Ma PD e M5S possono non stare insieme?
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Ma PD e M5S possono non stare insieme?
Disclaimer: questo è un articolo di opinione che riflette l’idea personale dell’autore e che non ha subito alcuna revisione o modifica da parte di Termometro Politico.
Dovrebbe essere una domanda legittima: ma se Partito Democratico e Movimento 5 Stelle non stanno insieme, come si batte il centrodestra? Ed è una domanda che, si badi bene, non ha a che vedere con simpatie per l’uno o l’altro schieramento. È una semplice questione di matematica: anche se in politica 2+2 è sempre diverso da 4, le condizioni attuali impediscono ai principali schieramenti di opposizione di andare ognuno per fatti propri. Almeno, lì dove c’è da reclamare un governo locale, regionale o nazionale.
La Puglia della discordia
La coalizione progressista del campo largo ha visto la sua battuta d’arresto dopo la serie di scandali sollevati nella Regione Puglia, attuale fortino di Michele Emiliano (che ha condiviso un lungo percorso di governo con il Movimento 5 Stelle) e di Antonio De Caro, sindaco di Bari e tra gli esponenti più in vista del mondo “dem”. Giuseppe Conte, leader pentastellato, ha ritirato i suoi dalla giunta regionale guidata da Emiliano, confermando quello strappo che si era aperto dopo la rinuncia alle primarie per scegliere il candidato sindaco di Bari e che, in teoria, sarebbe stato sostenuto sia dai dem che dai pentastellati. A primavera è così calato il gelo sull’unico asse che può realmente impensierire il centrodestra.
Differenze sostanziali tra una coalizione e un campo largo
Se per le elezioni europee, com’è ovvio che sia, tutte le forze politiche misureranno sé stesse – e la loro forza rispetto ai principali competitor – senza alcun vincolo di coalizione, è pur vero che nelle immediate e future tornate elettorali sul territorio nazionale non sembrano esserci scenari favorevoli ai progressisti se non c’è unione tra il giallo e il rosso.
Una differenza sostanziale risiede nella differente organicità e solidità delle coalizioni (e possibili coalizioni). Il centrodestra agisce sempre come un blocco unico e, nonostante le differenze che si possono presentare, è una coalizione che non si sfalda mai. Al di là delle differenze, infatti, il centrodestra mostra sempre una coerenza d’intenti e una base valoriale condivisa. C’è la difesa dell’identità nazionale, c’è la centralità della famiglia, i valori tradizionali, l’idea che le tasse sono troppo alte piuttosto che i servizi pubblici troppo scarsi. Il nucleo c’è e l’obiettivo che lega questi partiti è, nella maniera più logica e razionale possibile, la ricerca del potere. E non c’è assolutamente nulla di male in questo: i partiti nascono e si sviluppano con l’obiettivo di ottenere quanto più consenso e potere possibile. Gli stessi elettori del centrodestra sono per lo più consci di questa necessità e che, al di là delle differenze, sono probabilmente più i punti in comune che quelli di contrasto.
Dall’altra parte dello scacchiere, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico sono in una fase ben diversa, dove il sodalizio non è ancora radicato e le anime dei due schieramenti sono irrequiete. È un problema sia delle strutture interne, sia delle basi elettorali. In un passato non troppo lontano, pentastellati e dem non perdevano occasione di aggredire l’altro. Non solo il partito, ma anche l’elettore dell’altra parte. Fin dal 2013, il Movimento e il Partito Democratico hanno lottato per diventare il punto di riferimento nella difesa e tutela dei diritti sociali. In questo, probabilmente il Movimento 5 Stelle ha avuto la meglio, specialmente con l’incoronazione di Giuseppe Conte leader pentastellato e due volte primo ministro, ora con la Lega, ora con lo stesso Partito Democratico. Tra reddito di cittadinanza e maggior veemenza nel portare avanti una lotta per il salario minimo, la formazione di Conte è riuscita a prendersi una fetta importante del campo progressista. L’arrivo di Schlein alla segreteria del PD ha però rimescolato le carte in tavola: le primarie hanno sovvertito il volere della cuspide (che reclamava Stefano Bonaccini come nuovo segretario) e hanno avvicinato improvvisamente i due partiti d’opposizione.
L’allineamento tra PD e M5S
Movimento 5 Stelle e Partito Democratico hanno trovato una convergenza sullo scacchiere ideologico della politica italiana. Entrambi spostati verso sinistra, hanno di fatto lasciato il centro. Questo implica una maggior competitività in uno spazio più stretto. È questo il dato chiave da tenere in considerazione: Movimento 5 Stelle e Partito Democratico parlano, in questo momento, a (quasi) le stesse persone. Le correnti interne del PD puntano a riavvicinarsi al centro, questo è vero, ma Schlein è un profilo troppo schierato per poter cogliere l’attenzione dei moderati. Allo stesso modo, Giuseppe Conte ha marcato una linea progressista fin dal suo secondo mandato a Palazzo Chigi. Una linea mantenuta, almeno a parole, fino a quest’oggi.
L’unica via
Allora, rivolgendosi a un pubblico elettorale simile e affine, e considerata l’attuale aritmetica della politica italiana, non ci sono alternative, per Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, se non quella di ricucire lo strappo. L’eventuale ingresso delle forze centriste e liberali all’interno del campo largo potrebbe portare solo ad una diluizione dell’organicità e coerenza della coalizione. E se con Azione, Italia Viva e +Europa (i principali partiti di centro) le difficoltà di dialogo sono propriamente valoriali e programmatiche, per quanto riguarda le frizioni tra M5S e PD sono per lo più legate a dinamiche concrete sui territori, al toto-nomi e alla difficile intesa sul una ripartizione dei meriti (o dei demeriti) e del potere. Gerarchizzando, gli elementi di convergenza tra i due principali partiti di opposizione superano quelli che vorrebbero un riavvicinamento dei democratici a posizioni centriste, puntando ad un’alleanza con un gruppo di partiti dal minor peso specifico.
Sicuramente si potrà affermare che in democrazia esistono anche i governi di minoranza e che trovano in altri partiti, esterni, delle stampelle per il proprio esecutivo. Nel caso italiano, però, M5S e PD sono talmente vicini – almeno in questo momento – che sembra impossibile, per l’uno o per l’altro, non reclamare la propria fetta della torta. Infine, si esclude qui la possibilità di pensare a due partiti che vanno completamente soli per la propria strada o anche a coalizioni non maggioritarie (esempio del PD + gruppo centrista). L’attuale legge elettorale ha dimostrato che, senza una coalizione forte, la vittoria (ovvero, la maggioranza parlamentare) è utopia.
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La verità è che Eurovision fa schifo e basta
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La verità è che Eurovision fa schifo e basta
Disclaimer: questo è un articolo di opinione che riflette l’idea personale dell’autore e che non ha subito alcuna revisione o modifica da parte di Termometro Politico.
Doverosa premessa: ci sono molte opinioni che girano in questo periodo che riguardano cose di grandissima importanza come per esempio le guerre, di cui si parla molto e spesso a sproposito. Tuttavia la cosa che colpisce di più la nostra immaginazione è spesso avvolta da un senso di vacuità e di frivolezza. La stessa arte, in generale, non è altro che una celebrazione del superfluo.
La ricerca della bellezza è per sua stessa definizione un qualcosa che un tempo veniva definito profano, pur avendo sempre avuto una sua indiscutibile nobiltà. Lo stesso Dante diceva “fatti non fummo per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”. Lo scopo della vita secondo Dante non era essere ossessionati dalla bellezza o dall’edonismo, ma quello di seguire le virtù e la conoscenza, ovvero la ricerca della Verità (con la V maiuscola). Le virtù di un tempo sono state completamente dimenticate, e nella società attuale si ammirano e si elevano a modelli comportamenti che ai tempi di Dante sarebbero stati peccati capitali.
Qui, l’opinione di Carlo Terzo sull’EurovisionI grandi multimiliardari sono drogati di avidità e pure quando fanno finta di creare enti di beneficenza lo fanno solo per evitare di pagare le tasse (oltretutto è spesso il modo per essere ancora più influenti politicamente ed esercitare potere), aggiungendo l’ipocrisia e l’inganno ai loro tratti distintivi.
E allora tutti ad ammirare Bill Gates, Zuckerberg, Jeff Bezos e via dicendo, il cui scopo della vita è accumulare ricchezze e potere.
Altri personaggi molto ammirati sono attori, influencer e uomini di spettacolo, il cui tratto distintivo è quasi sempre un narcisismo patologico accompagnato da egocentrismo e spesso megalomania.
Un giovane di adesso si ispira quasi sempre a figure di questo tipo, inutile prendersi in giro.
Gente che non ha nessuna delle virtù di cui sopra che,ricordiamolo, ai tempi di Dante erano 7 e quasi nessuno ricorda quali fossero. E’ più facile che la gente ricordi quali erano i 7 nani, i più eruditi magari ricordano i 7 re di Roma, ma delle virtù di un tempo non c’è più traccia: in tutti i sensi.
Tornando al tema di questo pezzo sarebbe bello poter parlare di musica, ma il livello qualitativo è talmente basso che anche definirla musica è difficile. Oramai è tutto un turbinio di accordi sempre uguali, arrangiamenti insensati, voci filtrate con auto-tune, ritornelli scopiazzati, testi senza senso.
Sembra il Festival di Sanremo, ma amplificato un milione di volte e proiettato ancora di più verso un futuro distopico.
È un fenomeno di costume nel quale vengono sdoganate e propagandate istanze che qualche decennio fa sarebbero state considerate degeneri e che certo Dante non avrebbe esitato a definire sataniche. Può sembrare una battuta ma non è cosi. Se Dante fosse trasportato con una macchina del tempo al giorno d’oggi, guardando Eurovision secondo voi cosa penserebbe? C’è uno solo di voi che avendo letto e studiato Dante avrebbe il minimo dubbio su quale sarebbe la sua reazione? Se vogliamo essere onesti no, non c’è nessun dubbio: direbbe che la società umana è totalmente preda del culto del “dimonio”.
https://www.termometropolitico.it/ne...1-1024x507.jpgIl rito satanico compiuto da Bambie Thug, artista irlandese, sul palco dell’Eurovision.
Attenzione non voglio dire che sono contrario alle conquiste sociali e civili che ci sono state negli ultimi 50 anni. Per carità! Voglio solo dire che forse, in un mondo ideale, la finestra di Overton avrebbe dovuto fermarsi già da un po’. Ma la storia ci insegna che quando si inizia una rivoluzione, dopo un po’, si scade facilmente negli eccessi opposti.
Mi piacerebbe poter parlare anche della immensa ipocrisia a contorno, relativamente alle contestazioni verso la cantante israeliana e sulla politicizzazione della musica. Non è una novità e non capisco chi si scandalizza adesso visto che ai cantanti russi non viene nemmeno permesso di partecipare alla gara. Chissà cosa si sarebbe detto se i russi avessero fatto a Kiev quello che è stato fatto a Gaza, ma oramai poco importa.
Il mondo in cui viviamo è tutto uno show, talmente intriso di falsità a tutti i livelli, che l’ipocrisia sembra esserne parte del DNA più profondo, in altre parole: siamo condannati, e senza speranza di redenzione.
Lungi da me fare moralismo, si diceva “o tempora o mores” e a me sta bene, fate un po’ come vi pare, continuate così, alzo le mani. Solo una cosa voglio dire: per quanto sia sempre stata una finzione collettiva almeno prima era bella da vedere, ti regalava dei momenti di gioia, delle emozioni. Bella musica, momenti che vedevi passare davanti agli occhi e ti rendevi contro che sarebbero diventati momenti storici, come l’esibizione dei Queen a Wembley nel 1985. Ora invece, parafrasando il Maestro Battiato l’unica cosa che mi viene da dire è: “sommersi soprattutto da immondizie musicali… sul ponte sventola bandiera bianca”.
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Scritto da: Gianluca Borrelli
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Europee 2024, Faggiano: “Lega si gioca il tutto per tutto”
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Europee 2024, Faggiano: “Lega si gioca il tutto per tutto”
In una recente intervista nel programma radiofonico “Base Luna chiama Terra” in onda su Radio Cusano Campus, il caporedattore Alessandro Faggiano ha condiviso una serie di riflessioni sulle dinamiche politiche attuali, concentrandosi in particolare sulla strategia della Lega e del suo leader, Matteo Salvini. La discussione ha toccato vari temi, dalle elezioni europee alla comunicazione politica, offrendo una panoramica dettagliata del panorama politico italiano.
La strategia della Lega: all-in su destra e populismo
Alessandro Faggiano ha sottolineato come la Lega stia adottando una strategia di “all-in”, spostandosi decisamente a destra nel tentativo di attrarre l’elettorato disilluso di Fratelli d’Italia. Questa mossa, secondo Faggiano, è una risposta al “centrismo governista” di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia e attuale Presidente del Consiglio. Salvini sta cercando di capitalizzare sulla frustrazione di una parte dell’elettorato che percepisce Meloni come troppo moderata.
“La Lega è chiaro che si è spostata definitivamente a destra e sta cercando di prendere quell’elemento della tolleranza,” ha affermato Faggiano, “e quindi proverà a prendere una parte dell’elettorato di Fratelli d’Italia che è un po’ disilluso dal centrismo della Meloni.”
Secondo Faggiano, la scelta di fare dichiarazioni forti e provocatorie fa parte di questa strategia, che mira a mantenere alta l’attenzione mediatica e a rafforzare il legame con la base elettorale. “La Lega sta continuando nella politica di andare all-in, puntando il tutto per tutto anche a costo di rimetterci definitivamente la faccia,” ha spiegato.
Comunicazione politica e social media
La discussione si è poi spostata sulla comunicazione politica, con un focus particolare sui social media. Lorenzo Capezzuoli Ranchi ha chiesto a Faggiano un’opinione sulla strategia social di Salvini, citando esempi recenti come il post “Meno Europa più Italia”, accompagnato da immagini provocatorie. Faggiano ha riconosciuto che, sebbene questa strategia possa sembrare ridicola a molti, è efficace nel raggiungere e mobilitare una parte specifica dell’elettorato.
“La semplicità e la chiarezza dei messaggi di Salvini,” ha detto Faggiano, “sono pensate per fare presa su chi vede la politica in termini molto basilari. Stanno utilizzando una strategia che può sembrare banale ma che si rivela spesso efficace, cercando di semplificare il più possibile.”
Ha anche sottolineato come Salvini. in passato, “sia stato in grado di costruire un’immagine forte attraverso una comunicazione diretta e senza fronzoli, che molti trovano più accessibile e autentica rispetto ai toni più istituzionali e complessi di altri politici”. C’è però la nota dolente riguardante l’esecuzione materiale che, secondo Faggiano, “non è proprio delle migliori, sia dal punto di vista grafico che dal punto di vista testuale”.
La sfida del Partito Democratico e il ruolo di Elly Schlein
Un altro tema trattato durante l’intervista è stato il ruolo di Elly Schlein nel Partito Democratico (PD). Faggiano ha espresso scetticismo sulla capacità di Schlein di trasformare il PD in un partito più giovane e progressista. “La struttura del PD è molto forte e radicata, e tende verso una direzione più moderata e centrista,” ha detto.
Faggiano ha fatto un paragone con Pedro Sánchez e il Partito Socialista spagnolo, sottolineando come Sánchez sia riuscito a trasformare il suo partito nonostante le resistenze interne. Tuttavia, ha espresso dubbi sul fatto che Schlein possa replicare questo successo. “La differenza è che Schlein probabilmente non ha quel carisma che può avere Pedro Sánchez,” ha spiegato, “e soprattutto manca una forza comunicativa notevole. Schlein avrà molto lavoro da fare per riuscire a portare il partito in un’altra direzione.”
Le elezioni europee come banco di prova
Le prossime elezioni europee sono viste da Faggiano come un test cruciale per molte forze politiche italiane e, in particolare, per la Lega. “Queste elezioni potranno dare o togliere peso politico a molti leader,” ha spiegato, suggerendo che i risultati influenzeranno significativamente le dinamiche interne ai partiti e i rapporti di forza tra di essi.
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Scritto da: Fabrizio Scandaloni
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Le elezioni europee in 10 punti: commenti al voto
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Le elezioni europee in 10 punti: commenti al voto
Disclaimer: questo è un articolo di opinione che riflette l’idea personale dell’autore e che non ha subito alcuna revisione o modifica da parte di Termometro Politico.
Vediamo nel dettaglio come sono andate le cose, potremmo dire “col senno di poi”. Questa è una analisi più qualitativa che quantitativa. Una analisi sui freddi numeri sarà pubblicata a breve, per ora ci limitiamo a una serie di osservazioni.
Le elezioni europee in 10 punti: commenti al voto
1) L’affluenza scende per la prima volta in Italia sotto il 50% in una tornata elettorale di livello nazionale. Altri grandi paesi come Francia e Germania hanno visto un aumento della affluenza. Nel complesso in tutta la comunità europea l’affluenza al voto è cresciuta. Se non è un campanello d’allarme questo non so quale altro possa esserlo;
2) La Meloni ha avuto un grosso successo personale. E’ evidente che lei come persona piace agli italiani, infatti ha preso più voti di quanti ne prese Salvini nel 2019, sebbene 5 anni fa la Lega abbia preso una percentuale nettamente superiore rispetto a Fratelli d’Italia adesso, e l’affluenza fosse stata più alta;
3) Il PD mostra segni che potrebbero essere interpretati come inversione di tendenza rispetto al passato. Questo potrebbe fare pensare a una nuova vitalità politica quando molto più semplicemente hanno fatto bene le liste elettorali riempiendole di candidati forti come Decaro, Bonaccini, Strada, Annunziata ecc.
E’ sempre un merito quello di saper scegliere i candidati, ma va detto che il PD attuale non ha alcun messaggio politico di rilievo che lo distingua dagli altri partiti. La questione del PD merita un discorso a parte che sarà fatto in un altro pezzo, ma una cosa si può dire: se fino a qualche tempo fa c’era un dubbio su quale fosse la forza principale di opposizione ora non c’è più;
4) C’è stato il sorpasso di FI sulla Lega. E’ stata strategicamente azzeccata l’alleanza con Noi Moderati, che ha aggiunto quel punto in più che ha fatto la differenza. Se non avessero fatto la lista comune FI sarebbe rimasta, quasi certamente, leggermente sotto la Lega. L’azzardo di lasciare il nome di Berlusconi nel simbolo, sebbene abbia scatenato meme divertenti sui social alla fine è stata vincente. Bisogna considerare che FI è stata sempre debole alle elezioni europee, tranne che nel 1994 era sempre andata peggio che alle politiche precedenti. Stavolta ha sfatato un tabù che durava da decenni, bisogna comunque dargliene atto;
5) Si registra il buon successo dei verdi e sinistra, però guardando anche al passato i verdi hanno sempre fatto meglio di quanto si pensasse alle elezioni europee da quando esistono, e poi hanno anche loro messo candidature con grande visibilità come la Salis e Mimmo Lucano;
6) il filo conduttore che riscontriamo nei punti precedenti è che la chiave per un buon risultato sono state le candidature. Non solo i nomi citati ma anche altri, come quello di Vannacci (che ha preso oltre 550.000 voti ed è il secondo più votato dopo la Meloni che ha superato ampiamente i 2,5 milioni di voti personali) ed altri. Quindi mai come questa volta si può dire che i singoli hanno fatto la differenza;
7) Il M5S scende, anche se di poco, per la prima volta sotto la soglia psicologica del 10% in una elezione di carattere nazionale. Certo alle Europee non ha mai fatto grandi risultati, pero non era mai scesa così in basso. Il tema della guerra evidentemente non è stato determinante per la scelta del voto, altrimenti essendo l’unica forza politica, tra le più importanti, contro l’invio di armi in Ucraina avrebbe raccolto molti più voti.
Queste elezioni sembrano certificare la chiusura di un’epoca che nasce nel 2013. Nel 2013 infatti tutti i sondaggi davano il 5 Stelle intorno al 20% e prese 5 punti in più. La coalizione di Bersani era data al 34-35% e prese esattamente 5 punti in meno. Stavolta è successo l’esatto opposto, per la prima volta.
Il M5S era dato in media 4-5 punti in più di quanto ha preso realmente e il PD era dato 4-5 punti in meno.
Possiamo dire che questo cerchio si è chiuso, d’altro canto se si sa che queste due forze politiche si dovranno alleare molti che avevano votato M5S provenendo da sinistra saranno tornati a votare PD;
8) Renzi e Calenda vanno separati e restano a bocca asciutta entrambi. Non si riesce a capire quali siano le differenze tra questi due partiti, e non si capisce perché siano andati separati, a differenza di 2 anni fa quando presero insieme un ragguardevole 7,78% al quale andrebbe aggiunto il 2,83% della Bonino per un totale potenziale di oltre il 10%. Ma si sa che in politica spesso 2+2 non fa 4, e queste divisioni, che sembrano motivate solo dall’egocentrismo e dal narcisismo delle due primedonne, hanno portato al peggiore dei risultati per entrambi;
9) Risultati deludenti per i partiti del “dissenso”, non perché in Italia non esista il dissenso, ma perché il dissenso oramai per lo più si astiene. Giravano notizie completamente false a proposito della astensione che riguardavano un fantomatico articolo 50. Secondo questa leggenda metropolitana in caso di affluenza molto bassa sarebbe scattato un referendum per uscire dall’euro o dalla UE, o da entrambe a seconda delle versioni. In rete e sui social girano le scemenze più assurde che trovano spesso terreno fertile tra chi ha perso fiducia in questo sistema (mancanza di fiducia assolutamente comprensibile, sia chiaro).
Il vero problema per questi partiti è strutturale: i partiti devono creare il consenso, se pensano di fare voti partendo dal dissenso sbagliano in partenza. Trasformare una attitudine al dissenso come consenso stabile è estremamente difficile e la delusione causata in molti dalla parabola dei 5 Stelle li ha spinti verso l’astensione, non alla scelta di un altro partito. Anche per questo gruppo di partiti e movimenti vale quanto detto sopra a proposito della guerra: non è stato un tema determinante per la scelta del voto.
Chi fa della contrarietà alla guerra il proprio punto principale avrà pensato che con l’astensione dava un messaggio più forte che votando per un partito piccolo;
10) ultimo punto, ma probabilmente il più importante, il risultato italiano non inciderà praticamente nulla in nessun caso. Lo stesso parlamento europeo, che ricordiamolo non ha il potere di sfiduciare la Commissione che di qui a poco verrà creata, conta piuttosto poco comunque. Gli equilibri europei non vengono toccati dai risultati di un paese, nemmeno se è piuttosto grosso. Nemmeno l’exploit della Le Pen in Francia o della destra in Germania, o di Vox in Spagna sembrano poter scalfire l’inevitabile riproposizione della maggioranza “Ursula”. Il sistema è talmente paludato, per sua stessa struttura, che ha la fluidità del catrame. In una elezione nazionale è possibile vedere risultati eclatanti, come quello della Le Pen in Francia, mentre nel parlamento europeo tutto sembra immobile dando all’elettore la percezione che il suo voto non cambierà comunque nulla nella sostanza.
Per dirla in poche parole: per come è strutturata questa comunità europea adesso, queste elezioni non possono mai regalare alcuna sorpresa. D’altronde è stata disegnata da politicanti per essere il paradiso dei burocrati e dei tecnocrati, il cittadino europeo partecipa ad un gioco sostanzialmente truccato.
La grande finanza internazionale decide le scelte economiche di ogni paese, attraverso la manipolazione di “spread” e “ratings”, decisi a tavolino dai grossi squali della speculazione. Le grandi multinazionali del sistema militare industriale internazionale decidono quali guerre devono essere fatte e contro chi. I politici ed i media principali obbediscono e ripetono le parole d’ordine, ricevute da costoro senza fiatare.
Per i cittadini comuni non c’è spazio, se mai c’è stato. Quanto potrà durare questo sistema progettato in questo modo? Nessuno ha la risposta a questa domanda, quindi non ha senso avventurarsi in previsioni.
L’unica cosa che resta da dire è:
“Pure queste elezioni europee se le semo levate dalle palle”
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Scritto da: Gianluca Borrelli
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Biden, fine della corsa. E adesso? L’analisi e gli scenari
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Tanto tuonò che piovve. Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ufficializza il suo ritiro dalla corsa alla Casa Bianca. Il colpo definitivo è arrivato, probabilmente, da quello che ha mancato, per un soffio, il candidato repubblicano Donald J. Trump. E se il tycoon sembra sempre più lanciato verso la presidenza (ciò che non ti uccide ti fortifica), per sleepy Joe (così soprannominato dai suoi avversari) si era fatta notte fonda. Il presidente degli USA fa così un giusto, doveroso passo indietro, che probabilmente non cambierà l’esito della competizione elettorale ma che ravviva un minimo le speranze dei democratici.
Joe Biden: too late
L’errore principale del presidente Biden è stato, con buona probabilità, quello di prolungare oltremodo l’agonia della sua campagna elettorale. Il candidato dei democratici mostra, da mesi, una condizione psico-fisica totalmente inadeguata non solo per i ritmi della campagna (che è tra le più estenuanti al mondo, considerando i kilometri da percorrere lungo tutti i 50 stati degli USA) ma soprattutto per compiere con quei doveri a cui è chiamato il presidente per i successivi 4 anni. Guardando in prospettiva, sarebbe bastato veramente poco al presidente Biden per capire che era necessario fare un passo indietro. Giunti a luglio e a quattro mesi dalle elezioni, si può affermare che il ritiro fosse l’unica soluzione politicamente responsabile. Peccato per i democratici, però, che questa sia giunta con colpevole ritardo. I tempi di preparazione di una campagna elettorale negli Stati Uniti sono decisamente più lunghi rispetto a quelli a cui noi siamo abituati, vuoi per la vastità del territorio, vuoi per la popolazione da raggiungere e vuoi per attivare gli esponenti territoriali e prepararli ad una campagna che si gioca spesso nel porta a porta. Una macchina logistica e organizzativa che va messa in moto con rilevante anticipo. Se cambia il candidato da portare alla Casa Bianca, l’impatto della campagna sarà sicuramente minore.
Tra Kamala e Michelle, ma…
Il nome principale per subentrare a Joe Biden è quello dell’attuale vicepresidente degli USA, Kamala Harris e che, con buona probabilità, sarà confermata come candidata dei democratici. Non una leader che ispiri particolare fiducia o che muova le masse ma è, in questo momento, il volto maggiormente spendibile per una campagna flash. La Harris, stando alle analisi bipartisan, è una figura tiepida e che è sempre rimasta nell’ombra di Joe Biden. Un profilo che ha mostrato finora fin troppo poco carisma per poter competere con un dominatore della scena pubblica come Donald Trump. Dalla sua, Kamala Harris potrebbe contare su quei segmenti su cui i democratici sono già forti. Quasi tutti i sondaggisti statunitensi (9 su 11) danno la vittoria ai repubblicani. Due, invece, indicano la Harris come vincitrice della sfida elettorale di novembre. Il tycoon è avanti nel voto popolare in una forbice compresa tra 1 e 3 punti ma sappiamo che, per il sistema elettorale statunitense, ciò che importa è la vittoria negli swing States, ovvero quelli che non sono fortini tinti di rosso repubblicano o blu democratico. In questo, la scelta del vicepresidente risulterà cruciale. Trump ha puntato tutto su un rappresentante della rust belt. Kamala Harris – ancor più del tycoon – avrà bisogno di un vice dall’alto potenziale di mobilitazione.
Oltre il nome di Harris, il “sogno proibito” di alcuni democratici e di vari media è quello di Michelle Obama. L’ex first lady, inquilina della Casa Bianca dal 2009 al 2017, è un nome che risuona ormai da anni e che, al di là della sua effettiva concretezza, torna sempre. Un po’ come per l’Italia l’ormai celeberrima “ipotesi Amato”. È chiaro che, quanto più la strada si fa impervia, tanto più si invoca il deus ex machina. Attualmente, però, Michelle fa orecchie da mercante e sembra decisamente poco interessata a prendere il posto di Joe Biden. Inoltre, se questo non fosse sufficiente…
… ci sono questioni tecniche che puntano in un’unica direzione
Tra le ragioni che spingerebbero i democratici a scegliere Kamala Harris come sostituta nella corsa alla presidenza ci sono delle motivazioni squisitamente tecniche e burocratiche che, però, potrebbero avere un impatto estremamente rilevante. Quello principale riguarda l’accesso ai fondi per le donazioni ottenute dal ticket Biden-Harris. In caso di altri candidati, infatti, ci sarebbe un congelamento di tali fondi. E questo sarebbe un problema enorme per i democratici, considerando che la campagna per le presidenziali USA è, probabilmente, la più costosa al mondo.
Infine, c’è un dettaglio tecnico che spingerebbe i democratici a “darsi una mossa” e a chiudere quanto prima il nuovo ticket presidenziale. Vista l’enorme macchinaria burocratica e organizzativa messa in piedi da ogni singolo Stato, i tempi di produzione della documentazione e delle schede elettorali non sono brevissimi. In particolare, c’è il tema dell’early voting (voto anticipato) che permette agli elettori di scegliere il proprio candidato ben prima del 4 novembre (in alcuni casi, addirittura 46 giorni prima delle elezioni). Un ulteriore dato da tenere in considerazione e su cui i democratici dovranno necessariamente riflettere.
Donald Trump, strada spianata?
Stando alle rilevazioni demoscopiche, il fallito attentato ai danni di Donald Trump ha spianato la strada verso la Casa Bianca al già 45esimo presidente degli USA. In Italia abbiamo visto come ben 8 persone su 10 credano che ciò che è accaduto in Pennsylvania abbia favorito il tycoon di New York.
La rinuncia di Biden apre uno scenario di forti fibrillazioni in seno al partito dell’asinello e regala ancor più serenità al candidato repubblicano. Per quanto fosse un atto dovuto e necessario, il ritiro del presidente USA può essere vista – e percepita – come una vera e propria alzata di bandiera bianca. In questo momento, Trump è il favoritissimo alla presidenza, un ruolo per lui inedito (ha sempre “giocato” da underdog, a rincorrere) ma a cui sembra già ben preparato. Il tono dei suoi primi interventi post-attentato è già fortemente presidenziale. In accoppiata con il più radicale JD Vance, Trump può mirare ad una ampissima fetta d’elettorato: sia quello ultra-conservatore e nazionalista (su cui storicamente ha una forte presa) sia a un segmento più moderato, liberale e liberista, deluso dalla presidenza Biden.
In sintesi, che scenari?
Ma allora, che scenari si prospettano? Si parte dai dati più incontrovertibili: Donald Trump è in vantaggio e partirà avanti rispetto a qualsiasi candidato democratico. La macchina repubblicana è ben oliata e a pieno regime, mentre i democratici sono in piena fase di ristrutturazione e, causa attentato al loro avversario, hanno dovuto fare a meno di un elemento chiave della loro narrazione relativo all’incitamento alla violenza da parte del tycoon. Per i democratici sarà fondamentale agire rapidamente e con fermezza, trovando nel più breve tempo possibile sia il candidato che il vice. Da lì, provare ad ottimizzare le risorse a disposizione e capire in quali swing State bisognerà puntare le proprie fiches (che sono decisamente di meno rispetto a quelle dei repubblicani). La partita è ancora aperta, anche se le odds (chance) sono diametralmente opposte.
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Scritto da: Alessandro Faggiano
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Sondaggi elezioni Usa: 7 stati decideranno il voto. Chi vince e dove
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Sondaggi elezioni Usa: 7 stati decideranno il voto. Chi vince e dove
Sondaggi elezioni Usa: sono 7 gli stati che decideranno il voto. Gli altri 43 di fatto risultano già assegnati a uno dei due candidati in corsa per la conquista della Casa Bianca. Si tratta di Nevada, Arizona, Wisconsin, Michigan, Pennsylvania, South Carolina e Georgia. Quattro anni fa alla fine vinse Biden praticamente ovunque. Cosa dicono oggi le impressioni della vigilia?
Sondaggi elezioni Usa: 43 già assegnati, 7 stati decideranno il voto
Sondaggi elezioni Usa: sono 7 gli stati che decideranno il voto. Gli altri 43 di fatto risultano già assegnati a uno dei due candidati in corsa per la conquista della Casa Bianca. Si tratta di Nevada, Arizona, Wisconsin, Michigan, Pennsylvania, South Carolina e Georgia. Portano in dote più di 90 grandi elettori: una bella cifra considerando la soglia per la vittoria fissata a 270/538 (a prescindere da quanto si guadagna a livello di voto popolare).
Chi vince e dove al momento
Sondaggi elezioni Usa: In Nevada (6 grandi elettori) al momento le rilevazioni danno in lievissimo vantaggio (meno di un punto di percentuale) la candidata democratica Harris sul repubblicano Trump. In Arizona (11), invece, è in vantaggio Trump di oltre due punti attualmente. In Wisconsin (10) situazione opposto con la Harris in vantaggio su Trump di quasi un punto e mezzo. Stessa cosa in Michigan (15) dove la Harris, però, è davanti di neanche un punto su Trump. In Pennsylvania (19) Vicepresidente ed ex Presidente sono praticamente testa a testa. In Georgia (16) avanti Trump di un punto e mezzo circa. Infine, anche in North Carolina (16) – l’unico dei 7 sette stati dove nel 2020 Trump ha prevalso su Biden – il tycoon è leggermente in vantaggio sulla candidata Democratica.
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Scritto da: Guglielmo Sano
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Elezioni Regionali 2025: dove si vota e quando? L’elenco
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Elezioni Regionali 2025: dove si vota e quando? L’elenco
Elezioni Regionali 2025: con il voto in Umbria di fine novembre si chiude il giro di tornate per quanto riguarda il 2024. Quali regioni invece saranno chiamate alle urne l’anno prossimo? Sono in totale 6 i territori chiamati a rinnovare i propri organi ed eleggere il nuovo Governatore. Ecco quando si terranno e dove.
Legge di Bilancio 2025: a che punto siamo? I punti chiave
Elezioni Regionali 2025: dove si vota?
Elezioni Regionali 2025: con il voto in Umbria di fine novembre si chiude il giro di tornate per quanto riguarda il 2024. Quali regioni invece saranno chiamate alle urne l’anno prossimo? Alla fine si voterà in sei regioni dopo che Emilia Romagna e Liguria hanno dovuto anticipare le tempistiche di circa un anno per via delle dimissioni dei rispettivi Governatori, rispettivamente Stefano Bonaccini e Giovanni Toti. Detto ciò, le sei regioni in questione al momento sono Campania, Veneto, Toscana, Puglia, Marche e Valle d’Aosta.
Referendum cittadinanza: raggiunta soglia firme. Cosa propone?
Quando si voterà?
Elezioni Regionali 2025: ancora tutto da decidere a proposito delle date in cui si terranno le tornate. Il Governo spinge per tenere un election day. Magari accorpando anche le amministrative previste sempre per l’anno prossimo. Tuttavia, è ancora tutta da vagliare la disponibilità delle regioni coinvolte dal voto a trovare una data comune.
L’ultima volta – nel 2020 – si è votato non in primavera ma tra il 20 e il 21 settembre a causa delle misure anti-Covid. Questo significa che in tutte le sei regioni il mandato dell’attuale giunta scadrà in autunno. Dunque, considerando le finestre temporali a disposizione delle varie regioni e un fattore non trascurabile come la sostanziale autonomia sul tema della Valle d’Aosta le elezioni regionali 2025 si terranno tra metà ottobre e fine gennaio.
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Scritto da: Guglielmo Sano
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Legge di Bilancio 2025: cosa contiene il testo finale? Le misure
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Legge di Bilancio 2025: cosa contiene il testo finale? Le misure
Legge di Bilancio 2025: il testo è definitivo. Nonostante qualche rallentamento sembra ormai tutto pronto per l’approvazione finale. Cosa contiene la manovra per il prossimo anno? Quali misure, alcune molto attese, alla fine non hanno trovato spazio? Uno sguardo veloce alle informazioni più importanti sul tema.
Bonus prima casa 2025: quali agevolazioni spettano? Panoramica
Legge di Bilancio 2025: cosa contiene il testo finale?
Legge di Bilancio 2025: il testo è ormai definitivo. Ecco le misure più importanti contenute dalla manovra per il prossimo anno:
- Riconferma dell’Irpef a tre aliquote: La struttura dell’IRPEF rimane invariata, con aliquote del 23% per redditi fino a 28.000 euro, 35% per redditi tra 28.000 e 50.000 euro e 43% per redditi oltre i 50.000 euro.
- Taglio al cuneo fiscale: Resta strutturale il taglio del cuneo fiscale per i redditi fino a 35.000 euro, esteso anche ai redditi superiori con un meccanismo di decalage che evita bruschi salti tra le fasce di reddito.
- Aumento dei fringe benefit: Per i nuovi assunti trasferiti per lavoro, i fringe benefit possono arrivare a 5.000 euro.
- Pensioni minime: Confermato l’incremento straordinario del 2,7% oltre l’inflazione per le pensioni minime, che arriveranno a circa 621 euro al mese.
- Incentivi per famiglie: Viene introdotto un bonus bebè di 1.000 euro per ogni figlio nato o adottato. Congedo parentale esteso da due a tre mesi con un incremento della retribuzione dal 60% all’80%.
- Bonus elettrodomestici: introdotto un nuovo bonus destinato all’acquisto di elettrodomestici ad alta efficienza energetica. Contributo massimo pari al 30% del costo fino a 100 euro, o 200 euro per famiglie con Isee sotto i 25.000 euro.
- Flat tax estesa: La flat tax è estesa a chi ha redditi da lavoro o pensione fino a 35.000 euro.
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Cosa non ha trovato spazio e tempi di approvazione
Legge di Bilancio 2025: non conterrà alcune misure molto discusse nelle ultime settimane. Tra queste:
- Taglio dell’Irpef al ceto medio: L’atteso abbassamento della seconda aliquota IRPEF dal 35% al 33% è stato rimandato come minimo al 2026.
- Detrazioni per le caldaie a gas: È stata completamente eliminata la possibilità di fruire di tali incentivi fiscali.
- Aumento dei pedaggi autostradali: ritirato l’emendamento che avrebbe incrementato i pedaggi autostradali dell’1,8% nel 2025.
- Rinnovo dei contratti pubblici: sebbene sia stata discussa l’importanza della misura non sono state allocate risorse specifiche.
Quando verrà approvata la Legge di Bilancio 2025? Le tempistiche per l’approvazione si sono allungate rispetto alle previsioni iniziali. Inizialmente il testo della Manovra doveva essere esaminato dalla Camera già il 16 dicembre. Rallentamenti nei lavori della Commissione Bilancio hanno fatto slittare la discussione al 19 dicembre. Voto di fiducia programmato per il 22 dicembre. Se avrà luogo come previsto, il testo sarà poi trasmesso al Senato, dove si prevede un’approvazione senza modifiche.
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Buoni fruttiferi 2025: l’offerta per quest’anno. Novità in arrivo?
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Buoni fruttiferi 2025: l’offerta per quest’anno. Novità in arrivo?
Buoni fruttiferi 2025: i titoli continuano a rappresentare una scelta di investimento sicura e affidabile Ciò nonostante i cambiamenti nei rendimenti e nella struttura dei prodotti visti nel corso degli ultimi anni. Quali sono le opzioni disponibili per quest’anno? Quali i rendimenti previsti? Uno sguardo veloce alle ultime novità.
Ricetta elettronica 2025: obbligo al via. Da quando scatta
Buoni Fruttiferi 2025: l’offerta di quest’anno
Buoni fruttiferi 2025: anche quest’anno, tutto sommato, rimangono un’opzione di investimento sicura e fiscalmente vantaggiosa (tassazione al 12,5% ed esenzione dall’imposta di successione). Certo, se si cercano rendimenti maggiori è meglio guardare da altre parti. Detto ciò, ecco un riepilogo titoli disponibili quest’anno:
- Bfp Ordinari: Durata di 20 anni, rendimento crescente fino al 2,25% al termine del periodo.
- Buono Rinnova 4 anni: Tasso annuo lordo fisso del 2% per 4 anni.
- Buono Rinnova Prima: Rendimento lordo del 2,5% per 4 anni.
- Buoni 4 anni Plus: Rendimento fisso di 1,25% a scadenza.
- Buoni Bfp3x2: Rendimento crescente fino al 1,5% in 6 anni.
- Buoni Bfp3x4: Rendimento crescente fino al 1,75% in 12 anni.
- Buoni Soluzione Futuro: Rendimento legato all’età dell’investitore, con interessi variabili.
- Buoni Soluzione Eredità: Fissa per 4 anni, ma riservati a situazioni di successione.
- Buoni dedicati ai minori: Tassi che variano in base all’età dell’intestatario, fino a un rendimento del 5% dopo il compimento del 18° anno.
- Buoni BFP 4 anni risparmiosemplice: Fino a 2,5% a fine del quarto anno.
- Buoni indicizzati inflazione italiana: Rendimento fisso dell’0,60% con rivalutazione in base all’inflazione.
Novità in arrivo?
Buoni fruttiferi 2025: brutte notizie per chi intendeva sottoscrivere un buono Ordinario. La nuova serie, TF120A250103, ha introdotto tassi di rendimento inferiori rispetto alle precedenti emissioni. Sono stati fissati come segue:
- 0,50% per il primo e il secondo anno;
- 1,00% per il terzo e il quarto anno;
- 1,25% per il quinto e il sesto anno;
- 1,50% per il settimo anno;
- 2,00% per l’ottavo, nono e decimo anno;
- 2,50% per gli undicesimi ai diciottesimi anni;
- 3,00% al diciannovesimo anno;
- 4,00% al ventesimo anno.
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Referendum 2025: quando e per cosa si vota? I quesiti
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Referendum 2025: quando e per cosa si vota? I quesiti
Referendum 2025: tra poco meno di un mese gli italiani saranno chiamati a esprimersi su 5 quesiti riguardanti la normativa su lavoro e cittadinanza. Quando si vota esattamente? Cosa potrebbe cambiare dopo la consultazione? Una panoramica delle informazioni fondamentali sull’argomento.
Referendum 2025: quando si vota?
Referendum 2025: domenica 8, dalle 7 alle 23, e lunedì 9 giugno, dalle 7 alle 15, italiani chiamati a esprimersi su ben 5 quesiti referendari. Si tratta di referendum abrogativi: in pratica, gli elettori si posizionano sulla possibilità di eliminare, del tutto o solo in parte, una norma vigente. Sarà previsto il cosiddetto quorum, dunque, perché il risultato della votazione sia valido è necessario che almeno la metà degli aventi diritto si rechi alle urne.
Quali sono i quesiti
Referendum 2025: quali saranno i quesiti a cui gli italiani dovranno rispondere? Di seguito panoramica veloce:
L’elettore dovrà dichiararsi a favore o contro la modifica del requisito relativo al periodo di residenza in Italia richiesto attualmente per ottenere la cittadinanza. Nello specifico, si andrebbero a ridurre da 10 a 5 gli anni di residenza regolare sul territorio necessari per poter diventare cittadini italiani.
- Licenziamento illegittimo
Il quesito chiede di esprimersi a favore o contro l’eliminazione della norma che prevede per i lavoratori assunti dopo marzo 2015 nelle imprese con più di 15 dipendenti l’impossibilità di essere reintegrati in caso di licenziamento illegittimo (anche in caso di pronunciamento giudiziario sull’illegittimità).
- Limite indennità per licenziamento
Con il quesito ci si pronuncia a favore o contro l’eliminazione del limite all’indennità (al momento pari a massimo 6 mensilità) per i lavoratori licenziati in modo ingiustificato dalle piccole aziende (meno di 16 dipendenti).
Ci si esprime contro o a favore delle norme che facilitano l’utilizzo dei contratti a termine (per esempio, quella che permette ai datori di lavoro di non inserire una “causale” a giustificare l’utilizzo di un contratto precario)
- Responsabilità committente in caso di infortunio
Il quesito chiede se si vogliano aumentare o meno le responsabilità degli imprenditori committenti (responsabilità che attualmente ricadono su appaltatore e sub-appaltatore) in caso di infortunio o malattia professionale dei lavoratori.
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