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Discussione: La fine del Regno...

  1. #1
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    Predefinito La fine del Regno...



    Se quello borbonico fosse stato un grande regno avrebbe avuto un grande esercito e se avesse avuto un grande esercito, questo non si vendeva al nemico. Se si è venduto, è perché non era un grande esercito. Non vedo alcuna colpa negli inglesi che hanno investito soldi in un progetto politico commerciale di loro interesse (con l'apertura di Suez, il mediterraneo diventa interessante al commercio inglese, cosa che prima non lo era: nel '700 gli inglesi non hanno mire, dal secondo ottocento sì; questo implica, se si vuole essere gli unici galli nel pollaio, di eliminare gli altri). Francesco II, a parte dire rosari e sentire messe, sapeva che se gli inglesi hanno l'ingresso (Gibilterra) e poi anche l'uscita (Suez) del mediterraneo, questo smette di essere il lago dei napoletani, per diventare il corridoio degli inglesi? O pensava che poi in India e Cina continuavano a passare dall'Africa, per questioni di educazione? Se non lo sapeva era politicamente uno sprovveduto, e hanno fatto bene a destituirlo. Se lo sapeva, perché non ha fatto nulla per prevenire la situazione? È evidente che sarebbe stato schiacciato. Gli inglesi hanno usato Cavour e la volontà espansionista di uno stato di bifolchi maneschi, quali i piemontesardi, come arma per fare il lavoro sporco, con l'accordo di limitare le pretese marittime del nuovo stato, in cambio della supremazia navale inglese. Il che la dice lunga anche sull'idiozia politica di Cavour: a che diamine serve unificare l’Italia per auto-castrarsi a nazione di serie y? Sarebbe stato meglio fare un Reich sul modello tedesco, mantenendo magari qualche regno come forma di governo federale e tradizionale, rendendo forte la marina e l'esercito in modo da essere padroni almeno del mediterraneo, e magari intraprendendo una politica coloniale seria con i paesi del bacino. Probabilmente la gestione massonica del Piemonte, ha mostrato le stesse pecche della gestione massonica di Monti: governi tu, ma fai l'interesse di amici e fratelli. Ma in ogni caso, se il Reame era così cattolico, moderno e potente, perché si è fatto comprare in modo risibile?

    Evidentemente la società era corrotta e non così idilliaca e non c'era un progetto politico condiviso. Hitler ha vinto senza problemi la guerra con la Francia, per via di un progetto politico condiviso, sebbene la guerra sia uno dei maggiori colpi alla popolarità di un governo. Lui però fu chiaro: fece capire al popolo il senso della sua riforma economica, sociale, occupazionale, morale e razziale, collocando la guerra in un contesto di necessità verso quello che era l'obiettivo politico. Generali tedeschi comprati dagli inglesi non ce ne furono, perlomeno non nel 1939-1943. Dopo Stalingrado si iniziò a dubitare della realizzabilità del progetto, e secondo me fu la sfiducia la principale causa della sconfitta (non a caso arrivò pure la congiura e l'attentato: nel 1939, i congiurati facevano il saluto nazi e si guadagnavano felicemente le croci di ferro).

    Ma c'era un piano politico nazionale e anti-inglese a Napoli si o no?

    La storia a volte mostra dei dati chiari. Che l'unificazione fosse voluta, lo dimostra tutto il romanticismo e i movimenti culturali dell'epoca. Il problema non è l'unità, ma la gestione dell'unità. Così come per l’Europa, è evidente che si sarebbe cercato di unificarla, dopo la guerra (già durante la guerra). Il problema è il come. Ma se Napoli aveva questo primato economico, industriale e militare, perché non lo ha usato per gestire l'unificazione, magari togliendone il monopolio a Torino? Io vedo che il darwinismo sociale e internazionale, unito alla concezione di von Clausewitz del rapporto guerra/politica è la legge che determina l'andamento del mondo. La guerra è politica con altro mezzo; ma non necessariamente "più forte" significa "più soldati" o più soldi. Spesso è anche più moralità e più volontà.


    Carl Phillip Gottlieb von Clausewitz

    Il progetto politico chiaro e forte lo aveva il Piemonte, non Napoli, votata alla stasi, all'immobilismo. Per cui ha vinto giustamente il Piemonte contro l'elemento più debole, che ha meritato di essere trattato da debole: furti, rapine e soprusi. Ma è tutto meritato per una società dove i comandanti politici e militari sono degli “schettini” * che vendono la patria all'inglese. Perché risparmiarli, per educazione? Avessero combattuto, venduto cara la pelle, fatto agire i senatori e i deputati, non si sarebbero fatti portare via le industrie. La colpa è sempre degli altri, ma chi lascia fare ai malvagi è complice. Il diavolo tenta, ma l'uomo pecca. E dicendo che hanno fatto bene i vincitori massacrare i vinti, non faccio che affermare una legge di natura. Essendo io pagano (il vero seguace di Cristo lo è, ma questa è un'altra storia che posso raccontarvi in altra sede) ho una concezione della natura più alta dei cristiani invertiti e busoni. È naturale che il forte massacri il debole, non capirlo e non prevederlo è da sprovveduti. La grazia non muta la natura, ma la suppone e perfeziona: la politica cristiana non può andare contro la legge di natura per cui il forte impone la ragione sul debole; semmai occorre che coincida la giustizia con la forza, ossia che vincano i buoni. È giusto massacrare chi perde per natura, se si fa in modo che vinca il buono e perda il malvagio, si vedrà il bene massacrare il male.


    Mi viene da ridere al pensiero che invece il concilio ( il Vaticano II) abbia avanzato teorie garantiste i diritti di tutti, dell'errore allo stesso modo della verità: così se vincono i cattivi (dicono), i buoni non vengono schiacciati, per tolleranza, se vincono i buoni, per tolleranza lasciano i cattivi a scorrazzare. E poi i cattivi, quando vincono non usano tutta sta cortesia. Questo è poco cattolico.

    Io ho studiato il pensiero di Cristo, di san Tommaso d'Aquino e del leader politico Adolf Hitler. Uno insegna cosa sia il bene, uno cosa sia il rapporto tra grazia e natura, uno cosa sia la politica naturale. Politica cristiana è tenere i tre pilastri. Il concilio non è cristiano. Ovvio che si può perdere, c'è il martirio e la gloria in cielo se si è sconfitti dal mondo. Il concilio non è cristiano, perché rifiuta il martirio, per accomodare le cose con la tolleranza del male. L'optimum è vincere e porre la natura (la legge della giungla) a coronamento del bene.



    Ma se va male e vincono i cattivi, si venga massacrati con dignità. Mi pare però logico che non cercare di vincere in ogni modo, sia immorale. Hitler è cristiano, non il concilio: lui è buono, sa di esserlo, sa che deve vincere, usa tutti i mezzi possibili per farlo. Perde ma ha la corona di martire. I piemontesi erano massoni e servi degli inglesi (e dei francesi e di un po' tutti).Erano cattivi, quindi è stato un peccato che abbiano vinto proprio loro. Ma hanno vinto per incapacità di contrasto dei buoni, e quindi hanno naturalmente esercitato ciò che la natura ha dato loro come diritto. Non capisco 150 anni dopo la protesta e il lanciare sciocche accuse. I meridionali di oggi poi non ereditano la "bontà" di quelli di ieri, perché la loro gestione pubblica cialtrona e ladra, incompetente, mafiosa e tribale, li rende identici agli altri. Oggi nessuno ha diritto di rivendicare diritti, nè il nord nè il sud. Tutti meritano la morte o essere massacrati da qualcuno più forte. Un certo neoborbonismo lo considero leghismo al contrario ma con le stesse idee furbe e geniali, oltre che un mascherarsi per carnevale.



    I leghisti si mascherano in verde, taluni neoborbonici in bianco coi gigli. IL CARNEVALE E' FINITO DA UN PEZZO.


    E poi faccio presente che le ideologie che trovano il nemico immaginario (padani o terroni che siano) come vittima sacrificale cui attribuire tutti i mali, servono a lavarsi la coscienza della propria responsabilità.


    Se volete l'indipendenza, prendetela e lavorate sodo per onorarla, come fecero gli americani, che non si fecero pagare dagli inglesi gli arretrati di 2 secoli di tasse e sfruttamento. Se no, siete esattamente quello che vi dicono che siete.



    NOTE



    1. Riferimento a Schettino, capitano della Costa Concordia.
    2. Concilio Vaticano II

  2. #2
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    Predefinito Re: La fine del Regno...

    La fine del regno o del ragno?

  3. #3
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    Predefinito Re: La fine del Regno...

    Citazione Originariamente Scritto da Comunardo° Visualizza Messaggio
    La fine del regno o del ragno?
    Quella che invece non finirà mai è la rogna che hai addosso.
    L'avrai presa con qualche nigger al cessosociale dove bazzichi.
    "L'odio per la propria Nazione è l'internazionalismo degli imbecilli"- Lenin
    "Solo i ricchi possono permettersi il lusso di non avere Patria."- Ledesma Ramos
    "O siamo un Popolo rivoluzionario o cesseremo di essere un popolo libero" - Niekisch

  4. #4
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    Predefinito Re: La fine del Regno...

    Il tuo commento offre una prospettiva interessante sulla storia del Regno delle Due Sicilie e sull'unificazione italiana, ma vorrei aggiungere una riflessione dal punto di vista di un sostenitore dell'indipendenza dei popoli, in particolare dei veneziani e dei duosiciliani.

    Innanzitutto, il Regno delle Due Sicilie può essere criticato per varie ragioni, ma è importante riconoscere che la sua caduta non fu semplicemente il risultato di un esercito debole o di una cattiva leadership. Come molti altri popoli e nazioni, anche i napoletani furono vittime di complessi giochi di potere internazionale. L'intervento britannico e l'uso del Piemonte come strumento di una strategia più ampia sono chiari esempi di come le grandi potenze manipolassero le dinamiche locali per i propri interessi. Questo stesso schema può essere osservato in molte altre parti del mondo e in altre epoche storiche.

    Per quanto riguarda il tuo paragone con la Germania nazista e la leadership di Hitler, mi sembra pericoloso e fuorviante. L'Italia del Risorgimento e il Terzo Reich operavano in contesti storici, politici e morali completamente diversi.

    Ora, parlando di indipendenza, sia i veneziani che i duosiciliani condividono una lunga storia di autonomia e identità culturale. Venezia, con la sua millenaria repubblica, era una potenza marittima e commerciale che manteneva un equilibrio tra diverse forze politiche e militari. La sua caduta non fu dovuta a debolezza interna, ma a una serie di alleanze e tradimenti a livello europeo. Allo stesso modo, il Regno delle Due Sicilie aveva una propria identità culturale e storica, che fu compromessa dall'unificazione forzata.

    Il movimento indipendentista veneziano di oggi non è solo un richiamo nostalgico al passato, ma una risposta a un presente in cui molti veneti sentono che la loro identità e il loro potenziale economico sono soffocati dallo stato centrale italiano. Questa sensazione di frustrazione è condivisa da molti duosiciliani che vedono l'unificazione come un evento che ha portato più svantaggi che benefici al Sud.

    L'indipendenza non è solo una questione di potere militare o economico, ma di volontà popolare, identità culturale e diritto all'autodeterminazione. I popoli hanno il diritto di governarsi e determinare il proprio futuro. Questo principio è alla base delle aspirazioni sia dei veneziani che dei duosiciliani. Se c'è un desiderio genuino di indipendenza, esso deve essere rispettato e perseguito.

    Infine, il successo di un movimento indipendentista dipende dalla capacità di lavorare sodo per onorare e valorizzare l'autonomia ottenuta. I movimenti indipendentisti moderni devono impegnarsi a costruire società giuste, prosperose, dove l'identità culturale e le aspirazioni popolari siano rispettate e valorizzate.

 

 

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