Morto il "cattivo maestro" Toni Negri: predicava la violenza politica
Filosofo, politico e intellettuale di estrema sinistra. Toni Negri, fondatore di Potere Operaio e Autonomia Operaia, è stato uno dei protagonisti degli anni di piombo
Filosofo, politico e intellettuale di estrema sinistra. Toni Negri, fondatore di Potere Operaio e Autonomia Operaia, uno dei protagonisti degli anni di piombo, è morto stanotte a Parigi a 90 anni. La notizia, annunciata ad alcuni media dalla moglie Judit Revel, è stata confermata all'Ansa anche da Oreste Scalzone, ex leader di Potere Operaio. "Resterai per sempre nel mio cuore e nella mia mente, caro Maestro, Padre, Profeta", scrive sui social Luca Casarini.
La gioventù di Toni Negri: dal cattolicesimo al Psi
Toni, classe 1993, originario di Padova, cresce in una famiglia in cui la politica è il pane quotidiano. Suo padre, uno dei fondatori del Pci, muore nel ’38 mentre il fratello perde la vita nel ‘43 nel corso della Seconda Guerra Mondiale. La madre mantovana, maestra alle scuole elementari, proviene da una famiglia fascista ma è politicamente agnostica a differenza del nonno paterno, un operaio che trasmette al giovane Toni i valori del comunismo. “Mi fece capire cosa fosse la fatica fisica, portare ogni giorno quintali e quintali che ti buttano sulle spalle”, ricorderà Negri. Appena 18enne entra nella Gioventù Italiana Azione Cattolica (GIAC) e diventa dirigente nazionale, ma dopo soli due anni viene espulso dal presidente perché il suo pensiero si discostava troppo dalla linea conservatrice imposta dall’allora presidente Luigi Gedda. In questi anni Negri dirige ‘Bò’, il giornale dell’Università di Padova e continua a gravitare ancora per qualche anno nel mondo della Dc e, dopo essersi laureato in filosofia, nel ’56 si iscrive al Partito Socialista Italiano. Alla fine degli anni ’50 compie vari viaggi all’estero e, diventato professore universitario, prosegue l’attività politica come consigliere comunale a Padova. Nel 1961 è tra i fondatori della Marsilio Editore e collabora con la rivista Quaderni Rossi finché, nel 1963, dà vita insieme a Massimo Cacciari a “Classe operaia”, periodico della sinistra operaista dove scrive anche Alberto Asor Rosa.
Gli anni di piombo: Da Potere Operaio ad Autonomia Operaia
Negri appoggia le proteste studentesche assumendo posizioni assai critiche nei confronti del Pci e nel 1967 fonda Potere Operaio, movimento di sinistra extraparlamentare che precede e, poi, sostiene la contestazione. Sei anni dopo, con il convegno di Rosolina, Potere Operaio si sfalda e Toni Negri dà vita ad Autonomia Operaia, i cui riferimenti ideologici sono spiegati in molti suoi libri dell’epoca: Partito operaio contro il lavoro (1974), Proletari e Stato. Per una discussione su autonomia operaia e compromesso storico (1976), La fabbrica della strategia. 33 lezioni su Lenin (1976) e Il dominio e il sabotaggio. Sul metodo marxista della trasformazione sociale (1978). In quest’ultimo volume Negri scrive: “La violenza il filo razionale che lega la valorizzazione proletaria alla destrutturalizzazione del sistema e quest'ultima alla destabilizzazione del regime. Basta con l'ipocrisia borghese e riformista contro la violenza”.
L'arresto di Toni Negri e il 'caso 7 aprile"
Il 7 aprile 1979 Negri viene arrestato con l’accusa di associazione sovversiva e insurrezione armata contro lo Stato. Il pm di Padova Pietro Calogero lo riteneva responsabile di essere la mente delle Brigate Rosse. Oreste Scalzone, uno degli altri ‘cattivi maestri’ imputati in questo processo, spiegherà: “Calogero e gli altri hanno sbagliato per eccesso, ma anche per difetto. Il complotto, la cupola del terrorismo che tira le fila di tutte le sigle con Toni Negri nella parte del Grande Vecchio era un fantasma dietrologico, e dunque un eccesso”. E ancora:“Ma l’esistenza di un tumulto sociale che noi tentavamo di organizzare, la teorizzazione della lotta armata anche se diversa da quella praticata dalle Br, compresi reati come rapine e gambizzazioni, erano tutte cose vere. Forse più diffuse e capaci di diffondersi di quanto immaginavano i magistrati”. Negri, in virtù delle leggi speciali dell’epoca che consentivano di applicare il reato di associazione a delinquere alle organizzazioni politiche, viene accusato di essere il “mandante morale” del rapimento Moro, crimine nel quale sarebbe stato direttamente coinvolto. Il fondatore di Autonomia Operaia verrà, poi, condannato a 30 anni di carcere (che diventeranno 12 dopo l’Appello) per associazione sovversiva, banda armata e diversi altri reati, ma prosciolto con formula dubitativa dall’accusa di insurrezione armata. Amnesty International, in quegli anni, prende le difese di Negri perché vittima di una carcerazione preventiva troppo lunga.
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