle vicende umane in tutta la loro estensione: la Fede, la Speranza e l'Amore, origini della mistica, della spiritualità, dei valori sublimati che ci conducono alla comprensione di Dio, nostro Signore unico ed assoluto, il Creatore di tutto. La comprensione dei "valori dell'altro", il giusto equilibrio fra rispetto e reciproca conoscenza, sono i valori eminenti che possono restituire al mondo, dopo due millenni di incomprensioni e di lotte fratricide, la serenità interiore e la pace universale cui tutti gli "uomini di buona volontà" spirano. Questa, in definitiva, è la Via del Sufismo, una delle tante vie per adorare Dio nella sua più pura essenza.

    Rabicah âlcAdawiyya (?-801), una grande mistica sufi dell’VIII° secolo, scrisse di Dio:

    «Mio Dio: se ti adoro per paura dell’inferno bruciami nell’inferno;
    se Ti adoro nella speranza del Paradiso, escludimi dal Paradiso;
    ma se Ti adoro unicamente per Te stesso, non mi privare della Tua bellezza eterna.»

    Ne sentiamo ancora gli echi nei primi quattro versi di un sonetto attribuito a santa Teresa d’Avila (1515-1582):

    «No me muove, mi Dios, para quererte,
    el Cielo que me tienes prometido,
    ni me muove el infierno tan temido
    para dejar por eso de ofenderte.»

    (Ciò che mi spinge ad amarTi non è il cielo che mi pormetti e non è l’inferno temuto da farmi trattenere a causa sua dall’offenderTi).

    Disse il nostro Profeta, Muhammad (sws): «Vi sono tante vie verso Dio quante sono le stelle in cielo, ma la via che permane, quella più sicura, è una sola: la Via della povertà.» (Riportato da cAbd âlWahhâb Shacrânî, egiziano, 1493-1565). E puntualmente Dante Alighieri, quando cita san Francesco nel Paradiso (Canto undicesimo), dice appunto che vede in Paradiso san Francesco in compagnia di Sorella Povertà.

    Dalla "Leggenda Maggiore" di San Bonaventura da Bagnoregio (FF 1063-1064)

    «Quando giunse presso la curia romana, venne condotto alla presenza del sommo Pontefice. Il Vicario di Cristo [...] cacciò via con sdegno, come un importuno, il servo di Cristo. Questi umilmente se ne uscì. Ma la notte successiva il Pontefice ebbe da Dio una rivelazione. Vedeva ai suoi piedi una palma, che cresceva a poco a poco fino a diventare un albero bellissimo. Mentre il Vicario di Cristo si chiedeva, meravigliato, che cosa volesse indicare tale visione, la luce divina gli impresse nella mente l'idea che la palma rappresentava quel povero, che egli il giorno prima aveva scacciato.

    «Il mattino dopo il Papa fece ricercare dai suoi servi quel povero per la città. Lo trovarono nell'ospedale di Sant'Antonio, presso il Laterano, e per comodo del Papa lo portarono in fretta al
    suo cospetto [...] e questi raccontò al Pontefice, come Dio gliel'aveva suggerita, la parabola di un ricco re che con gran gioia aveva sposato una donna bella e povera e ne aveva avuto dei figli che avevano la stessa fisionomia del re, loro padre e che, perciò, vennero allevati alla mensa stessa del re.

    «Diede, poi, l'interpretazione della parabola, giungendo a questa conclusione: “Non c'è da temere che muoiano di fame i figli ed eredi dell'eterno Re; poiché essi, a somiglianza di Cristo, sono
    nati da una madre povera, per virtù dello Spirito Santo e sono stati generati per virtù dello spirito di povertà, in una religione poverella. Se, infatti, il Re del cielo promette ai suoi imitatori il
    Regno eterno, quanto più provvederà per loro quelle cose che elargisce senza distinzione ai buoni e ai cattivi”!»

    Il Papa approvò quindi la Regola, fece fare a tutti i frati che erano venuti con il servo di Dio delle piccole chieriche, e conferì loro il mandato di predicare liberamente la penitenza e la parola di Dio.
    liberamente la Parola di Dio.

    Una coincidenza: la novella che il santo raccontò al Papa la si trova anche in Farîd âlDîn Âttâr (1140 c.1220 c.) autore dell’Elahi-nameh, e poi in una variante nel Mathnawî di Jalâl âlDîn Rûmî. Con questo non intendo per nulla affermare che Francesco e Rûmî abbiano copiato da Âttâr; puntualizzo il fatto che a livello spirituale vi sono parallelismi e comunità di intenti in tutto simili, poiché il Misticismo e la fede in Dio sono un sentito unico, da qualsiasi punto di vista religioso li si avvicini.

    Il sogno del papa (una palma) è un simbolo anche per i sufi: poiché in arabo Tariqat significa sia palma, sia Via mistica.

    San Francesco istituì per la sua Confraternita, detta dei “Frati Minori”, tre ordini di frati. Così è anche nelle Confraternite sufi; e nell’un Ordine e negli altri vi vengono accostati i Grandi Fratelli, quelli ad esempio di Najim Kubrâ (?-1220). I sufi sono religiosi musulmani ma, come nel cristianesimo abbiamo preti e frati, così nell’Îslâm i sufi sono frati e non preti. Francesco rifiutò d’essere ordinato prete, e si accostò maggiormente all’ordinamento laico democratico più che a quello ecclesiastico. Così è anche dei sufi, il cui motto precipuo che ripeto di nuovo qui, dice,: «NEL mondo, ma non DEL mondo, nulla possedendo e da nulla essendo posseduti.»

    E ancora: al pari di san Francesco, è scritto nelle agiografie che riguadano il il sopraccitato Najmuddin Kubra, che anche lui predicava agli animali, agli uccelli e al lupo.

    Veniamo ora all’incontro del santo con il sultano dell’Îslâm. Da: I Fioretti del glorioso messer santo Francesco e d’alquanti suoi santi compagni. Capitolo XIV°. «Il Soldano l’udiva volentieri e pregollo che spesse volte tornasse a lui, concedendo liberamente a lui e a’ compagni ch’egli potessono predicare dovunque piacesse loro. E diede loro un segnale, per lo quale egli non potessono essere offesi da persona. Avuta dunque questa licenza così libera, santo Francesco mandò questi suoi eletti compagni a due a due, in diverse parti di Saracini a predicare la fede di Cristo; ed egli con uno di loro elesse una contrada.»

    Il saio è il mantello di lana con cappuccio precipuo dei sufi. È di lana, termine che in arabo è: suf, da cui Sufismo. Il saio francescano è quello stesso dei sufi in Terra Santa, in Marocco e nella Spagna; ed è quello che san Francesco vide alla corte del sultano.

    In Kalâbâdhî, grande maestro sufi del X° secolo (913 c.-995), leggiamo:« Povertà e pazienza sono il saio sotto il quale alberga un cuore che vede solo in Dio i giorni di festa e di serenità»

    Veniamo ora ad un oggetto di devozione che tutti voi conoscete: il Rosario.

    Dice il Corano: Dio ha i Nomi più belli (7ª180; 17ª110; 20ª8; 59ª24). Secondo la teologia musulmana i Nomi di Dio – rappresentazione vocalizzata dei Suoi attributi – sono quattromila. Mille di questi sono conosciuti solo da Dio; mille da Dio e dagli angeli; mille da Dio, dagli angeli e dai profeti; mille da Dio, dagli angeli, dai profeti e dai credenti. Di questi ultimi mille, trecento sono menzionati nel Pentateuco, trecento nei Salmi, trecento nei Vangeli e cento nel Corano. Di questi cento, novantanove sono noti ai fedeli comuni, mentre uno è nascosto, segreto e accessibile solo ai mistici più illuminati. Il Profeta stesso disse: «Vi sono novantanove Nomi che appartengono solo a Dio. Colui che li impara, che li capisce e che li enumera entra in Paradiso e raggiunge la salvezza eterna». E il mistico Tosun Bayrak, khalyfa della Jarrahiyya-Khalwatiyya negli Stati Uniti d’America scrisse: «I bei Nomi di Dio sono la prova dell’esistenza e dell’unicità di Dio. O voi che siete arsi e turbati per il peso della sofferenza del mondo materiale, possa Dio far sì che i Suoi bei Nomi siano un balsamo lenitivo per i vostri cuori feriti. Imparate, capite e recitate i bei Nomi di Dio. Cercate le tracce di questi attributi di Dio nei cieli, sulla terra e in ciò che vi è di bello in voi stessi. Così troverete beneficio, a seconda della grandezza della vostra sincerità. Col permesso di Dio, chi dubita troverà sicurezza, l’ignorante troverà conoscenza, chi nega affermerà. L’avaro diventerà generoso, i tiranni chineranno il capo, il fuoco nel cuore degli invidiosi si spegnerà.» In effetti capire «l’essenza» di questi attributi acquieta l’animo, infonde fiducia e arricchisce spiritualmente. Ecco perché, sul piano strettamente pratico, è consuetudine musulmana ripetere i Nomi facendo scorrere tra le dita un rosario composto di novantanove grani (o di trentatré fatti scorrere tre volte). Questo rosario si chiama subha in arabo e tashbî (o anche komboloy) in turco. È ben noto che esso deriva attendibilmente da quello buddista, di centootto grani, in uso nell’Asia centrale e orientale fin dal IV° secolo, così come è noto che dalle organizzazioni monacali buddhiste derivano quelle sufi. A sua volta il rosario musulmano introdotto nell’Îslâm dai Sufi, fu adottato da san Francesco al suo ritorno dalla Terra Santa, dando origine al rosario cattolico diffuso dai francescani appunto e in seguito definito nella forma attuale da san Domenico.

    Ancora dai Fioretti (Capitolo XI°) leggiamo: «Andando un dì santo Francesco per cammino con frate Masseo, il detto frate Masseo andava un poco innanzi: e giungendo a un trebbio [trivio] di via, per lo quale si poteva andare a Firenze, a Siena e ad Arezzo, disse frate Masseo: Padre, per quale via dobbiamo noi andare? Rispuose santo Francesco: Per quella che Dio vorrà. Disse frate Masseo: E come potremo noi sapere la volontà di Dio? Rispuose santo Francesco: Al segnale che io ti mostrerò; onde io ti comando, per merito della santa obedienza, che in questo trebbio, nel luogo ove tu tieni i piedi, tu ti aggiri intorno intorno [...]. Allora frate Masseo incominciò a volgersi in giro; e tanto si volse [...] Alla perfine, quando egli si volgea bene forte, disse santo Francesco: Sta’ fermo e non ti muovere; ed egli istette e santo Francesco il domandò: Verso qual parte tieni la faccia? Rispuose frate Masseo: Inverso Siena. Disse santo Francesco: Quella è la via per la quale vuole Dio che noi andiamo.»

    Voi sapete bene chi è san Francesco. Forse qualcuno di voi avrà però sentito parlare anche dei sufi Mevlevi, i cosiddetti “Dervisci roteanti”, la Confraternita fondata a Konya da Jalâl âlDîn Rûmî. A quelli di voi che conoscono i Mevlevi non può essere sfuggita la simiglianza fra il roteare di frate Masseo e il roteare dei sufi Mevlevi nella loro cerimonia specifica, il Semà, simile al rito che san Francesco poté vedere di persona alla corte del Sultano.

    Le prime forme di samâc apparvero presso i Sufi di Baghdâd a metà del IX° secolo, sviluppandosi poi soprattutto fra i turchi del Khurâsân, a volte perfino in forme non differenti dal dhikr usuale. Completarono il rito sul finire del XIII° secolo i Mevlevi di Rûmî.

    Nel suo insieme, tutto il Samâc (in turco: Semâ) ha plurime valenze. Anzitutto: i Mevlevi danzano a Konya un Semâ completo la seconda settimana di dicembre per celebrare la morte di Jalâl âlDîn Rûmî . Questa danza, altamente emblematica, altamente spirituale, è l’espressione stessa della realtà divina e della realtà fenomenica, in un mondo in cui tutto, per sussistere, deve ruotare come gli atomi, come i pianeti, come il pensiero.

    Beninteso: questa cerimonia non intende simbolizzare né la rotazione degli atomi né quella dei pianeti (come a volte qualcuno ha commentato): è un errore interpretarla così. Come qualsiasi tipo di dhikr agito dalle varie Confraternite Sufi, il Semâ è un rito in grado di indurre uno stato estatico. Esso porta all’ascesa spirituale - viaggio mistico dall’essere a Dio - in cui l’essere si dissolve ritornando poi sulla terra

    (continua)

    (*) Vicario generale per l’Italia della Confraternita sufi Jerrahi-Halveti

    Dal sito http://www.sufijerrahi.it/
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 25-01-10 alle 22:56
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

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    Predefinito Riferimento: Il Sufismo

    Interessante libro, anche se in inglese, su Sufismo, Alchimia e Psicologia di Jung:

    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 26-01-10 alle 02:14
    "Se le persone corrotte si uniscono fra loro per costituire una forza, le persone oneste devono fare lo stesso"
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    Sufismo - Velo e quintessenza

    di F. Schuon

    Sufismo: velo e quintessenza - Google Libri


    Granada, L'Alhambra - Immagine tratta dal sito http://upload.wikimedia.org/
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 26-01-10 alle 15:54
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  6. #6
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    Predefinito Rif: Il Sufismo

    Esicasmo è sopravissuto nel Mediterraneo grazie alle tariche sufi attraverso il zikr. Guenon si affiliò ad una tarica del Cairo, quello che non trovò nella massoneria europea lo perseguì attraverso le pratiche della "preghiera". Tutto era determinato dal controllo del respiro (il prana dello joga) e dalle "parole" emesse che porta allo sviluppo spirituale.


    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 26-01-10 alle 15:58

  7. #7
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    Predefinito Rif: Il Sufismo



    Guardate questo rito di inaudita potenza corale e capirete perché il cristianesimo odierno è perdente. Il sufismo è stato perseguitato dall'islam monoteista e intollerante, ma sopravviverà perché legato alle origini del sacro. L'uomo tribale si avvaleva di preghiere individuali e collettive che lo portavano a disperdersi nel tutto, frammento di una comunità solida. Le parole sono miserevoli e quasi sempre ingannatrici, dobbiamo fidarci delle emozioni e del cuore.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 25-01-10 alle 22:48

  8. #8
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    Predefinito Rif: Il Sufismo

    In 'difesa' di una parte del cristianesimo, propongo video e immagini di un film "Il colore del melograno". Per cultori del genere.

    Trama:Sayat Nova, vissuto nel XVII secolo durante il Rinascimento armeno, trascorre gran parte della sua esistenza a Tiflis, antico nome dell'odierna Tbilisi, come trovatore di corte. Il poeta si innamora della regina della Georgia. È consapevole dei rischi che corre e si convince a intraprendere la via della reclusione spirituale in un convento. Ma il film non ha una trama vera e propria: procede per allusioni, simboli e assonanze visive, attingendo spesso al folklore e alla storia armena.






    Nel 301 d.C. gli Armeni adottarono il cristianesimo come religione di stato. Nel 451 d.C. dopo il Concilio di Calcedonia, costituirono una propria chiesa che esiste tuttora, indipendente dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa: la Chiesa apostolica armena, che viene inclusa nella famiglia delle Chiese orientali antiche.
    Ultima modifica di gertrud; 26-01-10 alle 14:32
    Orientata verso l'immenso mare della bellezza

  9. #9
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    Predefinito Rif: Il Sufismo

    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 26-01-10 alle 14:31
    Orientata verso l'immenso mare della bellezza

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da Tomás de Torquemada Visualizza Messaggio
    Mentre il flauto e i tamburi cominciano a suonare, essi depongono la sopravveste nera, simbolo del basso, oscuro mondo in cui l'anima è prigioniera e, candidi come aironi migranti verso una patria lontana, cominciano a ruotare senza posa sul perno di un piede. La mano destra, aperta verso il cielo, è la coppa del cuore che accoglie la grazia divina. La sinistra, aperta verso terra, è la sorgente di vita che comunica il divino influsso al mondo corruttibile di noi poveri mortali.

    Importante segnalare i significati simbolici a cui sono legati i vestiti e la gestualità dei danzatori dervisci: L'alto copricapo a cilindro, nero o marrone, è la pietra tombale che l'Iniziato pone sulle sue passioni terrene. Il cerchio dell'ampia gonna che, roteando, si schiude come una corolla, è la sfera del cosmo che si avvolge all'infinito intorno al centro dell'universo.
    L'iniziazione dei Dervisci è molto rigida e prevede 1.001 giorni di penitenza a scopo purificatorio, durante i quali vengono praticati digiuno, preghiera e meditazione. Per mantenere equilibrata e regolare la rotazione, gli iniziati sufi si allenano ad ancorare due dita del piede al pavimento. Roteando, appoggiano il peso corporeo sulle dita del piede sinistro, mentre la gamba destra dà slancio alla rotazione.

    La musica è pervasa e dominata dal nay (flauto verticale), dai kudum (piccoli timpani di cuoio ricoperti di pelle di capra) e dagli halile (piatti di rame). I ruoli dei partecipanti sono rigorosamente divisi fra danzatori che, volteggiando, aspettano la wajd (trance) e musicisti, che eseguono la musica senza venirne influenzati.

    Mentre il flauto e i tamburi iniziano a suonare, i Dervisci depongono la sopravveste nera, liberando il bianco candore dell'abito, simbolo dell'anima. Poi inizia la danza, in cui ogni gesto racchiude specifici significati: una sintassi sacra, un'iconografia di segni, gesti, colori traduce la danza dei dervisci in messaggio di fratellanza e d'amore. I danzatori girano a lungo, in senso antiorario "intorno al loro cuore", la mano destra aperta verso il cielo per accogliere la grazia divina, quella sinistra aperta verso terra per donarla agli uomini, fino a raggiungere lo stato di estasi: il centro del Tutto, massima espressione della Creazione.

    Allora la musica si arresta, ma i danzatori continuano a roteare in un suggestivo silenzio estatico. Si dice che, quando i Dervisci raggiungono l'estasi, i loro piedi non tocchino più il suolo. E che poi, al suono di un flauto solitario, tornino lentamente alla realtà… e i loro piedi incontrino di nuovo la terra.




    "… Molte strade portano a Dio. Io ho scelto quella della danza e della musica…" (Mevlana)
    Ultima modifica di Silvia; 26-01-10 alle 15:49

 

 
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